Heiva I Tahiti 2019, la quarta serata

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 14/07/2019
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Cinque gruppi, tre per il canto e due per la danza, nella prima serata della seconda settimana della Heiva I Tahiti 2019, nonché quarta serata. Per il canto i Tamari’i Outua’ia’i e O Puna’auia in categoria tārava Tahiti; Tamari’i Tuha’a Pae No Mahina (gli abitanti delle isole Australi che risiedono a Mahina, comune dell’isola di Tahiti) in categoria tārava Tuha’a Pae; per la danza il gruppo Tere Ori in categoria hura ava tau, dilettanti, e il leggendario Te Maeva di Coco Hotahota in categoria hura tau, professionisti.

Tamari’i Outua’ia’i

Nahiti e rua, te parau tapu tei riro mai ei manu
Nahiti, la parola sacra diventata uccello

Gruppo composto dai parrocchiani della chiesa protestante di Arue, comune dell’isola di Tahiti, professionisti del canto ma’ohi che praticano regolarmente durante le celebrazioni.
Come per il gruppo Tamari’i Mahina, la storia cantata da questo gruppo inizia con l’uccisione del figlio da parte del sacerdote perché da lui disturbato mentre pregava sul marae, luogo sacro.
Il padre Atiti’ifaioro, in piena meditazione, prende per le gambe il figlio Mata’irua che urlava e gli sbatte la testa sul marae, ma il bimbo non è completamente morto.
Tārava ruau
Na te mana varua o te Atua
Tauturu mai ia na e,
I parauhia ai to Nāhiti e rua
Hō’ē hiti ora, hō’ē hiti pohe e
Canto antico
Ma la potenza dello spirito di dio
Gli permette di rinascere
Così naque l’uccello Nāhiti il grande
Con un lato vivo e un lato morto
Così nasce l’uccello Nāhiti il grande, una lato nero un lato bianco:
Tārava Tahiti
‘Aito  Nāhiti e rua e
E manu nehenehe mau ā e
Hō’ē hiti ora hō’ē hiti pohe
‘Ua au to tere na te reva e
Tere iti mata’ita’i e
Tere iti mana’ona’o e
Canto secondo lo stile di Tahiti
Nāhiti il grande è un eroe.
E’ un uccello meraviglioso,
Un lato bianco, un lato nero.
Quanto è maestoso il tuo volo.
Vola, vola, vai a scoprire il mondo,
Vola ma sii prudente.

Tornato a casa si addossa contro il grande albero ‘ati (Callophillum), che usavano per appendere i caschi di fe’i, banane rosse selvatiche (Musa troglodytarum). Quando la moglie Ruataimanu rientra dalla pesca scopre la triste novella e insieme decidono di partire per il posto più lontano possibile. Andranno a Ra’iatea, l’isola sacra, origine del popolo polinesiano. Mentre si preparano per il lungo viaggio, sentono una voce:
“Atiti’ifaioro, Ruataimanu perché mi abbandonate? Vorrei accompagnarvi!”
Ruataimanu sbalordita dice al marito: “Ma è la voce di Mata’irua!”
Atiti’ifaioro risponde: “Ti confondi con lo stridio del purau”. (Ibisco selvatico.)
La voce si fa nuovamente sentire:
“Atiti’ifaioro, Ruataimanu perché mi abbandonate? Vorrei accompagnarvi!”
È Mata’irua che appare loro sotto forma di uccello nel quale la sua anima si è reincarnata. Certi che il loro figlio sia ancora in vita, navigano fino a Ra’iatea. Qualche giorno dopo il loro arrivo nella terra degli antenati,

Ua hi’ohi’o e, ua mata’ita’i
I to ratou fenua e
Fenua ruperupe fenua he’euri
Fenua nehenehe mau ā e
‘Opa’opa noa ra Nāhiti e rua
Na roto i te reva anoano e
La contemplano, l’ammirano
Terra fiorita, terra lussureggiante
Quanto è magnifica!
In volo avvitato Nahiti il grande
planava nell’alto del cielo.

Si accorge di Tehaupuari’i che porta sul capo una magnifica corona di fiori rossa, gliela chiede per lanciarla in aria; primo lancio, secondo lancio, la corona arriva fino a Vai’uramata, la sorgente del comune di Arue sull’isola di Tahiti, dove la nasconde.
Per il tema il gruppo ha il vestito metà nero e metà bianco, con una corona di petali rossi sul capo.
Se prestate attenzione, la ballerina che trovo tanto comica del gruppo Hei Tahiti canta in questo coro, non solo, mentre ero passata a salutare negli uffici della chiesa protestante, è entrata a chiedere di cambiarsi nei loro locali… Per poco non siamo tutte scoppiate a ridere, avevamo da poco visto il suo video!
Lo Ute ‘ārearea prevede la lotta fra un rapace, interpretato da un uomo, e un gallo da combattimento, competizioni proibite ma popolari in Polinesia. La povera bestia si è ritrovata sotto i riflettori, senza sapere come, inebetita dalle forti luci.

