Viaggi tra le etnie che scompaiono

  • I Rorogot dell’isola di Siberut
    Rorogot

    Oggi ridotti a 30 individui, sono rimasti isolati e sconosciuti per secoli.

  • Tra i Qeros delle Ande peruviane
    QerosAndePeruviane

    Conobbi i Qeros alcuni anni fa a Qoylloriti, la festa del ghiaccio. Erano accampati sulle cime più alte e si tenevano a distanza dal resto della folla per sottolineare di essere una comunità a sé stante. Da allora provai a contattarli ma non fu semplice. La risposta arrivò solo dopo mesi di tentativi e mediazioni.

  • Il mondo magico dei Matses
    Matses 2

    In un angolo ancora incontaminato dell’Amazzonia peruviana, il “popolo del giaguaro” è un prezioso gioiello etnico minacciato dalle multinazionali del petrolio

  • I Sateré Mawé e il rito della tucandeira
    I Sateré Mawé e il rito della tucandeira

    Il popolo Sateré Mawé vive al confine tra gli stati di Amazonas e di Pará del Brasile, lungo il corso del Rio delle Amazzoni nel municipio di Maués.

  • Reportage Laos
  • Reportage Vietnam
  • Reportage Cambogia
  • L’impressionante festival dei Nove Dèi Imperatori
    Festival dei 9 dei imperatori

    Atterro all’aeroporto di Phuket in una mattina piovosa. I miei pensieri sono contrastanti: da una parte sono fortemente incuriosito dal servizio fotografico che mi attende, essendo il tema qualcosa di insolito e scarsamente conosciuto; dall’altra parte quest’isola, famosa per la trasgressione, le discoteche e le spiagge, è quanto di più distante dal mio ideale di meta per un viaggio.
    L’autista dell’albergo mi aspetta col classico cartello all’uscita degli arrivi dell’aeroporto. Mi mostra il suo miglior sorriso e mi accompagna alla macchina. Percorriamo i circa 50 chilometri che separano l’aeroporto dal mio albergo, a Kata Beach, in mezzo a un traffico che potrebbe fare concorrenza a una Via Tiburtina all’ora di punta. Parte del problema è causato da decine di cantieri stradali, come se l’intera Phuket fosse in ristrutturazione. Dopo circa 2 ore arriviamo all’albergo. Una struttura senza troppe pretese, ma molto al di sopra dei miei normali standard. Mi accordo per l’affitto di uno scooter per tutto il tempo della mia permanenza. Il personale è prodigo di informazioni per quanto riguarda ristoranti e divertimenti, ma scarsamente informato sull’argomento ragione del mio viaggio; mi viene comunque fornito un opuscolo in inglese dove campeggia la scritta: “Phuket Vegetarian Festival”. Sapevo che era questo il nome con cui questa manifestazione era chiamata in Thailandia e adesso, dopo aver assistito ai rituali e alle prove alle quali si sono sottoposti gli adepti, non posso fare a meno di sorridere ripensando alla scelta di un nome tanto poco evocativo rispetto alla crudezza di tale evento.


    La mattina seguente inforco lo scooter e inizio il mio primo giro sotto un cielo plumbeo. Il festival tradizionalmente comincia alla vigilia del nono mese lunare del calendario cinese e dura nove giorni. Io sono arrivato in anticipo di qualche giorno per darmi il tempo di conoscere il territorio ed evitare di perdermi per Phuket alla ricerca dei luoghi che mi interessano quando il tempo non sarà dalla mia parte. Il Festival dei Nove Dèi Imperatori è una celebrazione taoista, ma non è celebrato in Cina. È un fenomeno appartenente solo ad alcuni Paesi del sud est asiatico, come Myanmar, Singapore, Malesia e Thailandia. Qui a Phuket è sostanzialmente seguito dai tailandesi con discendenza cinese, che sono circa il 35% della popolazione. Questo spiega i numerosi templi cinesi (san jao) eretti sull’isola in omaggio ai Nove Imperatori.

    Raggiungo il tempio Bang Neow che si trova a Phuket Town, caratterizzata dall’architettura coloniale. L’atmosfera che si respira è già quella della vigilia di un evento di enorme importanza. I manifesti del festival compaiono ovunque e la maggior parte della gente indossa già i tradizionali abiti bianchi. Io stesso mi procuro maglietta e pantaloni bianchi, dress code obbligatorio per poter assistere alle cerimonie. Per le principali arterie della città sono già dislocati migliaia di banchi dei venditori di cibo Je, ovvero di origine vegetale. Una delle dieci regole per i fedeli è infatti l’astenersi dal consumare carne per tutta la durata del festival.
    Il festival ha origine nel 1825 nel distretto di Khatu, a quel tempo ancora invaso dalla giungla, dove viveva la comunità cinese che estraeva lo stagno dalle miniere. Una compagnia di teatranti itineranti provenienti dalla Cina giunse a Khatu per intrattenere i minatori. L’intera compagnia contrasse un morbo sconosciuto e decise di adottare una dieta strettamente vegetariana per onorare due degli Dèi Imperatori: Kiew Ong Tai Teh e Yok Ong Sone Teh. Tutti i teatranti guarirono in breve tempo e gli abitanti di Kathu, sbalorditi, decisero di abbracciare la loro fede, considerandola la ragione di tale miracolo. I Nove Dèi Imperatori fanno parte del pantheon taoista e sono figli del Padre Imperatore Zhou Yu Dou Fu Yuan Jun e la Madre del Grande Carro Mu Yuan Jun che custodisce il Registro della Vita e della Morte. Il Grande Carro in questione è esattamente il raggruppamento di stelle più brillanti della costellazione dell’Orsa Maggiore. I Nove Dèi corrispondono infatti alle sette stelle visibili dell’Orsa Maggiore più due generalmente non visibili a occhio nudo.
    Il festival cade in un periodo poco propizio per i turisti, poiché in autunno, in particolare ad ottobre, le paradisiache spiagge di Phuket sono colpite dai monsoni. Dal giorno seguente al mio arrivo il mio soggiorno è stato funestato dalle improvvise piogge torrenziali tipiche del clima tropicale.
    Lascio l’albergo ogni mattina alle 4; in molti templi le attività cominciano alle 5 e non posso rischiare di perdere una cerimonia. Sono venuto per questo. Dopo pochi minuti in scooter poche gocce sulla faccia preannunciano l’apertura delle cateratte. In lontananza è ben visibile un muro d’acqua in rapido avvicinamento e prima che riesca anche solo a rallentare mi ritrovo in mezzo alla tempesta. Nonostante i teli incerati e la giacca impermeabile mi ritrovo totalmente fradicio in pochi istanti. Spesso sono costretto a fermarmi perché l’acqua battente mi impedisce di tenere gli occhi aperti. Appena guadagno un riparo il primo pensiero va all’attrezzatura fotografica. Ho coperto con un sacco di plastica lo zaino e sono stato attento a tenere il tutto sotto il mio incerato. In questo modo macchina e obiettivi sono rimasti sempre all’asciutto, al contrario di me.

    È la vigilia del festival e mi reco al tempio Jui Tui, vicino al mercato grande lungo la strada per la città. In tutti i templi, durante il pomeriggio del giorno precedente all’inizio del festival, viene celebrata la cerimonia di apertura. In mezzo a una folla oceanica, gli adepti issano a braccia e con l’ausilio di corde un lungo palo ricoperto di lamine dorate, chiamato Go Teng. Il palo ha la funzione di invitare gli dèi a scendere dal cielo e a raggiungere i fedeli. I festeggiamenti vanno avanti tutto il pomeriggio e, esattamente a mezzanotte, sul palo vengono appese nove lanterne, una per ogni Dio Imperatore: ha inizio il festival.
    Oltre all’elevazione del Go Teng, il festival si compone di numerosi e spettacolari rituali, nessuno dei quali è per deboli di stomaco. Bagni in olio bollente, speciali scale fatte di lame da percorrere a piedi nudi, camminate sui carboni ardenti ed esplosioni di petardi sui corpi nudi, fino alle più brutali e impressionanti perforazioni delle carni, tali da fare ribrezzo anche ai più accaniti sostenitori del body piercing.
    I protagonisti indiscussi di tali performance sono i Mah Song. Mah in lingua thai significa cavallo e, in questo caso, fa riferimento a come gli dèi usino i corpi di questi uomini come veicolo, incarnandosi in loro per tutta la durata del festival. I Mah Song manifestano poteri sovrannaturali e portano buona sorte alla comunità: attraverso i supplizi autoinflitti veicolano il male su se stessi, strappandolo agli altri. Si dividono in due categorie: i primi sono persone non sposate che sono state scelte dagli dèi per le loro qualità morali. Gli altri invece hanno avuto la premonizione di un sacerdote riguardo alla loro morte imminente. L’unica speranza per prolungare la loro vita è affrontare le prove del festival e, di conseguenza, purificarsi.
    I templi sono ricolmi di offerte e statue dell’immenso pantheon taoista. Ognuna di loro rappresenta un potenziale dio che entrerà nel corpo del proprio prescelto. Alcune hanno il volto coperto in attesa di scegliere il Mah Song più meritevole. Alle prime luci dell’alba l’aria si riempie di suoni dei gong e delle campanelle, e uomini, donne e persino qualche bambino fanno il loro ingresso nel tempio, in direzione dell’altare. Muovono la testa da destra a sinistra, in modo ipnotico. Hanno gli occhi ribaltati ed emettono suoni innaturali. In piena trance raggiungono, chi danzando, chi correndo, le statue degli dèi e colpiscono violentemente l’altare con le mani aperte, come dei forsennati. Gli addetti del tempio procedono alla vestizione degli aspiranti Mah Song con grembiuli riccamente ornati e ricamati. Quando gli dèi prendono possesso dei loro corpi i Mah Song hanno un sussulto e si precipitano fuori dal tempio. Ora possono affrontare ogni tipo di tortura, poiché il dio, se il posseduto si dimostrerà sufficientemente puro, non gli farà provare dolore.
    Uno dopo l’altro raggiungono il piazzale antistante il tempio. Il dio che li cavalca ha già scelto per loro il tipo di supplizio che dovranno affrontare per dimostrare di essere degni di lui. Assisto, tra l’incredulo e l’affascinato, a una sorta di danza ancestrale dove decine di posseduti si percuotono con bastoni, si fustigano con fascine di salice incendiate e si infliggono profondi tagli nella lingua con accette affilate. Ma lo spettacolo più raccapricciante mi viene offerto da coloro che hanno tranquillamente preso posto sulle sedie di plastica sparse nel piazzale. Questo genere di lesione non può essere eseguita in autonomia, quindi ognuno di loro si avvale dell’aiuto di un reduce di precedenti edizioni del festival e Mah Song a sua volta negli anni passati. Spesso è un parente, un amico o semplicemente un esperto che ha eseguito centinaia di volte questa operazione. Armato di un lungo punteruolo metallico pratica delle lacerazioni nelle guance del posseduto, affondando il cono d’acciaio nella carne tanto quanto il foro dev’essere grande. Questo perché il taglio è propedeutico all’inserimento di oggetti sacri al dio, come spade, pugnali, lance, ma anche piante, armi da fuoco, eliche di navi, attrezzi da giardinaggio, pali con stendardi e qualsiasi altro oggetto di uso comune dalla forma atta allo scopo.
    Alle origini del festival le perforazioni avvenivano esclusivamente con dei grossi aghi (più simili a spilloni) la cui impugnatura aveva scolpita in legno la testa di un dio. E ancora oggi i templi più ortodossi si limitano a questo tipo di supplizio. La cosa, mi spiegano, è degenerata negli ultimi anni, quando templi più giovani hanno deciso di adottare oggetti più grandi e più scenografici al fine di dimostrare che i loro dèi sono più importanti, secondo l’equazione “dolore più grande = dio più potente”.
    Io stesso sono in preda a una sorta di trance e scatto fotografie ai Mah Song e agli assistenti come se non mi trovassi davvero li, come se la macchina fotografica fosse una barriera tra me e quel mondo sconcertante. In effetti in quel momento le sensazioni sono assenti, distanti. Mi renderò realmente conto dell’esperienza soltanto a casa, riguardando le fotografie.
    Il preposto all’operazione indossa guanti di lattice, il punteruolo e gli inserti vengono disinfettati; nonostante questo siamo molto lontani dagli standard igienici occidentali. Quando entrambe le guance sono state perforate il posseduto ha già dimostrato la sua purezza d’animo se ha resistito fino a quel punto senza provare dolore. Chi non è degno abbandona prima o nel corso di questa operazione, come mi è capitato di assistere. Uno dei prescelti non aveva evidentemente raggiunto quello stato di ipnosi che gli impedisce di accorgersi del dolore e, dopo che la punta era penetrata per pochi centimetri, lo vidi contorcersi dalla sofferenza e chiedere di abbandonare.
    In base all’oggetto scelto come inserto può essere necessario l’aiuto di una o più persone oltre a colui che pratica i tagli. Il Mah Song deve affrontare una lunga processione per le strade di Phuket (anche decine di chilometri) con le guance aperte e oggetti a volte pesanti o ingombranti, tenuti di traverso alla bocca. Per questa ragione quasi tutti vengono accompagnati in processione da amici e parenti che controllano che non si procuri danni ancora più gravi.
    Per quanto strano possa sembrare i tagli sulle guance non sanguinano quasi mai. Potere del dio o bravura di chi esegue l’operazione? Difficile stabilirlo. Quello che è ancora più strano, e che chiunque mi ha confermato con forza, è la miracolosa guarigione delle ferite che avviene in modo naturale in pochi giorni. Le cicatrici di chi, negli anni passati, ha subìto questa pratica sono ben visibili, ma nessuno di loro ha applicato nulla di più terapeutico di un semplice cerotto.

    Ogni dio ha caratteristiche proprie e le trasmette al posseduto come se ne muovesse il corpo a mo’ di burattinaio. Alcuni parlano solo cinese, mentre altri agiscono da folli, se il dio è famoso per la sua pazzia. Alcune donne sono possedute da divinità infantili e si comportano come bambine, altre spargono fiori e acqua benedetta poiché la dea che le possiede è fondamentalmente positiva. Molti sono irascibili e possono diventare violenti. Tutte le cerimonie e le processioni sono accompagnate da rumori forti: canti, urla e strepiti, fuochi d’artificio e amplificatori a tutto volume che riproducono canti sacri registrati riempiono i templi e le strade di Phuket per nove giorni. Più rumore c’è e meglio è, perché il frastuono tiene lontani gli spiriti maligni. Questo si traduce in un girone infernale dove si combatte una battaglia a colpi di decibel. Inutile dire che i tappi di cera sono stati i miei migliori alleati per tutto il reportage.

    Il festival si conclude con la processione finale del nono giorno. La più grande, la più rumorosa, la più incredibile. Mi apposto nei pressi del municipio, sulla strada principale di Phuket Town. È tardo pomeriggio, ma so che la processione finirà a notte fonda. Mi è stato consigliato, oltre agli immancabili tappi per le orecchie, una mascherina per filtrare il fumo. Inoltre proteggo la macchina fotografica ricoprendola con più strati di cellophane. Lungo la strada i fedeli hanno approntato dei tavoli con le offerte, costituite da frutta fresca, tazze di tè e dolci.
    Durante questa processione i Mah Song di tutti i templi convergono al centro della città per poi sfilare in direzione del tempio di Sapam, che si affaccia sulla baia omonima. L’arrivo della processione è ampiamente annunciato dallo scoppio dei petardi: rosse cartuccere appese a pali alti fino a tre metri, che esplodono in sequenza dal basso verso l’alto, guizzando e contorcendosi come un serpente sputante fiamme e fumo. Altri petardi rivestono totalmente gli enormi baldacchini che portano le statue degli dèi. Anche questi vengono fatti detonare, noncuranti dei portatori che vengono investiti dalle esplosioni. I Mah Song, scalzi e seminudi, invitano i fedeli a lanciare i petardi sui loro corpi: non temono il dolore o le ferite, poiché il loro dio li protegge. Ben presto l’ambiente è totalmente saturo del fumo delle esplosioni e, nonostante la mascherina, sono costretto ad allontanarmi spesso dalla strada per respirare. Tutto intorno a me è un crepitare di petardi, qualcuno afferra un bambino pochi istanti prima che una piccola bomba di carta esploda ai suoi piedi. I fedeli invitano i posseduti a bere e mangiare al loro desco, poiché l’offerta gli porterà fortuna; altri domandano i numeri che giocheranno alla lotteria. Dopo molte ore il corteo, composto da migliaia di persone, si allontana, le esplosioni cessano e il fumo, lentamente, si dissipa. La strada è totalmente ricoperta di uno strato di carta rossa, residuo dei milioni di petardi fatti esplodere. Il festival dei Nove Dèi Imperatori si è concluso anche quest’anno. Da domani i Mah Song torneranno alle loro consuete attività. Per nove giorni sono stati i protagonisti assoluti di uno spettacolo mistico che avrà forti ripercussioni sulla loro vita, poiché venire cavalcati da un dio, a Phuket, non è per uomini comuni.

     

  • Bhopal, trent’anni di agonia

    foto di Stefano Rosati

    Corrono gli anni settanta quando la Union Carbide, leader mondiale nella produzione di pesticidi per l’agricoltura, decide di aprire una filiale indiana. Con un mercato tanto vasto da sfruttare, sembra che la presenza diretta sul territorio sia più proficua, così in tutta fretta apre i battenti quella che i miserandi indiani definiscono “la bella fabbrica”. Non hanno mai visto nulla di simile, e la accolgono come una splendida occasione di sopravvivenza e di riscatto.
    La scelta cade su un’area ai margini dell’antica città di Bhopal, capitale del Madhya Pradesh, a 500 metri di altitudine, con un milione di abitanti (oggi quasi un milione e mezzo) a maggioranza musulmana. La città conserva le vestigia di una civiltà evoluta governata per un secolo da quattro sovrane musulmane illuminate, le Begun: discendenti del tollerante e progressista Impero Moghul, avevano imposto l’istruzione gratuita, l’emancipazione delle donne e l’aggregazione del popolo attraverso le arti.


    Con la connivenza delle autorità locali e di alte sfere dell’amministrazione statale, arriva il permesso di impiantare la fabbrica nel luogo prescelto, una vasta area soprannominata “spianata nera” ad alta densità abitativa. Il quartiere periferico si trova in prossimità della ferrovia e adiacente a uno slum, l’Orya Basti, una delle baraccopoli in cui milioni di indiani vivono sotto la soglia della povertà eppure, nonostante il degrado, con incomparabile dignità.
    La compagnia, che all’insegna della losanga bianca e blu ha fatto della sicurezza il proprio motto, si dimostra subito generosa e tollerante nei confronti dei propri dipendenti. Il prodotto inventato nei laboratori di ricerca americani si chiama Sevin e, a quanto dicono gli scienziati che vi hanno lavorato a lungo, è un vero gioiello della chimica moderna che può essere anche spruzzato sugli abiti e persino ingerito senza provocare danni, destinato quindi a soppiantare il pericoloso ddt.
    Nell’ambiziosa quanto faraonica progettazione, gli amministratori prevedono un ciclo continuo in modo da ridurre lo stoccaggio di quantità di sostanze chimiche ad alto rischio di tossicità, tra le quali il letale isocianato di metile (o MIC).
    L’impianto non raggiungerà mai la piena capacità produttiva per il quale è stato progettato – cinquemila tonnellate di Sevin all’anno – poiché i contadini indiani, in continua lotta con siccità e inondazioni, non hanno risorse sufficienti per far fronte anche all’attacco dei parassiti. Il gigantesco mercato del sub-continente indiano non riesce ad assorbire le quantità di prodotto stimata dalla società statunitense, sicché i magazzini e soprattutto le cisterne della fabbrica si riempiono all’inverosimile, o meglio alla follia.
    All’inizio degli anni ottanta vengono progressivamente abbandonati tutti i sistemi di controllo, fino alla chiusura definitiva dello stabilimento. I pannelli di monitoraggio e le tubature corrose non sono sostituiti, l’impianto di refrigerazione delle vasche interrate che contengono il MIC viene disattivato, malgrado gli avvertimenti che il liquido deve essere conservato a una temperatura costante attorno ai zero gradi; e infine viene spenta la fiamma pilota che arde in cima alla torre di combustione, destinata a bruciare i gas che dovessero accidentalmente fuoruscire. Restano anche ingenti quantità di sostanze chimiche stoccate nei magazzini e nelle cisterne, poiché è opinione della società che uno stabilimento non funzionante non possa provocare danni o nuocere a nessuno.
    Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, durante il lavaggio di alcune tubature di scarico da parte dei pochi lavoratori destinati a sorvegliare lo stabilimento e a un minimo di manutenzione degli impianti, l’acqua entra in contatto con il MIC sprigionando una devastante reazione chimica a catena.
    Gli operai, inesperti e senza addestramento poiché provenienti da un altro stabilimento, non comprendono la gravità della situazione, che si manifesta con la diffusione nell’aria di un pestilenziale odore di cavolo lesso.
    La corrosione dei giunti e delle tubature permette all’acqua, che non riesce a defluire dai tubi di scarico, di penetrare nella vasca più grande dove giacciono circa quaranta tonnellate di MIC. A quel punto qualsiasi provvedimento è vano: si sprigiona una gigantesca nube tossica che viene vomitata fuori dalla fabbrica.
    I venti inizialmente spingono la nube sulla baraccopoli, provocando la morte pressoché istantanea di migliaia di persone. Non viene risparmiata neppure la vicina stazione, affollatissima, dove gli addetti allo scambio ferroviario tentano invano dapprima di fermare i treni in arrivo, poi di far proseguire i vagoni pieni di gente fuori dalla nube tossica.
    Gli effetti dell’aria avvelenata sono micidiali e non danno scampo: difficoltà respiratoria, cecità completa, morte immediata. Un’apocalisse di convulsioni e soffocamenti nel sonno o nella fuga. Le donne perdono i figli ancora in grembo durante la folle corsa per sfuggire, inutilmente, all’ecatombe.
    La Union Carbide asserì che quella notte ci furono 3800 decessi, i sopravvissuti stimarono 8000 morti sulla base delle testimonianze raccolte, gli operatori comunali che raccolsero i corpi raccontarono di 15000 cadaveri seppelliti in fosse comuni o bruciati su pire di massa. In verità nessuno potrà mai dire quante persone abbiano perso la vita nel disastro.

    Bhopal oggi

    Sbarco a Bhopal una mattina presto di novembre. Il monsone è ormai passato e un autista di risciò mi spiega, additando un corteo di donne in sari sgargianti, che questo è un periodo propizio per i matrimoni.
    L’India è innanzi tutto un luogo fatto di umanità dove si incontrano persone a qualsiasi ora del giorno e della notte, e questa città non fa eccezione. Eppure c’è un attimo in cui ogni abitato sembra svegliarsi e animarsi, il momento in cui aprono le botteghe e la gente esce per andare a lavorare. Quello, in India, è il caos portato all’esasperazione, eccessivo ed estremo come ogni suo aspetto. Ma adesso è ancora presto, il sole ha appena iniziato a riscaldare l’aria e dorare le case, ed esco dal mio albergo per immettermi nella strada polverosa e iniziare la visita della città. Più tardi, ripassando da quella stessa strada, troverò un traffico frenetico.
    Solo i libri di storia sembrano conservare gli splendori di questa città. L’inquinamento, per altro tipico di tanti altri centri dell’India, aleggia come un monumento all’incidente che l’ha sconvolta trent’anni fa.
    Il caotico quartiere musulmano non riserva niente di diverso con le sue anonime e fatiscenti moschee. Nel mercato si trovano le solite macellerie che espongono le carni all’aperto, affiancate da negozi di stoviglie in rame e sartorie dove si cuciono sari dietro ridicoli cartelloni pubblicitari di abbigliamento all’occidentale.
    I motorini si districano tra i pedoni e i carretti dei venditori ambulanti di frutta a noi sconosciuta. Templi induisti a ogni angolo, dove si trova sempre qualcuno a fare un’offerta e pregare chissà quale divinità. E anche qui capita che qualcuno ti fermi per farsi fotografare, un sorriso donato senza chiedere niente in cambio, lo scatto di un attimo destinato a disperdersi come il fiore lasciato alla corrente del fiume ogni mattina per il rituale di preghiere sui ghat, le scalinate che portano all’acqua. Anche questo è India, dove tutto ha valore ma niente è essenziale.
    Altrettanto senza pretese è il mio desiderio di cercare i luoghi della memoria che hanno reso Bhopal tristemente celebre nel mondo, ma è una testimonianza che trovo, piuttosto, scolpita nell’umanità che ancora porta addosso i segni della catastrofe. Non è solo un infausto ricordo ad aleggiare in città, bensì una realtà tangibile nella sofferenza delle persone.
    Come prima tappa raggiungo la stazione ferroviaria, che nel mio immaginario rappresenta l’estremo tentativo di salvataggio di vite umane in quella notte del 1984. Guardando lungo i binari, mi figuro l’eroico capostazione che da solo cerca di fermare un treno in arrivo correndogli incontro con una lanterna in mano. Ma ecco irrompere la realtà sferragliante di un convoglio che arriva in stazione, trainato da una lunga motrice d’altri tempi che dà un senso di robustezza e potenza. La motrice è adorna di lustrini e ghirlande di paillettes, una simpatica stranezza che si può trovare soltanto in India.
    Oggi la stazione di Bhopal è indubbiamente stata modernizzata, ha persino una sopraelevata pedonale che conduce ai vari binari. Ma questa è la terra dei contrasti, dove il moderno si fonde con l’antico, dove il nuovo nasce già vecchio, dove l’innovazione non cancella la storia: così sulle banchine si trovano intere famiglie con enormi bagagli in attesa dei treni, e sui marciapiedi si vedono disperati dormire avvolti in una semplice coperta, ossia tutto ciò che possiedono.
    In fondo alla stazione, però, si erge ancora la palazzina che ospitò decine di persone in cerca di riparo dalla nube tossica che quella notte stava abbracciando mortalmente Bhopal. E prima che due solerti poliziotti, i kalashnikov imbracciati con fierezza, “disarmino” la mia macchina fotografica intimandomi di allontanarmi, riesco a scattare una foto dell’edificio che sembra dimenticato in quell’angolo di stazione.

    La clinica

    In questi ultimi trent’anni, Bhopal è stata un proliferare di cliniche: il bisogno aguzza l’ingegno, o meglio la disperazione muove l’imprenditoria. Lo studio di una commissione medica internazionale ha stimato che ci sono più posti letto ospedalieri pro capite a Bhopal che in ogni altra città del mondo. Eppure c’è una clinica, nata all’alba di questo trentennio, che cura gratuitamente i sopravvissuti all’incidente e chi ancora patisce i postumi della contaminazione: i figli dei figli che nascono già malati, deformi o con tumori. Le malattie, qui, si tramandano come una maledetta eredità cromosomica.
    Non è facile trovare la Sambhavna Clinic nel dedalo di stradine polverose e sconnesse del centro città. Il nome è una parola composta in sanscrito e hindi che significa possibilità e compassione. La clinica si è trasferita otto anni fa in questa nuova sede, un appezzamento di terreno di circa un ettaro proprio nel cuore della zona maggiormente colpita dai gas. Circondata da alberi e piante rampicanti che le danno l’aspetto di un’oasi di pace, rappresenta una tranquilla realtà ecosostenibile dove le vittime della nube vengono accolte e curate dagli oltre cinquanta membri del personale. Molti dipendenti sono a loro volta sopravvissuti che mettono al servizio degli altri sia la loro tragica esperienza, sia la formazione professionale ricevuta dei medici che negli anni hanno prestato la loro opera.
    Sul registro che firmo all’ingresso, risulta che non sono l’unico europeo capitato qui negli ultimi giorni: un sollievo pensare che, per quanto distante, qualcuno non ha dimenticato la spaventosa tragedia di Bhopal. Una ragazza attende di entrare, probabilmente per un consulto, come immagino dala sua evidente apprensione. La guardia mi saluta con un sorriso e, dopo aver chiesto il motivo della visita, mi conduce nell’ufficio di una funzionaria, la signora Shahanaj. La signora, gentilissima, mi dà il permesso di visitare e fotografare la clinica; e, in un inglese impeccabile, mi concede anche una breve conversazione.
    Apprendo così che nella struttura si coltivano novanta qualità di piante necessarie per produrre farmaci ayurvedici. La tradizionale medicina ayurvedica, utilizzata fin dalla protostoria e normalmente praticata in India, al punto di essere parte integrante della sanità pubblica, viene affiancata dalla medicina occidentale soprattutto quando si richiedono interventi ginecologici e psichiatrici.
    Il tempo di conversare sta scadendo e Shahanaj mi invita a seguirla nell’infermeria, con una determinazione vestita da un sorriso smagliante. È un comportamento squisitamente indiano, che abbina la forza di una decisione a una smisurata dolcezza nell’esprimerla; per certi aspetti disarmante per noi occidentali, ma apprezzabile nel contenuto quanto affascinante nella forma. Shahanaj non ha nulla da nascondere, soltanto un sacco di cose da fare… e per fortuna, penso, che c’è ancora qualcuno che si impegna. Era importante permettermi di conoscere, e quindi divulgare, la triste realtà di quest’angolo di mondo, ma adesso tocca alle persone che, in una lunga fila, attendono pazientemente i farmaci per curarsi.
    Le due stanze dell’infermeria traboccano di scatole di medicinali e barattoli di polveri ayurvediche, e Shahanaj maneggia tutto con padronanza. Mi spiega che anche la loro distribuzione fa parte del suo lavoro, e la mia impressione è che lo svolga con leggiadra disinvoltura avvolta nel suo semplice sari. Le persone che si succedono dietro il vetro dello sportello portano sul volto i segni della sofferenza, mentre attendono muti che Shahanaj porga loro una scatola o una boccetta, decisa nel gesto quanto generosa nel donare sorrisi, quasi siano parte della cura.
    Neppure il dottor Sarangi, uno dei fondatori della clinica, ha molto tempo da dedicarmi, eppure ha voluto conoscermi. Anche lui è impegnatissimo con le visite e mi riceve in una semplice stanza in cui alcuni pazienti attendono di parlargli.
    Sembra che sappia già tutto delle mie intenzioni. Telepatia? O più probabilmente esperienza dei precedenti visitatori occidentali? Fatto sta che senza chiedermi nulla si siede a un vecchio computer e scrive una lettera di raccomandazione da presentare all’ufficio di polizia che rilascia i visti di ingresso al sito della Union Carbide, oggi terreno di proprietà governativa sotto il controllo della pubblica sicurezza. Mi congedo stringendogli la mano e poi posando la mia sul cuore, come usa in India per ringrazire.

    Nella pancia del “mostro”

    L’incontro con la burocrazia e l’indolenza indiana è ben più difficoltoso, rispetto ai sorrisi bonari concessi nella clinica. Fermamente deciso a ottenere il visto di ingresso al sito della Union Carbide, adotto il metodo indiano della non violenza con gli stessi indiani. Non accetto il rifiuto opposto così, senza alcuna giustificazione, e continuo – irremovibile ma sempre col sorriso sulle labbra – a perorare la mia causa davanti ai tre funzionari e all’attendente, un vecchietto sdentato e scalzo che si occupa delle fotocopie. Alla fine la spunto, ottengo il lasciapassare per la visita alla fabbrica. Prima di uscire, mi precisano che il documento contiene anche il pieno scarico di responsabilità per il governo indiano. Peccato sia scritto in hindi, quindi illeggibile per me che pure l’ho firmato (scoprirò più tardi, grazie alla traduzione di un amico indiano, che non avrei potuto fare fotografie all’interno del complesso).
    Entrando in quel vecchio muro di recinzione, suggestione o meno che sia, provo un certo timore nel calpestare il terreno. Percorro il lungo viale con il fiato sospeso, seguendo la strada che porta ai resti della torre ancora visibile a distanza. Dopo alcune curve, mi appare il grande mostro: non rimane che lo scheletro di tubi arrugginiti, con le vasche di stoccaggio dei mortali liquidi chimici. La boscaglia che avanza sembra inghiottire i resti della fabbrica, quasi volesse cancellare le tracce dell’immane disastro.
    Il poliziotto che mi segue provvede a ricordarmi i rischi che si corrono entrando nel complesso e che è assolutamente proibito salire sulle scale superstiti, quindi si dilegua con il cellulare in mano. Lo rivedrò solo più tardi, all’uscita, per offrirmi – naturalmente dietro pagamento – un passaggio con il motorino che rifiuterò cortesemente.
    Il silenzio regna sovrano. Percorrendo i resti degli edifici, si ode soltanto il rumore dei passi che sbriciolano le macerie crollate e il crepitio della ruggine che di tanto in tanto nevica sui capelli. Non c’è molto da scoprire, è tutto qui ciò che resta del gioiello di ingegneria dell’industria chimica. Inutile anche chiedersi a cosa servisse quel dedalo di tubature, il fascino adesso è dato soltanto dalla luce del tramonto che infuoca i toni bruniti del metallo ossidato.
    Mentre mi incammino verso l’uscita, mi tornano in mente certe storie legate al sito che ho letto recentemente in un articolo. Bambini che, intrufolatisi nei buchi della recinzione, sono stati visti giocare tra le macerie, disperati in cerca di materiale da riciclare o per costruirsi baracche, persino una donna che pascolava il gregge di capre, perché evidentemente la fame non teme l’inquinamento.

    Assassini in colletto bianco

    Le stime odierne parlano di circa 120.000 malati cronici, mentre negli anni sono morte oltre 25.000 persone per malattie da imputarsi alla diretta esposizione ai gas e indirettamente all’inquinamento ambientale.
    La Union Carbide è stata acquistata nel 2001 dalla multinazionale Dow Chemical, acquisendo attività e passività, ma anche la nuova proprietà si è sempre rifiutata di ripulire il sito, risarcire adeguatamente le vittime e rivelare i dati di ricerca sulla composizione delle sostanze chimiche utilizzate nella fabbrica di Bhopal, adducendo la motivazione che si tratta di un segreto industriale e che comunque responsabile
    dell’incidente non è la Dow. Intanto, mentre vecchi e nuovi dirigenti eludono colpe e rigettano responsabilità con spietata riluttanza, per quel segreto industriale ancora oggi muoiono persone ogni giorno. Eppure Dow Chemical si è assunta la responsabilità della Union Carbide nel caso di esposizione all’amianto negli Stati Uniti: viene da domandarsi, perché negarla in India?
    Condividere le informazioni aiuterebbe certamente a curare gli effetti. In aggiunta, occorre registrare il fallimento del sistema ufficiale di cure approntato dall’assistenza sanitaria nazionale e la sospensione nel 1994 da parte del governo indiano di tutte le ricerche sul monitoraggio della salute a lungo termine. Un disastroso passaggio dall’impotenza all’indifferenza. In ogni caso, la Sambhavna Clinic ha sempre rifiutato finanziamenti da aziende e governi, in quanto trattare con queste realtà economiche e con la loro falsa filantropia significherebbe sottostare a inevitabili richieste di una contropartita.
    A fronte di una richiesta per danni di tre miliardi di dollari da parte dei comitati per le vittime, la Union Carbide versò nel 1989 una somma di 470 milioni di dollari, ovvero una cifra pari a circa 500 dollari per famiglia superstite. L’amministratore delegato Warren Anderson fu dichiarato contumace dalla magistratura indiana in quanto non si presentò mai davanti alla corte che lo accusava di strage. Dal canto suo il governo indiano esitò a formalizzare l’estradizione per paura di effetti negativi sugli investimenti stranieri.
    Anderson è morto da tranquillo pensionato nel 2014 nel suo “esilio dorato” degli Hamptons, ancora latitante in seguito a una condanna per omicidio da parte della giustizia indiana.
    Non c’è da biasimare la popolazione locale se ha perso fiducia nei politici nazionali, né stupisce il rassegnato risentimento verso la giustizia internazionale. A questo punto, laddove neppure milioni di morti fanno più notizia, pare ovvio che nel sistema della globalizzazione le strutture giuridiche internazionali proteggono soltanto le multinazionali.
    Ma non è finita: le falde acquifere, per un vasto raggio dall’epicentro dell’incidente, sono contaminate tanto in profondità che persino una bonifica radicale sarebbe vana. L’implicazione è palese: bere e lavarsi con acqua infetta provoca danni irreparabili alla salute. Insomma, definire quello di Bhopal il più grave incidente industriale nella storia del mondo suona come un eufemismo. E, come si dice qui, i fortunati sono i morti, gli sfortunati i sopravvissuti.

  • In viaggio verso l’Ucraina in guerra – prima puntata
    ucraina-militari-donetsk

    Foto di Valerio Raffaele

    Sabato 27 dicembre. L’appuntamento è per le undici al piazzale delle Ferrovie Nord di Varese. Un furgone bianco monovolume entra dalla corsia degli autobus fermandosi a lato del marciapiede. La donna seduta sul lato del passeggero si guarda intorno, scende dal mezzo e si dilegua nella stazione. Mi avvicino per controllare la targa. Ivan mi ha detto al telefono l’altroieri che il numero è 5100. Su questo c’è la fatidica sigla UA ma il numero è un altro. Per sicurezza mi avvicino al lato del guidatore per chiedere informazioni. L’uomo al volante abbassa il finestrino e sussurra qualche parola a bassa voce scuotendo timidamente la testa mentre gli sguardi curiosi di quelli seduti dietro mi fissano. Non è il furgone giusto. Ivan mi ha dato il numero preciso della targa perchè il sabato è il giorno delle partenze e sono diversi i mezzi diretti in Ucraina. Ivan è il contatto tramite il quale la mia alunna Julia mi ha prenotato un posto per raggiungere l’Ucraina al seguito degli immigrati di quel paese che vivono e lavorano all’ombra delle Prealpi. Lui è solo uno dei tanti “portantini” che fanno la spola ogni settimana tra Varese e l’Est Europa. Via terra. Oltre duemila chilometri attraverso il Nord Italia, la Slovenia, l’Ungheria, fino a Chernivtsi, capoluogo della Bucovina ucraina. Chiamo il numero che Julia mi ha dato per contattare gli autisti. Dall’altro capo del cellulare risponde la voce di qualcuno che sembra essere appena cascato dal letto. L’uomo bofonchia qualche parola sul fatto che da lì a un ora in un momento non meglio precisato sarebbe arrivato. Niente di sorprendente, non c’è in Europa Orientale nulla di più elastico e vago che l’idea di orario. A mezzogiorno finalmente squilla il telefono. Faccio appena in tempo a rispondere che distante qualche metro vedo un uomo che alza un braccio nella mia direzione. Eccolo Ivan, diverso da come me lo aspettavo. Un uomo con la faccia da ragazzo vestito con jeans e scarpe alla moda, lucide e nere. Carico il mio zaino nel bagagliaio dell’auto, una Mercedes nera a otto posti con i finestrini scuri posteriori. Il numero di targa è un altro, ma anche per questo non c’è da sorprendersi. Si avvicina a noi un tipo alto con i capelli neri e il naso lungo e appuntito insieme a due donne e a un uomo più anziano. Questi lo salutano con tanto di baci, abbracci e parole che seppur incomprensibili alle mie orecchie sanno tanto di raccomandazioni e ammonimenti.

    Andrei-Bogodian-Saronno

    Saronno: Andrei Bogodian e il van Mercedes che ci porterà in Ucraina.

    Lasciamo Piazzale Trento e Trieste e ci mettiamo in marcia. A bordo al momento siamo solo noi tre. Il ragazzo alto si chiama Andrei, ha 28 anni e un cognome, Bogodian, che tradisce una provenienza quasi certa. “Sei armeno?”, gli chiedo. Lui si schermisce dietro un sorriso enigmatico e risponde che è rumeno. Questa è stata la sua prima visita ai piedi del Sacro Monte dove la madre fa l’assistente domiciliare in casa di un’anziana. A Chernivtsi lavora per il comune nel controllo della qualità delle acque. “Ma in passato ho fatto pure io l’insegnante, appena finite le scuole, mentre andavo all’università. Insegnavo matematica, avevo 17 anni quando ho iniziato. Ho smesso solo l’anno scorso”, mi dice in un discreto italiano, imparato grazie ai primi rudimenti che la madre gli ha passato, mentre siamo fermi a Saronno nel parcheggio dei vigili del fuoco appena fuori dall’uscita dell’autostrada. Ivan intanto è alle prese con il suo cellulare che continua a squillare. Pochi minuti e ci raggiungono Natascia Popova e la figlia Anja di 7 anni. Gabriele, il marito italiano della donna e padre della piccola, le saluta affettuosamente prima della partenza.
    Imbocchiamo la A9 in direzione di Como e usciamo al casello di Lomazzo Nord. Raggiungiamo Appiano Gentile dove parcheggiamo in una stradina laterale alla piazza principale del paese. Ivan scompare furtivo dietro l’angolo di una casa. Ricompare altrettanto velocemente dopo pochi minuti. Giusto il tempo di permettere a due donne di caricare l’auto con i pacchi e i bagagli che si portano appresso. La più anziana delle due è Elena Kuriliak, ha 70 anni ed è in Italia dal 2000. Ha lavorato a Venezia e a Milano prima di arrivare ad Appiano Gentile dove cura un’anziana di 94 anni. “In Ucraina lavoravo la terra in una comunità di stato”, mi dice quando siamo ripartiti. Erano i vecchi kolkoz d’epoca sovietica che fecero dell’Ucraina il vero e proprio granaio dell’URSS. L’altra signora si chiama Mila P., ha 43 anni e in patria faceva la postina. Più diffidente dell’amica, si rifiuta di dirmi il suo cognome. In Italia ha lavorato tra Varese, Bergamo e Como. Ora cura una signora di 78 anni. “Prima però ho badato per parecchio tempo a una giornalista della ‘Gazzetta dello Sport’ che era malata di sclerosi”, mi dice in un italiano più che mai fluente. Come quello di Elena, originaria di Boiani, un piccolo villaggio a est di Chernivtsi. Mila invece è di Rakidna, un villaggio ancor più minuscolo, neanche riportato sulla carta dell’Ucraina che mi sono portato dietro.

    Sosta-carico-Bergamo

    Tappa a Bergamo. dove le merci delle nuove passeggere vengono pesate e caricate.

