Genocidio demografico: ecco le prove della politica cinese per sterilizzare le donne uighur

Filed in autonomismo, cina, etnismo, uighur by on 02/07/2020 0 Comments

Il governo cinese sta adottando misure draconiane per ridurre i tassi di natalità tra gli uighur e altre minoranze etniche nell’àmbito di una vasta campagna per contenere la popolazione musulmana, anche se nel contempo incoraggia parte della maggioranza han del Paese ad avere più figli. Un’inchiesta estremamente approfondita della Associated Press rivela che il controllo forzato delle nascite è assai più diffuso e sistematico di quanto si sospettasse: la campagna degli ultimi quattro anni nell’estremo ovest dello Xinjiang sta portando a quello che alcuni esperti chiamano ormai “genocidio demografico”.
Lo Stato sottopone regolarmente le donne minoritarie a controlli di gravidanza, imponendo i dispositivi intrauterini (IUD), la sterilizzazione e persino l’aborto a centinaia di migliaia, come dimostrano le interviste e i dati raccolti da AP. Di fatto, il ricorso a IUD e sterilizzazione, in diminuzione a livello nazionale, sta invece crescendo rapidamente nello Xinjiang.
Alle misure di controllo della popolazione si affianca la detenzione di massa, sia come minaccia sia come punizione per il mancato rispetto delle norme. Avere troppi figli è una delle ragioni principali per cui si finisce nei campi di detenzione, con i genitori di tre o più bambini strappati alle loro famiglie (a meno che non riescano a pagare multe spropositate). La polizia fa irruzione nelle case, atterrendo madri e padri mentre le perquisiscono alla ricerca di bambini nascosti…

La storia di Gulnar Omirzakh

Dopo che Gulnar Omirzakh, una kazaka nata in Cina, ebbe il suo terzo figlio, il governo le ordinò di inserire uno IUD. Malgrado ciò due anni dopo, nel gennaio 2018, quattro funzionari in tuta mimetica bussarono alla sua porta. Alla Omirzakh – moglie nullatenente di un fruttivendolo detenuto in carcere – diedero tre giorni di tempo per pagare una multa di quasi 2400 euro per avere più di due figli. Se non lo avesse fatto, minacciarono, sarebbe andata a tenere compagnia al marito (e a un milione di altri esponenti delle minoranze etniche, rinchiusi nei campi di internamento spesso per avere una prole troppo numerosa). “Dio ti dà in dote i bambini. Impedire alle persone di avere figli è sbagliato”, dice Omirzakh, che scoppia ancora a piangere ripensando a quel giorno. “Vogliono distruggerci come popolo”.

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Gulnar Omirzakh con due dei tre figli. Oggi vive a Shonzhy, in Kazakistan.

Il risultato della campagna per il controllo delle nascite è un clima di terrore alla prospettiva di avere figli, come salta fuori un’intervista dopo l’altra. Il tasso di natalità nelle regioni a maggioranza uighur di Hotan e Kashgar è precipitato di oltre il 60% dal 2015 al 2018, ultimo anno disponibile nelle statistiche governative. In tutta la regione dello Xinjiang, i tassi di natalità continuano a diminuire, scendendo di quasi il 24% lo scorso anno rispetto al 4,2% nazionale.
Le centinaia di milioni di euro che il governo stanzia per il controllo delle nascite, hanno trasformato in pochi anni lo Xinjiang da una delle regioni a più rapida crescita della Cina in una delle più lente, secondo una recente ricerca dello studioso tedesco Adrian Zenz.
“Questo tipo di decrescita è senza precedenti, c’è alla base qualcosa di spietato”, osserva Zenz, uno dei massimi esperti di minoranze cinesi. “Fa parte di una più ampia campagna di controllo per soggiogare gli uighur”.
Anche il segretario di Stato americano Michael Pompeo ha denunciato la politica di Pechino in una dichiarazione (“Chiediamo al Partito Comunista Cinese di porre immediatamente fine a queste orribili pratiche”) che il ministro degli Esteri asiatico ha deriso come insieme di “teorie fabbricate” e “notizie false”, affermando che il suo governo tratta allo stesso modo tutte le etnie e protegge i diritti legali delle minoranze.

