In viaggio verso l’Ucraina in guerra – sesta puntata

Filed in geografia, ucraina, viaggi reportage by del 11/06/2015
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Foto di Valerio Raffaele

Il nero di seppia è la tonalità che più si addice per dipingere il quadro delle notti invernali d’Ucraina. Nella tavolozza della sera, il cielo e la terra si uniscono in un complice abbraccio dando forma a un’indistinta massa color pece, rischiarata appena dai timidi bagliori di una pallida luna. L’autobus veleggia solitario come un vascello fantasma in un oceano di buio, traballando da una parte all’altra sulla dura coltre di ghiaccio compressa sull’asfalto. L’unico modo per tenere la barra dritta è assecondarne le oscillazioni, andando dietro alla scia luminosa al centro della carreggiata che, come la schiuma bianca tracciata dalle navi di passaggio sul mare increspato, indica nell’oscurità la rotta da seguire.link-prima-puntata
Per molto tempo, una volta lasciato alle nostre spalle il porto di Mariupol’, gli unici approdi che incontriamo sono gli accampamenti militari ancorati alla steppa. Le fiamme che divampano nelle tenebre all’interno di rudimentali bidoni arrugginiti, tanto taglienti da sembrare acuminate frecce fosforescenti, sono le uniche isole di luce. I soldati di guardia radunati tutt’attorno, con le mani protese a scaldarsi verso le lingue infuocate che spuntano dalla sommità dei cilindri, sembrano tanti Robinson Crusoe arrancanti in sperduti arcipelaghi e in balia dei marosi di una violenta tempesta che, dopo averli trascinati alla deriva, li ha abbandonati in un naufragio senza ritorno. I loro capanni di fortuna sono i tendoni verdi inchiodati al suolo con i tiranti, gli unici, fragili ripari sballottati di qua e di là dalle raffiche di gelo che spazzano l’aria.


Oltrepassate le secche dell’ultimo sbarramento, ci troviamo a navigare al sicuro con i piedi fuori dall’insidioso pantano del Donbas. Scivoliamo al largo a velocità di crociera cullati dai deboli flutti di un loess cenozoico che riveste per centinaia di metri i morbidi fondali dell’Ucraina centrale. Le correnti fredde che imperversano da oriente assumono le vesti di agognati alisei che ci sospingono col vento in poppa fuori dalle bonacce della guerra.
Le successive tappe intermedie di un tranquillo cabotaggio a vista volano via veloci nell’orizzonte silenzioso lasciando spazio a ben pochi ricordi: Zaporizhzhia e la gloriosa isola dei cosacchi, Dnipropetrovs’k e gli artificiali grattacieli in vetro degli oligarchi locali. Viste dal finestrino-abbaino, le luci delle città tinteggiano in lontananza una scenografia dove a brillare è la massa ampia e lucente del Dnipro. Ne seguiamo per un lungo tratto il percorso che fuori dai centri urbani immagino perdersi nelle campagne tra le molli ondulazioni del terreno. Le sue piene, rallentate appena in superficie da un sottile strato di ghiaccio, continuano a scorrere incessantemente sul fondo raschiando il letto di sabbia e sassi sminuzzato da secoli da un moto d’acqua perpetuo. Vedendola scintillare in lontananza realizzo come l’acqua, al contrario degli altri tre sublimi elementi, sia stata la compagna più fedele di tutta questa folle corsa. Ho talvolta ammirato i languidi materassi di terra bruna, tanto estesi da rendere fertili gli occhi di chi li guarda; ho sniffato appena l’odore acre della legna ruvida bruciata dal fuoco, talmente intenso da pizzicare le narici; ho sentito la pelle arrossarsi e screpolarsi, quando l’aria gelida si tramutava in violente folate che mi tagliavano il viso. L’acqua invece l’ho incrociata ovunque e in tutte le forme: nella fumosa bruma mattutina, nei tronchi marci e informi degli abeti spezzati, nei prati inzuppati che rimbombavano a ogni battito di piede, sugli aghi induriti dei pini, tra i minuscoli interstizi del suolo intriso di umidità, negli scarponi inzaccherati dal liquefarsi della neve. L’ho anche incontrata ogni volta che sventagliavo sotto i miei occhi l’indistruttibile carta dell’Ucraina quando, scrutando nelle viscere di toponimi impronunciabili, seguivo con le dita quell’ossessivo ricorrere delle consonanti dn nel nome dei fiumi: Dnipro, Dnestr, Don, Donec. Tutti, come nel caso del Danubio, contenenti quel suono nasale chiuso di arcana origine indoeuropea che non a caso significa “acqua”.
Le soste lungo il percorso sono utili per mettere fuori il naso da sottocoperta, giusto il tempo di rimanere a galla per sgranchire un poco le gambe e per prendere una boccata d’ossigeno. Dopo aver ostinatamente puntato la bussola a levante, per la prima volta dall’inizio del viaggio mi ritrovo a dirigermi a ponente al termine di un ampio giro di boa iniziato a Donets’k e terminato a Mariupol’. Nel rivedere sulla carta dell’Europa il tracciato ovest-est compiuto via terra, i razionali cassetti della mente si chiudono lasciando spalancare senza alcun freno gli sportelli delle fantasie più bizzarre. Il viaggio che sto per portare a termine assume così le forme slanciate di un lungo manico d’ombrello; o quelle più affilate di un gancio uncinato o di un sottile ago appuntito con una strettissima cruna alla sua estremità. Nell’addormentarmi immagino Kyiv come la baia prediletta per gettare l’àncora al riparo da altre burrascose avventure, il pontile d’altri tempi dove lasciare in ammollo i panni delle emozioni vissute per poi cucirli ai paletti della memoria. I fulgidi campanili a cipolla della “Città” – come Michail Bulgakov chiama la capitale ucraina nella Guardia bianca – assumono allora le sembianze di imponenti faraglioni ai quali fissare con uno stretto nodo da marinaio il filo d’Arianna srotolato a colpi di remi nella Fossa delle Marianne di un Paese spaccato in due.

