Bir Tawil, la terra di nessuno che nessuno vuole

Filed in ababda, egitto, etnismo, geopolitica, sudan by del 08/12/2018
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bir tawil

La Crimea, il Kashmir, il Sahara Occidentale sono solamente alcuni dei più noti territori contesi tra due o più Stati sovrani nel panorama mondiale. Motivazioni di carattere etno-culturale, geopolitico, religioso ed economico sono frequentemente alla base di queste dispute, spesso sfociate in veri e propri scontri armati e guerre che hanno devastato questi luoghi, rendendoli zone bollenti in continuo fermento, dove odi e tensioni presenti e covati per secoli non faticano a riesplodere quotidianamente: sono i punti caldi del pianeta, di vitale importanza per l’equilibrio politico globale.
I territori con queste caratteristiche sono tristemente famosi per le loro vicende, citati e nominati di continuo da radio, giornali, televisioni e internet al punto che risulta difficile immaginare qualcuno che non li abbia mai sentiti nominare. Al contrario, i più non sanno che esistono anche, ancor oggi, pochissime aree della superficie terrestre che non vengono rivendicate da alcuno Stato. Uno di questi lembi di terra si trova in Africa, precisamente al confine tra Egitto e Sudan, ha un’estensione di 2060 kmq e non è reclamato da nessuno dei due Paesi: si chiama Bir Tawil e ha una storia davvero curiosa che vale la pena di raccontare.

Terra nullius

Percorrendo con lo sguardo l’intero territorio egiziano sulla carta geografica, dalle rive settentrionali affacciate sul Mediterraneo procedendo verso sud, a un certo punto ci si imbatte in una precisa linea retta orizzontale che segna il confine con il Sudan, in pieno deserto del Sahara. Lungo questo confine si snodano la nostra vicenda e il suo protagonista: il Bir Tawil (“lungo pozzo” in arabo) è un’ampia fascia di terra situata proprio a cavallo della frontiera. Chiamato triangolo, in realtà è un quadrilatero con una forma quasi trapezoidale, all’altezza del ventiduesimo parallelo di latitudine nord. Nella parte settentrionale dell’area si trova il monte Jabal Tawil (459 m), in quella orientale il Jebel Hagar ez Zarqa (662 m), insieme con diversi piccoli fiumiciattoli che hanno origine nel Lago Nasser e attraversano il quadrilatero in tutta la sua estensione.
Il clima locale è catalogato, secondo la classificazione di Koppen, 1) come BWh ovvero clima arido-desertico molto caldo, con temperature diurne che possono raggiungere i 45 °C. Nonostante le condizioni climatiche quasi proibitive, il Bir Tawil è teoricamente un luogo abitabile dove si potrebbero realizzare insediamenti permanenti senza insormontabili difficoltà; e l’uomo, seppur con le problematiche ambientali del caso, sarebbe perfettamente in grado di adattarsi e viverci serenamente.
In linea teorica: ché in pratica stiamo invece parlando di una terra nullius, celebre locuzione latina mutuata dal diritto romano che sta letteralmente a significare che la terra non appartiene a nessuno. Il Bir Tawil infatti, non essendo avocato da nessuno Stato sovrano mondiale, è una fetta di pianeta legalmente “vuota”, priva di alcuna giurisdizione. Nel diritto internazionale terra nullius viene applicato per identificare un territorio che nel corso della sua storia non è mai stato sottoposto alla sovranità di alcun governo nazionale, oppure sul quale un qualsiasi Stato, che in precedenza lo occupava, abbia rinunciato in modo manifesto al suo controllo e dominio. Attualmente Bir Tawil risulta così, insieme alla Terra di Marie Byrd in Antartide, uno dei due posti sul globo che “non hanno un padrone governativo legale”. 2) Nel 2014 lo scrittore e geografo dell’Università di Newcastle, Alastair Bonnet, l’ha pertanto definito come l’unico luogo abitabile sulla faccia della terra a non essere rivendicato da nessuno Stato. Questo singolare quadrilatero africano è quindi ufficialmente inoccupato e libero dall’egemonia di qualsivoglia potenza nazionale.
Ma perché nessun Paese reclama la supremazia sul Bir Tawil? E soprattutto come si è giunti a questa inusuale e curiosa situazione? La risposta – come sovente accade per le questioni di sovranità legate a territori d’oltremare – va ricercata nelle dispute territoriali risalenti all’epoca coloniale.

