Situazione curda, aggiornamento di febbraio

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Gianni Sartori intervista gli esponenti dell’Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia.

Vorrei aggiornare i nostri lettori sulla situazione curda: cosa è cambiato negli ultimi tempi, dopo la miriade di articoli e trasmissioni sull’eroica resistenza contro l’ISIS? A ben vedere, da mesi le città curde vengono messe a ferro e fuoco dall’esercito turco – con numerose vittime civili – senza che da parte dell’opinione pubblica internazionale si levino adeguate condanne. Perché, a vostro avviso, due pesi e due misure?

Effettivamente registriamo un atteggiamento a due facce da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, ma più che l’opinione pubblica questa doppiezza riguarda i governi e la loro divulgazione mediatica. I curdi diventano eroi nel nome della civiltà quando difendono Kobane e sconfiggono l’ISIS, mentre sono sospettati addirittura di terrorismo quando chiedono al governo turco il rispetto dei loro diritti. La lotta per creare una comunità libera, equa, egualitaria ed ecologica nel Rojava (la regione curda a nord della Siria) è la stessa delle popolazioni nelle città del Bakur (il Kurdistan sottoposto ad amministrazione turca). La differenza sta solo nel fatto che la lotta nel Bakur si scontra con i piani del governo turco. I governi di Stati Uniti ed Europa hanno la loro convenienza nel mascherare il carattere autoritario e antidemocratico del governo di Erdogan, che opprime allo stesso modo i curdi come i turchi che desiderano una nazione libera e rispettosa dei diritti fondamentali. Troppi sono gli interessi economici e geopolitici per contrastare le politiche autoritarie, con aspetti apertamente fascisti, del governo di Erdogan: il transito di gas e petrolio, i milioni di profughi in territorio turco da non far venire in Europa, la necessità di arginare il nuovo protagonismo “imperiale” della Russia…

Quale ritenete sia il progetto di Erdogan, oltre a quello di conservare il potere? “Risolvere” a modo suo la questione curda approfittando della situazione di guerra al terrorismo e controllo dei profughi? Forse – azzardo – si è “comprato” il tacito assenso degli USA e della UE? In cambio di cosa?

Erdogan mira a fare della Turchia una potenza a livello internazionale, facendo leva sullo sciovinismo e sul nazionalismo diffuso nella società turca. Ha mire sulla Siria, sull’Iraq, interloquisce con Israele e si confronta alla pari con la Russia e con la potenza sciita dell’Iran. In questo quadro strategico, se torna utile, è compresa anche l’alleanza con l’ISIS. Questo piano presuppone tuttavia l’affermazione di un vero e proprio regime interno, con la soppressione di ogni dissidenza e opposizione. I curdi, con la loro rivendicazione di libertà e di giustizia, rappresentano oggi il principale ostacolo a questo progetto. Erdogan promette fedeltà e sostegno alle politiche americane ed europee in cambio della mano libera verso i curdi e tutti i dissidenti.

Un vostro commento sul recente arresto in Turchia di una ventina di accademici che avevano firmato l’appello per la pace.

È noto che il mondo della cultura è da sempre tra le realtà più sensibili ai temi della pace, della libertà e della giustizia. La condanna degli atti di violenza perpetrati dal governo, con l’impiego dell’esercito contro la popolazione civile nelle città curde, è il segnale evidente di questa sensibilità, manifestata in Turchia dal mondo accademico e della cultura. Il progetto autoritario di Erdogan non può tollerare queste voci libere, esse rappresentano un pericolo soprattutto per l’influenza che possono avere sui giovani. Un regime autoritario teme come la peste le voci di dissenso quando sono così autorevoli. Questa vicenda dovrebbe mettere in allarme, oltre che l’intero mondo della cultura in Italia, Europa e resto del pianeta, anche gli stessi governi, essendo quantomai rivelatrice della vera natura del regime turco. Oltre 300 accademici ed esponenti del mondo scientifico europeo (270 solo dall’Italia) hanno sottoscritto l’appello lanciato dai colleghi turchi per la ripresa delle trattative di pace, e la fine delle operazioni militari e dello stato d’assedio che hanno colpito molte città della regione curda in Turchia, in spregio a tutte le libertà garantite dalla costituzione e dalle convenzioni internazionali di cui la Turchia stessa è firmataria. Hanno dimostrato che non vogliono far parte del crimine dello stato turco. È molto importante.

