Daniel Pipes

  • Una manifestazione dei conservatori nelle strade di Parigi
    Daniel Pipes - Protesta a Parigi

    Domenica 9 marzo a Parigi ho avuto l’opportunità di assistere a una protesta di piazza contro l’immigrazione.

  • Messo al bando nella British Library
    BritishLibrary

    Eminenti antijihadisti come Geert Wilders, Michael Savage e Robert Spencer hanno la particolarità di essere stati messi al bando dal Regno Unito, poiché è stato loro rigorosamente vietato l’ingresso nel paese, e ora il governo di Sua Maestà, nella sua saggezza, ha altresì vietato due siti web collegati a me.

  • L’Islam può essere riformato? La storia e la natura umana dicono che è possibile
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    Al presente, l’Islam rappresenta una forza arretrata, aggressiva e violenta. Esso deve rimanere tale o può essere riformato e diventare moderato, moderno e bonario? Le autorità islamiche possono formulare un’interpretazione della loro religione che garantisca pieni diritti alle donne e ai non musulmani, e la libertà di coscienza ai musulmani; che accetti i principi fondamentali della finanza e della giurisprudenza moderne; e che non cerchi di imporre la sharia, la legge islamica, né di stabilire un califfato?
    Un numero crescente di analisti crede che ciò non sia possibile, che la fede musulmana non possa fare queste cose, che questi tratti sono tipici dell’Islam e fanno immutabilmente parte della sua struttura. Alla domanda se lei fosse d’accordo con la mia formulazione che “l’Islam radicale è il problema, ma quello moderato è la soluzione”, la scrittrice Ayaan Hirsi Ali ha risposto: “Mi spiace, ma è sbagliato”. La Hirsi Ali ed io siamo nella stessa trincea, combattiamo per gli stessi obiettivi e contro gli stessi avversari, ma siamo in disaccordo su questo punto fondamentale.
    La mia tesi si divide in due parti. In primo luogo, la posizione essenzialista di molti analisti è sbagliata; e, in secondo luogo, può emergere un Islam riformato.

    Argomentare contro l’essenzialismo

    Affermare che l’Islam non potrà mai cambiare significa asserire che il Corano e gli hadith, che costituiscono il fulcro della religione, devono essere sempre interpretati nello stesso modo. Ma sostenere questa tesi ne rivela l’errore, perché nulla delle cose umane dura in eterno. Tutto ha una storia. E ogni cosa ha un futuro che sarà diverso dal suo passato.
    Solo non tenendo conto della natura umana e ignorando più di un millennio di cambiamenti reali nell’interpretazione del Corano si può affermare che quest’ultimo sia stato interpretato allo stesso modo col passare del tempo. I cambiamenti riguardano questioni come il jihad, la schiavitù, l’usura, il principio che “non c’è costrizione nella religione” e il ruolo delle donne. Inoltre, i numerosi interpreti importanti dell’Islam degli ultimi 1.400 anni – come ash-Shafi’i, al-Ghazali, Ibn Taymiya, Rumi, Shah Waliullah e Ruhollah Khomeini – furono in profondo disaccordo tra di loro riguardo al contenuto del messaggio dell’Islam.
    Per quanto fondamentali possano essere il Corano e gli hadith, essi non rappresentano, però, la totalità dell’esperienza musulmana; l’esperienza accumulata dalle popolazioni islamiche dal Marocco all’Indonesia e oltre non è meno importante. Soffermarsi sulle scritture dell’Islam è come interpretare gli Stati Uniti esclusivamente attraverso la lente della Costituzione; ignorare la storia del Paese porterebbe a una comprensione distorta.
    In altre parole, la civiltà islamica medievale primeggiava e i musulmani di oggi, qualunque parametro s’impieghi, sono fanalini di coda. Ma se le cose possono peggiorare, possono anche migliorare. Nel corso della mia carriera, ho assistito all’ascesa dell’islamismo dai suoi timidi esordi – quando scesi in campo nel 1969 – al grande potere di cui oggi gode. Ma se l’islamismo può crescere, può anche tramontare.
    E come potrebbe accadere?

    La sintesi medievale

    Elementi chiave del ruolo dell’Islam nella vita pubblica sono la sharia e le numerose richieste insostenibili che la legge islamica fa ai musulmani. Amministrare uno Stato con le tasse ridotte al minimo col permesso della sharia ha dimostrato di essere insostenibile, e come si può gestire un sistema finanziario senza addebitare gli interessi? Un sistema penale che ha bisogno di quattro uomini che abbiano assistito a un atto di adulterio per comprovare il reato è impraticabile. È impossibile osservare il divieto della sharia di muovere guerra contro altri musulmani; piuttosto, circa tre quarti di tutte le guerre mosse dai musulmani sono dirette contro altri musulmani. Allo stesso modo, esigere il jihad perpetuo contro i non musulmani è pretendere troppo.
    Per aggirare queste e altre richieste irrealistiche, i musulmani pre-moderni hanno elaborato certi espedienti legali che permettevano che le norme islamiche fossero meno rigide senza violarle direttamente. I giuristi hanno escogitato delle astuzie legali (hiyal) e altri stratagemmi grazie ai quali la lettera della legge poteva essere osservata senza negare il suo spirito. Ad esempio, sono stati elaborati diversi meccanismi per vivere in armonia con i Paesi non musulmani. C’è anche la vendita e il riacquisto (bai al-inah) di un oggetto, che permette all’acquirente di pagare una forma di interesse camuffata. Le guerre mosse dai musulmani contro altri musulmani sono state rinominate jihad.
    Questo compromesso tra la sharia e la realtà corrisponde a ciò che io ho definito “la sintesi medievale” dell’Islam, nel mio libro In the Path of God (1983). Questa sintesi ha trasformato l’Islam da un insieme di esortazioni astratte e irrealizzabili in un sistema funzionale. In termini pratici, essa ha mitigato la sharia e ha reso operativo il codice giuridico. La sharia potrebbe essere ora applicata senza che i musulmani debbano seguire le esortazioni più rigorose. Kecia Ali, della Boston University, nel suo volume Marriage and Slavery in Early Islam osserva il contrasto esistente fra la legge formale e applicata, citando altri specialisti:

    Una direzione importante in cui gli studi giuridici hanno proceduto è stata quella di “confrontare la dottrina con la prassi seguita dai tribunali”. Come osserva uno studioso che dibatte di testi giuridici e scritturali, “I modelli sociali erano in forte contrasto con l’immagine ‘ufficiale’ presentata da queste fonti ‘formali'”. Gli studi spesso giustappongono le decisioni flessibili e relativamente eque dei giudici a una tradizione testuale della giurisprudenza indifferenziata e talvolta fortemente patriarcale. È mostrata la prova “della flessibilità nella legge islamica che spesso è raffigurata come stagnante e draconiana”.

    Se la sintesi medievale ha funzionato nel corso dei secoli, non ha, però, mai superato una difficoltà fondamentale: non si è del tutto radicata né è mai derivata dai testi fondamentali e costituzionali dell’Islam. Basata su compromessi e mezze misure, essa è sempre rimasta vulnerabile alla sfida dei puristi. In effetti, la storia musulmana pre-moderna ha caratterizzato molte di queste sfide, tra cui il movimento degli Almohadi del XII secolo nel Nord Africa e il movimento wahhabita del XVIII secolo in Arabia. In ogni caso, gli sforzi puristi cessarono e la sintesi medievale si riaffermò, per poi essere sfidata nuovamente dai puristi. Quest’alternanza fra pragmatismo e purismo caratterizza la storia musulmana, contribuendo alla sua instabilità.