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Controversie di confine

L’inizio della vicenda risale alla fine del XIX secolo, quando i britannici si presentavano come gli indiscussi padroni della macroregione. L’Egitto in teoria aveva un’amministrazione indipendente, ma di fatto era controllato dall’Inghilterra che faceva sentire tutto il peso della sua influenza orchestrando le vicende politiche locali ed esercitando sostanzialmente un predominio totale e incontrastato.
In quegli anni il governo di Londra si trovò a dover amministrare anche il Sudan, ampio territorio a sud dell’Egitto al quale era fortemente legato e di cui aveva formalmente sempre fatto parte. Per provare a organizzare l’area, nel 1899 gli inglesi, di comune accordo con gli egiziani, sancirono un confine del tutto artificiale tra Egitto e Sudan in perfetta corrispondenza del ventiduesimo parallelo. Siamo di fronte a uno di quei classici esempi in cui le potenze occidentali in territori coloniali hanno tracciato confini “a tavolino”, molto spesso del tutto arbitrari, senza tener conto il più delle volte di caratteri geografici e geomorfologici, ma soprattutto etnici, culturali e sociali, con le ineluttabili implicazioni che ne sono seguite.
Anche in questo caso la frontiera sembrava tracciata con matita e righello, tirando una linea retta in coincidenza del parallelo: a nord della linea governava l’Egitto, ovviamente sotto il diretto controllo britannico; a sud, nel Sudan, un rappresentante egiziano, sempre scelto però da funzionari di Sua Maestà. L’influenza inglese nelle questioni politiche locali era manifesta. La stipulazione di questo trattato regolamentò il confine secondo il quale il quadrilatero di terra del Bir Tawil risultava inserito all’interno del territorio sudanese, mentre il Triangolo Hala’ib – area limitrofa molto più grande e interessante dal punto di vista economico rispetto al Bir Tawil – faceva parte dell’Egitto.
La faccenda iniziò a complicarsi già tre anni più tardi quando l’ordine degli elementi venne capovolto. L’area di Hala’ib, propria di uno strategico sbocco sul mare, era infatti geograficamente assai più vicina a Khartum che al Cairo, di più facile accesso dal Sudan e soprattutto popolata da tribù culturalmente molto più affini al Sudan, tanto che una parte di questi gruppi viveva già all’interno del territorio sudanese. Nel contempo la zona del Bir Tawil risultava stagionalmente terreno da pascolo della tribù ababda, che era stanziata nei pressi di Assuan in Egitto. 3) Per questi motivi volti a una più semplice gestione delle genti autoctone, il governo britannico optò per una revisione dei piani iniziali: nel 1902 con un trattato separato creò infatti un “confine amministrativo”, in virtù del quale la terra a nord-est del parallelo, ovvero il Triangolo Hala’ib, venne sottoposto all’amministrazione sudanese, sotto la diretta autorità del governatore britannico di Khartum, mentre il “trapezio” del Bir Tawil venne di conseguenza riassegnato all’Egitto.
La realtà era stata capovolta e, cosa di notevole rilievo, il Sudan si trovava ora ad avere formalmente il controllo su una regione dieci volte più grande ma soprattutto più strategica del “piccolo” e “polveroso” Bir Tawil, diventato egiziano.

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Il “paesaggio” del Bir Tawil.