 

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Divisione amministrativa del Rojava, nel nord della Siria. Il capoluogo è Qamişlo.

La situazione curda sotto Ankara

In sintesi, qual è la situazione attuale della popolazione curda nei territori amministrati da Ankara? Come procede la politica dell’Autonomia democratica rivendicata da molte organizzazioni curde? È praticabile anche in una condizione di guerra come la presente?

La politica del governo turco nei confronti della popolazione curda entro i confini turchi ha conosciuto, negli ultimi mesi, un aggravamento di dimensioni storiche. Il grande successo dell’HDP, sia nell’elezione di giugno che in quelle di novembre (elezioni queste ultime volute da Erdogan proprio per cancellare la presenza politica libera e autonoma dei curdi), rappresenta un pericolo per le mire autoritarie del sultano di Ankara. Il governo si sente in pericolo per il fatto che le popolazioni delle città curde, quasi ovunque insieme ai rappresentanti delle istituzioni comunali eletti nell’HDP con grandi maggioranze, stanno sperimentando politiche di autogoverno, e cercano di sviluppare forme democratiche, assembleari e libere di partecipazione per decidere sull’amministrazione del loro territorio.
L’Autonomia Democratica è diventata la pratica quotidiana di milioni di donne e di uomini. Essi intendono mostrare, alla Turchia e alla intera comunità internazionale, come sia possibile un diverso modo di vivere e governare rispetto a quello accentratore, autoritario, violento e corrotto dell’attuale governo turco, orientato a difendere solo gli interessi dei grandi oligopoli e della grande finanza. Contro questa alternativa il governo ha scatenato una guerra vera e propria, schierando l’esercito contro i civili, decretando il coprifuoco e bombardando le case. Questa violenza genera enormi sofferenze nella popolazioni, con lutti e distruzioni, ma non ferma la determinazione delle persone, che resistono nonostante tutto, come i militari turchi hanno dovuto imparare a loro spese a Silvan come a Cizre, a Sur come a Nuseybin, e in tante altre città.

E nei territori curdi posti entro i confini dello stato siriano, a Kobane in particolare?

Nel Rojava è in atto una vera e propria rivoluzione, che investe tutti gli aspetti della società e che noi chiamiamo Confederalismo Democratico. Dall’economia (attraverso una riorganizzazione e ridistribuzione della produzione e dei beni secondo i bisogni delle comunità e delle persone) alla politica (con il trasferimento di sempre più ampi poteri alle assemblee popolari di villaggio e di quartiere, e con sistemi di deleghe controllate dalla base per le decisioni che interessano ambiti più ampi); dal rapporto tra generi (con la promozione di una straordinaria partecipazione delle donne e una lotta senza quartiere al maschilismo e al patriarcato) all’ecologia (con la costruzione di un diverso rapporto tra uomo e natura, più autentico e rispettoso), nessun aspetto della vita è escluso dalla rivoluzione.
In questo sforzo comune, tutte le etnie, le religioni e gli orientamenti politici e culturali che condividano almeno le idee basi di democrazia, equità e parità di genere, convivono in pace e nel reciproco rispetto e contribuiscono a dare impulso al cambiamento. Certo, realizzare tutto ciò in un’area dove, al contrario, tutt’attorno prevalgono le ingiustizie sociali, l’intolleranza religiosa, l’autoritarismo politico, il maschilismo più violento e il disprezzo per la natura non è facile, specie se le forze della conservazione e dell’inciviltà praticano la guerra e la violenza come ordinario mezzo di confronto con chi considerano un nemico. Questo vale per l’ISIS ma anche per la Turchia, per lo stesso regime di Assad e per molte delle forze che combattono Assad, ma in nome di concezioni ancora più conservatrici e arretrate.
Tuttavia il cambiamento in atto nel Rojava non si ferma, anzi diventa sempre più un riferimento per donne e uomini che in Medio Oriente, ma anche in Europa, cercano con lealtà un’alternativa al capitalismo selvaggio, all’autoritarismo politico e ai fondamentalismi crudeli e disumani.