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Kyiv

Che gioiello Kyiv! A camminare da una piazza all’altra, arrampicarsi sulle verdi colline, attraversare i parchi che la circondano, si ha sempre la sensazione di trovarsi a girovagare nel cuore di una città cosparsa in ogni angolo di un fascino da nobile decaduta rimasto immutato nel tempo. Le sue architetture riflettono una varietà di stili che vanno dalle bellezze ornamentali scolpite nelle chiese medievali, nei palazzi d’epoca barocca e liberty, all’impronta più cruda lasciata dal cemento socialista. Durante la sua lunga vita (si tratta di uno dei più antichi centri di tutta l’Europa Orientale situato in un’area già abitata dalla popolazione degli Sciti nel corso del VII secolo a.C.) ha vissuto momenti di grande splendore alternati a immani tragedie. Quando Mosca era poco più che un villaggio sperduto sulle rive della Moscova, la capitale ucraina era già nel medioevo un fiorente centro economico e culturale sede della famosa Rus’ nata nel IX secolo e i cui confini andavano dal Volga al Danubio. Da qui partì nel 989 la conversione al Cristianesimo dei popoli slavi quando il principe Volodymyr, dopo aver sposato la figlia dell’imperatore bizantino, chiamò il popolo a un battesimo di massa nel Dnipro. Devastata nel 1240 dalle invasioni mongole, e con l’avanzata nei secoli successivi di Polonia e Lituania da una parte e del Principato di Moscovia dall’altra, Kyiv perse definitivamente la centralità politica di un tempo divenendo il simbolo di una terra di frontiera, l’Ucraina, sempre più soggetta agli umori aggressivi delle potenze vicine.
Dopo la rivoluzione d’ottobre la Città – Bulgakov lo racconta nella parte finale della sua opera ambientata in quel periodo – fu al centro di una sanguinosa contesa tra tedeschi, polacchi, nazionalisti ucraini, armate bianche e bolscevichi che portò, con la vittoria di questi ultimi, all’instaurazione della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina. Poco più di vent’anni più tardi il terrore tornò travestito da truppe naziste che seminarono nuovamente morte e distruzione. Eppure Kyiv, come un’immortale araba fenice, ha saputo sempre risollevarsi per rinascere dalle proprie ceneri. Il lungo inverno sovietico ne ha fiaccato le fondamenta, sgualcita l’immagine, intorpidito gli umori, distrutto centinaia di edifici di pregio. Ma nulla ha potuto contro le feconde contaminazioni culturali provenienti dal cuore dell’Europa le quali, filtrando per secoli come una brezza rigenerante e ristoratrice attraverso l’Austria-Ungheria, hanno alimentato nel profondo l’animo mitteleuropeo dei suoi abitanti.

Di tutte le grandi città dell’ex URSS, Kiev è rimasta l’unica dove le strade non servano a filare di corsa a casa, ma anche a camminare, a passeggiare. Un po’ come a Pietroburgo, solo che lì si è ostacolati dal clima meno dolce, spesso ventoso, piovoso, se non addirittura gelido. Kiev invece è temperata, riparata, scaldata dal sole. Di pomeriggio il centro si popola di una marea umana, composta non da gente che sfila per motivi politici o va a un comizio, ma da migliaia di semplici passanti che escono da uffici e appartamenti ristretti e soffocanti per respirare una boccata d’aria.

La città che mi si presenta davanti agli occhi al mio arrivo al mattino presto è, per ovvi motivi climatici, ben diversa dalla descrizione che ne fa Ryszard Kapuscinski nel 1991. All’uscita della metropolitana un sole abbagliante splende nel cielo terso spazzato da un vento polare che ha abbassato le temperature a 15 gradi sottozero. Pochissimi sono i coraggiosi che, sfidando il gelo, camminano furtivi abbarbicandosi dentro i loro cappotti invernali. In mano ho un cappello rosso da Babbo Natale, il “regalo” che una studentessa di giornalismo – di ritorno dal fronte dove è andata a trovare il fidanzato arruolato nell’esercito – mi ha rifilato alla stazione degli autobus. Nei pressi dell’hotel, un tizio mi chiede le indicazioni per raggiungere Maidan Nezalezhnosti. Gli rispondo che la piazza è in fondo alla via. Una ragazza, divertita dal curioso siparietto, mi raggiunge velocemente attraversando la strada. “È strano vedere uno straniero dare indicazioni a un locale”, commenta sorridente. Sasha ha voglia di attaccare bottone. In un amen, e senza che le faccia alcuna domanda in particolare, spiattella tutta la sua vita nelle mie orecchie distratte dalla stanchezza. Mi risveglio dal torpore in cui sono caduto solo quando, ormai al traguardo del suo estenuante soliloquio, nell’estrarre la bibbia dalla borsa la giovane dice di essere di religione ebraica.
Colgo la palla al balzo per chiederle come se la passa la comunità di circa 250.000 ebrei che vive ancora in Ucraina. “Così così, nell’aria c’è sempre un po’ di razzismo nei nostri confronti”. “Mal che vada avete sempre la possibilità di andare in Israele”, replico io incautamente, sentendomi subito dopo un idiota che ha appena pronunciato una fesseria.
La ragazza non fa una piega, ma appare poco convinta. Poi inizia un discorso che mi lascia a dir poco sorpreso. “Non è così semplice, potremmo incontrare problemi…”. “In che senso?”. “Nel senso che gli ebrei di Israele non credono in Gesù Cristo…”, sentenzia lei lasciandomi sbigottito. L’enigma è risolto poco dopo, quando Sasha rivela di far parte della Congregazione Ebraica Messianica di Kyiv fondata nel 1994; una delle centinaia di sètte o nuove confessioni, in maggioranza protestanti, spuntate come funghi in Ucraina nelle ultime due decadi e che approfittando del vuoto lasciato dall’ateismo di Stato (coloro che si dichiarano atei, seppur in calo, sarebbero ancora il 40% della popolazione) stanno cercando di fare incetta di nuovi adepti. La giovane risiede a Kyiv per gli studi universitari, ma è originaria di Dnipropetrovs’k. “Dove non c’è traccia di separatisti filorussi. Sai, laggiù il governatore è Igor Kolomojskij e dopo i primi disordini tutto è rientrato. Sai chi è vero? Anche lui è ebreo”, aggiunge poi con una punta di orgoglio. Kolomojskij: l’oligarca-capo di Dnipropetrovs’k nominato di punto in bianco governatore di quella regione dopo la precipitosa fuga di Yanukovich alle cui “mammelle” pure lui attinse all’inizio della sua strabiliante ascesa. Ora è un accanito sostenitore del nuovo corso, in prima fila quando si tratta di fare dichiarazioni bellicose contro Vladimir Putin. Possiede la più grande banca ucraina, la Privat Bank, controlla televisioni, compagnie aeree e varie industrie. Come ogni oligarca che si rispetti possiede anch’egli un giocattolo per rilassarsi dallo stress: la squadra di calcio del Dnipro. E, particolare tutt’altro che secondario, l’ampia rete dei suoi affari è proiettata più a ovest che a est. Dal giorno del suo insediamento si è schierato contro i movimenti separatisti sedando sul nascere qualsiasi forma di protesta che stava prendendo piede nel suo feudo, dove è il principale esponente dell’influente comunità ebraica che conta 50.000 persone.
Il fatto che quei territori siano a maggioranza russofona è l’ulteriore dimostrazione di come questa non sia una guerra etnica bensì, prima di tutto, una furiosa resa dei conti tra bande rivali, dove l’appartenenza linguistica e nazionale rischia di essere pericolosamente strumentalizzata da una parte o dall’altra. Di fronte a questi continui intrecci tra affari, armi e politica ogni analisi, ogni astruso teorema geopolitico, passa in secondo piano. Il grattacapo ucraino è forse qualcosa di molto più semplice, drammaticamente attuale e medievale allo stesso tempo. Più che a uno Stato di diritto, l’Ucraina assomiglia a un immenso latifondo svuotato barbaramente da una manciata di capricciosi e potenti feudatari che, con la pancia piena e mai sazia dei furfanti, tengono per il guinzaglio il popolo servo gettando loro le briciole. Per blindare i propri interessi poi, assumono al proprio soldo eserciti personali di meschini vassalli pronti a combattere per la “causa” in nome di qualche denaro in più da mettere in tasca alla faccia della plebe, derubata e mortificata. Già, trovare il bandolo della matassa è molto più semplice di quello che si possa pensare. “A Donets’k c’è una mafia, a Dnipropetrovs’k ce n’è un’altra”, mi raccontava in Italia una conoscente ucraina di lingua russa, riassumendo con estrema sintesi e naturalezza tutta la questione. Capibanda, clan, scagnozzi da quattro soldi, gangster, denaro, piovre di interessi e cupole di potere: cosa vuoi che importi che nella melma ucraina l’ebreo più ricco e influente del Paese – il quale ha “arredato” la sua città con una gigantesca menorah costata la bellezza di 70 milioni di dollari – finanzi lautamente battaglioni di volontari in odore di neonazismo?

