Il Covid-19 nelle Andamane: una lotta per la sopravvivenza dei gruppi indigeni

Non sembra placarsi l’ondata infettiva del Covid-19 il cui numero di contagi in alcune aree ha continuato a crescere anche nel corso dell’estate, non limitandosi, come nelle primissime fasi dell’epidemia, a una diffusione a macchia d’olio in aree fortemente urbanizzate e densamente popolate, ma raggiungendo anche territori isolati e lontani dai grandi centri di gravitazione dove vivono popoli cosiddetti “incontattati”.
Queste situazioni costituiscono serie criticità dal momento che si tratta di diversi gruppi etnici già a rischio estinzione, il cui isolamento – in alcuni casi secolare con contatti limitatissimi o inesistenti con l’esterno – non ha permesso di sviluppare adeguate difese immunitarie: la propagazione incontrollata del coronavirus nei loro territori potrebbe annientarli definitivamente. Da questo punto di vista, il contesto più drammatico risulta ancora quello sudamericano con particolare preoccupazione per le tribù amazzoniche come gli arara 1) e gli yanomami, questi ultimi gravemente danneggiati dalla scellerata politica del presidente Bolsonaro nei confronti dei popoli autoctoni. Numerosi casi si sono verificati anche all’interno di gruppi indigeni di Perù ed Ecuador.
Nello scorso mese di agosto, tuttavia, la situazione è vertiginosamente peggiorata anche in Asia, con l’India che dopo gli Stati Uniti è ora il secondo Paese al mondo per numero contagi (oltre 6 milioni) e per numero di decessi (oltre 95mila). Il virus ha raggiunto e colpito anche i gruppi autoctoni delle Andamane, un arcipelago di 576 isole e circa 400mila abitanti situato nella parte meridionale del Golfo del Bengala e amministrativamente appartenente all’India. Il primo vero allarme si è verificato tra luglio e agosto, quando sono stati scoperti 6 casi di contagio tra i membri della tribù dei grandi andamanesi che si erano recati per lavori governativi a Port Blair, capoluogo del distretto di Andaman Meridionale, nel territorio federato delle Andamane e Nicobare. 2)
In tutto il territorio i casi documentati sono 3794 con 53 morti; il vero pericolo però è rappresentato dagli individui risultati positivi appartenenti ai gruppi indigeni. I grandi andamanesi infatti costituiscono un piccolissimo gruppo di superstiti che si aggira, secondo le diverse fonti, tra le 53 e le 56 unità. Originari dell’Africa, i loro antenati raggiunsero e si stabilirono al largo delle coste dell’India 70 mila anni fa: inizialmente si trattava di 10 tribù – ciascuna composta da un numero variabile tra i 200 e i 700 membri differenziate in base al linguaggio – le principali essendo jeru, bo, khora, pucikwar e bea.
Il primo insediamento europeo risale al 1788, ma la vera colonizzazione britannica iniziò a partire dal 1858 allorché gli inglesi approdarono sulle isole e procedettero a una rapida annessione territoriale. Molti andamanesi trovarono la morte provando a difendere i loro villaggi, nonostante non ci fosse partita a causa di un’evidente superiorità militare e organizzativa europea. I grandi andamanesi – circa 5000 prima dell’avvento inglese – andarono incontro, come molti altri popoli brutalmente conquistati, a una storia di violenze, soprusi e morte che li vide decimati fino quasi a scomparire. Le pesanti conseguenze della crudele dominazione britannica si sono riflesse sugli autoctoni nella forma delle malattie importate dai coloni quali la tubercolosi, la diffusione dell’alcolismo, terribili epidemie di morbillo, sifilide e influenza che hanno falcidiato il gruppo etnico.
Nel 1970 il governo indiano decise di trasferire la cinquantina di superstiti sulla piccola Strait Island, al largo della costa orientale di Baratang, dove vivono in totale dipendenza dal governo centrale regionale in materia di vitto, alloggi e anche vestiario. Continuano a persistere malattie croniche come la tubercolosi e piaghe sociali come l’alcolismo, fattori che rendono i grandi andamanesi soggetti ancora più a rischio in caso di contagio da Covid-19. La malattia è ritenuta potenzialmente fatale per l’esistenza di gruppo dal momento che ci troviamo di fronte a una comunità che ha pochi contatti con l’esterno e i membri non posseggono adeguate difese immunitarie.
Tuttavia, rispetto ad altre comunità indigene della regione, i grandi andamanesi non vivono in modo completamente isolato ma hanno limitati contatti con l’esterno: alcuni individui lavorano in altre isole vicine dell’arcipelago, e proprio qui sta la genesi del contagio. Dopo i primi casi a fine agosto sono risultati positivi altri membri dell’etnia, che lamenta ora più di 10 contagiati. Un contingente di funzionari sanitari ha raggiunto Strait Island sottoponendo gli indigeni ai test necessari a verificare l’eventuale contagio: almeno altri 4 membri hanno contratto il coronavirus e, stando a quanto affermato da Avijit Ray, funzionario sanitario responsabile della gestione delle malattie, sarebbero stati trasportati in ospedale. Le ultime non rassicuranti notizie parlano di 11 membri contagiati, di cui probabilmente 3 guariti e dimessi, e 8 ancora ricoverati.
Conferme a riguardo giungono anche da Survival International, l’organizzazione che difende la vita e i diritti dei popoli indigeni e delle tribù incontattate di tutto il pianeta; tramite le dichiarazioni della ricercatrice Sophie Grig, Survival riferisce di 11 casi accertati, aggiungendo che si tratta di una notizia devastante: se il contagio si diffondesse in tutta la comunità, le conseguenze potrebbero risultare nefaste per i grandi andamanesi. Grig ha sottolineato come già in passato le epidemie abbiano decimato questo popolo, e di fronte a una pandemia così letale a livello mondiale i danni potrebbero farsi irreparabili. Per tale ragione la studiosa auspica, come noi tutti, una presa di coscienza della situazione da parte delle autorità locali, finora molto riservate sull’argomento, che devono adesso attuare misure rigide per impedire la propagazione del virus ad altri andamanesi e proteggere i luoghi dell’arcipelago in cui vivono altri gruppi etnici a rischio estinzione.
L’esponente di Survival ha accennato anche al fatto che tra i contagiati vi sarebbe il figlio minore di Licho, l’ultima persona in grado di parlare la lingua sare dei grandi andamanesi, venuta a mancare nell’aprile 2020 a causa di gravi patologie di salute protrattesi per diversi anni, tra cui problemi cardiaci e soprattutto la tubercolosi cronica. L’idioma cari (conosciuto oggi come sare) apparteneva al gruppo settentrionale delle lingue grandi andamanesi, e fino al XIX secolo era parlato principalmente sulla costa nord di Andaman Settentrionale, a Landfall Island e in altre isolette vicine: dal 1994 le uniche due donne superstiti risiedevano a Strait Island.
Per gestire l’emergenza Covid le autorità delle Andamane hanno creato reparti in due ospedali e tre centri medici esclusivamente dedicati a curare i contagiati. Tuttavia, malgrado l’impegno sanitario-assistenziale, il tutto non è stato coadiuvato da altrettanta attenzione alle misure preventive per tutelare gli altri gruppi etnici locali. In quest’ottica va giustamente inteso l’accorato e deciso appello di Sophie Grig, essendo forte il timore che l’epidemia possa diffondersi tra altre tribù (e alcuni contagi sono purtroppo già un dato di fatto).

