Gli uighuri raccontano 66 anni di dominazione cinese

Filed in autonomismo, cina, DISCIPLINE, etnismo, STATI, uighur by del 04/10/2015

Gli uighuri sono una minoranza
turcofona annessa con la forza alla Repubblica Popolare Cinese 66 anni
fa. Il loro territorio, il Turkestan Orientale, oggi si chiama Xinjiang e
non gode di alcuna tutela civile, culturale e linguistica da parte
della maggioranza han. Per celebrare l’annessione, il regime comunista
ha pubblicato un “libro bianco” in cui vanta l’apporto sociale ed
economico della Cina a questo territorio, millantando un rispetto per
l’etnia locale che assolutamente non esiste. Nella dichiarazione
ufficiale che pubblichiamo, il World Uyghur Congress commenta il
documento del governo di Pechino e ripercorre l’atroce esperienza che da
decenni questa popolazione sta vivendo sotto il dominio straniero.

 

Il 1° ottobre 2015 è il 66° anniversario dell’annessione alla
Repubblica Popolare Cinese (RPC) della Repubblica del Turkestan
orientale (ETR), indipendente, nonché il 60° anniversario della
fondazione della Regione Autonoma Uighur dello Xinjiang (XUAR).
Il Partito Comunista Cinese ha celebrato gli anniversari con grande
enfasi, proclamando ancora una volta che lo “Xinjiang” ha fatto parte
della Cina fin dai tempi antichi. Questa affermazione si basa su una
lettura fuorviante della storia, poiché le autorità non riconoscono che
gli attuali confini della Cina ripercorrono quelli dell’impero manchu
dei Qing. Come dire che il Turkestan orientale, proprio come il Tibet,
oggi non sarebbe una parte della RPC senza l’occupazione manchu della
regione nel 1884. A quel tempo, il nome della regione appena
annessa fu cambiato in Xinjiang, che in cinese significa letteralmente
“nuovo territorio”, a indicare un rapporto tra Pechino e la gente del
luogo che non risale affatto ai tempi antichi.
I popoli indigeni del Turkestan orientale – uighuri, uzbeki, kazaki,
kirghisi e tatari – non sono cinesi ma turchici. Aspetto fisico,
abbigliamento, danza, musica, cultura, lingua, religione e tradizioni
uighure derivano dalle popolazioni indigene e non hanno origine dalla
Cina antica. Storicamente, questa etnia ha sempre fatto parte dell’Asia
centrale, non della Cina; condividendo lingua, cultura, religione e
tradizioni con le popolazioni turciche di Stati oggi indipendenti come
Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan: niente a che fare con i popoli
dell’antica Cina.
Nel 60° anniversario della fondazione della Xuar non si riconosce che il
Turkestan Orientale era una nazione indipendente dal 1944 al 1949,
quando le forze armate comuniste cinesi lo occuparono con il sostegno
dell’Unione Sovietica di Stalin. Pertanto, la stragrande maggioranza
degli uighuri considera il 1° ottobre un’occasione per piangere la
perdita del loro diritto all’autodeterminazione.
Risultato dell’invasione comunista del Turkestan Orientale è
l’assimilazione forzata in una Cina dominata dagli han. La fondazione
della XUAR nel 1955, a differenza di ciò che il PCC vuol far credere al
popolo cinese e al mondo, ha rappresentato l’esatto contrario del
controllo uighur sui propri affari. La successiva negazione dei diritti
umani e delle libertà fondamentali agli uighur permette ai funzionari
cinesi di portare avanti, senza la minima responsabilità o trasparenza,
la favola del progresso che conoscerebbe la nostra regione.
Il libro bianco Historical Witness to Ethnic Equality, Unity and Development in Xinjiang,
pubblicato il 24 settembre, documenta i contributi del PCC nel
Turkestan Orientale, ma evita di illustrare come l’amministrazione
comunista abbia violentemente soggiogato la regione dopo la sua
annessione. Il documento elenca le attività della politica governativa
nel Turkestan, come il rispetto dei diritti politici, la tutela del
patrimonio culturale e lo sviluppo economico, ma la realtà del dominio
cinese contraddice completamente tali dichiarazioni.