    Ivan pigia di buona lena sul pedale dell’acceleratore di nuovo in direzione di Milano, dove prendiamo l’autostrada per Venezia. Dietro di me c’è ancora un posto libero. Dubito che siamo al completo. Infatti all’altezza di Bergamo usciamo dall’autostrada. Dopo una serie infinita di deviazioni ci fermiamo in una strada senza uscita alla periferia della città circondata da giardini e alte palazzine dove avviene la messa a punto finale del viaggio. Un grosso furgone bianco con rimorchio parcheggia dietro di noi. La porta laterale scorrevole si apre e delle persone scendono in strada mentre altri accorrono dai marciapiedi chiamati dalle telefonate di Ivan che si è attaccato di nuovo al cellulare. Una donna corre ad abbracciare Mila. Si conoscono, in Ucraina vivono nello stesso paese, nell’introvabile Rakidna. Altri parlano tra di loro, tra sorrisi e strette di mani. L’atmosfera è familiare, tutti sembrano conoscersi. È la trafila migratoria dai contorni di una diaspora che per un momento si riunisce. “E quando andiamo in ferie le sostitute ce le troviamo noi. Non vogliamo fare brutta figura”, ci tiene a precisare Tanja, una di coloro che sono appena accorse. Tanja è venuta insieme a sua sorella Natascia ad accompagnare la nipote che approfitta delle vacanze di Natale per andare a far visita in patria al figlio diciottenne. “È preoccupata per le notizie che arrivano dall’Ucraina. Arruolano i giovani per andare a combattere contro i russi nell’Est”, mi dicono le due donne, deluse per il fatto che qui in Italia non si parli più di ciò che sta accadendo nel loro Paese dove la gente muore ancora nonostante nel Donbas, la regione dove si combatte, sia in vigore sulla carta il cessate il fuoco. “Anche le madri russe sono preoccupate come le nostre. Da un giorno all’altro i loro figli vengono chiamati a partire non si sa per dove. E molti non fanno più ritorno. Le televisioni russe hanno fatto vedere immagini di mezzi meccanici che scavano grosse buche dove vengono gettati tutti assieme i corpi dei morti. È terribile”.
    Andrei ci racconta che un medico suo amico di Chernivtsi andato a fare il volontario a Donets’k ha visto ferite e sofferenze infinite tra i militari e i civili. Le fosse comuni, i dolori e le piaghe di una guerra caduta nel dimenticatoio dei media italiani feriscono i cuori delle emigrate che lavorano alle nostre latitudini e che vivono costantemente in apprensione per la sorte dei familiari. Anche se dalle loro zone di provenienza non si combatte, è in Ucraina Occidentale che il governo cerca forze fresche da inviare al fronte.
    Tanja è arrivata in Italia tredici anni fa, al seguito della sorella. Ora che la nipote torna a casa sarà lei a sostituirla per questo breve periodo. “Sono rimasta senza lavoro. Il mio vecchietto è morto”, mi dice con una voce che ha preso qualche tonalità delle vallate bergamasche. “Intanto cercherò di farmi conoscere nel paese”. Una comunità quella ucraina che si regge quasi interamente sul passaparola. “Ci sono delle associazioni a cui rivolgersi quando siamo senza lavoro. Però dandoci una mano l’una con l’altra siamo sempre riuscite a cavarcela bene”. Un’amicizia che il più delle volte ha le sue radici nel paese natio. Come Mila, anche Tanja e Natascia sono di Rakidna. Le due non accettano di farsi fotografare: “i mariti sono gelosi”, mi dicono con pudore.
    Mentre chiacchieriamo, attorno a noi c’è un gran movimento di merci. I mezzi in partenza vengono stipati all’inverosimile non prima di aver pesato tutti i pacchi al seguito. L’operazione spetta ad Ivan e a Vitaly, l’altro autista, che sotto una fitta nevicata e muniti di una semplice bilancia pesa persone ne controllano minuziosamente la quantità. Massimo trenta chili, altrimenti si deve pagare un sovrapprezzo rispetto agli ottanta euro pattuiti. Tra voluminose scatole di cartone e sacchi di plastica intravedo arance, mele, pasta, panettoni, cioccolato. A operazione conclusa la mercedes nera è strapiena, con pacchi infilati sotto i sedili e tra le gambe di quelli seduti dietro di me. Per fortuna l’ultimo posto libero è stato occupato da Alexandra Popova, una signora bassa che si arrabatta come meglio riesce trovando incredibilmente una posizione comoda accartocciata alla meno peggio tra i sedili e i borsoni. I due furgoni-minibus sono pronti, gli autisti fanno marcia indietro, i passeggeri si sbracciano per salutare i compaesani rimasti in strada. Ora si parte per davvero. Da adesso la bussola punta dritta verso Oriente. La traversata verso le terre d’Ucraina ha inizio. Elena e Mila si fanno per tre volte il segno della croce.

    Oltre la Cortina di Ferro

    Al calar della sera il buio inghiotte il mediocre paesaggio dei grandi capannoni industriali del nord-est. Fulgide gemme squadrate del miracolo economico nostrano ieri, vuoti e abbandonati oggi, ridotti a moderni ruderi in svendita, figli di una crisi industriale senza fine. “Se nessuno li compra, lo Stato dovrebbe dare una mano”, commenta Elena nel vederseli sfilare uno dietro l’altro dal finestrino alla sua destra come tante decrepite carcasse di cemento. Lascio cadere nel vuoto la sua osservazione. Vai a spiegare del patto di stabilità, dei vincoli europei e del fatto che l’Italia lo fece a suo tempo un intervento simile, rivelatosi poi un disastro, a una donna che ha vissuto gran parte della sua vita in una società in cui lo stato era l’unico datore di lavoro. Per lei, ancora costretta alla sua età a lavorare, si tratta di uno spreco enorme. “Ormai non ci penso neanche più alla pensione. Devo pensare alla figlia che mi è rimasta e ai nipoti”. Qualche anno fa l’anziana è dovuta tornare per qualche tempo in Ucraina per curare il marito sul punto di morte. E recentemente anche l’altro figlio è scomparso in maniera prematura. “È la vita”, sancisce con voce rassegnata. Le donne ucraine sono la vera e propria spina dorsale nel sostentamento economico di intere famiglie nella regione di Chernivtsi. Se il marito non lavora o è disoccupato il più delle volte rimane in patria a curare la casa, a coltivare le patate nell’orto e ad allevare qualche gallina. Anche i figli spesso rimangono in Ucraina, come i tre di Mila. “Da voi gli uomini se non hanno un lavoro si ammazzano. I nostri invece bevono, si ubriacano e vanno a dormire”, aggiunge Elena con una risata sarcastica riferendosi ai propri connazionali maschi. Le rimesse che le badanti inviano a casa sono l’unica fonte di reddito per molti villaggi rurali poveri. Come quello di Boiani, dove Elena possiede una casa di proprietà, in cui la metà delle famiglie ha una donna emigrata che lavora in Italia.
    In quella stessa fetta d’Italia che vedo ora sfilare via da un furgone ucraino e che per la prima volta mi sembra di vedere da un’angolatura diversa. Chissà quante volte percorrendo le autostrade italiane mi sarà capitato di affiancare inconsapevolmente qualcuno di questi mezzi su cui transita un mondo in perenne movimento ricco di storie e vicende per lo più sconosciute agli italiani. Più maciniamo chilometri, più avanza in me un cambiamento di prospettiva. Il vetro del finestrino sul quale è riflesso il mio volto è diventato uno specchio dove vedo i miei occhi farsi sempre più stranieri. Non potrebbe essere altrimenti. Sono seduto tra gente che parla in italiano, russo, rumeno e ucraino e che passa disinvoltamente da un idioma all’altro. Dietro di me c’è una bambina che furbescamente si rivolge al telefono a papà Gabriele dicendo in un limpido italiano che “se allora non ti manco non tornerò più a casa…”. Salvo poi cambiare registro linguistico con una facilità estrema e mettersi a parlare con la madre in russo. Per un attimo mi sento a disagio. Preso da una subitanea crisi di identità, non riesco a capire che intorno a me una geografia invisibile si sta delineando. È l’abbraccio tra l’Occidente e l’Oriente, la fusione tra il mondo slavo e quello latino. È un ritorno alle origini, a quell’Oriente rimosso dalla dittatura dei valori occidentali che ritorna a galla dalle profondità dell’inconscio fino a rasentare le frontiere dell’anima. Mi sembra già di essere in Ucraina. Il cui significato letterale è, per l’appunto, “terra di frontiera”.
    A Opicina la scritta “Vjgneta”, il bollo obbligatorio per chi viaggia in autostrada, mi ricorda la dogana svizzera. Siamo in Slovenia in passato considerata a ragion veduta la Svizzera della Ex Jugoslavia. Qui scorreva la famigerata “cortina di ferro” prima che Tito rompesse con l’Unione Sovietica di Stalin. Successivamente ha continuato a essere un confine a dir poco sensibile. Almeno fino al 1991, anno dell’indipendenza slovena. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata molta e la Slovenia, dopo un promettente ingresso nell’Unione Europea, è oggi invischiata in una difficile congiuntura economica ed è purtroppo nota per l’elevato tasso di suicidi. I grandi centri commerciali illuminati all’inverosimile con le pacchiane luci natalizie delle autostrade italiane hanno lasciato il posto ai sobri autogrill sloveni dalle luci soffuse. Pochi chilometri e ci fermiamo per una sosta in uno di essi. All’interno un rumoroso gruppo di uomini non trova di meglio da fare che passare la serata scolandosi una birra dietro l’altra. Offro un caffè ad Andrei, che si sta già mangiando un pezzo di pizza, e a Igor, il nostro nuovo autista salito al volante durante una veloce sosta carburante al posto di Ivan, salito a sua volta sull’altro mezzo che viaggia con noi. Non mangio nulla, preferisco rimanere leggero per evitare problemi di digestione durante il percorso. Vorrei offrire un caffè anche alle altre signore compagne di viaggio. Tutte però rifiutano, nessuna di loro ha consumato qualcosa. Sono formichine invisibili le donne ucraine, risparmiano il più possibile. Nulla a che vedere con il vorace e ansiogeno popolo consumista degli autogrill italiani.
    Si riparte. La Slovenia è buia, fuori fa freddo e nevica abbondantemente. Nei pressi dell’uscita di Nova Goriça i tir che percorrono la corsia opposta alla nostra faticano ad arrampicarsi sull’asfalto reso scivoloso dalla neve. Molti sono parcheggiati a lato della strada. La nostra truppa invece sfreccia sicura superando anche l’ostacolo di un’auto andata in testacoda e ferma sulla corsia di sorpasso. A bordo la piccola Anja si è già addormentata. Mila ed Elena ridacchiano tra di loro raccontandosi simpatici aneddoti sui vecchietti che curano. “Non è semplice prenderci dei giorni di ferie”, mi dice Mila finalmente più cordiale. “Loro si affezionano alla persona, sono degli abitudinari. Per fare il nostro lavoro ci vuole molta pazienza. Gli anziani sono come dei bambini adulti”, aggiunge poi con un sospiro. In sostanza fare le badanti significa essere anche un po’ psicologhe. La domenica è il loro giorno libero, quello in cui si sta in compagnia dei propri connazionali per non sentire troppo la nostalgia di casa. E quando sono in patria le badanti ucraine si premurano spesso di chiamare in Italia i propri assistiti e i familiari.

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    A ora ormai tarda le parole si affievoliscono e nell’abitacolo cala il sonno, ognuno incastrato nella propria posizione. Ogni tanto si sente l’aria gelida provenire dal finestrino abbassato di Igor che per tenersi sveglio si fuma ogni mezz’ora una sigaretta. Pure lui è rumeno, pure lui del piccolo villaggio di Rakidna. Gli autisti incassano bene per ogni viaggio in relazione agli stipendi medi ucraini. Ma la loro vita è un vero e proprio tour de force. Durante la sosta Natascia Popova mi ha raccontato che in genere essi partono il mercoledì dall’Ucraina e arrivano il giorno dopo a Varese. Il venerdì sarebbe il giorno di riposo; che però è più ipotetico che reale, visto che si occupano di fare le consegne di casa in casa della merce spedita dall’Ucraina e che raccolgono i pacchi che invece verranno spediti dall’Italia. Di sabato si parte di nuovo con la domenica che chiude finalmente il cerchio. Lunedì e martedì sono i veri giorni di relax. Il numero degli autisti in viaggio dipende dalle richieste. Minimo uno massimo tre, a seconda dei casi. Non solo spostamenti verso l’Italia. Ma anche in Francia, Spagna, Portogallo, attraverso mezza Europa.
    È quasi la mezzanotte quando Igor frena bruscamente facendo sbandare a destra e a sinistra il veicolo risvegliandoci e facendoci sobbalzare dalla paura. Il furgone bianco che ci precedeva guidato da Vitaly è sbandato anch’esso finendo paurosamente inclinato verso destra con la ruota posteriore accartocciata e parte del veicolo che sporge pericolosamente sulla prima corsia. Passato il panico iniziale riusciamo ad accostare sulla corsia di emergenza. Per fortuna il traffico è limitato dal maltempo. I tre autisti scesi in strada si danno un gran da fare per risolvere il problema, ma il danno pare più grave del previsto. Oltre alla foratura sembra infatti essersi rotto anche il disco della ruota. Dopo una buona mezz’ora passata inutilmente a cercare di estrarre il pneumatico incastrato tra il furgone e l’asfalto, ci viene in aiuto un mezzo di soccorso con due zelanti sloveni vestiti di arancione che si accodano a noi lasciando accesi i lampeggianti. Osservano le manovre per cercare di sistemare il pneumatico, scuotono la testa, dicono la loro rivolgendosi agli ucraini che a loro volta replicano. In apparenza il dialogo è tra sordi. In realtà tutti sembrano intendersi benissimo pur parlando lingue diverse. Montati i cric e sfilata con gran fatica la gomma c’è da sistemare la ruota di scorta e sostituire il disco. Un’operazione che è impossibile da farsi sul posto. I due sloveni chiamano un carroattrezzi, viene caricato sopra il furgone con tutti i suoi occupanti e dopo due ore finalmente si riparte. Alla sosta successiva, un’ora più tardi, ritroviamo il furgone bianco apparentemente riparato. Vitaly è alle prese con una grossa chiave inglese intento ad avvitare per bene i bulloni della gomma di scorta. Con qualche patema e intirizziti dal freddo tutto sommato ce la siamo cavata bene. Abbiamo solo accumulato un pò di ritardo sulla tabella di marcia.
    Quando ripartiamo la notte non ci riserva più sorprese. Anche perchè strada facendo si è aggregato alla comitiva un altro furgone bianco targato Polonia. Con l’ampia rete di amicizie degli scaltri autisti ucraini, non c’è da temere di rimanere isolati in terra straniera. Prima di addormentarmi vedo tanti altri furgoni procedere lungo la strada. Sbucano dalla corsia di sorpasso. Tutti uguali, tutti con la sigla UA e la bandiera giallo azzurra sulla targa. I fanali posteriori sembrano tante lucciole rosse che rimpiccioliscono sempre più fino a scomparire nel buio. Siamo i pezzi di un’unica grande carovana che marcia nella stessa direzione. Strisciamo imperterriti come un lungo bruco, nel cuore di una notte da tregenda. Puntando dritti verso il confine con l’Ungheria.

    Attraversando la Transcarpazia

    Ci risvegliamo al mattino sotto un cielo plumbeo e la luce opaca dell’alba ungherese. Il generale inverno ha denudato gli alberi dalle foglie dando loro la parvenza di tanti scheletri immobili e intirizziti, isolati nel gelo dei campi bianchi della puszta, l’arida steppa piatta della Pannonia. Nei pressi di Budapest usciamo dall’autostrada e, tra un semaforo e l’altro del raccordo autostradale, perdiamo il contatto con gli altri due veicoli davanti a noi. Igor si guarda in giro cercando di orientarsi. Ha il volto stanco di uno che ha resistito al sonno grazie all’autoradio, rimasta accesa a volume basso tutta la notte, alle sigarette e ai continui caffè bevuti durante le soste. Nel girovagare a casaccio alla ricerca della strada giusta ci infiliamo nelle viscere periferiche della capitale ungherese. Un budello di strade rettilinee tutte uguali con i condomini grigi e brutti come lo sono i quartieri esterni di tutte le grandi metropoli. A un certo punto il nostro autista scende dall’auto e ritorna dopo qualche minuto con un tassista pescato chissà dove che ci conduce fuori dal labirinto di Budapest facendoci da battistrada e defilandosi quando, a furia di sbracciate, ci indica la direzione da seguire.
    Ritroviamo gli altri a un autogrill per il primo caffè del mattino con Vitaly già alle prese con il controllo della gomma sostituita strada facendo. Ogni sosta è l’occasione per sgranchirsi le gambe e stirarsi la schiena. La piccola Anja è la prima volta che compie il lungo e faticoso viaggio via terra verso l’Ucraina. Eppure, come tutti gli altri, non batte ciglio. Viaggio con gente abituata alla durezza della vita. Le rughe del volto di Alexandra Popova, seduta nel posto più scomodo senza fiatare, parlerebbero in continuazione di stenti e fatiche se avessero voce. Come i suoi occhi piccoli e vitrei, due crudi affreschi di una vita segnata da un nomadismo senza radici. Alexandra ha alle spalle un passato da badante a Cinisello Balsamo, Monza e Villa d’Alme, nel bergamasco, dove oggi cura una signora di 84 anni. Non vuole dirmi l’età Alexandra, che nel parlare passa da ampi sorrisi illuminati dai denti d’oro che luccicano nella sua bocca a improvvisi momenti di silenzio quando il volto si fa triste e malinconico. “Sono costretta a lavorare ancora”, mi confessa prima di risalire sull’auto. “Mio marito ha una pensione da fame. I miei figli sono sposati, hanno figli, ma nessuno di loro lavora. Sono io che sostengo tutta la famiglia. È la vita che mi tocca”, aggiunge poi allargando le braccia e concedendosi uno dei rari sorrisi.
    Stormi di cornacchie nere con il becco lungo ci seguono nella nostra transumanza a Oriente, svolazzando da un campo all’altro sotto un cielo coperto di nuvole. Sto vivendo un’esperienza unica insieme a un giovane andato a trovare la madre, a un’ex infermiera sposata con un italiano con una bambina al seguito, a un autista di passaporto rumeno, a due signore che dovrebbero fare le nonne invece di lavorare ancora a tempo pieno e a un’ex postina enigmatica. L’automobile-furgone-minibus è un microcosmo del mondo ucraino, un melting pot di suoni, culture e accenti di cui la piccola italo-ucraina Anja è l’inconsapevole creatura che fa da ponte tra due popoli. Le vecchie identità nate e cresciute dentro le sbarre di ferro degli stati nazionali si fondono con quelle nuove rese più fluide dall’indebolirsi delle barriere geografiche.
    Ultimi fotogrammi di Ungheria. Un carretto trainato da un asinello e dall’anziano padrone, intento a spronare l’animale con tanto di briglie in mano, mentre le auto che scorazzano lì vicino lo superano in velocità. Villaggi isolati nascosti dietro le dolci ondulazioni delle colline. Campi imbiancati che si perdono a vista d’occhio, muti testimoni di un Medioevo che vide scorrazzare su queste terre i temutissimi Magiari, i cavalieri asiatici dai quali discende il popolo ungherese. Mi sembra di rivederli, avanzare bellicosamente a cavallo tra le zolle gelate delle praterie che ho di fronte e mettere a ferro e fuoco l’Europa del X secolo armati di scudo e spada. Come fecero duecento anni più tardi i Mongoli dell’Orda d’Oro, che dalla lontana Asia Centrale minacciarono le porte dell’Europa estendendo i loro domini fino alla sterminata pianura danubiana. I cartelli stradali che indicano l’approssimarsi della frontiera mi riportano alla realtà. Non una frontiera qualunque. Qui finisce la fortezza Unione Europea e si entra nel mondo di quella che in passato era un’altra Unione, quella Sovietica. Da qui passarono nell’ottobre del 1956 i carrarmati mandati da Khruschev per soffocare nel sangue la rivolta popolare antiregime guidata dall’eroe ungherese Imre Nagy. Siamo ormai vicini al collo di bottiglia dell’Ungheria. Un’area che nel raggio di 100 chilometri vede la successione di ben cinque stati diversi. A nord la Slovacchia e la Polonia, a sud la Romania. Nel mezzo una striscia di territorio a forma di imbuto che oltre l’Ungheria si allarga a dismisura negli ampi spazi dell’Ucraina Occidentale.
    Basta guardare la carta per capire la difficile posizione geografica dell’Ucraina. Il secondo stato europeo per estensione dopo la Russia è una lunga terra di confine tra la Russia stessa e l’Unione Europea. Un Afghanistan d’Europa per posizione e importanza strategica dove si sta assistendo al nascere di una nuova partita a scacchi tra le grandi potenze. Esattamente come avvenne a partire dal ‘700 per lo Stato a forma di foglia situato sul confine magmatico tra Medio Oriente e Asia Centrale e che ancora oggi è sempre sul punto di esplodere. Oggi è l’Ucraina che, suo malgrado, è al centro di un nuovo “grande gioco” tra Unione Europea, Russia e Stati Uniti. Con la Cina che fa da spettatrice interessata. Tutti i giocatori sembrano lontani dal fare scacco matto ai rispettivi avversari. L’esito è quanto mai incerto e gli interrogativi pure inquietanti sull’evolversi della situazione sono ancora molti.
    Zahony, dogana ungherese. I controlli sono sorprendentemente blandi e veloci. Imbocchiamo poi una breve strada in discesa che porta dritto al posto di frontiera ucraino. Ci mettiamo in coda dietro gli altri furgoni. Igor ha raccolto tutti i nostri passaporti. Il suo è messo sopra tutti gli altri. Quando lo apre, intravedo tra le pagine una carta patinata colorata rettangolare dalle tonalità rosse. Una banconota. Non faccio però in tempo a vedere di che valuta si tratta. Nel frattempo una guardia infila la testa dentro l’abitacolo chiedendo qualcosa al nostro autista. Poi scrive su un foglietto di carta il numero di persone che si trovano sul veicolo, e lo dà a Igor. Quando è il nostro turno scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo al gabbiotto situato nei pressi della sbarra abbassata. Dietro il vetro staziona la faccia rotonda e allegra di una guardia ben in carne. Igor fa passare i passaporti dalla fessura posta sotto il vetro. L’uomo in divisa li sistema ben bene tra le mani e poi li gira come se fossero un mazzetto di carte. Il documento dell’autista da primo è finito per essere ultimo. Il mio invece è sopra tutti gli altri. Mi avvicino per il riconoscimento. Una pura formalità visto che l’uomo seduto nella sua postazione guarda distrattamente la mia foto. La procedura alquanto superficiale è la medesima per tutti gli altri. Quando è il turno del passaporto del nostro autista, il paffuto doganiere ucraino lo apre e con la mossa di un abile prestigiatore estrae come se nulla fosse la banconota colorata facendola sparire dentro un cassetto sotto la scrivania. Il tutto alla luce del sole e senza neanche scomporsi troppo, accompagnando anzi il gesto con urla e grasse risate rivolte a un collega fuori dal gabbiotto. Risaliamo a bordo. Per ora di ispezioni sul carico, come avvenuto alla dogana ungherese, non se ne parla. Poco oltre ci fermiamo di nuovo in un piazzale ampio con posteggi messi a lisca di pesce. Insieme a noi in attesa ci sono un’altra decina di furgoni bianchi tutti pieni zeppi di merce come i nostri. Igor scende a terra e scompare tra gli uffici della dogana nell’edificio grigio dietro il parcheggio. Ricompare poco dopo insieme a un’altra guardia che dà un’occhiata veloce alle persone a bordo e al bagagliaio, salvo poi sparire da dove era venuto. I controlli sono tali solo sulla carta. Il teatrino dei doganieri che fanno avanti e indietro è tutta una messinscena. Il confine è più che mai poroso, come la ghiaia grossolana che lascia filtrare l’acqua piovana. Le guardie di frontiera son ben contente di chiudere entrambi gli occhi su quello che passa in cambio di qualche balzello. Considerando il numero di mezzi che fanno la spola ogni giorno da qui, tanti balzelli dovrebbero fare un bel gruzzoletto.

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    La bandiera dell’Unione Europea sventola clandestina sul tetto della dogana. La prima cittadina ucraina a ridosso del confine è Chop, toponimo dalla “o” chiusa e lunga. L’alfabeto cirillico ci spalanca le porte dell’universo slavo. I suoni delle parole si rivestono delle tonalità aspre delle consonanti bilanciate da quelle melliflue delle vocali. Le prime istantanee però sono simili a quelle lasciate poco fa al di là del confine sotto lo stendardo blu a dodici stelle. Due carretti pieni zeppi di legna legata in lunghe fascine filano sulla strada uno dietro l’altro guidati da due ragazzi. Anche gli animali sono gli stessi, due innocui asinelli che trascinano il pesante fardello. È la vendetta dell’uomo sulla fredda geometria, della fantasia improvvisata nei confronti della fanatica rigidità dei confini. La piccola rivincita di periferie separate l’un l’altra dalle decisioni di lontani centri di potere, ma che tra di loro sono vicine nel condividere uno stile di vita. A tradire l’Ucraina però ci sono quelle costruzioni decrepite e abbandonate che spuntano ogni tanto all’orizzonte e che la vicina Ungheria ha da tempo demolito. È il marchio ancora indelebile di un passato sovietico che sopravvive sotto forma di grigi edifici decadenti in un paesaggio avvolto da un’atmosfera di cupo disordine.
    Entrati in patria i miei compagni si dedicano alla prima lunga sosta dall’inizio del viaggio. Con tanto di pranzo. Elena e Igor mi offrono del pane in cassetta ripieno di insaccati e maionese con pomodori tagliati a fette. L’atmosfera è ora più rilassata, gli ucraini sentono l’aria di casa e il banchetto improvvisato nell’area di sosta è un rito di passaggio. Non una semplice fermata bensì un ritorno alle origini. Serve a ricordare un legame ritrovato, rinsalda un patto ancestrale con le proprie radici, affievolisce lo sradicamento culturale che si prova con l’esperienza della migrazione. Il tutto attraverso il cibo, vale a dire con ciò che meglio esprime il legame con la terra natia. Vidi lo stesso qualche anno fa mentre viaggiavo su una marshrutka – i minibus utilizzati un po’ ovunque nell’ex URSS – con degli armeni del Karaback diretto da Yerevan a Stepanakert. Passato il confine tra l’Armenia e l’autoproclamato stato del Caucaso Meridionale, una donna che viaggiava insieme alla figlia festeggiò il superamento del valico con tanto di formaggio di capra e pane lavash che anche in quel caso non potei rifiutare. Gli ucraini con cui viaggio oggi riescono solo a nascondere meglio le proprie emozioni rispetto alle due esuberanti armene che incontrai su quel convoglio.
    “I Carpazi!”, dice Andrei voltandosi verso di me quando, di nuovo in strada, vediamo all’orizzonte la sagoma scura dei primi contrafforti della grande catena montuosa dell’Europa Centrale. I suoi crinali irregolari disegnano in cielo tanti segmenti rettilinei che sembrano tracciati con un righello. L’ampio semicerchio montuoso che marchia la geografia fisica di questo tratto d’Europa lambisce con le ultime propaggini meridionali il territorio ucraino, disegnando un anfiteatro a forma di gomito rivolto a occidente. Quando ci infiliamo dentro attraversandoli, la strada si trasforma in una lingua d’asfalto tutta curve e in salita che si insinua tra i versanti montuosi denudati dal disboscamento. Nelle conche vallive compaiono talvolta le ombre di fantasmi di cemento sui quali sta calando l’ombra della sera. In Ucraina già alle tre del pomeriggio inizia a fare buio. “Di solito alle cinque siamo già a Chernivtsi, oggi arriveremo molto tardi”, mi dice Elena con un tono di voce che manifesta la solita indistruttibile pazienza. Le gambe e la schiena iniziano a farmi male, la stanchezza anche mentale per un viaggio estenuante inizia a farsi sentire. Gli altri componenti dell’auto invece sembrano impassibili, come fossero dotati di straordinarie doti di resilienza.
    “Zakarpatia Oblast!”, urla Igor. I due davanti si sono improvvisamente trasformati nelle mie guide turistiche e non perdono occasione per informarmi delle aree che attraversiamo. La Transcarpazia, la “terra tra i Carpazi” dalle tante etnie e dai confini semoventi che nel secolo scorso ha cambiato bandiera, suo malgrado, per ben cinque volte, passando sotto i domini rispettivamente di Austria-Ungheria, Cecoslovacchia, Ungheria, URSS e infine Ucraina. Durante la seconda guerra mondiale la Transcarpazia cadde sotto le grinfie incrociate di Hitler e Stalin divenendo uno dei fronti più sanguinari. Qui si giocò una spietata lotta per il potere e a farne le spese è stata quella variegata galassia di minoranze che abitava tra queste montagne, colpevoli per il semplice fatto di essere diversi dalle etnie dominanti e di uscire dalle logiche ferree dello stato-nazione. Se molto si è scritto sulle vicende degli ebrei e dei rom, ai Lemki – un popolo dalle origini ancora incerte spazzato via dalle grandi tragedie del Novecento – sono invece dedicate poche pagine di storia. Noti anche con il nome di Ruteni, i Lemki erano una perla ortodossa incastonata in un diamante cattolico. “Un pezzo di Bisanzio ficcato tra la Polonia e la Slovacchia”, scrisse di loro la fotografa e documentarista Monika Bulaj che ha dedicato anni a studiarli. Fuori dagli schemi classici delle nazionalità, i Ruteni sono stati perseguitati da austriaci, polacchi, tedeschi, ucraini. Infine deportati da quegli stessi russi che a fasi alterne li avevano protetti ai tempi degli zar. Quando nel 1945 la Rutenia cecoslovacca venne inglobata nell’URSS, le purghe staliniane si scatenarono contro questa minoranza, costretta a lasciare gli amati rifugi tra le montagne, caricati sui vagoni e spediti nelle steppe.
    Quando attraversiamo Mukacheve, uno dei centri più caratteristici della Transcarpazia rutena, per arrivare a Chernivtsi mancano ancora trecento chilometri in linea d’aria. Da queste parti però di autostrade non se ne parla, e per girare attorno ai Carpazi occorre fare una lunga sterzata da montagne russe verso nord fino a Ivano Frankivsk, per poi virare verso sud-est in direzione della Romania e della Bucovina. Ai lati delle strade si vede qualche venditore di miele. “Tutta autoproduzione”, mi dice Elena mentre li vediamo allineati ai margini della boscaglia. “Guarda i campi invece, sono tutti abbandonati. La gente preferisce scappare piuttosto che coltivare una terra con la quale nessuno riesce più a vivere. Certo, quando c’erano le cooperative di Stato la resa c’era e i prezzi erano più bassi. Però a quei tempi non si era liberi di spostarsi come oggi per lavorare”. Invidiabile la mia vicina, di ogni situazione cerca di far prevalere sempre e comunque il lato positivo. E Stalin? “Ricordo che a scuola ci parlarono della sua morte. Era cattivo, ha ammazzato tanta povera gente”.
    Percorriamo bucoliche vallate in cui si intravedono i riflessi delle acque che scendono dalle montagne dove ancora oggi d’estate la gente si tuffa per rinfrescarsi. Sfilano sotto i nostri occhi anonimi villaggi bui dove gli unici bagliori di luce sono quelli delle case che viste da qui sembrano tanti puntini gialli abbarbicati sulle montagne. Al calar del sole le strade che si snodano tra i villaggi dei Carpazi restano completamente buie. Solo gli hotel e i ristoranti che incontriamo lungo il percorso sono illuminati dalle stonate luminarie natalizie. Il turismo con tutto il suo corredo di pratiche deleterie fortunatamente non sembra avere ancora intaccato quest’oasi di confine.
    “L’vivs’ka oblast!”, annunciano entusiasti i due davanti. La regione prende il nome dal capoluogo. Lviv, la città dai tanti nomi. Lwow in polacco, Lvov in russo, Lemberg in tedesco. E ancora Lowenberg e il più comodo Leopoli. La regione storica in cui si trova è la Galizia, terra dal nobile passato asburgico e contesa successivamente tra polacchi e russi. In questo scenario di lotte tra potenze esterne, Lviv vide risorgere nel ’900 la coscienza nazionale ucraina in chiave antipolacca e antirussa facendo propria la lezione di Taras Shevchenko – il grande poeta nazionale ucraino vissuto nell’Ottocento – che già allora preconizzava la nascita di un’Ucraina indipendente. Nell’arco di pochi anni però – a partire dal 1939 con il patto Molotov-Ribbentrop di spartizione della Polonia per arrivare al 1945 al termine della seconda guerra mondiale – quel sogno sfumò e la Galizia entrò a far parte dell’URSS. Chissà se Vladimir Putin maledice oggi quegli anni, frutto della scelta di Stalin del dopo Yalta di ampliare il confine occidentale sovietico, soddisfando così la propria megalomane sete di potere. Oltre a essere stata una spina nel fianco per tutto il periodo sovietico – e prima ancora, durante la guerra, ad aver spalleggiato la Germania nazista in chiave antirussa – la Galizia è la regione protagonista lo scorso anno nella cacciata dell’ex presidente ucraino, il filorusso Viktor Yanukovich. A distanza di sessantanove anni e con tante sconfitte alle spalle, la Galizia sta oggi assaporando il dolce sapore della vendetta. E i galiziani, da reazionari anticomunisti di provincia, sono diventati il simbolo di un risveglio patriottico che ha portato al potere l’oligarca del cioccolato Petro Poroschenko. I cui interessi, guarda a caso, sono ben piantati nell’ovest del Paese.
    Sfioriamo Stryi, da dove parte la diramazione per Ivano Frankivs’k. Stryi sarebbe un insignificante e piccolo borgo di passaggio se non fosse che la cittadina diede i natali a Stepan Bandera, colui che guidò il movimento nazionalista ucraino durante la seconda guerra mondiale. Una figura controversa quella di Bandera, eroe per alcuni e terrorista per altri. Quel che è certo è che fece vedere i sorci verdi all’URSS coordinando l’attività rivoluzionaria antisovietica dal suo esilio in Germania. Fino a che un agente del Kgb lo giustiziò nell’albergo in cui alloggiava a Monaco di Baviera. Galizia contro Crimea, Bandera contro Lenin, Poroschenko contro Yanukovich. Territori, nomi, simboli e miti che nascondono al loro interno divisioni e contapposizioni ideologiche tornate prepotentemente a galla negli ultimi tempi lacerando un Paese intero. L’Ucraina è un labirinto. Per attraversarla bisogna mettersi il cuore in pace e accettare di entrare nel misterioso rebus delle sue tante appartenenze.
    Quando arriviamo a Ivano Frankivs’k – la città è chiamata così in onore del poeta e scrittore ucraino Ivan Franko – sono ormai le otto di sera. Un’ultima sosta caffè lungo la strada e un ultimo giro di vite all’instabile gomma di scorta, e si riparte sotto una fitta nevicata. Le strade diventano groviere piene zeppe di buche che obbligano il nostro autista a continue gimcane a destra e a sinistra. A Kolomyia ci infiliamo in una strada nascosta dove dagli altri due furgoni scendono le prime persone arrivate a destinazione con i relativi pacchi al seguito. “Ora cosa farai con le foto che hai scattato? Scriverai che portiamo via tanta merce dall’Italia? “, mi chiedono Elena e Mila di nuovo diffidenti quando rientro nella Mercedes dopo aver scattato qualche foto del primo arrivo. “Non scrivere dei pacchi, scrivi invece che l’Ucraina è povera”, è l’ultimo invito di Elena quando, raggiunta finalmente Chernivtsi a mezzanotte inoltrata, ci congediamo a vicenda con una cordiale stretta di mano. Saluto anche gli altri compagni di un’estenuante quanto avventurosa traversata di quaranta ore che ci ha portato a destinazione. Tutti loro hanno una voglia matta di fare ritorno alle proprie case e di riabbracciare i propri cari. Chi a Chernivtsi, chi a Boiani, chi nello sperduto villaggio di Rakidna.

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    Arrivo a Kolomyia. In alto a destra, Alexandra Popova ed Elena Kuriliak.

     

    PUNTATA SUCCESSIVA

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    foto in evidenza da Volodymyr Shuvayev/AFP/Getty Images

  • In viaggio verso l’Ucraina in guerra – seconda puntata
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    Foto di Valerio Raffaele

    Chernivtsi, non lontano dalla cattedrale armena. Lungo la Verminska, una strada in discesa in pieno centro. La “soffiata” me l’ha data Natascia Popova mentre eravamo in viaggio. “In città c’è un caffè gestito da un italiano. Vedrai che il locale lo riconoscerai subito”, mi aveva detto. Infatti non è difficile trovare il Caffè Italia, un frammento della penisola trapiantato in terra ucraina. L’insegna illuminata è un tricolore verde, bianco e rosso che con la neve caduta sul marciapiede in questi giorni risalta ancor più luminosa sopra la porta d’ingresso del locale. All’interno regna un’atmosfera tranquilla, dall’aria molto familiare. Tre donne sono sedute a un tavolo in fondo vicino alla parete. “Sei tu l’italiano?”, chiedo all’unico uomo in piedi davanti al bancone vestito con un’elegante camicia bianca. “Sì, in realtà sono solo uno degli italiani di qui”, risponde lui un po’ sorpreso. Alberto, trentottenne torinese trapiantato in Ucraina, gestisce da qualche tempo il Caffè Italia di Chernivtsi. Conosce alla perfezione il russo e, con maggiore fatica, parla anche l’ucraino. “Per noi italiani è più semplice il russo”, mi dice quando siamo seduti a un tavolo mentre in sottofondo scorrono i successi musicali di Adriano Celentano. “Solo che qui se parli in russo la gente ti risponde in ucraino. Sono piuttosto nazionalisti da queste parti. Come si chiama il vostro eroe nazionale?”, chiede l’uomo rivolgendosi in ucraino a una ragazza dai capelli rossi tagliati a caschetto, che fino a quel momento ci stava osservando in piedi vicino al tavolo. “Stepan Bandera”, risponde lei con fermezza. In tutta l’Ucraina occidentale Bandera incarna il ricordo della strenua resistenza contro il tiranno sovietico.

    Anna, questo il nome della giovane, lavora nel locale insieme a Marianna, una statuaria ragazza alta dai capelli lunghi e neri che sta dietro il bancone. Marianna, mi dice Alberto, era in piazza a Kiev durante le proteste di Maidan. Portava il tè tra le tendopoli ai volontari delle brigate di ritorno dagli scontri con i berkut, le famigerate forze speciali del precedente governo. Con un orgoglioso cenno affermativo del capo, la bella ragazza conferma le parole del suo datore di lavoro. In quei giorni burrascosi il saluto che andava di moda tra i rivoluzionari e che vidi scritto un po’ ovunque sui muri di Kiev lo scorso mese di aprile era “Viva l’Ucraina, viva gli eroi ucraini”. Un motto usato ancor oggi e che risale ai tempi del nazionalismo ucraino di Bandera.Strana città Chernivtsi, punto d’incontro di traiettorie migratorie diversissime. Quelle delle badanti ucraine e quelle degli italiani emigrati. Costrette dalla mancanza di prospettive le prime, più per scelta di vita che per necessità i secondi. “In Italia avevo una piccola azienda di autotrasporti. Poi mi sono stancato della burocrazia italiana, ho mollato tutto e sono venuto qui. E non sono l’unico”. Alberto mi parla di altri italiani che hanno fatto la stessa scelta. Un pensionato conosciutissimo in città, sposato con un’ucraina e che con la pensione italiana fa una vita da nababbo. Rocco da Lecce che ha aperto una pizzeria. Un imprenditore di Biella che ha investito in una gelateria pasticceria in pieno centro. Ernesto da Napoli che ha avviato un’attività nel settore del legno. A quanto pare, nonostante il momento difficile, l’Ucraina continua a essere una fucina di opportunità. “Aprire un locale qui per certi versi è più semplice che in Italia. La gente poi è molto ospitale anche se devi entrare nella loro mentalità per capire dove vivi. Per esempio qui gli italiani sono ancora visti come una fabbrica di soldi”. Nostalgia dell’Italia? “Tutto sommato direi di no. Qui volendo posso permettermi di uscire tutte le sere, in Italia al massimo due, quando andava bene”. Certo non è tutto rose e fiori qui in Ucraina. Il torinese mi parla di un sistema politico malato nelle sue fondamenta. Qui il problema non è tanto la burocrazia bensì la corruzione. E non è solo una questione di persone, di Poroschenko o di Yanukovich. Anche se negli ultimi tempi la situazione è in parte migliorata. “Quanto meno la polizia adesso ha paura a fermare gli automobilisti ai posti di blocco per chiedere soldi”. Prima era la regola, ora invece gli uomini in divisa hanno paura di incappare nei volontari di EuroMaidan i quali, essendo considerati alla stregua di eroi nazionali, sarebbero legittimati a dargliene di santa ragione. Negli ospedali invece la situazione è spaventosa. Il pagamento della tangente è la regola, dal dottore che opera all’infermiera che fa l’anestesia. E con l’inizio della guerra la situazione è solo peggiorata. Soprattutto quella economica. “La hryvnya ormai è carta straccia, il suo andamento è legato al rublo che a sua volta sta crollando. I prezzi sono aumentati e gli stipendi della gente sono sempre gli stessi. In media chi lavora guadagna cento, centocinquanta hryvnye al giorno. A fine mese fanno più o meno tremila. Prima con il 50% dello stipendio un affitto si pagava, ora quasi tutto va via per la casa”. Mentre parliamo le tre donne sedute al tavolo in fondo lasciano il locale. “Sono venute a festeggiare il compleanno di una di loro. Qui la gente è molto semplice, si accontenta davvero di poco”.link-prima-puntata
    Altri scandali, questa volta legati alla guerra, stanno scuotendo la comunità di Chernivtsi. Alberto traduce le parole di Anna che segue seria i nostri discorsi rimanendo sempre in piedi. Il più recente è quello che interessa il sindaco della città, sotto inchiesta per aver risparmiato sui giubbotti antiproiettile destinati al fronte e che si sarebbe intascato parte di quella commessa. A quanto pare i giubbotti dovevano essere da 8 millimetri di protezione mentre quelli assegnati ai militari erano da 2 millimetri. Con tutte le conseguenze tragiche del caso. E con il tentativo da parte delle autorità di insabbiare tutto. I due mi mostrano poi il video di un deputato costretto dalla folla a “buttarsi” volontariamente in un cassonetto vuoto della spazzatura perchè colpevole di essersi intascato i proventi destinati ai reduci della sciagurata guerra che l’Unione Sovietica intraprese in Afghanistan a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. Le immagini mostrano un uomo dalla faccia smagrita che tradisce un misto di paura e vergogna. Mentre viene trascinato nel cassonetto sporco per le vie della città cerca inutilmente di coprirsi il volto, costretto dalla gente ad alzare lo sguardo per dire qualcosa davanti a un microfono e a una telecamera.
    La vicenda peggiore di questi tempi è però la guerra in corso nel Paese con tutte le nefaste conseguenze. Come la leva obbligatoria per coloro che hanno compiuto 18 anni e che sono mandati al fronte dopo un approssimativo addestramento di appena tre mesi. Alberto e Anna raccontano che la scorsa estate, nei piccoli villaggi attorno a Chernivtsi, le madri e i familiari di ragazzi giovani destinati al fronte hanno manifestato bloccando le strade per evitare che i postini recapitassero a casa la lettera di chiamata alle armi. Molti sarebbero fuggiti dal Paese per evitare l’arruolamento. “In una guerra che per di più li avrebbe visti combattere contro militari russi che hanno alle spalle anni di duro addestramento”, precisa Alberto a voce alta, preso dalla foga dei suoi discorsi. L’unica scelta possibile se si vuole evitare la prigione è quella di darsi alla macchia fingendosi emigrato. Sembra uno scenario da guerra mondiale. Lo stesso presidente Poroschenko nelle sue dichiarazioni ufficiali ha più volte cercato di alzare la posta in palio dando così l’impressione al suo popolo che quella in corso sia una guerra che l’Ucraina sta combattendo in nome dell’Europa intera. C’è da chiedersi se qualcuno abbia spiegato agli ucraini che quella stessa Europa per cui credono di combattere li ha prima sedotti e poi abbandonati, sacrificando il loro Paese sull’altare di una politica estera europea schizofrenica e senza una direzione ben precisa.
    Alberto ha assunto recentemente nel suo locale una nuova cuoca. Il suo nome è Luda P., rifugiata in città dal mese di settembre. Luda viveva a Luhans’k, l’altro focolaio separatista attivo nell’est del paese oltre a Donets’k. Superata una certa riluttanza iniziale, la donna accetta di sedersi con noi al tavolo e raccontare la sua testimonianza. Luda ha 48 anni, è ucraina e a Luhansk si era trasferita per lavoro. Quando si è vista arrivare i carrarmati russi e piombare i missili vicino a casa – non si sa bene se sparati dagli ucraini o dai separatisti – ha deciso all’improvviso di radunare il minimo indispensabile, chiudere a chiave l’uscio di casa e scappare con la propria auto insieme al marito Petrov e ai tre figli, Andrei, 26 anni, Sergei di 24 e Natascia di 19. Quest’ultima ha dovuto abbandonare di colpo la scuola. “Ma tutti e tre ora sono più tranquilli e di notte riescono finalmente a dormire”, mi dice seduta tra me e Alberto con lo sguardo fermo e la voce decisa di chi non lascia spazio ad alcun rimpianto. Solo un pezzo di carta dimostra che è ancora lei la legittima proprietaria della casa che ha lasciato. Un certificato di proprietà che non si sa se e quando la donna potrà far valere in futuro. Luda però spera. La sua storia ricorda quella dei palestinesi fuggiti nell’ormai lontano 1948 dal neonato stato di Israele e che ancora oggi conservano gelosamente le chiavi delle loro case di Giaffa o di Haifa nella speranza di un risarcimento per quel torto subìto. “La mia è ancora in piedi, anche se ora è occupata dall’esercito russo. Quella dei vicini però è stata distrutta da una bomba. Come il ristorante in cui lavoravo saltato in aria durante i combattimenti”. E i rapporti con i russi di Luhans’k? “Prima dell’inizio della guerra erano buoni. Da quando sono arrivati i soldati russi invece qualcosa si è incrinato. Come se la presenza dei militari avesse contribuito a risvegliare in loro un senso maggiore di appartenenza all’etnia russa. Tutti vogliono andare con la Russia”.

