L’acqua alle origini della civiltà sarda

In alcune leggende e miti dei Paesi affacciati sul Mediterraneo, come peraltro in molte altre parti del mondo (per esempio tra i dogon del Mali, con la loro mitologia geo-astronomica), si racconta che in tempi remotissimi le forze della natura si fossero scatenate mettendo a rischio la sopravvivenza della specie umana e di ogni altra forma di vita. Il nostro pianeta sarebbe rimasto a lungo sommerso dalle acque alluvionali, fatto confermato dalla scienza che ne ha individuato cause ed effetti. Quanto all’uomo, dal primo paleolitico ai primordi dell’agricoltura fino all’epoca storica non ha apportato grandi cambiamenti all’ambiente. In seguito però è iniziato lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, che oggi mette a rischio l’intero ecosistema.

acqua civiltà sarda

Torre calcarea nella Barbagia Seulo (RCS/Etnie).

Fatta questa premessa, osserviamo che in Sardegna, la terra emersa geologicamente più antica del Mediterraneo (da 600 a 400 milioni d’anni fa) da decenni è in atto un processo di desertificazione, proprio come accade nel continente africano non lontano dalle sue coste. I geologi, alla ricerca di misure di contrasto, a suo tempo comunicarono alle istituzioni la presenza di veri e propri corsi d’acqua e addirittura di piccoli laghi sotterranei nelle zone calcaree situate tra il centro e il nord dell’isola, in particolare nella Barbagia Seulo, nel territorio di Ulassai (noto per i cosiddetti “tacchi calcarei”: Taccu Arboredo, Taccu Esterzili, eccetera). L’acqua carsica spesso fuoriesce in superficie dando origine a sorgenti, e anche le acque accumulate nel sottosuolo sono facilmente raggiungibili, dato che non si deve scavare a grandi profondità grazie alla roccia friabile. Eppure ancor oggi esse restano inutilizzate.
Le stesse pianure del Campidano e della Nurra sono di natura alluvionale, cioè formatesi attraverso vari processi di subsidenza ed emersione dal mare di depositi vulcanici; questi diedero origine ai rilievi, i quali a loro volta furono erosi dalle acque piovane e di scorrimento che ne depositarono i detriti sedimentandoli sul fondo di quelli che erano stati veri e propri canali marini. Ciò testimonia non soltanto che l’acqua è alla base della vita, ma che la stessa Sardegna è nata emergendo da essa e che perciò da sempre i sardi, come tutti i popoli antichi, l’hanno considerata sacra. Ne troviamo traccia nelle cosiddette paristorias sarde (explanatory tales) che vedono questa “zolla di terra” nascere dall’acqua. Ricorderò qui solo alcuni di questi miti: L’Orma Divina (Ichnussa), cioè il nome che i greci diedero all’isola, e Sa B(h)ia de sa B(h)adza, in sardo lugudorese, che significa letteralmente “la via della paglia”, ossia la Via Lattea. Quest’ultima, come è facile evincere dal racconto, è rappresentata sul territorio isolano (come in cielo così in terra, dicevano gli egizi) dalla catena montuosa de Sos Settes Frades, i sette fratelli. Situata a sud-est della Sardegna, è da sempre punto di riferimento per i naviganti e per i pastori dell’entroterra, visibile dalla costa in prossimità dell’antico porto di Caralis.

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Tacco di San Giovanni (RCS/Etnie).