    La sfida della modernità

    La soluzione di fatto offerta dalla sintesi medievale naufragò con l’arrivo della modernità imposta dagli europei, convenzionalmente datata al 1798, anno in cui Napoleone attaccò l’Egitto. Questa sfida spinse la maggior parte dei musulmani in direzioni opposte nel corso dei successivi due secoli: all’occidentalizzazione o all’islamizzazione.
    I musulmani colpiti dai successi occidentali cercarono di minimizzare la sharia e di sostituirla con gli usi e costumi occidentali in quei settori dove c’è un senso di separazione fra Stato e religione e dove c’è eguaglianza dei diritti per le donne e per i non musulmani. Il fondatore della Turchia moderna Kemal Atatürk (1881-1938) simboleggia questo sforzo. Fino al 1970 circa, il destino musulmano sembrava essere inevitabile, con la resistenza all’occidentalizzazione che pareva sterile e futile.
    Ma quella resistenza si è dimostrata profonda e alla fine trionfante. Atatürk ha avuto pochi successori e la sua Repubblica di Turchia ora indietreggia in direzione della sharia. Ad esempio, l’occidentalizzazione sembrava più forte di quanto non lo fosse veramente perché tendeva ad attrarre le élite che si facevano vedere e sentire mentre le masse erano in genere contenute. Dal 1930 circa, gli elementi riluttanti hanno iniziato a organizzarsi e a sviluppare un proprio programma positivo, specialmente in Algeria, in Egitto, in Iran e in India. Rifiutando l’occidentalizzazione e tutte le sue opere, essi hanno argomentato a favore della piena applicazione della sharia come immaginavano fosse accaduto agli albori dell’Islam.
    Pur rifiutando l’Occidente, questi movimenti – che sono chiamati islamisti – si sono modellati sulle nascenti ideologie totalitarie del loro tempo come il fascismo e il comunismo. Gli islamisti hanno preso in prestito molti principi di queste ideologie, come la superiorità dello Stato sull’individuo, l’accettabilità della forza bruta e la necessità di uno scontro cosmico con la civiltà occidentale. Essi hanno preso tranquillamente in prestito dall’Occidente anche la tecnologia, soprattutto militare e medica.
    Nei successivi cinquant’anni, le forze islamiste, attraverso un duro lavoro creativo, si sono irrobustite e hanno finito per irrompere al potere e salire alla ribalta con la rivoluzione iraniana del 1978-1979 capeggiata dall’Ayatollah Khomeini, contrario ad Atatürk. Quest’avvenimento sorprendente e il suo obiettivo centrato di creare un ordine islamico hanno ispirato ampiamente gli islamisti, che nei successivi trentacinque anni hanno fatto grossi progressi, trasformando le società e applicando la sharia in modi nuovi ed estremi. Ad esempio, in Iran, il regime sciita ha impiccato gli omosessuali alle gru e ha costretto gli iraniani in abiti occidentali a bere dalle latrine; e in Afghanistan, il regime talebano ha bruciato le scuole femminili e i negozi di musica. L’influenza degli islamisti ha raggiunto l’Occidente stesso, dove si trova un numero crescente di donne che indossano hijab, niqab e burqa.
    Pur essendo stato creato come un modello totalitario, l’islamismo ha dimostrato di avere una maggiore adattabilità tattica rispetto al fascismo e al comunismo. Queste ultime due ideologie sono riuscite raramente ad andare oltre la violenza e la coercizione. Ma l’islamismo, capeggiato da figure come Recep Tayyip Erdogan (nato nel 1954) e il suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), ha esplorato anche forme non rivoluzionarie. Da quando è arrivato legittimamente al potere nel 2002, l’Akp ha gradualmente minato la laicità turca con notevole destrezza, operando all’interno delle strutture democratiche del Paese, praticando il buon governo e non provocando l’ira dell’esercito, da lungo tempo custode della laicità turca.
    Gli islamisti oggi sono in marcia, ma la loro ascesa è recente e non offre nessuna garanzia di longevità. In effetti, come le altre ideologie utopistiche radicali, l’islamismo perderà il suo fascino e il suo potere diminuirà. Certamente, le rivolte del 2009 e del 2013 contro i regimi islamisti in Iran e in Egitto, puntano in quella direzione.

    Verso una sintesi moderna

    Per sconfiggere l’islamismo, i musulmani anti-islamisti devono sviluppare una visione alternativa dell’Islam e spiegare che cosa significhi essere un musulmano. Nel farlo, essi possono ricorrere al passato, soprattutto ai tentativi di riforma negli anni che vanno dal 1850 al 1950, sviluppando una “sintesi moderna” paragonabile al modello medievale. Questa sintesi opererebbe una scelta fra i precetti della sharia e renderebbe l’Islam compatibile con i valori moderni. Essa accetterebbe la parità dei sessi, coesisterebbe pacificamente con gli infedeli e, tra le altre misure, accantonerebbe l’obiettivo di instaurare un califfato universale.
    In questo caso, l’Islam può proficuamente essere paragonato alle due altre grandi religioni monoteiste. Mezzo millennio fa, ebrei, cristiani e musulmani erano tutti ampiamente d’accordo sul fatto che la schiavitù o il lavoro coatto fosse accettabile, mentre il pagamento degli interessi sul denaro prestato non lo era. Alla fine, dopo aspri e prolungati dibattiti, ebrei e cristiani cambiarono idea su queste due questioni; oggi, nessun ebreo o cristiano approva la schiavitù né condanna il pagamento di interessi ragionevoli sui prestiti.
    Tra i musulmani, però, questi dibattiti sono solo iniziati. Anche se la schiavitù è stata formalmente bandita in Qatar nel 1952, in Arabia Saudita nel 1962 e in Mauritania nel 1980, essa ancora esiste in questi e in altri Paesi a maggioranza musulmana (soprattutto in Sudan e in Pakistan). Alcune autorità islamiche sostengono addirittura che un pio musulmano deve approvare la schiavitù. Da oltre quarant’anni sono state create numerose istituzioni finanziarie forse per un valore di mille miliardi di dollari per permettere ai musulmani osservanti di fingere di pagare o di ricevere gli interessi sul denaro ricevuto in prestito o prestato, (“fingere” perché le banche islamiche dissimulano gli interessi con sotterfugi come le commissioni o le competenze).
    I musulmani riformisti devono fare meglio dei loro predecessori medievali e motivare la loro interpretazione delle scritture e la sensibilità dell’epoca. Perché i musulmani modernizzino la loro religione, devono emulare gli altri credenti monoteisti e adattare la loro religione per quanto riguarda la schiavitù e gli interessi, il trattamento delle donne, il diritto di abiurare l’Islam, le procedure legali e molto altro ancora. Quando emergerà un Islam moderno e riformato, esso non appoggerà più la disuguaglianza tra i sessi, la condizione di dhimmi, il jihad o il terrorismo suicida, né esigerà la pena di morte per adulterio e non terrà conto delle violazioni dell’onore della famiglia, della bestemmia e dell’apostasia.
    Già in questo giovane secolo, si può ravvisare qualche segnale positivo in questa direzione. Si notino alcuni sviluppi riguardanti le donne:

    • Il Consiglio della Shura dell’Arabia Saudita ha reagito alla crescente indignazione dell’opinione pubblica in merito ai matrimoni in età infantile, fissando la maggiore età a 18 anni. Anche se questo non pone fine alla pratica dei matrimoni in età infantile, è una mossa in direzione dell’abolizione di questa pratica.
    • I religiosi turchi hanno acconsentito al fatto che le donne mestruate frequentino le moschee e preghino accanto agli uomini.
    • Il governo iraniano ha quasi bandito la lapidazione delle adultere.
    • In Iran, le donne hanno ottenuto maggiori diritti per intentare un’azione di divorzio dal proprio marito.
    • Una conferenza di studiosi musulmani in Egitto ha stabilito che la clitoridectomia è contraria all’Islam e, in effetti, punibile.
    • In India, la Darul Uloom Deoband, un’istituzione musulmana chiave, ha emesso una fatwa contro la poligamia.

