“S onu banu mora”: di là dal mare c’è l’antica patria

A Filič, Zivavoda Kruč e Mundimitar, nel Molise, vive la più minuscola comunità alloglotta d’Italia: tre colonie croate che sono riuscite faticosamente a mantenere nei secoli il retaggio linguistico e culturale originario. Ma la loro tenace e coraggiosa battaglia non è ancora terminata: non adeguatamente tutelate dalla legislazione italiana, rischiano di scomparire per sempre.

Molti conoscono l’esistenza di una minoranza slovena entro i confini dello Stato italiano: un altro, ma ben più esiguo gruppo etnico di origine slava vive nella Penisola. Mi riferisco agli abitanti dei tre piccoli paesi molisani di lingua croata, ultima traccia degli insediamenti di genti slave nelle regioni centrali e meridionali. Lungi dal costituire una barriera tra le due sponde, l’Adriatico ne ha − nel corso dei secoli − agevolato i rapporti, ora bellicosi, ora pacifici. Innumerevoli volte gli Slavi balcanici sono sbarcati sulle nostre coste, come pirati avidi di preda, come mercenari al soldo di più potenti conquistatori o come fuggiaschi in cerca di una nuova dimora. In epoca più antica, tra il VII e il XII secolo, la Calabria e la Puglia, dal Gargano alla Terra d’Otranto, hanno subito le rovinose incursioni slave. Nel 926 gli Slavi, condotti dal re Michele Schiavo, occupano Siponto e la tengono per oltre un decennio; nello stesso secolo, combattendo al fianco dei Saraceni, ingenti forze slave, guidate da un capo di nome Vukašin (le fonti latine parlano di un Bullicassinus), sono disfatte in Calabria. Movendo da Palermo, lo slavo Sabir, spietato combattente al servizio dell’arabo al-Madhi, effettua frequenti attacchi nelle regioni meridionali. Legata alle vicende di questi pirati – mercenari, che avevano dismesso le armi – è la nascita del quartiere palermitano degli Schiavoni (Harat’as Sakȃliba), definito dagli scrittori arabi ragguardevole e prospero. In epoca successiva, tra il secolo XIII e la prima metà del XV, il flusso delle etnie balcaniche assunse un nuovo carattere, quando i sovrani di Napoli (prima gli Angioini e poi gli Aragonesi) si mostrarono larghi di immunità e privilegi verso quanti venissero pacificamente e ripopolare terre devastate da eventi bellici o da calamità naturali. E l’ondata migratoria si fece febbrile allorché gli eserciti turchi dilagarono nei Balcani: Albanesi, Slavi e Greci abbandonarono le loro terre assoggettate e cercarono scampo nella penisola italica. Questi profughi prendevano spesso dimora in paesi o quartieri comuni, e solo di rado le fonti d’archivio e le opere storico-geografiche dell’epoca distinguono gli uni dagli altri. Ma, mentre gli Albanesi seppero più gelosamente coltivare – assieme alla lingua – il patrimonio avito di cultura e tradizioni, gli Slavi mostrarono un più debole coefficiente di resistenza all’influsso del circostante ambiente italofono e finirono con l’essere più o meno rapidamente assimilati.

Oggi soltanto la toponomastica conserva il ricordo della loro antica presenza nel nostro territorio. Unica eccezione, le colonie molisane di San Felice, Acquaviva Collecroce e Montemitro (nel croato locale, rispettivamente Filič, Živavoda Kruč e Mundimitar), che rappresentano la più minuscola comunità alloglotta della Repubblica italiana (non più di 3.500 parlanti). Dislocate su tre colli tra i corsi del Trigno e del Biferno, a circa 60 km da Campobasso, lontano da grandi vie di comunicazione, le tre colonie hanno – proprio per il loro isolamento – mantenuto nei secoli il retaggio linguistico e culturale dei padri, pur subendo – com’è naturale – l’azione delle circostanti popolazioni molisane. Benché taluni aspetti del folklore slavo si siano a lungo conservati nelle nuove sedi (come la festa del “verde Giorgio”, zeleni Juraj, di scaturigini pagane), i costumi dei Croati del Molise si distinguono ormai poco da quelli degli altri abitanti della regione. Anche la lingua ha subito l’influsso della parlate vicine, acquisendo strutture fonetiche e morfo-sintattiche che hanno contribuito a differenziarla dalle sue isoglosse genealogiche, la parlata štokavico-čakavica di Dalmazia. Nel campo lessicale, ove più sensibile è apparsa l’influenza esterna, ai prestiti più antichi dai dialetti molisani e abruzzesi si sono aggiunti in epoca recente quelli dell’italiano letterario, propiziati dall’accresciuta acculturazione e dallo sviluppo dei mezzi di informazione e di comunicazione. Il croato molisano è oggi parlato da quasi tutti gli abitanti di Acquaviva e di Montemitro, mentre a San Felice solamente gli anziani lo comprendono e lo parlano con relativa facilità, essendovisi verificata nel secolo scorso una consistente immigrazione da paesi italofoni del Chietino. Ma in tutte e tre le colonie sopravvive chiara la coscienza dell’antica patria comune, situata – secondo la memoria popolare “s onu banu mora” – dall’altra parte dell’Adriatico, su quella costa dalmata che nelle giornate serene è possibile intravvedere dall’alto delle colline del Molise. La tutela dell’identità linguistica e culturale degli Slavi molisani è prevista nello Statuto ordinario della Regione (legge 22/5/1971, n. 347, art. 4, comma 17) , che recita: “La Regione […] tutela il patrimonio linguistico e storico e le tradizioni popolari delle comunità etniche esistenti nel suo territorio e, d’intesa con i comuni interessati, ne favorisce la valorizzazione”.

