In viaggio verso l’Ucraina in guerra – terza puntata

Filed in geografia, ucraina, viaggi reportage by del 06/04/2015

Foto di Valerio Raffaele

Mercoledì 31 dicembre 2014, sul treno in arrivo a Kyiv. “Sono scappata subito dopo l’inizio della guerra. Ci tengo alla mia vita, non voglio morire. Non ci torno in quell’inferno”. Anucha è una giovane universitaria emigrata dall’India per studiare medicina in Ucraina. L’estate scorsa ha lasciato Luhans’k trasferendosi al sicuro nella facoltà della città di Vinnytsya, in Podillya, nella parte centrale del Paese. Ci conosciamo giusto il tempo di una breve chiacchierata quando il treno notturno proveniente da Chernivtsi sta per fare il suo ingresso nella capitale. Anucha si fermerà a Kyiv per qualche giorno di vacanza insieme all’amica che l’accompagna, pure lei scappata dalla cittadina situata a uno tiro di schioppo dal confine russo, dove i ribelli separatisti dell’est hanno dato vita all’autoproclamata Repubblica di Luhans’k.

Giovedì 1 gennaio 2015, sul treno in partenza per il Donbas. In tasca ho un biglietto per Slovians’k con un posto a sedere sull’elektrychka veloce in partenza al mattino presto. Le carrozze sono modernissime, tutte a scompartimento unico con porte automatiche e luci al neon. A bordo c’è un unico bigliettaio che appena lasciata la stazione passa tra i sedili sparando con un marchingegno elettronico sul codice a barre dei biglietti. I giovanissimi addetti al servizio bar che passano nei corridoi sono impeccabili nelle loro divise a pantaloni neri e camicie bianche, seri e ben addestrati alla mansione di proporre in vendita agli assonnati passeggeri le merendine commerciali confezionate in colorate bustine di plastica.link-prima-puntata
L’iniziale sensazione di comodità per questa recente esplosione di modernità (le nuove carrozze sono state inaugurate in occasione degli europei di calcio che l’Ucraina ha ospitato nel 2012 insieme alla Polonia) lascia ben presto spazio a un po’ di amaro in bocca. Mi bastano pochi minuti per avere nostalgia dei lunghi carrozzoni lenti e dei più familiari scompartimenti a quattro che profumano di pulito; e la provodnika sorridente che distribuisce i bicchieri, e il melodico tintinnio dei cucchiaini con i quali si mesce il tè bollente appena servito; il fischiettio del samovar fumante situato in fondo al corridoio e gli aromi delle gustose kartoplya (patate) e kapusta (cavoli) cotti dentro i panini; le tendine bianche appese ai finestrini e l’intonso tappetino color bordeaux steso per terra sotto i piedi; le chiacchiere con i vicini, con il ronzio proveniente dalla cuccetta in alto, dove è sdraiato un anonimo compagno di viaggio che russa in continuazione; la musichetta di accompagnamento che puoi accendere o spegnere a piacimento girando la manopola sopra il finestrino; la stessa provodnika del tè di prima che, quando ti trovi nei pressi della meta, si ricorda di te straniero chiedendoti se rivuoi indietro il biglietto come ricordo del viaggio compiuto. Tutti piccoli particolari fatti di parole, gesti, odori, suoni, colori e sapori che nell’insieme compongono il mosaico di ogni viaggio che si rispetti.
Qui invece nessuno parla con il vicino; chi non dorme ha gli occhi incollati sull’i-phone e i buchi delle orecchie tappati con gli auricolari che mandano musica a tutto spiano. Se là era il trionfo dei sensi e della spontaneità, qui domina l’omologazione del bon ton e la subdola etica dell’immagine. Il treno lumacone trasmetteva una calorosa umanità. L’elektrychka supersonico ha le parvenze di un asettico e freddo involucro artificiale che mi fa sentire un cliente. Inutile attaccare bottone con qualcuno. L’alta velocità ipnotizza le menti e anestetizza i rapporti umani. Sul frecciarossa in salsa ucraina non resta che dedicarsi al pur stimolante compito di vagare con gli occhi fuori dal finestrino.

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Un conflitto iniziato nel XVII secolo

