Ettore Beggiato è uno dei più noti e rispettati patrioti veneti, nonché autorevole studioso della Serenissima. Dirigente della Liga Veneta fino al 1987, ne è uscito per fondare l’Union del Popolo Veneto e successivamente è stato segretario nazionale della Liga Veneta Repubblica-Veneti d’Europa. È stato consigliere e assessore della Regione nonché consigliere della Provincia di Vicenza. Con il suo aiuto cerchiamo di fare il punto sulla difficile situazione sociale e politica di questa terra. Cominciando con una curiosità più antropologica che politica: non passa sera senza che nei vari talk show appaiano gruppi di cittadini veneti furenti per la criminalità straniera, la magistratura complice, le tasse, eccetera. Contemporaneamente, stiamo sentendo che, per colpa di qualche baruffa tra autonomisti, le elezioni regionali rischiano di essere vinte da una sconosciuta che milita in un partito italico amico degli islamici, importatore di clandestini, tassatore spietato e punto di riferimento per la giustizia politicizzata. I veneti sono un popolo di autolesionisti?

Per conto mio il rischio che possano vincere i centralisti è molto relativo. È comunque una campagna piuttosto lunga (si voterà il 31 maggio) e molte cose potrebbero succedere. Ci sono due situazioni che andrebbero analizzate. La prima, quanto può sfondare Tosi nel centrodestra e nell’area leghista. La seconda, quanto può portare di negativo a Zaia questa linea di Salvini, che secondo me garantisce un sacco di voti dal Po in giù, ma al di sopra può essere vista con una certa perplessità. Al leghista tradizionale l’italianismo di Salvini potrebbe non piacere… anche se da questo punto di vista Tosi è mille volte peggio. Poi ci sono tre o quattro liste indipendentiste che non sappiamo quanto voti riusciranno a raccogliere.

Tradizionalmente queste liste non prendono mai niente…

Vero, ma metti che raggiungano anche solo l’1,5% a testa, e quel 5-6% di voti potrebbe pesare. Aggiungi i delusi di una certa deriva della Lega che potrebbero restarsene a casa, e i rischi aumentano. Anche se, diciamocelo, perché vinca la Moretti nel Veneto dovrebbe succedere la fine del mondo.

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Come valuti, da esponente del venetismo, l’operato di Zaia?

Confesso che mi aspettavo di più da lui. Vero è che ha avuto la sfortuna di governare nel periodo peggiore dall’istituzione della Regione. Ma poteva premere di più sull’acceleratore, soprattutto quando la Lega ha lasciato il governo. Posso capire che finché era al potere con Berlusconi per carità di patria dovesse mantenere una linea “istituzionale”. Ma con Monti e Letta mi sarei aspettato i fuochi d’artificio da parte di Zaia, o almeno una reazione più marcata al governo centrale. Persino un governatore non leghista aveva avuto avuto il coraggio di dire a Scalfaro “è meglio che stia a casa, Presidente”, quando doveva inaugurare una nuova piazza a Mestre. 1)
Zaia non ha mai alzato la voce, ma a volte c’è anche bisogno di qualche gesto simbolico per tenere alta la fiducia di un popolo. Poi c’è questa eccessiva attenzione al politicamente corretto: capisco che la sua maggioranza è sempre stata piuttosto eterogenea, ma tu come leghista devi anche rispettare la sensibilità dei tuoi sostenitori.

La Lega ha da decenni il monopolio delle istanze autonomiste e persino indipendentiste, almeno dal punto di vista politico-elettorale. La mia impressione – adesso come trent’anni fa –  è che Bossi abbia mandato tutto a monte dal momento in cui ha bandito ogni discorso etno-culturale. Se un movimento autonomista non ha valori culturali (storici, linguistici, antropologici), già la battaglia è persa per metà. Ora con Salvini l’aspetto cultura è di nuovo a zero, e per di più con una deriva italianizzante. Non è che la tecnica dell’establishment tricolore di importare masse straniere per ricompattare gli “italiani” sta dando i suoi frutti?