    CaffèItalia

    All’interno del Caffè Italia. Da sinistra, Luda, rifugiata da Luhans’k, Marianna, volontaria di EuroMaidan e Anna.

    Un classico esempio di risveglio nazionalista che si credeva sopito, ma che abilmente strumentalizzato prende il sopravvento su tutto. Anche sulle amicizie. La storia è piena di esempi simili. Nella ex Jugoslavia tra serbi, croati e bosniaci nel 1991. Tra armeni e azeri nel 1988, al crepuscolo di un’Unione Sovietica che da lì a poco si sarebbe frantumata. Vicini di casa che da un giorno all’altro non si parlano più, amici che di punto in bianco diventano nemici, senza un reale motivo se non la differenza etnica. Ai semplici steccati dove bastava alzare un poco lo sguardo per parlarsi si sono sostituite invalicabili muraglie che precludono qualsiasi dialogo. Luda si sente al telefono con gli ucraini rimasti a Luhans’k almeno una volta alla settimana. Molti hanno deciso di restare, chi per scelta, chi per obbligo. “La situazione è peggiorata molto per chi è rimasto, soprattutto per gli anziani che sono impossibilitati a muoversi e che non ricevono da mesi la pensione dallo Stato. Le banche poi, cadute nelle mani dei separatisti, sono tutte bloccate”. Nell’ultima telefonata di una settimana fa gli amici rimasti le hanno parlato di carrarmati che girano per la città. E la sera con il buio scatta il coprifuoco. “Su tutti gli edifici pubblici sventolano le bandiere russe. Sul fronte ucraino a ovest la città è completamente isolata. È aperta solo a est, sul lato della Russia. Solo da lì possono arrivare gli aiuti. Ed è dove sono concentrati anche gli scontri maggiori”. Come a Donets’k, anche a Luhans’k è l’area dell’aeroporto quella dove si combatte maggiormente. Tempi durissimi per gli ucraini a quelle latitudini. “Se qualcuno si azzardasse a inneggiare in pubblico all’Ucraina farebbe una brutta fine”, dice la donna con uno sguardo pallido che non tradisce alcuna emozione. Come pensi si possa risolvere la situazione Luda? Staccare il Donbas dall’Ucraina e annetterlo alla Russia? “No. Luhans’k è una città ucraina. Nonostante tutto ci sono persone là che dicono di essere ucraine anche se non possono manifestarlo apertamente. Non so cosa pensare. Non capisco il motivo di tutto questo. La gente comune non vuole la guerra. Ci saranno pure vecchie questioni irrisolte, motivazioni politiche. Ma non si può arrivare a un regolamento di conti in questo modo, giocando sulla pelle delle persone”. Quando sarà tutto finito, se sarà possibile ritornerai a casa? “No”, risponde di botto con un’espressione glaciale e un tono di voce che non nasconde tentennamenti. “Scappando dalla guerra ho dovuto ricominciare da zero. E come me tante altre famiglie. Credo proprio che la mia nuova vita sarà qui, a Chernivtsi”.

    Storia di una città di confine

    “I suoi abitanti amano chiamarla la piccola Parigi. Ne vanno orgogliosi e si ritengono i naturali eredi di un passato grandioso di cui restano antichi palazzi dai più disparati stili architettonici”. Così parlò di Chernivtsi una delle signore ucraine giunte con me dall’Italia quando arrivammo in città. Stavamo attraversando un lungo ponte e feci appena in tempo a scorgere nell’oscurità un cartello storto e arrugginito dove la scritta “Prut” si leggeva appena. Il grande fiume – che poco più a valle segna il confine tra Romania e Moldavia – scorreva invisibile sotto di noi tra le tenebre. Nel risalire la strada dal fondovalle apparve ai miei occhi una città imbiancata immersa in un paesaggio da fiaba. Le flebili luci dei lampioni coloravano di giallo le possenti mura dei palazzi imperiali. Le cupole dorate a forma di cipolla risplendevano luminose come fari nel buio sopra il tetto delle chiese. Ben presto mi resi conto che il rollio dei pneumatici sul selciato grigio che stavamo calpestando con l’auto non era un rumore qualsiasi. Era l’eco di voci lontane, il canto antico di pietre che narravano di un passato travagliato di guerra e pace costellato da mille invasioni e altrettanti domini. Entrarci per la prima volta percorrendo viali innevati completamente deserti mi diede l’idea di varcare la soglia di una città dove il tempo sembrava essersi fermato.

    Fiume-Prut

    Il fiume Prut.

    Alla luce del giorno però l’immaginazione svanisce, e girando per le vie di Chernivtsi ci si rende presto conto che la dura realtà supera di gran lunga la fantasia. Le scuole che propongono corsi di inglese, francese, italiano e spagnolo sono da tempo spuntate come funghi. E non per l’aspirazione tutta culturale di imparare un’altra lingua, bensì per preparare le ucraine alla partenza. Grossi cartelli pubblicitari appesi un po’ ovunque invitano infatti a considerare l’emigrazione all’estero come un investimento su cui puntare. A vederli così colorati, sembrano la versione moderna dei più modesti manifesti che a fine ‘800 erano affissi sulle banchine dei porti italiani per incentivare i connazionali di allora a compiere la grande traversata oceanica in terza classe. Sono cambiati i tempi, i luoghi e i modi di emigrare, ma oggi come allora è la fuga lo strumento principe di sopravvivenza quando si vuole migliorare la propria vita. Un rimedio, o presunto tale, che a Chernivtsi crea un contrasto stridente con quel fascino da nobile decaduta che la città emana da ogni dove.
    Più che una petit Paris, Chernivtsi dà l’impressione di essere simile – forse per la suggestione di vederla ricoperta di neve – a una Vienna in miniatura. Da buona città di frontiera essa tende tuttavia a sfuggire a facili etichettature. Nel suo libro Ucraina terra di confine, il giornalista Massimiliano Di Pasquale la paragona a una Praga rurale per l’intrigante miscela di architetture che si sono sovrapposte nel tempo. Ingeneroso e quanto meno frettoloso è il giudizio negativo di una nota guida turistica che ne parla come di un “guazzabuglio decadente”. Quel che è certo è che i tanti illustri paragoni che gli intellettuali le hanno dedicato in passato non sono affatto casuali. Il tutto nonostante i fasti da nobile città imperiale siano ormai tramontati da tempo. Chernivtsi – rimasta sotto il controllo austriaco fino al 1919 – era infatti per dimensione la terza città dell’Impero Austro Ungarico, preceduta proprio dalla capitale austriaca sul Danubio e dalla stessa Praga.
    Quando, dopo la prima guerra mondiale, le frontiere della Mitteleuropa iniziarono a oscillare vorticosamente sulle macerie del dissolto impero e sulla spinta delle nuove potenze emergenti, Chernivtsi si trovò a fluttuare su quel mare in tempesta che era l’Europa Centrale alla vigilia della seconda guerra mondiale. I sovrani di turno cambiarono in continuazione a seconda di dove si fermavano il pendolo della storia e i confini della geografia. Quella città conosciuta in passato come Czerniowce in polacco, Csernovic in ungherese, Czernowitz in tedesco, fu ribattezzata Cernauti prima – fino al 1939, data in cui terminò l’occupazione della regione da parte del Regno di Romania – e Cernovci poi, quando iniziò il dominio sovietico sotto i colpi della russificazione dell’Ucraina imposta da Stalin. Infine, con l’indipendenza del 1991, il suo nome divenne quello attuale. Un destino molto simile, fatta eccezione per la ventennale parentesi rumena, alla galiziana Lwow, Lowenberg, Lemberg, Lvov, Leopoli, Lviv.

    Chernivitsi
    A queste latitudini, i traballanti confini politici sono spesso evaporati nella melassa fluida di una terra di mezzo, divenuta nel tempo il regno incontrastato di toponimi e accenti che definiscono l’appartenenza culturale della popolazione più di qualsiasi certificato di identità. Ancora una volta sono la storia e la geografia a viaggiare a braccetto. Se la prima è un marchio a fuoco sul passato, la seconda è un sigillo indelebile sul presente. Chernivtsi è incastonata al centro di un gomito aperto a oriente che inizia a nord in Bielorussia e finisce a sud in Ucraina. Nel mezzo è circondata dalla Mitteleuropa cosmopolita che le corre intorno. A sud è la sola Moldavia – corrispondente alla piccola regione storica della Bessarabia – a fare da compagna povera all’Ucraina appena fuori dalle attraenti porte di ingresso dell’Unione Europea. E Chernivtsi, città-emporio nata oltre seicento anni fa, ha mantenuto nel tempo una notevole importanza mercantile grazie alla sua posizione strategica. Ancora oggi è un centro pulsante di transito, di incontri, di scambi, di contrabbando.

    Bucovina-etnica

    Composizione etnica dell’oblast di Chernivtsi, che corrisponde alla parte settentrionale della Bucovina.

    Un concentrato di tutto ciò è il grande mercato Kalynivsky situato alle porte della città. Quando ci arrivo insieme agli altri passeggeri sulla marshrutka numero 22, l’autista ci lascia direttamente sulla strada che più avanti termina dritta al mercato. L’ora di punta è già passata da un pezzo, ma la coda delle automobili in ingresso è ancora lunga.

    Mercato-Kalynivsky

    L’ingresso del mercato Kalynivsky.

    Il cielo è terso, il sole è già pallido e il vento gelido sferza violentemente il viso. Il bazar dell’abbigliamento è praticamente deserto, le serrande degli espositori sono quasi tutte abbassate. Bastano però pochi passi per entrare nel vivo del mercato. I settori più che mai affollati sono quelli del pesce, della carne e della frutta. Uomini bruni trascinano con forza pesanti carretti di ferro tirati a mano e con la schiena ricurva, tra il viavai della gente e qualche suv dai vetri scuri, evidentemente autorizzato a infilarsi tra le persone. È qui, tra le bancarelle degli alimentari, che emerge il lato transfrontaliero, anarchico e un po’ sfrontato della Chernivtsi odierna. Tra i prodotti in vendita vi sono lattine d’olio spagnole, biscotti rumeni, formaggi polacchi, spumanti francesi, patate moldave, insaccati russi. E tantissimi prodotti italiani, dello stesso genere di quelli che vidi stipati uno sopra l’altro sui camioncini venuti dall’Italia. Soprattutto caffè, spaghetti, mozzarelle, panettoni di Natale – con tanto di marchio d’una nota catena francese di supermercati presente su tutto il territorio italiano – cioccolato di tutti i tipi e le marche, in quantità tali da fare concorrenza alla Roshen, la grande azienda ucraina di proprietà del neoeletto presidente Petro Poroshenko. Gran parte dei prodotti sono importati sul mercato nero proprio dalle migliaia di badanti che lavorano all’estero e che alimentano un contabbando utile ad arrotondare i magri salari dei familiari rimasti in patria.
    A metà pomeriggio il freddo si fa ancor più tagliente. Alle uscite dell’immenso bazar c’è un gran brulicare di gente che in una mano stringe dei grossi e sfilacciati borsoni di plastica gonfi come palloni, e nell’altra tiene qualche ramo verde di abete per addobbare in vista delle imminenti festività natalizie. La maggior parte di coloro che fanno ritorno in città o nelle proprie case in campagna utilizza preferibilmente gli economici mezzi pubblici. Per questo le marshrutky sono stracolme di gente, e dopo due tentativi andati a vuoto al terzo riesco finalmente a trovare un buco su quella giusta, accontentandomi di rimanere schiacciato come una sardina tra le altre persone rimaste come me in piedi. Sono salito dalla porta posteriore e andare avanti per pagare il biglietto al conducente è praticamente impossibile. Il giovane che mi sta di fronte estrae dalla tasca una banconota, tocca su una spalla il tipo davanti a lui e gli porge il denaro che di mano in mano arriva all’autista. Faccio lo stesso e, tempo qualche minuto, ho tra le mani il resto, preciso all’ultimo centesimo. Sono l’unico a sorprendermi di quella che da noi è ritenuta ormai una lezione di civiltà mentre qui è una normale regola di comportamento che nessuno osa trasgredire.
    Dall’epoca sovietica non devono essere cambiate di molto, le scalcinate marshrutky. Cigolano, sono un po’ sgarrupate, ma funzionano sempre. Dalle estremità del Caucaso alle frontiere dell’Europa ricca. È solo il bus, come dice il giornalista e scrittore Paolo Rumiz nel libro Trans Europa Express, che nel frammentarsi dei confini tiene ancora insieme i cocci di quella che fu l’Unione Sovietica. E a bordo l’autista è un’autorità rispettata da tutti. Sono più al sicuro qui, assiepato tra le gambe di tanti sconosciuti che ciondolano da una parte all’altra aggrappandosi con le mani ai sostegni in metallo per non cadere, che non in qualsiasi autobus di Milano. La fatica di muoversi lenti e scomodi al passo dei mezzi pubblici è ampiamente ripagata da quella sensazione di libertà che porta ad assaporare la leggerezza del viaggio. Ormai non mi preoccupo neanche più di controllare che il portafogli sia al suo posto nella tasca posteriore destra dei pantaloni.
    Con i vetri appannati e ghiacciati all’esterno, salto la fermata alla quale sarei dovuto scendere. Ma la meta che mi sono prefissato vale ben più della breve scarpinata in salita che mi tocca fare per tornare indietro. La visita al cimitero ebraico di Chernivtsi dovrebbe essere una tappa obbligata per qualunque viaggiatore che si affaccia da queste parti. Lo trovo non prima di aver affondato gli scarponi nella neve intonsa dei viali deserti del cimitero cristiano, dal quale è separato da una strada che corre lungo i muri dei due cimiteri. L’ingresso di quello ebraico è sormontato da una sinagoga malmessa e decadente con la stella di Davide ben visibile in alto, sotto la cupola centrale. Da una parte l’entrata è murata con mattoni; dall’altra è possibile scorgere l’interno buio e desolatamente spoglio con le mura scrostate dall’umidità. Alle spalle dell’edificio si estende il cimitero. Grandissimo, con centinaia di migliaia di lapidi che si perdono a vista d’occhio tra i viottoli talmente stretti e dall’andamento irregolare da ricordare gli shtetl, quell’intrico di vicoli, scalette, ballatoi e strade sterrate che davano vita ai caratteristici villaggi ebrei dell’Europa Orientale. La neve che ricopre le lapidi mi impedisce di vedere se anche qui come in Israele è usanza deporvi sopra piccoli sassolini per ricordare i defunti. I fiori appassiscono, i sassi al contrario restano, dicono gli ebrei.
    Camminando di tomba in tomba e di morto in morto, mi metto a cercare i segni di qualche vita. Una piccola traccia, una testimonianza a indicare che ci sia ancora qualcuno a Chernivtsi che pensa ai tanti ebrei morti da queste parti. A un certo punto eccolo un segno di quello che cercavo. Non un sasso, bensì un finto fiore fucsia che spunta dal manto nevoso. E poi tracce nella neve, schiacciata dal recente passaggio di qualcuno. Seguo le orme fino ad accorgermi deluso che si perdono nella neve fresca. Qua e là si scorge qualche altro timido fiore, piccoli frammenti di speranza che non si arrendono al desolante oblio che li circonda.

    Il paradiso perduto degli ebrei

    E pensare che in quel pentolone etnico che fino a non molto tempo fa era Chernivtsi, gli ebrei erano la componente maggioritaria. La città si guadagnò addirittura il prestigioso appellativo di “Gerusalemme sulla Prut”. Stando alle prime testimonianze scritte, tutto ebbe inizio agli albori di Chernivtsi, attorno al 1400. Si tratta di un documento firmato tra un uomo d’affari di Lviv e un principe moldavo che autorizzava i mercanti polacchi, russi, armeni, tatari ed ebrei a spartirsi le attività commerciali nelle città di Khotyn, Soroky e Chernivtsi. Gli ebrei che abitavano in quest’ultima provenivano in gran parte dalle vicine Moldavia e Valacchia, al tempo sotto il controllo di quell’Impero Ottomano che bussava ancora minacciosamente alle porte dell’Europa. Altri arrivavano dall’Europa centro-occidentale dalla quale avevano assorbito notevoli influenze culturali. Erano gli ebrei ashkenaziti che parlavano yiddish – lingua nata dalla fusione dell’ebraico con antichi dialetti germanici medievali – e in breve tempo divennero il gruppo più numeroso. Era il periodo in cui gran parte dell’Ucraina apparteneva a una sorta di Commonwealth polacco-lituano, che in precedenza aveva annesso con la forza il Principato di Galizia e Volinia. Più tardi arrivarono anche gli ebrei sefarditi in fuga dalla penisola iberica i quali però, a differenza dei primi, non diedero vita a comunità stanziali e proseguirono la loro diaspora verso i Balcani e la Turchia.

    Cimitero-Ebraico

    Il cimitero ebraico di Chernivitsi.

    Successivamente iniziò per gli ebrei un’epoca in cui gioie e dolori si alternarono beffardamente nelle loro vite. Se nel XVI secolo la comunità ebraica visse un periodo di forte crescita e di benessere economico, in quello successivo la maggior parte di essa lasciò Chernivtsi a seguito di un decreto governativo che li espropriava di tutti i possedimenti terrieri. Ritornarono di nuovo numerosi agli inizi del ‘700 sulla spinta delle ripetute persecuzioni nei Paesi cattolici dell’Europa Centrale, in particolare dalla vicina Polonia. I quartieri abitati dagli ebrei si estesero così a macchia d’olio e nel 1710 venne costruita la prima sinagoga. Rimasero tuttavia in vigore quelle leggi che già in passato avevano limitato i diritti della comunità. I luoghi di culto dovevano essere obbligatoriamente costruiti in legno e a una certa distanza dalle chiese cristiane, mentre al di fuori di essi la preghiera era permessa solo nelle case dei capi della comunità. Agli ebrei era inoltre vietato possedere terreni agricoli all’interno del perimetro urbano. Nel frattempo la città era diventata uno snodo importante, sia per i commerci in atto tra la Polonia e Costantinopoli (a Chernivtsi una sosta era pressoché obbligata per permettere alle carovane di riprendere le forze e sostituire i cavalli in vista dell’impegnativo valico dei Carpazi), sia per i pellegrini diretti in Terra Santa.
    Sul finire dell’età dei lumi, una serie di avvenimenti cambiarono in meglio la situazione degli ebrei che abitavano in tutta la regione. Nel 1774 la Bucovina venne annessa all’Austria e nel 1781 l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo emanò un decreto che equiparava i diritti degli ebrei a quelli del resto della popolazione. Iniziò un periodo florido e di relativa tranquillità per la comunità ebraica, sia per quanto riguarda l’istruzione, con l’apertura di scuole, licei e collegi, sia in campo imprenditoriale, attraverso la costruzione di molti palazzi – come quelli dell’amministrazione regionale e dell’università – che ancor oggi abbelliscono la città. Altre leggi emanate nel 1867 equipararono il loro status socio economico e religioso a quello di tutte le altre minoranze. In breve tempo si formò così un’èlite culturale di primo livello. Chernivtsi divenne uno dei principali centri mondiali della letteratura in lingua yiddish immergendosi totalmente in un’epoca di grande fermento culturale. George Heinzen, un viaggiatore tedesco che si trovava da queste parti agli inizi del ‘900, definì quel periodo di pace e prosperità nel capoluogo della Bucovina come “una nave di piaceri con a bordo un equipaggio ucraino, ufficiali tedeschi e passeggeri ebrei”. Un veliero fiducioso in un futuro di benessere che navigava spedito con il vento in poppa a cavallo tra Occidente e Oriente, sotto le materne ali protettrici dell’Impero Austriaco.
    Da lì a breve però quel periodo florido sarebbe finito per lasciare spazio a tempi ben più bui. E per gli ebrei, che ormai rappresentavano più della metà dell’intera popolazione residente in città, sarebbe ben presto iniziata l’ennesima tragica diaspora. Con l’avvento della prima guerra mondiale molti di essi scapparono in Boemia, e con l’arrivo dei russi iniziarono le prime deportazioni verso est. Al termine della guerra, quando la Bucovina venne annessa alla Romania, quella nave di tolleranza che era Chernivtsi naufragò rapidamente in un mare d’odio. Ben presto il veliero che prima era in viaggio verso un futuro radioso sarebbe stato ridotto a uno sgangherato relitto risucchiato in profondità dalle gelide fauci di nuovi sanguinari conflitti. Da esempio di convivenza tra culture diverse, da multietnico arcipelago felice qual era, Chernivtsi venne allagata improvvisamente da una serie di feroci nazionalismi che si abbattè su tutte le minoranze. Iniziò un periodo da film dell’orrore che durò fino alla seconda guerra mondiale. Cambiavano di volta in volta le potenze occupanti ma i risultati, ovvero persecuzioni e assassinii, erano sempre gli stessi. Per gli ebrei si aprì il baratro di nuove vessazioni e discriminazioni. L’anticamera dell’annientamento finale. Nel giugno 1940, durante il breve periodo di occupazione sovietica, ricominciarono per ordine di Stalin i pogrom, gli arresti e le deportazioni nei gulag siberiani.
    Il peggio però doveva ancora venire. Il 5 luglio 1941, in piena seconda guerra mondiale, Chernivtsi fu invasa nuovamente dalle truppe rumene che, coadiuvate da quelle tedesche, uccisero 2000 ebrei in un solo giorno. Pochi giorni dopo, tra il 7 e l’8 luglio, altri 400 ebrei, molti dei quali esponenti di spicco della comunità, vennero arrestati e giustiziati sulle rive della Prut con un colpo di pistola alla testa. Centinaia di civili inermi vennero trucidati nelle proprie case. Tra le vie della città si scatenò la caccia all’ebreo. Ne morirono circa 6000 in pochi giorni. I cadaveri furono ammucchiati in fosse comuni senza uno straccio di nome in loro ricordo. I sopravvissuti furono costretti a portare sui vestiti la stella gialla di Davide. In caso contrario, se qualche malcapitato veniva sorpreso a circolare per la città senza quel marchio di riconoscimento, lo aspettavano l’arresto e il campo di concentramento. Tra le vulytsy Holovna e Ruska – lungo le quali si snodano oggi i quartieri centrali della città – venne eretto il ghetto dove gli ebrei furono confinati. I più giovani e fisicamente prestanti vennero spediti a lavorare sulle rive del fiume. Dove oggi corre la strada che porta dalla stazione ferroviaria al ponte sulla Prut, c’erano un tempo i massacranti campi di lavoro e le baracche di legno. Lì gli ebrei dormivano di notte al freddo, ammassati nella sporcizia e sotto lo stretto controllo dei loro aguzzini che li controllavano dall’alto delle torrette di guardia.
    La Romania del generale Antonescu, alleata della Germania nazista, apriva intanto i campi di concentramento della Transnistria dove, tra il 1941 e il 1944, trovarono la morte più di 200.000 ebrei. L’agognata liberazione arriverà finalmente il 29 marzo 1944, quando Chernivtsi vide l’ingresso dell’armata rossa sovietica che liberò la città, grazie anche all’aiuto di quegli ebrei scampati alla morte che avevano deciso di unirsi alle unità partigiane di lotta. La bandiera rossa con la falce e il martello, che da quel giorno sventolò in cima al palazzo comunale della città, mise fine a trentatré mesi di terrore.
    Per gli ebrei però tutto era finito e una porta si stava chiudendo per sempre. Il legame secolare che li univa alla Gerusalemme sulla Prut si era ormai definitivamente spezzato. Nonostante il ritorno di molti dei sopravvissuti alla shoah, il loro numero si era più che dimezzato rispetto al periodo prebellico. Con la nascita dello stato di Israele molti emigrarono rendendo sempre più esigua la comunità rimasta. Le ricorrenti campagne antisemite e la chiusura dei luoghi di culto, in nome dell’ateismo di stato perseguito da Stalin e dal suo successore Nikita Khruschev, fecero il resto. La grande sinagoga edificata nel cuore della città venne trasformata in un cinema e i membri della comunità continuarono a diminuire inesorabilmente. Dai 37.600 componenti del 1959 si passò ai circa 4000 del 1998. Il XX secolo, il secolo degli orrori, delle due guerre, dei nazionalismi, dei genocidi, ha portato a compimento la diaspora degli ebrei di Chernivtsi, oggi ridotti a solo 1500 persone sparse in tutta la Bucovina.

    Una sinagoga spunta dal passato

    È già buio quando, di ritorno dal cimitero, riesco faticosamente a scovare, grazie alle indicazioni di una passante, l’ultima sinagoga di Chernivtsi ancora in funzione. Si trova lungo una strada in discesa, nel cuore di quello che fu il ghetto ebraico durante la parentesi mortale tra il 1941 e il 1944. Un’anonima struttura quadrata dalle forme sobrie, riconoscibile in mezzo a un agglomerato di case allineate lungo la via grazie alla stella di Davide incisa sulle inferriate delle finestre e alla forma del cancello che rimanda alla menorah, il candelabro ebraico a sette bracci. Entrando nel piccolo cortile scorgo una luce accesa all’interno. Intravedo dalla finestra tre anziani dediti alla preghiera serale. Forse gli ultimi ebrei rimasti. I superstiti di un’epoca che ha visto vivere a Chernivtsi poeti e scrittori di fama internazionale come Paul Celan, Rose Auslander (secondo la quale erano le diverse culture che animavano la sua città a dare “forza e linfa vitale alle fronde dell’albero della parola”) e Joseph Burg, l’ultimo autore di Chernivtsi che scriveva in yiddish, morto nel 2009 all’età di 97 anni.

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    L’ultima sinagoga rimasta a Chernivitsi.

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    Il rabbino Noah Kofmanskomu all’esterno della sinagoga.

    Raggiunto l’ingresso della sinagoga apro con discrezione la stretta porta di legno. Uno dei tre uomini, sulla sessantina con baffi e occhiali, mi viene incontro invitandomi ad attraversare un breve corridoio oltre il quale si trova la sala principale della sinagoga non occupata dai tre in preghiera. Mi siedo su una delle panche di legno poste all’interno. È la seconda volta in vita mia che entro in un luogo di culto ebraico e la prima in assoluto che mi trovo ad osservarne con calma l’interno. Di colpo si scoperchia tutta la mia ignoranza in materia di ebraismo. La mia educazione religiosa ha contemplato fin da piccolo una discreta conoscenza degli elementi architettonici di una chiesa cattolica arricchita poi di particolari negli anni. Ho imparato qualcosa sulle forme delle chiese ortodosse, conosco a grandi linee anche le diverse parti di una moschea. Ma di una sinagoga no, non conosco assolutamente nulla. A pensarci bene nessuno, a scuola o a catechismo, me ne ha mai parlato. Come mai? Perchè una società intrisa di un perbenismo cattolico un po’ subdolo oscura ai suoi figli una cultura dalla quale in fondo essa stessa deriva? Non si cela dietro tutto ciò una più o meno inconscia forma di pregiudizio travestita da consapevole ignoranza? Parole come talmud, chassidim, torah, klezmer, il più delle volte suonano estranee alle nostre orecchie. Certo, a scuola si parla in continuazione dello sterminio degli ebrei. Auschwitz, Mauthausen, il famoso “Diario” di Anna Frank. Il giorno della memoria però si è ridotto negli anni a un rito stanco dove poco o nulla si dice della cultura ebraica, dei suoi riti, delle sue credenze, del corollario di musica e letteratura che ci sta attorno. Cosa si nasconde dietro quella tenda nera intarsiata d’oro che vedo in fondo alla navata centrale, nel punto che noi chiamiamo altare? E nelle sinagoghe si parlerà poi di navata? Seduto nella penombra della sinagoga di Chernivtsi, scopro tutta la mia ignoranza in materia.
    Mentre mi arrovello alle prese con la mia insipienza, uno dei tre uomini in preghiera affonda il coltello nella piaga. Mi osserva in continuazione e quando incrocio i suoi occhi fa un gesto rivolto verso di me portandosi la mano destra sopra la nuca. Vorrei sprofondare dalla vergogna. Entrando mi sono scordato di indossare la kippah, il copricapo ebraico che è obbligatorio portare all’interno delle sinagoghe. Mi guardo in giro imbarazzato cercandone una da mettere. Non trovandola, indosso il berretto di lana nero che mi ero tolto una volta entrato. L’uomo, che nel frattempo ha continuato a fissarmi, fa un cenno affermativo, abbozza un sorriso bonario, e ritorna alla sua meditazione distogliendo lo sguardo e lasciandomi di nuovo sprofondare nei miei pensieri. Pochi minuti dopo, una volta terminata la preghiera, il più anziano dei tre mi si avvicina con fare cordiale. Ha la barba lunga e bianca, lo sguardo acuto, gli occhialini da intellettuale, un lungo cappello nero in testa e una palandrana scura che gli arriva fino ai piedi. Mi chiede se parlo russo. “Italiansky. Ia pa anglisky”, rispondo io con lo striminzito bagaglio lessicale russofono di cui sono fornito. L’uomo mi fa cortesemente cenno di attendere. Dice qualcosa al tipo con i baffi, il quale esce subito dopo dalla porta. Non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa. Per qualche strano motivo la mia mente si era convinta che gli ebrei con la barba e il pastrano lungo fossero freddi e restii a parlare con gli estranei. Come tutti quelli che avevo incontrato a Gerusalemme e a Hebron, in Cisgiordania. Questo invece sembra caloroso e con una voglia matta di attaccare bottone. Semplicemente non avevo capito che laggiù, tra Israele e Palestina, è la politica a seminare diffidenza tra gli uomini raffreddando i loro cuori.
    Dopo pochi minuti il tipo magro con i baffi bianchi ritorna seguito da un altro uomo più giovane. “Buonasera, come va?”, esordisce il nuovo arrivato in un italiano intriso di un vago accento napoletano. L’uomo mi spiega che la sua parlata curiosa deriva dai quattro anni passati a lavorare nel capoluogo campano prima che la perdita del lavoro lo costringesse a fare ritorno a casa. È arrivato alla sinagoga in auto per portare a casa Noah Kofmanskomu, l’anziano ebreo dalla barba lunga. “Ho sposato sua figlia. Io però sono cristiano”. Gli chiedo se lui e Noah siano disponibili per una chiacchierata. “Mio suocero si fermerebbe volentieri, solo ho la bambina piccola che aspetta in macchina. Ritorna domani”. A malincuore devo declinare l’invito. Ho già il biglietto per Kiev con il treno che parte in serata. “Ormai di ebrei ne sono rimasti pochi. E quasi tutti anziani”, mi dicono i due quando siamo già sull’uscio del cortile esterno. Prima di salire in auto il vecchio rabbino mi regala una bella cartolina che ritrae l’interno della piccola sinagoga.
    Mentre risalgo le vie del vecchio ghetto, l’auto dei due scompare lungo la strada tra le luci gialle dei lampioni. Nei pressi dell’albergo, il parco Shevchenko è ancora frequentato a sera inoltrata da chi si diletta a praticare sci di fondo tra i sentieri in mezzo agli alberi. All’hotel Bukovina l’allestimento degli interni con gli addobbi natalizi procede senza sosta. Oggi è stato montato l’albero di Natale. Prendo i bagagli e faccio chiamare dalla reception un taxi per raggiungere la stazione. Rivedo di nuovo il centro di Chernivtsi, la scenografica chiesa rosa, la piazza centrale, il palazzo del municipio, le vie lastricate coperte dalla neve. È incredibile come tra tante vicissitudini il fascino di questa città sia rimasto immutato nel tempo. Percorriamo la Gagarina. Era la strada della morte degli ebrei. È la via che porta dritto alle sponde della Prut, il fiume femmina dalle placide acque da dove gli sgherri della Gestapo sparavano a casaccio colpendo gli inermi uomini dai riccioli sulle spalle. L’interno della stazione ferroviaria è un’opera d’arte. Le pareti color panna sono laccate oro. Un bellissimo lampadario di cristallo pende al centro della sala. Attraverso il corridoio e raggiungo il binario di partenza. Il treno è già pronto sulla banchina. Salgo in carrozza e mi sistemo nello scompartimento pulitissimo dove un impeccabile provodnik mi serve un tè caldo in un boccale di vetro con il rivestimento argentato.
    Partiamo in perfetto orario, al fischio del locomotore. Il convoglio prima cigola, poi arranca tra gli scambi congelati, tossisce, rallenta di nuovo e infine ingrana la marcia trovando pian piano la giusta cadenza tra le rotaie. Spengo la luce e mi sdraio in cuccetta. Dalla vallata tira un vento freddo che si infila da uno spiraglio del finestrino sibilando sul cuscino e sulle mie orecchie. Nella sua insistenza percepisco in quel sottile refolo dei suoni sepolti del passato che lentamente tornano a galla. È il gorgoglio inquietante della Prut insanguinata. Sono le voci immobili delle case di Chernivtsi accompagnate dalle urla di dolore dei binari della Transnistria. Ascolto quei lamenti per un istante. Copro poi quella maledetta fessura e li respingo, disperdendoli tra i freddi boschi di faggio della Bucovina. Prima di addormentarmi li sento ancora bisbigliare là fuori. Fino a che, affievolendosi, si disperdono in un’eco lontana, inghiottiti dal silenzio nero della notte.

     

    Chern-old - Copia

    Il municipio di Chernivtsi in una foto d’epoca.

     

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  • Gli Huli della Nuova Guinea: un popolo a colori
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    foto di Giuseppe Russo

    Il 20 giugno 1545, l’esploratore spagnolo Iñigo Ortiz de Retes sbarcò, primo europeo, su una grande isola posta ai confini tra Estremo Oriente e Oceania. Preso possesso del territorio in nome della Corona spagnola, il navigatore la battezzò Nuova Guinea perché gli autoctoni – i papua, melanesiani dalla pelle scura – gli parvero simili agli abitanti della Guinea africana. Il termine papuah è malese e indica la caratteristica capigliatura cespugliosa del principale ceppo etnico isolano.papua-nuova-guineaLa Papua Nuova Guinea, che fino a qualche tempo fa ospitava gli ultimi cannibali, è una terra remota e per molti versi ancora immersa nella preistoria. È un caleidoscopio etnico, un mosaico linguistico e culturale che offre agli antropologi l’opportunità di entrare in contatto con antichissime popolazioni, sparse in villaggi piccolissimi tra la giungla delle montagne, di cui fino alla seconda metà del ventesimo secolo si ignorava l’esistenza. Ancora oggi molte tribù, pur avendo contatti con la civiltà moderna, continuano a vivere come i loro antenati cacciatori-raccoglitori dell’età della pietra.

    Il Festival di Mount Hagen

    Il turismo è giunto in tempi recenti, ma la sorpresa di trovare tradizioni e usi autentici, natura incontaminata e contatti ancora genuini motiva sempre più visitatori occidentali a visitarla. La stagione migliore per andare in Papua Nuova Guinea è l’estate, soprattutto in occasione del Mt. Hagen Festival, il principale sing sing (raduno intertribale), fortemente voluto dal governo negli anni ‘60 quando accesi scontri tribali mettevano a repentaglio la neonata unità della nazione. Da allora, a metà agosto le tribù si riuniscono sul monte Hagen, oppure nella prima decade di settembre a Goroka nelle Eastern Highlands, per le celebrazioni del Sing Sing Festival.
    È un evento catartico in cui si dà sfogo all’innata bellicosità mediante una sfida simbolica fatta di danze e rituali tradizionali.
    Vari gruppi etnici – Kunai, Tepi, Polga, Keps, Ambe, Mukabw, Baiyer, Kaula – in rappresentanza della maggior parte dei villaggi della provincia e, in parte, della nazione sfilano sfoggiando costumi e acconciature, con originalità e bizzarria di forme e colori policromi carpiti alla natura vegetale e animale, cui solo il carnevale brasiliano può avere paragone, esibendosi in canti e danze tribali a dir poco straordinari. Singolarmente o in gruppo, in un tripudio di suoni e di colori, tutti cercano di essere immortalati per soddisfare anche la propria vanità; l’unica ricompensa, l’unico piacere è infatti quello di vedere la propria immagine sullo schermo della fotocamera.

    Tra gli “uomini parrucca”

    Nella zona più remota delle Southern Highlands, invece, Tari consente un approccio genuino con la sua gente grazie alle particolari consuetudini degli Huli Wigmen (gli “uomini parrucca”), che non sono contemplate nei programmi dei sing sing nazionali. Piccoli di statura (raggiungono a stento il metro e sessanta) ma ben proporzionati e muscolosi, hanno uno spiccato culto della bellezza e severi canonici estetici, che esprimono soprattutto durante i sing sing. Si adornano il corpo in modo spettacolare, indossando bracciali di fibre vegetali decorati con piume di uccelli, e collane composte da semi vegetali, conchiglie e ossa di animali; dipingendosi il viso con colori vegetali fino a renderlo una maschera sgargiante; praticando un piercing nel naso con sottili ossa di animali o di bambù, e vestendo un gonnellino di foglie.
    Nei villaggi sparsi nella giungla intorno a Tari, gli uomini mostrano volentieri ai visitatori le loro “stravaganti” tradizioni, come quella di indossare grandi parrucche a forma di cappella di fungo, adornate con festoni, piume di uccelli del paradiso o di casuario intrecciate con tessuti, erbe, ramoscelli, fiori e conchiglie, in modo più o meno elaborato a seconda che si tratti di un uso quotidiano o cerimoniale.
    Nel villaggio, lo sciamano addetto al compito di maestro cerimoniere spiega al visitatore le varie fasi di fabbricazione delle parrucche con i capelli di giovani novizi, i quali con il loro possesso compiranno il passaggio sociale dall’età puberale a quella adulta. I capelli rasati “a cespuglio” dal cuoio capelluto del soggetto vengono impalcati su una sottile intelaiatura anatomicamente compatibile con la testa del soggetto stesso, che avrà così la sua parrucca personale. La creazione di questo ornamento richiede parecchio tempo, denaro e sacrificio, poiché la fase della preparazione contempla una sorta di “ritiro spirituale” di circa un anno e mezzo lontano dalla famiglia e dal luogo abituale di lavoro: il possesso di una parrucca, quindi, è destinato ai giovani di famiglie agiate o agli adulti che, grazie ad anni di lavoro, hanno potuto raggiungere la condizione sociale di “uomo-parrucca”.
    La società huli è poligama: gli uomini possono prendere più mogli, ma le donne possono avere un solo marito alla volta, mentre per tutti vigono le regole dell’esogamia, secondo cui il matrimonio è consentito soltanto al di fuori di un gruppo sociale e mai tra parenti stretti. I matrimoni sono talvolta combinati, ma le coppie possono anche scegliersi autonomamente. L’uomo paga un “bride price” per la sposa e la sua famiglia, di solito in maiali o altri animali; ed è responsabile per la costruzione di una casa per la sua sposa. Dopo il matrimonio, il ruolo della moglie è di crescere i figli e prendersi cura di loro, coltivare la terra e trasformarne i frutti per l’alimentazione, cucire i vestiti ed aumentare la produzione dei maiali, principale voce d’allevamento.
    I ragazzi di solito lasciano la casa materna all’età di 10 anni circa per vivere con il padre, aiutandolo nel suo lavoro. Per i ragazzi, i riti di passaggio associati con la pubertà sono la caccia e il tempo trascorso sugli altipiani.

    Il rito della Compensazione

    Il divorzio non è raro; la sua causa più frequente è la sterilità femminile. Dopo il divorzio, il marito tenterà di riappropriarsi dei maiali pagati alla famiglia della moglie al momento del matrimonio. Nei dintorni di Tari, mischiandosi tra la gente comune delle campagne, è a volte possibile assistere al rito della Compensazione. Si tratta di una pratica che consente ai familiari di uno dei coniugi di rivalersi economicamente sulla famiglia dell’altro per “compensare” una perdita subita. (Cito l’esempio di una donna che si era suicidata per i maltrattamenti del marito.)
    Le divergenze tra i due gruppi familiari vengono dapprima verbalizzate in uno spiazzo in aperta campagna, in territorio neutrale, con la mediazione di un particolare “giudice di pace” preposto ad hoc dal governo centrale, in attesa che vengano successivamente definiti i termini compensativi per i danneggiati. Dopo un preaccordo e il trasferimento fisico della lunga diatriba presso un terreno appartenente alla famiglia lesa, vengono portati i primi compensi tangibili, di solito alcuni maiali, bovini, capre o altri animali domestici, con un’integrazione in kina, la moneta locale.
    Se la compensazione viene ritenuta sufficiente, si chiude la divergenza tra le parti; ma, essendo la società huli strutturata in clan (hamigini) e sottoclan (emene hamigini), spesso l’accordo diretto è difficile o lungo e le trattative proseguono a oltranza fino all’accomodamento finale, tra arringhe sempre più concitate tra le parti, assiepate attorno al giudice e circondate da un variopinto pubblico che osserva, commenta e gironzola come se si trovasse al mercato.

     

     

     

  • In viaggio verso l’Ucraina in guerra – terza puntata
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    Foto di Valerio Raffaele

    Mercoledì 31 dicembre 2014, sul treno in arrivo a Kyiv. “Sono scappata subito dopo l’inizio della guerra. Ci tengo alla mia vita, non voglio morire. Non ci torno in quell’inferno”. Anucha è una giovane universitaria emigrata dall’India per studiare medicina in Ucraina. L’estate scorsa ha lasciato Luhans’k trasferendosi al sicuro nella facoltà della città di Vinnytsya, in Podillya, nella parte centrale del Paese. Ci conosciamo giusto il tempo di una breve chiacchierata quando il treno notturno proveniente da Chernivtsi sta per fare il suo ingresso nella capitale. Anucha si fermerà a Kyiv per qualche giorno di vacanza insieme all’amica che l’accompagna, pure lei scappata dalla cittadina situata a uno tiro di schioppo dal confine russo, dove i ribelli separatisti dell’est hanno dato vita all’autoproclamata Repubblica di Luhans’k.

    Giovedì 1 gennaio 2015, sul treno in partenza per il Donbas. In tasca ho un biglietto per Slovians’k con un posto a sedere sull’elektrychka veloce in partenza al mattino presto. Le carrozze sono modernissime, tutte a scompartimento unico con porte automatiche e luci al neon. A bordo c’è un unico bigliettaio che appena lasciata la stazione passa tra i sedili sparando con un marchingegno elettronico sul codice a barre dei biglietti. I giovanissimi addetti al servizio bar che passano nei corridoi sono impeccabili nelle loro divise a pantaloni neri e camicie bianche, seri e ben addestrati alla mansione di proporre in vendita agli assonnati passeggeri le merendine commerciali confezionate in colorate bustine di plastica.link-prima-puntata
    L’iniziale sensazione di comodità per questa recente esplosione di modernità (le nuove carrozze sono state inaugurate in occasione degli europei di calcio che l’Ucraina ha ospitato nel 2012 insieme alla Polonia) lascia ben presto spazio a un po’ di amaro in bocca. Mi bastano pochi minuti per avere nostalgia dei lunghi carrozzoni lenti e dei più familiari scompartimenti a quattro che profumano di pulito; e la provodnika sorridente che distribuisce i bicchieri, e il melodico tintinnio dei cucchiaini con i quali si mesce il tè bollente appena servito; il fischiettio del samovar fumante situato in fondo al corridoio e gli aromi delle gustose kartoplya (patate) e kapusta (cavoli) cotti dentro i panini; le tendine bianche appese ai finestrini e l’intonso tappetino color bordeaux steso per terra sotto i piedi; le chiacchiere con i vicini, con il ronzio proveniente dalla cuccetta in alto, dove è sdraiato un anonimo compagno di viaggio che russa in continuazione; la musichetta di accompagnamento che puoi accendere o spegnere a piacimento girando la manopola sopra il finestrino; la stessa provodnika del tè di prima che, quando ti trovi nei pressi della meta, si ricorda di te straniero chiedendoti se rivuoi indietro il biglietto come ricordo del viaggio compiuto. Tutti piccoli particolari fatti di parole, gesti, odori, suoni, colori e sapori che nell’insieme compongono il mosaico di ogni viaggio che si rispetti.
    Qui invece nessuno parla con il vicino; chi non dorme ha gli occhi incollati sull’i-phone e i buchi delle orecchie tappati con gli auricolari che mandano musica a tutto spiano. Se là era il trionfo dei sensi e della spontaneità, qui domina l’omologazione del bon ton e la subdola etica dell’immagine. Il treno lumacone trasmetteva una calorosa umanità. L’elektrychka supersonico ha le parvenze di un asettico e freddo involucro artificiale che mi fa sentire un cliente. Inutile attaccare bottone con qualcuno. L’alta velocità ipnotizza le menti e anestetizza i rapporti umani. Sul frecciarossa in salsa ucraina non resta che dedicarsi al pur stimolante compito di vagare con gli occhi fuori dal finestrino.