Cronache di Euromaidan

Le receptionist dell’hotel Ukraina, dove avevo lasciato il resto del bagaglio, mi accolgono come un figliol prodigo tornato all’ovile dopo una lunga assenza. Salgo per la colazione ai piani alti da dove si apre l’ampio panorama sulla centrale Maidan Nezalezhnosti – la Piazza dell’Indipendenza – in una veduta che nei miei trascorsi a Kyiv ho imparato ad apprezzare: uno spazio ellittico tagliato in due dal boulevard Khreshchatyk, circondato da imponenti e geometrici palazzi in stile stalinista oltre i quali spuntano tra i tetti degli edifici le cupole dorate delle chiese. Oltre la strada il rilievo sale tra scalinate, terrazze e qualche aiuola verde verso la collina dominata dall’albergo dove risiedo, anch’esso costruito in un’inconfondibile architettura sovietica dalla vaga forma piramidale.
Negli ultimi anni la foga di offuscare in altezza le opere del passato, percepite come strumento di oppressione, hanno “arricchito” la piazza di monumenti di dubbia qualità. Su tutti il primato spetta a quello dedicato all’indipendenza, una stucchevole colonna bianca eretta nel 2001, sormontata dalla figura dorata di un San Michele Arcangelo con le ali spiegate. Vista dall’alto, con l’impossibilità di coglierne le sonorità, la Maidan deserta di oggi sembra l’immobile palcoscenico di una tranquilla commedia da film muto, dove si vedono i personaggi e gli oggetti muoversi senza però sentirne le voci e i rumori. L’atmosfera calma che avvolge questa spianata ovale aperta al cielo nasconde in realtà la quiete apparente di una pentola a pressione periodicamente in ebollizione ed esplosa più volte nel ‘900, incendiata dal fuoco di contestazioni e rivolte che ogni volta hanno lasciato profonde ustioni mai realmente cicatrizzate. Sono trascorsi appena quindici anni del XXI secolo e le rivoluzioni, o presunte tali, che si sono consumate nel polmone pulsante di Kyiv sono già state due. Numeri da guinness dei primati, più alti della media di paurosi terremoti in Indonesia o di cicloni catastrofici in Louisiana.
Le stagioni da tenere d’occhio per l’elevato numero di debordanti scosse telluriche ad alta intensità pseudo rivoluzionaria sono quelle fredde; con una netta predilezione per il secondo mese dell’anno. Si parte da lontano per arrivare a un passato recente. Febbraio 1919: le truppe rosse conquistano Kyiv. La rivoluzione bolscevica diventa realtà anche in Ucraina. Novembre 1943: l’Armata Rossa libera Kyiv dai nazisti dopo due anni di furibonde battaglie. Dicembre 1991: con le prime elezioni democratiche dopo la fine dell’URSS, il 90% della popolazione vota a favore dell’indipendenza. Inverno 2004: Viktor Yanukovich, accusato di brogli elettorali, è costretto a dimettersi dalla carica di presidente cedendo alla pressione di una piazza Maidan gremita dalla folla. La “rivoluzione arancione” è cosa fatta. Febbraio 2010: le deludenti politiche portate avanti da Viktor Yushchenko e da Yulia Tymoshenko, i paladini di quella rivoluzione, riportano clamorosamente Yanukovich in sella al Paese. Novembre 2013: l’Ucraina, subendo le forti pressioni di Mosca, annuncia che non firmerà l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Nelle città dell’Ucraina Occidentale e a Kyiv il popolo scende immediatamente in piazza per protestare. Nei giorni successivi seguono scioperi e manifestazioni a oltranza. Maidan Nezalezhnosti viene occupata dai manifestanti. Nel centro di Kyiv vengono erette le barricate. 20 febbraio 2014: mentre i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia fanno la spola nei palazzi del potere tra Yanukovich e i tre principali leader dell’opposizione (il falco Arsenij Yatsenyuk, l’ex pugile Vitalij Klitschko e il nazionalista Oleg Tyagnybok), a poche centinaia di metri di distanza Maidan si trasforma in un campo di battaglia.
Sergio Cantone, responsabile da Kyiv dell’ufficio Europa Orientale del canale televisivo Euronews, descrive così sulla rivista “Limes” quelle ore convulse che finiranno in una sanguinosa mattanza:

