I murales sardi

Filed in autonomismo, etnismo, italia, sardi by del 29/01/1981

La rabbia secolare di un popolo colonizzato e sfruttato. Intervista a Pinuccio Sciola


“La Sardegna che io sento non è la Sardegna geografica e poe­tica dei monti scoscesi e dei boschi di quercie, l’isola del lentisco e dell’asfodelo, ma la dura terra dei contadini, dei pastori, dei minatori e degli operai, la Sardegna del multi­forme lavoro”.
E. Lussu – 1944

I  primi muri dipinti sono firmati da Liliana Canu ed Aligi Sassu, che af­fresca la scuola elementare di Thiesi con le scene dei moti angioini alla fine degli anni ’50: ma il muralismo sardo nasce con il maggio ’68, come gioio­sa comunicazione dell’immaginazio­ne al potere, come strumento di con­troinformazione e di denuncia del malessere e dello sfruttamento del popolo sardo.

“Vogliamo parlare dei nostri paesi abbandonati, della miseria delle no­stre regioni, della rapina delle nostre coste, della distruzione delle nostre montagne. Vogliamo parlare del no­stro paese trasformato in polveriera atomica e portaerei mediterranea, della nostra cultura trasformata in becero folclore per i pescecani che passano le vacanze sulle nostre co­ste”(1).

Al muralismo approda Pinuccio Sciola che scopre in un viaggio in Messico gli ormai affermati Siqueiros e Orozco; quest’ultimo afferma: “La pittura murale è la forma più alta, logica e la più antica: è anche la più disinteressata, perchè non può essere convertita in oggetto di lucro perso­nale, né nascosta a beneficio di alcu­ni privilegiati. Essa è per il popolo, è per tutti”.

II paese natale di Sciola – S. Spe­rate – diventa fin dal ’68 luogo di incontro e di dibattito con la presenza dei muralisti sud-americani, centro di diffusione del muralismo. Alla fine del ’70 più di 50 comuni risultano coinvolti in questa esperienza: Diego Asproni lavora a Bitti, Elisabetta Carboni a Nuoro, Antioco Cetza a Villamar, Adriano Putzelu a Serramanna, “Billo” ed un collettivo di giovani pittori ad Ovodda, France­sco del Casino con Vincenzo Floris e Pasquale Buesca ad Orgosolo. Orgosolo è nel ’68 un centro di resi­stenza culturale e politica; il “Circo­lo di Orgosolo”, nato nel ’67 organiz­za una mobilitazione contro il proget­to italiano di trasformare 366.000 et­tari di bosco e pascoli in “Parco Na­zionale del Gennargentu”.

Era previ­sta nel progetto la “zona 1) di inse­diamento turistico e riordinamento urbanistico, la zona 2) di riserva naturale guidata, la zona 3) di riserva integrale”.

Gli orgolesi condannano la logica da riserva indiana che anima il disegno: dall’11 al 14 novembre ’68 si occupa il Comune e si denuncia l’assenza di dibattito con la popola­zione interessata, la trasformazione dei pascoli in luogo di svago per i ricchi continentali, il tentativo di “li­quidare quella parte della popolazio­ne più combattiva che rifiuta l’integrazione capitalista”. “Prima dei mu­floni salvate gli uomini… il significa­to nascosto del piano: esso è una manovra attuata dai dirigenti locali per accontentare le esigenze del capi­talismo italiano ed europeo; esso è un aspetto di un più ampio programma che tende a fare dell’intera isola una riserva per i padroni dell’indu­stria”. (2)

Dal 19 al 25 giugno del ’69 un’altra lotta: la popolazione di Orgosolo si trasferisce in massa tra i pascoli di Pratobello – destinati a poligono di tiro per le artiglierie – schierandosi contro un forte contingente di baschi blu. Dai manifesti per queste lotte nascono le idee per i primi murales: nell’agosto dei ’70 il gruppo anarchi­co di teatro Dionisio di Milano dipin­ge i primi murales in corso Repubbli­ca. Francesco del Casino, autore di gran parte dei manifesti per le lotte ci dice: “Non hanno avuto nessun se­guito, in quanto erano frutto di un’e­sperienza sporadica e del tutto ester­na alla realtà del paese. Nel ’75 per evitare la solita burocratica comme­morazione della resistenza, noi inse­gnanti di educazione artistica demmo il nostro contributo eseguendo circa 200 manifesti (uno diverso dall’al­tro) fatti dai ragazzi ed ispirati sem­pre alla resistenza antifascista vec­chia e nuova. Fu in questa occasione che si decise di abbattere la barriera che divide la scuola dal sociale, ese­guendo alcuni murales per la via centrale del paese… questo fu l’inizio di una attività autonoma di intervento politico in appoggio alle lotte antifa­sciste ed antimperialiste ed alle lotte operaie e studentesche”.