mappa-uighur

I migranti come arma di distruzione

Il PCC sostiene di aver pompato miliardi di dollari nel Turkestan
Orientale, sviluppando le infrastrutture e l’economia della regione. La
raffigurazione della patria uighura come oggetto di generose elargizioni
statali è presente in tutto il libro bianco. Silenzio totale, tuttavia,
sul fatto che i veri beneficiari degli investimenti statali sono gli
immigrati cinesi nel Turkestan. Nel tentativo di rafforzare il
controllo, Pechino ha incoraggiato la migrazione han per meglio
colonizzare, controllare e dominare la regione. Di conseguenza milioni
di cinesi han, visti dal PCC come fedeli guardiani della regione
confinante, si sono stabiliti qui nel corso degli ultimi sei decenni,
appropriandosi di terre, acque e risorse naturali degli indigeni
uighuri. L’immigrazione di massa han ha sistematicamente ridotto gli
uighuri a minoranza nella loro stessa patria.
L’industria estrattiva nel Turkestan Orientale, obiettivo chiave degli
investimenti pubblici, è dominata da manodopera cinese e gestita secondo
le direttive del governo centrale, che ha sottratto petrolio, carbone e
gas naturale impiegandoli nella Cina orientale per alimentare un boom
economico che i funzionari cinesi non sembrano voler estendere alle
comunità uighure.
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L’afflusso di coloni cinesi mal addestrati e culturalmente irrispettosi
nel Turkestan Orientale da fuori regione è indicativo della politica
statale: alla base c’è la convinzione che il progresso non può essere
raggiunto senza l’intervento di un’amministrazione guidata dal partito
comunista. Convinzione che non tiene conto delle conquiste del popolo
uighuro e le sue capacità di gestire lo sviluppo locale.
Mentre il PCC ha conferito autonomia agli uighuri attraverso la XUAR nel
1955, la popolazione non ha mai goduto dei diritti sanciti dalla
Costituzione cinese e dalle leggi sull’autonomia etnica e regionale.
Tutti i poteri militari, politici ed economici sono in mano a funzionari
han, soprattutto i segretari di partito a ogni livello
dell’amministrazione regionale. Gli uighuri con posizioni politiche,
come il presidente della XUAR, hanno soltanto cariche simboliche senza
potere decisionale. Anche se la XUAR è ufficialmente un’entità autonoma
uighura, il PCC ha creato il Xinjiang Production and Construction Corps
(XPCC), uno Stato nello Stato, che occupa le aree strategiche di confine
e possiede armi convenzionali, che si occupa di affari, commercio e
agricoltura in tempo di pace e aiuta l’esercito cinese a reprimere gli
uighuri in caso di disordini.
Questi meccanismi hanno rafforzato il controllo di Pechino sul Turkestan
Orientale invece di dare potere alla popolazione indigena. I diritti
politici sottolineati nel libro bianco, come quello alla partecipazione
politica, sono l’ennesima falsa rappresentazione delle condizioni
uighure. La negazione di questi diritti politici, al fine di sopprimere
il dissenso alle politiche centrali, è un altro metodo con cui il PCC
consolida la sua giurisdizione. Persone fatte sparire, esecuzioni senza
processo o processi farsa sono il vero approccio del governo cinese alla
gestione del Turkestan Orientale, e seppelliscono ogni sua pretesa di
essere uno Stato di diritto. In Cina, soltanto gli uighuri vengono
giustiziati per reati politici e religiosi.