 

Tere ‘Ori

Hoturoa te ‘aepau a tainui
Hoturoa la saggezza di tainui

In questo gruppo il giovane maestro di canto del Conservatorio, Mike Teissier, si cimenta nella scrittura del tema e dei testi delle canzoni, insieme a vari compositori, fra i quali John Cadousteau, anche fotografo alla Heiva.
È la storia della migrazione del popolo polinesiano in Aotearoa, Nuova Zelanda, che dal villaggio di Vaipu a Papara, isola di Tahiti, parte alla ricerca di nuove terre, per sfuggire al sovrappopolamento che lo affliggeva. Il loro capo è Hoturoa, secondogenito della famiglie regnante, per questo destinato a essere sacerdote, che non dimentica di passare dal marae Taputapuatea dell’isola di Ra’iatea prima di attraversare moana, il grande oceano.
Molti i richiami storici culturali: dall’iniziale ‘ōrero, declamazione, con la recita della genealogia, al paripari fenua, ode alla terra, che ci racconta la composizione del territorio e la storia di questo popolo, facendo paragoni fra gli occhi azzurri di ‘Ahu’e’e, figlio di Hoturoa, e la laguna di Bora Bora, fra la pelle delicata e liscia del fanciullo con il penu, pestello, dell’isola di Maupiti. Nel ‘pā’ō’ā, danza tradizionale eseguita seduti sulle ginocchia, viene descritta la preparazione del sacro marae, alzando gli unu (tavole di legno scolpite con la funzione di connettere il cielo e la terra) dai colori reali rossi e gialli, posando il to’o, rappresentazione divina, sul ava’a, altare. La ‘ōte’a tāne, danza guerriera maschile, mostra la costruzione della piroga, dal grande tronco giallo di mara, nauclea, antico nome della pianta chiamata ‘ava, alla cucitura delle vele, alla posa del bilanciere. Nel Vahine ‘ori roa ae, l’assolo femminile, la raccolta delle provviste per la partenza nella foresta di ‘uru (albero del pane), la raccolta del taro (tubero polinesiano) del fondo della valle, e di ‘ūmara (patata dolce) con le sue qualità nutritive.
Il calafataggio della piroga viene effettuato con linfa di ‘uru, albero del pane, unita a fibra di cocco.
Nel ‘ōte’a ‘āmui, danza guerriera con uomini e donne insieme, la notte di Tamatea (bambino chiaro, allude alla luna che diventa gibbosa), nona del calendario lunare, ideale per le partenza: la piroga è pronta per il suo unico e ultimo viaggio. Nel ‘ōte’a hope’a, danza guerriera finale, viene descritta la navigazione condotta seguendo gli elementi naturali come onde, correnti, venti e le stelle. L’astro Natauihe, stella non identificata, piccola luce che scintilla dal profondo delle tenebre, guida attraverso l’oceano sospeso nel vuoto che si estende e si riversa nel lontano orizzonte.
Zuben el Shemali, Antares e Alnair sono le tre stelle guida che conducono alla bruciante Terra Promessa. Queste stelle sono come la coda dell’aquilone che plana nell’immensità del cielo.
“Andremo il più vicino al vento e seguiremo la scia dei cetacei. Ci faremo portare dalla corrente marina chiamata ma’o purotu, lo squalo bello, e partiremo verso il mondo dalle cime ricoperte da terre bianche senza mai più ritornare”, è la recita di questo viaggio leggendario.
Gruppo carico di energia, con bei costumi, buon raatira (capogruppo) che si esibisce in simpatici assolo. Gruppi come questo, lontani dalla città, restano “puri”, con gesti e costumi dal tono antico, senza contaminazioni moderne.
Molti i canti inseriti nella prestazione, si vede che l’autore Mike Teissier è il braccio destro di mama Iopa al Conservatorio per il canto; così si sviluppa il legame con le antiche tradizioni polinesiane, proprio come esortava il Ministro della Cultura Heremoana lo scorso anno.


