Etnismo

  • Giura: un’antica piccola patria ha strappato al Potere un po’ d’autonomia

    Un secolo e mezzo dopo il Congresso di Vienna, la comunità si è affrancata con un referendum dal cantone di Berna

  • Identità e sviluppo

    Dal fallimento dei miti eurocentrici al concetto di sviluppo multilineare

  • Etnismo e razzismo

    L’appiattimento sotto le bandiere dell’antirazzismo altro non è che il razzismo che si reincarna e prosegue

  • Promemoria per i deputati europei: oggi in Martinica i colonialisti siamo noi!

    Anche nei “Dipartimenti d’Oltremare” si è votato per l’Europa. Siamo così diventati complici dello spaventoso genocidio in atto

  • Il risveglio dei Veneti alla riscoperta della loro identità

    La stampa locale si è gradualmente aperta al dibattito sul tema della lingua. Non mancano dissensi e polemiche

  • Cos’è l’etnia?

    Il termine non ha avuto finora una precisa collocazione scientifica. Una prima analisi del quadro etnico italiano

  • Vietato parlare friulano nel Consiglio Regionale

    Ma i rappresentanti del Movimento Friuli e di Democrazia Proletaria non si danno per vinti

  • La Martinica in lotta per la sua liberazione

    Dalle prime rivolte degli schiavi alla “départementalisation”. La figura di Aimé César

  • Sempre più accese le polemiche sulla “colonizzazione” del Veneto

    La stampa veneta continua a dare risalto alle numerose lettere di lettori che, coinvolti sempre più nel dibattito etnico, esprimono una multiforme e interessante varietà di opinioni

  • La Carta dei diritti delle minoranze (1976)

    Al VII Congresso Internazionale dell’Associazione Internazionale per la Difesa delle Lingue e Culture Minacciate (AIDLCM), tenutosi a Châtillon (Valle d’Aosta) il 23-25 luglio 1976, è stato definitivamente approvato il testo, elaborato da apposita Commissione (presieduta dal professor Guy Héraud) nominata al VI Congresso di Ustarritze della Carta che segue:

  • La tragedia degli stati baltici

    Un drammatico appello dei lettoni

  • Martinica, tra autonomia e separatismo

    Le nuove organizzazioni sindacali. Deportazione e genocidio. L’importanza della lingua creola

    Analogamente al PCF – di cui parlammo nella scorsa puntata – anche la federazione socialista si è completamente screditata collaborando apertamente, e sembra davvero senza alcun li­mite, con il potere coloniale­-prefettizio; nel 1974 il PS ha do­vuto espellere dai suoi ranghi le figure più compromesse con gli interessi colonialisti, ma gli ele­menti più preparati non hanno ritenuto sufficiente l’epurazio­ne ed hanno abbandonato, da sinistra, il partito aderendo al PPM di Césaire. Così, il medico Claude Lise abbandona il PS e, nel 1977, fonda il Parti Sociali­ste Martiniquais (PSM) di cui è nominato segretario generale. Un anno dopo, a seguito delle elezioni legislative del marzo 1979, Lise con la maggioranza del PSM aderisce al PPM di Cé­saire che lo incarica di prepara­re per il prossimo congresso (giugno-luglio 1980) il “progetto di società socialista per la Mar­tinica”, fondato sull’autogestio­ne.