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La sanzione ricevuta da Gulnar Omirzakh per aver messo al mondo il terzo figlio: 17.405 RMB, pari a 2186 euro al cambio attuale.

“Tutti, indipendentemente dal fatto che siano una minoranza etnica o cinese han, devono seguire e agire in conformità con la legge”, ha replicato il portavoce del ministero Zhao Lijian quando gli è stato chiesto di commentare l’inchiesta della Associated Press. D’altronde politici cinesi sostengono da tempo che le nuove misure hanno una semplice funzione di equità, affinché han e minoritari possano dare alla luce lo stesso numero di bambini. Per decenni, infatti, la Cina ha avuto uno dei sistemi più estesi al mondo di diritti delle minoranze, grazie al quale uighur e altri hanno ottenuto punteggi maggiori negli esami di ammissione all’università, hanno goduto di quote per posti governativi e minori restrizioni nel controllo delle nascite. In base alla “politica del figlio unico” – ormai abbandonata – le autorità avevano da tempo incoraggiato, spesso costretto, il ricorso a contraccettivi, sterilizzazione e aborto nei confronti degli han (i cinesi, diciamo così, “purosangue”); alle minoranze erano invece stati concessi due bambini, tre se vivevano in campagna.

Il flagello Xi Jinping

Sotto la presidenza di Xi Jinping, il leader più autoritario della Cina da decenni, questi benefici sono stati aboliti.
Nel 2014, subito dopo la visita di Xi nello Xinjiang, il più alto funzionario della regione sostenne che era tempo di attuare “politiche di pianificazione familiare paritaria” per tutte le etnie e “ridurre e stabilizzare i tassi di natalità”. Così negli anni seguenti il governo decise che, invece di un solo figlio, gli han potevano ora averne due, e tre nelle aree rurali dello Xinjiang, proprio come le minoranze.
Uguaglianza solo sulla carta, poiché nella pratica ai cinesi han vengono in gran parte risparmiati gli aborti, le sterilizzazioni, gli inserimenti di IUD e le detenzioni per eccesso di prole riservati alle altre etnie dello lo Xinjiang. Alcuni musulmani delle campagne, come Omirzakh, vengono puniti anche per aver messo al mondo i tre figli ammessi dalla legge.
Studiosi foraggiati dallo Stato centrale hanno avvertito per anni che le grandi famiglie rurali  religiosamente osservanti stanno alla radice delle bombe, degli accoltellamenti e delle varie aggressioni che il governo dello Xinjiang attribuisce al terrorismo islamico. Secondo un saggio del 2017, pubblicato dal direttore dell’Istituto di Sociologia dell’Accademia delle scienze sociali dello Xinjiang, il proliferare della popolazione musulmana ha alimentato la povertà e l’estremismo che potrebbero “aumentare il rischio politico”,. Un altro studioso ha indicato quale grave minaccia la convinzione religiosa secondo cui “il feto è un dono di Dio”.
Secondo esperti stranieri, invece, la campagna per il controllo delle nascite fa parte di un’aggressione orchestrata dallo Stato per spogliare gli uighur dalla loro fede e identità e assimilarli con la forza. Essi vengono sottoposti a rieducazione politica e religiosa nei campi e al lavoro forzato nelle fabbriche, mentre i loro figli sono indottrinati negli orfanotrofi. Gli uighur – spesso ma non sempre musulmani – vengono pure controllati da un vasto apparato di sorveglianza digitale.
“L’intenzione potrà anche non essere quella di eliminare completamente la popolazione uighur, ma certo ridurrà drasticamente la loro vitalità”, osserva Darren Byler, studioso di questa comunità presso l’Università del Colorado. “Li renderà più facili da integrare nella popolazione cinese tradizionale”.
C’è chi si spinge oltre: “È un genocidio, punto e basta. Non un rapido, sconvolgente massacro, ma un genocidio lento, doloroso, strisciante”, lamenta Joanne Smith Finley, dell’università inglese di Newcastle. “Si tratta di metodi efficaci per ridurre geneticamente la popolazione uighur”.