Lasciando Kyiv si oltrepassa ben presto l’importante limes orientale che prende le sembianze della sinuosa striscia d’acqua del fiume Dnipro, gelato in superficie dai rigori invernali. I suoi lineamenti – che disegnano sulla carta una sorta di grande esse che taglia da nord a sud l’Ucraina – sono perfetti, come se fossero stati scolpiti nel paesaggio da un provetto maestro scalpellino. Che madre natura abbia voluto donare tanta bellezza sapendo già che il grande fiume ucraino sarebbe diventato l’ennesimo tormentato confine di questo Paese? A est del Dnipro, infatti, iniziano i territori che in passato hanno subìto la maggiore influenza russa. Qui la steppa è solcata da una serie di corsi d’acqua paralleli che, a pettine, scorrono incassati nelle vallecole quasi piatte orientate verso sud-ovest. Uno di questi, che superiamo attraversando un breve ponte in ferro, non è un fiumiciattolo qualunque. Non tanto per la lunghezza, modesta, o per il nome, un concentrato di lettere aspre che messe insieme fanno Trubizh, i quali dicono poco… ma per dove finisce. Il suo corso prosegue oltre la leggera foschia mattutina che oggi lo ricopre, terminando nelle placide acque del Dnipro una trentina di chilometri più a valle. È laggiù, alla confluenza con il ben più importante fiume, dove sorge la cittadina di Pereiaslav Khmel’nyts’kyi, che tutto ebbe inizio. L’anno era il 1648. L’etmano Bohdan Khmelnytskyi, allora a capo dei cosacchi, si alleò con il khan di Crimea sconfiggendo i polacchi che minacciavano da ovest le terre di questi indomabili cavalieri delle praterie. Per fuggire dalla servitù della gleba imposta dai nobili polacchi dopo l’annessione dell’Ucraina Occidentale, i cosacchi si erano da tempo insediati nelle pianure a est del Dnipro, che prima ancora erano una sorta di “terra di nessuno” pressochè spopolata. Essi si adattarono velocemente alle durissime condizioni ambientali, imparando ad affrontare le frequenti incursioni dei temibili guerrieri tatari. Con la pace del 1649 le antiche libertà cosacche vennero ripristinate.
Dall’accordo fu però esclusa la massa dei contadini ucraini – che pure avevano contribuito in maniera decisiva alla vittoria – la cui condizione di servitù rimase tale e quale al periodo antecedente la guerra. Per sedare i violenti fermenti che stavano germogliando tra la popolazione, Khmelnytskyi si decise allora a proclamare una nuova chiamata alle armi contro l’acerrimo nemico. Consapevole di non potercela fare da solo, dopo aver esitato tra la Turchia e la Russia, l’etmano si decise a chiedere aiuto allo zar stipulando nel 1654 a Pereiaslav un trattato di alleanza con i moscoviti. Secondo l’interpretazione ucraina, la naturale conseguenza di quell’accordo sarebbe stata la nascita di uno stato indipendente. Il significato che gli diede la controparte fu alquanto diverso.
La Russia infatti lo lesse come una formale sottomissione dei cosacchi al volere dello zar Aleksjei Mikhailovic il quale, dopo essersi impadronito di Kyiv, scatenò una guerra ortodossa contro la cattolica Polonia conclusasi nel 1667 con la spartizione dell’Ucraina. La parte a ovest del Dnipro rimase sotto la sovranità polacca mentre la parte a est, inclusa Kyiv, finì sotto l’influenza di Mosca. Quest’ultima ebbe poi buon gioco nello sfruttare a suo piacimento le forti divisioni interne che laceravano i capi dei cosacchi ucraini.
Il pesante fardello dell’occupazione russa non tardò a farsi sentire. Nel suo rapporto di viaggio intitolato Descrizione della strada da Leopoli a Mosca, il croato Jurij Krizanic – un prete missionario cattolico che si recò nel 1659 a Mosca per promuovere la concordia dei popoli slavi e l’unità delle loro chiese – scrisse che “gli ucraini si sono ficcati in testa che è peggio assai vivere sotto il celebrato zarismo russo che non sotto le persecuzioni turche o le piaghe d’Egitto”. Il dispregiativo termine moskal si diffuse presto nelle campagne per etichettare gli odiati occupanti. L’Ucraina – nome le cui prime testimonianze in forma orale risalgono al XII secolo – venne suo malgrado soprannominata dai russi Malorossiya, Piccola Russia, perdendo sempre più ogni forma di autonomia e andando altresì incontro a un graduale processo di russificazione. Con la conquista della Malorossiya, lo zar che di volta in volta saliva al trono poté così fregiarsi del prestigioso titolo di “imperatore di tutte le Russie”.
Le divisioni in merito al significato storico delle firme messe nero su bianco in quel lontano mese di marzo del 1654 e delle conseguenze che ne sono derivate, dividono ancora oggi aspramente gli studiosi dei due Paesi: se per quelli ucraini si trattò dell’inizio di un’occupazione perpetrata con l’inganno, per quelli russi al contrario fu la celebrazione dell’agognata unità dei popoli slavi e il compimento di un inevitabile destino.
“Capisci, George? L’Ucraina non è nemmeno uno Stato! Che cos’è l’Ucraina? Parte del suo territorio è Europa orientale. Ma l’altra parte, quella più importante, gliel’abbiamo regalata noi”. È probabile che Vladimir Putin avesse ben in mente i fatti di Pereiaslav quando, il 6 aprile del 2008 a Soci, pronunciò queste parole trovandosi a quattr’occhi con l’allora presidente americano George W. Bush. Oggi, a distanza di sette anni da quel colloquio, il presidente russo non solo ha perso il fidato “amico” Yanukovich che stava al potere a Kyiv, ma a causa della rivoluzione di EuroMaidan dello scorso anno si vede scivolare dalle mani uno Stato che prima riusciva bene o male a manipolare. Ciò significa il venir meno della garanzia di tenere ben salde le mani sulle maniglie di quella porta girevole che per i russi è l’Ucraina. Una porta da aprire o chiudere a proprio piacimento in direzione dell’Europa. Dal punto di vista della Russia, EuroMaidan è il tradimento di quel patto firmato 360 anni fa su una stretta ansa del Dnipro che la sta privando delle sue aspirazioni imperiali.
L’Ucraina è la pietra angolare su cui poggia il castello del domino russo, il ponte levatoio che collega lo Stato più grande del mondo alla sponda orientale della piccola Europa. È quel raccordo indispensabile che serve a garantirle una dimensione europea che altrimenti verrebbe meno. Senza l’Ucraina, la Russia è come quel personaggio di Pirandello che guardandosi una mattina allo specchio non si riconosce più, finendo in una profonda crisi di identità. L’annessione della russofila Crimea e la destabilizzazione del Donbas a maggioranza russofona è il prezzo salato che l’Ucraina sta pagando per lo smacco subìto dall’ingombrante vicino. Con il ponte ucraino saltato in aria, la Russia – che non è propriamente innocua come il povero Moscarda di Uno, Nessuno e Centomila – è ora più vulnerabile. Il problema è che la sua accresciuta aggressività ha aperto pericolosi scenari dagli esiti alquanto imprevedibili.

Stalin e il massacro dei kulaki

Con il loro roteare spedito i dischi d’acciaio del potente elektrychka sollevano la neve che si è depositata sulle rotaie, facendola dissolvere in aria sotto forma di leggeri spruzzi d’acqua. Dal finestrino, il paesaggio in lontananza appare filtrato da un sottile pulviscolo di umidità, verso un’Ucraina che a oriente si apre a ventaglio nella steppa senza fine, completamente imbiancata. Nell’aprile 2014 la vidi libera dai ghiacci al sopraggiungere del primo caldo primaverile dopo il disgelo. La natura si stava risvegliando. I prati stavano ritrovando vigore, e tra i boschi si vedevano talvolta spuntare le grigie lapidi di piccoli cimiteri in miniatura disseminati qua e là all’ombra delle fronde degli alberi. Tra un villaggio e l’altro era un susseguirsi continuo di dacie, ognuna con il proprio steccato di legno e l’orticello dove gli anziani erano già intenti a lavorare la terra con la schiena ricurva.
Quello che esiste tra gli ucraini e la loro terra è un rapporto speciale. Lo intuì molto bene Stalin che cercò di spezzare negli anni ‘30 quel legame viscerale attraverso l’holodomor, la carestia chirurgicamente pianificata a tavolino che fece tra i 3,5 e i 5 milioni di morti. Lo spietato dittatore georgiano riuscì a estirpare la resistenza dei kulaki – i contadini ricchi ucraini – per sottometterli alla collettivizzazione forzata dell’agricoltura decisa dal neonato apparato sovietico, che voleva fare del prezioso suolo ucraino il granaio dell’URSS. Durante la seconda guerra mondiale, le fertilissime distese di chernozem – il termine significa “terre nere” – fecero gola anche ai tedeschi allorché occuparono l’Ucraina nella loro marcia, poi fallita, verso la conquista dei pozzi di petrolio del Mar Caspio. Consapevole delle straordinarie caratteristiche organolettiche e granulometriche di quelle terre, Hitler in persona diede ordine di riempirne interi vagoni da mandare in Germania. Purtroppo, per uno strano scherzo del destino, pare che a distanza di quasi un secolo il pregiato humus sia di nuovo al centro di un commercio illegale verso l’estero da parte di anonimi predoni del malaffare.
L’inverno non è esattamente la stagione ideale per immedesimarsi nell’atmosfera delle variopinte campagne che si stagliano attorno a Poltava, celebrate dal talento narrativo di Nikolai Gogol’. La mente corre subito alla famosa battaglia. Nel 1709 i cosacchi alleati con gli svedesi di Carlo XII e guidati dall’etmano Ivan Mazepa consumarono sul campo le loro ennesime aspirazioni di indipendenza uscendo sconfitti contro i russi guidati da Pietro I il Grande. Se a Pereiaslav la Russia aveva gettato le basi del suo dominio sull’Ucraina, il successo di Poltava affermò definitivamente le ambizioni di Mosca, dando uno slancio definitivo ai suoi progetti imperiali. Per l’Ucraina al contrario calò il sipario. Poltava fu l’ultimo sussulto. Stretta tra Russia, Polonia e Impero Ottomano (che in quel periodo controllava ancora la Crimea, ampie parti del basso corso del Dnipro e le aree meridionali corrispondenti grosso modo alla regione dove oggi si trova la città di Odessa), le speranze di indipendenza o di una qualche forma di autonomia sfumarono definitivamente nei secoli successivi. Solo con l’indipendenza del 1991 la figura di Mazepa venne riabilitata quale eroico precursore che si era battuto per una patria ucraina libera da qualsiasi condizionamento straniero. Al contrario, l’etmano cosacco è ancora bollato dagli storici russi come un traditore vile e voltagabbana.