    La svolta decisamente so­cialista del PPM rende ancor più dura la polemica con il PC che accusa Césaire, Lise e gli altri di provocare artificiose di­visioni nella sinistra, laddove Li­se denuncia l’antisocialismo dell’URSS e dei suoi satelliti. Anche i sindacati vanno sempre più radicalizzando la loro posi­zione antifrancese. A sinistra della Confédération Générale des Travailleurs Martiniquais (CFGTM) è nata la Confédéra­tion Syndicale des Travailleurs Martiniquais (CSTM) fondata da Frantz Agasta, già dirigente di Force Ouvrière. La CSTM è forte soprattutto tra i dipendenti co­munali (circa 3000) di Fort-de-France, che contestano l’ammi­nistrazione del sindaco autono­mista Césaire: questi si trova dunque scavalcato dai sindaca­to di Agasta e dai giovani del giornale La parole au peuple, e cioè dalla nuova forza emergen­te: gli indipendentisti. L’autono­mia richiesta da Césaire e – meno radicalmente – dai co­munisti non basta più: la deco­lonizzazione si otterrà soltanto con la liberazione nazionale, con la cacciata dei francesi.
    Gli indipendentisti si presenta­no alle elezioni amministrative cantonali e municipali.
    A Riviere-Pilote, proprio là dove si verificarono le insurrezioni del 1870, malgrado le pressioni d’ogni sorta sulla popolazione, la lista capeggiata dal sindaco uscente, il professore di mate­matica Albert Marie-Jeanne pro­motore del Mouvement Indépendentiste Martiniquais (MIM) – proclamatosi, cioè, decisa­mente per l’indipendenza, con­cetto sino ad allora mai aperta­mente manifestato da alcuno – vince le elezioni. Durante lo spoglio delle schede, quando ormai si delineava una chiara vittoria dei separatisti, una squadraccia di filofrancesi fece irruzione nel seggio e distrusse l’urna e le schede. L’ammini­strazione prefettizia impose co­si nuove elezioni, durante le quali Riviere-Pilote fu sommer­sa dai politicanti anti-indipendentisti di tutta l’isola e presidiata da minacciose forze militari.Si tentò praticamente di ricattare ogni elettore (votare per Marie-Jeanne significava perdere il posto di lavoro, esse­re messi sulla lista nera, perde­re i sussidi, ecc.), ma inutilmen­te: gli indipendentisti vinsero ancora e Marie-Jeanne è sinda­co di Riviere-Pilote.
    A rendere più vistosa la vittoria dei giovani di La Parole au Peuple, ci fu l’elezione di Marie-Jeanne a consigliere generale nelle cantonali, dove i filofran­cesi, grazie al sistema elettora­le e al taglio delle circoscrizioni, hanno la maggioranza con 24 seggi su 35. Mentre La Parole au Peuple (52 rue Perrinon, 97200 Fort-de-France, Martini­ca) dà la priorità alla lotta per l’indipendenza, ponendo le pre­messe per un forte partito indi­pendentista unitario e un fronte nazionale di liberazione, vi sono altri gruppi minori che subordi­nano alla rivoluzione di classe ogni altra istanza: sono i trotskysti di Révolution Socialiste (b.p. 1031, 97209 Fort-de-France) che è più forte nel nord, dove ha conquistato il comune di Ajoupa-Bouillon, e ha come esponenti Edouard Delephine e Philippe Pierre-Charles; e Com­bat Ouvrier (b.p. 214, 97110 Pointe-a-Pitre, Guadaloupe), di­retta emanazione dell’omonimo raggruppamento francese, che alla Martinica è in pratica pre­sente solo a Fort-de-France, e fa capo a Ghislaine Joachim-Arnaud. I due gruppi editano omonimi periodici.
    Queste nuove forze indipenden­tiste e rivoluzionarie hanno sti­molato una radicalizzazione del PPM con interazioni diverse. Ar­thur Regis, direttore del giorna­le del partito, Le Progressiste, il 21 gennaio scorso ha dato le di­missioni da consigliere genera­le della Martinica per protesta contro la politica francese, con la seguente dichiarazione: “Per eliminare i martinicani, il meto­do impiegato è estremamente sottile e intelligente; esso con­siste nell’agire in modo che il martinicano non trovi più lavoro nel proprio paese e sia di conse­guenza obbligato a scegliere tra la disoccupazione e l’esilio”.