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L’invasione comunista del 1949

Per secoli, nella regione arida e senza sbocco al mare che oggi la Cina chiama Xinjiang (“nuova frontiera” in mandarino) la maggioranza della popolazione è stata musulmana. Dopo l’invasione nel 1949 da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione, i nuovi dominatori comunisti ordinarono a migliaia di soldati cinesi di stabilirsi nello Xinjiang, spingendo la popolazione han dal 6,7% di quell’anno a oltre il 40% nel 1980: una migrazione di massa che sta tuttora continuando. Gli sforzi drastici per limitare i tassi di natalità negli anni ‘90 furono allentati dopo le dure reazioni locali, con molti genitori che pagavano tangenti o registravano i figli a nome di amici o altri membri della famiglia.
Tutto è cambiato a partire dal 2017, con una repressione senza precedenti che ha portato centinaia di migliaia di persone in carceri e campi di detenzione per presunte “manifestazioni di estremismo religioso”, tipo viaggiare all’estero, pregare o usare i social media stranieri. Le autorità hanno avviato una campagna di tracciamenti per scoprire i genitori con troppi figli, anche quelli dati alla luce decenni fa. “Non lasciare zone d’ombra”, intimano due direttive della contea e del distretto nel 2018 e nel 2019: le ha scoperte Zenz, che è anche un collaboratore indipendente della Victims of Communism Memorial Foundation, un’associazione no profit, bipartisan, con sede a Washington. Una terza direttiva ordina di “contenere nascite illegali e abbassare i livelli di fertilità”.
Funzionari e poliziotti armati hanno iniziato a bussare alle porte alla ricerca di bambini e donne in gravidanza. Agli abitanti minoritari viene ordinato di partecipare a cerimonie settimanali di alzabandiera, durante le quali vengono minacciati di arresto qualora non registrino tutti i loro figli. Le prove raccolte dall’Associated Press – interviste, ceertificati di presenza, opuscoli – dimostrano che i governi locali hanno istituito o rafforzato sistemi per premiare chi denuncia nascite illegali.
In alcune zone è stato imposto alle donne di sostenere visite ginecologiche dopo le cerimonie. In altre sono stati attrezzati appositi locali dotati di ecografi per effettuare test di gravidanza.
“Esaminare tutte coloro che hanno bisogno di essere esaminate”, ordina una direttiva distrettuale del 2018. “Rilevare e trattare per tempo coloro che violano le normative”.

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Artux, uno dei campi di detenzione dello Xinjiang.

Eugenetica

Abdushukur Umar è stato tra i primi a cadere vittima della repressione demografica. Pacifico trattorista uighur trasformato in commerciante di frutta, l’orgoglioso padre considerava i suoi sette figli una benedizione di Dio. Le autorità iniziarono a perseguitarlo nel 2016. L’anno seguente fu gettato in un campo di detenzione e successivamente condannato a sette anni di prigione: uno per ogni bambino, spiegarono le autorità ai familiari. “Mio cugino ha passato la vita a prendersi cura della sua famiglia, senza mai appartenere ad alcun movimento politico”, racconta dal suo esilio in Turchia Zuhra Sultan, cugina di Umar. “Come si fa a prendere sette anni di carcere per avere troppi figli? Viviamo nel ventunesimo secolo… è inimmaginabile”.
Sedici uighur e kazaki hanno dichiarato all’Associated Press di conoscere persone internate o incarcerate per avere troppi figli. Molte sono state condannate ad anni, persino decenni di reclusione. I dati segreti raccolti e vagliati dall’agenzia mostrano che dei 484 internati della contea di Karakax (Xinjiang), 149 erano accusati di avere troppi bambini, l’accusa più comune. Il tempo trascorso in un campo – definito dal governo “istruzione e formazione” – per questi genitori è regolato da norme scritte in almeno tre contee, come confermano i documenti trovati da Zenz.
Nel 2017, il governo dello Xinjiang ha addirittura triplicato le multe già pesanti per la violazione delle leggi sulla pianificazione familiare anche per i residenti più poveri. Ma, mentre le multe si applicano anche ai cinesi han, soltanto le minoranze finiscono nei campi di detenzione se non possono pagare. I rapporti governativi rivelano che le contee raccolgono milioni di dollari all’anno dalle sanzioni.
Con ulteriori iniziative atte a modificare l’equilibrio demografico dello Xinjiang, la Cina sta offrendo terra, lavoro e sussidi economici per attirare i migranti han. Sta inoltre promuovendo in modo aggressivo i matrimoni misti tra han e uighur (una coppia ha raccontato all’AP di aver ricevuto in regalo soldi per l’affitto nonché elettrodomestici come lavatrice, frigorifero e televisore).
“Tutto ciò si ricollega alla tradizionale passione cinese per l’eugenetica. Non vuoi che gli individui con scarsa istruzione o le minoranze marginali crescano rapidamente”, spiega James Leibold, specialista di politica etnica cinese alla La Trobe University di Melbourne. “Quello che vuoi è che i tuoi han istruiti aumentino il loro tasso di natalità”.
Zuhra Sultan riassume così ciò che pensano gli uighur come lei di questa politica: “Il governo cinese vuole controllare la nostra popolazione e farci diventare sempre meno, finché non scompariremo”.