    Tra gli altri sviluppi notevoli, che non riguardano specificamente le donne:

    • Il governo saudita ha abolito la jizya (la pratica di imporre ai non musulmani una tassa religiosa).
    • Un tribunale iraniano ha stabilito che la famiglia di un cristiano ucciso ricevesse lo stesso compenso previsto per una vittima musulmana.
    • Gli studiosi musulmani presenti a un incontro organizzato dall’Islamic Fiqh Academy a Sharja hanno iniziato a dibattere e contestare che l’apostasia sia punita con la pena morte.

    Allo stesso tempo, i singoli riformatori sfornano idee, che pur non essendo state ancora adottate riescono a stimolare il pensiero. Ad esempio, Nadin al-Badir, una giornalista saudita, ha suggerito in modo provocatorio che le donne musulmane abbiano lo stesso diritto degli uomini di sposare fino a quattro mariti. Una proposta simile ha scatenato una bufera, e la giornalista ha ricevuto minacce di azioni legali e di denunce rabbiose, ma ha stimolato un dibattito necessario, impensabile in altri momenti.
    Come la sua antesignana medievale, la sintesi moderna rimarrà vulnerabile agli attacchi sferrati dai puristi, che possono indicare come esempio Maometto ed esigere che non bisogna discostarsi da quest’esempio. Ma avendo visto che cosa ha fatto l’islamismo, che sia violento o no, c’è ragione di sperare che i musulmani rifiuteranno di accarezzare il sogno di ristabilire un ordine medievale e si apriranno al compromesso con i costumi moderni. L’Islam non deve essere una mentalità medievale fossilizzata: ma è quello che fanno di esso i musulmani di oggi.

    Implicazioni politiche

    I musulmani e i non musulmani contrari alla sharia, al califfato e agli orrori del jihad, che cosa possono fare per raggiungere i loro obiettivi?
    I musulmani anti-islamisti hanno la grande responsabilità di sviluppare non solo una visione alternativa a quella islamista, ma di creare un movimento alternativo all’islamismo. Gli islamisti hanno raggiunto la loro posizione di potere e influenza attraverso la dedizione e il duro lavoro, la generosità e l’altruismo. Anche gli anti-islamisti devono lavorare sodo, probabilmente per decenni, per sviluppare un’ideologia coerente e convincente come quella degli islamisti, per poi diffonderla. Gli studiosi che interpretano le sacre scritture e i leader che mobilitano i seguaci hanno un ruolo centrale in questo processo.
    I non musulmani possono contribuire a dare un impulso a un Islam moderno in due modi. Innanzitutto, opponendosi a tutte le forme di islamismo – non solo l’estremismo brutale di un Osama bin Laden, ma anche i furtivi e legittimi movimenti politici come l’Akp turco. Erdogan è meno feroce di Osama bin Laden, ma è più efficace e meno pericoloso. Chiunque tenga alla libertà di parola, all’eguaglianza davanti alla legge e agli altri diritti umani negati o indeboliti dalla sharia deve costantemente opporsi a qualsiasi accenno di islamismo.
    In secondo luogo, i non musulmani dovrebbero appoggiare gli anti-islamisti moderati e favorevoli all’Occidente. Tali figure oggi sono deboli e divise, e hanno di fronte un compito arduo, ma esistono e rappresentano l’unica speranza per sconfiggere la minaccia del jihad globale e della supremazia islamica per poi rimpiazzarli con un Islam che non minaccia la civiltà.

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    traduzione di Angelita La Spada

     

  • Modelli accidentali dell’Islam
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    In che modo l’Islam influenza lo stile di vita dei musulmani? I requisiti formali della religione sono la base ristretta per una struttura molto più ampia di modelli che diffondono le regole dell’Islam, in modo inaspettato e imprevisto. Qui di seguito alcuni esempi.
    Il Corano vieta severamente il consumo di carne di maiale, divieto che porta, di fatto, alla scomparsa dell’allevamento dei suini nelle aree geografiche a maggioranza musulmana, sostituiti dalle pecore e dalle capre. Queste ultime hanno impoverito i pascoli causando, come osserva il geografo Xavier de Planhol, “una deforestazione catastrofica che a sua volta è una delle ragioni fondamentali della presenza di paesaggi con vegetazione sparsa, particolarmente evidente nelle zone mediterranee dei paesi islamici”. Da notare come dalla prescrizione alimentare coranica si sia arrivati alla desertificazione di vasti tratti di terreno. Le prescrizioni scritturali non intendevano provocare danni ecologici, ma lo hanno fatto.
    Gli standard eccessivamente elevati dell’Islam, da applicare nel comportamento governativo, storicamente fecero sì che i governanti, con i loro numerosi difetti, si alienassero i sudditi musulmani, che reagirono rifiutandosi di servire quei leader nel servizio amministrativo e militare, obbligando in tal modo i governanti a cercare il personale altrove. Questo portò all’impiego sistematico degli schiavi come soldati e amministratori, creando così un’istituzione chiave che durò un millennio, a partire dall’VIII secolo.
    La dottrina islamica ingenera un senso di superiorità musulmana, un disprezzo per la fede e la civiltà degli altri, che ha avuto due ampie implicazioni in epoca moderna: far sì che i musulmani divenissero i sudditi più ribelli contro il dominio coloniale e impedire ai musulmani di imparare dall’Occidente a modernizzarsi.
    Queste sacre scritture islamiche infondono altresì una certa ostilità verso i non-musulmani, che a sua volta genera l’idea che anche i non-musulmani nutrano ostilità verso i musulmani. Al giorno d’oggi, questa idea ha creato una predisposizione alle teorie cospirative con delle conseguenze pratiche: ad esempio, poiché i musulmani temono che le vaccinazioni antipolio rendano i loro figli sterili, in 26 paesi, la poliomelite è diventata un flagello esclusivamente musulmano.
    Il pellegrinaggio annuale alla Mecca, l’haji islamico, ebbe inizio nel VII secolo come usanza locale per poi diventare un incontro internazionale che ha facilitato il trasferimento di ogni cosa dalle idee islamiste e i movimenti politici ai beni di lusso (l’avorio), alle piante (la gomma destinata al Sud-Est asiatico, il riso all’Europa) e alle malattie (meningite meningococcica, infezioni della pelle, diarrea infettiva, malattie trasmissibili per via ematica e infezioni del tratto respiratorio, tra cui forse la nuova sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus, Mers-CoV).
    Anche altre prescrizioni islamiche hanno delle implicazioni accidentali e negative per la salute. L’imperativo della modestia ha indotto alcune donne musulmane a indossare indumenti che coprono interamente il capo e il corpo (niqab e burqa), che causano una carenza di vitamina D, scoraggiano l’esercizio fisico e le rendono affette da una serie di problemi di salute tra cui eruzioni cutanee, malattie respiratorie, rachitismo, osteomalacia e sclerosi multipla.
    Il digiuno del Ramadan spesso induce i musulmani osservanti a fare meno esercizio fisico e “a mangiare troppo durante il pasto serale in cui s’interrompe temporaneamente il digiuno, che di solito comporta il consumo di cibi pesanti, grassi e molto calorici”, osserva il capo della Società di diabetologia degli Emirati Arabi. Un sondaggio condotto a Gedda, in Arabia Saudita, ha rilevato che il 60 per cento degli intervistati riscontra un eccessivo aumento di peso dopo il Ramadan.
    Una preferenza per i matrimoni contratti fra cugini primi, che si rifà alle pratiche tribali pre-islamiche (per preservare la ricchezza della famiglia e beneficiare della fertilità delle figlie) e riscontrata in circa cinquanta generazioni, ha portato a una diffusa endogamia con delle conseguenze negative, come un aumento quasi doppio del tasso d’incidenza di malattie genetiche come la talassemia, l’anemia falciforme, l’atrofia muscolare spinale, il diabete, la sordità, il mutismo e l’autismo.
    Per quanto riguarda le donne, le prescrizioni sulla protezione mahram da parte di parenti maschi e uno status sociale e giuridico assai inferiore, insieme hanno creato modelli accidentali come la segregazione fisica, l’ossessione per la verginità, i delitti d’onore e la mutilazione genitale femminile e (in stile saudita) l’apartheid sessuale. La poligamia crea ansia permanente nelle mogli.
    Sebbene gli orfani godano di una condizione privilegiata nella legge islamica (kafala), quel privilegio è legato a una struttura tribale incompatibile con la società moderna, con la conseguenza che oggi gli orfani musulmani sono fortemente discriminati, anche dai musulmani in Occidente.
    Le sacre scritture islamiche hanno fornito la base da cui si sono sviluppati molti altri modelli, tra cui la creazione di dinastie attraverso la conquista, e non per destituzione; i problemi ricorrenti con la successione dinastica; il potere che conduce alla ricchezza, e non il contrario; la quasi assenza di centri di potere periferici; inadeguati regolamenti urbani; leggi derivanti da decisioni ad hoc, e non da una legislazione formale; la dipendenza dall’hawala per il trasferimento di denaro e la pratica del terrorismo suicida.
    I modelli accidentali, talvolta chiamati Islamicate, cambiano col passare del tempo, qualcuno non esiste più (gli schiavi-soldati) e altri (la poliomelite) sono iniziati solo di recente. Questi modelli continuano a essere autorevoli oggi come in epoca premoderna e sono fondamentali per capire l’Islam e la vita musulmana.