    Il genocidio

    “L’obiettivo sta per essere rag­giunto, posto che migliaia di metropolitani occupano, qui, i posti che dovrebbero toccarci con priorità assoluta. Mentre si fa di tutto per vuotare la Martini­ca della sua gente, il governo francese riempie la Martinica di francesi. Orbene, più saranno numerosi i francesi qui, più essi si organizzeranno per espellere, con il terrore, i martinicani che osano resistere. Ciò che i nazi­sti non sono riusciti a ottene­re, cioè il totale sterminio di un popolo, nella fattispecie il po­polo ebreo, i francesi, loro, han­no dimostrato di essere capaci di farlo, di eliminare un popolo intero. Ed è così che, come con­seguenza della sbarco francese in quest’isola, i Caraibi [il popo­lo amerinda autoctono, ndr] furono sterminati al punto che non ne esiste più uno in tutta la Martinica. Oggi qui, come ieri in Algeria, i francesi si organizza­no tra loro riunendosi in circoli e amicales di tutti i tipi cosic­ché, al momento giusto, potran­no trovarsi in una nuova OAS che seminerà il terrore nella popolazione, lasciando come unica alternativa la tomba o la valigia. Senza una lotta decisa e senza tregua per fermare l’inva­sione, io non vedo come noi che ci troviamo senza un reale pote­re politico riusciremo a conser­vare la Martinica per le nuove generazioni di Martinicani”.

    Una politica, dunque, che com­prometterebbe lo stesso diritto di autodeterminazione in quan­to gli indigeni sono a poco a po­co sostituiti.

    Il passaggio da un program­ma autonomista ad un’imposta­zione chiaramente nazionalista –

    conseguente alla spinta degli indipendentisti di Marie-Jeanne entrati nella scena politica nel 1978 – ha provocato il distacco dell’ala moderata del PPM che faceva capo al vicesegretario generale Rodolphe Désiré; ma l’ala radicale, quella che fa capo a Camille Darsières, ha il favore popolare, tanto che Darsières stesso è stato trionfalmente rie­letto nel 1979 consigliere gene­rale. Appaiono anche le bandie­re nazionaliste nelle tre diffe­renti forme: tre strisce verticali, rossa, verde e nera; oppure: due strisce orizzontali, nera in alto, verde in basso, e triangolo ros­so con base all’asta; o ancora: metà rossa (all’asta) e metà ne­ra (al flottante). Rosso e nero sono i colori della libertà della gente dei caraibi (tale è infatti la bandiera di Haiti, ma qualcuno ritiene che vi siano anche sim­patie anarchiche) e il verde rap­presenta il simbolo della solida­rietà con il terzo mondo.

    La lingua creola

    La lotta per l’indipendenza è connessa anche a quella del ri­scatto della cultura locale e del­la lingua che l’esprime: il creo­lo, che sta al francese come le lingue romanze stanno al latino.

    In creolo vi sono poeti e scritto­ri di notevole forza, come Joby Bèrnabé, autore tra l’altro della raccolta di poesie Kombo (Fort-de-France, 1978): versi che resti­tuiscono alla lingua della Marti­nica la sua vocazione storica di lotta (kombò, appunto). Poesia anticolonialista dove, volta a volta, l’humor e l’ironia sgorga­no dal fondo popolare sfidando tre secoli di dominazione; ma anche poesia lirica, dove il pul­sare del sangue sembra far eco al ritmo dei tamburi ancestrali. Kombo è edito dal GEREC (Groupe d’Etudes et Recherches en Espace Créolophone), gruppo che pubblica la rivista Espace Créole (c/o M. Jean Bernabé, b.p. 601, 67200 Fort-de-France) cui collaborano autori di tutta l’area creola (Antille, Guyana, ma anche Seychelles, Rèunion, eccetera).

    Vi è poi un gruppo più combatti­vo che sostiene la radicalizzazione della battaglia linguistica e quindi la sostituzione dell’uso del francese con il creolo: si tratta di Grif an tè (artigli nella terra) che edita il foglio omoni­mo, interamente scritto in creo­lo (redazione: b.p. 843,Fort-de-France).