Politiche naziste

Una volta nei campi di detenzione, le donne vengono sottoposte all’applicazione forzata dei dispositivi intrauterini e a quelle che, dalle testimonianze di ex detenute, sembrano essere iniezioni di sostanze contraccettive. Sono anche costrette ad ascoltare lezioni in cui “apprendono” quanti bambini dovrebbero avere.
Sette ex detenute hanno riferito di essere state obbligate con la forza ad assumere farmaci anticoncezionali, o liquidi iniettati, spesso senza alcuna spiegazione. Molte si sono poi sentite stordite, stanche o malate, e hanno smesso di avere le mestruazioni. Dopo essere state rilasciate e aver abbandonato la Cina, alcune si sono sottoposte a controlli medici scoprendo di essere diventate sterili.
Non è chiaro cosa sia stato iniettato alle detenute, ma i documenti dell’ospedale dello Xinjiang ottenuti dall’Associated Press attestano che la somministrazione di farmaci per la prevenzione della gravidanza (in alcuni casi si è trattato del progestinico Depo-Provera) costituiscono una misura comune di pianificazione familiare. Gli effetti collaterali possono includere mal di testa e vertigini.
Dina Nurdybay, una donna kazaka, è stata detenuta in un campo che teneva separate donne sposate e nubili. Le sposate furono sottoposte a test di gravidanza, ricorda Nurdybay, e costrette a farsi applicare IUD se avevano figli. Dina fu risparmiata perché nubile e senza figli.
Un giorno del febbraio 2018, una delle sue compagne di cella, una uighur, dovette tenere un discorso confessando ciò che le guardie definivano i suoi “crimini”. Quando un funzionario in visita si mise a sbirciare attraverso le sbarre della loro cella, ella recitò le sue battute in un traballante mandarino: “Ho partorito troppi bambini. Ciò dimostra che non sono istruita e conosco poco la legge”.

