Toponimi piemontesi, tradotti e traditi

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L’importante e conosciuta dichiarazione di Chivasso del 19 dicembre 1943, uno dei più importanti documenti politici della Resistenza, denunciava a nome di tutti i popoli alpini i vent’anni di oppressione e di sopraffazione fascista: malgoverno ed accentramento in politica, rovina economica e distruzione della cultura locale. Fra i mezzi usati dal fascismo nel vano tentativo di sradicare la cultura dei popoli alpini, la Carta di Chivasso ne indicava alcuni fra i più gravi: 1) soppressione della lingua fondamentale locale con la chiusura di scuole e di istituti locali autonomi, 2) brutale e goffa trasformazione dei nomi e delle iscrizioni locali.
Con la vittoria della democrazia e l’avvento della Repubblica, il nuovo stato ha tentato di riparare ai guasti del passato regime, e in alcune zone ciò è stato fatto. Oggi, ad esempio, in Sudtirolo o in Val d’Aosta da un lato la scuola si è riaperta, sia pure assai limitatamente, alla lingua locale, e dall’altro tutti i nomi che il fascismo aveva italianizzato sono stati ripristinati nella loro dicitura originale.
Ma in Piemonte? Nulla di tutto questo!
Nemmeno l’idea di corsi facoltativi in lingua piemontese può essere affacciata: altro che “diritto all’insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado” come auspicavano i patrioti antifascisti riuniti a Chivasso… E la toponomastica? Le italianizzazioni assurde, cervellotiche, irrispettose rimangono; nomi che nella nostra lingua hanno precisi significati diventano rumori senza capo né coda nella lingua imposta dal di fuori. Pensiamo, ad esempio, alle ruà, ai canton, alle borgà, diventati in alcuni casi Roatta, Cantone, Borgiallo. Pensiamo, ai nomi tradizionali delle ruà, delle contrà, dei senté, dei violèt, delle carere, diventati di colpo “borgate”, “contrade”, “sentieri”, “viottoli”, “strade”, con altisonanti nomi littori, romani o di terre lontane su cui i nostri Padri versarono per l’imperialismo italico il loro sangue innocente (quante vie o piazze Adua, Cirenaica, Massaua, Maccallè, riempiono il Piemonte sostituendo i vecchi nomi in piemontese?). E come non ricordare che la Quaranta, via principale di Saluzzo, strada che aveva questo nome appunto perché “squadrava” (da quaré) la città, è ora tristemente in parte via Spielberg e in parte corso Italia?
Ma sono soprattutto i nomi dei paesi a essere stati mutati, e nessuno oggi si rende conto di come sia una forma sottile di colonialismo il fatto di mantenerli nella forma italianizzata. Certo, neanche il fascismo ha cambiato, ad esempio, paesi quali Salmour, Santhià o Cavour; ma o in un caso era troppo difficile mutare il nome senza cadere nel ridicolo o si finiva per toccare un “mito risorgimentale” e si è preferito soprassedere.
Tuttavia l’italianizzazione c’è stata: massiccia. I nomi anziché tradotti vengono traditi in italiano. Diamo qui di seguito qualche esempio: non si tratta che di un piccolo campionario e, tra l’altro, non abbiamo indicato neanche tutti i nomi più significativi. Del resto tutti i toponimi piemontesi, salvo rarissime eccezioni, sono oggi piegati ai voleri dell’appiattimento e del livellamento culturale…
Aicep (Biella) diventa Occhieppo.
Aich diventa Acqui.
Bé’ (Canavese) diventa Baio.
Bel vei (Astigiano) che significa “bel vedere” diventa Belveglio.
Ber (Canavese) diventa Bairo.
Besimauda (Bovesano) diventa Bisalta.
Bondasch (Biella) diventa Netro, in base a un latino Netrum, probabilmente riesumazione d’archivio.
Burghi (Torino) diventa Borgaro.
Burgh dla madona (Torino) diventa Borgo
Salsasiobussolin (Torino) diventa Bussoleno.
Camburscian (Biella) diventa Camburzano.
Castelvej (Astigiano) lat. Castrum vetus, che significa “castello vecchio”, diventa Castelvero.