Nel Donbas, il vulcano in eruzione

Quando ci passiamo sopra, sul ponte, il fiume che attraversa Poltava è completamente gelato. Durante il mio precedente viaggio nel Donbas incontrai sul treno un giovane di nome Andrei che mi raccontò un curioso aneddoto su quel corso d’acqua, risalente all’epoca della battaglia. L’esito era ancora incerto e Pietro il Grande stava presso il fiume, in groppa al suo cavallo e intento a studiare la situazione sul campo con il cannocchiale puntato all’orizzonte. All’improvviso la lente d’ingrandimento di quello strumento si staccò perdendosi nella corrente. Lo zar diede immediatamente ordine ai suoi di scandagliare il fondo per ritrovarla. Nonostante l’impegno profuso dai soldati fu tutto inutile e il piccolo pezzo di vetro si perse definitivamente tra le gelide rapide. Pietro il Grande, contrariato per quell’accidente, inveì contro il fiume che aveva reso il suo cannocchiale inutilizzabile. L’episodio non fu certamente decisivo per le sorti della battaglia che i russi vinsero con una certa facilità. Ma rimase impresso a tal punto nella mente dello zar vincitore, che per suo volere il fiume di Poltava venne battezzato con il nome di Vorskla, la cui traduzione suona grosso modo come “ladro di lente”.
Una terra da mille e una notte, l’Ucraina. Luogo di alleanze e di congiure, di eroiche rivolte e di immani tragedie, di cospirazioni e di intrighi di palazzo dove gli episodi storici si mescolano a leggendarie narrazioni di straordinari personaggi o negletti traditori a seconda dell’ottica con cui li si guarda. Un passato con tanti segreti e avvenimenti che contribuiscono ad avvolgere il suo paesaggio di un’aura misteriosa e un po’ inquietante.
Le sfumature delle bianche lande piatte che stiamo attraversando si fanno via via più scure, assumendo le tonalità grigiastre del ghiaccio vivo che imprigiona i granelli di terra nei suoi cristalli. Di questi tempi a essere congelati in Ucraina non sono solo i campi. Ma anche quel conflitto militare che appena un po’ più a est sta logorando questa regione e la sua gente. A causa sua è impossibile raggiungere Donets’k tramite la linea ferroviaria. La strada ferrata è interrotta, il capolinea del treno è la stazione di Kostiantynivka, vicino al fronte del cessate il fuoco, a una sessantina di chilometri dalla città carbonifera che è anche il centro economico principale del sud-est del Paese.
Da tempo nel Donbas qualcosa covava sotto le ceneri. Ciò che forse non ci si aspettava era una guerra di tale portata, esplosa con la violenza di un vulcano infuocato dalla cui bocca piovono fitti i mortali lapilli incandescenti. Tra separatisti filorussi e forze governative ucraine la ragione delle armi è da tempo schierata, pronta a fare al momento giusto la voce grossa sommergendo come un magma assassino gli sforzi per ottenere un compromesso tra le parti. Il Donbas è oggi un Vesuvio in ebollizione sul punto di saltare in aria. Il rischio è che sia la diplomazia a rimanere congelata nel freezer dei capricci geopolitici dei suoi contendenti.

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Le due anime di Slovians’k

Arriviamo a Slovians’k in perfetto orario. Nel piazzale della stazione un filobus col motore acceso è già pronto per la coincidenza. Una volta partiti cerco di trovare inutilmente qualche punto di riferimento che mi ricordi il mio precedente attraversamento della città, quando era in mano ai separatisti filorussi. Slovians’k, un centro di poco più di 120.000 abitanti, è stata una delle prime città in cui gli edifici amministrativi sono stati occupati nel mese di aprile 2014 per protestare contro la rivoluzione avvenuta poche settimane prima a Kyiv. Nei mesi successivi essa divenne una delle roccheforti separatiste più agguerrite, finché l’offensiva dell’esercito ucraino non portò alla sua riconquista avvenuta all’inizio del mese di luglio, dopo oltre due mesi di violenti scontri armati che costarono la vita a centinaia di persone.
I primi scorci della Slovians’k di oggi sono il contrario del caos e dell’agitazione che qui regnava solo qualche mese fa. Delle alte barricate rudimentali fatte di sacchi di sabbia e pneumatici non c’è più traccia e i lunghi viali alberati sono deserti. Le strade sembrano avvolte da un’atmosfera piuttosto cupa, sui marciapiedi si vede camminare soltanto qualche anima solitaria. Sicuro di scorgere in qualche modo il centro città, non chiedo informazioni sulla fermata alla quale scendere. Vengo però tradito dall’uniforme urbanistica in stile sovietico che rende difficile districarsi tra le lunghe prospettive tutte identiche tra loro. Dal finestrino dello sgangherato filobus non si vede neanche l’ombra della grande piazza centrale che contraddistingue tutte le città ex sovietiche e che in passato fungeva da spazio di rappresentanza del potere e da sfondo alle parate militari del regime. Finisco così per ritrovarmi solo sul mezzo e di nuovo al capolinea della stazione ferroviaria. Alla ripartenza, il giovane bigliettaio del filobus si dimostra comprensivo non chiedendomi i soldi per l’ulteriore corsa, e dicendomi anzi che mi avrebbe indicato lui il posto migliore dove scendere per trovare un albergo.
Sollevato dall’incombenza, approfitto del secondo giro panoramico per cercare di vedere se in periferia sono rimasti i segni della battaglia degli scorsi mesi. In effetti qualche rudere si vede in lontananza tra i campi. Non si tratta però di macerie recentissime, bensì dei resti più datati e sbiaditi dello sfasciume d’epoca sovietica. Tra i mostri di cemento un po’ più vivaci c’è quello che doveva essere un vecchio kombinat ribattezzato con l’altisonante nome di Zeus, che oggi ospita una fabbrica di ceramiche. Una sbuffante ciminiera in mattoni, isolata nei prati, sputacchia zaffate di fumo grigiastro che si confonde nell’aria con il colore smunto del cielo coperto dalle nuvole. Alle porte della città i rettangolari e trasandati palazzi della periferia, tutti uguali tra loro, sono gli unici rimasugli a testimoniare l’antica vocazione operaia. Se ai tempi dell’URSS Slovians’k era un centro di primaria importanza nell’industria chimica e metallurgica, il crollo del grande Stato comunista ha segnato l’inizio di un declino industriale, ancor oggi in atto, che l’ha velata di tinte fosche dai tratti funerei. A risollevare un poco questo quadro poco idilliaco vi sono nella regione una serie di caratteristici laghetti noti fin dal ‘700 per l’estrazione del sale, le cui acque sono oggi piuttosto rinomate per le loro qualità salutistiche.
Imbeccata la fermata giusta, grazie al soccorso del simpatico bigliettaio, mi ci vogliono un altro paio di indicazioni per raggiungere l’hotel Ukraina, una grande struttura rettangolare retaggio dei vecchi alberghi di proprietà di quella che era l’agenzia di Stato sovietica Intourist. Depositato il bagaglio leggero e rinvigorito da una doccia bollente, esco di nuovo prima che faccia troppo buio. Le note di una musichetta natalizia mi attirano immediatamente nella grande piazza situata nel cuore di Slovians’k, a poca distanza dall’albergo. Sulle lunghe aste piantate in serie davanti al municipio, liberato il 5 luglio scorso, c’è un gran sventolare di bandiere ucraine. Dalla parte opposta del grigio edificio in cemento armato è stato montato un palco in legno. Lì vicino svetta un lungo abete, colorato con gli addobbi natalizi. Più in alto, in lontananza, risplendono le guglie dorate della chiesa ortodossa. Qualche passante sfrutta gli ultimi sprazzi di luce per passeggiare lungo il viale centrale della piazza, reso scivoloso dal calo delle temperature serali e pericoloso per l’incolumità di chi ci cammina sopra con i propri piedi. I bambini, per nulla preoccupati di cascare gambe all’aria, si divertono a giocare con le slitte e a rincorrersi sotto lo sguardo vigile dei genitori riuniti in piccoli gruppi attorno all’albero di Natale.
La piazza è dominata al centro da un alto piedistallo in marmo su cui svetta la grande statua di un Lenin scolpito col berretto in testa. Qualcuno gli ha beffardamente messo al collo la scintillante sciarpa giallo-blu dei colori nazionali ucraini. Prima di partire, avevo letto al riguardo un articolo sul “Kyiv Post” che parlava dell’intenzione da parte del nuovo sindaco pro-ucraino Oleg Zontov di rimuovere quel vecchio monumento – simbolo per molti del vecchio regime corrotto – trasferendolo nel parco della città. Non prima però di un’azione concertata, parole sue, con tutte le forze politiche cittadine, comprese quelle legate al vecchio establishment. Lo stesso articolo parlava di un’ufficiale di polizia in servizio in città di nome Denis Bigunov, anch’egli pro-Ucraina, secondo cui il 40% della popolazione di Slovians’k sarebbe politicamente neutrale, mentre il restante 60% si dividerebbe a metà tra filoucraini e filorussi. A suo parere sarebbe però in atto una “rinascita ucraina”. Molti avrebbero cambiato opinione dopo aver visto con i propri occhi i metodi violenti e non democratici messi in atto dai separatisti durante i tre mesi di occupazione. In Diari ucraini – circostanziato resoconto dal vivo della rivoluzione di Piazza Maidan – lo scrittore ucraino di lingua russa Andrei Kurkov osserva come nel giro di un decennio, ovvero dai tempi della rivoluzione arancione del 2004, la mentalità della gente di Kyiv sia profondamente cambiata in senso europeista liberandosi dell’ingombrante orpello del passato sovietico.