Agenti della milizia, non berkut, avanzano verso le barricate a Maidan. Vengono impallinati da franchi tiratori, molti perdono la vita. Qualche manifestante ha fucili di precisione, è immortalato dalle immagini televisive. All’improvviso gli insorti decidono di contrattaccare, i miliziani in assetto antisommossa fuggono lungo la via Instytuts’ka. I manifestanti riconquistano in pochi minuti il terreno perduto martedì sera. Avanzano spediti a tartaruga, con i soliti scudi di legno e di latta, i bastoni e gli elmetti. Ma tra l’hotel Ukraina e il palazzo d’Ottobre vengono accolti dal fuoco dei cecchini. Un insorto cade sul selciato, un compagno si stacca supino dalla tartaruga e cerca di afferrarlo per una mano. Ma viene anch’egli colpito all’improvviso e cade morto sull’asfalto. I cecchini portano le uniformi maculate azzurro-grigie dei berkut, almeno quelli che si vedono piazzati nel prato accanto al palazzo d’Ottobre. Altri sono sui tetti, forse dell’hotel Ukraina o addirittura degli edifici di Maidan. Non v’è certezza e dovrà essere stabilito da un’inchiesta. Come non è certo se a uccidere miliziani e manifestanti sia stata la stessa mano […] Olha Bohomolec’, un medico piuttosto noto in Ucraina, dirige l’ospedale improvvisato. È una volontaria. Spiega che “tutte le salme presentano la stessa ferita letale. Un colpo secco al cuore con una pallottola in grado di trapassare anche i giubbotti antiproiettile. Questo riguarda le vittime sia tra i manifestanti, sia tra i miliziani”. È, secondo la dottoressa, la firma dei cecchini. A fine giornata si contano un centinaio di morti.

La sede dell’ospedale improvvisato era l’elegante e spaziosa hall dell’hotel Ukraina. I defunti, provenienti per la maggior parte da Lviv, Ivano Frankivsk e altre città dell’ovest, sono oggi ricordati come i “cento del paradiso”. 21 febbraio 2014: viene trovato l’accordo. Yanukovich si impegna a mettere fine allo stato d’assedio della città ritirando le forze speciali e a indire nuove elezioni da svolgersi nel mese di dicembre. Poi succede l’imponderabile. Di nuovo la cronaca di Cantone:

Alla Rada si discute ancora del governo di coalizione. All’improvviso, verso mezzogiorno, tutti i nuclei antisommossa abbandonano il piazzale davanti al parlamento, seguiti dai sostenitori di Yanukovich e dai titusky. 1)

Questi ultimi avevano seminato il panico in città nei giorni precedenti attaccando indiscriminatamente automobilisti inermi all’incrocio tra le vie Volodymyrs’ka e Velyka Zytomyrs’ka, dove passa la linea di approvvigionamento di Maidan. Si parla di un accordo raggiunto tra Yanukovich e l’opposizione con la garanzia franco-germano-polacca. Non ci sono più forze di sicurezza, gradualmente sostituite da gruppi di autodifesa di Maidan. Le uniche truppe rimaste sono quelle di guardia al palazzo presidenziale, perché Yanukovich è ancora in carica. Ma in barba agli accordi, alla comunità internazionale e allo stesso Yanukovich, il loro generale negozia con un deputato di Bat’kivscyna (Patria), Jurij Lucenko, una ritirata immediata in buon ordine. Proprio mentre i tre ministri Laurent Fabius, Frank-Walter Steinmeier e Radoslaw Sikorski lasciano la presidenza con l’accordo in tasca che avrebbe permesso a Yanukovich di restare fino a dicembre, le forze di sicurezza presidenziali abbandonano spontaneamente il campo per “tornare dalle nostre famiglie”. Inevitabile che la sera stessa, quando Klitschko presenta l’accordo dal palco di Maidan, la folla lo respinga. Verso le 23 le agenzie battono la notizia del presidente in fuga.

