Angela Merkel e immigrazione: la Germania sull’orlo del baratro

Filed in etnismo, geopolitica, germania by del 11/01/2016
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La notte di Capodanno, all’ombra della cattedrale di Colonia, una folla di mediorientali e nordafricani ha circondato le donne che si trovavano in piazza a festeggiare, palpeggiandole e derubandole. Due di loro sono state violentate.
Sebbene siano avvenuti analoghi incidenti da Amburgo a Helsinki, le autorità hanno in un primo momento minimizzato le aggressioni, temendo che danneggiassero la politica di Angela Merkel per l’accoglienza di massa dei rifugiati. Questo ritardo è costato il posto al capo della polizia di Colonia. Tuttavia, il governo tedesco sembra tuttora più preoccupato di reprimere la reazione furibonda dei cittadini – per esempio accordandosi con Facebook e Google per censurare i post anti-immigrati – che di controllare i flussi. Giusto la scorsa settimana la Merkel ha respinto la proposta di limitare il tetto dei rifugiati (che l’anno scorso ha superato il milione) a 200.000 nel 2016.
La polemica di fondo che infiamma la Germania non è affatto nuova. Per decenni i conservatori di entrambe le sponde dell’Atlantico hanno avvertito che le generose politiche di immigrazione in Europa, spesso perseguite contro il volere della popolazione, minacciano di destabilizzare il continente.
I conservatori hanno messo in luce elementi fondamentali, come la difficoltà di assimilazione, il pericolo di radicalizzazione, le probabilità di esplosioni di violenza nelle città europee sullo stile di Parigi e Colonia. Hanno anche avanzato previsioni più apocalittiche – la paura di “Eurabia” e dell’islamizzazione di massa – un po’ più difficili a credersi.
Fino a poco tempo fa, l’impresa dell’assimilazione in Europa appariva sgradevole ma non insormontabile, e le probabilità di balcanizzazione alla iugoslava abbastanza remote. Con la migrazione in corso, però, siamo entrati in un territorio inesplorato. Il problema non è solo che gli immigrati arrivano a centinaia di migliaia piuttosto che a decine di migliaia: è che una percentuale enorme di loro sono maschi adolescenti o poco più che ventenni.

German Chancellor Angela Merkel reacts during the meeting with all German regional leaders for talks on new energy policies on November 02, 2012 at the Chancellery in Berlin, Germany. AFP PHOTO / ODD ANDERSENODD ANDERSEN/AFP/Getty Images

Per esempio, in Svezia – che come la Germania ha tenuto le porte aperte – il 71 per cento di tutti i richiedenti asilo nel 2015 erano uomini. Nella categoria più che altro tardo-adolescenziale dei “minori non accompagnati”, come sottolinea Valerie Hudson in un importante saggio per “Politico”, il rapporto è ancor più distorto: 11,3 ragazzi per ogni ragazza.
Come osserva la Hudson, queste tendenze hanno implicazioni immediate per l’ordine pubblico: i giovani… be’, sono giovani; le società con rapporti numerici sballati tra i generi tendono a essere instabili; molti di questi uomini hanno visioni sul ruolo delle donne che sono diametralmente opposte ai valori dell’Europa contemporanea.
Ma c’è anche un problema a lungo termine, al di là della necessità di convincere i nuovi arrivati che – per citare un corso norvegese per i migranti – “costringere qualcuno a fare sesso non è consentito” in Europa. Quando l’immigrazione procede a un ritmo costante ma modesto, il cambiamento profondo arriva lentamente e l’assimilazione ha il tempo di svolgere la sua opera. Ecco perché la popolazione musulmana in Europa è in crescita di un solo punto percentuale a decennio; ecco perché molti degli immigrati turchi e nordafricani arrivati in Germania e Francia decenni fa oggi sono relativamente europeizzati… Se però si introducono un milione (o milioni) di individui, la maggior parte giovani, in un periodo breve, si ottiene un tipo molto diverso di cambiamento.
Nel caso tedesco, la cifra importante non è la popolazione totale del paese, attualmente di 82 milioni; è la popolazione attorno ai vent’anni, che era inferiore ai 10 milioni nel 2013 (e naturalmente includeva già molti immigrati). In quella coorte e ogni coorte dopo, l’afflusso attuale potrebbe avere un effetto stravolgente.
Quanto stravolgente, dipende anche dall’eventualità che questi uomini trovino un modo per portarsi in Europa pure mogli e parenti. A livello di pace sociale a breve termine, la formazione o la riunificazione di una famiglia è una promessa positiva, considerato che gli uomini con mogli e figli hanno meno probabilità di andare in giro a palpeggiare donne, a scrivere slogan sulle sinagoghe o a cercare appoggio nel radicalismo islamico.
Ma potrebbe anche raddoppiare o triplicare l’impatto demografico di questa migrazione, spingendo la Germania verso un plausibile futuro in cui metà della popolazione sotto i 40 sarebbe costituita da immigrati nordafricani e mediorientali e dai loro figli.
Chi crede che una società anziana, laica e finora piuttosto omogenea riesca ad assorbire tranquillamente un’invasione di queste dimensioni e così antropologicamente diversa, ha un brillante futuro come portavoce del governo tedesco in carica. Ed è pure un demente. Questo sconvolgimento prelude a una crescente polarizzazione tra nativi e nuovi arrivati. Esso minaccia non solo un picco di terrorismo, ma una rinascita della violenza politica stile anni Trenta. La Francia per ora solo immaginaria che Michel Houellebecq ha evocato nel suo romanzo Sottomissione, in cui nativi e islamici combattono per le strade, avrebbe una buona possibilità di realizzarsi nella futura Germania.
Questo non deve accadere. Ma la prudenza richiede di fare tutto il possibile per impedirlo. Ciò significa chiudere le frontiere tedesche ai nuovi arrivi. Significa iniziare un processo di espulsione ben ordinata per i giovani in buone condizioni fisiche. Significa piantarla di illudersi che i passati peccati della Germania si possano emendare con l’incosciente umanitarismo del presente.
Significa che Angela Merkel se ne deve andare, così che il suo Paese, e il continente che lo circonda, evitino di pagare un prezzo troppo alto per la magnanima follia di questa donna.

 

“The New York Times”, 9 gennaio 2016, traduzione a cura di “Etnie”.

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