    Le grafie del creolo si ispirano tutte al criterio fonetico, mentre le nostre lingue minoritarie eu­ropee preferiscono quello eti­mologico perché le avvicina alla matrice comune (il latino per le parlate romanze, ma anche altre come il celtico, almeno nel sub­strato) differenziandole dalla lingua mandarina del “palazzo”. Per il creolo, la grafia etimologi­ca tenderebbe a ricondurlo ad una matrice francese, mentre la grafia fonetica l’allontana enor­memente dalla lingua scritta metropolitana. Gli indipendenti­sti e i nazionalisti non intendo­no, almeno nella maggioranza, sostituire il francese con il creolo, essendo ben consci che la conoscenza della lingua fran­cese è una ricchezza: perciò in­tendono fondare la futura, libe­ra nazione della Martinica sul bilinguismo ed usare, oggi, la lingua locale come arma di libe­razione e di riscatto dei valori culturali originari.

  • I murales sardi

    La rabbia secolare di un popolo colonizzato e sfruttato. Intervista a Pinuccio Sciola

  • Si prega di parlare inglese

    Anche l’Eire – unico stato sovrano tra i paesi celti – rischia di tornare a essere un feudo culturale britanni­co. La lotta della Lega Gaelica. Numerose analogie con la situazione delle nostre minoranze

  • “Akwesasne Notes”, voce degli Indiani d’America

    “Guardate, c’è un lembo di terra fertile vicino al ruscello, e noi là seminiamo il grano. Il resto è deserto. Un tempo possedeva­mo una terra ricca, umida, dove l’erba era alta e la selvaggina abbondante, una terra cosi va­sta che un corsiero avrebbe du­rato fatica ad attraversare in otto giorni. Washington s’è prese tutte le nostre terre, non possediamo più nulla… Ogni inverno tossisco sempre più forte e presto me ne andrò. Ma non è per questo che sono triste. Sono triste pensando alla mia gente. Chi l’aiuterà, quan­do non ci sarò più?” (Nuvola Rossa)

  • Dàgli al tedesco!

    Lo sport italiota di insultare i sudtirolesi…

  • Lingua quechua, ma quale?

    Molte lingue non ufficiali – cioè senza un governo e una flotta alle spalle – sono composte da svariate parlate locali. Ma è un falso problema. Basta unificare la grafia e incoraggiare l’intercomprensione tra le varianti, e poi si potrà benissimo insegnarle a scuola. Ma qualcuno non è d’accordo…

  • ll separatismo in Corsica

    L’autonomismo, l’indipendentismo e la lotta armata nella travagliata colonia francese. La netta opposizione del FLNC alle nuove proposte di Mitterand apre una frattura all’interno dello schieramento etnico locale.

  • Settembre 1981, si costituisce il fronte di liberazione andino

    Ecco il manifesto di fondazione del Fronte Indio di Liberazione delle Nazioni del Tawantinsuyo, Filinata.

  • Lettera di Sardigna Emigrada a “Etnie”

    Vi scrivo a qualche settimana di distanza dai fatti preoccupanti che sono accaduti in Sardegna per informarvi della loro ripercussione qui e della posizione assunta in proposito da noi di “Sardigna Emigrada”; tali fatti forse possono essere sfuggiti a molti, ma non certo agli “addetti ai lavori” e a chi – sia pure indirettamente – ne è coinvolto. Li riassumo brevemente: alcuni militanti del Partito Sardo d’Azione, tra cui un consigliere comunale che sarebbe stato addirittura trovato in possesso di esplosivo, sono stati arrestati sotto l’accusa di perseguire fini separatistici mediante attentati, di concerto con siciliani e libici; si sarebbe svolta una riunione a cui avrebbero partecipato “elementi separatisti sardo-siculi” (come la stampa li ha definiti) ed emissari di Gheddafi. Gli attentati dovevano essere in preparazione, perché non si ha notizia di fatti realmente accaduti.