Sapere cosa sia avvenuto precisamente nella stanza dei bottoni in quelle drammatiche ore, e soprattutto conoscere le identità degli oscuri registi di tutta la vicenda, è roba da “affare wikileaks”. Quel che è certo è che l’Europa, Germania in primis, è stata presa per il naso. Il modo in cui l’assistente segretario di Stato statunitense per gli Affari euroasiatici, Victoria Nuland, conclude in quelle ore agitate la telefonata con l’ambasciatore USA in Ucraina Geoffrey Pyatt – “…che l’UE si fotta” – lascia molto più che un indizio su chi sia stato a far naufragare l’accordo e, alla fin fine, a ridimensionare il ruolo diplomatico dell’Unione. Se il dietro le quinte è affollato dagli scheletri dei reciproci dispetti geopolitici orchestrati dalle grandi potenze, a sipario ancora aperto restano sul lastricato di Maidan i cadaveri della follia omicida, carne viva di un reato consumato all’ombra della diplomazia. Così Andrei Kurkov descrive nei suoi Diari Ucraini quel maledetto 20 febbraio: “Nessuno canta vittoria. Nessuno per ora può definirsi parte vincente e probabilmente, in questa situazione, nessuno potrà mai esserlo. L’Ucraina ha già perso. Più di cento vite umane fra cui donne, studenti, professori”.
A distanza di tempo da quei fatti (fu vera rivoluzione e fine di un regime, o colpo di stato? Ai posteri l’ardua sentenza), dopo una guerra (ufficiosa) e una tregua (ufficiale) in corso, cento e rotti morti più altre seimila vittime, migliaia di profughi scappati dalle proprie terre, il “simpatico” (agli americani) Petro Poroschenko come presidente, “il prediletto” (dai tedeschi) ma “antipatico” (agli americani) Vitalij Klitschko “riciclato” come sindaco di Kyiv, sapere come sarebbero andate le cose se si fosse imboccato il bivio della certamente costosa mediazione invece dello scontro finale è un puro esercizio di fantasia mentale. Magari sarebbe stato tutto inutile perché l’ex presidente si sarebbe inventato qualcos’altro per rimanere al potere e continuare a depredare il suo popolo. Come non pensare però che quell’accordo trovato sul filo di lana, che i russi avevano sì definito carta straccia ma cui difficilmente si sarebbero potuti opporre, avrebbe seriamente dato la possibilità di salvare capra e cavoli e soprattutto tante vite umane? Giusto il tempo, forse, di un temporaneo ma vitale accanimento terapeutico in attesa di una reale boccata d’ossigeno? Certo, non si sarebbero dedicati fiumi d’inchiostro a parlare di Euromaidan e della cacciata di un arraffone senza scrupoli. Ma è realistico parlare di rivoluzione quando a distanza di oltre un anno un Paese intero è lacerato fino al midollo e ridotto a un pianto? Non ci sarebbero stati i concerti, le sacrosante urla di giubilo per aver spodestato un monarca ladro e ignorante. Ma come è possibile gioire al di qua delle trincee quando oltre cortina ci sono amici e parenti invischiati in una guerra piovuta come un fulmine a ciel sereno sulle loro inconsapevoli teste? Probabilmente non ci sarebbe stata la soddisfazione di violare l’ex residenza privata dell’onnipotente faraone vergognosamente ornata di finiture d’alto bordo e di cessi dorati. Come la mettiamo però con le migliaia di ben più modeste case stuprate dai missili e ridotte in poltiglia? E che dire dei morti di Odessa, di quei 42 simpatizzanti filorussi periti nell’incendio della casa dei sindacati il 2 maggio 2014, molti dei quali finiti a bastonate da estremisti pro-Maidan dopo che avevano cercato di fuggire dalle fiamme? E poi: in un mondo interconnesso, dominato dagli interessi della finanza, sarà mai attuabile una vera rivoluzione dei valori che parta dal basso? La vera rivoluzione non è forse quella che non si nomina mai? Quella di chi è capace di fermarsi appena prima di assaporare il dolce sapore della vendetta sapendo che al traguardo sarà comunque vincitore? Di chi sa aspettare il momento in cui il tiranno di turno venga messo alla porta soffocato dalle stesse ruberie che l’hanno fatto campare? Forse la vera rivoluzione la attua chi non umilia fino in fondo colui che meriterebbe di essere umiliato. Forse il ritratto del vero rivoluzionario è simile a quello di un saggio pugile che, dopo aver resistito alla selva furiosa di colpi dell’arrogante avversario, parte al contrattacco con una gragnola di fendenti aspettando poi che sia il suono del gong a dare il definitivo ko.
Questi e altri ormai inutili pensieri d’aria fritta si perdono nella mente mentre contemplo dall’alto l’immagine di una luminosa Kyiv da cartolina. La cruda e dolorosa realtà parla invece di un’Ucraina rabberciata e tenuta insieme da un’accozzaglia di fattori dei quali è possibile cambiare l’ordine senza però modificare il risultato: ovvero un Paese in mano a un manipolo di arricchiti che dettano il bello e il cattivo tempo al popolino illuso. “La gente è scontenta. Si parla già di una terza Maidan”, mi aveva detto una delle badanti alla partenza dall’Italia. Non ci sarà nessun’altra Maidan cara Natascia, almeno fino a quando non ci sarà qualche altro oligarca scontento in grado di fomentare la piazza finanziandola a dovere. Che dire allora dei primi morti, dei “cento del paradiso”? Si farebbe un torto al popolo ucraino, e sarebbe oltremodo sbagliato e ingiusto, pensare che tutto è stato pianificato dall’alto e che quei caduti erano in mano a qualche occulto dottor azzeccagarbugli. Euromaidan trae sicuramente origine da una reale voglia di cambiamento. Non si spiegherebbe altrimenti il milione di persone in strada al culmine della protesta. Il fatto è che poi c’è sempre qualcuno più scaltro di altri che si erge a rappresentante di tutti appropriandosi dei meriti della piazza; qualcuno che, intuendo la piega presa dagli eventi, ne orienta gli esiti mentre la massa è in strada credendo di essere al timone della “rivoluzione”.
In una retrospettiva di ciò che è accaduto sarebbe quindi sciocco non tenere conto, per esempio, dell’accertata presenza di centinaia di contractor americani della misteriosa società chiamata Greystone, dispiegati per motivi poco chiari nello scenario ucraino della primavera 2014; lo stesso nome, “pietra grigia”, che vidi stampato a caratteri cubitali su una parete all’interno del palazzo del governo di Donets’k occupato dai separatisti. “Non conosci Greystone? Sono americani infiltrati in Ucraina”, mi disse sprezzante nell’aprile 2014 un ignoto filorusso con l’aria da militare professionista, mentre io lo fissavo con un certo scetticismo. In un contesto simile trova spazio anche l’insopportabile pulce nell’orecchio di qualcuno tra i manifestanti che ha aperto il fuoco per poi far cadere la colpa sul governo, come riferito dal ministro degli Esteri estone all’allora Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Catherine Ashton.
“Il mare non è la libertà, è una sua immagine, un suo simbolo… È davvero splendida la libertà, se basta evocarla perché la sua immagine riempia di felicità”, diceva Vasilij Grossman in una delle pagine finali di Tutto scorre…, il libro con cui egli fece conoscere al mondo la tragedia dell’holodomor.2) Si dice che a rendere l’uomo pienamente libero sia invece la verità. Quella che forse manca nella sua totalità agli ucraini ai quali, nell’attesa, non resta che far proprie le lungimiranti parole del loro connazionale. Parole che sembrano evocare un passato lontano ma che suonano tragicamente attuali.

