Giulio Terzi di Sant’Agata: ecco perché Pechino è colpevole

Filed in Antologia Stampa, cina, italia by on 21/05/2020 0 Comments

L’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi non ha mezze misure quando parla di Cina e dell’origine del virus. Bergamasco doc, ha provato nella sua città la devastazione del contagio e ora chiede a gran voce una commissione d’inchiesta internazionale su Covid-19. Presidente del Comitato globale per lo Stato di Diritto Marco Pannella, membro di think tank e fondazioni, è severo con il governo e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, per l’accondiscendenza nei confronti della Cina. E lancia l’allarme sulle infiltrazioni di Pechino in università, centri di ricerca e nevralgici del nostro Paese.
Cosa pensa della proposta di diverse nazioni, a cominciare dagli Stati Uniti, di una commissione d’inchiesta internazionale sul virus che finora ha provocato oltre 4 milioni di contagi e 300 mila morti?
È un dovere per tutta la comunità internazionale, una responsabilità per i governi degli Stati colpiti nei confronti dei loro cittadini e per lo stesso governo cinese. Se Pechino continuasse a contrastarla non farebbe che scavare la fossa in cui il Partito comunista si è messo censurando, negando, intimidendo per mesi tutti quelli che in quel Paese hanno lottato e lottano per ottenere chiarezza e giustizia. Il risultato negativo che la Cina ha sinora ottenuto è ancora peggiore di quello subìto dal Pcus al tempo del disastro nucleare di Chernobyl.
Il governo cinese sembra accettare un’inchiesta guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Potrebbe essere un compromesso?
Il direttore generale etiope dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è assai legato a Pechino. Piuttosto la commissione dovrebbe essere un’iniziativa dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, trattandosi di questione di salute globale e di emergenza economica e umanitaria.
La Casa Bianca sospetta che il virus sia uscito dal famoso laboratorio di Wuhan. Gli americani hanno in mano qualcosa di concreto?
Nessuno ha fornito all’opinione pubblica prove inconfutabili sull’uscita di questo agente patogeno dall’Istituto di virologia di Wuhan. Ma nemmeno Pechino ha mai dimostrato la provenienza del virus dal mercato di animali selvatici che è ubicato vicinissimo al laboratorio P4 di massima sicurezza, o da altri luoghi nella regione dell’Hubei, colpita dai primi focolai. Anzi, ha continuato a mischiare le carte. Le responsabilità politiche, legali ed economiche della Cina sono dirette, gravi e irrefutabili. Quale che sia la porta di uscita della pandemia –
laboratori o mercati – della metropoli cinese, Pechino è responsabile perché ha ostacolato qualsiasi forma di collaborazione scientifica nell’individuare le radici del virus. In secondo luogo, le responsabilità del regime comunista emergono chiarissime dall’analisi e dalle incongruenze di una narrativa imposta dal presidente a vita Xi Jinping e propagandata ossessivamente dalla nomenclatura del Partito comunista cinese, inclusi i suoi aggressivi e intolleranti ambasciatori nel mondo.
La Francia sa qualcosa di più sull’origine del virus?
Il laboratorio di Wuhan, tecnologicamente avanzatissimo, è stato progettato e finanziato dalla Francia in un quadro di cooperazione scientifica iniziata nel 2003 per combattere la Sars. Una collaborazione finita poi male per le costanti preclusioni cinesi a qualsiasi trasparenza, condivisione delle ricerche e delle misure di sicurezza. L’Istituto di virologia di Wuhan, nel quale è inserito il laboratorio P4 di massima sicurezza abilitato a trattare i virus più pericolosi, è un’istituzione fondata agli albori del regime comunista, nel 1956. I suoi scienziati sono noti soprattutto per avere creato versioni ibride del coronavirus proveniente dai pipistrelli che possono infettare le cellule umane.
All’inizio la Cina ha cercato di nascondere il contagio?