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“Secondo te è giusto che solo alle persone han sia permesso avere un solo figlio?” chiese il funzionario. “Voi minoranze etniche siete sfacciate, selvagge e incivili”.
Nurdybay ha incontrato almeno altre due internate nei campi per avere troppi figli. In seguito venne trasferita in un’altra struttura con un orfanotrofio che ospitava centinaia di bambini, compresi quelli con genitori detenuti per reati demografici. I bambini contavano i giorni che li separavano dalle rare visite dei genitori. “Mi dicevano che avrebbero tanto voluto abbracciare mamme e papà, ma non gli era permesso. Sembravano sempre molto tristi”.
Un’altra ex detenuta, Tursunay Ziyawudun, racconta di essere stata sottoposta a iniezioni fino alla scomparsa delle mestruazioni e di essere stata ripetutamente presa a calci nel ventre durante gli interrogatori. Adesso non può più avere figli e spesso si piega in due dal dolore alla pancia, oltre ad avere continue perdite ematiche.
Ziyawudun e le altre 40 donne della sua “classe” sono state costrette a frequentare lezioni di pianificazione familiare quasi tutti i mercoledì, assistendo alla proiezione di film sulle donne povere che lottano per nutrire una prole numerosa. Le sposate venivano premiate per buona condotta con le visite coniugali: docce, asciugamani e due ore in camera da letto con i mariti. Con un piccolo obbligo: dovevano prendere in anticipo le pillole anticoncezionali…
Alcune hanno persino riferito di aborti forzati. Ziyawudun sostiene che un “insegnante” del suo campo diceva alle donne che avrebbero dovuto abortire se fossero state trovate gravide durante gli esami ginecologici.
Una donna di un’altra classe si rivelò incinta e scomparve dal campo, racconta Ziyawudun. Aggiungendo che due cugine incinte si erano liberate dei loro piccoli da sole per quanto erano terrorizzate.
Un’altra donna, Gulbahar Jelilova, conferma che detenute del suo campo erano state costrette ad abortire. Incontrò una neomamma, che perdeva ancora latte dal seno, la quale non sapeva cosa fosse successo al suo bambino. E conobbe medici e studenti di medicina che erano stati arrestati per aver aiutato le donne uighur ad aggirare il sistema partorendo a casa.
Nel dicembre 2017, durante un viaggio dal Kazakistan in Cina, Gulzia Mogdin fu portata in ospedale dopo che la polizia le aveva trovato WhatsApp installato sul cellulare. Un campione di urina rivelò che era incinta di due mesi del terzo figlio. I funzionari dissero a Mogdin che doveva abortire, minacciando di trattenere suo fratello se si fosse rifiutata. Durante la procedura, i medici le inserirono un aspiratore elettrico nel grembo, risucchiando il feto. Trasportata a casa, le dissero di riposare, mentre progettavano di portarla in un campo.
Mesi dopo, Mogdin è tornata in Kazakistan, dove vive suo marito. “Quel bambino sarebbe stato l’unico che avremmo avuto insieme”, confessa la donna, che si era da poco risposata. “Non riesco a dormire. È tremendamente ingiusto”.

Medicina moderna, pratiche medievali

Il successo dello sforzo cinese per controllare le nascite tra le minoranze musulmane è evidenziato dalle cifre riguardanti dispositivi intrauterini e sterilizzazione. Nel 2014, soltanto 200.000 IUD erano stati applicati nello Xinjiang. Entro il 2018, la cifra è salita di oltre il 60% a quasi 330.000. Nel frattempo l’uso di IUD è precipitato in tutto il resto della Cina, in quanto molte donne hanno cominciato a rimuovere i dispositivi.

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Un’ex insegnante reclutata per lavorare come istruttrice in un campo di detenzione ha descritto la sua esperienza all’Associated Press. All’inizio, nei primi mesi del 2017, si trattava di assistere a cerimonie di alzabandiera in cui i funzionari costringevano gli internati uighur a recitare lezioni di “antiterrorismo”. Cantavano: “Se abbiamo troppi bambini, siamo estremisti religiosi. Ecco perché dobbiamo andare nei centri di rieducazione”.
La polizia rastrellò circa 180 genitori con prole numerosa fino a quando “non ne rimase fuori nessuno”, racconta. Di notte giaceva a letto rigida per il terrore, mentre agenti con pistole e taser trascinavano via i suoi vicini. Di tanto in tanto la polizia bussava alla sua porta e setacciava il suo appartamento alla ricerca di corani, coltelli, tappetini da preghiera e, naturalmente, bambini.
Poi, in agosto, ai dirigenti del complesso cui apparteneva l’insegnante fu ordinato di applicare IUD a tutte le donne del quartiere in età fertile. Ella protestò spiegando che aveva quasi 50 anni, un solo figlio, e nessuna intenzione di averne altri. I funzionari minacciarono di trascinarla in una stazione di polizia e di legarla a una sedia di ferro per interrogarla.
Caricata a forza su un pullmino con quattro guardie armate, venne portata in un ospedale dove centinaia di donne uighur stavano in fila, silenziose, in attesa di farsi inserire gli IUD. Alcune piangevano piano, ma nessuna osava dire una parola a causa delle telecamere di sorveglianza apppese sopra di loro.
Lo IUD della testimone era progettato per essere inamovibile senza strumenti speciali. I primi 15 giorni la malcapitata li trascorse in preda a mal di testa e continuo sanguinamento mestruale. “Non riuscivo a mangiare, non riuscivo a dormire. Mi dava un’enorme pressione psicologica”, confessa. “Solo le uighur erano obbligate a indossarlo”.