etnolinguistica-Ucraina È possibile che la stessa cosa stia avvenendo anche nel sud-est dell’Ucraina? Che le fondamenta, apparentemente solide basate su un elettorato dichiaratamente filorusso, stiano ormai traballando? Forse non è un caso che l’ultima statua di Lenin esistente a Kyiv sia stata fatta a pezzi proprio durante l’ultima rivoluzione. Lo stesso inglorioso destino di quella mastodontica che si ergeva con la mano protesa in avanti e il petto gonfio nella grandissima Ploshcha Svobody di Kharkiv – altra città importante dell’est a una cinquantina di chilometri dal confine russo – dove una notte di qualche mese fa una folla di persone ha appeso un cappio al collo del leader della rivoluzione d’ottobre sbattendolo giù dal suo trono. È possibile che, in questo controverso Paese, al compimento di ogni rivoluzione vengano spazzati via di volta in volta i pesanti frammenti del passato che come zavorre gli impediscono di guardare al futuro? Se così fosse, l’onda lunga di EuroMaidan avrebbe fatto un bel salto in avanti. La voglia di cambiamento ha sì valicato l’argine orientale del Dnipro, ma la poderosa diga del feudo filorusso del Donbas non si è fatta per ora travolgere. Se quell’onda si tramuterà in futuro in un irresistibile tsunami, lo diranno le pagine di una storia che è ancora tutta da scrivere. Quello che oggi si può fare è prestare attenzione ai movimentati rigurgiti provenienti dalla pancia orientale del Paese. E magari tenere d’occhio di tanto in tanto se i monumenti dedicati a Lenin sono ancora al loro posto o meno. Per ora a Slovians’k – come a Donets’k e a Luhans’k, ma anche in altre città del sud e dell’est dell’Ucraina dove le manifestazioni filorusse si sono per ora sopite – la sua ombra si allunga ancora sulla piazza principale della città. Il fatto stesso che si usi il vocabolario della diplomazia per parlare non di uno smantellamento ma di un suo semplice spostamento, rende l’idea di quanto sia delicato l’argomento. Benché si possa supporre a ragion veduta che l’apprezzamento per il leader bolscevico stia vacillando – e il suo collo oggetto di scherno da parte di qualche ironico e presumibilmente anonimo buontempone – il suo mito è ancora ben radicato nella mente di molti.