Una vostra valutazione sui vari interventi contro l’ISIS di Francia, Russia, USA, eccetera?

Non diciamo niente di nuovo se ricordiamo che inizialmente le potenze occidentali, Stati Uniti in primis ma anche l’Europa, avevano avuto un atteggiamento molto morbido verso l’ISIS, considerato un fenomeno locale, tutto sommato utile per abbattere Assad e il suo regime. Era stato tollerato anche il sostegno aperto che la Turchia e gli altri Paesi del Golfo offrivano al califfato. Poi le bande fasciste dell’ISIS hanno mostrato al mondo intero la loro vera natura, e anche le loro mire espansionistiche. Di fronte ai massacri, alle uccisione e agli attentati, l’Europa e gli Stati Uniti hanno cominciato a capire che l’ISIS era un nemico da combattere. Tuttavia il loro impegno bellico resta nel complesso piuttosto modesto, limitandosi a fornire appoggio con raid aerei alle forze che combattono l’ISIS sul campo.
Chiaramente il loro obiettivo era e resta quello di sottomettere la Siria, e comunque di normalizzarla, rendendola una nazione legata alle grandi potenze come è in larga misura avvenuto con Iraq e Afghanistan. Dal nostro punto di vista, consideriamo un imperativo primario sconfiggere le bande fasciste dell’ISIS e liberare le popolazioni civili in Siria e in Iraq dall’oppressione di questo regime mostruoso. Naturalmente speriamo, e lottiamo per questo, che la liberazione dall’ISIS non porti ad altri regimi antipopolari e a nuove colonizzazioni da parte delle grandi potenze del blocco occidentale, come anche la Russia o l’Iran.

Qual è il ruolo realmente svolto da Turchia e Arabia saudita, sospettati di avere avuto rapporti e interessi comuni con l’ISIS?

Gli Stati dell’area mediorientale che maggiormente aspirano ad assumere ruoli di potenze guida dell’area sono da sempre la Turchia, la monarchia Saudita e l’Iran. Storicamente l’Arabia Saudita ha trovato nell’identità religiosa sunnita un suo collante e punto di forza; più recentemente anche la Turchia, portata da Erdogan lontano dal laicismo kemalista, sfrutta l’identità religiosa sunnita come mezzo di rafforzamento dell’idea di nazione, in chiave sciovinista. La contrapposizione con la potenza sciita, l’Iran, per la quale la religione è ugualmente uno strumento di rafforzamento identitario e di potere, diventa quasi inevitabile.
Lo scontro oggi si è concentrato in Siria, dove la presenza sciita, spesso alleata con la corrente alewita della quale fa parte il clan di Assad, è da sempre forte. L’ISIS rappresenta sul campo l’alternativa sunnita, nella forma più estrema. Le due fazioni raccolgono simpatie e appoggi dalle potenze consorelle, interessate ovviamente a mettere le mani, anche se per mezzo dei loro alleati, sulle risorse petrolifere e idriche siriane. In realtà il richiamo religioso serve solo a mascherare interessi economico-politici dei vari gruppi di potere. A fare le spese di queste politiche è la popolazione siriana, sottoposta a immani sofferenze che causano l’esodo di milioni di donne e uomini, con le conseguenze ben note anche in Europa.

Recentemente la Turchia ha bombardato un villaggio curdo, Sharanish, abitato anche da cristiani caldei e assiri, un episodio su cui è intervenuta duramente anche la stampa vaticana. Papa Francesco finora è mai intervenuto esplicitamente in merito all’oppressione subita dai curdi (anche come riconoscenza per i tanti cristiani, salvati e protetti proprio dai curdi)?