Terra, acqua, fuoco, aria, dicevano i filosofi di Mileto, questa l’arkè da cui genera la vita. Ebbene ne abbiamo qui l’esempio calzante.
La Sardegna, non dimentichiamolo, ha restituito i più antichi resti della cultura megalitica europea. Quella che riduttivamente chiamiamo civiltà della pietra si sviluppò durante tutto il paleolitico fino al neolitico. E fu proprio nel neolitico che prese forma il primo embrione del pensiero filosofico-scientifico, il quale dalle coste dell’Asia Minore (Lidia e Frigia) si diffuse dapprima nelle isole dell’Egeo e lungo le rive del Mediterraneo per mezzo dei sardiani-lidi. Questi, fermatisi in Sardegna, fecero dell’isola una testa di ponte per giungere in piccoli drappelli all’Elba e poi sulla terraferma; qui diedero luogo alla civiltà sardo-tirrenica, dalla quale originerà solo in seguito quella etrusca. Tutto ciò è ancor oggi avvalorato da persistenze culturali e linguistiche della civiltà arcaica agro-pastorale, la quale ha conservato, oltre alle explanatory tales di cui sopra, numerosi relitti linguistici, usanze e consuetudini appartenenti a quel passato remoto, stratificandoli via via che incontrava le nuove culture e popoli che, nel corso della storia, si imposero su quella protosarda e sardo-nuragica in seguito alla conquista dell’isola.
Secondo la tesi storico-filologica dello studioso di lingue antiche comparate Massimo Pittau, il pantheon delle divinità sarde, ad esempio, annovera alcune divinità autoctone protosarde e nuragiche: sono riuscita a risalire a quella maschile dominante, delle acque e perciò ctonia (l’Aita/Orcu/Ades/Plutone etrusco-greco-romano, per intenderci), e contemporaneamente siderea, raffigurata infatti dagli etruschi con in mano un fulmine, corrispondente al dio greco Zeus, denominato Sardus Pater dai romani, Maymone dai sardiani-tirreni e Mainoles dai greci (peraltro appellativo di Dionysos). Il suo corrispettivo femminile era Mania, che per i sardiano-tirrenici era la dea ctonia della terra, e allo stesso tempo del cielo: la Grande Madre, la Dione greca, divinità dell’acqua e del cielo luminoso, identificabile anche con Nyx, la luna, e Afrodite Urania o Astrea. 1)

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Il tempio di Antas è un sito romano costruito su resti cartaginesi e dedicato al Sardus Pater, divinità eponima dei sardi nuragici (RCS/Etnie).

Le due divinità sono dunque ctonie e sideree allo stesso tempo, e si legano perciò all’aspetto geo-astronomico e all’acqua. Gli antichi, come ancora oggi gli sciamani e i popoli neoprimitivi, sapevano che cielo e terra erano legati indissolubilmente dall’atto generativo primordiale (per i greci il Chaos, per noi il Big Bang) di cui l’uomo non ha memoria storica, naturalmente; ne conserva però la conoscenza archetipica, che lo stimola a osservare, studiare e analizzare i fenomeni naturali attraverso le scienze esatte. Perciò le leggende remote non sarebbero altro che le testimonianze del protopensiero filosofico-scientifico da cui originano la nostra cultura e la scienza odierna. Come gli studi nei vari campi della cultura umana convergono a dimostrare, il nostro sapere non affonda le radici nel solo occidente ma anche in Asia Minore, a Creta, in Medio Oriente, e persino nelle lontane culture oltre gli oceani, dove la “speculazione” – ossia l’osservazione del cielo negli specchi d’acqua e nei pozzi sacri, in Sardegna come in Bulgaria o nelle antiche civiltà andine – ha preso le mosse e da cui deriva la “filosofia”.
Le notizie mitologiche e soprattutto archeologiche sul culto delle due divinità del nutrito pantheon sardo, Maymon e Mania, sono avvalorate anche dalla toponomastica, e più in generale dalla linguistica, oltre che dagli studi di etno-antropologia, su cui mi soffermerò con particolare attenzione. Nella Sardegna centro-settentrionale sono presenti in prevalenza montagne e altipiani, e proprio nella zona delle cosiddette Barbagie, in particolare nella Barbagia Seulo a 13 km da Bitti, si trova una località di montagna detta Maimone, non lontana dalle sorgenti del fiume Tirso, il più importante tra i fiumi sardi. Sulla direttrice che da Bitti conduce a Maimone, si trova uno dei complessi nuragici più grandi e antichi dell’isola, Su Romanzesu (XVI secolo a.C. ampliato nel XIII secolo a.C.). Al suo interno sono presenti emergenze archeologiche di vario genere, tra cui i resti di oltre cento capanne (pinnettos) e due templi a tholos adibiti al culto delle acque (fertilità). Il territorio è quello di Sa Crastazza, la cui geomorfologia si connota per la prevalenza di ripidi canyon che partono dall’altipiano e giungono fino a valle, in cui si gettano scroscianti salti d’acqua. Uno tra i più importanti è quello stagionale di S’Illorai, che si sviluppa nel periodo delle piogge insieme alle cascate di Sar Lappias. Nelle vicinanze si trova il Monte Albo, massiccio calcareo-dolomitico alto 1127 m, sui cui fianchi si aprono ampi canyon, depressioni e grotte. Nella zona sono presenti le famose domus de janas (case delle fate) di Rujas e Caradianas (Posada), ipogei funerari e luoghi sacri del neolitico, in cui si celebravano sia il culto dei morti sia quello dell’acqua e nei quali, non a caso, sono stati rinvenuti in tutta la Sardegna (Montessu, Anghelu Ruju, Cuccuru S’Arriu-Cabras, Su Cungiau Mannu-Decimoputzu, Ozieri) i più antichi esemplari di figurines della Grande Madre Mediterranea. Come ho già fatto notare essa è la dea della vita, dunque legata all’acqua, ma anche della morte, la cui caratteristica somatica comune negli esemplari più antichi è la steatopigia.