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Donna jarawa (© Survival).

A inizio settembre è stato reso noto che 5 membri del personale assistenziale che lavora con gli jarawa erano risultati positivi al coronavirus. Gli jarawa sono un gruppo etnico di cacciatori-raccoglitori stanziati sulla costa occidentale delle isole Andaman Centrale e Andaman Meridionale. Probabilmente anche loro giunti sulle isole circa 60 mila anni fa dall’Africa, hanno avuto contatti pacifici con l’ambiente esterno solamente a partire dal 1998: a causa di questo secolare isolamento, e già pesantemente indeboliti da due epidemie di morbillo che li hanno ridotti a meno di 400 individui, corrono un grave rischio nel caso la malattia dovesse penetrare all’interno della loro tribù.
La loro situazione non è per niente semplice: sono infatti tristemente noti alle cronache per la vergognosa pratica dei safari umani, dove la… fauna da fotografare sono gli autoctoni stessi. Migliaia di turisti percorrono ogni anno la Andaman Trunk Road, la strada che attraversa illegalmente la foresta in cui risiedono gli jarawa, attuando il più delle volte comportamenti beceri come nel peggiore dei parchi zoologici: nel 2010 la stessa Survival aveva denunciato il fenomeno invitando i “turisti” a non recarsi nell’area e chiedendo la definitiva chiusura della strada, che invece risulta ancora accessibile. In questa particolare occasione le autorità hanno provato a proteggere gli jarawa limitando il traffico lungo la strada e informando gli indigeni dei pericoli legati al Covid. Purtroppo però l’etnia continua a essere in serio pericolo a causa del personale sanitario, che sembra non essere stato posto correttamente in quarantena, e soprattutto dei bracconieri, i quali continuano a invadere il territorio addentrandosi nella foresta per rubare animali esotici dai quali dipende il fabbisogno e la conseguente sopravvivenza degli indigeni, e rischiando così di introdurvi il virus.
Mercoledì 19 agosto, 8 pescatori sono stati arrestati per essere entrati illegalmente nella riserva del territorio tribale degli jarawa: gli uomini si trovavano a bordo di una piccola barca intenti a pescare.