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    Un conflitto iniziato nel XVII secolo

    Lasciando Kyiv si oltrepassa ben presto l’importante limes orientale che prende le sembianze della sinuosa striscia d’acqua del fiume Dnipro, gelato in superficie dai rigori invernali. I suoi lineamenti – che disegnano sulla carta una sorta di grande esse che taglia da nord a sud l’Ucraina – sono perfetti, come se fossero stati scolpiti nel paesaggio da un provetto maestro scalpellino. Che madre natura abbia voluto donare tanta bellezza sapendo già che il grande fiume ucraino sarebbe diventato l’ennesimo tormentato confine di questo Paese? A est del Dnipro, infatti, iniziano i territori che in passato hanno subìto la maggiore influenza russa. Qui la steppa è solcata da una serie di corsi d’acqua paralleli che, a pettine, scorrono incassati nelle vallecole quasi piatte orientate verso sud-ovest. Uno di questi, che superiamo attraversando un breve ponte in ferro, non è un fiumiciattolo qualunque. Non tanto per la lunghezza, modesta, o per il nome, un concentrato di lettere aspre che messe insieme fanno Trubizh, i quali dicono poco… ma per dove finisce. Il suo corso prosegue oltre la leggera foschia mattutina che oggi lo ricopre, terminando nelle placide acque del Dnipro una trentina di chilometri più a valle. È laggiù, alla confluenza con il ben più importante fiume, dove sorge la cittadina di Pereiaslav Khmel’nyts’kyi, che tutto ebbe inizio. L’anno era il 1648. L’etmano Bohdan Khmelnytskyi, allora a capo dei cosacchi, si alleò con il khan di Crimea sconfiggendo i polacchi che minacciavano da ovest le terre di questi indomabili cavalieri delle praterie. Per fuggire dalla servitù della gleba imposta dai nobili polacchi dopo l’annessione dell’Ucraina Occidentale, i cosacchi si erano da tempo insediati nelle pianure a est del Dnipro, che prima ancora erano una sorta di “terra di nessuno” pressochè spopolata. Essi si adattarono velocemente alle durissime condizioni ambientali, imparando ad affrontare le frequenti incursioni dei temibili guerrieri tatari. Con la pace del 1649 le antiche libertà cosacche vennero ripristinate.
    Dall’accordo fu però esclusa la massa dei contadini ucraini – che pure avevano contribuito in maniera decisiva alla vittoria – la cui condizione di servitù rimase tale e quale al periodo antecedente la guerra. Per sedare i violenti fermenti che stavano germogliando tra la popolazione, Khmelnytskyi si decise allora a proclamare una nuova chiamata alle armi contro l’acerrimo nemico. Consapevole di non potercela fare da solo, dopo aver esitato tra la Turchia e la Russia, l’etmano si decise a chiedere aiuto allo zar stipulando nel 1654 a Pereiaslav un trattato di alleanza con i moscoviti. Secondo l’interpretazione ucraina, la naturale conseguenza di quell’accordo sarebbe stata la nascita di uno stato indipendente. Il significato che gli diede la controparte fu alquanto diverso.
    La Russia infatti lo lesse come una formale sottomissione dei cosacchi al volere dello zar Aleksjei Mikhailovic il quale, dopo essersi impadronito di Kyiv, scatenò una guerra ortodossa contro la cattolica Polonia conclusasi nel 1667 con la spartizione dell’Ucraina. La parte a ovest del Dnipro rimase sotto la sovranità polacca mentre la parte a est, inclusa Kyiv, finì sotto l’influenza di Mosca. Quest’ultima ebbe poi buon gioco nello sfruttare a suo piacimento le forti divisioni interne che laceravano i capi dei cosacchi ucraini.
    Il pesante fardello dell’occupazione russa non tardò a farsi sentire. Nel suo rapporto di viaggio intitolato Descrizione della strada da Leopoli a Mosca, il croato Jurij Krizanic – un prete missionario cattolico che si recò nel 1659 a Mosca per promuovere la concordia dei popoli slavi e l’unità delle loro chiese – scrisse che “gli ucraini si sono ficcati in testa che è peggio assai vivere sotto il celebrato zarismo russo che non sotto le persecuzioni turche o le piaghe d’Egitto”. Il dispregiativo termine moskal si diffuse presto nelle campagne per etichettare gli odiati occupanti. L’Ucraina – nome le cui prime testimonianze in forma orale risalgono al XII secolo – venne suo malgrado soprannominata dai russi Malorossiya, Piccola Russia, perdendo sempre più ogni forma di autonomia e andando altresì incontro a un graduale processo di russificazione. Con la conquista della Malorossiya, lo zar che di volta in volta saliva al trono poté così fregiarsi del prestigioso titolo di “imperatore di tutte le Russie”.
    Le divisioni in merito al significato storico delle firme messe nero su bianco in quel lontano mese di marzo del 1654 e delle conseguenze che ne sono derivate, dividono ancora oggi aspramente gli studiosi dei due Paesi: se per quelli ucraini si trattò dell’inizio di un’occupazione perpetrata con l’inganno, per quelli russi al contrario fu la celebrazione dell’agognata unità dei popoli slavi e il compimento di un inevitabile destino.
    “Capisci, George? L’Ucraina non è nemmeno uno Stato! Che cos’è l’Ucraina? Parte del suo territorio è Europa orientale. Ma l’altra parte, quella più importante, gliel’abbiamo regalata noi”. È probabile che Vladimir Putin avesse ben in mente i fatti di Pereiaslav quando, il 6 aprile del 2008 a Soci, pronunciò queste parole trovandosi a quattr’occhi con l’allora presidente americano George W. Bush. Oggi, a distanza di sette anni da quel colloquio, il presidente russo non solo ha perso il fidato “amico” Yanukovich che stava al potere a Kyiv, ma a causa della rivoluzione di EuroMaidan dello scorso anno si vede scivolare dalle mani uno Stato che prima riusciva bene o male a manipolare. Ciò significa il venir meno della garanzia di tenere ben salde le mani sulle maniglie di quella porta girevole che per i russi è l’Ucraina. Una porta da aprire o chiudere a proprio piacimento in direzione dell’Europa. Dal punto di vista della Russia, EuroMaidan è il tradimento di quel patto firmato 360 anni fa su una stretta ansa del Dnipro che la sta privando delle sue aspirazioni imperiali.
    L’Ucraina è la pietra angolare su cui poggia il castello del domino russo, il ponte levatoio che collega lo Stato più grande del mondo alla sponda orientale della piccola Europa. È quel raccordo indispensabile che serve a garantirle una dimensione europea che altrimenti verrebbe meno. Senza l’Ucraina, la Russia è come quel personaggio di Pirandello che guardandosi una mattina allo specchio non si riconosce più, finendo in una profonda crisi di identità. L’annessione della russofila Crimea e la destabilizzazione del Donbas a maggioranza russofona è il prezzo salato che l’Ucraina sta pagando per lo smacco subìto dall’ingombrante vicino. Con il ponte ucraino saltato in aria, la Russia – che non è propriamente innocua come il povero Moscarda di Uno, Nessuno e Centomila – è ora più vulnerabile. Il problema è che la sua accresciuta aggressività ha aperto pericolosi scenari dagli esiti alquanto imprevedibili.

    Stalin e il massacro dei kulaki

    Con il loro roteare spedito i dischi d’acciaio del potente elektrychka sollevano la neve che si è depositata sulle rotaie, facendola dissolvere in aria sotto forma di leggeri spruzzi d’acqua. Dal finestrino, il paesaggio in lontananza appare filtrato da un sottile pulviscolo di umidità, verso un’Ucraina che a oriente si apre a ventaglio nella steppa senza fine, completamente imbiancata. Nell’aprile 2014 la vidi libera dai ghiacci al sopraggiungere del primo caldo primaverile dopo il disgelo. La natura si stava risvegliando. I prati stavano ritrovando vigore, e tra i boschi si vedevano talvolta spuntare le grigie lapidi di piccoli cimiteri in miniatura disseminati qua e là all’ombra delle fronde degli alberi. Tra un villaggio e l’altro era un susseguirsi continuo di dacie, ognuna con il proprio steccato di legno e l’orticello dove gli anziani erano già intenti a lavorare la terra con la schiena ricurva.
    Quello che esiste tra gli ucraini e la loro terra è un rapporto speciale. Lo intuì molto bene Stalin che cercò di spezzare negli anni ‘30 quel legame viscerale attraverso l’holodomor, la carestia chirurgicamente pianificata a tavolino che fece tra i 3,5 e i 5 milioni di morti. Lo spietato dittatore georgiano riuscì a estirpare la resistenza dei kulaki – i contadini ricchi ucraini – per sottometterli alla collettivizzazione forzata dell’agricoltura decisa dal neonato apparato sovietico, che voleva fare del prezioso suolo ucraino il granaio dell’URSS. Durante la seconda guerra mondiale, le fertilissime distese di chernozem – il termine significa “terre nere” – fecero gola anche ai tedeschi allorché occuparono l’Ucraina nella loro marcia, poi fallita, verso la conquista dei pozzi di petrolio del Mar Caspio. Consapevole delle straordinarie caratteristiche organolettiche e granulometriche di quelle terre, Hitler in persona diede ordine di riempirne interi vagoni da mandare in Germania. Purtroppo, per uno strano scherzo del destino, pare che a distanza di quasi un secolo il pregiato humus sia di nuovo al centro di un commercio illegale verso l’estero da parte di anonimi predoni del malaffare.
    L’inverno non è esattamente la stagione ideale per immedesimarsi nell’atmosfera delle variopinte campagne che si stagliano attorno a Poltava, celebrate dal talento narrativo di Nikolai Gogol’. La mente corre subito alla famosa battaglia. Nel 1709 i cosacchi alleati con gli svedesi di Carlo XII e guidati dall’etmano Ivan Mazepa consumarono sul campo le loro ennesime aspirazioni di indipendenza uscendo sconfitti contro i russi guidati da Pietro I il Grande. Se a Pereiaslav la Russia aveva gettato le basi del suo dominio sull’Ucraina, il successo di Poltava affermò definitivamente le ambizioni di Mosca, dando uno slancio definitivo ai suoi progetti imperiali. Per l’Ucraina al contrario calò il sipario. Poltava fu l’ultimo sussulto. Stretta tra Russia, Polonia e Impero Ottomano (che in quel periodo controllava ancora la Crimea, ampie parti del basso corso del Dnipro e le aree meridionali corrispondenti grosso modo alla regione dove oggi si trova la città di Odessa), le speranze di indipendenza o di una qualche forma di autonomia sfumarono definitivamente nei secoli successivi. Solo con l’indipendenza del 1991 la figura di Mazepa venne riabilitata quale eroico precursore che si era battuto per una patria ucraina libera da qualsiasi condizionamento straniero. Al contrario, l’etmano cosacco è ancora bollato dagli storici russi come un traditore vile e voltagabbana.

    Nel Donbas, il vulcano in eruzione

    Quando ci passiamo sopra, sul ponte, il fiume che attraversa Poltava è completamente gelato. Durante il mio precedente viaggio nel Donbas incontrai sul treno un giovane di nome Andrei che mi raccontò un curioso aneddoto su quel corso d’acqua, risalente all’epoca della battaglia. L’esito era ancora incerto e Pietro il Grande stava presso il fiume, in groppa al suo cavallo e intento a studiare la situazione sul campo con il cannocchiale puntato all’orizzonte. All’improvviso la lente d’ingrandimento di quello strumento si staccò perdendosi nella corrente. Lo zar diede immediatamente ordine ai suoi di scandagliare il fondo per ritrovarla. Nonostante l’impegno profuso dai soldati fu tutto inutile e il piccolo pezzo di vetro si perse definitivamente tra le gelide rapide. Pietro il Grande, contrariato per quell’accidente, inveì contro il fiume che aveva reso il suo cannocchiale inutilizzabile. L’episodio non fu certamente decisivo per le sorti della battaglia che i russi vinsero con una certa facilità. Ma rimase impresso a tal punto nella mente dello zar vincitore, che per suo volere il fiume di Poltava venne battezzato con il nome di Vorskla, la cui traduzione suona grosso modo come “ladro di lente”.
    Una terra da mille e una notte, l’Ucraina. Luogo di alleanze e di congiure, di eroiche rivolte e di immani tragedie, di cospirazioni e di intrighi di palazzo dove gli episodi storici si mescolano a leggendarie narrazioni di straordinari personaggi o negletti traditori a seconda dell’ottica con cui li si guarda. Un passato con tanti segreti e avvenimenti che contribuiscono ad avvolgere il suo paesaggio di un’aura misteriosa e un po’ inquietante.
    Le sfumature delle bianche lande piatte che stiamo attraversando si fanno via via più scure, assumendo le tonalità grigiastre del ghiaccio vivo che imprigiona i granelli di terra nei suoi cristalli. Di questi tempi a essere congelati in Ucraina non sono solo i campi. Ma anche quel conflitto militare che appena un po’ più a est sta logorando questa regione e la sua gente. A causa sua è impossibile raggiungere Donets’k tramite la linea ferroviaria. La strada ferrata è interrotta, il capolinea del treno è la stazione di Kostiantynivka, vicino al fronte del cessate il fuoco, a una sessantina di chilometri dalla città carbonifera che è anche il centro economico principale del sud-est del Paese.
    Da tempo nel Donbas qualcosa covava sotto le ceneri. Ciò che forse non ci si aspettava era una guerra di tale portata, esplosa con la violenza di un vulcano infuocato dalla cui bocca piovono fitti i mortali lapilli incandescenti. Tra separatisti filorussi e forze governative ucraine la ragione delle armi è da tempo schierata, pronta a fare al momento giusto la voce grossa sommergendo come un magma assassino gli sforzi per ottenere un compromesso tra le parti. Il Donbas è oggi un Vesuvio in ebollizione sul punto di saltare in aria. Il rischio è che sia la diplomazia a rimanere congelata nel freezer dei capricci geopolitici dei suoi contendenti.

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    Le due anime di Slovians’k

    Arriviamo a Slovians’k in perfetto orario. Nel piazzale della stazione un filobus col motore acceso è già pronto per la coincidenza. Una volta partiti cerco di trovare inutilmente qualche punto di riferimento che mi ricordi il mio precedente attraversamento della città, quando era in mano ai separatisti filorussi. Slovians’k, un centro di poco più di 120.000 abitanti, è stata una delle prime città in cui gli edifici amministrativi sono stati occupati nel mese di aprile 2014 per protestare contro la rivoluzione avvenuta poche settimane prima a Kyiv. Nei mesi successivi essa divenne una delle roccheforti separatiste più agguerrite, finché l’offensiva dell’esercito ucraino non portò alla sua riconquista avvenuta all’inizio del mese di luglio, dopo oltre due mesi di violenti scontri armati che costarono la vita a centinaia di persone.
    I primi scorci della Slovians’k di oggi sono il contrario del caos e dell’agitazione che qui regnava solo qualche mese fa. Delle alte barricate rudimentali fatte di sacchi di sabbia e pneumatici non c’è più traccia e i lunghi viali alberati sono deserti. Le strade sembrano avvolte da un’atmosfera piuttosto cupa, sui marciapiedi si vede camminare soltanto qualche anima solitaria. Sicuro di scorgere in qualche modo il centro città, non chiedo informazioni sulla fermata alla quale scendere. Vengo però tradito dall’uniforme urbanistica in stile sovietico che rende difficile districarsi tra le lunghe prospettive tutte identiche tra loro. Dal finestrino dello sgangherato filobus non si vede neanche l’ombra della grande piazza centrale che contraddistingue tutte le città ex sovietiche e che in passato fungeva da spazio di rappresentanza del potere e da sfondo alle parate militari del regime. Finisco così per ritrovarmi solo sul mezzo e di nuovo al capolinea della stazione ferroviaria. Alla ripartenza, il giovane bigliettaio del filobus si dimostra comprensivo non chiedendomi i soldi per l’ulteriore corsa, e dicendomi anzi che mi avrebbe indicato lui il posto migliore dove scendere per trovare un albergo.
    Sollevato dall’incombenza, approfitto del secondo giro panoramico per cercare di vedere se in periferia sono rimasti i segni della battaglia degli scorsi mesi. In effetti qualche rudere si vede in lontananza tra i campi. Non si tratta però di macerie recentissime, bensì dei resti più datati e sbiaditi dello sfasciume d’epoca sovietica. Tra i mostri di cemento un po’ più vivaci c’è quello che doveva essere un vecchio kombinat ribattezzato con l’altisonante nome di Zeus, che oggi ospita una fabbrica di ceramiche. Una sbuffante ciminiera in mattoni, isolata nei prati, sputacchia zaffate di fumo grigiastro che si confonde nell’aria con il colore smunto del cielo coperto dalle nuvole. Alle porte della città i rettangolari e trasandati palazzi della periferia, tutti uguali tra loro, sono gli unici rimasugli a testimoniare l’antica vocazione operaia. Se ai tempi dell’URSS Slovians’k era un centro di primaria importanza nell’industria chimica e metallurgica, il crollo del grande Stato comunista ha segnato l’inizio di un declino industriale, ancor oggi in atto, che l’ha velata di tinte fosche dai tratti funerei. A risollevare un poco questo quadro poco idilliaco vi sono nella regione una serie di caratteristici laghetti noti fin dal ‘700 per l’estrazione del sale, le cui acque sono oggi piuttosto rinomate per le loro qualità salutistiche.
    Imbeccata la fermata giusta, grazie al soccorso del simpatico bigliettaio, mi ci vogliono un altro paio di indicazioni per raggiungere l’hotel Ukraina, una grande struttura rettangolare retaggio dei vecchi alberghi di proprietà di quella che era l’agenzia di Stato sovietica Intourist. Depositato il bagaglio leggero e rinvigorito da una doccia bollente, esco di nuovo prima che faccia troppo buio. Le note di una musichetta natalizia mi attirano immediatamente nella grande piazza situata nel cuore di Slovians’k, a poca distanza dall’albergo. Sulle lunghe aste piantate in serie davanti al municipio, liberato il 5 luglio scorso, c’è un gran sventolare di bandiere ucraine. Dalla parte opposta del grigio edificio in cemento armato è stato montato un palco in legno. Lì vicino svetta un lungo abete, colorato con gli addobbi natalizi. Più in alto, in lontananza, risplendono le guglie dorate della chiesa ortodossa. Qualche passante sfrutta gli ultimi sprazzi di luce per passeggiare lungo il viale centrale della piazza, reso scivoloso dal calo delle temperature serali e pericoloso per l’incolumità di chi ci cammina sopra con i propri piedi. I bambini, per nulla preoccupati di cascare gambe all’aria, si divertono a giocare con le slitte e a rincorrersi sotto lo sguardo vigile dei genitori riuniti in piccoli gruppi attorno all’albero di Natale.
    La piazza è dominata al centro da un alto piedistallo in marmo su cui svetta la grande statua di un Lenin scolpito col berretto in testa. Qualcuno gli ha beffardamente messo al collo la scintillante sciarpa giallo-blu dei colori nazionali ucraini. Prima di partire, avevo letto al riguardo un articolo sul “Kyiv Post” che parlava dell’intenzione da parte del nuovo sindaco pro-ucraino Oleg Zontov di rimuovere quel vecchio monumento – simbolo per molti del vecchio regime corrotto – trasferendolo nel parco della città. Non prima però di un’azione concertata, parole sue, con tutte le forze politiche cittadine, comprese quelle legate al vecchio establishment. Lo stesso articolo parlava di un’ufficiale di polizia in servizio in città di nome Denis Bigunov, anch’egli pro-Ucraina, secondo cui il 40% della popolazione di Slovians’k sarebbe politicamente neutrale, mentre il restante 60% si dividerebbe a metà tra filoucraini e filorussi. A suo parere sarebbe però in atto una “rinascita ucraina”. Molti avrebbero cambiato opinione dopo aver visto con i propri occhi i metodi violenti e non democratici messi in atto dai separatisti durante i tre mesi di occupazione. In Diari ucraini – circostanziato resoconto dal vivo della rivoluzione di Piazza Maidan – lo scrittore ucraino di lingua russa Andrei Kurkov osserva come nel giro di un decennio, ovvero dai tempi della rivoluzione arancione del 2004, la mentalità della gente di Kyiv sia profondamente cambiata in senso europeista liberandosi dell’ingombrante orpello del passato sovietico.

    etnolinguistica-Ucraina È possibile che la stessa cosa stia avvenendo anche nel sud-est dell’Ucraina? Che le fondamenta, apparentemente solide basate su un elettorato dichiaratamente filorusso, stiano ormai traballando? Forse non è un caso che l’ultima statua di Lenin esistente a Kyiv sia stata fatta a pezzi proprio durante l’ultima rivoluzione. Lo stesso inglorioso destino di quella mastodontica che si ergeva con la mano protesa in avanti e il petto gonfio nella grandissima Ploshcha Svobody di Kharkiv – altra città importante dell’est a una cinquantina di chilometri dal confine russo – dove una notte di qualche mese fa una folla di persone ha appeso un cappio al collo del leader della rivoluzione d’ottobre sbattendolo giù dal suo trono. È possibile che, in questo controverso Paese, al compimento di ogni rivoluzione vengano spazzati via di volta in volta i pesanti frammenti del passato che come zavorre gli impediscono di guardare al futuro? Se così fosse, l’onda lunga di EuroMaidan avrebbe fatto un bel salto in avanti. La voglia di cambiamento ha sì valicato l’argine orientale del Dnipro, ma la poderosa diga del feudo filorusso del Donbas non si è fatta per ora travolgere. Se quell’onda si tramuterà in futuro in un irresistibile tsunami, lo diranno le pagine di una storia che è ancora tutta da scrivere. Quello che oggi si può fare è prestare attenzione ai movimentati rigurgiti provenienti dalla pancia orientale del Paese. E magari tenere d’occhio di tanto in tanto se i monumenti dedicati a Lenin sono ancora al loro posto o meno. Per ora a Slovians’k – come a Donets’k e a Luhans’k, ma anche in altre città del sud e dell’est dell’Ucraina dove le manifestazioni filorusse si sono per ora sopite – la sua ombra si allunga ancora sulla piazza principale della città. Il fatto stesso che si usi il vocabolario della diplomazia per parlare non di uno smantellamento ma di un suo semplice spostamento, rende l’idea di quanto sia delicato l’argomento. Benché si possa supporre a ragion veduta che l’apprezzamento per il leader bolscevico stia vacillando – e il suo collo oggetto di scherno da parte di qualche ironico e presumibilmente anonimo buontempone – il suo mito è ancora ben radicato nella mente di molti.

    La guerra è vicina

    “Per vedere i segni della guerra devi andare a Semyonovka. È un piccolo villaggio a pochi chilometri da qui, sulla strada per Kramators’k”. Il cuore della città per fortuna non è stato colpito. Consapevoli di avere ormai perso la battaglia e di non riuscire a mantenere le loro postazioni, i separatisti lasciarono Slovians’k ripiegando a sud in direzione di Donets’k. Il ragazzo vestito elegantemente che mi parla di Semyonovka – da me fermato un po’ maldestramente all’uscita della piazza mentre va a passeggio – non mi può però accompagnare. Mi piacerebbe infatti andarci l’indomani con qualcuno in grado di farmi da traduttore. “È facile da raggiungere. In taxi ci vogliono cinque minuti”, mi dice prima di proseguire la passeggiata a braccetto con la fidanzata.
    Se è vero che nelle immediate vicinanze non si combatte più, il fronte è comunque vicino e le manovre militari passano da qui. Vagabondando al di fuori della zona pedonale, vedo circolare lungo le strade alcune grosse camionette verdi con a bordo dei soldati. Slovians’k è sotto stretta sorveglianza anche perchè è il centro logistico nevralgico dal quale partono le azioni militari verso Donets’k. L’anima filorussa della città a quanto pare si è rintanata. Sembra sopravvivere solo in qualche trascurato simbolo che riemerge dal passato. Sul frontone di un colonnato bianco in vago stile dorico – oggi scrostato e un po’ annerito – campeggia ancora ben visibile il vecchio stemma comunista della falce e del martello inciso nel muro. I simboli del presente invece latitano. Bar e ristoranti sembrano tutti chiusi. Quando ormai è già buio scovo finalmente uno dei rari magazin rimasti aperti nonostante il giorno di festa. Mi premuro di comprare pane e formaggio nel timore di rimanere a digiuno per la cena.
    Di ritorno verso l’albergo mi imbatto in ciò che avevo cercato per gran parte del pomeriggio: l’insegna luminosa al neon di un locale con la scritta “open”. Sul vetro della porta d’ingresso è appiccicato anche un adesivo giallo con sopra impresse le lettere nere “wi-fi”. Ho bisogno di bere qualcosa di caldo, la temperatura costantemente sottozero mi ha infreddolito. Entro, mi siedo al tavolo e ordino un tè alla ragazza bionda e magra con i lunghi capelli raccolti in una treccia, che si avvicina subito per chiedermi l’ordinazione. Le domando anche il codice per entrare in internet con il mio telefonino. La ragazza annuisce e scompare nel retro del bar. All’interno sono l’unico avventore, il locale è completamente deserto. Dopo qualche minuto fa capolino al mio tavolo un ragazzo dallo sguardo vispo e con un vistoso pizzetto unito alle basette da una sottile striscia di barba scura. Esordisce con un “no wi-fi”, allargando le braccia come a volermi dire di farmene una ragione. Vorrei ordinare un dolce, ma con i due ragazzi che parlano esclusivamente russo non si capisce molto. La tipa bionda chiama allora un’altra ragazza bassa con la quale riusciamo a comprenderci un poco meglio in inglese. Almeno così pensavo, fino a quando al posto dell’agognata fetta di torta che avevo ordinato oltre al tè mi arriva una gelida macedonia di frutta servita in una coppetta di vetro.
    Vorrei chiedere ai tre qualche altra informazione sui villaggi da visitare nei dintorni. Se la lingua parlata a volte può essere un ostacolo insormontabile, la carta geografica invece è in grado di mettere tutti d’accordo parlando l’universale linguaggio della rappresentazione. In più ha lo straordinario potere di comportarsi come una calamita. Appena la estraggo dallo zaino e la apro sul tavolo, la preziosa pergamena dell’Ucraina attira gli occhi dei tre che si avvicinano con fare incuriosito. In men che non si dica ce li ho tutti attorno intenti a scrutare i toponimi che vi sono riportati. Per attaccare bottone la mitica mappa funziona sempre. La prima volta che ci provai, ebbi successo con dei vecchietti in un piccolo parco della remota enclave azera del Naxcivan. Oggi replico la situazione di allora cerchiando di rosso Cerekovka, Zilinnaia, Nikolaievka. Altri sconosciuti villaggi come Semyonovka martoriati dalla lunga battaglia dello scorso anno. I tre mi accennano anche ad Andriivka. Ne ho già sentito parlare: è un altro minuscolo villaggio a pochi chilometri da Slovians’k dove il 24 maggio 2014 perse la vita il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, colpito al ventre da un colpo di mortaio sparato dall’esercito ucraino mentre si trovava in un fossato tra le linee del fronte insieme al giornalista russo Andrei Mironov, anch’egli deceduto in quel tragico evento. Quando pronuncio il nome di Rocchelli, il ragazzo dalle lunghe basette fa un serio cenno di assenso col capo.
    Solo dopo aver rotto il ghiaccio, mi ricordo di avere in borsa il piccolo vocabolario di russo che mi sono portato dietro per qualsiasi evenienza. Il dialogo così si infittisce. “È possibile raggiungere Donets’k e Mariupol’?”. “Certo. C’è una marshrutka al giorno che parte da Slovians’k”, risponde la ragazza bionda. “Com’è la situazione attorno a Donets’k? Dove passa la linea del fronte?”. Il giovane col pizzetto guarda la carta. Poi mi fa capire che oltre a Kostiantynivka anche la città di Artemivs’k è sotto il controllo ucraino. Come Debal’tseve – il piccolo nodo ferroviario che poi cadrà in mano ai separatisti – dove però si combatte. “Ma non c’è il cessate il fuoco?”. I tre scuotono la testa. Il grosso centro industriale di Horlivka, una trentina di chilometri a nord-est di Donets’k, è in gran parte distrutto a causa dei furiosi combattimenti.
    Quando mi alzo per pagare il conto non mi sono ancora presentato. Lo faccio al momento di accomiatarmi, e i tre mi invitano invece a sedermi al loro tavolo nella piccola sala di fronte al bancone. La bionda con le trecce ha 19 anni e si chiama Alina. Oltre a essere giovanissima è già sposata con Pavel, il tipo dagli occhi vispi che ha 25 anni. Pure l’altra ragazza si chiama Alina e studia economia all’università di Kharkiv. Dopo pochi istanti si aggiunge a noi Natalia, una signora dai capelli rossicci con un pesante maglione a strisce colorate. È la madre di Pavel. Esaurite le formalità il ragazzo dice qualcosa alla moglie. Lei si alza subito dalla sedia, va veloce dietro il bancone e ritorna con dei piccoli bicchierini di vetro che appoggia in maniera disordinata sul tavolo già ingombro delle pietanze con le quali i quattro stavano cenando. Pavel agguanta svelto la bottiglia di horilca ancora mezza piena e riempie i bicchierini invitandomi a brindare con loro l’inizio del nuovo anno. Di fronte a tale ospitalità è impossibile tirarsi indietro. Seguo l’esempio del giovane e trangugio tutto d’un fiato il superalcolico. Scolato il bicchiere il gioco è fatto. L’atmosfera si scioglie. Compiuto quel rito di iniziazione è come se fossi entrato a tutti gli effetti a far parte del piccolo gruppo.

    Absolute Cafè

    L’Absolute Cafè, questo il nome del locale, è di proprietà dei due giovani coniugi che hanno avviato l’attività appena si sono sposati. Una struttura decorosa arredata con semplici tavoli in legno e con una postazione musicale in stile karaoke situata nella sala più grande, a sinistra della porta d’ingresso. Un piccolo alberello di Natale è illuminato all’angolo opposto vicino al camino, al cui interno stanno ardendo grossi pezzi di legno incandescenti. La signora Natalia è originaria di Slovians’k, con un lontano passato da insegnante di matematica in Siberia, nella sperduta regione della Jacuzia. Quando i figli erano ancora piccoli fece ritorno nella sua città natale. Sentendo le parole della madre, il figlio la interrompe ed estrae orgoglioso il suo passaporto sulla cui copertina di velluto color bordeaux un po’ sgualcita è impressa la sigla C.C.C.P. Al ragazzo devo risultare simpatico. Mi siede vicino, e con un fare sempre più confidenziale mi mostra sorridente una foto dal telefonino che ritrae lui vestito elegante e la moglie in abito da sposa insieme su un ponte. “Svyatogorsk!”, esclamo io quando riconosco dietro i due giovani abbracciati le cupole dorate e gli splendidi campanili color verde pastello del lavra (monastero) più famoso di tutta l’Ucraina Orientale, abbarbicato su uno sperone di bianchissima roccia a ridosso del fiume. Gli sposini fanno cenno di sì col capo, contenti che abbia riconosciuto il loro nido d’amore.
    A un certo punto altre tre persone fanno il loro ingresso nel locale: un ragazzo tarchiato con i capelli corti e biondi e una coppia giovane. “Sono nostri amici. Lui è Vladimir mentre Vanja e Alla sono i nostri cantanti”, dice Alina la Mora presentandomeli. Vanja è un ragazzo smilzo dall’aria furba e sveglia. La moglie Alla è una bellissima donna dai capelli color platino. Con i nuovi arrivati, non passa molto tempo che ci ritroviamo tutti con i bicchierini in mano per un altro brindisi. Alina la Bionda mi fa cenno di accompagnare la bruciante horilca con uno spicchio di arancio che è già tagliato sul tavolo e bere subito dopo del succo di frutta. A ogni bevuta la serata si colora di contorni inaspettati. La biondissima Alla non vede l’ora di dare sfogo alla sua ugola. Ci abbandona quasi subito per mettersi sola al microfono e cantare i primi pezzi melodici. Noi intanto non ci facciamo mancare niente. Pavel mi porge un piatto pieno zeppo di una deliziosa insalata russa accompagnata da un prelibato fagotto a base di sgombri del Mar Nero cucinato al forno. La sopraffina cuoca è Natalia, che fa la spola tra la cucina e il tavolo. A un tratto la donna compare sorridente con un grosso piatto rotondo di pizza cucinata in mio onore. Più il tempo passa, più la voglia di conversare aumenta. Ormai basta qualche parola per capirsi al volo. Per di più Vladimir il Tarchiato parla un inglese abbastanza fluente.
    Nel gustare i saporiti bocconi della cena realizzo di trovarmi seduto tra estranei di cui so poco o nulla. Una serie di domande mi si affollano in testa. Cosa penserà questa gente con la quale sto gozzovigliando di tutta la vicenda dell’Ucraina? E poi, saranno simpatizzanti filorussi o filoucraini? Il clima di amicizia che si è creato mi permette di osare. E una battuta un po’ infida rivolta a Pavel mi aiuta a scoperchiare il vaso di pandora.

    votazioni-Ucraina

    I risultati della seconda votazione alle presidenziali del 2010: interessante confrontare la loro ripartizione geografica con la mappa etnolinguistica pubblicata più sopra.

    “Con quella treccia tua moglie assomiglia tanto a Yulia Tymoshenko”, gli dico mentre con la coda degli occhi cerco lo sguardo di Alina la Bionda, aspettando la sua reazione. La quale non si fa attendere. La ragazza è sveglissima e capisce al volo. Anche gli altri hanno capito l’antifona e si mettono a ridere a crepapelle. Lei sbotta immediatamente con un categorico e altisonante “Niet”, scuotendo la testa, agitando le braccia e sparando incomprensibili commenti. Gli altri mi aiutano ancora, stanno al gioco e io la provoco ulteriormente. “Allora simpatizzi per Poroschenko…”. Segue un altro sonoro “Niet” accompagnato ancora dalle risate sguaiate degli amici che le stanno intorno. La scena si ripete più o meno simile con i vari Yuschenko, Turcynov, Jacenjuk. Un vecchio nome della politica ucraina il primo (Yuschenko fu assieme alla Tymoschenko il leader della rivoluzione arancione del 2004), rampanti esponenti di spicco filoeuropei del panorama politico post Yanukovich i secondi. Alina la Bionda non salva neanche l’ex leader fuggiasco del Partito delle Regioni, con il marito che però interviene subito in sua difesa. La moglie di Pavel a tratti si dimostra incontenibile. Dopo essere cascata nei miei tranelli, passa al contrattacco tessendo le lodi di Vladimir Zirinovskij, l’uomo politico russo che a Mosca è vicepresidente del parlamento, noto per le sue posizioni ultranazionaliste e per aver disegnato per la rivista italiana “Limes” uno schizzo su una carta geografica dell’Europa teorizzando un’Ucraina quasi completamente assoggettata alla Russia. “Anche Stalin era bravo. Ha piegato con la forza gli ucraini!”, sbotta infine la ragazza battendo il pugno sul tavolo. “Ma che dici. Stalin era un assassino!”, replica vistosamente contrariato Vladimir il Tarchiato, che fino a quel momento era rimasto piuttosto silenzioso. Mi sento in dovere di spalleggiarlo, ricordando ad Alina la Bionda la tragedia che colpì l’Ucraina negli anni ‘30 e la caterva di innocenti spediti a morire negli orrendi gulag siberiani.
    Lenin, Stalin, Krhusciov, Breznev, Andropov, Cernenko. Restano tutti un po’ sorpresi quando elenco loro in ordine cronologico la sequenza dei dittatori che si sono succeduti al Cremlino dalla nascita dell’URSS. Agli ultimi due nomi, i più giovani mi guardano sbigottiti con l’aria interrogativa. Anziani e malati com’erano quando salirono al potere – e rimasti in carica per poco tempo come semplici traghettatori di un Paese che già mostrava ampie crepe nel suo sistema – non li hanno mai sentiti nominare. A parte Natalia, che tra una portata e l’altra ha seguito divertita tutta la discussione, la quale ricorda ai ragazzi quella breve parentesi che ha lasciato ben poche tracce sui libri di storia di tutto il mondo.
    Michail Gorbaciov invece se lo ricordano tutti molto bene. Sull’operato dell’ultimo segretario del partito comunista sovietico il giudizio è pressoché unanime. “È colpa sua se l’Unione Sovietica si è frantumata in mille pezzi”, è il laconico giudizio di Pavel espresso con un fare nostalgico e con gli occhi smarriti nel vuoto dopo l’ennesimo bicchierino di superalcolico mandato giù tutto d’un fiato. Lenin al contrario è ancora una leggenda. “In tutto il Donbas la gente lo ama. Come in Crimea, a Odessa e a Kharkov”. “A Kharkov? Ma là lo hanno sbattuto giù”, replico io. “Sono stati quelli di Kyiv a farlo”, controreplica Pavel con tono sprezzante in uno scatto di lucidità. Ancora lui, il piccolo bolscevico dai baffi appuntiti che ricompare. Simbolo di occupazione e dissolto in un amen dopo l’indipendenza dell’Ucraina a ovest, un fantasma che aleggia ancora sinistro nell’aria qui a est.

    Russi o ucraini?

    I discorsi ormai viaggiano liberi. Le titubanze nell’esprimere a uno straniero curioso i propri pensieri sono ormai naufragate nel diluvio di parole che escono dalle bocche diluite dalla horilca versata a fiumi nei bicchieri. “Ma voi siete russi o ucraini?”. La domanda è netta e posta a bruciapelo. Le risposte che ottengo sono invece velate di tante sfumature. Il primo a rispondere è Pavel. Estrae di nuovo il passaporto mostrandomi sulla seconda pagina la bandiera ucraina stampata a colori. “Ma sono anche russo”, aggiunge poi. Alina la Bionda: “Io sono sia ucraina che russa. Ucraini e russi sono fratelli, non possono dividersi”. Vladimir il Tarchiato: “Io sono ucraino, figlio di genitori ucraini”. Vanja è tornato da poco con noi dopo aver cantato qualche pezzo al microfono insieme alla moglie. Sente al volo la mia domanda. Alza il bicchierino pieno che ha nella mano destra, stringendolo appena tra il pollice e l’indice, e con un tono di voce sottile ma sibillino risponde con una battuta flash intrisa di un sarcasmo e di una cinica ironia che non lascia spazio a malintesi. “In Italia voi come la chiamate? Horilca o vodka?”. Un istante di pausa, mi guarda, scrolla le spalle e poi conclude con parole fredde che esprimono il suo lapidario pensiero. “Vodka immagino. O sbaglio?”. Rimango muto e annuisco timidamente.
    “Vi dirò, dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni del cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità”. Così si esprimeva Nikolai Gogol’ nel 1844 a proposito della sua tormentata identità. Le parole sgorgate dalla sua abile penna di scrittore suonano più che mai attuali. Sono un affresco puntuale dell’intricato dedalo russo-ucraino, il raffinato riassunto di un combattimento interiore che tante persone provano da queste parti. Gente che non sa spiegarsi i motivi di una guerra assurda. Se fosse ancora in vita, anche il grande Gogol’ attraverserebbe oggi una profonda crisi esistenziale nel vedere il suo sogno frantumarsi a colpi di cannone.
    Quando nell’altra sala si spalanca la porta di ingresso, i discorsi che si stavano facendo vengono improvvisamente troncati. Due militari ucraini vestiti in divisa verde e scarponi neri raggiungono a passo lento il bancone. Le due Aline si alzano svelte dalle sedie andando loro incontro. I due ordinano loro qualcosa rimanendo poi in piedi a chiacchierare. La voce di Alla si affloscia e nel locale cala il silenzio. Le parole Russia, Ucraina, filorussi, filoucraini, nazionalità, lingua, scompaiono improvvisamente dalla bocca di tutti. Con i nuovi arrivati il clima della serata sembra essersi di colpo raffreddato. Osservo in silenzio tutta la scena. In piedi vicino ai militari, Pavel pare sull’attenti e rinsavito di colpo. Il suo sguardo sembra quello di chi stava per essere beccato con le mani nella marmellata. Vanja sforna qualche parola per rompere l’atmosfera muta che si è creata, sforzandosi di mantenere il suo fare distinto e un po’ distaccato. Solo Vladimir il Tarchiato non ha modificato di una virgola l’espressione del volto e la scioltezza dei suoi gesti, mostrando di trovarsi ora come prima a proprio agio. Per quanto mi riguarda percepisco per qualche istante la sgradevole sensazione di sentirmi di troppo.
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    Poi, dopo pochi minuti, tutto cambia di nuovo. L’iniziale gioco di sguardi che serviva a studiare la situazione e gli umori del momento si dissolve. Alina la Mora porta due boccali di birra e una bistecca fumante, mentre la Bionda riempie i piatti con il ben di dio che ancora si trova sul tavolo. Ci allarghiamo, vengono aggiunte due sedie e i due soldati si aggregano a noi. Hanno appena smontato dal turno. Lentamente le chiacchiere con i giovani proprietari del bar riprendono. Ora sanno di confidenziale. I quattro si conoscono, i militari sono clienti abituali. Scolate in men che non si dica le birre, i due passano con disinvoltura alla horilca barra vodka. Una nuova alzata di calici è d’obbligo. Poi l’atmosfera ritorna goliardica, le note musicali dei nostri cantanti si alzano di nuovo di volume. La serata assume definitivamente le sembianze di una vivace ballata da allegro con brio. I due soldati, già alticci, si cimentano ben presto al microfono insieme a Pavel in un incomprensibile repertorio musicale urlato a squarciagola. “Molti militari ucraini vengono qui, bevono, si ubriacano e poi se ne vanno. Questi due invece sono bravi, pure loro si ubriacano ma poi non vanno ad ammazzare la gente come fanno altri”, mi dice Alina la Bionda in un orecchio, accompagnando le parole con i gesti delle mani per farsi capire. Quando siamo tutti di nuovo seduti al tavolo, i fumi dell’alcool hanno ormai abbattuto qualsiasi barriera senza che nessuno faccia caso più di tanto ai discorsi altrui. I due militari, uno alto e con la pelle bruna, l’altro basso e decisamente più grasso con due rotonde guance paonazze, sembrano aver dato sfogo a tutta la loro stanchezza. È facile intuire quando i discorsi scivolano sulla guerra in corso. Succede quando i volti di tutti si abbassano verso il pavimento, lo sguardo si rattrista, gli occhi si spengono, i sorrisi scompaiono e le labbra si cuciono in attimi di ermetico silenzio che sembrano durare un’eternità. Fino a che Pavel rompe gli indugi, si alza in piedi con fare fiero e ci incita a cacciare via la malinconia che già serpeggia nei nostri cuori con un altro brindisi. L’ennesimo della serata, il più significativo, dedicato alla mir, ovvero alla pace.
    Alla fine i cin cin alla mir non si contano più, con il giovane proprietario del bar che ha ormai perso qualsiasi freno inibitorio. Lo immortalo in uno scatto fotografico nella memorabile scena in cui punta l’indice della mano destra a mo’ di pistola sulla nuca del militare dalle guance rosse. Pochi minuti dopo finirà steso su un letto in una stanza del retro completamente ubriaco. Anche i militari sembrano giunti al capolinea. Quello più grassoccio è sbronzo. L’altro, leggermente più sobrio, mi invita ad andare con loro alle terme per poi fare le ore piccole in qualche night di provincia. Lascio cadere nel vuoto la proposta, e mentre osservo i due militari barcollanti uscire dal locale mi sembra di vedere in quei volti provati e depressi il devastante riflesso di un logorante conflitto che neanche una vodka incendiaria riuscirebbe a far dimenticare.
    Tocca a Mamma Natalia andare a vedere ogni tanto le condizioni del figlio. Le donne non sembrano molto allarmate. Forse perché da queste parti sono abituate ad avere a che fare con uomini che spesso e volentieri alzano il gomito, finendo stralunati e incoscienti in orizzontale. Pure loro però non si tirano indietro. Anzi, dimostrano con mia sorpresa una resistenza ben maggiore. “La vodka è finita. Però se ci offri una bottiglia possiamo iniziarne un’altra…”. Il tono di sospensione con cui Alina la Mora avanza la sua proposta è di quelli di chi si aspetta una risposta affermativa. Ancora una volta è impossibile rifiutare. Del resto ho cenato a sbafo, nessuno mi ha chiesto un soldo per tutte le leccornie che Natalia mette in continuazione sul tavolo.
    “I soldati russi ammazzano i civili ucraini”, dice all’improvviso Vladimir il Tarchiato quando, esaurito il momento clou della serata, i discorsi si fanno via via più pacati. ”Ma che dici, non è vero”, dicono in coro le altre. L’istantanea con cui colgo davanti all’obiettivo Natalia, le due Aline e Vladimir abbracciati insieme è l’emblema di questa parte di Ucraina. È la donna della Jacuzia in persona a dettarmi la didascalia: lei simpatizza per la Novorossyia, la bionda sua nuora per la Repubblica del Donbas come Alina la Mora. Mentre Vladimir è orgogliosamente filoucraino. L’aspetto consolante della faccenda è vedere che ci sono persone divise dalla politica ma unite dall’amicizia. Fino a che la gente lascia da parte i rispettivi nazionalismi privilegiando i rapporti personali vuol dire che c’è ancora speranza.
    Con in sottofondo le sincopate melodie russe e i pezzi vintage di Celentano, finiamo per vincere la nostra personale battaglia scolando da buoni reduci anche l’ultima goccia dell’ultima bottiglia del sublime nettare. Allo scoccare della mezzanotte, è giunta l’ora dei saluti e di raccattare i souvenir con cui la colorita compagnia mi ha omaggiato: un simbolico pacchetto vuoto rivestito di carta da regalo e infiocchettato con la dedica “dagli amici di Slovians’k” scritta in pennarello, un salvadanaio pieno di monetine russe e tre banconote fuori corso di cui un rublo d’epoca sovietica datato 1961. Alina la Mora ha chiamato un taxi che, prima di accompagnare a casa Vladimir il Tarchiato, mi scarica al mio hotel. Propongo al giovane ucraino di venire con me tra poche ore a visitare i villaggi bombardati attorno a Slovians’k. “Sono ancora in ferie per cui dovrei riuscire ad accompagnarti”. Come quasi tutti gli ucraini, per campare decentemente Vladimir il Tarchiato ha due lavori: insegnante di scuola al mattino, consulente informatico al pomeriggio. Nel salutarlo ci scambiamo i numeri di telefono.
    Avrò anche vinto una battaglia campale ma la serata mi ha sfiancato a tal punto da sentirmi esausto. Attraverso il piazzale innevato dell’hotel, spingo la porta della hall e cerco di camuffare il più possibile i miei occhi brilli di fronte al tipo della reception. Lui però ha già intuito tutto e scrutandomi di sottecchi gli spunta dagli angoli della bocca un perfido sorrisetto. Afferro la mia chiave già pronta sul banco e salgo le scale con un’andatura assai ciondolante. Nel buio del corridoio mi ci vogliono tre tentativi per aprire correttamente la serratura della porta. Una volta in camera, mi tolgo gli scarponi e mi butto tra le coperte. Il pulsante che schiaccio per spegnere la luce è l’ultimo ricordo. I pensieri sprofondano poi in un precipizio indistinto di nuvole e sogni.