L’odio fascista delle bande armate dell’ISIS si è scatenato contro tutti coloro che chiedono libertà e democrazia, siano essi cristiani, musulmani, yazidi, assiri o di qualunque altra religione, confessione o credo politico. Per il movimento curdo è un principio fondamentale difendere chiunque sia vittima di questa oppressione. Anche le politiche di aggressione del governo turco non risparmiano nessuno, e per reprimere chi lotta per la democrazia e la libertà l’esercito turco non esita a bombardare senza distinzione le popolazioni civili. Abbiamo apprezzato l’autorevole voce del Papa ogni volta che si è espressa a favore della pace, della libertà e della giustizia, e crediamo che sarebbe molto importante per l’opinione pubblica internazionale una sua parola di condanna degli atti di aggressione contro la popolazione civile, di qualunque credo e religione, posti in essere dal governo turco.

Come valutate la solidarietà internazionale tra Italia e Kurdistan?

In Italia la solidarietà con il nostro movimento è stata sempre particolarmente attiva. Lo dimostrano le iniziative delle tante realtà associative, culturali e anche istituzionali che si sono sviluppate in tutto il territorio nazionale. In ogni città si sono costituiti comitati di solidarietà e nodi territoriali della Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo. Molte amministrazioni locali hanno stretto patti di solidarietà con l’amministrazione autonoma del Rojava. Le recenti iniziative di concedere la cittadinanza onoraria al presidente Ocalan da parte di grandi città come Palermo e Napoli ne sono una concreta prova. Anche a livello accademico si sono svolte e si preparano importanti iniziative di approfondimento e divulgazione del sistema del confederalismo democratico come nuovo modello per una vita libera e democratica, così come molte organizzazioni di donne e femministe si sono avvicinate al tema della jineologia [la “scienza della donna”]. La solidarietà internazionale è uno strumento di grande importanza e straordinario valore, poiché agisce dal basso verso l’alto e porta la voce del nostro movimento dal livello locale fino alle istituzioni. Sosteniamo tutti i tipi di iniziativa tesi a realizzare una vita alternativa e riponiamo grandi speranze in tutti e tutte coloro che le costruiscono attivamente.
“…siamo consapevoli della nostra forza e proseguiremo sulla strada che abbiamo tracciato…”

Esclusi dai negoziati?

E riguardo al negoziato internazionale per una soluzione politica del conflitto in atto in Siria? Qualora effettivamente non vi partecipassero, quale sarebbe la posizione dei curdi, o delle diverse organizzazioni curde, di fronte all’esito dei negoziati?

Queste domande possono essere considerate in modo unitario. Abbiamo valutato e continuiamo a valutare come positivo l’avvio del negoziato internazionale. Tuttavia, la decisione di tutti gli attori di accettare il diktat turco di escludere dal tavolo il PYD, il partito più rappresentativo dei curdi di Siria, nonché le forze di autodifesa del Rojava, ovvero le strutture che non solo hanno un ruolo fondamentale nella rivoluzione in atto nel Rojava ma anche nella lotta all’ISIS, renderà il negoziato debole e privo di reale efficacia. È irrealistico, infatti, pensare a una soluzione di pace e di democrazia per la Siria senza tener conto dell’esperienza di autogoverno del Confederalismo Democratico e del valore che esso ha per sconfiggere definitivamente le bande fasciste. Noi crediamo che di questo, inevitabilmente, tutti gli attori del negoziato si renderanno conto. Per quanto ci riguarda, siamo consapevoli della nostra forza e proseguiremo sulla strada che abbiamo tracciato. Pensiamo che la determinazione del nostro popolo e di tutti coloro che con noi stanno scrivendo questa straordinaria pagina di storia farà prevalere la ragionevolezza e il buon senso in coloro che siedono al tavolo del negoziato, rendendo tutti consapevoli che nel futuro della Siria, dell’intero Medio Oriente, non vi può essere vera soluzione senza i curdi.

Ho visto di recente i libri biografici della vostra compagna Sakine Cansiz, assassinata in rue La Fayette a Parigi nel gennaio 2013. Perché la sua vita rappresenta una testimonianza esemplare della lotta di liberazione del popolo curdo, e delle donne curde in particolare?