L’importanza del Triangolo Hala’ib

Il Triangolo Hala’ib, anch’esso situato in prossimità del confine, si trova nella parte sud-orientale dell’Egitto e si estende per più di 20.000 kmq, circa le dimensioni della Slovenia. La parte interna del territorio è dominata dalla presenza di rilievi desertici attraversati da numerosi uadi in un paesaggio dove la vegetazione, costituita prevalentemente da acacie ed erbe, scarseggia. 4) La vera diversità della zona rispetto al vicino Bir Tawil è rappresentata dallo sbocco sul mare: il Triangolo si affaccia sul Mar Rosso con 260 km di costa. Geograficamente la regione appartiene alla Nubia, anche se a sud del Monte Gelba (1435 m), la cui area è una meravigliosa riserva naturale, le caratteristiche dell’ecosistema mediterraneo e nord-africano cominciano a lasciare spazio a elementi più propriamente tipici dell’Africa tropicale.
In generale, seppur non distante, la zona è decisamente più ricca di risorse naturali del Bir Tawil: non solamente sulla terraferma ma anche nelle acque circostanti venne rilevata la presenza di discrete risorse petrolifere e giacimenti di gas. Nella prima metà degli anni Duemila sono state scoperte nuove fonti petrolifere nelle acque adiacenti il Triangolo, rendendolo di fatto ancora più appetibile: Hala’ib si presenta infatti come un luogo di notevole superficie, dalla posizione geografica strategica e di rilevanza economica grazie alla comprovata presenza di materie prime.
Queste motivazioni spiegano la sua sempre maggiore importanza, fondamento della contesa tra Egitto e Sudan. Un fatto curioso che testimonia ulteriormente la sua rilevanza è che, come abbiamo detto, il contiguo Bir Tawil, nonostante abbia forma trapezoidale, viene comunemente chiamato triangolo: il motivo risiede proprio nel paragone con il più noto e intrigante Triangolo Hala’ib.

L’evoluzione della contesa

L’istituzione del nuovo confine amministrativo nel 1902 rovesciò completamente la situazione con l’inversione dell’assegnazione dei due territori, cambiando le carte in tavola. Tuttavia questo scambio – dal momento che il Regno Unito controllava saldamente sia l’Egitto sia il Sudan – non comportò sostanziali problemi fino al periodo della decolonizzazione; ma quando nel 1956 il Sudan divenne indipendente, iniziò a pretendere il possesso del Triangolo Hala’ib in quanto propria giurisdizione secondo il trattato del 1902. D’altro canto l’Egitto, che aveva ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1922, sosteneva fermamente la legittimità dell’annessione del Triangolo all’interno dei suoi confini, ritenendo valide esclusivamente le assegnazioni del 1899 e non riconoscendo minimamente le variazioni apportate tre anni più tardi.
Il risultato di queste nette prese di posizione da parte dei due Stati africani è che il Triangolo Hala’ib è divenuto un’area contesa ancora oggi, mentre il quadrilatero Bir Tawil è una zona non rivendicata che nessuno Stato sovrano vuole.
Nel 1958 Gamal Abdel Nasser, presidente della Repubblica Egiziana, inviò le truppe governative nel Triangolo anche se le ritirò poco tempo dopo senza che si fosse verificato alcuno scontro. 5) L’Egitto spingeva fortemente per il ritorno del Bir Tawil al Sudan in quanto il quadrilatero era comunque incastonato su tre lati in territorio sudanese: la motivazione reale, e ovvia, era da ricercarsi esclusivamente nella maggiore appetibilità strategica ed economica del possesso di Hala’ib.
Per le medesime ragioni il Sudan rimaneva fermo sulle proprie posizioni considerando legittimo solo il confine del 1902. L’Egitto provò a proporre uno scambio diretto di territorio ma il contendente, come prevedibile, non accettò ritenendo Bir Tawil troppo piccolo rispetto all’estensione del Triangolo Hala’ib. Il Bir Tawil risulta quindi protagonista di un singolare palleggio tra Paesi: l’Egitto l’ha unilateralmente assegnato al Sudan che, da parte sua, l’ha unilateralmente assegnato all’Egitto. Hala’ib invece ha visto i due Stati avvicendarsi a intervalli nella zona che è rimasta sotto controllo sudanese fino al 1992, quando lo Stato concesse i diritti di sfruttamento delle acque prospicienti la costa del Triangolo a una società petrolifera canadese.

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Gamal Abdel Nasser.