    Panorama di distruzione

    Nikolaievka è un piccolo villaggio appena fuori Slovians’k. È raggiungibile dopo essersi lasciati alle spalle i tre giganteschi lapis colorati (vecchi ricordi della rigida pianificazione sovietica del lavoro per la quale Slovians’k doveva rifornire di matite le scuole dell’URSS) installati sul ponte all’uscita della città. La strada corre dritta per qualche chilometro tra i campi innevati, passando tra le isbe a un piano con i tetti spioventi e tutte uguali tra loro, per poi terminare nel cuore di Nikolaievka in un piccola piazza rotonda sovrastata da alte palazzine residenziali.
    Ci arrivo senza il giovane ucraino Vladimir, che ancora provato dai bagordi della sera prima mi ha dato buca. Il tassista che mi accompagna si chiama Alexey, un tipo biondo e rasato con due guance talmente arrossate dal freddo da sembrare due lanterne accese. Egli si dimostra ben presto scarsamente informato sulle direzioni da prendere con l’auto. Una donna con cui costantemente comunica in vivavoce dalla stazione dei taxi gli dice i nomi delle strade da seguire. Alexey imposta il navigatore, che con la sua voce gracchiante ci fa infilare un paio di volte in vie senza uscita.
    È dopo esserci persi che, percorrendo un po’ per caso una strada che sembra dileguarsi nel nulla, il tassista rasato mi indica con la mano di guardare alla sua sinistra oltre i prati. Uno squarcio verticale ha spezzato la lunga serie di appartamenti di una delle squallide palazzine di mattoni costruite a lato della strada. Scendo dall’auto per osservare da vicino. In alcuni punti la neve ancora fresca arriva ai polpacci. Una corona di fiori bianchi è appoggiata a una colonna di cemento rimasta intatta. Dietro di essa si vedono montagne di macerie ammassate al piano terra, dove prima c’erano piccoli magazin ora spazzati via. Uno ha le inferriate divelte e il tettuccio dell’ingresso pericolante. Poco oltre, una piccola officina sembra essersi salvata. Una macchina grigia è parcheggiata vicino alla porta metallica semiaperta. Il muro posteriore dell’edificio è rimasto in piedi. Le finestre ai piani sono buchi squadrati che danno sul vuoto dalla parte opposta. Ai lati sono ancora visibili i resti deformati di alcuni armadi in legno. In alto è rimasto solo un pericolante cornicione sghembo che unisce le estremità di quelle parti della palazzina che non sono crollate. Quelle che dovevano essere delle verande chiuse sui balconi esterni sono ridotte a un indistinto ammasso di polvere e ferraglia arrugginita. Sulle ante di qualche finestra si intravedono le tende mosse dal vento. Altre invece, completamente sbarrate e rinforzate con assi di legno, hanno resistito al botto delle deflagrazioni. Gli appartamenti vicini rimasti in piedi sembrano desolatamente vuoti.
    Ripartiamo. Il dialogo con il tassista non sboccia, tra di noi ci intendiamo poco e male. Ma in fondo non importa, ogni parola sarebbe inutile. Ora che le armi tacciono, ora che il paesaggio è costellato da lancinanti ferite e il sangue delle vittime è stato risucchiato nelle viscere della steppa, ciò che rimbomba è solo un silenzio assordante. Ci infiliamo subito in una strada sterrata sbarrata poco più avanti da un camion fermo, carico di materiale per l’edilizia. Qualcuno si è già buttato nell’ardua impresa della ricostruzione. Ritorniamo sui nostri passi. Ai margini della boscaglia si vedono persone intente a segare i rami degli alberi intrisi d’acqua. Se per i bambini le slitte sono un divertimento, per gli adulti rappresentano uno strumento di quotidiano lavoro. Come per quell’uomo robusto intabarrato da testa a piedi che se ne trascina una dietro con legata sopra la scorta di legna della giornata.
    Una volta raggiunta Semyonovka congedo Alexey dandogli il compenso per il servizio reso. Il villaggio inizia appena fuori Slovians’k, nel punto in cui quattro strade si incrociano in un ampio spiazzo circolare. Non c’è nessun cartello a indicarne l’ingresso, è talmente piccolo che esiste solo nella personale geografia di chi abita da queste parti. A destra, di fronte alla fermata degli autobus, si trovano alcuni chioschi aperti. Di altri invece sono rimasti solo dei sassi allineati disordinatamente ai bordi della strada. A sinistra si oltrepassano un passaggio a livello e i binari della ferrovia. Poco oltre, una grande casa è completamente aperta, tranciata a metà sul lato posteriore opposto a quello rivolto alla massicciata. Il tetto a spioventi è ancora al suo posto insieme allo scheletro delle travi di legno interne. Il telaio invece penzola semidistrutto lungo le mura crivellate dai colpi di artiglieria. Il vento gelido lo muove avanti e indietro facendolo grattare contro il muro scrostato dell’abitazione. Lì vicino spunta di nuovo la sagoma tonda di una corona di fiori completamente congelata adagiata contro un palo da qualche anonima mano.
    Più avanzo, più il panorama di distruzione che ho di fronte si arricchisce: i resti ciondolanti di una stazione di benzina, altre case sfondate come se fossero fatte di cartone, i muretti di recinzione in cemento bucherellati dai proiettili, le staccionate in legno spezzate. Lungo la strada si affacciano i resti di due piccoli negozi, alcune esili aste di metallo storte e arrugginite. Su una delle vetrine rimaste intatte risalta la beffarda pubblicità di una delle compagnie ucraine di telefonia mobile, un adesivo rosa con stilizzato sopra un sorriso sotto forma di emoticon e la scritta bianca “life”. Poco oltre si vedono i pallidi colori di due bandiere ucraine pitturate sul muro. Dall’altra parte della strada i segni delle bombe sono su un’altra abitazione, sventrata a tal punto da sembrare implosa su se stessa. Tutt’attorno regna un silenzio spettrale rotto soltanto dalle rare auto di passaggio con i fari accesi e dal latrare dei cani in lontananza. Alcuni li vedo aggirarsi in cerca di cibo scodinzolando sicuri tra i ruderi. La memoria corre immediatamente all’Aquila, dove vidi scene simili aggirandomi nel centro storico distrutto dopo il terribile terremoto del 2009. Se là era stato l’imponderabile a mietere tante vittime, qui la natura non ha potuto fare altro che vestire i panni di incolpevole spettatrice di fronte alla cinica crudeltà delle umane azioni.
    Mi addentro tra le stradine sterrate e piene di buche del piccolo villaggio. Adesso a parlare è il fischio gelido e tetro del vento che risuona nell’aria insieme al cigolio sinistro e ossessivo di un’invisibile insegna metallica che ciondola in continuazione. In alcuni punti gli steccati delle case sono talmente bassi che allungando il collo si può guardare oltre. La porticina che conduce all’interno di uno di essi è mezza aperta. Quello che prima della guerra era un orto coltivato a patate, con il cortile che fungeva da aia dove scorrazzavano liberamente le galline, è ora un disordinato pezzo di terra e ghiaia abbandonato. Il tetto dell’abitazione è diroccato, all’interno regna un buio solenne. I davanzali delle finestre sono pieni di cocci di vetro. Le porte di altre case sono sbarrate con lunghe aste di ferro oblique. Su una di esse campeggia una grande “X” verniciata di bianco.
    Pur immersa in un’atmosfera così spettrale, Semyonovka respira ancora, nasconde discreta i germogli di una vita che non ha mai smesso di pulsare: le luci gialle della cucina di una isba, che brillano laggiù in mezzo ai campi; in lontananza la sagoma di un uomo, che cammina lento tra i dissestati vicoli prima di scomparire come un fantasma dietro le assi di legno appuntite come stuzzicadenti; lo sguardo saggio di un’anziana signora, bassa e un po’ gobba, con l’espressione serena di chi ha imparato a farsi strada tra i dolori dell’esistenza per andare avanti sempre e comunque. Sono questi gli unici bagliori di rinascita dei sopravvissuti di Semyonovka. Di quelli che hanno deciso di rimanere o, più probabilmente, di coloro che hanno attraversato qui il turbinio della guerra non avendo altro posto dove andare.

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  • In viaggio verso l’Ucraina in guerra – quarta puntata
    Ucraina4

    Foto di Valerio Raffaele

    Viaggiare è tanto affascinante quanto faticoso, amava dire Ryszard Kapuscinski. 1)  Tocco con mano le parole del grande reporter polacco quando alle cinque del mattino suona la sveglia del telefonino. Gli spifferi di freddo filtrati dalla finestra dietro il letto della pur accogliente camera dell’Ukraina, qui a Slovians’k, hanno soffiato per tutta la notte insinuandosi tra le lenzuola. Mi risveglio con tanto di brividi, mal d’ossa, febbre e una sete da lupi. Fuori è buio pesto, la tentazione di ributtarmi sotto le coperte a oltranza è forte. Per di più gli strascichi dei bagordi dell’altra sera all’Absolute Cafè si fanno ancora sentire. Raduno d’istinto tutti i miei fagotti prima che la vocina che mi dice di riaddormentarmi abbia il sopravvento. Prolungare la sosta a Slovians’k per riprendere le forze significherebbe passare l’intera giornata in un letargo solitario nel grande albergo silenzioso dove sono l’unico ospite. Un’opzione da film Shining al momento allettante, vista la fatica fatta per tirarmi dritto, della quale però mi pentirei seduta stante a mattinata inoltrata. Inghiotto così una compressa antinfluenzale e imbracciato lo zaino esco dalla camera chiudendomi la porta alle spalle. Al piano terra il tipo della reception è già incollato al suo posto dietro il bancone con la solita imperturbabile espressione di sorniona pacificità stampata sulla faccia.

    “Esco per correre e mi colpisce anche qui il solito rito mattutino delle digiurnaje che, con dei cenci sporchissimi, inzuppati in una brodaglia nera, ‘puliscono’ i pavimenti con fatica e disattenzione…”. A vedere la burrosa dezhurnaya bionda alle prese con la pulizia delle scale munita di stracci, spazzolone e un secchio di plastica pieno d’acqua e di detersivo, mi viene da scomodare un altro grande del giornalismo. L’inappuntabile descrizione delle mitiche donnone delle pulizie degli alberghi ex sovietici che fa Tiziano Terzani in Buonanotte Signor Lenin è più che mai attuale. L’addetta al piano di qui sembra avere anche la stessa espressione distratta. Rispetto a quelle che incontrò lo scrittore fiorentino in un albergo di Yerevan nell’ottobre del 1991, questa sembra solo un po’ più meticolosa nel lustrare i corrimano argentati delle scale e le piastrelle lucenti del pavimento. link-prima-puntataIl fascio di luce dei fanali di un’auto che filtra nell’oscurità dalla vetrata dinanzi all’ingresso mi riporta alla dura legge della tabella di viaggio da rispettare. Vitaly, il tassista che mi accompagna alla stazione degli autobus, è un gran chiacchierone. Guida con la musica a palla già alle prime ore dell’alba. A queste latitudini con i tassisti si hanno due possibilità. In quei rari casi in cui se ne incontra uno di poche parole si finisce per rimanere muti fino al luogo di destinazione. Altrimenti per noi italiani il dialogo finisce sempre per seguire lo stesso cliché: “Come ti chiami?”; “Valerio”. “Di dove sei?”; “Italiano”. “Ah italiano!”, detto con enfasi e con un gran sorriso che in genere è illuminato dal riflesso dorato di qualche dente, seguito da un “Ah Italia…”, pronunciato con un tono di voce sognante. E poi: “Adriano Celentano…!”; controreplica: “Toto Cutugno…; lui insiste: “Albano…Romina Power…!”, rigorosamente citati in sequenza, ma con una breve sospensione della voce tra i due nomi, forse per uno strano sentimento di rispetto misto a pudore a seguito del divorzio della coppia. In genere il curioso siparietto finisce con l’italiano di passaggio che, preso da un’improvvisa nostalgia di casa, si immedesima su un palcoscenico: “Felicità… un bicchiere di vino…”, “Lasciatemi cantare…sono un italiano vero…”. Giusto i ritornelli, prima di pagare il conto e salutare, e senza far vedere all’esuberante Vitaly di turno che oltre a quelli non si saprebbe andare oltre. È sorprendente il credito di simpatia che ancora oggi gli italiani riscuotono tra i russi grazie ai grandi successi della musica leggera nostrana d’antan. Grazie a essa riuscii qualche anno fa a superare senza noie ulteriori la delicata frontiera tra Georgia e Abkhazia. Gli occhi di una sospettosa guardia di confine si erano fissati sulla guida che avevo con me, “colpevole” a suo parere di non riportare nel titolo il nome della piccola autoproclamata repubblica caucasica. Sentendomi dire “italiansky”, un suo superiore più anziano che era lì vicino si mise a cantare e a ballare un’insulsa canzoncina anni ‘70, a me totalmente sconosciuta, lasciandomi immediatamente passare senza ulteriori scocciature.
    Nel piazzale degli autobus, un vecchio si aggira con fare lento tra i marciapiedi, propinando allo sparuto numero di persone in partenza alcuni salamini che gli penzolano tra le mani e rimanendo incurante di fronte a due cani che nell’annusare i poco invitanti insaccati lo seguono da vicino. Una volta acquistato il biglietto, riesco a raggiungere appena in tempo l’autista della marshrutka diretta a Mariupol’ grazie ai rimbrotti della scorbutica bigliettaia che mi urla di correre prima che quella parta. Per qualche strano motivo la partenza è anticipata di un quarto d’ora rispetto all’orario previsto. A bordo ci sono solo poche persone. Tra un sedile e l’altro gli spazi sono strettissimi. Mi sistemo al primo posto vicino alla porta d’ingresso, quello più comodo per distendere un poco le gambe.

    sloviansk-mariupol

    Attraverso la terra di nessuno

    Il tragitto che stiamo per iniziare è tutt’altro che scontato. Mariupol’ dista oltre duecento chilometri ed è collegata a Slovians’k da una comoda autostrada. Tenendo conto delle fermate e della limitata velocità di crociera del nostro trabiccolo, in condizioni normali dovrebbero servire tra le quattro e le cinque ore. Il fatto è che a metà strada circa si trova Donets’k, la città martoriata dalla guerra attualmente in mano ai ribelli filorussi. E da lì bisogna passare. Perché nel bel mezzo di una fragile tregua la vita delle persone va avanti come se fosse tutto normale. Analogamente a tanti scoiattoli che saltellano veloci tra l’erba alta della foresta per sfuggire ai loro predatori arrampicandosi al sicuro sugli alberi più vicini, così la gente comune passa da un fronte all’altro spostandosi furtivamente nel sottobosco della guerra, rischiando in continuazione la propria incolumità. Restano i dubbi su come avverrà questa pericolosa traversata. Dovremo cambiare minibus una volta entrati nelle zone controllate dai separatisti? Oppure attraverseremo solo i territori sotto l’effettivo controllo dello stato ucraino? E l’autostrada sarà totalmente percorribile?
    Gli interrogativi restano mentre Vassili, l’autista, ingrana le marce macinando i primi chilometri al chiarore di un mattino che si apre sotto una fitta nevicata. Lasciata Slovians’k, il primo centro che si incontra poco distante in direzione sud è Kramators’k. All’ingresso in città vi sono ancora barricate poste sulla carreggiata. A differenza di qualche mese fa, sono solo un po’ più basse e sopra di esse sventolano seminascoste dalla foschia le bandiere bicolori giallo-azzurre dell’Ucraina. I varchi che le separano non sono più sorvegliati da giovani incappucciati dall’aria arrogante, con tanto di manganello infilato nella cintola dei pantaloni, bensì da militari ucraini armati di mitra. Quando raggiungiamo Kostiantinivka, la gran parte dei passeggeri scende. Alla ripartenza siamo praticamente al completo. Imbocchiamo di nuovo l’autostrada in una bufera di neve e vento. La carreggiata opposta alla nostra è deserta. Da Donets’k non arriva nessuno. Il motivo è chiaro dopo qualche minuto. Poco oltre Kostiantinivka, Vassili vira a destra in corrispondenza di un’uscita priva di qualsiasi indicazione. Percorso qualche metro, la marshrutka bianca che ci precede si blocca improvvisamente davanti a noi. Freniamo di colpo rimanendo fermi qualche secondo. Poi il nostro autista ingrana la retromarcia ritornando sui suoi passi seguito subito dopo dall’altro veicolo. Abbiamo sbagliato strada. Orientarsi è difficile, i campi imbiancati sono tutti uguali e distinguere le strade imboccando la diramazione giusta è un’impresa non da poco. Proseguiamo di nuovo per qualche chilometro sull’autostrada per poi svoltare di nuovo a destra. Questa volta la deviazione sembra essere giusta. Ci allontaniamo definitivamente dalla disastrata Horlivka situata appena un po’ più a est. Da qui in poi si procede lungo strade secondarie. L’autostrada interrotta si perde in lontananza inghiottita dalla nebbia. Chiunque si trovasse a percorrerla sarebbe un bersaglio facile da colpire tra i fuochi incrociati.
    Ci infiliamo in un infinito labirinto di villaggi senza nome collegati tra loro da una rete di stradicciole disastrate. Dovremmo trovarci a nord-ovest di Donets’k, non lontano dalla cittadina di Dymytrov. La periferia settentrionale del capoluogo del Donbas, al centro nei mesi scorsi di una furiosa battaglia per il controllo dell’aeroporto, si trova ora a una quarantina di chilometri in linea d’aria. A nord, dove passa la linea ferroviaria per Kyiv, e a ovest, dove transitano le vie di comunicazione in direzione di Dnipropetrovs’k, i collegamenti stradali veloci con la città del carbone sono tutti isolati. Qui si stringe la morsa dell’esercito ucraino contro i ribelli. Ecco spiegato il nostro itinerario a zig-zag, percorso senza l’ausilio di alcun navigatore satellitare ma con il solo fiuto di due audaci autisti come unica guida. Ora Vassili sembra più sicuro, si destreggia bene tra le continue deviazioni da prendere. Le rare volte che incrociamo un minibus dalla direzione opposta, egli saluta calorosamente l’altro guidatore alzando la mano sinistra.
    Sono quasi le nove quando, raggiunto un tratto più ampio di strada, rallentiamo in corrispondenza di un breve rettilineo in leggera salita. Dai vetri semighiacciati del finestrino si intravede un primo posto di blocco. Vassili abbassa il finestrino e mostra un foglio al militare che imbraccia un’arma. Sulla divisa all’altezza della spalla si vede il lustrino colorato dell’esercito ucraino. L’uomo getta un rapido sguardo indagatore tra i passeggeri e poi fa segno che possiamo ripartire. Poco dopo ecco un secondo check-point. Stavolta le porte malconce del nostro mezzo si spalancano per lasciar salire un militare dal volto paonazzo che ci chiede i passaporti. Anche questo controllo risulta essere piuttosto veloce non riservando alcun intoppo. Procediamo nella nostra avanzata. Il panorama che si vede all’esterno assume sempre più contorni opprimenti. Le isbe si susseguono una dietro l’altra in maniera ossessiva, avvolte dagli scheletri ghiacciati degli alberi. Il paesaggio, offuscato da un tempo infame, sembra contornato da una soffocante atmosfera di guerra che inquina tutta l’aria che si respira. Ora a dominare è l’immaginazione, che impadronendosi della mente rinchiude in un angolo la logica della ragione evaporata in una miriade di suggestioni. Ogni sobbalzo su una buca si trasforma in un violento sussulto scavato da una palla di cannone. Ogni albero spezzato in due è uno stuzzicadenti piegato dalle schegge impazzite di una granata. L’indistinguibile confine grigiastro tra cielo e terra che si vede all’orizzonte è una confusa linea di battaglia, un’invisibile lancia conficcata nel ventre sanguinolento del Donbas. Tra i sedili della marshrutka diretta a Mariupol’, è invece il silenzio la sinfonia che attutisce il battito di tanti cuori in fibrillazione.
    link-prima-puntataAl terzo stop, nei pressi di Novohrodivka, perdiamo di vista il minibus che ci precedeva. Più ci si avvicina a Donets’k, più i controlli si fanno attenti e prolungati. Vedendo il mio passaporto con la scritta “Unione Europea”, il militare di turno mi dice di attendere. Terminati i controlli sui documenti degli altri, scompare con il mio tra i gabbiotti dell’esercito. L’attesa si fa lunga, Vassili spegne il motore. Qualcuno mugugna da dietro a causa della prolungata sosta venendo subito zittito dai richiami dell’autista. Di colpo mi sento addosso gli occhi impazienti dei miei compagni di viaggio. Più passa il tempo, più aumenta la preoccupazione che mi rispediscano da dove sono venuto. Dopo una decina di minuti le porte del mezzo si riaprono. Questa volta mi si presenta davanti un altro militare con la bocca coperta da una spessa sciarpa di lana verde e dei grossi occhiali da neve appoggiati sulla nuca. “Italiano, korrjespondènt?”. “Niet. Gheogràfija, shkòla”. “Fotogràfija?”, indaga lui quasi a rimproverarmi. “Niet, niet”, rispondo di getto. In realtà l’obiettivo è ben nascosto sotto la giacca nera chiusa ermeticamente con la lampo fino al collo. Lungo il percorso ho girato un paio di brevi video “clandestini” delle aree che stiamo attraversando. I miei vicini di posto hanno sicuramente visto. Confido però nella proverbiale riservatezza dei popoli slavi, il cui passato sovietico ha insegnato che in certe situazioni è sempre bene farsi gli affari propri. Infatti nessuno fiata. Per fortuna il militare magro come uno spillo non replica alle mie affermazioni prendendole forse per buone. Continua però a scrutare il mio volto sfogliando in continuazione il passaporto. Sembra indeciso sul da farsi. Poi, con lo sguardo pensieroso e un’aria a dir poco perplessa, scende dai gradini scomparendo dalla mia vista. L’esercito ucraino è certamente al corrente del fatto che gruppi di stranieri, tra i quali alcuni italiani, si sono arruolati nelle file dei separatisti. Il sospetto di trovarsi di fronte a un foreign fighter, e quindi di bloccarmi per degli accertamenti, è piuttosto elevato. Quando già pensavo al modo migliore per sostenere le mie ragioni di fronte a un interrogatorio e l’idea di dover tornare indietro iniziava a balenarmi in testa, ecco ricomparire il soldato smilzo che nel ridarmi il passaporto si congeda da me con un sonoro “arrivederci” scandito a chiare lettere. Un fulmineo moto di felicità mi prende quando realizzo che, superato l’ostacolo, l’avventura può proseguire.
    Riavviato il motore e superate con un paio di sterzate le barriere di cemento messe di traverso lungo la strada, siamo di nuovo in marcia. Vassili però sembra irrequieto. Capiamo il perché quando ci blocchiamo in corrispondenza di un bivio al termine di una strada in discesa. Avendo perso contatto con il minibus che ci precedeva, l’uomo è adesso incerto sulla svolta da prendere. Dopo qualche attimo di indecisione una signora bionda seduta dietro ci trae d’impiccio indicando sicura di girare a sinistra.
    Man mano che le strade si fanno più ampie, i controlli sono sempre più frequenti. Ormai dovremmo essere a ridosso della linea del fronte. Tra i girasoli appassiti si vedono una serie di tralicci dell’alta tensione piegati in due con i lunghi fili scuri della corrente che si perdono tra la neve. Poco dopo ecco un altro punto di controllo. Il militare che si affaccia all’interno dell’abitacolo dice qualcosa a voce alta. Subito dopo tutti gli uomini si alzano dai loro posti e scendono dal veicolo. Faccio lo stesso. Solo le donne e gli anziani sono rimasti seduti, visto che di bambini in viaggio non ce ne sono. Ci disponiamo in fila a lato del bus, immobili e muti con le mani dietro la schiena, sotto lo sguardo vigile dei militari attenti a confrontare scrupolosamente le foto dei passaporti con i nostri volti. La neve cola dalle nostre teste e dalle giacche, inzuppando d’acqua i vestiti. Di fronte a noi, a un paio di metri, del filo spinato è tirato lungo tutto il lato della strada. Terminati i controlli e dopo l’ok dei militari possiamo ritornare all’asciutto ai nostri posti. Si riparte per l’ennesima volta. Le sagome di alcuni tank corazzati spuntano dal margine della boscaglia. Pochi chilometri e siamo di nuovo costretti a scendere. Ormai si procede a singhiozzo. Un militare con una spilla di Che Guevara appuntata sulla divisa sembra divertito a sfogliare il mio passaporto. Un sorriso sarcastico gli si dipinge in faccia quando si sofferma sulle pagine dove sono incollati i visti russo e bielorusso di un precedente viaggio. Scuote la testa. “Ti piace il Donbas?”, mi chiede in inglese. “Diciamo che è particolare”, rispondo io in maniera evasiva, con la classica espressione di circostanza dipinta in viso. Ai miei toni diplomatici l’uomo replica con un altro sorriso ironico.
    Finalmente siamo sulla strada principale. Donets’k ormai è alle porte. L’ultima postazione militare ucraina è imponente. I controlli a bordo sono più prolungati, si guarda anche nei nostri borsoni. Mentre siamo da soli, in attesa e a portiere chiuse, il malumore tra alcune signore è più che mai evidente. Quando il militare ritorna con i documenti, nell’aria serpeggia un marcato sentimento di diffidenza. I miei compagni di viaggio sono tutti russofoni. I controlli minuziosi servono a evitare eventuali infiltrazioni separatiste. Per Kyiv queste misure rientrano in una vasta operazione antiterrorismo in atto in tutto l’est del paese. Guai a parlare di guerra. A livello ufficiale essa non esiste per il governo. Ammetterlo significherebbe del resto riconoscere implicitamente i ribelli come avversari anziché considerarli terroristi.
    Siamo nel bel mezzo della terra di nessuno. La striscia d’asfalto corre dritta, tanto lunga da sembrare senza fine. Vassili conosce il rischio che stiamo correndo e pigia veloce sull’acceleratore. Basterebbe l’ordine avventato di qualche folle quanto ambizioso ufficiale guerrafondaio o la deliberata strategia di una delle due parti in lotta di colpire dei civili, per poi dare la colpa all’avversario, per fare una strage di innocenti. Stiamo entrando nel territorio dell’autoproclamata DNR: la Donetskaja Narodnaja Respublika. Incrociamo solo qualche coraggiosa auto che procede spedita nella direzione opposta. Sulla nostra corsia corriamo solitari. Là fuori la nebbia fa da schermo alla nostra perigliosa traversata, rendendoci forse invisibili alle bocche da fuoco che ci circondano e che oggi sembrano tacere. A ogni metro che percorriamo vedo però aprirsi nel mio immaginario tanti occhi neri che ci osservano a destra e a sinistra, lanciandoci occhiate minacciose.
    Una decina di chilometri, forse meno, separano l’ultimo baluardo ucraino a ovest di Donets’k e il primo fortino dei separatisti. Che in realtà è una semplice barricata di sassi paracarro neanche troppo alta sulla quale sventola la bandiera rosso-blu a strisce della DNR, con in primo piano l’aquila bicipite russa. Un solo miliziano armato con la barba incolta e i capelli lunghi sulle spalle sorveglia il passaggio. Quando gli transitiamo vicino fa segno con ampi gesti delle braccia di non fermarsi e di proseguire. Pochi minuti dopo stiamo già percorrendo le lunghe prospettive della parte occidentale di Donets’k senza aver subito alcun controllo da parte dei ribelli.

    verso-Donetsk

    La Donetskaja Narodnaja Respublika

    Nei quartieri che attraversiamo la vita sembra scorrere normalmente. Le insegne dei negozi lampeggiano a intermittenza, i centri commerciali sono aperti, i filobus circolano regolarmente. La gente cammina tra i viali alberati mentre alcuni bambini giocano nei parchi con le immancabili slitte di legno. All’angolo di un marciapiede una bancarella vende i gadget della neonata repubblica indipendentista. Un gigantesco cartellone pubblicitario affisso a lato della strada ritrae l’attuale leader dei separatisti Alexander Zacharchenko, eletto presidente della DNR durante le contestate elezioni del novembre scorso, in un’inquietante espressione del volto priva di qualsiasi sorriso e con gli occhi spiritati fuori dalle orbite. In corrispondenza degli attraversamenti pedonali si vedono alcuni miliziani armati con lo sguardo distratto, fermi tra la gente che passa loro vicino incurante di quelle strane presenze.
    “Donezk è il cuore del bacino minerario ucraino. In certi quartieri i cumuli di carbone e di detriti stanno addirittura per le strade. La polvere scura si deposita sulle pareti dei chilometrici blocchi d’abitazione tutti uguali, disegnando sulle facciate strisce nerastre, sgorature plumbee, esantemi rugginosi”. Alla fine di agosto del 1991 – gli stessi giorni in cui Terzani iniziava dalla profonda Siberia lo straordinario viaggio che l’avrebbe portato a vedere dal vivo il crollo dell’URSS nella parte asiatica – Kapuscinski curiosava come un uomo qualunque tra le strade di una desolante Donets’k. Alle bancarelle le donne vendevano zoccoli di mucca per fare il brodo della minestra; una folla di persone si scambiava le scarpe appena ritirate cercando di trovare il numero giusto; la stazione ferroviaria era stipata di gente dall’aria sconsolata. Le montagne di scorie minerarie, che ancor oggi si vedono appena fuori della cintura urbana, sono ormai sformate piramidi divenute parte integrante del paesaggio insieme allo skyline dei nuovissimi grattacieli in vetro che prima del conflitto si stagliavano alti in periferia.
    I famigerati terrikony di carbone erano già famosi quando nell’ottobre del 1941 il corpo di spedizione italiano in Russia conquistò la città, allora chiamata Stalino per via delle sue acciaierie (stal’ in russo significa acciaio) che sfruttavano gli ingenti giacimenti carboniferi del bacino del Donec. Il 22 giugno di quell’anno Hitler aveva lanciato l’Operazione Barbarossa, la gigantesca invasione dell’URSS il cui fallimento avrebbe segnato le sorti della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale; e Stalino, che si trovava lungo la direzione di marcia della Wehrmacht, fu facilmente occupata dalle divisioni Pasubio, Torino e Celere, le cui avventure terminarono poi sul Don con la tragica ritirata dell’inverno 1942.
    La Donets’k che avevo visitato nell’aprile 2014, prima dell’inizio dei combattimenti, sembrava in apparenza avere cambiato volto rispetto a quella di inizio anni ‘90. Le aiuole erano tutte in fiore, perfette nella loro disposizione, con l’erba verdissima curata al millimetro e costantemente irrigata. Nei parchi, pulitissimi, era persino piacevole fermarsi per una sosta sulle panchine. Nelle ore serali le luci degli hotel di lusso e dei locali alla moda trasformavano l’Artyoma, il lunghissimo viale che attraversa il centro città, nella copia un po’ kitsch dello Strip di Las Vegas. Dietro questa ostentata fiera degli eccessi mi parve tuttavia di trovarmi di fronte a quella medesima Donets’k sradicata delle proprie radici, così mirabilmente descritta dall’autore di Imperium. Una città giocattolo fatta a chiazze, riverniciata da pennellate di modernità giusto per nascondere con volgari pezze raffazzonate i malanni di un’anima smarrita nei meandri della storia.
    Persino il “mitico” Parco Lenin con il memoriale ai liberatori del Donbas era oscurato da nuovi falsi idoli: le gigantografie dei calciatori dello Shakhtar che campeggiavano sui vetri brillanti della Donbas Arena, il nuovissimo stadio di calcio costruito per volere di Rinat Akhmetov, proprietario del club, di gran lunga uomo più ricco del Paese, nonchè plenipotenziario giocoliere capo di Donets’k e oligarca di professione. Un uomo d’affari dal passato misterioso spuntato fuori dal nulla in un periodo in cui nel Donbas regnavano le gang mafiose. Erano gli anni, a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90, in cui le aziende di Stato venivano date in pasto per quattro soldi agli squali legati alla malavita e ai vecchi gerarchi del partito comunista, furbescamente riciclatisi nel nuovo corso politico post-sovietico. Nel giro di pochi anni Akhmetov, nativo di Donets’k, creò un impero con proprietà che oggi spaziano dai media alle miniere, dalla siderurgia alla finanza, dall’agroindustria al petrolio, fino ad arrivare al calcio. Il suo braccio politico, e fino a non molto tempo fa fidato delfino, del quale si è avvalso per costruire una fortuna personale stimata in circa 12,5 miliardi di dollari – un patrimonio che lo colloca stabilmente tra i 100 uomini più ricchi del mondo – è stato un suo losco “compaesano” con un passato da criminale: l’ex presidente Viktor Yanukovich.
    Quando lo scorso anno la Donbas Arena venne colpita da un missile, furono in molti a ritenere quell’atto un bellicoso messaggio neanche troppo cifrato da mandare al boss di Donets’k. Contrariamente ad altri oligarchi ucraini, Akhmetov non ha abbracciato immediatamente il nuovo corso che ha preso il potere dopo i fatti di Maidan. È probabile anzi che, dando per scontato che in città non si sarebbe mossa una mosca senza il suo benestare, ci fosse il suo avallo quando iniziarono i primi subbugli e l’assalto ai palazzi pubblici. Quando però vide che, nonostante il pugno duro, il vento politico a Kyiv continuava a soffiargli contro e che per il Donbas, dove possiede la stragrande maggioranza delle sue strutture produttive, si stava pericolosamente avvicinando la burrasca, Akhmetov iniziò a tenere il piede in due scarpe prendendo le distanze dai separatisti e cercando allo stesso tempo di ricucire sottobanco con il neoeletto presidente Poroschenko. A quel punto però la partita a risiko era diventata talmente grande da attirare al tavolo da gioco personaggi più forti ed influenti di lui per i quali i suoi interessi privati potevano aspettare. Con il nuovo governo che ha voltato le spalle alla Russia – e con i conseguenti disegni di destabilizzazione del sud-est dell’Ucraina tracciati da Mosca – l’oligarca più potente del Paese sembra aver temporaneamente abdicato, cadendo volutamente in quell’oblio dal quale era venuto. In attesa forse del treno giusto che possa riportarlo prima o poi sul carro dei vincitori; badando bene, nel frattempo, di tenersi stretto un patrimonio accumulato ammassando tanti scheletri nell’armadio da tenere ben occultati.
    Quel che è certo è che oggi il cinquantenne patron di System Capital Management si trova stretto tra l’incudine e il martello. I gioielli del suo dominio (acciaio, miniere di carbone, ferro, meccanica) sono stipati nel Donbas dilaniato dalla guerra. E rompere con il Cremlino sarebbe come suicidarsi, visto che la gran parte della produzione delle sue aziende viene acquistata dalle imprese statali russe. Egli ha inoltre in mano la gestione dell’energia elettrica e dei diritti di sfruttamento di gas e petrolio sul fondo del Mar Nero proprio in quella Crimea annessa lo scorso anno dalla Russia.

    Verso il Mar d’Azov

    I passeggeri che scendono alla stazione degli autobus scompaiono rapidamente nei quartieri della città. Attraversando Donets’k, speravo di vedere almeno da lontano il palazzo dell’amministrazione, occupato dai separatisti, nel quale ero riuscito a entrare mostrando semplicemente il passaporto. La memoria corre ai volti che incontrai in quei giorni: al giovanissimo Dimitri dalla prominente acne giovanile sul viso, che mi accompagnò tra le “stanze del potere”; alla signora con i capelli rossi che preparava da mangiare per i ribelli e mi rimpinzò gentilmente di bruschette e tè; a Irina, il cui cuore batteva per la Russia e che tra le lacrime mi ripeteva che non molto tempo fa da quelle parti si era tutti “soviet”; al vecchio Volodia dal volto scavato, che mostrava orgoglioso un manifesto con la folla festante di una Sebastopoli ritornata alla Grande Madre.
    Mentre usciamo dalla città mi viene naturale pensare alla loro sorte e a quella delle altre persone che ho incontrato. Saranno fuggiti in Russia da profughi? Si saranno salvati grazie agli scantinati-bunker costruiti sotto le loro case? O avranno condiviso la tragica sorte dei quasi 6000 morti, in gran parte civili, caduti sotto le bombe? E il giovane Artyom con la faccia da bravo ragazzo sarà rimasto vicino ai genitori in pensione e alla moglie con i figli, o avrà imbracciato il kalashnikov per la causa separatista?
    Da quei giorni di protesta, prima spontanea poi fomentata a dovere e strumentalizzata da qualche oscuro burattinaio, di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Gli stessi burattinai sono cambiati in continuazione, sostituiti dalla sera alla mattina da altri burattinai sempre più potenti che hanno chiuso in un angolo ogni disinteressata forma di dissidio. Vista da Donets’k, l’Ucraina è un insieme di matrioske che gli spietati faccendieri di questa giostra impazzita hanno messo apposta in un pozzo buio; più ci si infila levando di volta in volta i pezzi più grossi, più diventa vano il tentativo di chiudere il cerchio scovando la matrioska più piccola incastrata in un fondo che sembra non avere mai fine.
    Basta percorrere per pochi chilometri l’autostrada che conduce a Mariupol’ per capire qual è il fronte che rischia a breve di incendiarsi. Qui i check-point dei separatisti si susseguono in continuazione, a poca distanza l’uno dall’altro. Anche in questo caso però nessun controllo dei documenti. I filorussi, o le presunte truppe regolari russe travestite da miliziani, fermano tutte le auto prima di farle passare, controllando attentamente le persone a bordo. Ma non i mezzi pubblici come il nostro. Passiamo così una dietro l’altra tutte le barriere poste lungo il percorso, sempre più alte e consistenti man mano che ci avviciniamo alla linea meridionale del fronte. Nel pieno di una tormenta ci ritroviamo rapidamente fuori dalle zone controllate dai ribelli, di nuovo soli in un’altra interminabile terra di nessuno senza alcun segno di anima viva nei paraggi e con pochissime auto in circolazione. Se a nord e a ovest Donets’k è praticamente accerchiata dai governativi, a sud le forze ucraine sono decisamente più distanti. Dopo un periodo di tempo indefinito, Vassili rallenta. Ci fermiamo di fronte a un nutrito drappello di militari che sorveglia un imponente posto di blocco. Sulle loro divise non c’è alcun distintivo di riconoscimento. Il dubbio su chi abbiamo di fronte svanisce quando gli inequivocabili colori di una bandiera giallo-azzurra si stagliano nella fitta nebbia. Stiamo di nuovo oltrepassando le linee di difesa ucraine nei pressi di Volnovakha, al sicuro da eventuali fuochi incrociati. I modi dei militari ucraini di qui sono più spicci. Ora sono loro ad assumere una fastidiosa aria arrogante. Probabilmente non si tratta di truppe regolari, ma di qualche pattuglia di mercenari invasati al soldo di qualche ricco oligarca-burattinaio che ha sposato la causa della “nuova” Ucraina. Dopo i soliti accurati controlli, la strada è finalmente libera. Solo alle porte di Mariupol’ passiamo un altro paio di posti di blocco dove le guardie ci fanno velocemente sfilare via.
    “Non farti vedere in giro con quella, nascondila bene”; è il cordiale monito di Vassili quando, poco prima di scendere, mi vede fotografare dal mio sedile il malandato palazzo di cemento del municipio, annerito ai piani alti da un incendio. Grazie alle indicazioni di qualche passante trovo una sistemazione all’hotel Reikartz, una recentissima struttura colorata di proprietà tedesca che sembra fatta di lego, non lontano dal centro. Una volta in camera, dopo oltre sette ore di viaggio trascorsi in una sorta di totale apnea, mi ricordo di tirare un respiro. In compenso la febbre è scomparsa, sciolta in un vortice di alta tensione. Come la neve, che qui a Mariupol’ ha lasciato spazio a una leggera pioggerellina sottile dal sapore liberatorio. Anche la nebbia si è dissolta, spazzata via dalle gelide folate di vento che spirano sul Mar d’Azov.