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Il lutto, un anno dopo

La hall dell’Ukraina è impeccabile. Dei morti e dei feriti del passato sono rimasti soltanto i fantasmi che svolazzano nella mente di chi, come me, quei morti e quei feriti non li ha mai visti. Sono scomparsi anche i giovanissimi che fino a qualche mese fa piantonavano in carne e ossa l’ingresso. Spalancata la porta in vetro, mi butto di nuovo nelle strade di Kyiv sulle tracce di quanto è rimasto dell’assedio. Andando vicino al possente muro esterno dell’Ukraina si notano i fori rotondi e profondi delle pallottole. Gli stessi segni che si intravedono sulle fioriere in cemento e sui tronchi scorticati degli alberi allineati lungo la via Instytuts’ka e ora ricoperti dalle bandiere nazionali, dai volti fieri delle foto dei caduti e da fogli attaccati con lo scotch con scritte preghiere e poesie che, visti così, sembrano tanti inamovibili sudari. La strada che fu il teatro principale degli scontri è ora libera dalle barricate e dai cumuli di sampietrini e di pneumatici ammassati che segnavano i passaggi tra i vari accampamenti.
In cima alla salita, appena dopo l’hotel, la grande croce in legno marrone chiaro è rimasta al suo posto. Davanti, tanti lumini sono deposti a terra uno accanto all’altro in modo da formare un’altra grande croce colorata. Una signora imbacuccata fin sopra le orecchi sta lì ferma con le mani giunte al petto. Il silenzio di tomba è rotto solamente dal sinistro e ripetitivo gracchiare dell’ingresso ai sotterranei della vicina metropolitana e dal rintocco leggero della campana di una piccola chiesetta in legno costruita nel prato retrostante. Il sibilare del vento accompagna quei suoni scuotendo con violenza gli stendardi ucraini e i nastrini colorati legati un po’ ovunque. Sul selciato sono allineate in due file le fotografie dei cento del paradiso, ognuna custodita nell’apposito portafoto.
In fondo sulla sinistra, appoggiata a uno scudo arrugginito, svetta più grande delle altre quella del ventunenne armeno Serhiy Nigoyan, la prima vittima di Euromaidan. Fin dalla sua morte egli fu eletto a simbolo della rivolta, l’eroe martire che aveva sfidato in prima fila il potere precostituito pagando il gesto con la propria vita. A rivoluzione avvenuta, il nome del ragazzo di Dnipropetrovs’k era sulla bocca di tutti. Il suo viso orgoglioso dalla pelle olivastra, le sopracciglia folte, gli occhi scuri, la barba poco curata e il naso adunco degli armeni, era stampato sulle magliette e sugli scudi di legno. I manifesti a lui dedicati e le sue foto, con il casco rosso in testa sopra il berretto nero e il maglione a strisce colorate della sua nazione di origine, campeggiavano a ogni angolo tra gli accampamenti di Maidan, facendo quasi concorrenza alla gigantografia di Stepan Bandera piantata nel cuore della piazza.
Dopo di lui a cadere sull’asfalto fu il bielorusso Michail Jeznievsky. Per terzo toccò al polacco Yuriy Verbitskiy. Anch’egli giovanissimo, poco più che trentenne, capelli lunghi tirati indietro, pizzetto brizzolato e faccia sorridente. Viveva a Lviv dove faceva la guida turistica. Dopo gli scontri venne portato ferito in ospedale. Poi, come nei peggiori film dell’orrore, qualcuno andò a prelevarlo di forza dal letto dove era ricoverato. Il suo corpo venne ritrovato con segni di orribili torture tra i boschi di Boryspil nei pressi dell’aeroporto.
Camminare lungo l’Instytuts’ka significa ormai avviarsi a una processione. Ogni albero piantato sul lato sinistro della discesa è un cippo funerario, la stazione di una Via Crucis, l’angelo custode di anime scomparse che respirano a ogni refolo di vento, il loculo deserto di un cimitero senza cipressi. Il marciapiede che corre sulla destra è diventato una sorta di memoriale. Una sequenza infinita di piccoli altarini improvvisati, messi insieme in maniera ordinata con le mattonelle divelte e gli scudi usati nei giorni delle proteste, addobbati con fiori, caschi colorati bucherellati dai proiettili, rosari e gli immancabili lumini. Quasi tutti riportano il nome, la foto e la provenienza delle persone scomparse. Una serie di Igor, Anatolji, Viktor, Vitalji, Oleg, Boris, Dimitri, il volto sconosciuto e un po’ sbiadito di una donna. Gente che viveva all’ovest, a Lviv e a Chernivtsi, ma anche cittadini di Kyiv o che, come Nigoyan, proveniva da Dnipropetrovs’k, da Kharkiv e da altre città dell’est. In alcuni casi sono state erette vere e proprie lapidi scure. Sotto ogni foto sono state verniciate le lunghe macchie colorate che arrivano fino a terra, rosse come il sangue versato da ognuno di loro.
A metà discesa, sotto il grande orologio rotondo piazzato lungo la rivetta scoscesa che più in alto porta al palazzo d’Ottobre, una montagna di mazzi e corone di fiori è stata deposta davanti ad altre tre grosse lapidi grigie incise in alto con il tryzub, il tridente simbolo della nazione.
P1000161 In Piazza Maidan il nuovo che avanza fa già bella mostra di sé. All’angolo destro del Khreshchatyk, in direzione di piazza Europa, dove sorgeva la banca russa Sberbank ora ci sono le nuovissime insegne luminose bianco-verdi della Dnipro Credit Bank. Il palazzo dei sindacati, incendiato dai berkut durante gli scontri e non ancora ristrutturato, è invece completamente ricoperto da un rivestimento colorato sopra il quale campeggia la scritta “Viva l’Ucraina, Viva gli Eroi”, sullo sfondo di un cielo azzurro color pastello e di una ridente terra rappresentata con le bionde spighe di grano dei campi ucraini.
Vedere Piazza dell’Indipendenza così vuota fa un certo effetto. Pochissime sono le auto in circolazione. Dopo la cacciata di Yanukovich, prima ancora dell’inizio del conflitto nell’est, questo spazio fu teatro per mesi di una grande sbornia post-rivoluzionaria. Oltre il Khreshchatyk c’era il labirinto degli accampamenti controllati per lo più da giovanissimi vestiti con divise militari comprate su internet, da volontari per la causa, da rivoluzionari veri o presunti provenienti dalle “brigate” giunte da ogni dove. Il fumo delle stufe usciva dalle tende fino a notte fonda. Ogni occasione era buona per fare festa. Negli angoli delle strade c’era chi cantava e suonava con la chitarra. Tra le aiuole si tenevano addirittura sedute di yoga. Personaggi bizzarri giravano per le strade vestiti da cosacchi. Ogni brindisi era un coro di irripetibili slogan contro Putin. Ora quel clima festaiolo di goliardia generale sembra lontano anni luce. Non per colpa della stagione o perché per le strade non ci sia nessuno a strimpellare qualche strumento musicale. È l’atmosfera che è cambiata, appesantita dalla disillusione e dalla stanchezza di chi si trova a combattere in un vicolo cieco senza trovare una liberatoria via d’uscita. Per certi versi è come se anche a Kyiv ci fosse la guerra. Una guerra che fisicamente non si vede, ma che rimbomba nell’eco delle armi che ristagnano nella mente asserragliata della gente comune.
Al centro di Maidan, altre centinaia di lumini sono stati depositati alla base della colonna dell’Indipendenza. Sul lato opposto della strada, ora lasciato libero per il passaggio delle auto, era installato un grande palco sul quale si alternavano improbabili oratori, cantanti e politici che prendevano la parola aprendo i loro discorsi all’insegna di “Cristo è risorto, l’Ucraina è risorta”. Era il periodo della Pasqua ortodossa e a vegliare su di loro c’erano nelle retrovie le tonache nere di popi barbuti che già segnavano il territorio sognando un paese sulla “via della redenzione”.