     

    15 marzo 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • Il Medio Oriente gravemente malato
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    La recente conquista della città irachena di Falluja da parte di un gruppo legato ad al Qaeda riporta alla mente l’amaro ricordo delle risorse e delle truppe americane che furono impiegate tra il 2004 e il 2007 per controllare la città… e malgrado tutti questi sforzi, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano. Allo stesso modo, le centinaia di miliardi di dollari spesi per modernizzare l’Afghanistan non hanno impedito il rilascio di 72 prigionieri, autori di attacchi contro gli americani.
    Questi due esempi sembrano indicare una conclusione più ampia: in Medio Oriente i mali sono così radicati (con la notevole eccezione di Israele) che le potenze esterne non possono porvi rimedio. Qui di seguito un riepilogo veloce:

    L’acqua si sta esaurendo. Una diga in costruzione sul Nilo Azzurro, in Etiopia, rischia sostanzialmente di interrompere per anni la principale fornitura d’acqua dell’Egitto. La Siria e l’Iraq soffrono di crisi idriche perché i fiumi Tigri ed Eufrate si stanno prosciugando. Nello Yemen, le piantagioni della pianta narcotica chiamata qat assorbono una gran quantità delle limitate risorse idriche al punto che Sana’a potrebbe essere la prima capitale moderna a dover essere abbandonata a causa della siccità. In Arabia Saudita, la sconsiderata coltivazione del grano ha impoverito le falde acquifere.

    Al contrario, la diga mal costruita di Mosul, in Iraq, potrebbe crollare, e l’inondazione travolgerebbe all’istante mezzo milione di persone, lasciandone molte altre senza elettricità o cibo. Gaza è invasa dai liquami. Molti paesi devono fare i conti con i blackout elettrici e soprattutto nell’oppressiva canicola estiva che raggiunge abitualmente i 49° C all’ombra.

    E che dire della crisi demografica? Dopo aver sperimentato un picco di nascite, il tasso di natalità della regione sta crollando. L’Iran, ad esempio, ha subito la più forte diminuzione dei tassi di natalità rispetto a ogni altro paese passando da 6,6 figli per donna nel 1977 a 1,6 nel 2012. Ciò ha creato quello che un analista chiama “panico apocalittico”, che alimenta l’atteggiamento aggressivo di Teheran.
    Lo spopolamento delle scuole, i governi repressivi e i costumi sociali arcaici assicurano pessimi tassi di crescita economica. La fame tormenta l’Egitto, la Siria, lo Yemen e l’Afghanistan.

    Le immense riserve di gas e petrolio hanno distorto quasi ogni aspetto della vita. Le piccole monarchie di tipo medievale come il Qatar diventano potenze mondiali surreali che giocano alla guerra in Libia e in Siria, indifferenti alle vite che si spezzano, mentre un vasto sottoproletariato di oppressi lavoratori stranieri lavora duramente e una principessa spende ingenti quantità di denaro nell’acquisto di opere d’arte come mai prima d’ora nella storia del genere umano. I privilegiati possono lasciarsi andare ai propri impulsi crudeli, protetti da legami e denaro. Il turismo sessuale in paesi poveri come l’India prospera.

    Gli sforzi a favore della democrazia e della partecipazione politica languiscono, come in Egitto, o conducono al potere fanatici che mascherano abilmente i loro scopi, come in Turchia. I tentativi di rovesciare i tiranni avidi portano ad avere tiranni ideologici (come accaduto in Iran nel 1979) o all’anarchia (come in Libia e nello Yemen). In genere, si spera che entrambe le parti perdano. Lo stato di diritto resta un miraggio.

    L’islamismo, che al momento è l’ideologia politica più dinamica e minacciosa, può essere sintetizzato da una macabra dichiarazione fatta da Hamas agli israeliani: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita”. Poliginia, burqa, mutilazioni genitali e delitti d’onore fanno sì che le donne mediorientali siano le più oppresse al mondo.
    La vita in Medio Oriente è afflitta da gravi pregiudizi – spesso ufficiali – basati sulla religione, la setta, l’etnia, la tribù, il colore delle pelle, la nazionalità, il sesso, l’orientamento sessuale, l’età, la cittadinanza, il lavoro e la disabilità. La schiavitù rimane un flagello.

    Le teorie del complotto, il fanatismo politico, il risentimento, la repressione, l’anarchia e l’aggressione dominano la politica della regione. Le nozioni moderne relative all’individuo non attecchiscono nelle società dove i legami primordiali della famiglia, della tribù e del clan continuano a essere dominanti.
    Il Medio Oriente è spinto dal bisogno di estinguere interi paesi. Israele è la vittima potenziale più nota, ma di fatto il Kuwait è scomparso dalle carte geografiche per più di sei mesi, mentre il Libano, la Giordania e il Bahrein potrebbero essere inghiottiti in qualsiasi momento.

    I paesi mediorientali spendono ingenti somme di denaro per i servizi di intelligence e per le forze armate, creando forze inutili allo scopo di controllarsi gli uni con gli altri. Essi si lanciano nell’acquistare all’estero carri armati, navi e aerei. Dedicano risorse smisurate alle armi chimiche, biologiche e nucleari e alle piattaforme per distribuirle. Anche i gruppi terroristici come al Qaeda tramano per acquisire armi di distruzione di massa. In Medio Oriente si sviluppano avanzati metodi terroristici.

    Il fallimento economico e politico crea grandi masse di profughi: dagli anni Ottanta gli afgani costituiscono la più vasta popolazione di profughi del mondo; i siriani ora minacciano di raggiungerli, seminando povertà e caos nelle terre in cui trovano rifugio. Anime disperate cercano di abbandonare la regione per raggiungere i paesi occidentali, lasciando non poche vittime lungo la strada. Quelli che riescono nell’impresa portano i mali della loro regione in paesi ordinati come la Svezia e l’Australia.