O’ Puna’auia

Hina e te tumu ‘ōrā mātāmua
Hina e la scoperta del primo baniano

Come il gruppo della scorsa Heiva con a capo Pierrot Faraire, quest’anno giurato per il canto, i giovani coristi provengono dai quartieri sfavoriti del comune di Puna’auia, per essere iniziati alla ricchezza culturale di canto e danza polinesiana.
Cantano di come Hina battesse la corteccia per realizzare la tapa facendo tanto rumore che il dio Ta’aroa la fa proiettare sulla luna con un colpo di mazza rompitesta. Diventa Hina-Nui-Te-Ara’ara, grande Hina che veglia e protegge i viaggiatori in cammino durante la notte.
Sulla luna trova l’albero ‘orā, il baniano, e ne fa cadere un ramo che attera a Opoa, nell’isola di Ra’iatea, dove si radica dando vita al primo bananio sulla terra. Per questo motivo il grande albero non presenta frutti e si può riprodurre solo trapiantandone un ramo.
Questo gruppo non dà il massimo, ma è bene che i giovani che lo compongono si ritrovino per cantare. Ben cantato il duetto fra il māhu, uomo effeminato, e una donna dalla forte voce nel ‘Ute paripari, elegia alla terra; un travestimento per lo ‘Ute ‘ārearea, che tratta la depilazione, dalle ascelle a…

 

Tamari’i Tuha’a Pae Nō Mahina

Te fāreira’a te tama e te fenua’ o Eteroa
Alla scoperta della mia terra Eteroa

Il grido del vini ‘ura, piccolo uccello sacro, interpella i Mā’ohi:
Tu, figlio polinesiano che vivi a Mahina [comune dell’isola di Tahiti], vuoi conoscere la storia dell’isola di Rurutu?”
“Sono figlio della Polinesia, ma non conosco la mia identità culturale, sono in cerca della mia interiorità”.
“Ascolta”.
“Anticamente Rurutu si chiamava Eteroa…

Rurutu deriva da Rurutu tu noa, i te ono a’e, da ruru, riunirsi e tu sullo stesso piano di d’uguaglianza; la ripetizione permette di accentuare l’azione. Noa, spontaneamente, sempre e ancora; ono, il barracuda, a’e furioso. Rurutu tu noa era anche il nome della lancia del guerriero di Oropa’a Iro i te pū manatu, mortale come il barracuda quando caccia nell’oceano.
I movimenti geo tellurici vi hanno formato tre cime, Ta’atio, Erai e Manureva 385 metri; 2089 abitanti sull’isola, nei tre villaggi di Moerai, Avera e Hauti, oltre ai due più piccoli Narui e Na’airoa.
Rurutu è conosciuta per il suo artigianato, la lavorazione del pandano e i manufatti intrecciati con la sua fibra. Pesca e agricoltura, con le piantagioni di taro, tubero polinesiano, rendono l’isola autosufficiente. Il turismo sta iniziando a svilupparsi grazie alle balene che da luglio a ottobre vengono a riprodursi al largo delle sue coste.
L’isola è ancora oggi circondata da falesie di corallo emerso, crivellata di grotte tappezzate di concrezioni come la piattaforma all’uscita di Moerai con la sua magnifica vista sulle falesie della baia battuta dal mare, o la piattaforma ai piedi della grande falesia basaltica ricoperta di licheni, Matotea, che permette di ammirare la baia di Avera. La grotta più conosciuta è Ana Aeo, dove anticamente si facevano a pezzi le balene appena pescate per dividerle fra gli abitanti, diventata celebre dopo il passaggio del presidente francese Mitterand nel 1990, che vi si riparò a causa del maltempo.
Il grande guerriero Iro i te pu manatu, mezzo dio, mezzo uomo, protettore dell’isola, che vi ha eretto il primo marae dal nome Pore’opi, è presente ovunque con il suo spirito. L’uccello vermiglio che si è posato sopra la sua lancia prima di spiccare il volo verso lidi lontani, ha dato nome alla cima più alta dell’isola, Manureva, uccello che vola.
Gli abitanti dell’isola vengono paragonati al barracuda, che divora i nemici con un solo colpo di denti.

Te Maeva

A hio to moua
Contempla la tua montagna

Gruppo storico creato nel 1964, vanta numerosissime partecipazioni alla Heiva I Tahiti e altrettante vittorie sotto la guida di Coco Hotahota, che quest’anno ha delegato alla ra’atira (capogruppo) Cathy l’organizzazione, pur rimanendo autore dei testi e compositore delle musiche. Il tema vuole essere il ringraziamento all’isola di Tahiti, con le sue maestose montagne vulcaniche, le prime che appaiono arrivando per mare. Non mancano gli attacchi alla colonizzazione europea, ancor oggi ben presente:
Ha’apii mai nei te mau hotu painu
Tei tipae noa mai nei e, e hio i to ratou moua teatea
I roto i te puta ei moua teatea tioioi rahi,
E te heehee no tatou to te fenua nei
Ma te tiaturi e, e teatea atoa to tatou a’au
Ia aù i to ratou moua teatea
Hotana, hotana, ua tae mai te mau tamari’i
Teatea, a te atua unauna,
Na nia mai te va’a ama ore
Ua tupu maù a te tohu a Vaita.