Boom di sterilizzazioni

Le statistiche cinesi sulla salute mostrano anche un boom di sterilizzazioni nello Xinjiang. I documenti di bilancio ottenuti da Zenz indicano che dal 2016 il governo dello Xinjiang ha iniziato a pompare decine di milioni di euro in un programma di controllo chirurgico delle nascite e incentivi in ​​denaro alle donne per farsi sterilizzare. Mentre i tassi di sterilizzazione sono crollati nel resto del Paese, nello Xinjiang sono aumentati di sette volte dal 2016 al 2018, superando i 60.000 interventi. Zenz ha scoperto che la città a maggioranza uighur di Hotan ha finanziato 14.872 sterilizzazioni nel 2019, oltre il 34% di tutte le donne sposate in età fertile.

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Anche all’interno dello stesso Xinjiang le politiche variano ampiamente, essendo più severe nel sud a forte componente uighur che nel nord a maggioranza han. A Shihezi, una città dominata dagli han dove gli uighur rappresentano meno del 2% della popolazione, il governo sovvenziona l’alimentazione artificiale dei neonati e i reparti ospedalieri di maternità per incoraggiare un numero maggiore di nascite (notizia riportata da una testata ufficiale).
Zumret Dawut non ha ottenuto simili benefici. Madre di tre figli, nel 2018 venne rinchiusa in un campo per due mesi per possesso di un visto americano. Tornata a casa agli arresti domiciliari, i funzionari la costrinsero a sottoporsi a esami ginecologici ogni mese, insieme a tutte le altre donne uighur del suo complesso. Le han erano esentate. La avvertirono che, se non avesse sostenuto quelle che definivano “visite gratuite”, sarebbe tornata al campo.
Un giorno si presentarono con una lista di almeno 200 donne uighur con più di due figli che dovevano essere sterilizzate.  “I miei vicini han simpatizzavano con noi uighur”, ammette Dawut. “Mi dicevano: stai soffrendo terribilmente, il governo sta davvero esagerando!”.
Dawut protestò, ma la polizia nuovamente minacciò di rimandarla al campo. Durante la procedura di sterilizzazione, i medici cinesi le fecero l’anestesia e le legarono le tube di Falloppio, un intervento irreversibile. “Ero così infuriata… Volevo un altro figlio”.

 

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Zumret Dawut.

Unica soluzione, l’esilio

Guardando al suo passato, Omirzakh si considera fortunata. Dopo quel brutto giorno in cui i funzionari minacciarono di arrestarla, la donna aveva telefonato disperata a parenti e amici. Qualche ora prima della scadenza, era riuscita a ricavare abbastanza soldi per pagare la multa dalla vendita della mucca di sua sorella e da prestiti a interessi elevati, restando gravemente indebitata.
L’anno successivo, Omirzakh frequentò le lezioni con le mogli di altri detenuti per eccesso di prole. Lei e i suoi figli vivevano con due funzionari del partito locale inviati appositamente per spiarli. Quando suo marito venne finalmente rilasciato, fuggirono in Kazakistan con un paio di borse piene di coperte e vestiti.
Lo strumento contraccettivo, sempre lì, nel grembo di Omirzakh, ora è affondato nella sua carne e le provoca infiammazioni e fitte lancinanti alla schiena, “come essere pugnalata con un coltello”. Quell’oggetto rappresenta per lei uno straziante promemoria di tutto ciò che ha perso e della penosa situazione di coloro che si è lasciata alle spalle.
“La gente ora ha il terrore di dare una creatura alla luce”, sospira. “Quando penso alla parola ‘Xinjiang’, riesco ancora a sentire quella paura”.

 

Associated Press, traduzione e adattamento di “Etnie”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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