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La Grande Madre, Mania, era conosciuta probabilmente con il nome di Orga/Orca, termine paleosardo che significa “terreno umido” (M. Pittau), da cui origina il toponimo Orgosolo. L’esistenza delle due divinità preistoriche sarde Orga/Mania e Babb’Orcu/Maymone si trovano nelle leggende sarde sui giganti. Maymone/Babb’Orcu (l’orco tramandato anche dalla cultura antica di tutto il mondo) lo ritroviamo nelle antiche maschere del carnevale sardo (Sos Mustayones e S’Orcu Foresu a Sestu). Così come un relitto culturale della Grande Madre è la cosiddetta Filonzana di Ottana: la filatrice, che ricorda le Parche della mitologia greca, e si accompagna a Sos Boes (altrove ai Cerbus o agli Urthus, animali sciamanici). Inoltre tracce della divinità maschile le riscontriamo senza dubbio nell’antica pregadoria (invocazione) che gli abitanti di Ghilarza, Neoneli, Orotelli e Ottana usano rivolgere ancora oggi proprio a Maymone nei periodi di siccità, portando in processione degli stendatos o labari fatti di pervinche intrecciate. Curioso, a tale proposito, il fatto che i bimbi sfilino con corone fatte con la stessa pianta, persistenza sincretica che porta ancora una volta a constatare l’affinità con la divinità greca di Dyonisos Anthroporraites, i cui rituali prevedevano la stessa usanza e una vera e propria “Commedia dell’Innocenza”. Questa non era altro che la messa in scena del sacrificio di un vitello travestito da essere umano, al quale – udite udite – faceva seguito il linciaggio simbolico dell’uccisore presso un corso d’acqua. Da notare che durante la sfilata in onore di Maymone viene ripetuta la frase: “M’ucchidan che t’ucchidimus” (mi uccidono che noi ti uccidiamo).
Ecco il testo nelle due versioni, quella di Aidomaggiore riportata da M. Pira in Sardegna tra due lingue (1968) e quella trascritta da Dolores Turchi in Maschere, miti e feste della Sardegna (1990):

Dadennos abba, Segnore, 
in custa nezessidade:
sos anzones cheren erva
e nois cherimus pane.
Abba a terra a sos laores,
abba a terra, a nonne dare.
[Pira]

Maimone, Maimone
abba cheret su laore
abba cheret su siccau
Maimone laudadu.
[Turchi]

Alla fine tutti rispondevano con la frase di buon auspicio:

Isperemos che Deus bos intendat.

Dacci acqua, Signore,
in questa necessità:
gli agnelli chiedono erba                              
e noi chiediamo pane.                                   
Acqua alla terra al grano,
acqua alla terra, daccela a noi.

Maimone Maimone
acqua chiede il grano
acqua chiede il campo arido
Maimone laudato.