Il manifesto di lotta per Pratobello prodotto dal Circolo Giovanile di Orgosolo duran­te la lotta è riprodotto come murales dagli alunni della I° media: a parte è riportata una composizione del poeta orgolese Peppino Marotto: “Sos poliziottos cun mitras in manu – chirchian sa lotta de firmare – ma muttian e currian invanu”. Un’altro murale, sempre dipinto da­gli allievi della scuola media sul muro del bar Sisinnio denuncia la “legge delle chiudende”, imposta dai pie­montesi nel 1821 e che introduce la proprietà privata dei pascoli, da sem­pre divisi comunitariamente. Accom­pagna il disegno la poesia “Tancas serradas a muru – fattas a s’afferra afferra – si lu chelu fit in terra – boserrazis cussus puru” (terre chiuse con muri – fatte a chi può più arraffare – se il cielo fosse stato in terra – avrebbero chiuso anche lui).

I murales di Pasquale Buesca denun­ciano i mali secolari che affliggono l’isola: la siccità che colpisce gli animali ed i pascoli, la galera e l’emigrazione. Una poesia ancora accompagna la pittura: “Torneremo tutti insieme un giorno / 500.000 urla come un sol urlo, squarceranno il muto cielo della Sardegna”. Altri murales commemorano figure eroi­che della resistenza sarda: lo scono­sciuto rivoluzionario G.M. Angioy che capeggiò un esercito di pastori e contadini in marcia da Sassari verso le guarnigioni di Cagliari (1796) e che morì esule a Parigi. Diversi mu­rales ricordano la prestigiosa figura di Lussu, padre del sardismo e pro­pugnatore dell’autonomia dell’isola.

I murales che decorano la parete la­terale della biblioteca d’Orgosolo di­segnano Lussu tra i suoi contadini con alle spalle la bandiera sardista dei quattro mori (ne è autore Vincen­zo Floris). Una serie dipinta da Francesco del Casino ed ancora dagli allievi della scuola media ricordano il calvario della Brigata Sassari nella Ia guerra mondiale, la fondazione del movimento sardista, la militanza so­cialista ed il telegramma che Lussu spedì alla popolazione di Orgosolo per la lotta di Pratobello.

Da Orgosolo, altro centro di diffu­sione, i murales si espandono a tutta la Barbagia. La Barbagia è ancor oggi la parte più selvaggia e sconosciuta della Sardegna. La cultura barbaricina conserva l’istituzione della grande famiglia pastorale s’erreu, autosuffi­ciente, con a capo su mannu, il padre anziano che amministra i beni e diri­ge il lavoro. La pastorizia è l’occupa­zione da cui è dipesa per secoli la sopravvivenza dei barbaricini: l’enor­me miseria che si veniva a creare per una epidemia o per le inclemenze del tempo ( siccità, gelate) costringeva i pastori alla bardana, una razzia isti­tuzionalizzata ai danni dei prinzipales della pianura. L’abigeato costrui­va lunghe catene di vendette, re­clamate dai canti funebri, gli attitu tra i quali: “Ohi fizoz meos caros – pranghidelu’e tottu – leades s’iscupeta chi b’arra a babbu mortu” (o figli miei cari, piangetelo tutti, pren­dete il fucile che vi hanno ucciso il babbo). Un mondo non del tutto scomparso. I murales traducono le angosce e la disperazione delle lun­ghe latitanze ( la vita stessa del pasto­re era un’eterna latitanza), i lunghi isolamenti, la fatica e la fame, ma reclamano anche una trasformazione dei rapporti sociali nell’isola. Da poco sono comparsi anche murales femministi: tra questi quello in corso Repubblica, ad Orgosolo dove la scritta: “Donne unite per l’emanci­pazione e la liberazione e una parità reale nella famiglia e nel mondo del lavoro” è unita al ricordo del lontano 8 marzo 1908 in cui morirono a New York molte donne rinchiuse in fabbri­ca. Le donne sarde rifiutano su ziu il marito scelto dalle famiglie ed i modi di obbedienza e di dipendenza all’interno della famiglia. Nell’Ogliastra e nel Campidano si aggiungono tema­tiche sardiste: la pittura racconta la violenza degli insediamenti industriali “corpi anomali, castelli di salvez­za, presto trasformati in bubboni in­fetti, che ammorbano la vita del pae­se” (Ottana, Sarroch). Raccontano la violenza dell’acculturazione della scuola italiana che ha sempre accolto con la presunzione della supremazia culturale il mondo di conoscenza del pastore, le sue espressioni musicali, la sua poesia e la sua lingua.