    N O T E

    1) Nel suo libro Imperium, pubblicato nel 1993, il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski racconta dettagliatamente la disintegrazione dell’URSS [NdR].

     

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  • In viaggio verso l’Ucraina in guerra – quinta puntata
    ucraina5-etnie

    Foto di Valerio Raffaele

    Tutto sommato doveva essere un bell’edificio. Ora al posto del tetto c’è una voragine con travi penzolanti nel vuoto, mentre le finestre sono ridotte a grossi rettangoli neri che guardano nel nulla. “Chi è che ha fatto saltare in aria la palazzina all’angolo a un paio di isolati da qui?”. Eugenia, la più simpatica tra le receptionist del Reikartz, non è in grado di rispondermi. “So solo che è successo lo scorso mese di settembre. E qualche giorno fa è stato fatto esplodere il ponte della ferrovia”. Da parte di chi, se dei filorussi o dell’esercito ucraino, non è dato saperlo. Certo è che qualcuno nei dintorni sta dalla parte dei separatisti.
    Mariupol’ è il terzo fronte di guerra, il più recente dopo quelli di Luhans’k e Donets’k. Qui il primo marzo 2014 i filorussi presero d’assalto il palazzo del municipio assumendo il controllo della città, poi liberata il 13 giugno dai militari ucraini dopo oltre tre mesi di occupazione. Le mire separatiste su questa sonnacchiosa città portuale non sembrano però essersi placate. Basta dare un’occhiata agli eventi verificatisi negli ultimi mesi per capire che probabilmente qualcosa bolle ancora in pentola: a ottobre 2014, in quattro diverse occasioni, gli attacchi ribelli hanno fatto in totale 10 morti; in novembre è stato preso di mira un check-point ucraino causando 2 vittime; il 19 gennaio 2015, 10 case sono andate distrutte a seguito di un’esplosione; il 24 gennaio il bombardamento di un mercato ha causato l’uccisione di 30 persone e il ferimento di un centinaio: il tributo di sangue più alto pagato fino a oggi da Mariupol’.


    Non è un caso quindi che i funzionari dell’OSCE – le cui auto bianche sono parcheggiate fuori dall’hotel – abbiano stabilito qui il loro quartier generale. “Mi dispiace, non ho trovato nessuno che possa fare al caso suo. Di questi tempi non è facile trovare persone disposte a parlare di quello che sta succedendo”. Al mio arrivo in albergo avevo chiesto a Eugenia di trovarmi qualcuno disponibile a farmi da guida. Mi tocca accontentarmi di un’indecifrabile carta stradale presa da google maps e di una pagina in formato A4 dove sono riportate alcune informazioni in inglese che la ragazza ha scaricato da internet.
    Camminare lungo le ampie prospettive di Mariupol’ richiede prudenza e una certa dote di equilibrismo. L’encomiabile lavoro delle babushke, impegnate già al mattino presto a cospargere le strade di sabbia e sale grosso, non serve a escludere totalmente i rischi di capitomboli su un asfalto reso insidioso dall’infido velo di ghiaccio che lo ricopre. Al termine di una discesa, lungo una strada non lontana dal centro pattugliata da un branco di pacifici cani randagi intenti a “sorvegliare” i marciapiedi, dalla cima di un cavalcavia arrugginito lo sguardo si apre su un pallido sole che illumina al largo le acque cineree di un mare calmo e silenzioso. Non certo blu e ricco di paradisiaci panorami come il Mediterraneo, ma pur sempre affascinante da vedere. Così piccolo e praticamente sconosciuto, il Mar d’Azov – uno specchio d’acqua poco profondo che i greci, considerandolo poco più che una grande palude, chiamavano Palus maeotis – costituisce una sorta di appendice del Mar Nero. A nord-est, dove si gettano copiose le acque del Don, assume la forma di una lunga e stretta spirale che si insinua in profondità in territorio russo. A sud-ovest è chiuso ai lati tra le forche caudine della penisola di Crimea da una parte e da quella di Taman dall’altra. Lo stretto di Kerch, il Bosforo Cimmerio dei classici, scorre tra pianure costiere sbrindellate da lagune salmastre, lingue di terra e gelide correnti oltre le quali si apre l’ampia distesa del Mar Nero.
    Nel vedere quel lenzuolo d’acqua grigiastro, immobile e semighiacciato in superficie, si ha l’impressione di essere di fronte alle placide acque di un tranquillo lago. La spiaggia è ricoperta da uno spesso strato di neve che arriva fino alla battigia dove la sabbia, compatta e di colore marrone scuro, è talmente dura da sembrare il permafrost della tundra siberiana. A ridosso degli scogli una poco invitante schiuma bianca è portata continuamente a galla dalle onde di risacca mosse appena da una leggera brezza mattutina.
    Alcuni vecchietti seduti su panchine malconce sono impegnati a bere a piccoli sorsi della birra in bottiglia, godendo nel frattempo dei flebili spiragli di calore che filtrano attraverso i colori stinti del cielo. Qualcuno, approfittando delle poche ore di luce, passeggia avanti e indietro sul lungo molo oltre il quale si scorge in lontananza un’intricata selva di gru i cui bracci meccanici, fermi all’imbocco del porto e protesi verso l’alto in tutte le direzioni, sembrano tanti spilli appuntiti che bucano l’orizzonte. I pochi rumori provenienti dalla strada, che oltre i binari della ferrovia procede parallela alla costa, si disperdono rapidamente in quest’oasi di tranquillità. Sembra impossibile che nel bel mezzo di un’atmosfera così quieta si fronteggino a distanza di una manciata di chilometri due eserciti pronti al primo ordine a mettere a ferro e fuoco una città intera.mar-d-azov
    In situazioni normali la costa di Mariupol’ dovrebbe attirare in estate un discreto numero di turisti. La scorsa stagione al contrario è stata un disastro. I pochi bar che si incontrano sul breve litorale sembrano chiusi da secoli. Con l’annessione della Crimea da parte della Russia, le acque dell’Azov, per le quali i diritti di sfruttamento delle riserve di petrolio e di gas sono totale appannaggio del colosso energetico russo Gazprom, giacciono completamente sotto le grinfie di Mosca. L’importante penisola però è separata dalla Federazione da un braccio di mare di sette chilometri. Per colmare questa distanza Vladimir Putin avrebbe intenzione di realizzare un ponte sullo stretto di Kerch. Non un’idea nuova considerando che quell’opera, già ideata ma mai realizzata in epoca zarista, venne portata a termine in passato dai nazisti prima e da Stalin poi. In entrambi i casi però le campate in cemento fecero una brutta fine. Nel ‘43 furono le truppe tedesche stesse a ridurle in macerie a seguito della ritirata successiva alla disfatta di Stalingrado. Un paio d’anni più tardi il fragile ponte ricostruito dai russi si sbriciolò poco tempo dopo il passaggio della delegazione sovietica di ritorno da Yalta; questa volta non sotto i volontari colpi di dinamite da parte dell’Armata Rossa bensì a causa del peso eccessivo che gli esili piloni non furono in grado di sostenere.
    La realizzazione di un’infrastruttura così importante – che a causa delle difficili condizioni ambientali dell’area su cui sorgerebbe richiede un investimento attorno ai due miliardi di euro – risulta a oggi alquanto ardua. L’economia russa è in picchiata, stretta nella tenaglia delle sanzioni occidentali, mentre il prezzo del petrolio, ai minimi storici, sta riducendo enormemente le entrate monetarie di un grande Paese esportatore di risorse energetiche come la Russia. È probabile che qualcuno al Cremlino abbia ragionato su tutto ciò preferendo l’apertura forzata, a colpi d’arma da fuoco, di un varco terrestre finanziariamente meno esoso piuttosto che costruire una costosa opera sospesa nell’aria destinata a unire le due sponde. Come leggere altrimenti il blitz di fine agosto 2014 che ha portato all’occupazione della piccola cittadina di Novoazovs’k e che ha avvicinato pericolosamente i ribelli ai sobborghi di Mariupol’? Conquistare l’unica grande città ucraina sul Mar d’Azov spalancherebbe le porte a quel corridoio terrestre di 400 chilometri in grado di unire la Crimea alla Russia passando per il Donbas. Un’operazione che, qualora fosse portata a termine, potrebbe significare il preludio a un’ulteriore espansione verso ovest in direzione di Odessa e dell’enclave moldava filorussa della Transnistria. Un progetto a oggi improbabile, ma che se fosse realizzato porterebbe alla riproposizione di quella Novorossiya di imperiale memoria che dal XVIII secolo, e fino al 1917, rimase sotto il diretto controllo russo.

    Mariupol’, la “città di Maria”

    Lo striminzito “pizzino” fornitomi dalla pur volenterosa receptionist dell’hotel risulta essere piuttosto avaro di informazioni relative alla città. Ai suoi fondatori è dedicata appena una riga in fondo alla pagina. Leggendo quello straccio di parole, la memoria corre alle prime notizie su Mariupol’ che attinsi a Sviatohirsk dalla voce di una fervente suora laica filorussa con un passato da badante a Venezia: “Nel 1778 i greci di Crimea lasciarono la penisola insediandosi sulla costa nord-orientale del Mar d’Azov dove fondarono Mariupol’. Il cui significato non è ‘città del mare’, bensì “città di Maria”.
    Quella dei greci del Mar Nero è un’epopea poco conosciuta la cui nascita si perde nella notte dei tempi. Le prime testimonianze della loro presenza sulle coste al di là del Bosforo risalgono all’VIII secolo a.C. Prima di allora il Mar Nero era per i greci un pontos axeinos, ovvero un mare “cupo”, “scuro”, “inospitale”, a causa delle frequenti burrasche e della presenza sulle sue rive e nell’immediato entroterra di popoli guerrieri e temibili come i Tauri, gli Sciti, i Cimmeri e i Sarmati.link-prima-puntataLa necessità di ampliare i propri commerci li spinse oltre l’Ellesponto (lo Stretto dei Dardanelli) per entrare nella piccola Propontide (il Mar di Marmara) attraversare il Bosforo e raggiungere il Mar Nero che, non più invalicabile e finalmente esplorato, divenne per loro un pontos euxeinos, vale a dire un “mare ospitale”.
    Una volta fondate le prime colonie, i greci introdussero sul territorio la coltura della vite e crearono una serie di fiorenti porti mercantili le cui economie ruotavano attorno al commercio di grano, pesce, legname, metalli e risorse minerarie provenienti dall’area caucasica. La prova che tutto questo arco di costa era l’equivalente della Magna Grecia mediterranea la si ha dando un’occhiata a qualsiasi carta geografica dell’area dove, sparsi qua e là, si trovano una serie di toponimi dai suoni rotondi che messi insieme compongono un’armoniosa sinfonia ellenica: Sevastopol’, Simferopol’, Feodosiia nel Chersoneso Taurico, l’attuale Crimea; Melitopol’, Mariupol’ e Dioscuria, l’odierna Sukhumi abkhaza dove i resti dell’antico porto greco giacciono sommersi in acque poco profonde, più a oriente. L’antico legame culturale con Atene e le isole del Mar Egeo, dalle quali si erano mossi i primi navigatori, si sedimentò all’interno della multiforme realtà dell’Impero Bizantino, pur in un contesto di non facili convivenze con altri gruppi etnici, rimanendo saldo nel tempo tra la popolazione. In particolare in Crimea (il cui nome russo Krym, derivante dal turco kirim, significa “mia roccia”) dove, nel XII secolo, si formò nella parte meridionale il piccolo regno di Teodoro. Quest’ultimo mantenne la propria autonomia anche quando la penisola fu conquistata nel 1239 dai Tatari dell’Orda d’oro, permettendo così ai greci di mantenere il controllo delle floride attività economiche che avevano avviato nel tempo sulle città costiere insieme ad armeni, genovesi e veneziani.
    Un periodo destinato a concludersi nel 1475 quando la Crimea cadde sotto l’influenza ottomana pur mantenendo una certa autonomia sotto l’egida di un khanato semindipendente. Gli empori commerciali avviati dai popoli che abitavano sulla costa furono spazzati via insieme al regno che aveva portato al loro sviluppo. A differenza di altri, i greci riuscirono tuttavia a mantenere in vita le proprie specificità culturali a dispetto della maggioranza tatara che, abbandonato gradualmente il tradizionale stile di vita nomade, iniziò a dedicarsi all’allevamento e all’agricoltura.
    Nella seconda metà del ‘700, le vicende di questa eroica minoranza resistita all’implacabile evolvere degli ingranaggi della storia incrociarono i destini della futura Mariupol’. Quando la Crimea attirò le mire imperiali di Caterina II – che vedeva nei suoi fondali profondi l’ideale testa di ponte per conquistare il Bosforo e da lì l’accesso ai mari del sud Europa – per paura delle persecuzioni da parte dei tatari musulmani, i greci, cristiano ortodossi come i russi e loro fedeli alleati, chiesero per bocca del metropolita Ignatius di Gothia e Kefe di colonizzare le steppe deserte prospicienti il Mar Nero e il Mar d’Azov, che l’ambiziosa Caterina voleva rapidamente popolare e russificare. Ricevuta l’autorizzazione imperiale, nel luglio del 1778 circa 18.000 greci e poco più di 12.000 armeni migrarono verso est sotto la guida di Ignatius e dell’arcivescovo armeno Iosif Argutinskij Dolgorukij. Essi si insediarono sulle terre dislocate attorno alla valle del Kalmius, il fiume di Mariupol’, dove le uniche tracce di insediamenti stabili preesistenti erano le rovine di antiche fortificazioni cosacche. Qui la scaltra zarina – volendo imporre l’ennesimo sigillo del suo impero che certamente era in forte espansione, ma che necessitava nel contempo di puntellare le fluide frontiere orientali soggette alle scorribande delle popolazioni asiatiche – aveva dato ordine al prediletto Grigory Potemkin di fondare la città di Pavlovsk. Con l’arrivo dei coloni greci furono di fatto questi ultimi a costruirla, battezzandola però con l’attuale nome, il medesimo di un quartiere della città crimeana di Bakhchysaray dove essi vivevano prima della partenza. I nuovi arrivati iniziarono a dissodare la terra, coltivandola, allevando pecore e costruendo nella zona piccoli villaggi eretti inizialmente con rudimentali capanne di legno.

    Cento gruppi etnici

    Alla fine del XVIII secolo i tempi erano già maturi per l’arrivo di immigrati provenienti da altre parti d’Europa. Un gruppo di genovesi, che controllava il commercio via mare del grano, si insediò in quella zona della città che venne poi soprannominata via Italianskaja. Durante i primi decenni dell’800, quando molti greci fecero ritorno in una Crimea ormai sotto il pieno controllo russo, toccò ai tedeschi popolare ulteriormente queste lande periferiche con un altro grande esodo, avvenuto su un’area di insediamento che per le popolazioni provenienti dalla Prussia fu seconda solo a quella dei ben più noti tedeschi del Volga. Si trattava di luterani e cattolici emigrati dai dintorni di Danzica, sulla foce della Vistola nell’attuale Polonia, che fondarono una serie di nuove colonie nell’entroterra di Mariupol’ e il cui massiccio arrivo fu favorito dallo zar Alessandro I in persona. Più tardi giunsero anche agricoltori mennoniti – cristiani anabattisti che rifiutavano l’uso delle armi e che già sotto Caterina II si erano insediati in piccole comunità lungo la valle del Dnipro – i quali, in seguito all’introduzione nel 1871 del servizio militare obbligatorio, lasciarono pressoché totalmente i villaggi da essi fondati per emigrare negli Stati Uniti. Così la loro sorte fu così migliore rispetto a quella delle altre minoranze tedesche del Mar Nero e del Volga che Stalin deportò in Kazakistan – insieme ai greci stessi, ai tatari e alla piccola comunità italiana che in Crimea si era insediata nei dintorni di Kerch – temendo la formazione al loro interno di una quinta colonna del Reich nazista.
    Intanto Mariupol’ si era trasformata già da qualche decennio in un importante centro metallurgico, noto per la produzione di condutture per gli oleodotti e di binari ferroviari. A queste produzioni si affiancarono presto quelle di acciaio e di macchinari agricoli. Con l’avvento dei piani quinquennali che puntavano a una rapida industrializzazione del Paese e dopo la ricostruzione seguita alle distruzioni della seconda guerra mondiale, la città – che dal 1948 al 1989 venne ribattezzata Zhdanov in memoria di un bolscevico locale – divenne sede di due importanti kombinat metallurgici ai quali si affiancò la costruzione del porto industriale. Nel 1953 si diede avvio all’industria cantieristica navale e la città acquisì sempre più importanza come centro portuale principale di tutto il bacino carbonifero del Donbas. L’agglomerato urbano subì una rapida espansione per accogliere la popolazione in forte crescita. Vennero costruiti quartieri residenziali per gli operai, scuole, ospedali e vie di comunicazione secondo i canoni classici di un’urbanistica sovietica rimasta indelebile nella città odierna.
    Oggi Mariupol’ conta poco più di 460.000 abitanti suddivisi in circa cento gruppi etnici; un’eredità lasciata in buona parte dalla babele di popoli transitati da queste parti in poco più di due secoli di storia. Il cinema Savona, chiamato così in ricordo del gemellaggio risalente al 1980 tra l’allora Zhdanov e la città ligure, è una delle poche testimonianze che rimangono in memoria dell’antico legame con l’Italia. Ben diversa è la situazione della minoranza greca, concentrata principalmente a Mariupol’ e nei villaggi limitrofi, che con circa 90.000 persone rappresenta il terzo gruppo etnico più numeroso della regione di Donets’k.
    La Lenina, un ampio viale trafficato a quattro corsie che taglia in due la città da ovest a est, è la strada principale di Mariupol’. Alla sua estremità orientale si trova una piazza di forma circolare, chiusa in cima dall’edificio del teatro, attorno alla quale, tra ristoranti, locali pubblici e negozi alla moda, ruota il traffico cittadino. Un paio di camionette dell’esercito sono posteggiate di fronte al piazzale con i militari posizionati lì vicino a sorvegliare le auto di passaggio. Davanti agli ingressi delle banche ci sono lunghe file di persone in attesa di entrare. Anche qui, come in Russia, è scattata la corsa per cercare di cambiare i propri risparmi in euro o in dollari. Nel sadico gioco degli effetti collaterali della guerra, il rublo si sta trascinando dietro la hryvnia, il cui valore è crollato, con il rischio per gli ucraini di ritrovarsi con le tasche piene di carta straccia.
    Appena fuori dalla zona centrale, il panorama si trasforma presto in una lunga sequenza di palazzine dalle monolitiche facciate tutte uguali dietro alle quali i condomini, divisi in squallidi lotti di cemento grigio, sono separati da una serie di larghi spazi verdi trasandati. Scendendo una delle strade che li fiancheggiano si scova la parte più popolare di Mariupol’: un mercato dell’usato sviluppato lungo una strada sghemba e piena di buche attraversata dai binari del filobus dove, tra le traballanti bancarelle, si può pescare dal chiodo arrugginito allo sgangherato pentolone senza coperchio. Proseguendo lungo il boulevard principale ci si imbatte nelle vetrine impolverate di un McDonald’s, sbarrato con un catenaccio da chissà quanto tempo, al cui interno si nascondono nell’oscurità dei tavoli ammassati alla rinfusa insieme alle sedie abbandonate disordinatamente per terra. Poco oltre, sul lato opposto della strada, spunta seminascosta dagli alberi la malandata sagoma del palazzo del municipio, vuoto e con le porte spalancate. Le autorità cittadine, nel tentativo malriuscito di nascondere un poco lo scempio, hanno rivestito la parte laterale dell’edificio con luci colorate che una volta accese formano un gigantesco albero di Natale. In cima all’ingresso sventola l’ennesima bandiera ucraina sull’ennesimo palazzo pubblico ridotto a un colabrodo.
    Più lo vedo, più mi sembra che quel drappo scosso dal vento simboleggi per l’Ucraina il fuoco fatuo della vittoria di Pirro. Per la popolazione in fuga dal sud-est del Paese è invece l’emblema della guerra, l’amaro calice da ingoiare nella solitudine di una drammatica esistenza. Per gli altri – le superpotenze, le potenze regionali e i Paesi emergenti non direttamente coinvolti in questo conflitto dalle conseguenze geopolitiche globali – il beffardo vessillo dai colori orizzontali è la perfetta cartina di tornasole attraverso cui stilare un bilancio provvisorio dei vinti e dei vincitori. Sorridono al momento gli Stati Uniti – arroganti nel battere sul ferro caldo delle endemiche divisioni europee e decisi nell’impedire a tutti i costi la formazione della cosiddetta “Gerussia”, il solido asse economico tra la potenza produttiva di Berlino e l’inesauribile gas di Mosca – che vedono l’Ucraina come uno strategico hub energetico e futura frontiera orientale di quella NATO vista come il fumo negli occhi dallo Stato erede dell’URSS. Gli stessi Stati Uniti che, per bocca di Bush padre, promisero a Gorbaciov alla fine della guerra fredda che il Patto Atlantico non avrebbe mai inglobato gli ex Paesi satelliti sovietici. Una promessa che non venne poi mantenuta qualche anno dopo, sotto l’amministrazione Clinton, e che agli occhi dei russi costituì il tradimento di quel patto tacito stabilito con gli americani; un accordo mai messo nero su bianco ma che aveva portato in qualche modo a una fine “negoziata” dell’Unione Sovietica.

    Dove la Russia si gioca il suo futuro

    Trattata come la grande sconfitta dell’epoca bipolare, oggi più che mai lontana da quell’Europa al cui modello guardava con fiducia negli anni ’90, la Russia è stata costretta a gettarsi di malavoglia tra le entusiastiche braccia spalancate della Cina; ovvero colei che – rimasta seduta sugli spalti a seguire l’evolversi degli eventi da buona spettatrice interessata – è la vera vincitrice di tutta la faccenda dall’alto della supervantaggiosa commessa energetica da 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, portata a casa grazie alle sanzioni occidentali anti-Putin, che la rifornirà dei ricchissimi giacimenti del sottosuolo siberiano per i prossimi decenni. Una Cina per la quale l’ex Paese degli zar può costituire l’arma attraverso cui spodestare un giorno gli Stati Uniti dal trono di prima potenza mondiale. Isolata, accerchiata e con le ambizioni neoimperialiste rimandate a data da destinarsi, piange a dirotto la Russia che vede zoppicare fin dai suoi primi passi la propria creatura; quell’Unione Doganale Euroasiatica – della quale fanno parte anche Bielorussia e Kazakistan con l’Armenia e il Kirghizistan pronti a entrare – privata definitivamente di un’Ucraina che doveva costituire sul versante europeo l’architrave imprescindibile del suo ardimentoso progetto. Il tutto nonostante l’annessione della strategica Crimea, oggi come ieri perno fondamentale per garantire alla Russia una qualsiasi influenza politica, militare ed economica sui mari euroasiatici meridionali.
    Grondano di sangue gli occhi smarriti dell’Ucraina che, suo malgrado, si ritrova oggi a vagare come un vagabondo senza meta, la giacchetta ridotta in brandelli tirata da una parte e dall’altra senza che nessuno abbia un’idea precisa sulla direzione da fargli prendere.
    Sono invece lacrime di coccodrillo quelle versate dall’Unione Europea. Dopo che i suoi membri hanno dato conferma dell’atavica e disarmante incapacità di arrivare a una visione comune, essa si dimostra ancora una volta appiattita sugli obiettivi americani di politica estera rimanendo cieca nel non vedere come questi, spesso e volentieri, non coincidano con i propri interessi. Un’Europa che non riesce a svestirsi dei panni di un’adolescente immatura traumaticamente divisa tra vecchi e nuovi falchi – il Regno Unito e gli Stati scandinavi, la Polonia e i Paesi baltici – che godono per la vendetta consumata nei confronti dell’odiato nemico russo; e le colombe di vecchia data – Germania, Italia, Francia – che provano a gettare acqua sul fuoco cercando di non dare troppo nell’occhio mentre si leccano le ferite consumate sul campo delle sanzioni.
    Sapere quale piega prenderanno gli eventi è imprevedibile almeno quanto le reciproche minacce dei contendenti coinvolti nella disputa. Se per quell’insalatiera etnica poco amalgamata qual è la Russia – nei confronti della quale qualcuno a Washington ha recentemente previsto un rapido risveglio di fermenti etno-nazionalisti in grado di metterne a repentaglio l’integrità territoriale – sembra essere in gioco la sicurezza nazionale, con la spada di Damocle di una perdurante crisi economica che pende sopra la sua testa, il rischio per l’insorgere di possibili focolai interni è un pericolo più che mai reale anche per la stessa Unione Europea. In Lettonia la stabilità politica del Paese può essere minata alla base dai quasi 700.000 russi, circa il 30% della popolazione totale, che da tempo si sentono discriminati e che costituiscono un vero e proprio grimaldello nelle mani di Mosca; in Grecia, alleato di vecchia data della Russia con la quale ha in comune alfabeto e religione, le casse del Cremlino potranno costituire in futuro un utile diversivo per smarcarsi dall’austerity europea; in Francia il Front National di Marine Le Pen, il partito simbolo dell’antieuropeismo, ha ricevuto un lauto finanziamento di 9 milioni di euro dalle banche russe.
    Mentre sui cieli d’Ucraina si tessono le schermaglie geopolitiche che ridisegneranno i giochi di forza di vecchie e nuove potenze, per il sud-est del Paese sembrano aprirsi le porte dell’ennesimo conflitto congelato presente nel mondo ex sovietico dopo l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud, il Nagorno Karaback. A oggi è più probabile che il Donbas segua il destino toccato alla Transnistria (la striscia di terra lunga e stretta situata tra l’Ucraina e il fiume Dnestr che dal 1991 si è staccata di fatto dalla Moldavia per dar vita a uno Stato ombra filorusso), trasformandosi in una scheggia impazzita dal futuro incerto, ricettacolo di criminali e facile preda di loschi traffici, arpionata con le cattive dalle unghie ferite di un orso russo in cerca di rivincite.

    mariupol-sartana

    A Sartana, la città dei greci

    “A Iskra Palace”. “Dove sei diretto?”. “A Sartana”. “Per 100 hryvni ti ci porto io. Solo 5 dollari”. Il tassista che ho fatto chiamare dall’hotel si chiama Valery. Il suo taxi all’apparenza sembra a posto, ma mentre siamo incolonnati lungo la Lenina dietro le altre auto, una nuvola di fumo si alza improvvisamente dal vano motore. “Problema con l’acqua. Un minuto”. Con fare serafico l’uomo scende dall’auto, apre il cofano anteriore, si toglie i grossi occhiali appannati dalla ventata di vapore fuoriuscita dal mezzo, e strabuzzando gli occhi svita il tappo del radiatore. Una quarto d’ora dopo, giusto il tempo di lasciare raffreddare appena il motore, Valery ripristina l’acqua mancante con quella contenuta in una grossa boccetta di plastica custodita per qualsiasi evenienza sul sedile posteriore dell’auto.
    Ripartiamo sotto l’atmosfera ovattata di una Mariupol’ ricoperta dal soffice manto di neve caduto nella notte. Dopo aver lasciato alla nostra destra un grosso kombinat fumante, ci ritroviamo in breve tempo fuori città tra campi solcati da una sequenza ininterrotta di tralicci dell’alta tensione. L’aria è tagliata obliquamente dai raggi del sole che rendono ancor più luminescente il candido bianco delle campagne, sopra le quali splende un scintillante cielo pitturato d’azzurro. Lo scenario, se non fosse per le domande pressanti del mio conducente, meriterebbe un’idilliaca e silenziosa contemplazione.
    Sartana si trova a una manciata di chilometri a nord-est di Mariupol’. Qui, il 14 ottobre 2014, un missile scagliato dai separatisti si è abbattuto su una processione funebre facendo 7 vittime e ferendo 17 persone. La prova che stiamo attraversando una zona altamente sensibile l’abbiamo quando una poderosa barricata sorvegliata da militari ucraini sbarra la strada all’ingresso del piccolo villaggio. Superati i controlli raggiungiamo velocemente il centro, un semplice incrocio tra due strade ai lati delle quali si trova un piccolo mercato formato da una serie di modeste bancarelle allineate sui marciapiedi. Nelle vicinanze, oltre gli alberi spogli di un parco, si intravedono le cupole dorate di una bella chiesa e il piccolo zoo della cittadina circondato da alte reti di recinzione.
    “Se decidi di andarci puoi prenderla qui la marshrutka. Io non proseguo oltre perché laggiù si spara”. Prima di farmi scaricare alla fermata degli autobus, avevo chiesto lumi a Valery circa la possibilità di proseguire verso est, oltre il fondovalle, fino al minuscolo insediamento di Talakivka, distante un paio di chilometri. La risposta eloquente dell’uomo è indicativa della reale situazione sul campo. La linea del cessate il fuoco è vicinissima. Sartana è l’ultimo avamposto ucraino, l’estremo baluardo difensivo prima delle trincee.
    Nel villaggio, ospitato in una normale casa a due piani e riconoscibile solo grazie a una piccola targa affissa al cancello, ha sede il grazioso museo storico dedicato ai greci del Mar d’Azov. Sarebbe giorno di chiusura, ma le due signore che mi si presentano davanti all’ingresso sono ben contente di aprire le porte a un visitatore che viene da così lontano. La raccolta museale, inserita in un contesto nel quale sono stati riprodotti gli ambienti di vita quotidiana di un tempo attraverso i reperti originali radunati dalle famiglie della zona, è situata in una saletta al secondo piano. Sotto, al pianoterra, si trova la sezione d’epoca sovietica piena zeppa di vecchi manifesti di propaganda del regime e busti di Lenin. Nulla di che, mi fanno capire le due donne entrambe di origine greca, riferendosi a quest’ultima parte.
    “Conoscete qualcuno in grado di parlarmi in inglese?”. Terminata la visita e di fronte a una tazza di tè caldo, devo ricorrere all’ausilio del dizionario di russo per farmi intendere. Una volta recepito il messaggio Tatiana Bogaditsa, la spigliata e intraprendente guida del museo, mi fa capire di seguirla. In pochi minuti raggiungiamo a piedi un grosso edificio rettangolare con le mura esterne verniciate di rosa e gli infissi bianchi alle finestre.
    A prima vista la scuola numero 8 di Sartana è un piccolo gioiellino. “È stata costruita quindici anni fa grazie ai finanziamenti di due grosse aziende metallurgiche della zona, la Azovstal e la Ilich Metal Plants. Entrambe sono di proprietà di Rinat Akhmetov”. Ekaterina Chavka è la trentunenne insegnante di inglese della scuola. A parlare del re del Donbas le si dipinge sul bel viso rotondo un ampio sorriso accompagnato da due occhi marroni che, sotto la corta chioma rossa dei capelli, brillano di gratitudine. Visto da qui Akhmetov non è più un sospetto oligarca bensì un magnate, un gentiluomo filantropo e benefattore cui tutti devono essere grati per il bene che porta alla comunità di 300.000 persone alle quali dà di che sfamarsi. “È normale che sia così. Nei dintorni di Mariupol’ tutti hanno un familiare che lavora nelle sue industrie. Io per esempio ho mio marito”.
    Il lungo atrio al piano terra è addobbato per il Natale. Sull’inferriata della porta d’ingresso sono stati gonfiati dei palloncini gialli con la scritta nera “pace per il Donbas”. Di fronte è stato allestito un semplice presepe con la capanna, il bue, la mangiatoia e la sola Maria ad accudire il bambino, come nella migliore tradizione del cristianesimo ortodosso. Alle pareti sono appiccicati un po’ ovunque i disegni e i lavoretti preparati dai bambini in occasione delle festività.
    In pochi minuti, sparsa la voce dell’arrivo di uno straniero, si presentano la preside, una composta signorona bionda di stampo sovietico di nome Ludmila Korona, e Stepan Makhsma, il sindaco di Sartana dal pacifico volto bonario, decisamente più sciolto e sorridente. Il motivo di una così calda accoglienza è presto spiegato: “Nessun giornalista straniero è mai venuto a parlare con noi. Neanche in occasione della strage dello scorso autunno”, commenta amara la docente di inglese. Ekaterina mi conduce a visitare l’istituto nel quale lavora. La spaziosa palestra, dove alcune classi stanno svolgendo l’ora di educazione fisica, è composta da due luminosi campi da gioco affiancati. In una lunga sala in parquet con le pareti a specchi, nella quale si trovano alcune bambine agghindate in camicetta bianca e gonna rossa, sono in corso le prove del corpo di ballo della scuola. In un’altra aula due insegnanti stanno correggendo i compiti. Sulla parete in fondo dietro alla cattedra spunta in alto il ritratto del baffuto Taras Shevchenko, il poeta nazionale ucraino. Attaccato al muro laterale si trova un piccolo albero di Natale in cartone con alcune finestrelle rotonde ritagliate sopra. “È opera dei nostri bambini. Hanno scritto i regali segreti che vorrebbero ricevere. Noi però sappiamo che il loro desiderio più grande è quello di tornare a vivere in pace”.
    Da una finestra del corridoio al secondo piano si vedono un grande campo di calcio e gli attrezzi di atletica per la ginnastica. Nell’atrio quadrato nei pressi, dove lunghe ghirlande colorate pendono dal soffitto, una maestra dal fare materno sta insegnando a scrivere a tre bambini che le siedono attorno e che sembrano avere occhi solo per lei. Sullo sfondo campeggia un grande murales colorato ispirato alla storia e ai miti dell’antica Grecia. A ben vedere solo l’aula di informatica è carente di attrezzature moderne. Per il resto la qualità delle strutture e la vivacità degli spazi farebbero invidia a qualsiasi istituto scolastico italiano.
    “La mia scuola e quella di Staryi Krym sono le uniche due nella zona di Mariupol’ dove i giovani possono imparare la lingua dei nostri avi e venire a contatto con l’antica cultura greca”, spiega Ekaterina una volta seduti l’uno di fronte all’altra nell’aula professori. “La nostra comunità è un vero microcosmo multiculturale. Ci vivono attorno alle 11.000 persone, e coloro che hanno origine greca sono pressappoco il 70%. Il secondo gruppo più numeroso è quello dei russi, seguito dall’ucraino. Polacchi, ebrei, rom e tedeschi sono le altre principali minoranze. Abbiamo anche cinesi e coreani che ormai vivono qui da tempo”.
    Il russo è la lingua veicolare maggiormente usata. Tuttavia i diversi idiomi parlati da questo popolo, le cui origini sono ancora oggi dibattute tra gli studiosi, sono uno di quei tesori immateriali da patrimonio dell’umanità. L’espressione “greci di Mariupol’” include due entità linguistiche ben distinte: la lingua rumeìka da una parte e quella urum dall’altra. greci-di-azovLa prima, la più diffusa tra le due, si divide a sua volta in cinque dialetti e proviene dalla famiglia indoeuropea; la seconda, ancor più rara e con quattro diversi dialetti, essendo apparentata al gruppo turco rientra nella famiglia delle lingue altaiche. Il fatto curioso è che a questa differenziazione linguistica ha fatto seguito in passato anche una netta divisione tra i due gruppi. Essi vivevano in villaggi separati e, fino agli inizi del ‘900, non ebbero rapporti diretti nonostante il tataro fosse la lingua che avevano in comune. Era la religione il collante che li avvicinava. L’appartenenza al credo ortodosso, nonostante non esistessero “matrimoni misti”, bastava per farli sentire tutti parte integrante della domus greca. “Oggi a scuola viene insegnato il greco moderno. Solo qualche anziano è in grado ancora di esprimersi nei vecchi dialetti”. La speranza è che qualche antropologo abbia studiato e catalogato questi antichi e nobili suoni prima che scompaiano definitivamente nella melassa della globalizzazione.
    Anche i nomi dati ai villaggi rimandano alle amate origini. La donna racconta come secondo la leggenda Sartana sia stata chiamata così in nome di Sarpedonte il quale, stando alla mitologia greca, era figlio di Zeus e di Europa. Un’altra leggenda mista a realtà narra invece che i primi coloni greci giunti tra i campi immacolati della Crimea furono ammaliati dalla vista di un bellissimo puledro rosso – forse un esemplare di tarpan, un cavallo selvatico oggi estinto – e per questo decisero di battezzare il proprio villaggio Sartana, il cui significato sarebbe appunto “cavallo rosso”.
    Quel che è certo è che i greci arrivati oltre duecento anni fa sulle coste del Mar d’Azov diedero ai nuovi insediamenti i medesimi nomi dei villaggi nei quali vivevano in Crimea. Nonostante il loro numero sia diminuito rispetto agli anni ‘80 del secolo scorso, a causa dei flussi migratori diretti verso il Paese del Monte Olimpo, è per certi versi unico e sorprendente il legame ancora vivo di questa gente con culture e tradizioni tramandate sapientemente di generazione in generazione. Buona parte delle usanze ucraine odierne, come quelle legate al complesso rituale matrimoniale, sono di derivazione greca. “A Mariupol’ abbiamo un’importante università, e prima che la Grecia entrasse in crisi organizzavamo ogni anno scambi culturali con Atene e Salonicco. Ora purtroppo si è messa di mezzo la guerra a dividerci”. L’insegnante ci tiene a ricordare come in occasione della strage dello scorso ottobre le autorità elleniche abbiano immediatamente espresso cordoglio e vicinanza ai lontani “cugini” d’oltremare scomparsi.

    Da che parte stare per sopravvivere?

    Quando il discorso cade sulla guerra in corso, l’insegnante manifesta tutta la sua preoccupazione per i due figli di 8 e 3 anni. “I combattimenti li respiriamo nell’aria. Siamo circondati in continuazione dal sibilare degli spari e degli ordigni. Si sentono ovunque, camminando in strada o stando seduti sui divani delle proprie case”, dice la donna con un’apparente tranquillità d’animo e con un sorriso tirato che le spunta tra le labbra chiuse dalla rassegnazione. “Ormai siamo abituati a conviverci. L’ultima volta, pochi giorni fa, una violenta esplosione ha fatto tremare tutti i vetri della mia abitazione”. Ekaterina sa bene da che parte stare. “All’inizio della guerra avevamo tutti paura perché di punto in bianco Sartana è stata invasa da uomini armati, blindati e camionette militari. La gente aveva paura dei soldati ucraini. Poi molti hanno capito che non c’era nulla da temere e che quelli uomini erano qui per proteggerci. E hanno iniziato a portar loro cibo e vestiti. A quel punto però molti erano già fuggiti”. Fuggiti dalla guerra? “No, sono scappati dall’esercito ucraino ancora prima che iniziassero gli scontri. Attraverso la televisione la propaganda russa ha cercato di farci credere che presto le nostre case sarebbero state invase dai fascisti di Kyiv. Molti ci sono cascati e hanno chiuso anzitempo le proprie abitazioni rifugiandosi a Taganrog e a Rostov sul Don, appena al di là del confine. E dove oggi fanno fatica a tirare avanti perché la Russia non sta dando loro alcun contributo economico”.
    Il trattamento riservato dal governo ucraino ai profughi sarebbe, invece, ben diverso. “800 hryvni al mese per ogni bambino rifugiato, 400 per gli adulti”, commenta orgogliosa la donna. “Non è molto, ma almeno il nostro governo dà qualcosa ai rifugiati di Donets’k e Luhans’k”. Rispettivamente attorno ai 40 e ai 20 euro, certamente non abbastanza per sopravvivere. La minoranza greca sta pagando un caro tributo al conflitto in corso. Secondo la Federazione delle Associazioni Greche d’Ucraina, sarebbero migliaia i greci che nei dintorni di Mariupol’ hanno perso le proprie case e che da mesi non ricevono le pensioni. A Sartana sono una ventina le persone rifugiate dietro le linee ucraine. Gente scappata dai villaggi vicini situati a ridosso del fronte e ospitata nelle case vuote di chi è emigrato all’estero.
    Ma Sartana è filoucraina o filorussa? Abbandonare il guado delle ambigue sfumature per salpare verso un fiume di omogenee certezze si rivela ancora una volta una pia illusione. “È impossibile dare una risposta certa. Prendi il mio caso: io sono dalla parte dell’Ucraina mentre mio marito e i miei genitori sono filorussi. I miei suoceri invece, forse perché hanno vissuto in Russia, sono filoucraini come me. E in tutte le famiglie la situazione è identica”.
    Un quadro davvero inestricabile dove a finire invischiati nelle sabbie mobili della guerra sono soprattutto gli incolpevoli bambini. Ai traumi conseguenti al continuo frastuono delle bombe si aggiungono i tanti casi di famiglie miste russo-ucraine i cui genitori si sono separati. “Non è il nostro caso”, conclude Ekaterina manifestando finalmente un minimo di sollievo. “In famiglia capita di discutere della questione, talvolta anche in maniera animata. Ma il mio matrimonio non è certamente in discussione”.
    È l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze. Vengo invitato ad assistere allo spettacolo natalizio del primo pomeriggio in cui si esibisce una compagnia di artisti dilettanti di Mariupol’. Il grande teatro a gradinata annesso allo stabile è un’altra perla regalata da Rinat Akhmetov al “suo” popolo. Le poltrone si riempiono via via di insegnanti, nonni e genitori accorsi alla festa insieme ai propri figli e nipoti. La preside, in piedi a metà della pedana d’ingresso, invita con fare autorevole gli studenti a prendere velocemente posto controllando che tutto vada nel modo giusto. Ci sediamo nella penultima fila in fondo. L’ultima a riempirsi è la prima, riservata a una decina di militari ucraini in divisa che alla spicciolata si siedono ai loro posti. La sala è presto gremita e molti sono costretti a rimanere in piedi lungo il corridoio. La troupe di una televisione locale è pronta per le riprese. A un tratto la musica si spegne, le luci si affievoliscono e dietro il sipario compare la presentatrice dell’evento che, nel prendere la parola, invita sul palco il sindaco di Sartana e una signora mora vestita di scuro. “Si tratta di una volontaria di Mariupol’ che sostiene la causa ucraina”, sussurra Ekaterina seduta alla mia sinistra. La donna al microfono chiede ai presenti in sala di accogliere con un applauso i soldati i quali, al levarsi dei primi battimani, si alzano in piedi e voltandosi verso il pubblico accennano un inchino. Tocca poi al sindaco pronunciare il suo discorso d’apertura: “Cari militari che ci proteggete, grazie per tutto ciò che fate per noi. Vi voglio ringraziare per l’anno passato e per quello appena iniziato. Avete lasciato a casa le vostre famiglie per stare con noi e con il nostro Paese. Vi auguro di tornare il più presto possibile dai vostri cari, dai vostri figli e che non ci siano mai bombardamenti sulle nostre e sulle vostre case”. Dalla platea scrosciano di nuovo gli applausi.
    Al termine dello spettacolo – un mix di musiche tradizionali e moderne alternate a sketch comici – è un grande scambiarsi di calorosi auguri e di flash fotografici rivolti ai bambini raggruppati vicino all’uscita. A vederli tutti insieme in posa davanti al presepe, sembrano la coraggiosa prima linea di un esercito senza voce e con la sola forza del sorriso, sfoderato nella gioia di un giorno diverso dagli altri, come unica arma per sperare in un futuro sereno.