Senza alcun dubbio certe dinamiche vengono studiate a tavolino e messe in pratica dallo Stato italiano. È la continuazione del Minculpop fascista: un Paese, un popolo, una lingua, una storia, un’identità… Tutto finalizzato a fiaccare la resistenza delle nazioni senza stato che potevano veramente rappresentare una diga contro il centralismo, e anche contro le maree migratorie; perché si può pure rivoltare il discorso e scambiare causa ed effetto: è pacifico che se passa – come sta passando – il teorema che siamo tutti italiani, il gradino successivo è che siamo tutti europei, siamo tutti cittadini del mondo – le fesserie che un certa intellighenzia sta portando avanti – e a quel punto devi spalancare porte e finestre a chiunque.
Tra l’altro in Italia dove mai è esistita una identità nazionale al di fuori dei mondiali di calcio, l’invasione diventa più facile. Basta vedere cosa hanno speso, in termini di soldi e di retorica vuota, per festeggiare il 150° della cosiddetta unità. Un conformismo sconfortante. Quando trovo un amico della sinistra gli chiedo: possibile che nessuno di voi, a parte nominarlo, non si sia mai degnato di andare a leggere cosa scriveva Gramsci sul risorgimento? Come lo criticava?
E poi i falsi storici. Per esempio, noi veneti non c’eravamo nel 1861. 2) Cosa vieni qua a casa mia a pretendere che io festeggi qualcosa che non mi riguarda? Né c’erano il Friuli, il Trentino, il Sudtirolo. Anche qui è stata un’occasione persa in maniera clamorosa per organizzare manifestazioni di dissenso e sbugiardare gli storici di regime.
Ora, le riforme di Renzi vanno in senso ancor più centralista. Non solo non abbiamo portato a casa niente, ma quando passeranno avremmo perso ulteriore terreno. Al centro torneranno ancor più competenze, in base a questo concetto di salvaguardia nazionale che prima non c’era, e che permetterà in qualsiasi momento di appellarcisi. Le trivellazioni nell’Adriatico, l’asta del Po, le opere più o meno grandi, la centrale dell’Enel nelle montagne bellunesi, i musei, tutto può essere di interesse nazionale. Il burocrate che sta al ministero vedrà in questo una bella occasione per riappropriarsi di poteri, privilegi: una riforma pericolosa. D’altronde che cosa viene detto davvero alla gente di questa riforma? Che non ci sarà più il Senato e supereremo il bicameralismo. Bene. I più preparati sanno che verrà cancellato il Cnel. Bene. Ma su quello che riguarda le competenze e la libertà decisionale dei territori, non è che io abbia sentito particolari commenti e preoccupazioni.

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Ettore Beggiato con altri osservatori internazionali in occasione del referendum indipendentista catalano.

E del clamore suscitato dal referendum di autodeterminazione del Veneto, cosa è rimasto?

Alla fin fine resta l’impressione che non sia stato gestito bene. Ha avuto senza alcun dubbio una grandissima partecipazione, ma l’ideatore Gianluca Busato ha commesso un errore parlando di 2.360.235 votanti.

Su 4.900.000 residenti sembra demograficamente un po’ troppo.

Infatti. Se avesse dichiarato un milione sarebbe stato molto più credibile, oltre che aderente al vero. L’eccesso, invece, finisce per stendere un’ombra su un risultato comunque eccezionale. Resta il fatto che lui è stato bravissimo, e anche fortunato. C’è stata infatti una coincidenza con l’annessione della Crimea. Ai russi non è parso vero di mostrare agli auropei occidentali che anche qui da noi c’erano fermenti indipendentisti, ed ecco immagini alle televisioni russe di piazza San Marco e Palazzo Ducale con le bandiere venete. La censura posta come al solito dall’informazione italiana sul referendum è saltata quando hanno cominciato a parlarne all’estero, prima in Russia e poi nel resto del mondo.

Dal momento che la frontiera tra i due “mondi” che coabitano nella Repubblica Italiana passa per la Linea LaSpezia-Senigallia, ha senso aspirare a un’autonomia statuale del Veneto? Non intendo far passare il Veneto per Padania – come alcuni padanisti che cercano addirittura di “celtizzarvi” – ma non sarebbe più efficace ipotizzare una confederazione padano-veneta, dotata di fortissime autonomie locali?