Di fatto, però, ogni iniziativa in tal senso è stata demandata alla buona volontà dei singoli. Grazie al fervore di uno stuolo di cultori locali, nella seconda metà degli anni Sessanta si è verificato un significativo risveglio della coscienza etnica dei Croati del Molise, che si è concretato nella raccolta delle testimonianze del folklore letterario, nella stampa di una grammatica e di un vocabolario della parlata delle tre colonie (autore, Bozidar Vidov). Né è mancato, sebbene per breve tempo, un periodico che si facesse interprete delle istanze della piccola comunità. Nel settembre del 1967 usciva, a Roma, il primo numero della rivista “Naša rič” (La nostra favella). Nell’indirizzo al lettore veniva preannunciato il programma dei promotori che intendevano operare in primo luogo perché la Regione salvaguardasse il sia pur modesto interesse di minoranza linguistica delle tre colonie e tutelasse il loro diritto a valorizzare un secolare patrimonio di cultura popolare. Due mesi dopo la rivista cambiò titolo, e come “Naš jezik” (La nostra lingua) proseguì per circa due anni le pubblicazioni (poi interrotte per difficoltà finanziarie), svolgendo – anche con la collaborazione di studiosi iugoslavi – un’efficace azione per la conoscenza dell’isola linguistica croata del Molise. Nel 1967 venne costituita a San Felice l’associazione culturale “Naš jezik”, che si proponeva di diffondere nelle tre colonie lo studio della lingua, della civiltà e delle arti croate, di valorizzare la lingua dei Croati molisani e di stringere legami più saldi con le istituzioni culturali della Croazia. Nelle scuole elementari dei tre paesi cominciarono a organizzarsi corsi liberi di lingua croata; linguisti e folkloristi visitarono a più riprese le tre colonie; il regista Bogdan Žižic girò un documentario sugli usi e i costumi di questo lembo di Croazia in terra italiana. In questo clima di rinnovati rapporti con l’antica madrepatria un avvenimento notevole fu, sempre nel 1967, la visita del cardinale Franjo Šeper, arcivescovo di Zagabria (al quale verrà conferita più tardi, nel 1972, la cittadinanza onoraria di Acquaviva). Né vennero trascurate le relazioni con l’altra e più cospicua minoranza molisana, quella albanese, alla quale gli Slavi erano uniti da identiche vicende storiche, da una mentalità affine e da problemi analoghi in ogni settore della vita e del lavoro. Dalle pagine della rivista “Naš jezik” si mettevano in rilievo queste affinità, nel nome di Giorgio Castriota Scanderbeg, eroe popolare non soltanto dell’Albania, ma anche dei Croati, che ne hanno esaltato nell’epos orale la strenua resistenza contro l’invasore turco. La scarsa consistenza numerica e l’incidenza del fenomeno migratorio espongono tuttavia la comunità croata del Molise alla minaccia di un affievolimento della coscienza nazionale e alla conseguente perdita delle caratteristiche etnico-linguistiche; ciò può essere evitato solamente dall’intervento responsabile degli organismi politico-amministrativi. Una boccata di ossigeno potrebbe forse venire dall’approvazione della pur limitata legge di tutela e valorizzazione delle minoranze del nostro Paese.

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