“La scuola imposta ai sardi, mentre abbonda di studi sui maggiori e mino­ri poeti ed artisti italiani, non ci fa conoscere quasi nulla della geografia fisica ed economica della nostra Iso­la e così pure ci lascia nella totale ignoranza della nostra storia. Nelle università sarde mancano cattedre di lingua e letteratura sarda”. (3) Al desiderio di rinsaldare la propria cultura si affianca la denuncia contro il mare di cemento dei paradisi di plastica dei villaggi turistici costieri, le montagne di rifiuti e scarichi delle industrie, gli incendi dolosi per estor­cere licenze edilizie su terreni tutela­ti, frettolosi rimboschimenti con va­rietà esotiche (cedri del Libano, pini australiani) che creano ambienti arti­ficiosi ed ibridi. Il pittore di Carbo­nia. Gigi Taras, ha dipinto sui muri del mercato di Terralba (Oristano) il dramma di una ipotetica esplosione nucleare (in Sardegna esistono una ventina di basi N.A.T.O. con i relati­vi depositi di munizioni, carburanti, arsenali e batterie). Ci dice: “Il mu­rale cerca di sintetizzare e simboli­camente denuncia l’atteggiamento passivo della nostra gente nei con­fronti delle varie forme di colonizza­zione via via imposte dall’esterno… il ritratto di una società resa passiva ri­spetto alle scelte del potere. Una di tali scelte è rappresentata appunto dal reattore nucleare che può esplo­dere e determinare morte e distruzio­ne”. Taras prosegue: “Si può dire che il muralismo sardo sta entrando nella sua seconda e più importante fase… abbandoniamo allora la superficiali­tà, le incrostazioni folkloristiche, le mode e costruiamo una linea espres­siva veramente nostra, aderente ai nostri problemi e ben connessa con il nostro bagaglio culturale origina­rio”. (4)

I  murales entrano nel mondo della scuola, con la sensibilizzazione degli insegnanti di educazione artistica, con l’istituzione di corsi di aggiorna­mento, con l’incontro dei pittori con gli alunni. Pinuccio Sciola prepara le basi per la prima scuola di muralismo in Sardegna (ed in Europa) e ipotizza la diffusione di audiovisivi e testi scolastici, che possano avvicinare i ragazzi al linguaggio ed alle tecniche delle pitture. Maria Francesca Far­ris, una scolara di Tortoli, scrive ad un giornale (5): “Da parte mia dico che anche noi ragazzini dovremmo seguire l’esempio dei muralisti per­ché le loro idee sono molto belle e si ispirano all’ideale della libertà giu­sta. La cosa più importante è che i nostri sentimenti espressi attraverso la pittura non verranno mai cancella­ti da coloro che la pensano come noi. Tra i tanti modi di parlare e di espri­mersi, aiutarci, questo è uno dei più belli”.

NOTE

(1) dalla rivista “Ajò”- Anno I/n° 1 marzo 1980.
(2) dalla relazione al pubblico dibattito di Baunici 14/5/1969.
(3) da: “Fikide-Est arveskendhe…”/Frantene pros’indhipendhentzia de sa Sardinia-Bennarzu 1979.
(4) intervista per “Sa republica sarda”.
(5) da “Su populu sardu”- istiu 1979.

 

 

“Ci hanno denunciati”

Pinuccio Sciola è nato a S. Sperate (Cagliari) il 15-3-1942, dove risiede e lavora; fino a 18 anni aiuta la famiglia contadina, nel ’59 riceve una borsa di studio e frequenta il liceo artistico di Cagliari; poi frequenta il magistero a Firenze e con nuove borse di studio si perfeziona a Salisburgo e a Madrid. È in Messico nel 1973 dove conosce i muralisti locali: è invitato nel ’76 alla Biennale di Venezia; realizza sculture per la Sardegna, il Belgio e la Germania; espone a Barcellona, Città del Messico, Stoccarda. È promotore dal ’68 del movimento dei muralisti di S. Sperate, animatore di un corso professionale per la lavorazione della pietra ed ancora promotore della proposta popolare di raccolta di firme per il bilinguismo. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Nel mio ultimo viaggio ad Orgosolo ho visto murales cancellati e danneggiati: credi che il muralismo sardo sia in decadenza?