Speriamo che il Dio vi ascolti

Durante la processione veniva offerto il vino e si gettava in mare lo spauracchio di Maymone (sincretismo dionisiaco). C’è da dire inoltre che il lemma Maymone in Barbagia sta a indicare sia lo spauracchio o spaventapasseri, sia la maschera carnevalesca dei Mamuthones di Mamoiada, che sfilano per le strade del paese nel numero di 12, come gli antichi sacerdoti Salii etrusco-romani durante i Giochi Capitolini nell’antica Roma.
Il Carnevale di Mamoiada si celebra guarda caso ancora secondo le date del rito antico, e non a febbraio ma il giorno di Sant’Antonio Abate nella sera tra il 16 e il 17 gennaio, detto in Sardegna Santu Antoni ‘e su fogu (sul continente si pensi ai fuochi rituali legati all’ordine ospitaliero del Tau a Pistoia e ai riti legati ad alcuni sassi scritti del territorio pedemontano vicino alla città, in relazione ai cavanei liguri e all’astronomia antica, ma anche in molte altre parti d’Italia).

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Mamuthones.

Durante la festa i ragazzi vanno in giro per il paese a chiedere ‘arina e fasò (farina e fagioli), e accendono il fuoco nei pressi di un’antica pietrafitta o menhir fuori dal paese. Il che ci riporta ancora una volta a quei riti arcaici riconducibili alla civiltà megalitica che, in questo caso, accomuna la nostra cultura a quella del nord-europa.
Dunque, a un territorio ricco di acque sorgive e di scorrimento corrisponde una civiltà incentrata sul culto delle acque sul quale ha modellato la propria cultura millenaria. In passato infatti la Sardegna, grazie all’abbondanza d’acqua e alla sua natura verdeggiante e florida, godeva di un clima mediterraneo con estati meno secche e inverni più umidi di oggi, un po’ come la Corsica attuale. In epoca moderna si è passati a un clima secco, poco favorevole alla povera economia agro-pastorale, in conseguenza dei disboscamenti subiti nel corso dei secoli e degli incendi che devastano ettari su ettari di bosco. Questi sarebbero commissionati da speculatori che sperano nella conversione degli stessi in terreni edificabili, facendo leva sui mali atavici dell’isola: penuria di mezzi economici e conseguente disoccupazione, acuitasi sempre più a partire dagli anni ’60 e ’70 del XX secolo.
Infatti, come scriveva il letterato sardo Francesco Masala in S’Istoria (1989), primo saggio storico scritto in lingua sardo-logudorese, in Sardegna furono impiantati il grande polo industriale petrolchimico di Macchiareddu e Sarroch nel cagliaritano, quello delle fibre sintetiche di Ottana nel nuorese, e il polo chimico di Porto Torres. All’inizio i sardi s’illusero di avere risolto finalmente una grossa parte dei loro problemi legati a un’economia agro-pastorale di sussistenza secolare. Ma non passò molto tempo prima che comprendessero quanto l’industrializzazione di una terra slegata dalla terraferma fosse una faula, una bugia. Infatti, pur incolpata del ritardo con cui l’isola si affacciava all’èra moderna, e quindi del suo mancato progresso, quella povera economia era quantomeno sicura, mentre sas fràbicas de nèula (le fabbriche di nebbia) si riveleranno “cattedrali nel deserto”… e attenti che d’ora in poi cammineranno davvero da sole, come scrive Masala in una sua poesia! E per voler precisare ulteriormente, prendo in prestito le parole di un altro storico sardo, Francesco Casula, dicendo che esse rappresentano ormai il segno tangibile di

un duplice contestuale fallimento cinquantennale della così detta Rinascita ed Autonomia, che tradendo le aspirazioni e le speranze del popolo sardo, si sono rovesciate nella realtà del sottosviluppo e nella involuzione ai limiti della tolleranza.

Dunque a essere messo sotto accusa è proprio

quel modello di sviluppo incentrato sulla grande industria, di stato e privata che ha devastato e depauperato il territorio: la nostra risorsa più pregiata; ha degradato e inquinato l’ambiente e il mare, con danni incalcolabili per il turismo e la pesca; ha sconvolto gli equilibri e le vocazioni naturali; ha distrutto quel tessuto economico tradizionale e quel minimo di industrie e imprenditorialità locale, attentando all’identità dei sardi, con l’eliminazione delle specificità linguistico-culturali, con il pretesto di combattere la violenza e il banditismo senza creare peraltro occupazione e progresso. Così oggi Stato e Privati ci lasciano un cimitero di ruderi… 2)