La guerra è vicina

“Per vedere i segni della guerra devi andare a Semyonovka. È un piccolo villaggio a pochi chilometri da qui, sulla strada per Kramators’k”. Il cuore della città per fortuna non è stato colpito. Consapevoli di avere ormai perso la battaglia e di non riuscire a mantenere le loro postazioni, i separatisti lasciarono Slovians’k ripiegando a sud in direzione di Donets’k. Il ragazzo vestito elegantemente che mi parla di Semyonovka – da me fermato un po’ maldestramente all’uscita della piazza mentre va a passeggio – non mi può però accompagnare. Mi piacerebbe infatti andarci l’indomani con qualcuno in grado di farmi da traduttore. “È facile da raggiungere. In taxi ci vogliono cinque minuti”, mi dice prima di proseguire la passeggiata a braccetto con la fidanzata.
Se è vero che nelle immediate vicinanze non si combatte più, il fronte è comunque vicino e le manovre militari passano da qui. Vagabondando al di fuori della zona pedonale, vedo circolare lungo le strade alcune grosse camionette verdi con a bordo dei soldati. Slovians’k è sotto stretta sorveglianza anche perchè è il centro logistico nevralgico dal quale partono le azioni militari verso Donets’k. L’anima filorussa della città a quanto pare si è rintanata. Sembra sopravvivere solo in qualche trascurato simbolo che riemerge dal passato. Sul frontone di un colonnato bianco in vago stile dorico – oggi scrostato e un po’ annerito – campeggia ancora ben visibile il vecchio stemma comunista della falce e del martello inciso nel muro. I simboli del presente invece latitano. Bar e ristoranti sembrano tutti chiusi. Quando ormai è già buio scovo finalmente uno dei rari magazin rimasti aperti nonostante il giorno di festa. Mi premuro di comprare pane e formaggio nel timore di rimanere a digiuno per la cena.
Di ritorno verso l’albergo mi imbatto in ciò che avevo cercato per gran parte del pomeriggio: l’insegna luminosa al neon di un locale con la scritta “open”. Sul vetro della porta d’ingresso è appiccicato anche un adesivo giallo con sopra impresse le lettere nere “wi-fi”. Ho bisogno di bere qualcosa di caldo, la temperatura costantemente sottozero mi ha infreddolito. Entro, mi siedo al tavolo e ordino un tè alla ragazza bionda e magra con i lunghi capelli raccolti in una treccia, che si avvicina subito per chiedermi l’ordinazione. Le domando anche il codice per entrare in internet con il mio telefonino. La ragazza annuisce e scompare nel retro del bar. All’interno sono l’unico avventore, il locale è completamente deserto. Dopo qualche minuto fa capolino al mio tavolo un ragazzo dallo sguardo vispo e con un vistoso pizzetto unito alle basette da una sottile striscia di barba scura. Esordisce con un “no wi-fi”, allargando le braccia come a volermi dire di farmene una ragione. Vorrei ordinare un dolce, ma con i due ragazzi che parlano esclusivamente russo non si capisce molto. La tipa bionda chiama allora un’altra ragazza bassa con la quale riusciamo a comprenderci un poco meglio in inglese. Almeno così pensavo, fino a quando al posto dell’agognata fetta di torta che avevo ordinato oltre al tè mi arriva una gelida macedonia di frutta servita in una coppetta di vetro.
Vorrei chiedere ai tre qualche altra informazione sui villaggi da visitare nei dintorni. Se la lingua parlata a volte può essere un ostacolo insormontabile, la carta geografica invece è in grado di mettere tutti d’accordo parlando l’universale linguaggio della rappresentazione. In più ha lo straordinario potere di comportarsi come una calamita. Appena la estraggo dallo zaino e la apro sul tavolo, la preziosa pergamena dell’Ucraina attira gli occhi dei tre che si avvicinano con fare incuriosito. In men che non si dica ce li ho tutti attorno intenti a scrutare i toponimi che vi sono riportati. Per attaccare bottone la mitica mappa funziona sempre. La prima volta che ci provai, ebbi successo con dei vecchietti in un piccolo parco della remota enclave azera del Naxcivan. Oggi replico la situazione di allora cerchiando di rosso Cerekovka, Zilinnaia, Nikolaievka. Altri sconosciuti villaggi come Semyonovka martoriati dalla lunga battaglia dello scorso anno. I tre mi accennano anche ad Andriivka. Ne ho già sentito parlare: è un altro minuscolo villaggio a pochi chilometri da Slovians’k dove il 24 maggio 2014 perse la vita il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, colpito al ventre da un colpo di mortaio sparato dall’esercito ucraino mentre si trovava in un fossato tra le linee del fronte insieme al giornalista russo Andrei Mironov, anch’egli deceduto in quel tragico evento. Quando pronuncio il nome di Rocchelli, il ragazzo dalle lunghe basette fa un serio cenno di assenso col capo.
Solo dopo aver rotto il ghiaccio, mi ricordo di avere in borsa il piccolo vocabolario di russo che mi sono portato dietro per qualsiasi evenienza. Il dialogo così si infittisce. “È possibile raggiungere Donets’k e Mariupol’?”. “Certo. C’è una marshrutka al giorno che parte da Slovians’k”, risponde la ragazza bionda. “Com’è la situazione attorno a Donets’k? Dove passa la linea del fronte?”. Il giovane col pizzetto guarda la carta. Poi mi fa capire che oltre a Kostiantynivka anche la città di Artemivs’k è sotto il controllo ucraino. Come Debal’tseve – il piccolo nodo ferroviario che poi cadrà in mano ai separatisti – dove però si combatte. “Ma non c’è il cessate il fuoco?”. I tre scuotono la testa. Il grosso centro industriale di Horlivka, una trentina di chilometri a nord-est di Donets’k, è in gran parte distrutto a causa dei furiosi combattimenti.
Quando mi alzo per pagare il conto non mi sono ancora presentato. Lo faccio al momento di accomiatarmi, e i tre mi invitano invece a sedermi al loro tavolo nella piccola sala di fronte al bancone. La bionda con le trecce ha 19 anni e si chiama Alina. Oltre a essere giovanissima è già sposata con Pavel, il tipo dagli occhi vispi che ha 25 anni. Pure l’altra ragazza si chiama Alina e studia economia all’università di Kharkiv. Dopo pochi istanti si aggiunge a noi Natalia, una signora dai capelli rossicci con un pesante maglione a strisce colorate. È la madre di Pavel. Esaurite le formalità il ragazzo dice qualcosa alla moglie. Lei si alza subito dalla sedia, va veloce dietro il bancone e ritorna con dei piccoli bicchierini di vetro che appoggia in maniera disordinata sul tavolo già ingombro delle pietanze con le quali i quattro stavano cenando. Pavel agguanta svelto la bottiglia di horilca ancora mezza piena e riempie i bicchierini invitandomi a brindare con loro l’inizio del nuovo anno. Di fronte a tale ospitalità è impossibile tirarsi indietro. Seguo l’esempio del giovane e trangugio tutto d’un fiato il superalcolico. Scolato il bicchiere il gioco è fatto. L’atmosfera si scioglie. Compiuto quel rito di iniziazione è come se fossi entrato a tutti gli effetti a far parte del piccolo gruppo.

Absolute Cafè

L’Absolute Cafè, questo il nome del locale, è di proprietà dei due giovani coniugi che hanno avviato l’attività appena si sono sposati. Una struttura decorosa arredata con semplici tavoli in legno e con una postazione musicale in stile karaoke situata nella sala più grande, a sinistra della porta d’ingresso. Un piccolo alberello di Natale è illuminato all’angolo opposto vicino al camino, al cui interno stanno ardendo grossi pezzi di legno incandescenti. La signora Natalia è originaria di Slovians’k, con un lontano passato da insegnante di matematica in Siberia, nella sperduta regione della Jacuzia. Quando i figli erano ancora piccoli fece ritorno nella sua città natale. Sentendo le parole della madre, il figlio la interrompe ed estrae orgoglioso il suo passaporto sulla cui copertina di velluto color bordeaux un po’ sgualcita è impressa la sigla C.C.C.P. Al ragazzo devo risultare simpatico. Mi siede vicino, e con un fare sempre più confidenziale mi mostra sorridente una foto dal telefonino che ritrae lui vestito elegante e la moglie in abito da sposa insieme su un ponte. “Svyatogorsk!”, esclamo io quando riconosco dietro i due giovani abbracciati le cupole dorate e gli splendidi campanili color verde pastello del lavra (monastero) più famoso di tutta l’Ucraina Orientale, abbarbicato su uno sperone di bianchissima roccia a ridosso del fiume. Gli sposini fanno cenno di sì col capo, contenti che abbia riconosciuto il loro nido d’amore.
A un certo punto altre tre persone fanno il loro ingresso nel locale: un ragazzo tarchiato con i capelli corti e biondi e una coppia giovane. “Sono nostri amici. Lui è Vladimir mentre Vanja e Alla sono i nostri cantanti”, dice Alina la Mora presentandomeli. Vanja è un ragazzo smilzo dall’aria furba e sveglia. La moglie Alla è una bellissima donna dai capelli color platino. Con i nuovi arrivati, non passa molto tempo che ci ritroviamo tutti con i bicchierini in mano per un altro brindisi. Alina la Bionda mi fa cenno di accompagnare la bruciante horilca con uno spicchio di arancio che è già tagliato sul tavolo e bere subito dopo del succo di frutta. A ogni bevuta la serata si colora di contorni inaspettati. La biondissima Alla non vede l’ora di dare sfogo alla sua ugola. Ci abbandona quasi subito per mettersi sola al microfono e cantare i primi pezzi melodici. Noi intanto non ci facciamo mancare niente. Pavel mi porge un piatto pieno zeppo di una deliziosa insalata russa accompagnata da un prelibato fagotto a base di sgombri del Mar Nero cucinato al forno. La sopraffina cuoca è Natalia, che fa la spola tra la cucina e il tavolo. A un tratto la donna compare sorridente con un grosso piatto rotondo di pizza cucinata in mio onore. Più il tempo passa, più la voglia di conversare aumenta. Ormai basta qualche parola per capirsi al volo. Per di più Vladimir il Tarchiato parla un inglese abbastanza fluente.
Nel gustare i saporiti bocconi della cena realizzo di trovarmi seduto tra estranei di cui so poco o nulla. Una serie di domande mi si affollano in testa. Cosa penserà questa gente con la quale sto gozzovigliando di tutta la vicenda dell’Ucraina? E poi, saranno simpatizzanti filorussi o filoucraini? Il clima di amicizia che si è creato mi permette di osare. E una battuta un po’ infida rivolta a Pavel mi aiuta a scoperchiare il vaso di pandora.