    I diplomatici dell’Ottocento denominarono l’Impero ottomano “il malato d’Europa”. Ora, io definisco l’intero Medio Oriente “il malato del mondo”. Occorrono molti anni per porre rimedio all’odio, all’estremismo, alla violenza e al dispotismo che imperversano nella regione.
    In attesa che questo processo abbia luogo, il mondo esterno farebbe meglio a non consumare energie e ricchezze per salvare il Medio Oriente – il che è un compito senza speranza – ma dovrebbe proteggersi dalle molteplici minacce provenienti dalla regione: dalla sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus (Mers-CoV), dagli harem, dal megaterrorismo e dagli impulsi elettromagnetici.

     

    28 genn 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • Un islamismo dal volto umano?
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    Fino ad ora, il potere islamista ha comportato violenza e dittatura, può però evolversi in qualcosa di decente?
    In altre parole, se la brutalità di Ruhollah Khomeini e Osama bin Laden li ha contraddistinti come uomini di ieri, e l’autocrazia di Recep Tayyip Erdogan e Mohamed Morsi ne fa gli uomini di oggi, gli islamisti di domani – i musulmani che vogliono applicare a livello globale la legge islamica sotto il dominio di un califfo – diventeranno democratici e umani?
    L’islamismo si è notevolmente evoluto nel corso degli ultimi tredici anni. Non più tardi del 2001, i suoi proseliti erano sinonimo di criminali, terroristi e rivoluzionari. In questo spirito, tre giorni dopo l’11 settembre 2001 io scrissi che molti islamisti “hanno un aspetto pacifico, ma vanno tutti considerati potenziali assassini”.
    Queste parole ora suonano come obsolete, in un momento in cui gli islamisti ritengono che le urne elettorali siano un mezzo più efficace delle armi per raggiungere il potere. Certo, il terrorismo e la coercizione rimangono ampiamente in uso, e a essi ricorrono gruppi barbari come l’Isis e Boko Haram. Eppure, alcune riforme dell’Islam sono già in corso.
    La questione cruciale ora riguarda la forma di governo: gli islamisti possono passare dal terrorismo alla politica e progredire altresì dalla dittatura alla democrazia? Possono eliminare la loro supremazia apparentemente innata, la bellicosità, l’immoralità, la misoginia e l’antisemitismo? Qui di seguito alcuni esempi che lasciano intravedere dei cambiamenti in atto.
    In Turchia, alcuni islamisti di spicco – in particolare Fethullah Gülen, leader della più influente organizzazione islamista del paese, e il presidente Abdullah Gül – sembrano prendere la distanze dalla dittatura aggressiva. Ad esempio, Gülen nel 2010 criticò il ruolo del governo turco nella vicenda della nave Mavi Marmara contro Israele. La disponibilità di Gül a occuparsi delle proteste di Gezi Park è stata discordante con la reazione feroce del premier Erdogan.
    Nel 2010, la moglie di Gül, Hayrünnisa (che indossa il velo islamico), si recò in visita a Londra e quando le fu chiesto cosa ne pensasse del fatto che le alunne delle scuole elementari indossassero l’hijab rispose che “una bambina non può decidere da sola di indossare il velo in così giovane età. Dovrebbe farlo quando è abbastanza grande”. Con Gül in carica, il partito di governo AK potrebbe diventare di fatto il movimento socialmente conservatore degli astemi, delle donne vestite con modestia, dei sentimentalisti ottomani e dei capitalisti che solo ora pretende di essere? Oppure diventerebbe aggressivo come Erdogan?
    In Iran, la promessa di Hassan Rohani di un islamismo meno rigoroso ha toccato il tasto giusto in un elettorato desideroso di normalità. Sintomatico di questo è il fatto che in Iran l’hijab non è più il copricapo semplice e sciatto del passato. Guidate dalla stilista Farnza Abdoli e dalla sua linea di abbigliamento Poosh, le donne iraniane ora apprezzano scelte di moda che erano impensabili una generazione fa.
    In Giordania, la Zamzam Initiative si è separata dai Fratelli musulmani, argomentando contro il suo “monopolio del discorso islamico” e chiedendo che l’Islam sia “una cornice culturale che racchiude la nazione pur valorizzando un pluralismo religioso, settario, politico e razziale”.
    In Egitto, molti degli attivisti più giovani ripudiano la presa di potere di Morsi. Il portavoce Hamza Zoba’a ha accusato i Fratelli musulmani di aver “commesso degli errori” e di essere caduti “nella trappola dell’esercizio esclusivo del potere”. Ali Khafagy, un leader di Giza, ha dichiarato che “arriverà il momento di ritenere i nostri leader responsabili e di chiedere dei cambiamenti. E ci devono essere dei cambiamenti. Abbiamo bisogno di persone che siano più aperte, più disponibili a lavorare con tutti”. Un osservatore, Tarek Osman, ritiene che i Fratelli musulmani riusciranno a comprimere le loro forti spinte dittatoriali e a evolversi in modo “quasi irriconoscibile”.
    In Tunisia, quando Ennahda, il partito al potere, affronta delle crisi, il vicepresidente Abdelfattah Mourou mostra un’insolita apertura al compromesso con i non-islamisti mentre il partito stesso collabora con Nidaa Tounes, il suo rivale di sinistra.
    Sostengo da decenni che l’islamismo, come il fascismo e il comunismo, è per sua natura dittatoriale, perché tutti e tre condividono una mentalità utopistica radicale, una glorificazione dello Stato e una determinazione a imporre un’egemonia globale. Ho paragonato in modo sprezzante un islamista moderato a un nazista moderato, osservando che pur utilizzando Erdogan e Osama bin Laden tattiche differenti, aspirano entrambi ad applicare lo stesso codice di diritto medievale.
    Il comunismo lascia intravedere due possibili percorsi di evoluzione. Durante la Primavera di Praga del 1968, Alexander Dubcek cercò di costruire un “socialismo dal volto umano”, ossia un ordine comunista dotato di un sistema politico multipartitico, con abbondanti beni di consumo e libertà di parola e di movimento. Il Partito comunista cinese ha vigilato su un boom capitalista assolutamente antimarxista.
    La natura profondamente anti-moderna e autoritaria dell’islamismo mi lascia molto perplesso in merito alla possibilità che qualcosa di civile e apprezzabile possa emergere da questa ideologia. Molto probabilmente, i recenti sviluppi positivi sono meramente tattici e temporanei. Io però non posso più rigettare con certezza l’ipotesi di un islamismo che si evolva e in qualche misura migliori.

     

    28 maggio 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

     

  • Una visione profetica del “Londonistan”
    chrislam

     