    Successivamente, è stato tirato in ballo anche il Fronte Indipendentista Sardo (FIS.), con sede a Sassari, organizzazione promossa dal professore universitario Gavino Piliu, che pare sia stato trattenuto (lo so da fonti orali e non confermate) qualche tempo dagli inquirenti, senza che si trovasse da muovergli addebiti; di lui avrete sentito certamente che teneva lezioni di chimica in sardo e discuteva tesi scritte in lingua. Inoltre, i dirigenti del PSd’Az, che si recavano al loro Comitato Centrale, sono stati “identificati” dai carabinieri; a seguito di questi fatti sono comparse interviste di Columbu, il presidente del partito, sul Manifesto e su qualche altro giornale (“Perché i militanti sardisti vanno in galera?” “Metodi austriaci”…).

    Per la faccenda dei contatti con i libici, pare che l’allarme sia partito dal patriottico e atlantico segretario regionale del Partito Repubblicano (per mettere in difficoltà il PSd’Az in Giunta?); in tal caso, lascio giudicare a voi della sua fondatezza.

    Così, sette arresti, un’istruttoria in corso (quando sarà formalizzata?), poi di nuovo tutto nel silenzio.

    La cosa però, come era prevedibile, non ha mancato di suscitare commenti, e anche sconcerto, negli ambienti anticolonialisti: noi, passata la prima paura causata dall’atmosfera di repressione generale dovuta anche alla lotta contro il terrorismo, abbiamo sentito un vivo impulso a riorganizzarci: diverse persone che si erano disperse ora si stanno riaggregando, qualche giornale di una certa importanza dovrebbe offrirci spazio (staremo a vedere…); ci è arrivata la notizia che in Sardegna si sarebbe addirittura raggiunto il tanto sospirato Coordinamento Anticolonialista, anche se in forma più ristretta di quanto si sperava, e dovrebbe uscire un suo giornale per continuare in qualche modo il discorso portato avanti da «Sardigna Emigrada».

    C’è insomma la diffusa convinzione che non bisogna cedere alle intimidazioni dello Stato, e d’altra parte la consapevolezza che bisogna evitare ogni confusione con i metodi e la logica del terrorismo, capaci solo di rendere più efficiente e forte la macchina repressiva statale e più aliena la simpatia della gente per la causa che si vorrebbe promuovere.

    Si tratta perciò, come vi dicevo nell’altra lettera, di trovare una strategia nuova, che né i canali istituzionali né i modelli del terrorismo possono fornire: non è questione né di terza via né di opposti estremismi, ma di trovare come un popolo – quello Sardo – in una situazione storica concreta – quella italiana contemporanea – possa liberarsi, senza lasciarsi dietro terra bruciata né rispondere ai crimini dello Stato (sempre molto sottili, “pacifici” e “pacificatori”) con altri crimini, inevitabilmente più cruenti. Siamo orientati a pensare che in quegli strani fatti c’è una buona dose di montatura, tanto più che conosciamo troppo bene (e abbiamo anche a volte criticato) il PSd’Az per credere che vi si respiri un’aria dinamitarda; tanto più che la dichiarazione dell’indipendenza come obiettivo storico fatta all’ultimo congresso (sul quale poi ci siamo informati meglio e stiamo aspettando gli Atti), deve veramente aver dato fastidio a molti. È probabile dunque, almeno per quanto se ne sa fino a ora, che si tratti di una bassa manovra per screditare un partito che, se pure in passato non si è certo distinto per coerenza, con quella dichiarazione ha veramente posto una bomba sotto il sistema, ma in ben altro modo da quello che intendono i nostri “austriaci”: non si può negare, infatti, la portata storica di un’opzione per l’indipendenza.