Repressione religiosa

Il PCC ha usato anche le tragedie mondiali per giustificare la
repressione del popolo uighuro, come l’11 settembre e l’ascesa
dell’ISIS. Poiché questo popolo crede nell’islam, il PCC ha
opportunisticamente sfruttato gli eventi per attaccare credenze e
pratiche religiose, criminalizzandone ogni aspetto.
I leader religiosi, come gli imam, sono tenuti a frequentare le lezioni
di educazione politica per garantire l’obbedienza al Partito Comunista
Cinese (PCC). Sono permessi solo versioni del Corano e sermoni approvati
dallo Stato, mentre tutti gli altri testi religiosi vengono trattati
come pubblicazioni “illegali” suscettibili di confisca e con accuse
penali contro chi ne sia trovato in possesso. È vietata qualsiasi
espressione esteriore della fede nei luoghi pubblici di lavoro, negli
ospedali e in alcune aziende private, come portare la barba o indossare
il velo. Né i dipendenti statali né i minori di 18 anni possono entrare
in una moschea, una misura non in vigore nel resto della Cina. È
proibita l’educazione religiosa tramite istituti privati. A studenti,
insegnanti e dipendenti pubblici è vietato digiunare durante il Ramadan.
Inoltre, gli uighuri non sono autorizzati a intraprendere lo hajj,
il pellegrinaggio alla Mecca, se non con un viaggio ufficiale molto
costoso, con i candidati attentamente vagliati dai funzionari.
Il capo della sicurezza cinese Yu Zhengsheng, presente agli eventi che
celebrano il 60° anniversario del 1° ottobre, è particolarmente deciso a
colpire la pacifica opposizione uighura alle politiche cinesi e incita
l’esercito a spazzarla via. La Cina descrive questa opposizione pacifica
come le “tre forze malvagie del terrorismo, del separatismo e
dell’estremismo” per demonizzarne la resistenza. Persino gli uighuri che
accettano la sovranità cinese, ma si oppongono all’assimilazione
culturale e promuovono la convivenza pacifica tra indigeni e immigrati
cinesi, incorrono nella politica di tolleranza zero del governo.
Il popolo uighuro è convinto che l’obiettivo finale del PCC sia quello
di assimilarlo a forza nella cultura comunista, atea e materialista
della RPC, che gli è totalmente estranea. Sotto il dominio cinese, oggi
restano soltanto due scelte. La prima è quella di accettare
incondizionatamente l’assimilazione nel PCC, rinunciando volontariamente
a identità, lingua, cultura, religione, tradizione e valori dell’etnia;
la seconda è finire in prigione, essere torturati o uccisi per essersi
opposti alle violente politiche di assimilazione del partito comunista.
Per la prima volta nei suoi tre millenni di storia, il popolo uighuro
affronta una spaventosa minaccia, da parte dei comunisti cinesi, alla
propria identità. Come per esempio l’attuazione di una cosiddetta
politica di educazione bilingue, che in realtà promuove l’uso del cinese
mandarino nelle scuole del Turkestan Orientale e la distruzione della
cultura materiale uighura nella Città Vecchia di Kashgar, così come in
altre città.

kashgar

Kashgar, nel Turkestan Orientale.

Le fasi sanguinose del comunismo

Dal 1949, la popolazione ha subìto campagne politiche e purghe
durante i diversi periodi di amministrazione comunista. Nei primi giorni
dell’occupazione militare cinese del Turkestan Orientale guidata dal
generale Wang Zheng dal 1949 al 1954, quasi un quarto di milione di
uighuri furono massacrati per aver resistito. Durante il periodo della
Riforma Agraria (1954-1957), decine di migliaia di persone con terre,
proprietà e ricchezze furono arrestate, imprigionate, torturate e
uccise. Durante la Campagna dei Cento Fiori (1957-1960), decine di
migliaia di intellettuali, storici, scrittori, dissidenti, poeti e
studiosi uighuri furono nuovamente incarcerati, torturati e uccisi per
aver chiesto l’indipendenza. All’epoca del Grande Balzo in Avanti
(1960-1963), centinaia di migliaia di uighuri furono lasciati morire di
fame in tutto il Turkestan Orientale. Con la Rivoluzione Culturale
(1966-1976), centinaia di migliaia di intellettuali, accademici,
studiosi, dissidenti, attivisti politici, indipendentisti ed ex
funzionari dell’ETR furono incarcerati, torturati e uccisi.