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I risultati della seconda votazione alle presidenziali del 2010: interessante confrontare la loro ripartizione geografica con la mappa etnolinguistica pubblicata più sopra.

“Con quella treccia tua moglie assomiglia tanto a Yulia Tymoshenko”, gli dico mentre con la coda degli occhi cerco lo sguardo di Alina la Bionda, aspettando la sua reazione. La quale non si fa attendere. La ragazza è sveglissima e capisce al volo. Anche gli altri hanno capito l’antifona e si mettono a ridere a crepapelle. Lei sbotta immediatamente con un categorico e altisonante “Niet”, scuotendo la testa, agitando le braccia e sparando incomprensibili commenti. Gli altri mi aiutano ancora, stanno al gioco e io la provoco ulteriormente. “Allora simpatizzi per Poroschenko…”. Segue un altro sonoro “Niet” accompagnato ancora dalle risate sguaiate degli amici che le stanno intorno. La scena si ripete più o meno simile con i vari Yuschenko, Turcynov, Jacenjuk. Un vecchio nome della politica ucraina il primo (Yuschenko fu assieme alla Tymoschenko il leader della rivoluzione arancione del 2004), rampanti esponenti di spicco filoeuropei del panorama politico post Yanukovich i secondi. Alina la Bionda non salva neanche l’ex leader fuggiasco del Partito delle Regioni, con il marito che però interviene subito in sua difesa. La moglie di Pavel a tratti si dimostra incontenibile. Dopo essere cascata nei miei tranelli, passa al contrattacco tessendo le lodi di Vladimir Zirinovskij, l’uomo politico russo che a Mosca è vicepresidente del parlamento, noto per le sue posizioni ultranazionaliste e per aver disegnato per la rivista italiana “Limes” uno schizzo su una carta geografica dell’Europa teorizzando un’Ucraina quasi completamente assoggettata alla Russia. “Anche Stalin era bravo. Ha piegato con la forza gli ucraini!”, sbotta infine la ragazza battendo il pugno sul tavolo. “Ma che dici. Stalin era un assassino!”, replica vistosamente contrariato Vladimir il Tarchiato, che fino a quel momento era rimasto piuttosto silenzioso. Mi sento in dovere di spalleggiarlo, ricordando ad Alina la Bionda la tragedia che colpì l’Ucraina negli anni ‘30 e la caterva di innocenti spediti a morire negli orrendi gulag siberiani.
Lenin, Stalin, Krhusciov, Breznev, Andropov, Cernenko. Restano tutti un po’ sorpresi quando elenco loro in ordine cronologico la sequenza dei dittatori che si sono succeduti al Cremlino dalla nascita dell’URSS. Agli ultimi due nomi, i più giovani mi guardano sbigottiti con l’aria interrogativa. Anziani e malati com’erano quando salirono al potere – e rimasti in carica per poco tempo come semplici traghettatori di un Paese che già mostrava ampie crepe nel suo sistema – non li hanno mai sentiti nominare. A parte Natalia, che tra una portata e l’altra ha seguito divertita tutta la discussione, la quale ricorda ai ragazzi quella breve parentesi che ha lasciato ben poche tracce sui libri di storia di tutto il mondo.
Michail Gorbaciov invece se lo ricordano tutti molto bene. Sull’operato dell’ultimo segretario del partito comunista sovietico il giudizio è pressoché unanime. “È colpa sua se l’Unione Sovietica si è frantumata in mille pezzi”, è il laconico giudizio di Pavel espresso con un fare nostalgico e con gli occhi smarriti nel vuoto dopo l’ennesimo bicchierino di superalcolico mandato giù tutto d’un fiato. Lenin al contrario è ancora una leggenda. “In tutto il Donbas la gente lo ama. Come in Crimea, a Odessa e a Kharkov”. “A Kharkov? Ma là lo hanno sbattuto giù”, replico io. “Sono stati quelli di Kyiv a farlo”, controreplica Pavel con tono sprezzante in uno scatto di lucidità. Ancora lui, il piccolo bolscevico dai baffi appuntiti che ricompare. Simbolo di occupazione e dissolto in un amen dopo l’indipendenza dell’Ucraina a ovest, un fantasma che aleggia ancora sinistro nell’aria qui a est.

Russi o ucraini?