    La scelta di Ekaterina

    “In che direzione è il cimitero? So che nelle vicinanze è caduto un missile tre mesi fa…”. Il giovane senegalese in piedi sotto la pensilina della fermata dell’autobus mi risponde in francese. “Sempre dritto, te lo trovi sulla destra. L’esplosione è avvenuta poco prima”. L’ultimo sole sta facendo calare il gelo sulla cittadina assediata. Cammino per venti minuti nella direzione indicata dal ragazzo senza vedere nulla. Lungo la strada è un continuo andirivieni di mezzi corazzati. Tra gli altri vedo passare anche quello dei militari presenti al teatro. Un’ambulanza dell’esercito sfila via spedita e a sirene spente verso il centro.
    Una signora impellicciata e con un vistoso colbacco scuro portato sulla testa mi precede a qualche metro di distanza. La raggiungo e le chiedo ulteriori indicazioni. Tatiana, questo il suo nome, si offre di accompagnarmi. “Non è rimasto alcun segno, l’asfalto è stato coperto”, mi dice con il respiro reso affannoso dal freddo mentre stiamo camminando. Poi, puntando il dito oltre un’inferriata verniciata di verde, la donna racconta che in quella bella casa a tetti spioventi abitava una delle vittime. “Si chiamava Maria. Il corteo funebre era finito e la gente stava tornando nelle proprie case”. Le tapparelle sono alzate e dalle finestre non si vede alcuna luce accesa; all’interno non sembra esserci nessuno. Poco oltre uno pneumatico è adagiato in mezzo alla neve a lato della strada. È ciò che resta di quella coincidenza fatale. Maria era a una ventina di metri da casa, a uno sputo dalla sua salvezza. Prima di andarsene Tatiana si raccomanda più volte di non andare in fondo alla strada oltre al cimitero perché la zona è pattugliata dai militari ucraini. Sembra preoccupata, forse fa parte di quelle persone che temono quei soldati. Ritorno sui miei passi. Un uomo è appoggiato con le braccia sul cancello d’ingresso della casa di Maria. Ha lo sguardo stranito e perso nel nulla. Vado oltre. Percorsi pochi metri sento in lontananza due botti secchi simili allo scoppio di petardi. Una signora sta tornando a casa. Gira a sinistra lungo una via di case identiche a quella di Maria tirandosi dietro una slitta su cui è seduto un bambino. Sembra non aver fatto troppo caso a quei rumori sinistri. Pochi minuti e capita di nuovo. Non un suono sordo questa volta, ma un crepitio acuto che irrompe in un tramonto di fuoco colorato di rosso. Raffiche di mitragliatrici. Taglienti come una lama nel burro. Mi immagino la scia spezzare le nuvole sfilacciate del cielo ma non la provenienza. Ancor meno la direzione. Forse durante il cosiddetto cessate il fuoco è comunemente accettato che i due eserciti contrapposti giochino sulle rispettive emozioni per tastare la resistenza psicologica del nemico. Passato qualche minuto non si ode nessuna replica. Tutto tace. Un silenzio surreale è caduto di colpo sulla via deserta che porta al fronte.

    17 marzo 2015, ore 12.56: dalla mia casella di posta elettronica.

    Ciao Valerio! Scusa per il mio lungo silenzio ma la mia vita ha subito molti cambiamenti. Un mese fa abbiamo lasciato l’Ucraina a causa della guerra ed ora ci troviamo in Russia. È stato davvero difficile abbandonare la nostra terra natia e i nostri parenti, ma io e i miei bambini eravamo stanchi e spaventati di vivere sotto le bombe. Mio marito ha parenti a Zheleznogorsk e ora siamo qui. Ho trovato lavoro come insegnante di inglese, mia figlia frequenta già una nuova scuola mentre mio marito è a casa con il figlio più piccolo. Al momento abbiamo grosse difficoltà con l’asilo. Non sono in grado di dire se sono felice di vivere in Russia. L’importante però è che il mio bambino riesca a dormire tranquillamente la notte. E questo è il motivo principale per cui ho lasciato l’Ucraina.

    Kate

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  • In viaggio verso l’Ucraina in guerra – sesta puntata
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    Foto di Valerio Raffaele

    Il nero di seppia è la tonalità che più si addice per dipingere il quadro delle notti invernali d’Ucraina. Nella tavolozza della sera, il cielo e la terra si uniscono in un complice abbraccio dando forma a un’indistinta massa color pece, rischiarata appena dai timidi bagliori di una pallida luna. L’autobus veleggia solitario come un vascello fantasma in un oceano di buio, traballando da una parte all’altra sulla dura coltre di ghiaccio compressa sull’asfalto. L’unico modo per tenere la barra dritta è assecondarne le oscillazioni, andando dietro alla scia luminosa al centro della carreggiata che, come la schiuma bianca tracciata dalle navi di passaggio sul mare increspato, indica nell’oscurità la rotta da seguire.link-prima-puntata
    Per molto tempo, una volta lasciato alle nostre spalle il porto di Mariupol’, gli unici approdi che incontriamo sono gli accampamenti militari ancorati alla steppa. Le fiamme che divampano nelle tenebre all’interno di rudimentali bidoni arrugginiti, tanto taglienti da sembrare acuminate frecce fosforescenti, sono le uniche isole di luce. I soldati di guardia radunati tutt’attorno, con le mani protese a scaldarsi verso le lingue infuocate che spuntano dalla sommità dei cilindri, sembrano tanti Robinson Crusoe arrancanti in sperduti arcipelaghi e in balia dei marosi di una violenta tempesta che, dopo averli trascinati alla deriva, li ha abbandonati in un naufragio senza ritorno. I loro capanni di fortuna sono i tendoni verdi inchiodati al suolo con i tiranti, gli unici, fragili ripari sballottati di qua e di là dalle raffiche di gelo che spazzano l’aria.


    Oltrepassate le secche dell’ultimo sbarramento, ci troviamo a navigare al sicuro con i piedi fuori dall’insidioso pantano del Donbas. Scivoliamo al largo a velocità di crociera cullati dai deboli flutti di un loess cenozoico che riveste per centinaia di metri i morbidi fondali dell’Ucraina centrale. Le correnti fredde che imperversano da oriente assumono le vesti di agognati alisei che ci sospingono col vento in poppa fuori dalle bonacce della guerra.
    Le successive tappe intermedie di un tranquillo cabotaggio a vista volano via veloci nell’orizzonte silenzioso lasciando spazio a ben pochi ricordi: Zaporizhzhia e la gloriosa isola dei cosacchi, Dnipropetrovs’k e gli artificiali grattacieli in vetro degli oligarchi locali. Viste dal finestrino-abbaino, le luci delle città tinteggiano in lontananza una scenografia dove a brillare è la massa ampia e lucente del Dnipro. Ne seguiamo per un lungo tratto il percorso che fuori dai centri urbani immagino perdersi nelle campagne tra le molli ondulazioni del terreno. Le sue piene, rallentate appena in superficie da un sottile strato di ghiaccio, continuano a scorrere incessantemente sul fondo raschiando il letto di sabbia e sassi sminuzzato da secoli da un moto d’acqua perpetuo. Vedendola scintillare in lontananza realizzo come l’acqua, al contrario degli altri tre sublimi elementi, sia stata la compagna più fedele di tutta questa folle corsa. Ho talvolta ammirato i languidi materassi di terra bruna, tanto estesi da rendere fertili gli occhi di chi li guarda; ho sniffato appena l’odore acre della legna ruvida bruciata dal fuoco, talmente intenso da pizzicare le narici; ho sentito la pelle arrossarsi e screpolarsi, quando l’aria gelida si tramutava in violente folate che mi tagliavano il viso. L’acqua invece l’ho incrociata ovunque e in tutte le forme: nella fumosa bruma mattutina, nei tronchi marci e informi degli abeti spezzati, nei prati inzuppati che rimbombavano a ogni battito di piede, sugli aghi induriti dei pini, tra i minuscoli interstizi del suolo intriso di umidità, negli scarponi inzaccherati dal liquefarsi della neve. L’ho anche incontrata ogni volta che sventagliavo sotto i miei occhi l’indistruttibile carta dell’Ucraina quando, scrutando nelle viscere di toponimi impronunciabili, seguivo con le dita quell’ossessivo ricorrere delle consonanti dn nel nome dei fiumi: Dnipro, Dnestr, Don, Donec. Tutti, come nel caso del Danubio, contenenti quel suono nasale chiuso di arcana origine indoeuropea che non a caso significa “acqua”.
    Le soste lungo il percorso sono utili per mettere fuori il naso da sottocoperta, giusto il tempo di rimanere a galla per sgranchire un poco le gambe e per prendere una boccata d’ossigeno. Dopo aver ostinatamente puntato la bussola a levante, per la prima volta dall’inizio del viaggio mi ritrovo a dirigermi a ponente al termine di un ampio giro di boa iniziato a Donets’k e terminato a Mariupol’. Nel rivedere sulla carta dell’Europa il tracciato ovest-est compiuto via terra, i razionali cassetti della mente si chiudono lasciando spalancare senza alcun freno gli sportelli delle fantasie più bizzarre. Il viaggio che sto per portare a termine assume così le forme slanciate di un lungo manico d’ombrello; o quelle più affilate di un gancio uncinato o di un sottile ago appuntito con una strettissima cruna alla sua estremità. Nell’addormentarmi immagino Kyiv come la baia prediletta per gettare l’àncora al riparo da altre burrascose avventure, il pontile d’altri tempi dove lasciare in ammollo i panni delle emozioni vissute per poi cucirli ai paletti della memoria. I fulgidi campanili a cipolla della “Città” – come Michail Bulgakov chiama la capitale ucraina nella Guardia bianca – assumono allora le sembianze di imponenti faraglioni ai quali fissare con uno stretto nodo da marinaio il filo d’Arianna srotolato a colpi di remi nella Fossa delle Marianne di un Paese spaccato in due.

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    Kyiv

    Che gioiello Kyiv! A camminare da una piazza all’altra, arrampicarsi sulle verdi colline, attraversare i parchi che la circondano, si ha sempre la sensazione di trovarsi a girovagare nel cuore di una città cosparsa in ogni angolo di un fascino da nobile decaduta rimasto immutato nel tempo. Le sue architetture riflettono una varietà di stili che vanno dalle bellezze ornamentali scolpite nelle chiese medievali, nei palazzi d’epoca barocca e liberty, all’impronta più cruda lasciata dal cemento socialista. Durante la sua lunga vita (si tratta di uno dei più antichi centri di tutta l’Europa Orientale situato in un’area già abitata dalla popolazione degli Sciti nel corso del VII secolo a.C.) ha vissuto momenti di grande splendore alternati a immani tragedie. Quando Mosca era poco più che un villaggio sperduto sulle rive della Moscova, la capitale ucraina era già nel medioevo un fiorente centro economico e culturale sede della famosa Rus’ nata nel IX secolo e i cui confini andavano dal Volga al Danubio. Da qui partì nel 989 la conversione al Cristianesimo dei popoli slavi quando il principe Volodymyr, dopo aver sposato la figlia dell’imperatore bizantino, chiamò il popolo a un battesimo di massa nel Dnipro. Devastata nel 1240 dalle invasioni mongole, e con l’avanzata nei secoli successivi di Polonia e Lituania da una parte e del Principato di Moscovia dall’altra, Kyiv perse definitivamente la centralità politica di un tempo divenendo il simbolo di una terra di frontiera, l’Ucraina, sempre più soggetta agli umori aggressivi delle potenze vicine.
    Dopo la rivoluzione d’ottobre la Città – Bulgakov lo racconta nella parte finale della sua opera ambientata in quel periodo – fu al centro di una sanguinosa contesa tra tedeschi, polacchi, nazionalisti ucraini, armate bianche e bolscevichi che portò, con la vittoria di questi ultimi, all’instaurazione della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina. Poco più di vent’anni più tardi il terrore tornò travestito da truppe naziste che seminarono nuovamente morte e distruzione. Eppure Kyiv, come un’immortale araba fenice, ha saputo sempre risollevarsi per rinascere dalle proprie ceneri. Il lungo inverno sovietico ne ha fiaccato le fondamenta, sgualcita l’immagine, intorpidito gli umori, distrutto centinaia di edifici di pregio. Ma nulla ha potuto contro le feconde contaminazioni culturali provenienti dal cuore dell’Europa le quali, filtrando per secoli come una brezza rigenerante e ristoratrice attraverso l’Austria-Ungheria, hanno alimentato nel profondo l’animo mitteleuropeo dei suoi abitanti.

    Di tutte le grandi città dell’ex URSS, Kiev è rimasta l’unica dove le strade non servano a filare di corsa a casa, ma anche a camminare, a passeggiare. Un po’ come a Pietroburgo, solo che lì si è ostacolati dal clima meno dolce, spesso ventoso, piovoso, se non addirittura gelido. Kiev invece è temperata, riparata, scaldata dal sole. Di pomeriggio il centro si popola di una marea umana, composta non da gente che sfila per motivi politici o va a un comizio, ma da migliaia di semplici passanti che escono da uffici e appartamenti ristretti e soffocanti per respirare una boccata d’aria.

    La città che mi si presenta davanti agli occhi al mio arrivo al mattino presto è, per ovvi motivi climatici, ben diversa dalla descrizione che ne fa Ryszard Kapuscinski nel 1991. All’uscita della metropolitana un sole abbagliante splende nel cielo terso spazzato da un vento polare che ha abbassato le temperature a 15 gradi sottozero. Pochissimi sono i coraggiosi che, sfidando il gelo, camminano furtivi abbarbicandosi dentro i loro cappotti invernali. In mano ho un cappello rosso da Babbo Natale, il “regalo” che una studentessa di giornalismo – di ritorno dal fronte dove è andata a trovare il fidanzato arruolato nell’esercito – mi ha rifilato alla stazione degli autobus. Nei pressi dell’hotel, un tizio mi chiede le indicazioni per raggiungere Maidan Nezalezhnosti. Gli rispondo che la piazza è in fondo alla via. Una ragazza, divertita dal curioso siparietto, mi raggiunge velocemente attraversando la strada. “È strano vedere uno straniero dare indicazioni a un locale”, commenta sorridente. Sasha ha voglia di attaccare bottone. In un amen, e senza che le faccia alcuna domanda in particolare, spiattella tutta la sua vita nelle mie orecchie distratte dalla stanchezza. Mi risveglio dal torpore in cui sono caduto solo quando, ormai al traguardo del suo estenuante soliloquio, nell’estrarre la bibbia dalla borsa la giovane dice di essere di religione ebraica.
    Colgo la palla al balzo per chiederle come se la passa la comunità di circa 250.000 ebrei che vive ancora in Ucraina. “Così così, nell’aria c’è sempre un po’ di razzismo nei nostri confronti”. “Mal che vada avete sempre la possibilità di andare in Israele”, replico io incautamente, sentendomi subito dopo un idiota che ha appena pronunciato una fesseria.
    La ragazza non fa una piega, ma appare poco convinta. Poi inizia un discorso che mi lascia a dir poco sorpreso. “Non è così semplice, potremmo incontrare problemi…”. “In che senso?”. “Nel senso che gli ebrei di Israele non credono in Gesù Cristo…”, sentenzia lei lasciandomi sbigottito. L’enigma è risolto poco dopo, quando Sasha rivela di far parte della Congregazione Ebraica Messianica di Kyiv fondata nel 1994; una delle centinaia di sètte o nuove confessioni, in maggioranza protestanti, spuntate come funghi in Ucraina nelle ultime due decadi e che approfittando del vuoto lasciato dall’ateismo di Stato (coloro che si dichiarano atei, seppur in calo, sarebbero ancora il 40% della popolazione) stanno cercando di fare incetta di nuovi adepti. La giovane risiede a Kyiv per gli studi universitari, ma è originaria di Dnipropetrovs’k. “Dove non c’è traccia di separatisti filorussi. Sai, laggiù il governatore è Igor Kolomojskij e dopo i primi disordini tutto è rientrato. Sai chi è vero? Anche lui è ebreo”, aggiunge poi con una punta di orgoglio. Kolomojskij: l’oligarca-capo di Dnipropetrovs’k nominato di punto in bianco governatore di quella regione dopo la precipitosa fuga di Yanukovich alle cui “mammelle” pure lui attinse all’inizio della sua strabiliante ascesa. Ora è un accanito sostenitore del nuovo corso, in prima fila quando si tratta di fare dichiarazioni bellicose contro Vladimir Putin. Possiede la più grande banca ucraina, la Privat Bank, controlla televisioni, compagnie aeree e varie industrie. Come ogni oligarca che si rispetti possiede anch’egli un giocattolo per rilassarsi dallo stress: la squadra di calcio del Dnipro. E, particolare tutt’altro che secondario, l’ampia rete dei suoi affari è proiettata più a ovest che a est. Dal giorno del suo insediamento si è schierato contro i movimenti separatisti sedando sul nascere qualsiasi forma di protesta che stava prendendo piede nel suo feudo, dove è il principale esponente dell’influente comunità ebraica che conta 50.000 persone.
    Il fatto che quei territori siano a maggioranza russofona è l’ulteriore dimostrazione di come questa non sia una guerra etnica bensì, prima di tutto, una furiosa resa dei conti tra bande rivali, dove l’appartenenza linguistica e nazionale rischia di essere pericolosamente strumentalizzata da una parte o dall’altra. Di fronte a questi continui intrecci tra affari, armi e politica ogni analisi, ogni astruso teorema geopolitico, passa in secondo piano. Il grattacapo ucraino è forse qualcosa di molto più semplice, drammaticamente attuale e medievale allo stesso tempo. Più che a uno Stato di diritto, l’Ucraina assomiglia a un immenso latifondo svuotato barbaramente da una manciata di capricciosi e potenti feudatari che, con la pancia piena e mai sazia dei furfanti, tengono per il guinzaglio il popolo servo gettando loro le briciole. Per blindare i propri interessi poi, assumono al proprio soldo eserciti personali di meschini vassalli pronti a combattere per la “causa” in nome di qualche denaro in più da mettere in tasca alla faccia della plebe, derubata e mortificata. Già, trovare il bandolo della matassa è molto più semplice di quello che si possa pensare. “A Donets’k c’è una mafia, a Dnipropetrovs’k ce n’è un’altra”, mi raccontava in Italia una conoscente ucraina di lingua russa, riassumendo con estrema sintesi e naturalezza tutta la questione. Capibanda, clan, scagnozzi da quattro soldi, gangster, denaro, piovre di interessi e cupole di potere: cosa vuoi che importi che nella melma ucraina l’ebreo più ricco e influente del Paese – il quale ha “arredato” la sua città con una gigantesca menorah costata la bellezza di 70 milioni di dollari – finanzi lautamente battaglioni di volontari in odore di neonazismo?

    Cronache di Euromaidan

    Le receptionist dell’hotel Ukraina, dove avevo lasciato il resto del bagaglio, mi accolgono come un figliol prodigo tornato all’ovile dopo una lunga assenza. Salgo per la colazione ai piani alti da dove si apre l’ampio panorama sulla centrale Maidan Nezalezhnosti – la Piazza dell’Indipendenza – in una veduta che nei miei trascorsi a Kyiv ho imparato ad apprezzare: uno spazio ellittico tagliato in due dal boulevard Khreshchatyk, circondato da imponenti e geometrici palazzi in stile stalinista oltre i quali spuntano tra i tetti degli edifici le cupole dorate delle chiese. Oltre la strada il rilievo sale tra scalinate, terrazze e qualche aiuola verde verso la collina dominata dall’albergo dove risiedo, anch’esso costruito in un’inconfondibile architettura sovietica dalla vaga forma piramidale.
    Negli ultimi anni la foga di offuscare in altezza le opere del passato, percepite come strumento di oppressione, hanno “arricchito” la piazza di monumenti di dubbia qualità. Su tutti il primato spetta a quello dedicato all’indipendenza, una stucchevole colonna bianca eretta nel 2001, sormontata dalla figura dorata di un San Michele Arcangelo con le ali spiegate. Vista dall’alto, con l’impossibilità di coglierne le sonorità, la Maidan deserta di oggi sembra l’immobile palcoscenico di una tranquilla commedia da film muto, dove si vedono i personaggi e gli oggetti muoversi senza però sentirne le voci e i rumori. L’atmosfera calma che avvolge questa spianata ovale aperta al cielo nasconde in realtà la quiete apparente di una pentola a pressione periodicamente in ebollizione ed esplosa più volte nel ‘900, incendiata dal fuoco di contestazioni e rivolte che ogni volta hanno lasciato profonde ustioni mai realmente cicatrizzate. Sono trascorsi appena quindici anni del XXI secolo e le rivoluzioni, o presunte tali, che si sono consumate nel polmone pulsante di Kyiv sono già state due. Numeri da guinness dei primati, più alti della media di paurosi terremoti in Indonesia o di cicloni catastrofici in Louisiana.
    Le stagioni da tenere d’occhio per l’elevato numero di debordanti scosse telluriche ad alta intensità pseudo rivoluzionaria sono quelle fredde; con una netta predilezione per il secondo mese dell’anno. Si parte da lontano per arrivare a un passato recente. Febbraio 1919: le truppe rosse conquistano Kyiv. La rivoluzione bolscevica diventa realtà anche in Ucraina. Novembre 1943: l’Armata Rossa libera Kyiv dai nazisti dopo due anni di furibonde battaglie. Dicembre 1991: con le prime elezioni democratiche dopo la fine dell’URSS, il 90% della popolazione vota a favore dell’indipendenza. Inverno 2004: Viktor Yanukovich, accusato di brogli elettorali, è costretto a dimettersi dalla carica di presidente cedendo alla pressione di una piazza Maidan gremita dalla folla. La “rivoluzione arancione” è cosa fatta. Febbraio 2010: le deludenti politiche portate avanti da Viktor Yushchenko e da Yulia Tymoshenko, i paladini di quella rivoluzione, riportano clamorosamente Yanukovich in sella al Paese. Novembre 2013: l’Ucraina, subendo le forti pressioni di Mosca, annuncia che non firmerà l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Nelle città dell’Ucraina Occidentale e a Kyiv il popolo scende immediatamente in piazza per protestare. Nei giorni successivi seguono scioperi e manifestazioni a oltranza. Maidan Nezalezhnosti viene occupata dai manifestanti. Nel centro di Kyiv vengono erette le barricate. 20 febbraio 2014: mentre i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia fanno la spola nei palazzi del potere tra Yanukovich e i tre principali leader dell’opposizione (il falco Arsenij Yatsenyuk, l’ex pugile Vitalij Klitschko e il nazionalista Oleg Tyagnybok), a poche centinaia di metri di distanza Maidan si trasforma in un campo di battaglia.
    Sergio Cantone, responsabile da Kyiv dell’ufficio Europa Orientale del canale televisivo Euronews, descrive così sulla rivista “Limes” quelle ore convulse che finiranno in una sanguinosa mattanza:

    Agenti della milizia, non berkut, avanzano verso le barricate a Maidan. Vengono impallinati da franchi tiratori, molti perdono la vita. Qualche manifestante ha fucili di precisione, è immortalato dalle immagini televisive. All’improvviso gli insorti decidono di contrattaccare, i miliziani in assetto antisommossa fuggono lungo la via Instytuts’ka. I manifestanti riconquistano in pochi minuti il terreno perduto martedì sera. Avanzano spediti a tartaruga, con i soliti scudi di legno e di latta, i bastoni e gli elmetti. Ma tra l’hotel Ukraina e il palazzo d’Ottobre vengono accolti dal fuoco dei cecchini. Un insorto cade sul selciato, un compagno si stacca supino dalla tartaruga e cerca di afferrarlo per una mano. Ma viene anch’egli colpito all’improvviso e cade morto sull’asfalto. I cecchini portano le uniformi maculate azzurro-grigie dei berkut, almeno quelli che si vedono piazzati nel prato accanto al palazzo d’Ottobre. Altri sono sui tetti, forse dell’hotel Ukraina o addirittura degli edifici di Maidan. Non v’è certezza e dovrà essere stabilito da un’inchiesta. Come non è certo se a uccidere miliziani e manifestanti sia stata la stessa mano […] Olha Bohomolec’, un medico piuttosto noto in Ucraina, dirige l’ospedale improvvisato. È una volontaria. Spiega che “tutte le salme presentano la stessa ferita letale. Un colpo secco al cuore con una pallottola in grado di trapassare anche i giubbotti antiproiettile. Questo riguarda le vittime sia tra i manifestanti, sia tra i miliziani”. È, secondo la dottoressa, la firma dei cecchini. A fine giornata si contano un centinaio di morti.

    La sede dell’ospedale improvvisato era l’elegante e spaziosa hall dell’hotel Ukraina. I defunti, provenienti per la maggior parte da Lviv, Ivano Frankivsk e altre città dell’ovest, sono oggi ricordati come i “cento del paradiso”. 21 febbraio 2014: viene trovato l’accordo. Yanukovich si impegna a mettere fine allo stato d’assedio della città ritirando le forze speciali e a indire nuove elezioni da svolgersi nel mese di dicembre. Poi succede l’imponderabile. Di nuovo la cronaca di Cantone:

    Alla Rada si discute ancora del governo di coalizione. All’improvviso, verso mezzogiorno, tutti i nuclei antisommossa abbandonano il piazzale davanti al parlamento, seguiti dai sostenitori di Yanukovich e dai titusky. 1)

    Questi ultimi avevano seminato il panico in città nei giorni precedenti attaccando indiscriminatamente automobilisti inermi all’incrocio tra le vie Volodymyrs’ka e Velyka Zytomyrs’ka, dove passa la linea di approvvigionamento di Maidan. Si parla di un accordo raggiunto tra Yanukovich e l’opposizione con la garanzia franco-germano-polacca. Non ci sono più forze di sicurezza, gradualmente sostituite da gruppi di autodifesa di Maidan. Le uniche truppe rimaste sono quelle di guardia al palazzo presidenziale, perché Yanukovich è ancora in carica. Ma in barba agli accordi, alla comunità internazionale e allo stesso Yanukovich, il loro generale negozia con un deputato di Bat’kivscyna (Patria), Jurij Lucenko, una ritirata immediata in buon ordine. Proprio mentre i tre ministri Laurent Fabius, Frank-Walter Steinmeier e Radoslaw Sikorski lasciano la presidenza con l’accordo in tasca che avrebbe permesso a Yanukovich di restare fino a dicembre, le forze di sicurezza presidenziali abbandonano spontaneamente il campo per “tornare dalle nostre famiglie”. Inevitabile che la sera stessa, quando Klitschko presenta l’accordo dal palco di Maidan, la folla lo respinga. Verso le 23 le agenzie battono la notizia del presidente in fuga.

    Sapere cosa sia avvenuto precisamente nella stanza dei bottoni in quelle drammatiche ore, e soprattutto conoscere le identità degli oscuri registi di tutta la vicenda, è roba da “affare wikileaks”. Quel che è certo è che l’Europa, Germania in primis, è stata presa per il naso. Il modo in cui l’assistente segretario di Stato statunitense per gli Affari euroasiatici, Victoria Nuland, conclude in quelle ore agitate la telefonata con l’ambasciatore USA in Ucraina Geoffrey Pyatt – “…che l’UE si fotta” – lascia molto più che un indizio su chi sia stato a far naufragare l’accordo e, alla fin fine, a ridimensionare il ruolo diplomatico dell’Unione. Se il dietro le quinte è affollato dagli scheletri dei reciproci dispetti geopolitici orchestrati dalle grandi potenze, a sipario ancora aperto restano sul lastricato di Maidan i cadaveri della follia omicida, carne viva di un reato consumato all’ombra della diplomazia. Così Andrei Kurkov descrive nei suoi Diari Ucraini quel maledetto 20 febbraio: “Nessuno canta vittoria. Nessuno per ora può definirsi parte vincente e probabilmente, in questa situazione, nessuno potrà mai esserlo. L’Ucraina ha già perso. Più di cento vite umane fra cui donne, studenti, professori”.
    A distanza di tempo da quei fatti (fu vera rivoluzione e fine di un regime, o colpo di stato? Ai posteri l’ardua sentenza), dopo una guerra (ufficiosa) e una tregua (ufficiale) in corso, cento e rotti morti più altre seimila vittime, migliaia di profughi scappati dalle proprie terre, il “simpatico” (agli americani) Petro Poroschenko come presidente, “il prediletto” (dai tedeschi) ma “antipatico” (agli americani) Vitalij Klitschko “riciclato” come sindaco di Kyiv, sapere come sarebbero andate le cose se si fosse imboccato il bivio della certamente costosa mediazione invece dello scontro finale è un puro esercizio di fantasia mentale. Magari sarebbe stato tutto inutile perché l’ex presidente si sarebbe inventato qualcos’altro per rimanere al potere e continuare a depredare il suo popolo. Come non pensare però che quell’accordo trovato sul filo di lana, che i russi avevano sì definito carta straccia ma cui difficilmente si sarebbero potuti opporre, avrebbe seriamente dato la possibilità di salvare capra e cavoli e soprattutto tante vite umane? Giusto il tempo, forse, di un temporaneo ma vitale accanimento terapeutico in attesa di una reale boccata d’ossigeno? Certo, non si sarebbero dedicati fiumi d’inchiostro a parlare di Euromaidan e della cacciata di un arraffone senza scrupoli. Ma è realistico parlare di rivoluzione quando a distanza di oltre un anno un Paese intero è lacerato fino al midollo e ridotto a un pianto? Non ci sarebbero stati i concerti, le sacrosante urla di giubilo per aver spodestato un monarca ladro e ignorante. Ma come è possibile gioire al di qua delle trincee quando oltre cortina ci sono amici e parenti invischiati in una guerra piovuta come un fulmine a ciel sereno sulle loro inconsapevoli teste? Probabilmente non ci sarebbe stata la soddisfazione di violare l’ex residenza privata dell’onnipotente faraone vergognosamente ornata di finiture d’alto bordo e di cessi dorati. Come la mettiamo però con le migliaia di ben più modeste case stuprate dai missili e ridotte in poltiglia? E che dire dei morti di Odessa, di quei 42 simpatizzanti filorussi periti nell’incendio della casa dei sindacati il 2 maggio 2014, molti dei quali finiti a bastonate da estremisti pro-Maidan dopo che avevano cercato di fuggire dalle fiamme? E poi: in un mondo interconnesso, dominato dagli interessi della finanza, sarà mai attuabile una vera rivoluzione dei valori che parta dal basso? La vera rivoluzione non è forse quella che non si nomina mai? Quella di chi è capace di fermarsi appena prima di assaporare il dolce sapore della vendetta sapendo che al traguardo sarà comunque vincitore? Di chi sa aspettare il momento in cui il tiranno di turno venga messo alla porta soffocato dalle stesse ruberie che l’hanno fatto campare? Forse la vera rivoluzione la attua chi non umilia fino in fondo colui che meriterebbe di essere umiliato. Forse il ritratto del vero rivoluzionario è simile a quello di un saggio pugile che, dopo aver resistito alla selva furiosa di colpi dell’arrogante avversario, parte al contrattacco con una gragnola di fendenti aspettando poi che sia il suono del gong a dare il definitivo ko.
    Questi e altri ormai inutili pensieri d’aria fritta si perdono nella mente mentre contemplo dall’alto l’immagine di una luminosa Kyiv da cartolina. La cruda e dolorosa realtà parla invece di un’Ucraina rabberciata e tenuta insieme da un’accozzaglia di fattori dei quali è possibile cambiare l’ordine senza però modificare il risultato: ovvero un Paese in mano a un manipolo di arricchiti che dettano il bello e il cattivo tempo al popolino illuso. “La gente è scontenta. Si parla già di una terza Maidan”, mi aveva detto una delle badanti alla partenza dall’Italia. Non ci sarà nessun’altra Maidan cara Natascia, almeno fino a quando non ci sarà qualche altro oligarca scontento in grado di fomentare la piazza finanziandola a dovere. Che dire allora dei primi morti, dei “cento del paradiso”? Si farebbe un torto al popolo ucraino, e sarebbe oltremodo sbagliato e ingiusto, pensare che tutto è stato pianificato dall’alto e che quei caduti erano in mano a qualche occulto dottor azzeccagarbugli. Euromaidan trae sicuramente origine da una reale voglia di cambiamento. Non si spiegherebbe altrimenti il milione di persone in strada al culmine della protesta. Il fatto è che poi c’è sempre qualcuno più scaltro di altri che si erge a rappresentante di tutti appropriandosi dei meriti della piazza; qualcuno che, intuendo la piega presa dagli eventi, ne orienta gli esiti mentre la massa è in strada credendo di essere al timone della “rivoluzione”.
    In una retrospettiva di ciò che è accaduto sarebbe quindi sciocco non tenere conto, per esempio, dell’accertata presenza di centinaia di contractor americani della misteriosa società chiamata Greystone, dispiegati per motivi poco chiari nello scenario ucraino della primavera 2014; lo stesso nome, “pietra grigia”, che vidi stampato a caratteri cubitali su una parete all’interno del palazzo del governo di Donets’k occupato dai separatisti. “Non conosci Greystone? Sono americani infiltrati in Ucraina”, mi disse sprezzante nell’aprile 2014 un ignoto filorusso con l’aria da militare professionista, mentre io lo fissavo con un certo scetticismo. In un contesto simile trova spazio anche l’insopportabile pulce nell’orecchio di qualcuno tra i manifestanti che ha aperto il fuoco per poi far cadere la colpa sul governo, come riferito dal ministro degli Esteri estone all’allora Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Catherine Ashton.
    “Il mare non è la libertà, è una sua immagine, un suo simbolo… È davvero splendida la libertà, se basta evocarla perché la sua immagine riempia di felicità”, diceva Vasilij Grossman in una delle pagine finali di Tutto scorre…, il libro con cui egli fece conoscere al mondo la tragedia dell’holodomor.2) Si dice che a rendere l’uomo pienamente libero sia invece la verità. Quella che forse manca nella sua totalità agli ucraini ai quali, nell’attesa, non resta che far proprie le lungimiranti parole del loro connazionale. Parole che sembrano evocare un passato lontano ma che suonano tragicamente attuali.

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    Il lutto, un anno dopo

    La hall dell’Ukraina è impeccabile. Dei morti e dei feriti del passato sono rimasti soltanto i fantasmi che svolazzano nella mente di chi, come me, quei morti e quei feriti non li ha mai visti. Sono scomparsi anche i giovanissimi che fino a qualche mese fa piantonavano in carne e ossa l’ingresso. Spalancata la porta in vetro, mi butto di nuovo nelle strade di Kyiv sulle tracce di quanto è rimasto dell’assedio. Andando vicino al possente muro esterno dell’Ukraina si notano i fori rotondi e profondi delle pallottole. Gli stessi segni che si intravedono sulle fioriere in cemento e sui tronchi scorticati degli alberi allineati lungo la via Instytuts’ka e ora ricoperti dalle bandiere nazionali, dai volti fieri delle foto dei caduti e da fogli attaccati con lo scotch con scritte preghiere e poesie che, visti così, sembrano tanti inamovibili sudari. La strada che fu il teatro principale degli scontri è ora libera dalle barricate e dai cumuli di sampietrini e di pneumatici ammassati che segnavano i passaggi tra i vari accampamenti.
    In cima alla salita, appena dopo l’hotel, la grande croce in legno marrone chiaro è rimasta al suo posto. Davanti, tanti lumini sono deposti a terra uno accanto all’altro in modo da formare un’altra grande croce colorata. Una signora imbacuccata fin sopra le orecchi sta lì ferma con le mani giunte al petto. Il silenzio di tomba è rotto solamente dal sinistro e ripetitivo gracchiare dell’ingresso ai sotterranei della vicina metropolitana e dal rintocco leggero della campana di una piccola chiesetta in legno costruita nel prato retrostante. Il sibilare del vento accompagna quei suoni scuotendo con violenza gli stendardi ucraini e i nastrini colorati legati un po’ ovunque. Sul selciato sono allineate in due file le fotografie dei cento del paradiso, ognuna custodita nell’apposito portafoto.
    In fondo sulla sinistra, appoggiata a uno scudo arrugginito, svetta più grande delle altre quella del ventunenne armeno Serhiy Nigoyan, la prima vittima di Euromaidan. Fin dalla sua morte egli fu eletto a simbolo della rivolta, l’eroe martire che aveva sfidato in prima fila il potere precostituito pagando il gesto con la propria vita. A rivoluzione avvenuta, il nome del ragazzo di Dnipropetrovs’k era sulla bocca di tutti. Il suo viso orgoglioso dalla pelle olivastra, le sopracciglia folte, gli occhi scuri, la barba poco curata e il naso adunco degli armeni, era stampato sulle magliette e sugli scudi di legno. I manifesti a lui dedicati e le sue foto, con il casco rosso in testa sopra il berretto nero e il maglione a strisce colorate della sua nazione di origine, campeggiavano a ogni angolo tra gli accampamenti di Maidan, facendo quasi concorrenza alla gigantografia di Stepan Bandera piantata nel cuore della piazza.
    Dopo di lui a cadere sull’asfalto fu il bielorusso Michail Jeznievsky. Per terzo toccò al polacco Yuriy Verbitskiy. Anch’egli giovanissimo, poco più che trentenne, capelli lunghi tirati indietro, pizzetto brizzolato e faccia sorridente. Viveva a Lviv dove faceva la guida turistica. Dopo gli scontri venne portato ferito in ospedale. Poi, come nei peggiori film dell’orrore, qualcuno andò a prelevarlo di forza dal letto dove era ricoverato. Il suo corpo venne ritrovato con segni di orribili torture tra i boschi di Boryspil nei pressi dell’aeroporto.
    Camminare lungo l’Instytuts’ka significa ormai avviarsi a una processione. Ogni albero piantato sul lato sinistro della discesa è un cippo funerario, la stazione di una Via Crucis, l’angelo custode di anime scomparse che respirano a ogni refolo di vento, il loculo deserto di un cimitero senza cipressi. Il marciapiede che corre sulla destra è diventato una sorta di memoriale. Una sequenza infinita di piccoli altarini improvvisati, messi insieme in maniera ordinata con le mattonelle divelte e gli scudi usati nei giorni delle proteste, addobbati con fiori, caschi colorati bucherellati dai proiettili, rosari e gli immancabili lumini. Quasi tutti riportano il nome, la foto e la provenienza delle persone scomparse. Una serie di Igor, Anatolji, Viktor, Vitalji, Oleg, Boris, Dimitri, il volto sconosciuto e un po’ sbiadito di una donna. Gente che viveva all’ovest, a Lviv e a Chernivtsi, ma anche cittadini di Kyiv o che, come Nigoyan, proveniva da Dnipropetrovs’k, da Kharkiv e da altre città dell’est. In alcuni casi sono state erette vere e proprie lapidi scure. Sotto ogni foto sono state verniciate le lunghe macchie colorate che arrivano fino a terra, rosse come il sangue versato da ognuno di loro.
    A metà discesa, sotto il grande orologio rotondo piazzato lungo la rivetta scoscesa che più in alto porta al palazzo d’Ottobre, una montagna di mazzi e corone di fiori è stata deposta davanti ad altre tre grosse lapidi grigie incise in alto con il tryzub, il tridente simbolo della nazione.
    P1000161 In Piazza Maidan il nuovo che avanza fa già bella mostra di sé. All’angolo destro del Khreshchatyk, in direzione di piazza Europa, dove sorgeva la banca russa Sberbank ora ci sono le nuovissime insegne luminose bianco-verdi della Dnipro Credit Bank. Il palazzo dei sindacati, incendiato dai berkut durante gli scontri e non ancora ristrutturato, è invece completamente ricoperto da un rivestimento colorato sopra il quale campeggia la scritta “Viva l’Ucraina, Viva gli Eroi”, sullo sfondo di un cielo azzurro color pastello e di una ridente terra rappresentata con le bionde spighe di grano dei campi ucraini.
    Vedere Piazza dell’Indipendenza così vuota fa un certo effetto. Pochissime sono le auto in circolazione. Dopo la cacciata di Yanukovich, prima ancora dell’inizio del conflitto nell’est, questo spazio fu teatro per mesi di una grande sbornia post-rivoluzionaria. Oltre il Khreshchatyk c’era il labirinto degli accampamenti controllati per lo più da giovanissimi vestiti con divise militari comprate su internet, da volontari per la causa, da rivoluzionari veri o presunti provenienti dalle “brigate” giunte da ogni dove. Il fumo delle stufe usciva dalle tende fino a notte fonda. Ogni occasione era buona per fare festa. Negli angoli delle strade c’era chi cantava e suonava con la chitarra. Tra le aiuole si tenevano addirittura sedute di yoga. Personaggi bizzarri giravano per le strade vestiti da cosacchi. Ogni brindisi era un coro di irripetibili slogan contro Putin. Ora quel clima festaiolo di goliardia generale sembra lontano anni luce. Non per colpa della stagione o perché per le strade non ci sia nessuno a strimpellare qualche strumento musicale. È l’atmosfera che è cambiata, appesantita dalla disillusione e dalla stanchezza di chi si trova a combattere in un vicolo cieco senza trovare una liberatoria via d’uscita. Per certi versi è come se anche a Kyiv ci fosse la guerra. Una guerra che fisicamente non si vede, ma che rimbomba nell’eco delle armi che ristagnano nella mente asserragliata della gente comune.
    Al centro di Maidan, altre centinaia di lumini sono stati depositati alla base della colonna dell’Indipendenza. Sul lato opposto della strada, ora lasciato libero per il passaggio delle auto, era installato un grande palco sul quale si alternavano improbabili oratori, cantanti e politici che prendevano la parola aprendo i loro discorsi all’insegna di “Cristo è risorto, l’Ucraina è risorta”. Era il periodo della Pasqua ortodossa e a vegliare su di loro c’erano nelle retrovie le tonache nere di popi barbuti che già segnavano il territorio sognando un paese sulla “via della redenzione”.