    Esattamente un secolo fa, il celebre scrittore britannico G.K. Chesterton (1874-1936), considerato dai suoi ammiratori il più grande scrittore e pensatore del XX secolo, pubblicò un romanzo curioso intitolato L’osteria volante. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, egli immaginò che l’Impero ottomano conquistasse la Gran Bretagna e imponesse la Shari’a, la legge islamica.
    Chesterton cavalca questo scenario inverosimile come un mezzo per ridicolizzare il progressismo: quello stesso approccio arrogante, “scientifico”, gerarchico e di sinistra che caratterizza l’èra di Obama. “Il compito dei progressisti è di continuare a commettere errori”, spiegava a ragione Chesterton e L’osteria volante mostra in modo caustico le loro debolezze. Man mano che la trama del libro si sviluppa, la visione di una Gran Bretagna islamizzata presenta dei tratti distintivi che meritano la celebrazione del suo centenario.
    Chesterton racconta di una guerra in cui “il più grande dei guerrieri turchi, il terribile Oman Pasha, egualmente famoso per il suo coraggio in guerra come per la sua crudeltà in pace”, consegue una famosa vittoria sulle forze britanniche, che porta all’occupazione dell’Inghilterra, al controllo della polizia da parte dei turchi e a una crescente influenza di “un eminente mistico turco”, un certo Misysra Ammon, che si fa paladino dei costumi islamici come l’astensione dal consumo di carne di maiale, la proibizione di immagini rappresentative, il dover togliere le scarpe e lasciarle vicino alla porta e la pratica della poligamia.
    Ma il costume islamico più importante, e quello attorno a cui ruota L’osteria volante, è l’ordine emanato da Oman Pascià di distruggere i vigneti e di mettere al bando le bevande alcoliche. Lord Philip Ivywood, un dhimmi progressista e sostenitore di Ammon, approva nel 1909 un divieto di consumo delle bevande alcoliche con qualche rara eccezione: gli edifici che espongono all’esterno le insegne delle osterie (in attesa della loro scomparsa universale) e due famosi pub, il Claridge’s Hotel e il Criterion Bar, (ovviamente) riservati ai membri del Parlamento. Tutti gli altri pub devono servire bicchieri di limonata, tazze di tè e ciò che Chesterton chiama “bibite saracene”.
    Approfittando di una di queste rare eccezioni, un intrepido marinaio irlandese e un locandiere inglese se ne vanno in giro per il paese portando con loro l’insegna del pub “Old Ship”, un barile gigante di rum e una grossa forma di formaggio cheddar. Le loro gesta etiliche e la furia crescente di Lord Ivywood, sono il fulcro di questo romanzo fantasy, che culmina in una rivolta inglese contro Ivywood, il Londonistan, le forze di polizia turche che indossano il fez e contro la loro scelta di non bere bevande alcoliche. Detestare il fatto di essere “annientati dalle armi di uomini dalla carnagione olivastra e gialla (…) aveva reso gli inglesi quello che non erano da secoli”. La loro eroica insurrezione lascia Oman Pascià a terra morto “con il viso rivolto verso la Mecca” e permette la riapertura dei pub.
    Sebbene la sua lettura rappresenti una sfida, questo racconto esagerato anticipa misteriosamente l’alleanza dei nostri tempi tra la sinistra e gli islamisti, un fenomeno altrimenti quasi invisibile fino al 1980. Precedendo George Galloway e Carlos lo Sciacallo, il sinistroide Ivywood definisce l’Islam “una grande religione” e “una religione del progresso”. Egli fa anche appello alla piena unità fra il Cristianesimo e l’Islam, da chiamare Chrislam (un termine realmente in uso nel 2014), mentre un prete trendy vuole che la Cattedrale di Saint Paul ostenti “una specie di duplice emblema (…) una combinazione della croce con la mezzaluna”.
    Apprendiamo, in modo divertente, che Ivywood ha scritto una biografia del tirannico sultano ottomano Abdul Hamid II per la serie Sovrani progressisti, anticipando (tra gli altri libri) la biografia artefatta di Hafez al-Assad. La sinistra di oggi trova delle scusanti per la mutilazione genitale femminile e Ivywood abbandona al loro destino le ragazze occidentali rapite e condotte negli harem turchi perché “i legami amichevoli o domestici che sono stati creati non siano nuovamente disturbati”. Facendo eco ai progressisti di oggi, egli sostiene che le donne turche godono della “massima libertà”, sminuendo la condizione delle loro omologhe inglesi.
    Chesterton ha inoltre anticipato altre questioni allora inesistenti e che ora sono d’attualità. Ivywood specula sulla nostra epoca: “in un secolo o due”, egli dice, “potremo vedere la causa della pace, della scienza e delle riforme appoggiata dappertutto dall’Islam”. In quest’ottica, egli vede “l’Asia in Europa”, qualcosa che l’immigrazione musulmana ha conseguito.
    Il mistico turco Ammon diffonde “qualche ubbia riguardo alla civiltà inglese che è stata fondata dai turchi e sembra ritenere che presto gli inglesi dovrebbero tornare a questo modo di pensare”. Infatti, nel 2014 è banale sentire gli islamisti proclamare che i musulmani hanno raggiunto le Americhe nel X secolo d.C. e che l’Islam ha avuto un ruolo di primo piano nella stesura della Costituzione americana.
    L’osteria volante delinea in modo memorabile un quadro preliminare dell’Islam in Gran Bretagna, delirante e bizzarro, offrendo un’immagine che sembra molto più reale oggi rispetto a quando il romanzo è stato pubblicato, in un’epoca molto diversa.

     

    4 giugno 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • L’Isis si scatena, il Medio Oriente trema
    attentatoreAlQaeda

    Con l’occupazione di Mosul del 9 giugno, i jihadisti hanno ottenuto il controllo della seconda città più grande dell’Iraq, hanno fatto incetta di armi, si sono impadroniti di 429 milioni di dollari in oro, aprendosi la strada per raggiungere Tikrit, Samarra e forse anche la capitale Baghdad. I curdi iracheni hanno occupato Kirkuk. Questo è l’avvenimento più importante accaduto in Medio Oriente da quando hanno avuto inizio nel 2010 gli sconvolgimenti arabi. E qui di seguito vi spiego i motivi.

    Minaccia regionale

    Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (o della Siria), chiamato Isil o Isis, un gruppo iscritto nella lista delle organizzazioni terroristiche, potrebbe rovesciare i governi di Iraq e Siria e forse anche altri, a cominciare dalla Giordania. Tra la Siria e l’Iraq, questo gruppo potrebbe cancellare il semisecolare confine tra queste due creazioni coloniali e porre fine alla loro esistenza come Stati unitari, ribaltando così l’ordine politico del Medio Oriente, come emerso dalla Prima guerra mondiale. Giustamente, il governo statunitense definisce l’Isis “una minaccia per l’intera regione”.

    Nella mappa, le città irachene e siriane che sono passate sotto il controllo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis o Isil).

    Nella mappa, le città irachene e siriane che sono passate sotto il controllo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis o Isil).

    Una forza inaspettata

    Questi avvenimenti dimostrano che la forma più estrema e violenta di islamismo, rappresentata da Al Qaeda e da gruppi simili, può andare oltre il terrorismo e creare dei guerriglieri che conquistano territori e sfidano i governi. A questo scopo, l’Isis si unisce ai talebani in Afghanistan, ad Al-Shabaab, al Fronte Al-Nusra in Siria, ad Ansar Dine in Mali e a Boko Haram in Nigeria.

    I musulmani detestano l’islamismo

    Grazie alla feroce fama che l’Isis si è creata nella sua capitale Raqqa, in Siria, e anche altrove, si stima che sia fuggito un quarto dei due milioni di abitanti di Mosul. L’attuale ciclo di brutalità dell’Isis tornerà a rendere odioso l’islamismo a milioni di musulmani.

    Frustrazione suprema

    Perciò, per quanti danni possano fare alle cose e alle persone le organizzazioni simili ad Al Qaeda, esse non finiranno per essere vittoriose (ossia non instaureranno un califfato che applica la legge islamica con rigore e in tutta la sua interezza) perché il loro estremismo puro allontana i musulmani e spaventa i non musulmani. Alla fine, le forme di islamismo tatticamente caute (ossia quella di Fethullah Gülen, in Turchia) hanno maggiori possibilità di riuscita perché attirano una fascia più ampia di musulmani e preoccupano meno i non musulmani.

    Sunniti contro sciiti

    L’avanzata dei miliziani dell’Isis minaccia direttamente il regime iracheno a prevalenza sciita, filo-iraniano. Teheran non può permettere che questo governo affondi; di conseguenza, le forze iraniane hanno già aiutato a riprendere il controllo di Tikrit, con la promessa di un maggiore coinvolgimento iraniano. Ciò sta a indicare una replica delle divisioni etniche nella guerra civile siriana, con i jihadisti sunniti appoggiati dalla Turchia che si ribellano contro un governo centrale sciita appoggiato dall’Iran. Come in Siria, questo confronto conduce a una catastrofe umanitaria anche se mette gli islamisti gli uni contro gli altri, soddisfacendo in tal modo gli interessi occidentali.