I discorsi ormai viaggiano liberi. Le titubanze nell’esprimere a uno straniero curioso i propri pensieri sono ormai naufragate nel diluvio di parole che escono dalle bocche diluite dalla horilca versata a fiumi nei bicchieri. “Ma voi siete russi o ucraini?”. La domanda è netta e posta a bruciapelo. Le risposte che ottengo sono invece velate di tante sfumature. Il primo a rispondere è Pavel. Estrae di nuovo il passaporto mostrandomi sulla seconda pagina la bandiera ucraina stampata a colori. “Ma sono anche russo”, aggiunge poi. Alina la Bionda: “Io sono sia ucraina che russa. Ucraini e russi sono fratelli, non possono dividersi”. Vladimir il Tarchiato: “Io sono ucraino, figlio di genitori ucraini”. Vanja è tornato da poco con noi dopo aver cantato qualche pezzo al microfono insieme alla moglie. Sente al volo la mia domanda. Alza il bicchierino pieno che ha nella mano destra, stringendolo appena tra il pollice e l’indice, e con un tono di voce sottile ma sibillino risponde con una battuta flash intrisa di un sarcasmo e di una cinica ironia che non lascia spazio a malintesi. “In Italia voi come la chiamate? Horilca o vodka?”. Un istante di pausa, mi guarda, scrolla le spalle e poi conclude con parole fredde che esprimono il suo lapidario pensiero. “Vodka immagino. O sbaglio?”. Rimango muto e annuisco timidamente.
“Vi dirò, dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni del cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità”. Così si esprimeva Nikolai Gogol’ nel 1844 a proposito della sua tormentata identità. Le parole sgorgate dalla sua abile penna di scrittore suonano più che mai attuali. Sono un affresco puntuale dell’intricato dedalo russo-ucraino, il raffinato riassunto di un combattimento interiore che tante persone provano da queste parti. Gente che non sa spiegarsi i motivi di una guerra assurda. Se fosse ancora in vita, anche il grande Gogol’ attraverserebbe oggi una profonda crisi esistenziale nel vedere il suo sogno frantumarsi a colpi di cannone.
Quando nell’altra sala si spalanca la porta di ingresso, i discorsi che si stavano facendo vengono improvvisamente troncati. Due militari ucraini vestiti in divisa verde e scarponi neri raggiungono a passo lento il bancone. Le due Aline si alzano svelte dalle sedie andando loro incontro. I due ordinano loro qualcosa rimanendo poi in piedi a chiacchierare. La voce di Alla si affloscia e nel locale cala il silenzio. Le parole Russia, Ucraina, filorussi, filoucraini, nazionalità, lingua, scompaiono improvvisamente dalla bocca di tutti. Con i nuovi arrivati il clima della serata sembra essersi di colpo raffreddato. Osservo in silenzio tutta la scena. In piedi vicino ai militari, Pavel pare sull’attenti e rinsavito di colpo. Il suo sguardo sembra quello di chi stava per essere beccato con le mani nella marmellata. Vanja sforna qualche parola per rompere l’atmosfera muta che si è creata, sforzandosi di mantenere il suo fare distinto e un po’ distaccato. Solo Vladimir il Tarchiato non ha modificato di una virgola l’espressione del volto e la scioltezza dei suoi gesti, mostrando di trovarsi ora come prima a proprio agio. Per quanto mi riguarda percepisco per qualche istante la sgradevole sensazione di sentirmi di troppo.
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Poi, dopo pochi minuti, tutto cambia di nuovo. L’iniziale gioco di sguardi che serviva a studiare la situazione e gli umori del momento si dissolve. Alina la Mora porta due boccali di birra e una bistecca fumante, mentre la Bionda riempie i piatti con il ben di dio che ancora si trova sul tavolo. Ci allarghiamo, vengono aggiunte due sedie e i due soldati si aggregano a noi. Hanno appena smontato dal turno. Lentamente le chiacchiere con i giovani proprietari del bar riprendono. Ora sanno di confidenziale. I quattro si conoscono, i militari sono clienti abituali. Scolate in men che non si dica le birre, i due passano con disinvoltura alla horilca barra vodka. Una nuova alzata di calici è d’obbligo. Poi l’atmosfera ritorna goliardica, le note musicali dei nostri cantanti si alzano di nuovo di volume. La serata assume definitivamente le sembianze di una vivace ballata da allegro con brio. I due soldati, già alticci, si cimentano ben presto al microfono insieme a Pavel in un incomprensibile repertorio musicale urlato a squarciagola. “Molti militari ucraini vengono qui, bevono, si ubriacano e poi se ne vanno. Questi due invece sono bravi, pure loro si ubriacano ma poi non vanno ad ammazzare la gente come fanno altri”, mi dice Alina la Bionda in un orecchio, accompagnando le parole con i gesti delle mani per farsi capire. Quando siamo tutti di nuovo seduti al tavolo, i fumi dell’alcool hanno ormai abbattuto qualsiasi barriera senza che nessuno faccia caso più di tanto ai discorsi altrui. I due militari, uno alto e con la pelle bruna, l’altro basso e decisamente più grasso con due rotonde guance paonazze, sembrano aver dato sfogo a tutta la loro stanchezza. È facile intuire quando i discorsi scivolano sulla guerra in corso. Succede quando i volti di tutti si abbassano verso il pavimento, lo sguardo si rattrista, gli occhi si spengono, i sorrisi scompaiono e le labbra si cuciono in attimi di ermetico silenzio che sembrano durare un’eternità. Fino a che Pavel rompe gli indugi, si alza in piedi con fare fiero e ci incita a cacciare via la malinconia che già serpeggia nei nostri cuori con un altro brindisi. L’ennesimo della serata, il più significativo, dedicato alla mir, ovvero alla pace.
Alla fine i cin cin alla mir non si contano più, con il giovane proprietario del bar che ha ormai perso qualsiasi freno inibitorio. Lo immortalo in uno scatto fotografico nella memorabile scena in cui punta l’indice della mano destra a mo’ di pistola sulla nuca del militare dalle guance rosse. Pochi minuti dopo finirà steso su un letto in una stanza del retro completamente ubriaco. Anche i militari sembrano giunti al capolinea. Quello più grassoccio è sbronzo. L’altro, leggermente più sobrio, mi invita ad andare con loro alle terme per poi fare le ore piccole in qualche night di provincia. Lascio cadere nel vuoto la proposta, e mentre osservo i due militari barcollanti uscire dal locale mi sembra di vedere in quei volti provati e depressi il devastante riflesso di un logorante conflitto che neanche una vodka incendiaria riuscirebbe a far dimenticare.
Tocca a Mamma Natalia andare a vedere ogni tanto le condizioni del figlio. Le donne non sembrano molto allarmate. Forse perché da queste parti sono abituate ad avere a che fare con uomini che spesso e volentieri alzano il gomito, finendo stralunati e incoscienti in orizzontale. Pure loro però non si tirano indietro. Anzi, dimostrano con mia sorpresa una resistenza ben maggiore. “La vodka è finita. Però se ci offri una bottiglia possiamo iniziarne un’altra…”. Il tono di sospensione con cui Alina la Mora avanza la sua proposta è di quelli di chi si aspetta una risposta affermativa. Ancora una volta è impossibile rifiutare. Del resto ho cenato a sbafo, nessuno mi ha chiesto un soldo per tutte le leccornie che Natalia mette in continuazione sul tavolo.
“I soldati russi ammazzano i civili ucraini”, dice all’improvviso Vladimir il Tarchiato quando, esaurito il momento clou della serata, i discorsi si fanno via via più pacati. ”Ma che dici, non è vero”, dicono in coro le altre. L’istantanea con cui colgo davanti all’obiettivo Natalia, le due Aline e Vladimir abbracciati insieme è l’emblema di questa parte di Ucraina. È la donna della Jacuzia in persona a dettarmi la didascalia: lei simpatizza per la Novorossyia, la bionda sua nuora per la Repubblica del Donbas come Alina la Mora. Mentre Vladimir è orgogliosamente filoucraino. L’aspetto consolante della faccenda è vedere che ci sono persone divise dalla politica ma unite dall’amicizia. Fino a che la gente lascia da parte i rispettivi nazionalismi privilegiando i rapporti personali vuol dire che c’è ancora speranza.
Con in sottofondo le sincopate melodie russe e i pezzi vintage di Celentano, finiamo per vincere la nostra personale battaglia scolando da buoni reduci anche l’ultima goccia dell’ultima bottiglia del sublime nettare. Allo scoccare della mezzanotte, è giunta l’ora dei saluti e di raccattare i souvenir con cui la colorita compagnia mi ha omaggiato: un simbolico pacchetto vuoto rivestito di carta da regalo e infiocchettato con la dedica “dagli amici di Slovians’k” scritta in pennarello, un salvadanaio pieno di monetine russe e tre banconote fuori corso di cui un rublo d’epoca sovietica datato 1961. Alina la Mora ha chiamato un taxi che, prima di accompagnare a casa Vladimir il Tarchiato, mi scarica al mio hotel. Propongo al giovane ucraino di venire con me tra poche ore a visitare i villaggi bombardati attorno a Slovians’k. “Sono ancora in ferie per cui dovrei riuscire ad accompagnarti”. Come quasi tutti gli ucraini, per campare decentemente Vladimir il Tarchiato ha due lavori: insegnante di scuola al mattino, consulente informatico al pomeriggio. Nel salutarlo ci scambiamo i numeri di telefono.
Avrò anche vinto una battaglia campale ma la serata mi ha sfiancato a tal punto da sentirmi esausto. Attraverso il piazzale innevato dell’hotel, spingo la porta della hall e cerco di camuffare il più possibile i miei occhi brilli di fronte al tipo della reception. Lui però ha già intuito tutto e scrutandomi di sottecchi gli spunta dagli angoli della bocca un perfido sorrisetto. Afferro la mia chiave già pronta sul banco e salgo le scale con un’andatura assai ciondolante. Nel buio del corridoio mi ci vogliono tre tentativi per aprire correttamente la serratura della porta. Una volta in camera, mi tolgo gli scarponi e mi butto tra le coperte. Il pulsante che schiaccio per spegnere la luce è l’ultimo ricordo. I pensieri sprofondano poi in un precipizio indistinto di nuvole e sogni.