No, assolutamente; viviamo un momento di grande riflessione ed anche qui a S. Sperate vogliamo valutare meglio questa nostra attività, sia per produrre lavori più seri sia per poter affrontare la reazione delle amministrazioni e dei carabinieri. Per anni ci siamo lasciati trascinare dall’entusiasmo e dalla spontaneità: noi lavoriamo dal ’68 e per anni non siamo riusciti ad incontrarci. Finalmente ci siamo riuniti per due volte a Bauladu, tra muralisti del Sassarese, del Nuorese, del Campidano e stiamo organizzando un convegno per primavera.

Parlavi di difficoltà con le autorità pubbliche…

Proprio ora ho ricevuto un mandato di comparizione da parte della procura di Nuoro, che contesta a me, a Francesco del Casino (muralista d’Orgosolo) e ad altri il reato di “aver concorso tra di loro ed aver danneggiato la facciata dello stabile di Delogu Giancarlo ed Annalisa…” eseguendo un murale. A Laconi da un precedente processo siamo stati assolti pienamente con l’aiuto anche del sopraintendente alle Belle Arti di Sassari che affermava che i murales non danneggiano il paesaggio, ma sono forme artistiche da agevolare. La sentenza è stata impugnata; in appello a Cagliari siamo stati assolti, però non è finita perché il procuratore la sta mandando in Cassazione. Ma questa nuova denuncia mi ha sorpreso, perché risale al 1977 e ricordo perfettamente il giorno in cui abbiamo fatto il murales: sono passati un casino di volte carabinieri e poliziotti e non avevano nulla da dire. In questo mandato di comparizione mi si dice che il reato si è estinto per amnistia, però non accetto questa soluzione…

Vi fate pagare i murales, avete dei finanziamenti?

Nella nostra ultima riunione c’era chi proponeva “tentiamo di farci pagare” ed altri che sostenevano che il muralismo è un fatto politico e non si poteva chiedere nient’altro che la libertà di illustrare la nostra idea. Io insisto che la nostra attività è in più un fatto artistico; oltre il contenuto nel murale dobbiamo tenere presente anche la relazione con l’ambiente, i muri delle case vicine e la gente che lo osserva. Tutto questo per farne solo un manifesto politico.

Dai primi murales di S. Sperate (1968) ai primi d’Orgosolo (1970) che maturavano le esperienze messicane e cilene ed illustravano le tematiche sessantottesche, la diffusione di murales con i nuovi contenuti sardisti è stata sorprendente. Credi che si possa parlare della nascita di un movimento di muralisti sardi?

Anche con le differenze che esistono tra centro e centro e tra gruppi di lavoro, sostengo che ci troviamo di fronte ad un importante movimento. Anche se non conosciamo tutti quelli che operano nell’area del muralismo, tutti però si ritrovano nell’area sardista. I problemi affrontati dal muralismo sono i temi della nostra Sardegna: politici, sociali, linguistici ed economici. Ora è il momento di incontrarci e di scambiare le nostre esperienze, insisto che deve essere ora perché abbiamo molto materiale. Pensavo di organizzare una scuola di muralismo: dobbiamo cercare di fare delle pubblicazioni che raggiungano le scuole. Solo con momenti di riflessione e di studio, con gli scritti potranno consolidarsi queste nostre esperienze.

Come pensi di operare nelle strutture scolastiche?

Io so che qui in Sardegna non c’è insegnante di educazione artistica che non abbia presente il problema dei murales: ma ancora molta gente non ne sa niente. Ti dicevo che pensavamo di fare delle pubblicazioni che potrebbero diventare dei testi scolastici e di sensibilizzare i bambini divulgando diapositive e filmati sul muralismo. Di fatto non siamo riusciti a raccogliere i fondi per questa iniziativa. Ho fatto inoltre diversi corsi di aggiornamento per insegnanti elementari, e molte lezioni vertevano sul muralismo, su come coinvolgere i bambini.

Ai giovani muralisti cosa consigli e che previsioni fai per il futuro?

Soprattutto per chi voglia esprimersi con questo strumento suggerisco di non continuare così come è stato fatto per anni; chi vuole affrontare un muro, deve sapere cosa fare e non può improvvisare. Deve acquisire professionalità – altrimenti può dipingere i muri di casa sua, ma non sputtanarsi così, sputtanare il muro e la gente. Insisto, e lo dico agli altri muralisti, che dobbiamo lavorare nel modo più serio possibile. Vorremmo organizzare un convegno per pubblicizzare al massimo il muralismo sardo e per conoscere tutti quelli che operano nell’area della Sardegna. È probabile che si possa chiedere molto… proprio in questi giorni è in discussione a livello regionale il problema del bilinguismo che è nato anche dalle nostre esperienze.

I.B.

 

 

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