L’opposizione dell’Egitto è stata ferrea e in seguito sono partite trattative tra i due governi, mentre l’impresa canadese si ritirava dal gioco in attesa che la sovranità del lembo di terra potesse essere stabilita in modo ufficiale e definitivo una volta per tutte. Non si è giunti a una conclusione, però in base alle discussioni degli anni Novanta il Sudan ha ritirato le sue truppe dall’area nel 2000, lasciando il controllo alle truppe egiziane che si sono installate militarmente nel territorio.
Oggi la zona è sostanzialmente gestita da una co-amministrazione de facto di entrambi i Paesi, che tuttavia non sono mai arrivati a una risoluzione in merito all’appartenenza finale del Triangolo. Dal 2006 per l’appunto le posizioni di frontiera sul versante settentrionale sono coordinate insieme da militari egiziani e sudanesi. L’espatrio di cittadini egiziani verso il Sudan e di sudanesi in direzione Egitto non è comunque permesso al momento; tuttavia, pur con la consapevolezza che probabilmente non si giungerà alla soluzione della controversia territoriale in tempi brevi, è evidente una buona cooperazione: Hala’ib è infatti coperto dalle reti di telefonia mobile di entrambi i Paesi e per i pagamenti vengono accettate sia la Lira Egiziana sia la Sterlina Sudanese. Inoltre dal 2005 il ministero del Turismo egiziano ha autorizzato viaggi nel Triangolo. Le notizie degli ultimi anni riportano la scoperta di nuove riserve petrolifere nella zona: nonostante questo avvenimento possa rinvigorire le aspirazioni di annessione da parte di entrambi i protagonisti, per ora la situazione appare tranquilla, in linea con l’andamento degli ultimi lustri.
Al contrario, il meno fortunato e assai più bistrattato Bir Tawil è praticamente disabitato, ricco solo dell’enorme disinteresse egiziano e sudanese, di sabbia e di rocce, un panorama vuoto e un luogo abbandonato che si riconosce perfettamente nella definizione di terra nullius.

Un regno per una principessa

Gli oltre 2000 kmq del Bir Tawil non sono quindi bramati né da Egitto né da Sudan, i quali mirano piuttosto al Triangolo Hala’ib. Nel diritto internazionale non vi è alcun fondamento per cui uno dei due Stati possa rivendicare il possesso di entrambi i territori, e risulta quasi impossibile che un qualunque altro Paese terzo possa accampare pretese politiche sulla zona in quanto fisicamente accessibile soltanto da territorio egiziano o sudanese.
Il destino del quadrilatero sembrerebbe orientarsi verso un triste e solitario anonimato, tuttavia negli ultimissimi anni non sono mancati bizzarri tentativi da parte di singoli individui di conquistare e rivendicare Bir Tawil come proprio possedimento. Si tratta di nazioni fittizie, fantasie di adolescenti, proclamazioni via internet o individui semplicemente in cerca di notorietà e attenzione. Sono così nati, non ufficialmente, il “Regno dello Stato di Bir Tawil”, il “Granducato di Bir Tawil” e addirittura l’“Impero di Bir Tawil”.

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Jeremiah Heaton.

Tra tutte queste iniziative la più originale, quella che ha fatto più notizia, è indubbiamente la missione intrapresa da un cittadino statunitense di nome Jeremiah Heaton. Imprenditore nell’industria mineraria di Abington in Virginia, è stato il primo ad avere l’idea di prendere possesso e creare uno Stato nel Bir Tawil. Emily, la figlia di Heaton, come tutte le bambine ha sempre sognato di diventare da grande una principessa: il padre ha provato sul serio a trasformare questo desiderio puerile in una concreta realtà. Ha scrutato con attenzione il planisfero fino a quando non si è imbattuto in una delle due terrae nullius del pianeta, il nostro quadrilatero, decidendo che sarebbe dovuto diventare il regno della “principessa Emily”, sua figlia. È così partito per l’Africa raggiungendo, con il permesso delle autorità egiziane, il Bir Tawil dove il 16 giugno 2014, giorno del settimo compleanno di Emily, ha piantato una bandiera in cima a una collina rocciosa autoproclamandosi sovrano del Regno del Nord Sudan. Ovviamente questa denominazione coniata dallo stesso Heaton non ha assolutamente nulla a che vedere con lo Stato sudanese vero e proprio, che a volte viene definito per ragioni pratiche come “Sudan del Nord” in seguito alla secessione del Sudan del Sud, nazione reale nata nel 2011 con capitale Juba.
Heaton non ha tralasciato di farsi fotografare nel momento topico con la bandiera, inventata e creata da tutta la sua famiglia, recante un cerchio con una corona di raggi di sole insieme a quattro stelle, il tutto su uno sfondo di colore azzurro. L’imprenditore ha quindi fatto ritorno in Virginia dove ha proclamato la figlia principessa del nuovo regno: egli ritiene la sua impresa legittima e ufficiale, e ha informato i media di voler richiedere il riconoscimento formale all’ONU. Nel frattempo la piccola principessa ha dichiarato di non volere che nessun bambino soffra di fame all’interno del suo reame.