    Sardigna Emigrada ha intenzione di non rimanere passiva; ma sono proprio questi i momenti in cui deve funzionare la solidarietà e l’unità di prospettive dei movimenti nazionalitari, in cui (nei limiti delle nostre possibilità) si deve intensificare l’informazione – un’informazione che scopro sempre più carente, deviata, fatta di pregiudizi – in cui costruire un’azione comune diventa possibile. È inutile: siamo un corpo estraneo ai sistema imperialista non solo fuori ma anche all’interno del nostro stesso Paese – e qui è lo scandalo – dunque non possiamo attenderci molta solidarietà e comprensione neppure dai settori più progressisti italiani (anche se la nostra lotta offrirebbe ad essi argomenti di non poco conto per mettere in discussione gli assetti ingiusti dello Stato); quella che dobbiamo cercare è la società alternativa nelle sue forze più fluide, dove meno opera il preconcetto, dove non esistono preoccupazioni di schieramento. Ma chi di noi sa bene oggi dove trovarla e come identificarla?

    In concreto, bisogna allora usare accanto ai pochi canali che ci vengono offerti tutti quelli di cui possiamo disporre noi, per rispondere smentendo certe manovre e certe analisi che hanno lo scopo di evitare che si affermi un serio movimento e una sensibilità anticolonialista; paradigmatico, a questo proposito, un articolo di Salvatore Sechi sul “Messaggero” dove l’esistenza di rivendicazioni sardiste veniva spiegata come effetto della disperazione e dell’abbandono in cui si trova la regione, e degli anticolonialisti sardi usciva fuori quasi un’immagine di nostalgici, desiderosi di voltare le spalle alla civiltà industriale moderna per rimettere in auge una Sardegna arcaica e pastorale. Niente di più falso: quando si critica il modello petrolchimico, perseguito come ben si sa, lo si fa in nome non del mito del buon selvaggio ma delle reali attitudini di sviluppo dell’isola, della valorizzazione delle risorse locali ora completamente prostrate.

    Ma per mascherare queste analisi non bastano risposte occasionali e artigianali; ci troviamo di fronte come vi dicevo a una precisa posizione: disconoscere lo spessore culturale e politico dell’anticolonialismo.

    Per questo chiediamo il vostro aiuto e la vostra solidarietà: non vogliamo trovarci addosso simili etichette, e non vogliamo persone in galera per non si sa quanto tempo accusate non si sa di che cosa, come ormai sembra prassi normale. La gente deve sapere che l’Italia ha prigionieri politici anticolonialisti.

    Fateci sapere cosa ne pensate e se è possibile fare qualcosa a Milano, attraverso la rivista o altre vie.

    Ho ricevuto una lettera in cui si accennava alle difficoltà di “Etnie”; non è effettivamente semplice distribuire su scala “nazionale” una rivista etnica. Secondo me il problema maggiore è appunto che l’area sensibilizzata è ancora molto ristretta: troppe volte quando qui a Roma parliamo della Sardegna (cioè una situazione ben definita e non l’anticolonialismo in generale), la gente anche politicizzata sembra più informata sui marziani. Rompere l’isolamento è anche la condizione indispensabile per trovare sbocchi alla produzione culturale del movimento nazionalitario.

    In attesa di vostre notizie, vi salutiamo e vi ringraziamo.

    Roberto Cipriani (Roma)

 

Romania e Ungheria, fratelli-coltelli della Transilvania

Filed in Antologia Stampa, romania, ungheria by del 15/06/2019
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Nella terra di Dracula, chi muore non giace e chi vive non si dà pace. Ed è cosi che a Valea Uzului, Transilvania romena, ci si fa il sangue cattivo (ovviamente) su un cimitero. Dove sono sepolti i morti delle due Guerre mondiali, ma soprattutto gli ungheresi. Dove alcune settimane fa un gruppo di politici, […]

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Marisol e le altre: come combattere la schiavitù domestica e riprendersi il futuro