I viaggiatori alla deriva ci hanno insegnato
Anche se erano appena sbarcati, ad ammirare le loro montagne bianche
In un libro, la loro montagna bianca è tutta di traverso,
Piena di trappole per noi che siamo di questo paese.
Credono che la nostra anima possa diventare bianca
Come la loro montagna bianca.
Osanna, osanna, sono arrivati i figli
Bianchi, dal dio glorioso
Sulla piroga senza bilanciere
La profezia di Vaita si è realizzata.

Vaita era il tahua, il sapiente che aveva sognato l’arrivo di un’isola galleggiante con a bordo dei semidei, che avrebbe segnato la fine della civiltà polinesiana.

Fa’a oti aera, to rapae mai, mate fa’a hepo e
To ratou reo ta’a e, reo i te tai punu o te moni,
E te tutae auri, ei reo tumu no tatou, to te fenua nei
Hotana, hotana, ua tae mai te mau porofeta api
E to ratou reo ta’ae e te hinuhinu  
J’aime le maia, j’aime les marins ieux.
Hanno deciso, gli stranieri, con ostinazione
Che la loro lingua diversa, lingua che ha il suono metallico della moneta,
E della ruggine, sia la nostra lingua, la lingua degli uomini di questo paese.
Osanna, osanna, sono arrivati i nuovi profeti,
Con la loro lingua diversa piena di miele.
Mi piacciono le banane, amo i marinai, che idea.
Fa’anaho papu atura te mau tohe iri teatea e,
Ta ratou mau peu matau hia
Tapapa hanahana, nounou tiara’a
Taviriviri e fa’a ohuohu fenua
Ei peu tumu, na tatou, to te fenua nei
E-e-aue, ue-oia, oia mau a, te ohie i te rarapu
A te ta’ata iri teatea
Mai tera i hoa ia-amene
Hanno fatto in modo, i culi dalla pelle bianca,
Che le loro abitudini
Correre dietro alla gloria e agli onori,
Rigirare e distogliere le terre
Diventasse un’abitudine per gli uomini di questo paese.
Ecco, ecco, è vero, è certo, è facile
Per gli uomini dalla pelle bianca di distogliere
È così, amen.
Ha’apapu mai nei o māhoi ma e
Na o mai oe, na rapae mai, no’u teie vahi
O vau te fatu fenua

Ua tupu mau a, ua tupu mau a
E-e-aue hoi e, to te fenua te hotu painu i tei nei
aue i te aroha e-amene
Mi hanno assicurato, Mā’ohi mio,
Tu rimani là, fuori, questo posto è mio
Sono io il proprietario di questo terreno.
Questo è successo, è veramente successo.
Ecco, ecco, questo paese è degli stranieri adesso

Ecco, che pena, amen.

Nonostante le amare critiche, viene sottolianeata e augurata la speranza di un futuro di ripresa, legato alle tradizioni e alla terra, simboleggiata dalla forza della montagna.
Giravano voci sul declino del gruppo Te Maeva prima di questa serata, e la prova generale davanti alla giuria non ha fatto che confermarle, con Coco che scuoteva la testa in continuazione. Come per magia la sera dello spettacolo ogni cosa è andata al suo posto, i magnifici i costumi dal sapore tradizionale, le danze con movimenti chiari e netti, i testi delle canzoni dai doppi sensi allusivi a sfondo sessuale… Le trovate sceniche sono uniche, come far entrare i ballerini su trampoli di bambù come si usava anticamente, la musica e i movimenti rallentati per dare il senso di indefinito, le montagne umane, far ballare giovani che impersonavano i marinai, mettere intorno alla scena figuranti impegnati in attività tipiche della Polinesia: chi massaggia con l’olio di mono’i, ricavato dai cocchi seccati, chi tatua, chi prepara erbe medicinali col penu (pestello), chi intreccia foglie di palma, chi batte la tapa… Ottimo lo ‘ōrero Viri: lo scorso anno la sua prestazione era passata senza audio, uno smacco per l’oratore, a causa di un disguido tecnico.
Te Maeva era e resta un grande gruppo.

 

 

 

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