Panorama di distruzione

Nikolaievka è un piccolo villaggio appena fuori Slovians’k. È raggiungibile dopo essersi lasciati alle spalle i tre giganteschi lapis colorati (vecchi ricordi della rigida pianificazione sovietica del lavoro per la quale Slovians’k doveva rifornire di matite le scuole dell’URSS) installati sul ponte all’uscita della città. La strada corre dritta per qualche chilometro tra i campi innevati, passando tra le isbe a un piano con i tetti spioventi e tutte uguali tra loro, per poi terminare nel cuore di Nikolaievka in un piccola piazza rotonda sovrastata da alte palazzine residenziali.
Ci arrivo senza il giovane ucraino Vladimir, che ancora provato dai bagordi della sera prima mi ha dato buca. Il tassista che mi accompagna si chiama Alexey, un tipo biondo e rasato con due guance talmente arrossate dal freddo da sembrare due lanterne accese. Egli si dimostra ben presto scarsamente informato sulle direzioni da prendere con l’auto. Una donna con cui costantemente comunica in vivavoce dalla stazione dei taxi gli dice i nomi delle strade da seguire. Alexey imposta il navigatore, che con la sua voce gracchiante ci fa infilare un paio di volte in vie senza uscita.
È dopo esserci persi che, percorrendo un po’ per caso una strada che sembra dileguarsi nel nulla, il tassista rasato mi indica con la mano di guardare alla sua sinistra oltre i prati. Uno squarcio verticale ha spezzato la lunga serie di appartamenti di una delle squallide palazzine di mattoni costruite a lato della strada. Scendo dall’auto per osservare da vicino. In alcuni punti la neve ancora fresca arriva ai polpacci. Una corona di fiori bianchi è appoggiata a una colonna di cemento rimasta intatta. Dietro di essa si vedono montagne di macerie ammassate al piano terra, dove prima c’erano piccoli magazin ora spazzati via. Uno ha le inferriate divelte e il tettuccio dell’ingresso pericolante. Poco oltre, una piccola officina sembra essersi salvata. Una macchina grigia è parcheggiata vicino alla porta metallica semiaperta. Il muro posteriore dell’edificio è rimasto in piedi. Le finestre ai piani sono buchi squadrati che danno sul vuoto dalla parte opposta. Ai lati sono ancora visibili i resti deformati di alcuni armadi in legno. In alto è rimasto solo un pericolante cornicione sghembo che unisce le estremità di quelle parti della palazzina che non sono crollate. Quelle che dovevano essere delle verande chiuse sui balconi esterni sono ridotte a un indistinto ammasso di polvere e ferraglia arrugginita. Sulle ante di qualche finestra si intravedono le tende mosse dal vento. Altre invece, completamente sbarrate e rinforzate con assi di legno, hanno resistito al botto delle deflagrazioni. Gli appartamenti vicini rimasti in piedi sembrano desolatamente vuoti.
Ripartiamo. Il dialogo con il tassista non sboccia, tra di noi ci intendiamo poco e male. Ma in fondo non importa, ogni parola sarebbe inutile. Ora che le armi tacciono, ora che il paesaggio è costellato da lancinanti ferite e il sangue delle vittime è stato risucchiato nelle viscere della steppa, ciò che rimbomba è solo un silenzio assordante. Ci infiliamo subito in una strada sterrata sbarrata poco più avanti da un camion fermo, carico di materiale per l’edilizia. Qualcuno si è già buttato nell’ardua impresa della ricostruzione. Ritorniamo sui nostri passi. Ai margini della boscaglia si vedono persone intente a segare i rami degli alberi intrisi d’acqua. Se per i bambini le slitte sono un divertimento, per gli adulti rappresentano uno strumento di quotidiano lavoro. Come per quell’uomo robusto intabarrato da testa a piedi che se ne trascina una dietro con legata sopra la scorta di legna della giornata.
Una volta raggiunta Semyonovka congedo Alexey dandogli il compenso per il servizio reso. Il villaggio inizia appena fuori Slovians’k, nel punto in cui quattro strade si incrociano in un ampio spiazzo circolare. Non c’è nessun cartello a indicarne l’ingresso, è talmente piccolo che esiste solo nella personale geografia di chi abita da queste parti. A destra, di fronte alla fermata degli autobus, si trovano alcuni chioschi aperti. Di altri invece sono rimasti solo dei sassi allineati disordinatamente ai bordi della strada. A sinistra si oltrepassano un passaggio a livello e i binari della ferrovia. Poco oltre, una grande casa è completamente aperta, tranciata a metà sul lato posteriore opposto a quello rivolto alla massicciata. Il tetto a spioventi è ancora al suo posto insieme allo scheletro delle travi di legno interne. Il telaio invece penzola semidistrutto lungo le mura crivellate dai colpi di artiglieria. Il vento gelido lo muove avanti e indietro facendolo grattare contro il muro scrostato dell’abitazione. Lì vicino spunta di nuovo la sagoma tonda di una corona di fiori completamente congelata adagiata contro un palo da qualche anonima mano.
Più avanzo, più il panorama di distruzione che ho di fronte si arricchisce: i resti ciondolanti di una stazione di benzina, altre case sfondate come se fossero fatte di cartone, i muretti di recinzione in cemento bucherellati dai proiettili, le staccionate in legno spezzate. Lungo la strada si affacciano i resti di due piccoli negozi, alcune esili aste di metallo storte e arrugginite. Su una delle vetrine rimaste intatte risalta la beffarda pubblicità di una delle compagnie ucraine di telefonia mobile, un adesivo rosa con stilizzato sopra un sorriso sotto forma di emoticon e la scritta bianca “life”. Poco oltre si vedono i pallidi colori di due bandiere ucraine pitturate sul muro. Dall’altra parte della strada i segni delle bombe sono su un’altra abitazione, sventrata a tal punto da sembrare implosa su se stessa. Tutt’attorno regna un silenzio spettrale rotto soltanto dalle rare auto di passaggio con i fari accesi e dal latrare dei cani in lontananza. Alcuni li vedo aggirarsi in cerca di cibo scodinzolando sicuri tra i ruderi. La memoria corre immediatamente all’Aquila, dove vidi scene simili aggirandomi nel centro storico distrutto dopo il terribile terremoto del 2009. Se là era stato l’imponderabile a mietere tante vittime, qui la natura non ha potuto fare altro che vestire i panni di incolpevole spettatrice di fronte alla cinica crudeltà delle umane azioni.
Mi addentro tra le stradine sterrate e piene di buche del piccolo villaggio. Adesso a parlare è il fischio gelido e tetro del vento che risuona nell’aria insieme al cigolio sinistro e ossessivo di un’invisibile insegna metallica che ciondola in continuazione. In alcuni punti gli steccati delle case sono talmente bassi che allungando il collo si può guardare oltre. La porticina che conduce all’interno di uno di essi è mezza aperta. Quello che prima della guerra era un orto coltivato a patate, con il cortile che fungeva da aia dove scorrazzavano liberamente le galline, è ora un disordinato pezzo di terra e ghiaia abbandonato. Il tetto dell’abitazione è diroccato, all’interno regna un buio solenne. I davanzali delle finestre sono pieni di cocci di vetro. Le porte di altre case sono sbarrate con lunghe aste di ferro oblique. Su una di esse campeggia una grande “X” verniciata di bianco.
Pur immersa in un’atmosfera così spettrale, Semyonovka respira ancora, nasconde discreta i germogli di una vita che non ha mai smesso di pulsare: le luci gialle della cucina di una isba, che brillano laggiù in mezzo ai campi; in lontananza la sagoma di un uomo, che cammina lento tra i dissestati vicoli prima di scomparire come un fantasma dietro le assi di legno appuntite come stuzzicadenti; lo sguardo saggio di un’anziana signora, bassa e un po’ gobba, con l’espressione serena di chi ha imparato a farsi strada tra i dolori dell’esistenza per andare avanti sempre e comunque. Sono questi gli unici bagliori di rinascita dei sopravvissuti di Semyonovka. Di quelli che hanno deciso di rimanere o, più probabilmente, di coloro che hanno attraversato qui il turbinio della guerra non avendo altro posto dove andare.

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