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La principessa Emily con la bandiera del “Regno del Nord Sudan”.

A differenza di quanto si possa pensare, il lavoro di Heaton non è terminato né la sua iniziativa sembra essere solamente il gesto di un papà disposto a tutto pur di vedere realizzati i sogni, anche più impossibili, dei propri figli. Infatti, nell’attesa di uno scontato rifiuto da parte dell’ONU, lo statunitense ha cercato anche il riconoscimento legale del quadrilatero da parte dell’Unione Africana e di altri Stati sovrani, senza ottenere per il momento, come prevedibile e logico, alcuna risposta positiva. Heaton – che non dimentica mai di sottolineare come abbia raggiunto Bir Tawil pagando di tasca propria e affrontando un difficile viaggio di 14 ore in auto nel deserto con la moglie Kelly – ha più volte fatto sapere che vorrebbe riuscire a realizzare interventi concreti all’interno dell’area. Ha studiato un accurato progetto di ricerca agricola che permetterebbe di coltivare la zona, scarsissima di risorse idriche, utilizzando risorse sostenibili. Inoltre vorrebbe promuovere l’uso esclusivo di energie rinnovabili come la luce solare e il vento. Nel suo progetto rientrerebbe anche la costruzione di un grande impianto solare da 200 megawatt che fornirebbe energia all’Egitto, Paese con cui il Regno del Nord Sudan stringerebbe accordi per una partnership energetica.
Per finanziare tutto ciò, Heaton ha dato il via a una campagna di crowdfunding sulla piattaforma IndieGoGo, dove in cambio del sostegno economico fornirebbe titoli nobiliari del neonato Stato… Malgrado dopo oltre quattro anni non sia giunta notizia di riconoscimenti ufficiali da parte di alcun ente, Heaton (che nel 2012 ha persino tentato di farsi eleggere al Congresso) non si arrende e probabilmente non lo farà mai.
Ma il “superpapà” della Virginia è in buona compagnia: come già detto, numerosi sono stati nell’ultimo lustro i tentativi di annessione o le dirette autoproclamazioni nel Bir Tawil. Nel 2017 l’indiano Suyash Dixit è partito da Indore, nel centro-ovest dell’ex colonia britannica, per giungere anch’egli nel polveroso deserto africano all’interno del quadrilatero, proclamandosi monarca del Regno di Dixit e annunciandone contemporaneamente la costituzione. Ha nominato suo padre presidente e piantato simbolicamente un seme sulla terra di Bir Tawil, giurando di lavorare per la prosperità della sua gente. Si è inoltre fatto scattare una serie di fotografie che lo ritraggono con l’immancabile bandiera – questa volta rossa e gialla con scudo crociato al centro – del fantomatico nuovo Stato, il tutto condito da un post sul suo profilo Facebook in cui ha invitato chiunque lo desideri a diventare cittadino del suo regno. Si è infine dichiarato disponibile, anzi contento, di ricevere investimenti dall’estero. Dixit ha proceduto a inviare all’ONU la lettera per ottenere il riconoscimento formale dello Stato. Non si è dichiarato spaventato dalla “concorrenza”, affermando di essere a conoscenza dei precedenti tentativi di altri individui, confidando nella legittimità della sua annessione.
I sedicenti sovrani del Bir Tawil non sono finiti qui: in rete troviamo il blog di “Re Giorgio I”, autonominato monarca del piccolo territorio africano, l’impero di “Nico Kaikkonen I” e il regno di “Re Daniele I di Danielelandia”. Tutti questi approcci, da quelli un pochino più seri come quello di Heaton a quelli decisamente deliranti come gli ultimi citati, non hanno la benché minima possibilità di andare a buon fine. Uno Stato sovrano, secondo le leggi del diritto internazionale, è un’entità politica che si caratterizza per la presenza di un territorio, un’area geografia delimitata da confini entro i quali esercitare la propria sovranità, una popolazione costituita da cittadini che occupano questo spazio, un ordinamento politico e un ordinamento giuridico che compongono l’insieme delle norme che regolano la vita degli abitanti all’interno del territorio; inoltre è imprescindibile il riconoscimento legale di enti sovranazionali quanto nazionali: per questi motivi i curiosi tentativi di creazione di fantasmagorici regni nel Bir Tawil sono vani. In merito alla vicenda di Jeremiah Heaton, Sheila Carapico, docente di scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Richmond, ha puntualizzato che non è sufficiente piantare una bandiera per arrogarsi il diritto di dominio su un territorio, essendo fondamentale l’approvazione da parte di altri Stati e organi ufficiali.