    La minaccia della diga di Mosul

    Negli anni Ottanta, i sauditi e altri arabi finanziarono una diga costruita male e alla svelta sul fiume Tigri, a circa 35 miglia a nordovest da Mosul. Costruita con materiali scadenti, questa diga presenta delle falle e necessita di riparazioni costanti e di altre misure costose per evitare un crollo catastrofico. Le teste calde dell’Isis continueranno a fare questi lavori di riparazione? Oppure staranno a lesinare su tali misure col rischio di minacciare in tal modo non solo Mosul ma gran parte delle zone abitate dell’Iraq di catastrofiche inondazioni?

    Il fallimento americano

    Più chiaramente che mai il successo delle forze dell’Isis rivela gli obiettivi troppo ambiziosi dell’invasione dell’Iraq guidata dagli Usa (e parimenti dell’Afghanistan) che è costata migliaia di vite occidentali e più di mille miliardi di dollari. La bella facciata dei 53 miliardi di dollari investiti nelle istituzioni finanziate dagli Stati Uniti, come gli ospedali o l’orchestra sinfonica nazionale irachena, ha dimostrato di essere un vero e proprio fiasco. Basta guardare i soldati dell’Isis che se ne stanno trionfanti in cima alle attrezzature militari americane fornite dagli Stati Uniti per capire la follia delle grandi speranze americane di un tempo per “un Iraq stabile, democratico e prospero”.

    I repubblicani

    I repubblicani accusano ingiustamente Barack Obama delle vittorie riportate dall’Isis. No, non è così, fu George W. Bush a prendere l’impegno di rifare l’Iraq e nel 2008 siglò “l’accordo sullo status delle forze americane” che poneva fine alla presenza militare Usa in Iraq entro la fine del 2011. Perché il Partito repubblicano faccia dei progressi in politica estera, deve riconoscere questi errori e imparare da essi, e non eluderli, riversando la colpa su Obama.

    I democratici

    L’esecuzione di Osama bin Laden avvenuta nel 2011 è stato un importante atto di vendetta simbolico. Ma non fa quasi nessuna differenza a livello operativo ed è arrivato il momento per Obama di smettere di vantarsi della sconfitta di Al Qaeda. In realtà, Al Qaeda e i suoi partner sono più pericolosi che mai, essendo passati dalle azioni terroristiche alla conquista dei territori. Il benessere degli americani e di altri dipende dal fatto di riconoscere questa realtà e agire di conseguenza.

    La politica occidentale

    Questo è fondamentalmente un problema del Medio Oriente e le potenze esterne dovrebbero proporsi di tutelare i loro stessi interessi, e non di risolvere le crisi mediorientali. Spetta a Teheran, e non a noi, il compito di combattere l’Isis.

     

    17 giugno 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • Anche la Turchia appoggia l’Isis

    In un recente articolo ho scritto che nei combattimenti in Iraq sono coinvolti i “jihadisti sunniti appoggiati dalla Turchia in rivolta contro un governo centrale di ispirazione sciita”.
    Alcuni lettori mettono in dubbio che la Repubblica di Turchia appoggi “lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (o della Siria)”, il principale gruppo sunnita che combatte in Iraq. Questi lettori sottolineano gli attacchi sferrati dall’Isis (o Isil) contro gli interessi turchi, dentro la Turchia e lungo il confine con la Siria, a Mosul, e richiamano l’attenzione sul recente e felice incontro in Turchia tra il presidente iraniano e quello turco. Ottimi argomenti, ma si può dare una spiegazione a tutto questo.
    In primo luogo, l’Isis è disposto ad accettare l’appoggio turco pur ritenendo che il premier islamista e i suoi connazionali siano dei kafir (infedeli) a cui bisogna mostrare il vero Islam.
    In secondo luogo, la visita presidenziale si è svolta in un contesto omogeneo, mentre i combattimenti in Siria e in Iraq hanno avuto luogo in tutt’altro contesto, entrambi però possono avvenire contemporaneamente. La rivalità turco-iraniana è in aumento e come il celebre giornalista turco Burak Bekdil osserva nell’ultimo numero del “Middle East Quarterly”:

    Negli ultimi anni, si è spesso sentito parlare, nei discorsi ufficiali tenuti dai due paesi, dello sviluppo di un commercio bilaterale e di una comune solidarietà ideologica anti-israeliana. Ma per lo più, dietro le quinte, ci sono segnali di rivalità, diffidenza e reciproci sospetti settari fra i due paesi musulmani.

    Ankara può negare il suo aiuto all’Isis, ma la prova di questo appoggio è schiacciante. “Avendo il più lungo confine con la Siria”, scrive Orhan Kemal Cengiz, un giornalista turco, “il sostegno della Turchia è di vitale importanza affinché i jihadisti entrino ed escano dal paese”. Infatti, non è un caso che le roccheforti dell’Isis siano raggruppate vicino ai confini della Turchia.
    I curdi, gli esperti del mondo accademico e l’opposizione siriana concordano sul fatto che siriani, turchi (si calcola la cifra di 3000 persone) e combattenti stranieri (soprattutto sauditi, ma anche un discreto numero di occidentali) attraversino a loro piacimento il confine turco-siriano, spesso per unirsi all’Isis. Ciò che il giornalista turco Kadri Gursel chiama “un’autostrada jihadista a doppio senso di circolazione”, non ha fastidiosi controlli alla frontiera e talvolta comporta l’aiuto attivo dei servizi di intelligence turchi. La CNN ha anche trasmesso un video sulla “ rotta segreta del contrabbando jihadista attraverso la Turchia”.
    In realtà, i turchi hanno offerto molto più di un semplice valico di confine: essi hanno fornito all’Isis la maggior parte dei fondi, della logistica, della formazione e delle armi. I turchi residenti nei pressi del confine siriano raccontano che le ambulanze turche si recano nelle zone dove infuriano i combattimenti tra i jihadisti sunniti e i curdi per poi trasferire i feriti dei miliziani dell’Isis negli ospedali turchi. Infatti, è saltata fuori una sensazionale foto che ritrae il comandante dell’Isis, Abu Muhammad, in un letto dell’Ospedale statale di Hatay, nell’aprile scorso, mentre riceve le cure per le ferite che si è procurato combattendo.
    Un politico dell’opposizione turca ritiene che la Turchia abbia pagato all’Isis 800 milioni di dollari per le forniture di petrolio. Un altro politico ha reso pubbliche delle informazioni sui soldati turchi in servizio che addestrano membri dell’Isis. I detrattori osservano che il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha incontrato tre volte Yasin al-Qadi, che ha stretti legami con l’Isis e lo finanzia.
    Per quale motivo la Turchia appoggia gli estremisti dagli occhi spiritati? Perché Ankara vuole eliminare due entità politiche siriane, il regime di Assad a Damasco e il Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est.
    Per quanto riguarda il regime di Assad, Cenzig scrive: “Pensando che i jihadisti avrebbero garantito un rapido crollo del regime di Assad in Siria, la Turchia, per quanto i funzionari lo neghino categoricamente, ha offerto il proprio sostegno ai jihadisti, dapprima insieme ai paesi occidentali e ad alcuni paesi arabi e anche dopo nonostante i loro avvertimenti”.
    Quanto al Rojava, essendo la sua leadership schierata con il Pkk, il gruppo curdo (un tempo) terrorista con base in Turchia, l’autorevole giornalista turco Amberin Zaman ha pochi dubbi “che fino a poco tempo fa, la Turchia permetteva ai combattenti jihadisti di muoversi liberamente attraverso i suoi confini” per combattere i curdi.
    Più in generale, come osserva l’analista turco Mustafa Akyol, Ankara riteneva che “chi combatteva al-Assad fosse un bravo ragazzo” e provava altresì un “disagio ideologico all’idea che gli islamisti potessero fare delle cose terribili”. Questo ha portato, secondo Akyol, a “una certa cecità” verso i jihadisti violenti. Infatti, l’Isis è talmente popolare in Turchia da indurre altre organizzazioni a riprodurre apertamente il suo logo.
    Di fronte a questo appoggio, il quotidiano online “Al-Monitor” chiede alla Turchia di chiudere il suo confine all’Isis, mentre Rojava ha minacciato Ankara di “conseguenze disastrose”, se non cesseranno gli aiuti turchi.
    In conclusione, con Assad ancora al potere e l’entità curda sempre più forte, i leader turchi affondano doppiamente nel pantano siriano. Malgrado ciò, essi collaborano con gli elementi più estremisti, retrogradi e feroci, come i miliziani dell’Isis. Ma questo appoggio ha aperto un secondo fronte in Iraq che, a sua volta, rende più imminente lo scontro fra la Turchia e l’Iran, i due giganti del Medio Oriente.