Filed in News, News ed eventi, perù by del 14/06/2019
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Marisol è nata sulle Ande peruviane, frutto di una violenza alla madre, in una piccola comunità isolata a qualche ora da Cuzco. A 10 anni viene portata in città per lavorare come domestica, il suo unico stipendio era il poco cibo che i padroni di casa le lasciavano, e il permesso di frequentare la scuola […]

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Un’antica favola diventa una commedia moderna

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 11/06/2019
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La leggenda più conosciuta in Polinesia è sicuramente quella della nascita della palma da cocco. La bella figlia del ari’i, il capo, viene promessa in sposa alla feroce anguilla che dimora nel vicino lago, quale pegno di pace. La ragazza terrorizzata dal suo futuro insieme al mostro, chiede aiuto al semidio Maui che uccide la […]

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Giornata mondiale dell’oceano: parla Jaquie Evans

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 09/06/2019
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  Per la giornata mondiale dell’oceano, celebrata l’8 giugno, 50 artisti hanno esposto presso il comune di Pirae sull’isola di Tahiti le loro creazioni, realizzate sul tema ‘Rāhui e spirito delle lagune. Anticamente – e tutt’oggi nella remota isola di Rapa – i polinesiani proteggevano le ricchezze del loro oceano con il rauhi, la proibizione, […]

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La sinistra danese vince perché è antinvasionista

Filed in Antologia Stampa, danimarca by del 08/06/2019
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I socialdemocratici in Danimarca hanno trionfato alle elezioni e conquistano il governo. La nuova premier sarà donna e la più giovane nella storia del Paese: 41 anni. La destra è crollata. Una chiave del risultato? La leadership socialdemocratica ha adottato una linea dura sull’immigrazione. Ha vinto con un classico programma di sinistra “sociale”: più spesa […]

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La diga di Ilisu e la sparizione di Hasankeyf, l’ennesimo crimine turco

Filed in News, News ed eventi, turchia by del 08/06/2019
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Probabilmente, se e quando leggerete questo appunto le acque staranno già inghiottendo definitivamente l’antica città di Hasankeyf. La diga idroelettrica di Ilisu lo richiede. Data prevista, il 10 giugno. Questo gioiello della storia, la cui fondazione risale all’età del bronzo, è in sintonia con nove dei dieci criteri adottati dall’UNESCO (ne basterebbe uno per classificarlo […]

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Festival del Paganesimo per ricordare l’uccisione di una strega piemontese

Filed in italia, News, News ed eventi, piemontesi by del 07/06/2019
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In memoria di Tamara Bopp Dupont, la “Thatcher del Pacifico”

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 07/06/2019
In memoria di Tamara Bopp Dupont, la “Thatcher del Pacifico”

Me la voglio ricordare così, con quel sorriso enigmatico, lei, considerata la Thatcher del Pacifico, donna energica, volitiva, dalla chiarezza di idee. La prima volta che mi ha vista mi ha chiesto di controllare la sua bella casa in riva al mare a Mo’orea, mentre era negli Stati Uniti con tutta la famiglia. Sono rimasta […]

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La rinascita linguistica dei wampanoag, un sogno diventato realtà

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La rinascita linguistica di una nazione può scaturire da un sogno? Jessie Little Doe Baird della tribù Mashpee Wampanoag spiega come in uno dei suoi sogni i suoi antenati le dicessero di “chiedere alla gente wampanoag se fosse disposta a riappropriarsi della propria lingua”, così nel 1993 Baird prese contatto con anziani, dirigenti e membri […]

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Il conflitto mapuche continua a divampare

Filed in argentina, autonomismo, cile, etnismo, mapuche by del 07/06/2019
Il conflitto mapuche continua a divampare

Continua a soffiare forte il vento di nuove informazioni che regolarmente giunge dal Sud America in merito alla delicata questione mapuche: negli ultimi mesi sono stati diversi gli aggiornamenti e gli sviluppi, spesso legati a tristi fatti di cronaca, che hanno visto protagonisti membri del “popolo della terra”, i bistrattati mapuche, antico gruppo amerindo spodestato […]

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