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L’indiano Suyash Dixit con la “sua” bandiera del Bir Tawil.

Confini etnici

In conclusione, la curiosa vicenda del Bir Tawil sembrerebbe ridursi a una bizzarra contesa di frontiera, incentrata sul dominio del Triangolo Hala’ib e di conseguenza sul rifiuto del quadrilatero, arricchita negli ultimi anni da interventi pseudo-sovranisti al limite del paradossale che conferiscono un carattere quasi favolistico alla storia. Inoltre la sostanziale tranquillità della controversia per Hala’ib tra Egitto e Sudan – che non ha mai visto reali scontri militari, né vissuto momenti di eccessiva tensione geopolitica – porta a relegare la questione su un piano in apparenza secondario, vista la mancanza di battaglie, ribellioni o guerre e il conseguente scarso interesse a livello internazionale. Nonostante ciò, la questione di questa fascia di territorio è a mio parere di notevole rilevanza in quanto induce alcune riflessioni.
Innanzi tutto si nota ancora oggi una forte propensione verso l’occupazione indiscriminata di “nuovi” territori: gli innumerevoli, ripetuti e tenaci tentativi di occupare Bir Tawil e fondarvi uno Stato a proprio piacimento portano a credere che il desiderio umano di espandersi non si sia mai spento. Su questo primo punto se ne inserisce un altro correlato, riguardante la concreta leggerezza, per non dire assurdità, delle pretese di questi neo-coloni che non sembrano rendersi conto della serietà del processo di costruzione di uno Stato, delle implicazioni e conseguenze che ne derivano, ignorando tra l’altro i princìpi fondanti su cui esso è basato e che, solo a leggerli, dovrebbero certificare l’irrealizzabilità delle loro rivendicazioni.
Di rilievo anche il fatto che un buon numero di queste trovate arrivino tramite web, dando l’impressione della nascita di una sorta di nuovo fenomeno, un colonialismo 2.0. Per fortuna la serietà del diritto internazionale e degli organi competenti non è in questo caso in discussione e non solo non permette la realizzazione di questi vani tentativi, ma neanche li prende in considerazione. Nello specifico caso del Bir Tawil è però anche giusto sottolineare come non tutte le iniziative siano completamente folli: la missione di Jeremiah Heaton, tralasciando le motivazioni personali originarie, presenta innegabilmente alcune tematiche interessanti e condivisibili. Il progetto di fondare l’economia di uno Stato su un’agricoltura ecosostenibile e servirsi solamente di risorse rinnovabili è legittimo e lodevole, anche se di non facile attuazione. Nonostante la nobiltà delle intenzioni, è evidente come il punto fondamentale sia il diritto di applicarle su un territorio che non è invece di un singolo uomo né lo sarà mai. I buoni propositi da soli non bastano, devono essere supportati da una validità legale che giustifichi il loro sviluppo.
Infine, un’osservazione su un tema inflazionato ma sempre significativo: la questione dei confini. Anche la narrazione dei fatti legati a Bir Tawil e Hala’ib ha evidenziato, seppur in maniera decisamente minore rispetto ad altre zone più calde del pianeta, i danni del colonialismo e in particolare la divisione arbitraria, o meglio la spartizione indiscriminata, dei territori d’oltremare da parte delle potenze europee nell’età moderna. È sempre bene sottolineare come i governi dovrebbero (e purtroppo avrebbero dovuto) evitare di tracciare confini politici a tavolino con matita e righello senza tenere minimamente conto delle popolazioni che vi abitano da secoli, di come esse si presentino distribuite sul territorio, delle loro sfere e aree di influenza culturali e sociali. I confini di quelli che oggi chiamiamo “Stati-nazione” sono spesso irregolari in quanto disegnati esclusivamente secondo criteri di praticità geopolitica e non etnica, e dividono popoli con marcate identità di gruppo tra più Paesi. Dal momento che nazione può essere intesa come un sinonimo di popolo – in quanto riferita a una comunità di individui che condividono caratteristiche comuni come lingua, storia, tradizioni cultura e territorio – è difficile accettare che diversi Stati-nazione non siano realmente tali, e soprattutto che molte minoranze vi siano state imprigionate dentro con la forza.