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Armi e radiazioni

Il popolo uighuro conobbe un breve periodo di semilibertà dopo la
morte di Mao Zedong, il fondatore della Cina comunista, e l’ascesa di
Deng Xiaoping alla fine degli anni ‘70 e negli anni ‘80, ma la caduta
del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica e la successiva
indipendenza del Kazakistan, del Kirghizistan e dell’Uzbekistan vi
posero fine. Temendo l’aspirazione degli uighuri a separarsi dalla
Repubblica Popolare Cinese – come i suddetti tre Stati avevano fatto con
l’URSS – l’amministrazione comunista operò eccidi di massa nella contea
di Baren nel 1990 e nella città di Ghulja nel 1997. Dal 1996 la Cina ha
lanciato violente campagne nel Turkestan Orientale e fino a oggi la
“guerra al terrorismo” è stata brandita come un’arma per evitare che gli
uighuri possano veder riconosciuto a livello internazionale il loro
sacrosanto diritto all’autodeterminazione.
Inoltre, essi hanno sofferto enormemente a causa dei tre decenni di test
nucleari nel Turkestan Orientale. Gli effetti delle 46 esplosioni in
atmosfera e nel sottosuolo condotte nel Lop Nor dal 1964 al 1996 non
compaiono nel libro bianco. Gli uighuri continuano a soffrire e a morire
per le radiazioni nucleari e l’inquinamento. L’incidenza dei tumori
nella regione è del 30% più elevata rispetto al resto della Repubblica
Popolare, e secondo i medici indipendenti ciò è il risultato dei test
nucleari. I casi di leucemia, linfoma maligno e tumore al polmone sono
in aumento. Otto bambini su dieci nei villaggi vicini ai quattro siti di
test nucleari a Lop Nur sono nati con labbro leporino, mentre sono
comuni malformazioni congenite come l’addome rigonfio.
Dal 1949, la presenza del PCC nel Turkestan Orientale è stata
contrassegnata da un massacro dopo l’altro, come quellt di Baren nel
1990, di Ghulja nel 1997, di Urumchi nel 2009. Si stima che circa un
milione di uighuri siano morti sotto il dominio comunista. Il PCC può
anche riscrivere la storia del Turkestan Orientale e infiorare la realtà
politica sotto il suo tallone; ma non cambierà il fatto che in Cina gli
uighuri hanno sofferto immensamente.
Questo popolo semplicemente non accetterà il brutale dominio del Partito
Comunista nel Turkestan Orientale e la sovranità cinese. Il PCC ha
tentato di occultare la questione uighura per 66 anni, ma essa è
diventata un argomento internazionale e uno dei maggiori problemi di
sicurezza interna per la Cina odierna. Il fatto è che la questione
uighura si risolverà soltanto se il PCC troverà la saggezza per dare
soddisfazione agli uighuri e alle altre popolazioni indigene del
Turkestan Orientale. La via da seguire consiste nel rivedere gli errori
del passato e cambiare radicalmente le politiche repressive, chiedendo
scusa al popolo uighuro per l’infame trattamento e garantendogli il
diritto all’autodeterminazione.
La Cina non potrà mai diventare una grande nazione se non riesce a
risolvere pacificamente i suoi problemi di politica interna. L’età degli
imperi è finita nel XX secolo grazie al processo di decolonizzazione
avviato dalle Nazioni Unite. La grandezza, per qualsiasi nazione del XXI
secolo, non consiste nel creare imperi artificiali occupando,
annettendo e colonizzando le altre nazioni e sottoponendo le loro genti a
sofferenze e morte, ma nel di rispettarne le scelte politiche in base
al diritto universalmente riconosciuto all’autodeterminazione.

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