 

La questione religiosa, una bomba a orologeria

Pur essendo rimasta sottotraccia, la questione religiosa è uno degli aspetti del rebus ucraino da non sottovalutare. Come in un effetto domino, Euromaidan è entrata a gamba tesa in una linea di faglia apertasi tempo fa e che periodicamente torna a vibrare senza mai sigillarsi del tutto. Una solida frattura, verrebbe da dire, le cui origini risalgono al 1596 e che ha portato l’Ucraina a essere un vero e proprio spartiacque religioso.
Con il sinodo di Brest si sancisce in quell’anno la riunificazione alla Chiesa di Roma di una parte dei cristiani d’Ucraina. È l’atto di nascita della cosiddetta Chiesa greco-cattolica, di rito bizantino, successivo alle vicende politiche che in quel tempo vedevano l’Ucraina far parte da poco meno di trent’anni della confederazione polacco-lituana, una sorta di commonwealth multiculturale che andava dal Baltico al Mar Nero. La scelta di tornare sotto le ali protettrici del cattolicesimo romano fu presa sia per fronteggiare la crisi dell’ortodossia ucraina, minacciata dalla forte espansione di movimenti calvinisti, sia per le temute mire egemoniche del neonato Patriarcato di Mosca istituito nel 1589. Quando, nel 1654, Kyiv e l’Ucraina orientale entrarono nell’orbita di influenza russa, tutti gli ortodossi passarono automaticamente sotto la giurisdizione religiosa moscovita.
link-prima-puntataIniziò così per gli “uniti” un periodo di pressioni e persecuzioni, particolarmente cruente sotto Caterina II, in modo da costringerli a ritornare sotto la sfera di influenza ortodossa. Nei secoli successivi – soprattutto dopo la spartizione della Polonia di fine ‘700 tra Prussia, Russia e Austria – lo spazio di libertà “greco-cattolico” si ridusse in Ucraina alla Galizia austro-ungarica. La situazione degli “uniati” – termine dispregiativo introdotto dalle gerarchie ortodosse per etichettare i “traditori” – peggiorò drasticamente quando la Galizia fu annessa dall’Unione Sovietica di Stalin. Il furbo dittatore georgiano, imparata la lezione della seconda guerra mondiale durante la quale capì l’importanza di avere il clero ortodosso dalla propria parte, decise nel 1946 di liquidare quella riottosa minoranza procedendo al forzoso scioglimento della loro chiesa.
Attraverso un concilio farlocco tenutosi a Lviv, l’Unione di Brest venne ufficialmente sciolta. I vescovi che rifiutarono di abiurare il cattolicesimo vennero arrestati e spediti nei gulag. I beni e le chiese furono sequestrati e incorporati al Patriarcato di Mosca. Tra i fedeli, che nel 1943 erano circa 4 milioni, ci fu chi si adeguò suo malgrado all’ortodossia e chi persistette a vivere la propria fede in clandestinità. Il risveglio nazionale dell’identità ucraina, il sentimento antirusso e l’appartenenza religiosa si sedimentarono così in un tutt’uno tra i gangli di un apparato sovietico repressivo.
Con la perestrojka e il crollo dell’URSS, si delinearono nuove geografie della fede e tutto venne rimesso in discussione. A ribollire questa volta fu l’intero universo ortodosso il quale, a pentola scoperchiata, ne uscì fortemente diviso. Dalla Chiesa Ortodossa Ucraina dipendente dal Patriarcato di Mosca si scissero due entità ben distinte: la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina e la Chiesa Ortodossa Ucraina facente capo al Patriarcato di Kyiv. La prima, di impronta nazionalista e fondata nel 1921, è stata ricostituita nel 1989 sulla spinta della numerosa diaspora ucraina emigrata negli Stati Uniti. La fondazione della seconda, anch’essa come la precedente non riconosciuta dall’ortodossia moscovita, risale invece al 1992 a seguito dell’indipendenza dell’Ucraina. Essa si distaccò sempre più dal Patriarcato di Mosca con l’attivismo del patriarca Filaret che vorrebbe oggi unificare tutte le chiese ortodosse ucraine con l’intento di scalzare definitivamente dal Paese lo scomodo patriarca russo.
Sulle oltre 21.000 comunità religiose che si contano oggi in Ucraina, escludendo le centinaia di gruppi protestanti, oltre il 50% fanno capo al Patriarcato di Mosca. Esse sono quelle più numerose in tutte le oblast a eccezione di quelle occidentali di Lviv, Ivano-Frankivsk e Ternopil’ nelle quali sono di gran lunga maggioritarie – nella prima addirittura sono 1538, il 60% del totale – quelle greco-cattoliche che, in tutta l’Ucraina, rappresentano il 17% del totale. Il Patriarcato di Kyiv conta oltre 4000 comunità, circa il 19%, concentrate soprattutto nell’Ucraina Centro Occidentale e numericamente meno consistenti nel sud e nell’est del paese. La Chiesa Autocefala Ucraina (6%) e quella Cattolica Romana (5%) sono le meno rappresentate.
Con un tale concentrato di gruppi religiosi l’Ucraina potrebbe ambire a essere la piattaforma mondiale del dialogo interreligioso. Eppure i semi della discordia gravidi di possibili conflitti sono sempre dietro l’angolo. I Balcani insegnano come l’arma della religione, abbinata alla rivendicazione di identità nazionali, sia capace di generare una diabolica miscela esplosiva in grado di seminare odio ed estremismo nei confronti del diverso. La rivoluzione di Piazza Maidan ha segnato un’altra tappa di uno scontro destinato a trascinarsi ancora nel tempo. In quest’ultimo anno tutte le chiese ucraine si sono espresse a favore dell’indivisibilità dello Stato dichiarandosi contrarie a qualsiasi forma di violenza. Ma dietro le voci piuttosto ovvie dell’ufficialità non mancano le differenti posizioni sull’argomento. Se per i circa cinque milioni di greco-cattolici e per le due chiese “scissioniste” – per le quali è presumibile pensare che nella stragrande maggioranza dei casi i fedeli abbiano appoggiato il cambiamento – Euromaidan ha segnato una favorevole ventata di novità, lo stesso non può certo dirsi per le gerarchie ortodosse “lealiste”, alle prese sia con gli umori dei propri fedeli sia soprattutto con l’aria che tira a Mosca.
Resta il fatto che la questione religiosa è una bomba a orologeria che, qualora esplodesse, porterebbe alla ridefinizione della geopolitica religiosa dell’Europa Orientale. In palio non c’è solo la questione mai risolta con i cattolici di rito bizantino, ma anche l’egemonia ortodossa tra gli slavi orientali e il prestigio del Patriarcato di Mosca. Perdere l’influenza su Kyiv significherebbe per quest’ultimo privarsi del luogo in cui si è plasmata la cristianità d’Oriente. Il tutto si mescola con suggestioni e visioni del futuro che vorrebbero la capitale russa come l’ultimo baluardo della cristianità. “Mosca è la Terza Roma e una quarta non ci sarà”, teorizzò Filofiej di Pskov, un misterioso monaco ortodosso vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.
Un idea, quella di Mosca come naturale erede dell’Impero d’Oriente, rafforzata da un fatto storico cruciale nella formazione della Russia moderna. Tra il 1462 e il 1505, sul trono del Principato di Moscovia sedette Ivan III il quale, oltre ad allargare considerevolmente i territori della nascente potenza russa proclamandosi czar (Cesare), sposò Zoe Paleologina – meglio nota nel mondo russo con il nome di Sofia – nipote dell’ultimo imperatore di quella Costantinopoli caduta da pochi anni nelle mani dei turchi musulmani. Da quel momento il potere all’interno del giovane e ambizioso stato moscovita, che fece proprio anche l’antico stemma imperiale bizantino dell’aquila bicipite, venne gestito in simbiosi dallo Zar e dal Patriarca di turno secondo una visione del mondo che metteva Mosca al centro dell’impero universale ortodosso esattamente come lo era prima Bisanzio.
La rivoluzione del 1917 offuscò temporaneamente questo “divin connubio” senza riuscire a spezzarlo definitivamente. Nel 1943 Stalin, in accordo con l’allora patriarca Aleksij I, parlava addirittura della necessità di dare vita a un “Vaticano ortodosso”. Può allora la “Terza Roma” privarsi del luogo dove avvenne la primordiale iniziazione? Perdere totalmente il controllo su una Kyiv che politicamente parlando è oggi lontana anni luce da Mosca, con tutto il corollario di significati che ne potrebbe conseguire, significherebbe mettere a repentaglio quella plurisecolare alleanza di origine imperiale.
Un patto di ferro che lo “zar” Vladimir Putin, da abile prestigiatore qual è, ha pensato bene di rinsaldare nel suo operato cercando spesso e volentieri la “benedizione” dell’influente patriarca Kirill, in modo da legittimare il suo ruolo guida di una nazione che egli ama raccontare come circondata da nemici che vogliono renderla impotente. Vi è forse modo migliore per compattare attorno a sé un popolo tenace che come pochi altri è in grado di fare cerchio e soffrire per andare oltre le difficoltà? Dai tempi di Napoleone l’Occidente eurocentrico, oggi come ieri impegnato spesso a trastullarsi guardandosi l’ombelico, sembra aver fatto ben pochi passi avanti nella comprensione di un mondo, quello russo, che per certi versi gli è ancora sconosciuto. Se avesse imparato qualcosa, avrebbe forse intuito che castigando la Russia a colpi di sanzioni, portandola ad una grave crisi economica, si sarebbe arrivati al risultato, contrario alle aspettative, di creare malcontento tra la popolazione. Quest’ultima si è invece radunata attorno alla figura del presidente-capo il quale – avendo avuto gioco facile, e qualche buona ragione, nell’agitare lo spettro del nemico esterno – ha rafforzato enormemente la propria leadership mettendo a zittire nel contempo qualsiasi opposizione interna; che, si sa, passa in secondo piano, fin quasi a scomparire, quando a essere in pericolo è la vocazione messianica di una Russia che nel profondo resta pur sempre una potenza con ambizioni imperiali.