 

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Il territorio del Bir Tawil visto dal satellite.

N O T E

1) La classificazione dei climi di Koppen è la più usata tra le classificazioni climatiche a scopi geografici. Il sistema è in gran parte empirico, ciascun clima viene definito in base a valori termici e pluviometrici, calcolati conformemente alle medie annue o di singoli mesi. Il suo vantaggio è la possibilità di identificare grandi regioni climatiche sulla superficie terrestre. Le categorie – che sono sei e si distinguono con le lettere dell’alfabeto – a loro volta presentano sottocategorie e sottotipi dati dalla combinazione di più lettere.
2) La terra di Marie Byrd è una delle regioni dell’Antartide occidentale a sud dell’Oceano Pacifico e a est del Mare di Ross. Con i suoi 1.610.000 kmq è la più estesa area non rivendicata del pianeta, il cui nome deriva dall’ammiraglio Richard Evelyn Bird che la scoprì e la chiamò così in onore della moglie nel 1929. Fino al 1961 era considerata un possedimento degli USA in base alla nazionalità del suo scopritore; da quella data in poi, in seguito all’entrata in vigore del trattato atlantico, il “dominio” a stelle e strisce venne meno e il territorio non fu più rivendicato da alcuno Stato sovrano.
3) La tribù ababda è un gruppo nomade stanziato nell’area tra il Nilo e il Mar Rosso, nelle vicinanze di Assuan nel Sudan settentrionale. Appartengono all’etnia begia, professano l’islamismo e sono bilingui: oltre all’omonima lingua begia, appartenente al gruppo cuscitico degli idiomi afro-asiatici (camito-semitici), parlano fluentemente anche l’arabo.
4) Lo uadi è il letto di un torrente, una sorta di canyon in cui scorre o scorreva un corso d’acqua a carattere non perenne: sono molto frequenti nelle aree desertiche, in particolare nel Sahara e nella penisola araba.
5) Gamal Abdel Nasser è stato il secondo presidente della repubblica egiziana, uno dei politici più importanti nella storia dello Stato nord africano. Viene considerato un grandissimo protagonista del XX secolo in quanto nel 1956 nazionalizzò il Canale di Suez, riuscendo a resistere alle ingerenze di Regno Unito e Francia che volevano continuare ad averne il controllo. Inoltre si distinse come un deciso sostenitore del panarabismo e dell’anticolonialismo: insieme a Nehru e Tito, con il vertice di Belgrado del 1961 fondò il movimento dei Paesi non allineati, ponendosi come alternativa ai due opposti schieramenti che dominavano la scena nella Guerra fredda, USA e URSS. Si rese protagonista della diffusione di quello che è stato definito come socialismo arabo, un’ideologia caratterizzata da un marcato interventismo statale nell’economia e grandi progetti industriali, come la diga di Assuan.

 

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