La nostra lotta di liberazione come popolo – ma crediamo sia un principio valido per l’intera umanità – è fondata sull’idea che la parità di genere e il protagonismo delle donne costituiscono un elemento imprescindibile per una società libera ed equa. Maschilismo, sessismo e patriarcato sono tra i peggiori ostacoli alla costruzione di rapporti liberi e fraterni tra le persone, sono tra le cose peggiori che lo sviluppo delle società classiste ha lasciato in eredità all’intera umanità. Per questa ragione nel nostro movimento le donne hanno un ruolo fondamentale, non c’è carica politica, amministrativa o di autodifesa che non veda la compresenza di un uomo e di una donna, e le donne hanno inoltre le loro proprie organizzazioni civili e di autodifesa.
Con la loro determinazione e la loro consapevolezza, esse hanno dato alla rivoluzione e all’autonomia democratica un’energia e una straordinaria modernità che spinge anche gli uomini a diventare più consapevoli e liberi. La compagna Sakine (“Sara”, per noi) con la sua storia, la sua lotta e il suo martirio rappresenta un paradigma dei nostri princìpi: forza e determinazione, ma anche umanità e amore per la vita, sono il patrimonio di ogni donna curda che decida di non essere più schiava, serva, sfruttata, oppressa. Ogni donna curda diventa, nella lotta, “Sara”.

 

aggiornamento-curdiSakine Cansiz, nata a Dersim nel 1958, si unì al movimento rivoluzionario curdo nel 1976 e divenne uno dei fondatori del PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan. Arrestata dai turchi dopo il colpo di stato militare del 1980, fu sottoposta a torture. Dopo il rilascio nel 1991, proseguì la sua lotta in varie zone del Medio Oriente. Nel 1998 ottenne l’asilo politico in Francia. Nel 2013 fu assassinata a Parigi con altre due attiviste curde. I sospetti ricadono inevitabilmente sui servizi segreti turchi.

Un’ultima domanda: ho letto che “i curdi hanno per amici soltanto le montagne”. Cosa rappresentano nella cultura, nella tradizione, nell’immaginario, nelle leggende (e ovviamente nella Resistenza) le montagne per il popolo curdo?

Per decenni la politica turca dell’assimilazione negava l’esistenza stessa di un’etnia curda. Noi eravamo chiamati, non senza disprezzo, “turchi di montagna”. Le forze della reazione pensavano così di umiliarci, ignorando che la nostra fierezza deriva anche dall’essere così legati ai nostri monti. Essi hanno rappresentato per secoli un rifugio contro chi voleva annientarci o sottometterci: dai sumeri, ai romani, dagli arabi agli ottomani. È su quelle montagne che è rimasto vivo il fuoco della libertà, quello acceso dal fabbro Kawa per annunciare l’uccisione del tiranno babilonese Zuhak. Tutti i perseguitati del tiranno erano fuggiti sulle montagne per nascondersi; vedendo quel fuoco capirono che la tirannia era stata sconfitta e su ogni montagna furono accesi i fuochi della libertà. Da quelle stesse montagne proviene oggi un identico segnale. Viviamo e lottiamo per vederlo accogliere e diffondere in ogni parte del mondo.
Ci piacerebbe concludere questa chiacchierata con una riflessione. La nostra lotta ha un ispiratore e una riferimento: è il pensiero del presidente Ocalan. La sua prigionia, che dura ormai da 17 anni in condizioni di vera e propria disumanità, simboleggia l’oppressione e il dolore di un intero popolo. Non crediamo ci possa mai essere una vero processo di democrazia e di giustizia nel Medio Oriente fino a quando il presidente Ocalan resterà imprigionato. Questa deve essere una consapevolezza che l’Europa e gli Stati uniti devono acquisire, in caso contrario tutti i loro sforzi in Siria come in Iraq, ma anche la stessa speranza di avviare la Turchia su una strada di vera democrazia, saranno vani.

 

 

 

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