Le autorità cinesi hanno totalmente disatteso i trattati sul Global health vincolanti e ratificati da Pechino. In particolare quelli adottati dopo l’altra grave epidemia, la Sars, scoppiata nel 2002 in Cina. Accordi che obbligano a notifiche rapidissime – entro 24 ore – di qualsiasi avvisaglia di contagio. Pechino ci ha messo almeno sei settimane. È la cronologia documentata degli eventi a inchiodarla: la prima persona infettata nell’Hubei viene registrata il 17 novembre 2019; “The Lancet”, autorevole rivista scientifica, riferisce del caso il 1° dicembre; il medico Li Wenliang, che tenta di lanciare l’allarme, viene arrestato e minacciato dalla polizia il 30 dicembre. E solo l’11 marzo Pechino lascia che l’Oms dichiari la pandemia. Ma ancora una volta in grave ritardo a causa delle pressioni sul direttore generale.
Come mai in Italia si parla poco dell’indagine internazionale sul virus?
Sono ormai evidenti i danni che il Paese subisce nei suoi rapporti internazionali, non solo in Europa e in America, ma anche in Giappone, Australia, Canada, nel Sud-Est asiatico, in Africa, cercando di non impegnarsi nella pressante richiesta di una Commissione internazionale d’inchiesta. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – per evitare di chiedere una commissione internazionale di indagine – ha solo detto che l’Italia chiede “trasparenza”.
Bisognerebbe richiedere i danni alla Cina, come stanno facendo in altri Paesi e come ipotizza la Regione Lombardia?
La Cina non vuole in alcun modo collaborare nella ricerca internazionale di un vaccino e ancora meno a individuare la vera origine del virus. Ricorsi alle giurisdizioni internazionali come Corte internazionale di giustizia, Wto [Organizzazione mondiale del commercio], Corte permanente di arbitrato sono non soltanto possibili, ma hanno solide basi giuridiche. È vero che si deve superare il principio della sovranità e immunità degli Stati, ma è avvenuto non poche volte negli ultimi 70 anni di storia. Infine, c’è la via altrettanto concreta dei ricorsi alla giurisdizione nazionale.
L’Italia dovrebbe rivedere il Memorandum sulla Nuova via della seta?
Il Memorandum va immediatamente annullato. È una iattura per la sovranità e la tutela dell’interesse nazionale. Non ha portato alcun vantaggio al nostro export rispetto a un’ulteriore crescita di quello cinese verso l’Italia. Ma ancora più grave, tale “intesa” ha creato una crescente dipendenza politica, economica e strategica di Roma da Pechino. Le reti dell’informazione pubblica devono ormai sottostare alla propaganda del Partito comunista cinese, diventandone il costante megafono. I rapporti scientifici fanno entrare i ricercatori cinesi – entità legate alle loro Forze armate – nei nostri sancta sanctorum, come l’Agenzia spaziale italiana, il Centro di cooperazione internazionale per la sicurezza informatica e i maggiori centri di ricerca.
Vuole dire che siamo infiltrati da emissari di Pechino?
Da molto tempo, e in misura ancora più accentuata dall’inizio degli anni 2000 con il suo ingresso nel Wto e l’accelerarsi della globalizzazione, la Cina ha impegnato grandi risorse finanziarie, politiche e diplomatiche per costruire reti di penetrazione nei Paesi occidentali considerati “bersagli” per acquisire tecnologie, mercati e influenza globale. Reti che contano su personalità del mondo politico, scientifico ed economico attratte da Pechino con incarichi nelle sue università e aziende. Esistono “mappature” tracciate da centri di ricerca internazionali, con nomi, cognomi e attività delle personalità italiane che lavorano per la Cina e ne sostengono attivamente gli obiettivi di espansione di Pechino nel nostro Paese e in Europa. Ne risulta un’immagine inquietante. Un gotha di personaggi in rapporto col regime cinese, che lavora contro l’Italia.

Fausto Biloslavo, “Panorama”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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