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Gruppo di sentinelesi sulla spiaggia di North Sentinel (© Christian Caron – Creative Commons A-NC-SA).

Ancora più drammatici sarebbero gli effetti se il coronavirus raggiungesse l’isola di North Sentinel, dimora del popolo incontattato dei sentinelesi: si tratta di quella che giornalisticamente viene spesso definita come “la tribù più isolata del pianeta”, dal momento che nel corso dei secoli non solo ha strenuamente rifiutato qualsiasi contatto con l’esterno, ma ha anche difeso con la forza la propria isola scacciando quasi tutte le persone che hanno provato ad avvicinarsi. Essi non hanno contatti umani da decenni e hanno rifiutato qualsivoglia aiuto anche dopo il terribile tsunami che ha colpito l’Oceano Indiano nel dicembre 2004, attaccando a colpi di freccia l’elicottero del governo indiano che voleva controllarne lo stato di salute.
Questa condizione, ancor più rispetto agli altri gruppi, comporta una gravissima fragilità del loro sistema immunitario per il quale le più semplici malattie sono sconosciute: se l’introduzione di microbi e batteri comuni potrebbe essere fatale, figuriamoci un virus pandemico. È quindi fondamentale, in questo periodo, evitare qualsiasi contatto. I sentinelesi hanno più volte palesemente manifestato la volontà di essere lasciati in pace: per questo motivo il governo indiano ha imposto la totale interdizione dell’isola con l’aggiunta di un decreto che obbliga a mantenersi ad almeno a 5 km dalla costa. Nonostante i sacrosanti divieti, alcuni cacciatori di frodo si recano nel braccio di mare di fronte a North Sentinel per pescare aragoste illegalmente. Le violazioni non sono rare, come accadde due anni fa quando alcuni dei soliti pescatori accompagnarono il 27enne John Allen Chau, predicatore religioso statunitense, nei pressi dell’isola. Il “missionario” voleva convertire i sentinelesi: non appena mise piede sulla spiaggia, venne raggiunto da un nugolo di frecce e ucciso. Pur sapendo ormai tutti che i sentinelesi sono perfettamente in grado di badare a loro stessi e alla difesa del loro territorio, è doveroso che le autorità locali, come per gli jarawa, si impegnino al massimo e garantiscano la salvaguardia degli habitat indigeni, pattugliando efficacemente le coste e facendo in modo che nessuno entri nei loro territori senza consenso. Il Covid-19 ha infatti messo in ginocchio società ben organizzate e strutturate, e causerebbe danni ancora maggiori, probabilmente irreparabili, se si propagasse nel cuore di queste comunità. È pertanto compito di tutti noi, anche nel nostro piccolo, mantenere viva l’attenzione su queste situazioni delicate e potenzialmente disastrose, sollecitando le autorità affinché impediscano il libero accesso ai territori indigeni, in particolare quelli dei gruppi incontattati. In caso contrario, purtroppo, potremmo assistere all’ennesima catastrofe etnica.

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Uomo sentinelese immortalato mentre scaglia frecce contro un elicottero che sorvola l’isola (© Indian Coastguard/Survival).

 

N O T E

1) Gli arara sono un gruppo etnico dell’Amazzonia brasiliana che vive nello Stato di Parà e conta poco più di 400 membri, distribuiti in tre o quattro diversi villaggi. La maggior parte vive all’interno del Territorio Indigeno Arara nei pressi del torrente Laranjal; un piccolo contingente è invece stato trasferito in un’altra località gestita dal FUNAI formando un nuovo nucleo abitativo. Il sottogruppo maggiormente isolato e purtroppo più colpito dal coronavirus è quello stanziato in un villaggio vicino al torrente Cachoeira Seca sul fiume Iriri, nel Territorio Indigeno di Cachoeira Seca do Iriri. Gli arara parlano la lingua omonima (appartenente alla famiglia linguistica caribe), hanno uno stile di vita nomade e professano l’animismo.
2) L’India è una repubblica parlamentare federale costituita da 29 Stati Federati e 7 Territori dell’Unione, ognuno con parlamenti e governi autonomi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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