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Ma tra il Donez e il Don resta la guerra

Da Maidan Nezalezhnosti, in una manciata di minuti a piedi, raggiungo le piacevoli colline che circondano dall’alto la città. In cima a una di esse, oltrepassato l’ampio arco del monumento d’epoca sovietica dedicato all’amicizia delle nazioni, una terrazza panoramica si apre tra le fronde spoglie degli alberi su quello che forse è lo scorcio più bello di Kyiv: il Dnipro che lambisce il fondovalle, svoltando verso sud fino a formare un’ampia ansa trasformata dal ghiaccio in una lastra bianca semovente. Laggiù, più di duemila anni fa, si stendevano “i pascoli più belli e ubertosi, una grande abbondanza di pesce delle migliori qualità, le acque più buone a bersi, chiare e limpide a differenza di quelle degli altri fiumi della regione”. Erodoto (allora il Dnipro si chiamava Borysthenes), racconta anche che “lungo le sue rive si fanno i raccolti più ricchi, e dove non si semina il grano l’erba cresce altissima”. Oggi, dove un tempo sorgeva il porto, si intravede appena il raffinato quartiere di Podil con i suoi locali, la via degli artisti, la casa di Bulgakov, il caratteristico Museo di una Strada, le cupole della bellissima cattedrale di S.Andrea.
Attraverso un ponte in legno e seguo dall’alto la linea del fiume. Mi aggiro tra i viottoli dei parchi fino ad arrivare, una volta superato l’edificio del parlamento, al palazzo Mariynskyi. In corrispondenza del luogo che fu teatro della precipitosa fuga di Viktor Yanukovich, è stato montato a perenne ricordo un cannocchiale rivolto in basso verso la strada che lo vide scappare.
Non lontano da lì, poco prima del monastero delle grotte, si trova il grande monumento ai soldati caduti per liberare la città dai nazisti nel dicembre del 1943. Alla sua base arde imperterrita la “fiamma della gloria eterna” con le sue sporadiche vampate di calore che rasentano l’aria. È qui che nel 1973 si fermò per qualche istante Mario Rigoni Stern durante il suo personale Ritorno sul Don. Lo scrittore di Asiago, che visse in prima persona la drammatica esperienza della ritirata di Russia, fu talmente sollevato da quel viaggio che nel penultimo capoverso del suo libro scrisse queste parole: “Ecco, sono ritornato a casa ancora una volta; ma ora so che laggiù, quello tra il Donetz e il Don, è diventato il posto più tranquillo del mondo. C’è una grande pace, un grande silenzio, un’infinita dolcezza”.
Ora, lungo il Donetz, tutto è finito. Niente più pace, né silenzio, né dolcezza; ma solo guerra, rumore, amarezza.

 

N O T E

1) Con questo nome venivano chiamati gli ex atleti ingaggiati dai politici influenti del governo per provocare risse e aggredire gli oppositori.
2) Holodomor (morte per fame) è la carestia abbattutasi sull’Ucraina tra il 1929 e il 1933 che fece milioni di vittime. È considerata dalle organizzazioni internazionali un crimine contro l’umanità, attribuibile alle politiche dell’Unione Sovietica.

 

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