Caulimor diventa Cavallermaggiore.
Cavalion che significa “grosso coreggiato” – strumento di lavoro agricolo – diventa Cavallerleone.
Cher, anticamente nel significato di “paese”, diventa Chieri.
Ciavasa (Biella) diventa Chiavazza.
Cortress (Canavese) diventa Cortereggio.
Crausana diventa Clavesana.
Cravaina (Cuneo) diventa Caprauna.
Cutzal (Vercelli) diventa Cossato.
Doira (fiume, Canavese) diventa Dora.
Ducc, che significa “leggiadro”, diventa Duccio.
Ele (torrente, Mondovì) diventa Ellero.
Elf (torrente, Biellese) diventa Elvo.
Ël Mondvì, che significa “il monte di Vico”, diventa Mondovì.
Ël Passou (Cuneo) significa “il traghetto” diventa “Passatore”.
Ël Saret (fraz. di Carignano) diventa Ceretto.
Erburent, sotto il fascismo Roburento, oggi diventa Roburent.
Fornasa, che significa “fornace”, diventa Fornaca.
Fraciam (frazione di Sparone, Ivrea) diventa Fracchiano.
Gajanin (Biella) diventa Gaglianico.
Garveja (frazione di Livorno Ferraris, Vercelli) diventa Garavoglie.
Gassu (Torino) diventa Gassino.
Gnan-a (Vercelli) diventa Lignana.
Larise (Vercelli), che significa “la risaia”, diventa Larizzate.
Laudis diventa Levaldigi.
Lazzaron, dal nome personale Lazzaro (frazione di Valenza Po), “per decoro” viene mutato con decreto del 1901 in Villabassa.
Lec (nelle Langhe) diventa Lequio.
L’enta, che significa “l’innesto” diventa, Lenta.
Lumaj (Canavese) diventa Nomaglio.
Marsé (Canavese) diventa Mersadio.
Mesnil (Torino) diventa Mezzenile.
Mior (Canavese) diventa Mersadio.
Moj Rotond (Biellese), che significa “laghetti rotondi”, diventa Mogli Rotonde.
Montastruc (Torino) diventa Montestrutto.
Mont Zemmo (Mondovf) diventa Montezemolo.
Muscian (Biella) diventa Muzzano.
Nusej, che significa “noceto”, diventa Nucetto.
Ols (Acquese) diventa Alice.
Paugiman (Biella) diventa Pavignano.
Pciimengh (Biella) diventa Pettinengo.
Pitcaval, che significa “ai piedi della valle”, diventa Piedicavallo 1).
Pnengh (Monferrato) diventa Penango.
Povragn (Cuneo) diventa Peveragno.
Psé (Torino) diventa Pecetto.
Psinaj (Torino) diventa Pessinetto.
Quisné diventa Quincinetto.
Riasch (Torino) diventa Revigliasco.
Roba Somé, che significa “ruba somaro” 2), diventa Robassomero.
Sarf (il torrente di Biella) diventa Cervo.
Ser Vej, che significa “altura antica”, diventa Cervelli.
Setu Rojé diventa Settimo Rottaro.
Sian (Vercelli) diventa Cigliano.
Sié (Mondovì) diventa Cigliò.
Tani/Tane (fiume) diventa Tanaro.
Teppes (Torino) diventa Tepice.
Vajumna (Biella) diventa Vagliumina.

NOTE:
1) Non mancò, anche negli anni più bui del fascismo, una fiera opposizione dei piemontesi più sensibili all’azione di snazionalizzazione. Proprio per il caso di Piedicavallo, in pieno regime, Giuseppe Nicolo scriveva un coraggioso articolo in cui ammoniva le autorità a non deformare in modo grossolano il nome della località. Se proprio si vuole fare quest’atto di violenza, diceva in sostanza Nicolo, si lasci almeno un nome “credibile” e suggeriva “ai piedi della Valle” o qualcosa di simile: ne sortì invece, com’è noto, questo incredibile “piede di cavallo” che resta tutt’oggi, malgrado lo statuto della Comunità Montana, “la Bürsh”, preveda la tutela del patrimonio linguistico e culturale della zona.
2) Il nome ha quest’origine perché la località era infestata dai briganti che assalivano i viandanti, depredandoli, appunto, di somari e averi: i toponomi popolari in lingua piemontese hanno tutti un preciso significato arcaico (da ricercarsi nell’antico substrato garralditano o nel più recente substrato oc o oïl) o derivato da precise caratteristiche del luogo. Ovviamente nulla rimane di questa vera e propria concezione del mondo nell’affrettata e papiresca traduzione italiana.

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