     

    La questione religiosa, una bomba a orologeria

    Pur essendo rimasta sottotraccia, la questione religiosa è uno degli aspetti del rebus ucraino da non sottovalutare. Come in un effetto domino, Euromaidan è entrata a gamba tesa in una linea di faglia apertasi tempo fa e che periodicamente torna a vibrare senza mai sigillarsi del tutto. Una solida frattura, verrebbe da dire, le cui origini risalgono al 1596 e che ha portato l’Ucraina a essere un vero e proprio spartiacque religioso.
    Con il sinodo di Brest si sancisce in quell’anno la riunificazione alla Chiesa di Roma di una parte dei cristiani d’Ucraina. È l’atto di nascita della cosiddetta Chiesa greco-cattolica, di rito bizantino, successivo alle vicende politiche che in quel tempo vedevano l’Ucraina far parte da poco meno di trent’anni della confederazione polacco-lituana, una sorta di commonwealth multiculturale che andava dal Baltico al Mar Nero. La scelta di tornare sotto le ali protettrici del cattolicesimo romano fu presa sia per fronteggiare la crisi dell’ortodossia ucraina, minacciata dalla forte espansione di movimenti calvinisti, sia per le temute mire egemoniche del neonato Patriarcato di Mosca istituito nel 1589. Quando, nel 1654, Kyiv e l’Ucraina orientale entrarono nell’orbita di influenza russa, tutti gli ortodossi passarono automaticamente sotto la giurisdizione religiosa moscovita.
    link-prima-puntataIniziò così per gli “uniti” un periodo di pressioni e persecuzioni, particolarmente cruente sotto Caterina II, in modo da costringerli a ritornare sotto la sfera di influenza ortodossa. Nei secoli successivi – soprattutto dopo la spartizione della Polonia di fine ‘700 tra Prussia, Russia e Austria – lo spazio di libertà “greco-cattolico” si ridusse in Ucraina alla Galizia austro-ungarica. La situazione degli “uniati” – termine dispregiativo introdotto dalle gerarchie ortodosse per etichettare i “traditori” – peggiorò drasticamente quando la Galizia fu annessa dall’Unione Sovietica di Stalin. Il furbo dittatore georgiano, imparata la lezione della seconda guerra mondiale durante la quale capì l’importanza di avere il clero ortodosso dalla propria parte, decise nel 1946 di liquidare quella riottosa minoranza procedendo al forzoso scioglimento della loro chiesa.
    Attraverso un concilio farlocco tenutosi a Lviv, l’Unione di Brest venne ufficialmente sciolta. I vescovi che rifiutarono di abiurare il cattolicesimo vennero arrestati e spediti nei gulag. I beni e le chiese furono sequestrati e incorporati al Patriarcato di Mosca. Tra i fedeli, che nel 1943 erano circa 4 milioni, ci fu chi si adeguò suo malgrado all’ortodossia e chi persistette a vivere la propria fede in clandestinità. Il risveglio nazionale dell’identità ucraina, il sentimento antirusso e l’appartenenza religiosa si sedimentarono così in un tutt’uno tra i gangli di un apparato sovietico repressivo.
    Con la perestrojka e il crollo dell’URSS, si delinearono nuove geografie della fede e tutto venne rimesso in discussione. A ribollire questa volta fu l’intero universo ortodosso il quale, a pentola scoperchiata, ne uscì fortemente diviso. Dalla Chiesa Ortodossa Ucraina dipendente dal Patriarcato di Mosca si scissero due entità ben distinte: la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina e la Chiesa Ortodossa Ucraina facente capo al Patriarcato di Kyiv. La prima, di impronta nazionalista e fondata nel 1921, è stata ricostituita nel 1989 sulla spinta della numerosa diaspora ucraina emigrata negli Stati Uniti. La fondazione della seconda, anch’essa come la precedente non riconosciuta dall’ortodossia moscovita, risale invece al 1992 a seguito dell’indipendenza dell’Ucraina. Essa si distaccò sempre più dal Patriarcato di Mosca con l’attivismo del patriarca Filaret che vorrebbe oggi unificare tutte le chiese ortodosse ucraine con l’intento di scalzare definitivamente dal Paese lo scomodo patriarca russo.
    Sulle oltre 21.000 comunità religiose che si contano oggi in Ucraina, escludendo le centinaia di gruppi protestanti, oltre il 50% fanno capo al Patriarcato di Mosca. Esse sono quelle più numerose in tutte le oblast a eccezione di quelle occidentali di Lviv, Ivano-Frankivsk e Ternopil’ nelle quali sono di gran lunga maggioritarie – nella prima addirittura sono 1538, il 60% del totale – quelle greco-cattoliche che, in tutta l’Ucraina, rappresentano il 17% del totale. Il Patriarcato di Kyiv conta oltre 4000 comunità, circa il 19%, concentrate soprattutto nell’Ucraina Centro Occidentale e numericamente meno consistenti nel sud e nell’est del paese. La Chiesa Autocefala Ucraina (6%) e quella Cattolica Romana (5%) sono le meno rappresentate.
    Con un tale concentrato di gruppi religiosi l’Ucraina potrebbe ambire a essere la piattaforma mondiale del dialogo interreligioso. Eppure i semi della discordia gravidi di possibili conflitti sono sempre dietro l’angolo. I Balcani insegnano come l’arma della religione, abbinata alla rivendicazione di identità nazionali, sia capace di generare una diabolica miscela esplosiva in grado di seminare odio ed estremismo nei confronti del diverso. La rivoluzione di Piazza Maidan ha segnato un’altra tappa di uno scontro destinato a trascinarsi ancora nel tempo. In quest’ultimo anno tutte le chiese ucraine si sono espresse a favore dell’indivisibilità dello Stato dichiarandosi contrarie a qualsiasi forma di violenza. Ma dietro le voci piuttosto ovvie dell’ufficialità non mancano le differenti posizioni sull’argomento. Se per i circa cinque milioni di greco-cattolici e per le due chiese “scissioniste” – per le quali è presumibile pensare che nella stragrande maggioranza dei casi i fedeli abbiano appoggiato il cambiamento – Euromaidan ha segnato una favorevole ventata di novità, lo stesso non può certo dirsi per le gerarchie ortodosse “lealiste”, alle prese sia con gli umori dei propri fedeli sia soprattutto con l’aria che tira a Mosca.
    Resta il fatto che la questione religiosa è una bomba a orologeria che, qualora esplodesse, porterebbe alla ridefinizione della geopolitica religiosa dell’Europa Orientale. In palio non c’è solo la questione mai risolta con i cattolici di rito bizantino, ma anche l’egemonia ortodossa tra gli slavi orientali e il prestigio del Patriarcato di Mosca. Perdere l’influenza su Kyiv significherebbe per quest’ultimo privarsi del luogo in cui si è plasmata la cristianità d’Oriente. Il tutto si mescola con suggestioni e visioni del futuro che vorrebbero la capitale russa come l’ultimo baluardo della cristianità. “Mosca è la Terza Roma e una quarta non ci sarà”, teorizzò Filofiej di Pskov, un misterioso monaco ortodosso vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.
    Un idea, quella di Mosca come naturale erede dell’Impero d’Oriente, rafforzata da un fatto storico cruciale nella formazione della Russia moderna. Tra il 1462 e il 1505, sul trono del Principato di Moscovia sedette Ivan III il quale, oltre ad allargare considerevolmente i territori della nascente potenza russa proclamandosi czar (Cesare), sposò Zoe Paleologina – meglio nota nel mondo russo con il nome di Sofia – nipote dell’ultimo imperatore di quella Costantinopoli caduta da pochi anni nelle mani dei turchi musulmani. Da quel momento il potere all’interno del giovane e ambizioso stato moscovita, che fece proprio anche l’antico stemma imperiale bizantino dell’aquila bicipite, venne gestito in simbiosi dallo Zar e dal Patriarca di turno secondo una visione del mondo che metteva Mosca al centro dell’impero universale ortodosso esattamente come lo era prima Bisanzio.
    La rivoluzione del 1917 offuscò temporaneamente questo “divin connubio” senza riuscire a spezzarlo definitivamente. Nel 1943 Stalin, in accordo con l’allora patriarca Aleksij I, parlava addirittura della necessità di dare vita a un “Vaticano ortodosso”. Può allora la “Terza Roma” privarsi del luogo dove avvenne la primordiale iniziazione? Perdere totalmente il controllo su una Kyiv che politicamente parlando è oggi lontana anni luce da Mosca, con tutto il corollario di significati che ne potrebbe conseguire, significherebbe mettere a repentaglio quella plurisecolare alleanza di origine imperiale.
    Un patto di ferro che lo “zar” Vladimir Putin, da abile prestigiatore qual è, ha pensato bene di rinsaldare nel suo operato cercando spesso e volentieri la “benedizione” dell’influente patriarca Kirill, in modo da legittimare il suo ruolo guida di una nazione che egli ama raccontare come circondata da nemici che vogliono renderla impotente. Vi è forse modo migliore per compattare attorno a sé un popolo tenace che come pochi altri è in grado di fare cerchio e soffrire per andare oltre le difficoltà? Dai tempi di Napoleone l’Occidente eurocentrico, oggi come ieri impegnato spesso a trastullarsi guardandosi l’ombelico, sembra aver fatto ben pochi passi avanti nella comprensione di un mondo, quello russo, che per certi versi gli è ancora sconosciuto. Se avesse imparato qualcosa, avrebbe forse intuito che castigando la Russia a colpi di sanzioni, portandola ad una grave crisi economica, si sarebbe arrivati al risultato, contrario alle aspettative, di creare malcontento tra la popolazione. Quest’ultima si è invece radunata attorno alla figura del presidente-capo il quale – avendo avuto gioco facile, e qualche buona ragione, nell’agitare lo spettro del nemico esterno – ha rafforzato enormemente la propria leadership mettendo a zittire nel contempo qualsiasi opposizione interna; che, si sa, passa in secondo piano, fin quasi a scomparire, quando a essere in pericolo è la vocazione messianica di una Russia che nel profondo resta pur sempre una potenza con ambizioni imperiali.

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    Ma tra il Donez e il Don resta la guerra

    Da Maidan Nezalezhnosti, in una manciata di minuti a piedi, raggiungo le piacevoli colline che circondano dall’alto la città. In cima a una di esse, oltrepassato l’ampio arco del monumento d’epoca sovietica dedicato all’amicizia delle nazioni, una terrazza panoramica si apre tra le fronde spoglie degli alberi su quello che forse è lo scorcio più bello di Kyiv: il Dnipro che lambisce il fondovalle, svoltando verso sud fino a formare un’ampia ansa trasformata dal ghiaccio in una lastra bianca semovente. Laggiù, più di duemila anni fa, si stendevano “i pascoli più belli e ubertosi, una grande abbondanza di pesce delle migliori qualità, le acque più buone a bersi, chiare e limpide a differenza di quelle degli altri fiumi della regione”. Erodoto (allora il Dnipro si chiamava Borysthenes), racconta anche che “lungo le sue rive si fanno i raccolti più ricchi, e dove non si semina il grano l’erba cresce altissima”. Oggi, dove un tempo sorgeva il porto, si intravede appena il raffinato quartiere di Podil con i suoi locali, la via degli artisti, la casa di Bulgakov, il caratteristico Museo di una Strada, le cupole della bellissima cattedrale di S.Andrea.
    Attraverso un ponte in legno e seguo dall’alto la linea del fiume. Mi aggiro tra i viottoli dei parchi fino ad arrivare, una volta superato l’edificio del parlamento, al palazzo Mariynskyi. In corrispondenza del luogo che fu teatro della precipitosa fuga di Viktor Yanukovich, è stato montato a perenne ricordo un cannocchiale rivolto in basso verso la strada che lo vide scappare.
    Non lontano da lì, poco prima del monastero delle grotte, si trova il grande monumento ai soldati caduti per liberare la città dai nazisti nel dicembre del 1943. Alla sua base arde imperterrita la “fiamma della gloria eterna” con le sue sporadiche vampate di calore che rasentano l’aria. È qui che nel 1973 si fermò per qualche istante Mario Rigoni Stern durante il suo personale Ritorno sul Don. Lo scrittore di Asiago, che visse in prima persona la drammatica esperienza della ritirata di Russia, fu talmente sollevato da quel viaggio che nel penultimo capoverso del suo libro scrisse queste parole: “Ecco, sono ritornato a casa ancora una volta; ma ora so che laggiù, quello tra il Donetz e il Don, è diventato il posto più tranquillo del mondo. C’è una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza”.
    Ora, lungo il Donetz, tutto è finito. Niente più pace, né silenzio, né dolcezza; ma solo guerra, rumore, amarezza.

     

    N O T E

    1) Con questo nome venivano chiamati gli ex atleti ingaggiati dai politici influenti del governo per provocare risse e aggredire gli oppositori.
    2) Holodomor (morte per fame) è la carestia abbattutasi sull’Ucraina tra il 1929 e il 1933 che fece milioni di vittime. È considerata dalle organizzazioni internazionali un crimine contro l’umanità, attribuibile alle politiche dell’Unione Sovietica.

     

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    POST SCRIPTUM

  • Nepal, prima del terremoto
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    foto di Danilo Gitto

    Ho visitato Kathmandu nell’agosto del 2014. Ho sempre desiderato andarci, ma ho sempre rimandato. Da qualche parte del mondo c’era ogni volta un contatto locale che mi garantiva un servizio esclusivo, un’etnia da fotografare prima che scomparisse o un qualche evento irripetibile che faceva slittare il Nepal in seconda posizione. Poi, circa un anno fa mentre programmavo il mio prossimo viaggio, alcuni eventi indipendenti dalla mia volontà si dimostrarono curiosamente fortuiti. La mia meta, a proposito di etnie a rischio, era il Tibet. La politica cinese sulle visite da parte di stranieri alla Regione Autonoma del Tibet è incostante; le ragioni sono complesse e non mi sento di trattarle in questa sede, sicuro di non poter esaurire l’argomento. Diciamo soltanto che in seguito all’analisi della situazione di allora decisi di non atterrare nella provincia cinese del Sichuan, per poi raggiungere la mia meta via terra o con un volo interno, ma di entrare direttamente in Tibet. Il confine più fruibile ai miei scopi era proprio quello con il Nepal. L’occasione era propizia. Forte anche della necessità di alcuni giorni per ottenere il visto d’ingresso, decisi di anticipare il mio viaggio di una settimana in modo da avere il tempo di visitare la valle di Kathmandu. Col senno di poi sarei tentato di ringraziare la politica di Pechino nei confronti del Tibet, che mi ha permesso di visitare un Paese incredibile prima che la terra tremasse.


    Alle 6,11 del 25 aprile 2015 una scossa di magnitudo 7.8 ha colpito il Nepal, l’evento sismico più violento che abbia colpito l’area dopo il 1934. In seguito a questa e alle oltre trenta scosse d’assestamento nelle ore successive, circa 8600 persone hanno perso la vita e oltre 20.000 sono rimaste ferite. La quantità di edifici crollati, tra i quali numerosi patrimoni dell’umanità dell’Unesco, è incalcolabile.
    Ma non è mia intenzione parlare delle condizioni in cui versa il Nepal in questi giorni. Ci sono altre fonti, più informate, che lo possono fare. Voglio parlare, e mostrare tramite le immagini, del Nepal che fu e che deve tornare a essere.

    Una scacchiera di luce e buio

    Arrivo a Katmandu a tarda notte. L’albergo mi manda a prendere all’aeroporto e ho modo, durante il tragitto, di osservare una città avvolta nell’oscurità. Al tempo non sapevo dei problemi di approvvigionamento energetico della capitale, che obbligano l’azienda elettrica a “staccare la spina” a interi quartieri fino a otto ore al giorno. È una delle tante contraddizioni di un Paese che conta circa 6000 corsi d’acqua, ma strutture insufficienti a generare elettricità per tutti.
    Anche se agli occhi di un occidentale potrebbe sembrare un disagio intollerabile, gli abitanti di Kathmandu ci convivono senza problemi, aiutandosi con tecnologica ironia. Esistono infatti numerosi siti internet che pubblicano gli orari dei blackout programmati (nome tecnico load-shedding) divisi per zone o quartieri, e persino una app per smartphone con lo stesso scopo. Inoltre è possibile godere dello spettacolo di una città divisa a scacchi di luce e oscurità recandosi verso l’orario di chiusura al tempio delle scimmie (Harati Devi Temple), dalla cui sommità Katmandu è visibile in tutta la sua estensione.
    Il Nepal possiede la più alta concentrazione di siti patrimonio dell’umanità. Solo la valle di Katmandu ne vanta sette nel raggio di 15 chilometri. Per visitarla potete prendere un taxi oppure utilizzare uno degli stipatissimi pulmini che fungono da servizio pubblico. Anche se non temete la ressa, prendere uno di questi trasporti non è la cosa più semplice del mondo se non siete del posto. Infatti non esistono fermate, l’autista si limita a rallentare quando vede un gruppo di persone a piedi, mentre un ragazzo urla la destinazione dallo sportello aperto del bus ancora in movimento. Quando il mezzo è pieno – o meglio stracolmo – parte a tutta velocità verso la meta.
    Ho girato tutta la valle in questo modo e, tolta la scomodità di trasportare l’attrezzatura fotografica, l’esperienza di essere l’unico occidentale a viaggiare insieme con operai, studenti e commercianti è stata impagabile. Chiaramente sarebbe stato molto più difficile se non avessi avuto il mio amico e guida Mymy, risorsa preziosa per dipanare il tessuto sociale della capitale. La mattina in cui ci presentammo, si scusò dicendomi che non avrebbe potuto farmi da guida poiché doveva recarsi in un orfanotrofio dove lavorava come volontario. Ovviamente non poteva sapere che, così dicendo, avrebbe acceso il mio interesse: il turista tipo voleva essere portato a Durbar Square o a Bhaktapur, non in un orfanotrofio distante 30 chilometri dal centro città! Gli chiesi di accompagnarlo e lui, per quanto perplesso, accettò di buon grado. Passai così il mio primo giorno in Nepal nella HCC Nepal Children’s Home, dove conobbi i bravissimi volontari e i vivacissimi bambini ospiti della struttura. Sono tutt’oggi in contatto con loro ed è stato un sollievo sapere che nessuno è rimasto ferito a causa del terremoto.

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    Religione e rock

    Mymy mi guida attraverso i meandri di Kathmandu, dei suoi vicoli, dei suoi palazzi, dei suoi templi e dei suoi divertimenti. Sì, perché la capitale del Nepal non è solo storia e religione. Quando cala la notte, numerose scritte al neon punteggiano le strade polverose e il ronzio dei generatori a benzina è coperto dalla musica rock a tutto volume. Buona parte dei bar è appannaggio dei turisti a causa dei prezzi proibitivi per un Paese dove lo stipendio medio supera di poco i 50 dollari al mese.
    Uno dei locali preferiti non solo dai forestieri ma anche dai nepalesi più facoltosi è il famoso Purple Haze, un enorme rock bar che non sfigurerebbe in nessuna capitale europea. Il nome è tratto da una canzone di Jimi Hendrix, come tengono a precisare i frequentatori abituali. Tra un tiro di narghilé e l’altro, mi spiegano che quel palco dove ora si sta esibendo una band locale è stato calcato dallo stesso Hendrix, dai Beatles, da Bob Marley e da molti altri. È vero che, dalla fine degli anni ‘60 in poi, molti musicisti si sono recati in Nepal in cerca di ispirazione (illuminazione?), ma sul fatto che quel bar fosse già aperto allora nutro qualche dubbio. Non ho tempo per fare ulteriori domande perché l’indomani mattina mi devo recare a far visita a un’altra singolarità del grande Nepal: l’unica Dea vivente.

    La Kumari

    A Kathmandu risiede la Kumari Reale, la più importante tra le kumari, termine che letteralmente significa “vergine”. Si tratta di una divinità indu, incarnazione di Durga, ma anche i buddisti vengono a renderle omaggio. Si dice porti molta fortuna riuscire a vederla attraverso le piccole finestre dell’edificio dove vive. La Kumari viene scelta tra le bambine delle famiglie nevar di casta buddista e deve incarnare le “32 perfezioni”, ovvero 32 requisiti, molti dei quali più simbolici che reali. Sostanzialmente si cerca una bambina priva di difetti fisici, di bell’aspetto, che non abbia avuto perdite di sangue. A questo proposito, se la Kumari dovesse subire anche il più lieve graffio verrebbe detronizzata, in quanto non può ricevere le cure di alcun medico. Stesso destino le toccherà alla comparsa delle prime mestruazioni, quando lascerà il posto a una nuova Kumari.
    Malgrado io abbia visto due volte la Dea, non vedrete nessuna immagine scattata da me, poiché è severamente proibito immortalarla… anche se, talvolta, qualche turista convinto di essere più furbo degli altri prova a rubare uno scatto, provocando l’ira dei custodi e la fuga immediata della Kumari dentro i suoi alloggi.
    Ci sarebbero altre mille ragioni per visitare questo Paese incredibilmente sfaccettato, ma sarebbe impossibile elencarle tutte. Malgrado le gravi avversità in cui sta versando in questi giorni, sono sicuro che l’orgoglioso popolo del Nepal si risolleverà e sarà nuovamente pronto ad accogliere chi si mostrerà rispettoso della sua cultura e del suo splendido patrimonio naturale e artistico.

     

    N O T A

    Per una disamina approfondita delle etnie nepalesi, cfr. Nepal, crogiuolo di etnie di Ingrid e Franco Nicoli.

     

  • Etiopia, la valle dell’Omo e le sue etnie
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    foto di Giuseppe Russo

    Ciali, ciali”, ciao, ciao, ripete Gurmai nel dialetto locale, rivolgendosi ai primi mursi incontrati all’interno del Mago National Park. Un sorrisone a 32 denti accompagna il saluto del giovane militare di etnia karo assegnato al nostro gruppo, che i mursi, riconoscendolo per i ripetuti servizi di vigilanza con i visitatori, ricambiano con un beneaugurale “Luqurri, luqurri…my friend, my friend”. L’arrivo ad Arsereghe, il villaggio dove facciamo campo con le tende, è accolto da mosche voraci e tafani vampiri con un benvenuto stile sanguisuga che ancora le mie braccia ricordano, accompagnata da afa e da una sensazione di appiccicaticcio paragonabile soltanto al calore del mio familiare scirocco siciliano.
    Pur previsto, il fastidio nella realtà è sempre peggiore, ma viene temperato nel mio caso dall’essere finalmente tra i mursi. Dieci anni fa durante un precedente viaggio in Etiopia avevo tentato l’ingresso nel Mago Park, purtroppo impedito da un violento nubifragio su Jinka che gli autisti allora denominarono “pioggia a macchia di leopardo”. Ricordo quella serata, dopo la cena, le grasse risate di tutti noi raccolti in cerchio attorno al fuoco, mentre il capovillaggio continua a proporci a cantilena “Giallù… foto”. Durante la notte mentre ognuno è nella propria tenda, un temporale si abbatte sul campo. Fulmini e tuoni si succedono ripetutamente squarciando il cielo, accompagnati da violenti scrosci d’acqua. La paura di essere sommersi e rimanere intrappolati come topi è reale. La mia tenda, che condivido con un compagno di viaggio, per un difetto della presa d’aria da cui filtra acqua copiosamente, è allagata in pochi minuti. Come due naufraghi usciamo a zampettare nel pantano, sotto la pioggia battente, e ci rifugiamo nell’auto degli autisti e nella tenda del capodriver Ibrahim.
    “Ancora pioggia a macchia di leopardo”, mi ripeto… ma stavolta siamo dentro il parco con i mursi e la fragorosa precipitazione cessa in meno di un’ora, concedendo finalmente il riposo ai campeggiatori. Il mattino seguente, il sole dispensa i suoi caldi raggi, rivelando un paio di alberi con strani frutti tra i rami: le nostre tende stese ad asciugare! I mursi, curiosi e avidi di birr, la moneta etiope, si avvicinano al campo proponendosi con una bella luce fotografica ai numerosi shoot, chiedendo in contraccambio denaro e dando inizio alla tanto attesa visita ai villaggi Arsereghe e Pile.

    Il popolo mursi è il più noto gruppo etnico nell’Etiopia del sud, essendo stanziale nel Mago National Park e intorno al fiume Omo, lungo le cui rive alleva bovini e coltiva sorgo, mais e fagioli. Le donne mursi dipingono il corpo e il viso con polvere bianca e sono famose per l’uso dei piattelli labiali, il cui inserimento può cominciare fin dall’età di 15 anni. Questo trattamento inizia intorno al decimo anno, allorché il labbro inferiore viene bucato e nel piccolo foro viene inserito un bastoncino; l’apertura viene successivamente allargata introducendo pezzi di legno di dimensioni sempre maggiori finché il labbro non diviene un anello di carne molto elastica, per passare poi – dopo l’estrazione degli incisivi inferiori che ne facilita l’accesso – all’introduzione di un piattello d’argilla. Più grande è il disco d’argilla, più il valore della donna cresce agli occhi di chi la sposa.
    Una teoria sulla funzione di questi piattelli la fa risalire ai tempi della tratta di schiavi, seguita alle spedizioni di Vittorio Bottego nella valle dell’Omo River nel 1890: l’imbruttimento delle donne con il piattello ne deprezzava il valore commerciale, evitando loro la schiavitù.
    Anche gli uomini mursi usano polvere bianca per visi e corpi, oltre a praticare varie scarificazioni sulle membra per identificarne lo status di guerriero che ha ucciso un nemico. Come in qualsiasi altra etnia nella bassa valle dell’Omo, gli uomini devono superare un test prima di potersi sposare mediante un rito chiamato donga. Armato di bastone, il candidato deve affrontare un avversario scelto tra giovani pari, cercando di batterlo; infine il vincitore viene accolto da un gruppo di donne in età da marito per determinare chi sposerà.

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    Il territorio mursi.

    Paradiso etnologico

    La parte meridionale dell’Omo River Valley è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, eletto nel 1980 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco per le sue straordinarie peculiarità: in nessun altro luogo del pianeta sono concentrate così tante popolazioni diverse dal punto di vista genetico, linguistico e sociale.
    Uomini, donne e bambini indossano accessori per indicare chiaramente qual è la loro etnia; l’identità tribale viene così definita da collane, pettinature o tatuaggi che combinano i colori del bianco e del rosso, del nero e del giallo-ocra. Nel tempo, le comunità etniche hanno imparato a usare sempre queste particolari acconciature come richiamo commerciale per i visitatori, ottenendo birr in cambio di fotografie.
    Visitando i principali villaggi e mercati settimanali di Key Afer, Turmi, Dimeka e Aldaba, conosciamo le consuetudini degli hamer, banna, tsemay, karo e galeb. Caratteristiche comuni alle donne sono i succinti vestiti di pelle di capra, gli ornamenti con le cipree del mar Rosso e le calebasse (zucche essiccate, variopinte e decorate) usate come borsette. Per gli uomini conta il possesso di bestiame, soprattutto bovini, che descrive lo status sociale e la ricchezza; mandrie che essi conducono in lenti e insicuri viaggi fino alle sponde dell’Omo per abbeverarle durante i mesi della stagione secca. Molti uomini si modellano sulla testa un cercine formato da una crocchia di argilla sormontata da penne di struzzo, che dimostra il loro valore per aver ucciso un animale feroce o un nemico in battaglia; e per evitare di rovinare le acconciature dormendo usano i borkotos, poggiatesta di legno che portano sempre con sé, anche con la funzione di sgabello per riposare.
    Le donne hamer sposate indossano l’esente, collana di ferro da portare per tutta la vita, che può avere anteriormente una protuberanza fallica detta bignere a indicare lo status sociale di prima moglie, mentre le nubili hanno un disco metallico infilato tra i capelli.
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    Un po’ difficile distinguere etnicamente tra donne hamer, banna o tsemay. Mentre le prime hanno un caschetto di capelli impastati in treccioline con l’aggiunta di ocra, le banna usano un colore di capelli più brunito, adornandosi con collane e fasce di perline multicolori, con l’orlo posteriore della gonna in pelle ornato da un bastoncino di legno. Inoltre banna e tsemay, sia uomini sia donne, portano tra i capelli clips coloratissime fermaciuffi.
    Un rito molto praticato e famoso tra gli hamer è ukli bula, il “salto del toro”: il ragazzo, nella fase del suo passaggio dalla pubertà all’età adulta, è tenuto a dimostrare la sua virilità saltando una decina di buoi affiancati, correndo sulla loro schiena per quattro volte senza cadere. È una cerimonia lunga e complessa; il ragazzo viene incoraggiato a aiutato nella preparazione al rito dai suoi padrini, i maz che hanno già saltato il toro, i quali usano decorarsi il viso con un particolare maquillage e consultare gli auspici per il suo futuro. Le parenti invece devono farsi frustare dai maz – o autoflagellarsi – per dimostrare il loro affetto, riportando sulla schiena vistose cicatrici che sono motivo di orgoglio per le giovani. Il ragazzo denudato percorre il sentiero verso la radura dove salterà portando in mano un bastone a forma di fallo, che viene baciato tre volte da ciascuna giovane donna in segno di benedizione. Se il ragazzo non riuscirà nel salto (è permessa una caduta) sarà preso in giro per tutta la vita e non avrà futuro; se invece il cimento avrà successo il ragazzo diventerà maz e, rivestito, verrà accolto nella famiglia, cominciando il suo lungo cammino nella struttura sociale della sua etnia.

    Lo status sociale inciso sul corpo

    L’approfondimento etnografico prosegue con visite nei villaggi karo, galeb e borana. Khorcho, a guardia panoramica sulla sponda orientale del fiume Omo, è un povero villaggio di capanne di etnia karo. Uomini e donne, per la legge del contrappasso, pur non avendo nulla hanno imparato ad adornarsi in modo povero ma molto creativo. Il body painting è usato da tutti gli abitanti, che hanno i volti affrescati con ocra, gesso bianco, polvere rossa di ferro e brace nera di carbone, le teste acconciate con pannocchie di mais o foglie d’erba. Le donne si trafiggono il mento con un chiodo o un bastoncino di legno e ottengono scarificazioni addominali facendo gonfiare le incisioni della pelle con impacchi di acqua e cenere. Ma mentre per loro rappresentano un richiamo sessuale, negli uomini rivelano l’uccisione di un nemico o di un animale pericoloso, e maggiore è il numero delle linee, maggiore è il numero dei rivali che un karo ha ucciso. Lungo la scenografica terrazza naturale sul fiume, un continuo andrivieni di uomini e donne con il corpo dipinto invita a numerosi scatti fotografici.
    Sulla sponda occidentale del fiume Omo, attraversato con scomode canoe arcaiche intagliate in tronchi di albero, vivono i dassanech o galeb. Originari del Kenia, sono in fuga da anni, perseguitati dall’espansione di altri gruppi tribali ostili. Le loro capanne sono a forma di cupola, fatte con materiale riciclato (cartone, foglie, latta, tronchi), mentre la loro economia si basa principalmente sull’allevamento del bestiame, sebbene negli ultimi anni si dedichino anche alla pesca e all’agricoltura, privilegiando le colture del mais e del cotone. Le donne vanno tutte a seno nudo, con collane colorate e i capelli raccolti in treccine coperte da fasce di perline. Maschi e femmine hanno un originale piercing sottolabiale con ua piuma d’uccello, un bastoncino di legno oppure una spina di acacia. I copricapo sono a base di materiale riciclato, come tappi di bottiglia e astucci di penne, mentre tra gli anziani è praticato il piercing auricolare con anelli di vario tipo.

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    Pescatori di sale…

    Proseguendo tra acacie spinose e incrociando diverse mandrie di dromedari, si avvicina parecchio il confine con il Kenya: è il territorio dei borana. Vivono in capanne di canniccio tenute assieme da argilla e fango, piccole e facilmente smontabili per essere trasportate durante le lunghe transumanze. I borana sono guerrieri bellicosi e aggressivi, e ritengono che chi non ha ucciso nessuno non è degno di sposarsi. A differenza delle altre etnie locali, tutte animiste, sono musulmani e le donne vestono abiti lunghi multicolori.
    In questa terra di confine appare all’improvviso El Sod, un povero villaggio sul bordo di un cratere vulcanico spento, nel cui fondo c’è un lago nero. Scendendo a piedi sulle rive del lago, troviamo al lavoro alcuni raccoglitori di sale seminudi: estraggono in apnea dal fondo melmoso un sale nero e limaccioso molto pregiato, che viene poi portato su con gli asini e venduto nei mercati locali. È impressionante osservare questo lavoro durissimo e svolto ancora manualmente: ceste, forza delle braccia, e due rudimentali rotolini di carta trattenuti da un filo metallico a mo’ di tappi stringinaso per facilitare la compensazione durante l’immersione subacquea.
    Vicino a El Sod c’è l’area dei konso con i due splendidi villaggi di Machekie e Gamole. Molto grandi, si presentano con capanne recintate da muretti di pietra da cui sbucano torme di bambini. Inoltre sono organizzati in sezioni, ognuna delle quali ha una mora o casa comunitaria, e una piazza cerimoniale in cui vengono eretti i pali delle generazioni, uno ogni 18 anni. Una tradizione in disuso, ma ancora visibile tra i konso, è quella di erigere wagas, statuette in legno che vengono intagliate in onore dei guerrieri deceduti. Il culto degli antenati sotto le effigi di totem ha infatti una straordinaria importanza, perché sono “qualcosa dei padri” che tramanda la vita e la storia personale di un grande defunto, eroe o uomo importante.

    …e di pesce

    Il viaggio era cominciato con un’inconsueta visita nell’area di Gambela, al confine sudoccidentale con il Sudan, dai cui territori limitrofi nuer e anuak sono da tempo giunti fino alle paludose pianure etiopi oltre il fiume Baro, diventandovi stanziali. Entrambe queste etnie sono dedite all’allevamento del bestiame, verso cui nutrono un attaccamento quasi viscerale: dopo averne accarezzato le corna, donne e ragazzi soffiano dentro la vagina delle mucche con forza, convinti che il latte esca più abbondante dalle loro mammelle. Il loro corpo statuario è coperto di cenere e urina di vacca, composto che allontana gli insetti malarici, e usano fumare particolari pipe con il fornello di creta e un lungo cannello di legno.
    I nuer, che non di rado superano il metro e novanta di statura, praticano a 15 anni il rito d’iniziazione con una scarificazione su petto e fronte fatta di 5 o 6 profondi tagli orizzontali o leggermente a V. Durante la scarificazione, il ragazzo deve restare calmo per evitare uno scarto della lama e quindi una traccia malfatta, indice di vigliaccheria.
    Dopo la visita al villaggio di Itang, attraversiamo i verdi altipiani della regione Kafa, tra piantagioni di te e caffè e villaggi guraghe con le case dalle facciate variopinte, per raggiungere Arba Minch e la zona dei dorze sui monti Guge. Le loro capanne sono veramente uniche: superano i 10 metri di altezza, con i tetti di forma conica che presentano una protuberanza sulla porta d’ingresso, simile a un grande naso. Le donne lavorano la foglia del falso banano ensete, sfibrandola e riducendola in polpa, che dopo la fermentazione viene spianata e cucinata, diventando kotcho, una specie di pane.
    A Chencha il mercato settimanale dei dorze – avvolti nei tipici shamma candidi e intenti nelle loro compravendite o a sorseggiare tej, alcol ricavato dal miele distillato, o tella, birra ricavata artigianalmente da miglio o mais – richiede nuovi scatti fotografici di grande interesse.
    Procedendo verso Addis Abeba, dopo una sosta al mercato del pesce di Awasa, per osservare da vicino i pescatori sidamo al rientro dalle battute di pesca nell’omonimo lago, mentre pellicani e marabù aspettano accorti di gustarne gli scarti, una deviazione programmata dal percorso di rientro fa gustare uno tra i panorami naturalistici più interessanti e insoliti dell’Etiopia, il Bale Mountains National Park. L’area è abitata da etnie oromo, principalmente agricoltori e allevatori di bestiame, famosi anche per le loro abilità equestri. Il Parco Nazionale dei Monti Bale, d’altitudine compresa tra i 1500 e i 4377 mt del Sanetti Plateau, è il più vasto habitat afro-alpino di tutto il continente, con numerose specie vegetali, tra cui la spettacolare lobelia gigante, e animali endemici dell’Etiopia, tra cui in particolare il nyala, il lupo etiope e uccelli come l’ibis e il corvo abissino.

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    N O T A

    Le mappe sono curate dall’università di Oxford, che ha creato un apposito sito, Mursi Online, per far conoscere l’etnia omonima e difendere la sua cultura.

  • I festeggiamenti di Sant Joan ad Alghero
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    foto di Riccardo Catastini

    La festa di San Joan – in onore di san Giovanni Battista – è una tradizione algherese molto antica, rimasta in voga fino agli anni ‘60. Principale ricorrenza della cittadina catalana, si è poi persa negli anni successivi, per essere “ripescata” nell’ultimo decennio del secolo scorso grazie all’intervento di associazioni culturali del posto.
    Una di queste, l’Associazione Tholos, ha raccolto testimonianze e ricordi degli anziani, ricostruendo eventi e atmosfere d’altri tempi. Per esempio, prima del 24 giugno, natività di Giovanni Battista e clou dei festeggiamenti, era vietato fare il bagno. Era anche il giorno in cui i bambini sostituivano la maglia di lana con la canottiera di cotone, indipendentemente dalla temperatura. “Per capire meglio il significato di questa festa”, racconta Pasqualino Mellai, “bisogna sapere che nel mese di giugno, per la povera gente, iniziava il tempo dell’abbondanza. Gli orti dispensavano ogni ben di Dio, c’era frutta in quantità, si falciava il grano, le campagne davano cibo da consumare e da conservare, in altri termini era finito il periodo delle ristrettezze. Anche il mare era più pescoso e spesso si barattavano i prodotti del mare con quelli della campagna.
    Mi ricordo che di fronte alla chiesa verso la spiaggia si allestiva l’albero della cuccagna con due grandi ruote cariche di cibi, tra cui anche galline vive. Il palo era cosparso di sego per far scivolare i coraggiosi che volevano arrampicarsi fino in cima. Ricordo che, oltre all’albero della cuccagna, c’era anche il pennone.
    Di notte le barche si avvicinavano alla spiaggia davanti alla chiesa di San Giovanni alla luce delle lampare. Lu buracò (il pennone, l’albero delle barche a vela latina) veniva unto di sego e si doveva arrivare in punta camminandoci sopra.
    Naturalmente la barca dondolava e l’impresa non doveva essere facile. L’unico lato positivo era che si cadeva in acqua. C’era l’arbitro che giudicava chi aveva fatto il percorso migliore.


    La festa era molto ricca di eventi. Si facevano gare di nuoto, il tiro alla fune, e la corsa dei sacchi sulla strada che era lo spettacolo più divertente.
    Si organizzavano corse di cavalli sulla spiaggia dal vecchio passaggio a livello in su, verso il lido. Di notte c’erano i fuochi d’artificio”.
    Una delle fasi più importanti, valorizzata nelle ultime edizioni, è il salto dei fuochi. Nel ricordo di un algherese, Salvatore Pinna, davanti alla fontanella attigua alla chiesa del Carmelo si faceva un grande falò con pezzi di legno, spesso raccogliendo quelli portati dal mare (astracaruras) e anche vecchi mobili ormai da buttare. Una volta formatesi le braci, i più coraggiosi iniziavano a saltare sul fuoco tra le grida degli astanti. In seguito saltavano altri a coppie.
    Oggi l’intera manifestazione, con i focs de Sant Joan, il Rito del Comparatico e la Divinazione del Piombo Fuso, è stata in un certo qual modo “rivisitata” e ha anche un forte richiamo turistico. Quest’anno si è tenuta dal 12 giugno al 5 luglio.

     

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  • I diaolou, le case-torri della Cina meridionale
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    foto di Danilo Gitto

    È una mattina di dicembre quando arrivo alla stazione degli autobus di Kaiping (开平), nella provincia del Guangdong. Come al solito ho cercato di muovermi con mezzi locali per meglio entrare nello spirito del territorio che sto visitando. Ma quando ti trovi in Cina questo approccio è spesso meno facile del previsto. Stamane ho preso un autobus dalla vicina città di Zhaoqing (肇庆), sebbene nei miei piani sarei dovuto arrivare a Kaiping il giorno prima per meglio organizzare l’esplorazione. Tuttavia, pur essendo alla terza visita nel Paese del Dragone, ho sottovalutato le barriere linguistiche. L’inglese purtroppo è appannaggio di pochi giovani prevalentemente concentrati nelle metropoli, e quando ti aggiri per la provincia le probabilità di comunicare con qualsiasi lingua che non sia il mandarino crollano miseramente. Di conseguenza riesco a rintracciare l’autobus per Kaiping soltanto dopo che l’ultimo è già partito. Mi rassegno all’idea di raggiungere la mia meta soltanto il giorno seguente e mi accingo a trovare una sistemazione per la notte.
    La città di Zhaoqing è una meta turistica piuttosto conosciuta, grazie al suo stupendo parco realizzato intorno a sei laghi. Tuttavia, come spesso accade nel Paese, si tratta di un turismo alimentato quasi esclusivamente da cinesi. Come diretta conseguenza, nemmeno le strutture alberghiere hanno personale che parli inglese. Malgrado la buona volontà degli addetti, sono costretto a telefonare a un’amica di Canton e a chiederle di tradurre il mio desiderio di affittare una camera per la notte. Cosa pensavano che volesse uno straniero da un albergo alle 8 di sera, ancora me lo chiedo…
    La mattina dopo lascio l’albergo di buonora, salutato festosamente dalla proprietaria, evidentemente lieta di aver risolto il mistero e soddisfatto le mie esigenze. Acquistato il biglietto vengo accompagnato all’autobus giusto, che non avrei mai trovato da solo. Al contrario dei treni, che mostrano la destinazione anche in pinyin (ovvero la trascrizione fonetica in caratteri latini dell’alfabeto cinese), gli autobus, forse non considerati mezzi adatti agli stranieri, presentano soltanto scritte in ideogrammi.
    Dopo alcune ore di strada, l’autista sbraita qualcosa in cinese e tutte le persone sull’autobus si voltano nella mia direzione. Capisco di essere arrivato a destinazione. Lo ringrazio per essersi ricordato la fermata dello straniero e scendo dall’autobus.

    Kaiping è una città moderna e come molte altre della Cina è tutt’altro che attraente. Ma la mia meta è un’altra. Esco dalla stazione e noto subito una dozzina di moto parcheggiate, tutte simili l’una all’altra. I conducenti stanno parlando e scherzando. Io non passo innosservato. Oltre al fatto di essere europeo, ho una borsa voluminosa e uno zaino fotografico con tanto di cavalletto. Nasce una discussione animata tra i centauri, e dopo un breve alterco tra i due più giovani, un ragazzotto con la faccia simpatica viene baldanzoso verso di me. Evidentemente sono stato “vinto” da lui. Esordisce in cinese, ovviamente. Ma non mi faccio intimorire: estraggo la mia guida e la apro alla pagina corrispondente. Indicando con un dito il nome in caratteri cinesi sulla pagina, scandisco la parola “diaolou”. Probabilmente, più grazie alla guida che non alla mia pronuncia mandarina, il ragazzo capisce e annuisce solennemente. Mi passa un casco e indica la sua moto 125 cc.
    Ecco, se un giorno vi venisse voglia di visitare la Cina in dicembre, anche nel meridione generalmente temperato, non fatelo in moto. Al freddo pungente della campagna si aggiungono le strade terribili, più simili a mulattiere che a provinciali, affrontate dalla mia guida come se stesse disputando un campionato di MotoGP; il tutto reggendo io una borsa tra le gambe. Mi sono pentito della scelta un minuto dopo essere montato in sella, ma ormai era troppo tardi: il mio pilota già sfrecciava in direzione delle meta.
    Quando la dinastia Qing collassò agli inizi del XX secolo, ponendo fine alla storia imperiale della Cina, la vita divenne dura per il popolo. La gente di Kaiping, in prossimità della costa meridionale, lasciò il Paese in massa. In cerca di lavoro e di una vita migliore, in migliaia raggiunsero diversi Stati del sud-est asiatico, l’Australia e il Nordamerica. Negli anni ‘20 e ‘30, molti di questi emigranti che avevano fatto fortuna tornarono in patria. Ma la provincia del Guangdong non versava in condizioni migliori di quando l’avevano lasciata, e numerose bande di fuorilegge battevano i villaggi. Per difendersi dai banditi, gli emigrati di ritorno si ispirarono a una tradizione risalente al XVII secolo, agli albori della scomparsa dinastia Qing: iniziarono a costruire torri fortificate a più piani, i diaolou.
    Nel giro di pochi anni queste strutture superarono le 3000 unità. Ma la cosa più soprendente, che ne ha valso l’inserimento nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, è lo stile architettonico con cui vennero edificate. Le strutture presentano sostanzialmente tre forme: torri comuni usate come rifugio temporaneo; torri di guardia; torri residenziali costruite dalle famiglie più ricche e usate come abitazioni fortificate. Queste ultime, realizzate in pietra, pisé (terra battuta), mattoni o cemento, rappresentano una fusione complessa e convincente degli stili architettonici cinesi e occidentali. Alcuni presentano cupole e archi, altri impiegano colonne in stile occidentale. Molti assomigliano a edifici che venivano eretti in America in quel periodo, ma con sbarre alle finestre e altri elementi difensivi non comuni in occidente.
    Le famiglie e i clan gareggiavano tra loro per il prestigio e il potere, e ciò si manifestava anche nel costruire la torre più alta e più imponente. Aggirandosi tra questi edifici, troneggianti sulle risaie e visibili da molti chilometri, è possibile scorgere cupole spagnole e musulmane, pagode ed elementi decorativi squisitamente europei o americani.
    Oggi rimangono circa 1800 edifici ancora in piedi, preservati dal governo cinese come eredità nazionale. Il più alto di tutti, con i suoi nove piani, è il Ruishi Lou, costruito nel 1923 in stile bizantino con una cupola in stile romano. Altri edifici peculiari sono il Fangshi Diaolou, meglio conosciuto come Torre della Luce a causa di un potente riflettore al suo interno che emana un fascio luminoso simile a un faro, e la Torre Pendente (Bianchouzhu Lou) di sette piani. Durante la seconda guerra mondiale, molti diaolou furono usati per difendersi dai giapponesi.
    Per tutto il giorno il mio autista conduce la moto tra risaie e villaggi portandomi nei siti di maggior interesse. All’imbrunire ho visitato una cinquantina di Diaolou. Soddisfatto gli chiedo, nel mio risibile cinese, di riportarmi alla stazione.