Tra le innumerevoli esecuzioni capitali operate dal regime teocratico iraniano contro oppositori in genere, e i curdi in particolare, nel gennaio 2018 aveva suscitato un certo scalpore – almeno a livello mediatico – quella di Hekmat Damir. Accusato di “terrorismo” in quanto militante dell’organizzazione Pejak, questo curdo di origine turca era stato impiccato a Khoy, un carcere della provincia iraniana dell’Azerbaijan occidentale. Gravemente ferito, paralizzato a entrambe le gambe, era stato trasportato sul luogo dell’esecuzione e qui, ancora sulla barella, il boia gli aveva infilato il cappio al collo. Poi, come di regola, la gru aveva iniziato a sollevarlo nel vuoto. Per chi ama analogie e coincidenze, il macabro evento ricordava l’esecuzione di James Connolly (fondatore dell’Irish Citizen Army) nel 1916. Non potendosi reggere in piedi a causa delle ferite, l’esponente repubblicano irlandese venne legato a una sedia e così giustiziato.


Rilevare che in Iran da anni è normale amministrazione ricorrere alla pena di morte contro manifestanti, dissidenti e minoranze è come scoprire l’acqua calda. Caso mai, sembra di capire, tale prassi negli ultimi tempi è andata accentuandosi ulteriormente. Soprattutto ai danni dei curdi.
Per citare qualche episodio recente, il 13 luglio di quest’anno due curdi – Diaku Rasoulzadeh e Saber Shaikh Abdollah – venivano giustiziati nel carcere di Orumiyeh, sempre nella provincia iraniana dell’Azerbaijan occidentale: condannati a morte cinque anni prima unicamente sulla base di “confessioni” estorte con la tortura e nonostante l’esistenza di prove concrete della loro innocenza. 
In quel momento almeno altri cinque prigionieri curdi erano in attesa dell’esecuzione (come finora è avvenuto per almeno quattro di loro) mentre di un altro curdo, sequestrato tempo prima dalle forze dell’ordine, nel frattempo si scopriva che era stato passato per armi e fatto sparire.
È invece di questi giorni la notizia, divulgata dall’ONG Kurdistan Human Right Network, delle avvenute esecuzioni di altri quattro curdi. Accusati di omicidio, sono stati giustiziati il 29 ottobre a Orumiyeh. Stando alle informazioni raccolte da KHRN i prigionieri Yasser Cheshmeh Anvar, Ali Malekzadeh e Zinolabedin Hisseinzadeh erano stati condannati a venir giustiziati pubblicamente, ma poi l’esecuzione sarebbe avvenuta tra le mura carcerarie a causa dell’epidemia di Covid-19. Il giorno prima KHRN aveva pubblicato un rapporto sul tentativo di suicidio di Ali Malekzadeh che si era tagliato le vene. Un quarto prigioniero, ugualmente giustiziato il 29 ottobre, si chiamava Musa Rahmani.
Ma ora la medesima sorte potrebbe toccare a Heidar Ghorbani, un curdo di 47 anni condannato per “ribellione armata contro lo Stato”. Nonostante le innumerevoli irregolarità emerse nel corso del processo e nonostante il tribunale avesse riconosciuto che nel periodo della sua militanza Ghorbani non era armato. Ma ancora una volta sono state determinanti le discutibili confessioni estorte con la tortura. Il suo avvocato ha chiesto di annullare la condanna, e un nuovo, regolare processo. Ma invano, almeno finora.
Il 28% delle esecuzioni avvenute in Iran nel 2028 riguardavano membri della minoranza curda.
O forse meglio: della comunità minorizzata curda, una comunità che – ricordo – rappresenta solo il 10% della popolazione iraniana.