E, concludeva il Casula, anche le multinazionali come l’Alcoa – che, foraggiata dallo Stato, doveva ristrutturare il polo di Ottana – incassato il malloppo si defilano facendo rotta per altri lidi dove il costo della manodopera è più basso, sicuri così di ottenere profitti maggiori che non nella ormai dissanguata isola dei sardi venales!
Per la Sardegna, dunque, l’unica via d’uscita dalla dipendenza e dal sottosviluppo, così come per tante altre terre, resta quella dell’autodeterminazione e della progettualità basata sulle risorse legate all’ambiente e alla cultura. Questo non vuol certo dire che dobbiamo e possiamo tornare a su connottu (ciò che è conosciuto per tradizione) senza fare i conti con il nostro vivere globalizzato. Anzi bisognerà far tesoro di ciò che di buono è insito nella cultura moderna, come gli interscambi culturali che si son potuti amplificare proprio grazie ai moderni mezzi di comunicazione e di spostamento. Vale lo stesso per il commercio, che può e deve tornare a essere fonte e veicolo di progresso del sapere condiviso dei popoli. Ne sia un esempio proprio la sapiente ricerca che studiosi come John Anthony Allan del King’s College di Londra hanno condotto, definendo il concetto di “acqua virtuale” (o “impronta idrica”), cioè la quantità di acqua che indirettamente consumiamo quando produciamo e commercializziamo un oggetto, una preziosa risorsa che la domanda occidentale e dell’oriente industrializzato rischia di prosciugare. Per questo l’UNESCO ha introdotto il Water Footprint Calculator, che calcola la nostra impronta idrica sul pianeta.
Ma a pensarci bene, non era proprio questa la filosofia alla base del modello di sviluppo economico, sociale e culturale, delle società agro-pastorali, attuato attraverso le forme della cooperazione e dell’autoaiuto? La risposta è sì, in quanto esso comportava la creazione di un mercato interno ed esterno che, in modo del tutto naturale, accoglieva prodotti di per sé idrointensivi. Infatti i vari territori producevano solo ciò che era loro concesso per vocazione, e quindi il flusso di acqua che accompagnava lo scambio di merci poteva comportare solo benefici e non sprechi, non utilizzando un sovrappiù idrico, poiché ogni oggetto era prodotto a seconda delle risorse offerte dall’ambiente e nel suo rispetto.
Dunque prodotti esportati da aree ad alta produttività idrica danno un risparmio globale. E allora noi possiamo cambiare rotta, e recuperare quel rispetto e senso del sacro nei confronti della natura e delle cose accantonato erroneamente dall’uomo, come affermava Carlo Levi in Tutto il miele è finito. Si dovrà ripartire da ciò che abbiamo vissuto e sperimentato, di là dal bene e dal male, ritrovando in noi il senso della misura, e dunque tornando a essere noi stessi misura di tutte le cose (anthropos micròs kósmos). Non è per vetero conservatorismo o inutile nostalgia del tempo che fu, che dobbiamo attivare quel processo di ars memoriae. Ricercare e recuperare la nostra cultura identitaria individuale e collettiva deve servire altresì a costruire veri e propri legami culturali tra popoli, che diano spazio ai saperi universalmente condivisi del mondo, come da sempre gli sciamani ci ricordano. Ma per fare ciò bisogna agire controvento rispetto al tempo presente, riappropriandoci dell’Utopia, del “coraggio dei miti”,  e riscoprendo il senso etico all’origine della civiltà.

 

N O T E

1) Per approfondimenti si vedano, tra i tanti da me consultati, gli studi di G. Preti, E. Rohde, K. Kerényi, M. Gimbutas, M. L. West. C. Lanzani, M. Pira, G. Devoto, M. Pittau, D. Turchi, C. Gallini, S. Cambosu, M. Pira, M. Pallottino, S. Moscati, G. Lilliu, F. Barreca, Graham Hancock, R. Bauval, R. Temple.
2) Francesco Casula, Sul fallimento dell’industrializzazione in Sardegna – Le colpe di un’industria malata, “Il Giornale di Sardegna”, 09-02-2010.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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