La vedo difficile, e non solo dal punto di vista culturale ma anche economico. Noi siamo realtà profondamente diverse. Qui abbiamo la piccola e media industria, nel Triangolo esiste invece una grande industria che – pensiamo alla Fiat, ma non solo – riesce sempre a portare a casa qualcosa dallo Stato centrale.
Certo, un sistema confederale potrebbe essere interessante dal punto di vista dell’economia di scala: probabilmente uno Stato di 5 milioni di abitanti (per quanto ne esistano di assai più piccoli) avrebbe qualche problema, mentre una realtà padano-veneta diventerebbe di certo una potenza economica.
Tuttavia, in Veneto si è ormai creata una forma di diffidenza e di risentimento che rende difficile far passare progetti che travalichino i suoi confini. E di questo dobbiamo ringraziare anche la Lega Nord. Non ho dimenticato le circolari di Bossi che vietavano di esporre il Leone di San Marco fuori dalle sedi della Liga Veneta al posto del Sole delle Alpi.
Forse più avanti si potranno ricreare le condizioni minime per fare una progettazione più ampia, ma allo stato attuale i timori sono troppo forti.

Ma che queste questioni trovino posto sulla stampa italica, nemmeno a parlarne…

Sulle tematiche etniche e sull’autodeterminazione, l’atteggiamento della politica, dell’informazione e della cultura italiane è terrificante. Sono andato di persona a Edimburgo e a Barcellona per i rispettivi referendum indipendentisti (per il secondo ero osservatore internazionale) e ho respirato l’atmosfera di impegno, speranze, creatività. Nel frattempo in Italia usciva un commento di tale Enrico Letta che, sulla prima pagina del Corriere, faceva un parallelo tra la Sarajevo del 1914 e la Edimburgo del 2014! 3)  Che futuro abbiamo con gente simile?

Veniamo al difficile rapporto tra autonomismo e la UE. Così com’è, l’Europa unita è dolorosa; ma per chi ha combattuto per questa idea, come molti di noi, è quasi più doloroso il crescente antieuropeismo. Tu come la pensi?

Sono completamente d’accordo. Ribadisco sempre di essere un europeista convinto: l’Europa può darci una grossa mano a ridurre il potere e l’influenza dei cosiddetti Stati nazionali. E se oggi siamo tutti un po’ meno italiani lo dobbiamo anche alla moneta che abbiamo in tasca e che si chiama euro. È la Le Pen che odia l’Europa, gli indipendentisti molto meno! Si può anche capire che ci si allei con chiunque pur di combattere contro un nemico spaventoso, ma per il resto bisogna sentire cosa dice questa persona dei corsi o dei bretoni e delle loro aspirazioni…

I tuoi progetti per il futuro?

Malgrado le sollecitazioni quotidiane, non intendo ricandidarmi. Sono stanco e non vedo grandi prospettive politiche. Non scorgo ancora un progetto veramente efficace per il Veneto, e ora come ora trovo più utile dedicarmi agli aspetti culturali del venetismo. Per esempio, sta per uscire il mio ultimo libro, La questione veneta, in cui cerco di mostrare a forza di documenti che i veneti in tutte le epoche successive alla caduta della Serenissima non hanno certo sventolato la bandiera italiana, ma c’è sempre stato un tentativo costante di recuperare l’autogoverno. Di testimonianze ce ne sarebbero tante da farne parecchi volumi, ma non vengono mai rese pubbliche: io ci sto provando.

 

N O T E

1) Il riferimento è a Giancarlo Galan, che invitò il Capo dello Stato a non recarsi in Veneto il 30 settembre 1997.
2) Il Veneto fu annesso al Regno d’Italia solo nel 1866.
3) “Corriere della Sera”, 16 settembre 2014: “Caro direttore, il referendum in Scozia come l’attentato di Sarajevo? Saranno le suggestioni del centenario della Prima guerra mondiale, ma l’associazione tra Sarajevo, con le concatenazioni che distrussero l’Europa un secolo fa, e le possibili conseguenze dell’indipendenza scozzese nel referendum di giovedì potrebbe non essere troppo forzata. Un sì o un no che pronunceranno pochi milioni di cittadini scozzesi ma che inciderà anche sul nostro futuro, oltreché sul loro. Una scelta disgregatrice figlia di un populismo istituzionale che offre soluzioni semplici con l’illusione di risolvere problemi, che invece uscirebbero inevitabilmente aggravati se giovedì vincesse il distacco della Scozia da Londra”. Eccetera!