     

    18 giugno 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

     

  • La mano ferma di Netanyahu
    netanyahu

    Il 29 giugno scorso, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu ha tenuto un discorso importante presso l’Istituto nazionale per gli studi sulla sicurezza nazionale (Inss) che merita di essere dibattuto. I seguenti brani sono estrapolati dalla traduzione ufficiale postata sul sito web del premier:

    Nella nostra regione sta avvenendo un cambiamento storico, con importanti ripercussioni per la sicurezza di Israele e del mondo intero. L’accordo Sykes-Picot, che quasi un secolo fa ha delineato i confini della nostra regione, è cessato. (…) ora intravediamo numerosi anni di conflitti e instabilità.

    Convengo che l’accordo Sykes-Picot, un’intesa segreta stipulata dai governi di Gran Bretagna, Francia e Russia nel 1916, sia probabilmente estinto. Ma una cosa è per me fare questa considerazione come storico e analista e un’altra cosa è farla per un premier in carica. Probabilmente non è saggio per il capo di un governo, che è già sufficientemente impegnato, azzardare congetture pubbliche. Esse possono danneggiarlo più che aiutarlo.

    [Altro brano estrapolato dal discorso di Netanyahu] A lungo termine, fra decenni, fra mezzo secolo, di certo, fra cento anni, l’Islam radicale sarà in declino (…) perché esso non consentirà la libertà individuale e l’imprenditorialità, che è stata la base dello sviluppo economico, nei secoli passati. L’Islam radicale sarà in declino perché verrà sconfitto dalla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione che farà sì che per questi regimi e movimenti sarà difficile mantenere il controllo a lungo termine sulle menti dei giovani.

    Ancora una volta, sono d’accordo con questa previsione e continuo a dubitare che un leader politico dovrebbe lanciarsi in previsioni del genere. Certo, lo sviluppo economico e la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione sono entrambi molto importanti; ma 1) alcuni islamisti hanno successo in questo (si pensi a Fethullah Gülen) e 2) i fallimenti dell’islamismo sono molto più profondi e terribili rispetto allo sviluppo economico e alla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione. Che dire della sua brutalità, della sua crudeltà familiare, del suo inattuabile codice penale e delle sue aggressioni imperialiste?

    [Un altro brano tratto dal discorso del premier israeliano] Eppure, cose simili potrebbero anche essere state dette negli anni Trenta riguardo al destino del nazismo nella sua battaglia contro il mondo libero. Tuttavia, sessanta milioni di persone, tra cui un terzo del nostro popolo, sono morte prima che le forze della libertà e del progresso lo sconfiggessero. Pertanto, se come credo ci sarà il declino finale del fanatismo islamico, dobbiamo prepararci ora per le quattro grandi sfide che esso pone.

    Ben detto! Queste quattro sfide sono:

    1) Proteggere i confini di Israele e in particolare “costruire una barriera di sicurezza a est, da erigere gradualmente da Eilat fino alla barriera che abbiamo già costruito negli ultimi due anni sulle alture del Golan”. Le barriere di sicurezza erette altrove – lungo i confini di Israele con Egitto, Gaza, Libano, Siria e Cisgiordania – hanno dimostrato il loro valore, pertanto, è una conseguenza logica costruirne una anche lungo il confine con la Giordania.
    2) Stabilizzare la zona a ovest della linea di sicurezza del fiume Giordano: “In questa zona della Cisgiordania nessuna forza militare può garantire la sicurezza di Israele ad eccezione delle Forze di difesa israeliane e dei servizi di sicurezza”. Questo significa che “in qualsiasi futuro accordo con i palestinesi, Israele dovrà mantenere il controllo della sicurezza a lungo termine del territorio lungo il fiume Giordano”. Pur perseverando nell’idea di una soluzione che preveda l’esistenza di due Stati, Netanyahu qui la sta alterando, e non di poco, negando un controllo da parte di un futuro Stato palestinese sui propri confini. Senza dubbio, gli israeliani hanno ragione a non fidarsi della leadership palestinese.
    3) Costruire un asse di cooperazione regionale. I combattimenti in corso offrono l’opportunità di “una cooperazione regionale rafforzata”, fortificando ad esempio la Giordania e sostenendo le aspirazioni dei curdi all’indipendenza. È stato intelligente da parte di Netanyahu sostenere pubblicamente questi due attori, con la speranza che a loro volta essi si rivolgano pubblicamente a Israele.
    4) Impedire che l’Iran diventi uno “Stato soglia”, ossia un paese in grado di dotarsi della bomba atomica perché in possesso della tecnologia necessaria. Come negli ultimi anni, questa continua ad essere la massima preoccupazione per la sicurezza di Israele.

    Commenti: 1) Tornando al 1999, ho spesso criticato Netanyahu, ma l’eccellente analisi fatta in questo discorso denota una mano ferma al timone. 2) È di fondamentale importanza avere un alleato americano che comprenda le preoccupazioni per la sicurezza quando l’amministrazione Obama non ha idea di ciò che sta accadendo.

     

    2 luglio 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • Perché Hamas vuole la guerra?
    madredimerda

    In uno studio magistrale, dal titolo Le cause delle guerra, Geoffrey Blainey osserva che i politici iniziano le guerre quando sono ottimisti sulle prospettive di vincere, altrimenti eviterebbero di combattere.

    E allora perché Hamas ha provocato una guerra con Israele? Di punto in bianco, l’11 giugno è iniziato il lancio di razzi, che ha mandato in frantumi una quiete in vigore dal novembre 2012. Il mistero di questa esplosione di violenza ha spinto David Horowitz, direttore del “Times of Israel”, a rilevare che i combattimenti in corso “non sono minimamente giustificati”. E perché la leadership israeliana ha risposto in modo irrisorio, cercando di evitare il combattimento? È così, anche se entrambe le parti sanno che le forze israeliane sono di gran lunga superiori a Hamas in ogni settore: raccolta di informazioni, comando e controllo, tecnologia, potenza di fuoco, dominio dello spazio aereo.

    Come si spiega questa inversione di ruoli? Gli islamisti sono così fanatici al punto che non gliene importa nulla di perdere? I sionisti hanno troppa paura di morire nei combattimenti?

    In realtà, i leader di Hamas sono abbastanza razionali. Periodicamente (è successo nel 2006, 2008, 2012), essi decidono di fare guerra a Israele ben sapendo di essere battuti sul campo di battaglia, ma ottimisti di vincere a livello politico. I leader israeliani, al contrario, ritengono di poter vincere a livello militare ma temono una sconfitta politica – critiche da parte della stampa, risoluzioni delle Nazioni Unite, e così via.

    Concentrarsi sulla politica rappresenta un cambiamento storico; nei primi venticinque anni di vita di Israele abbiamo assistito a ripetute sfide alla sua esistenza (soprattutto nel 1948-1949, 1967 e nel 1973) e non si sapeva come quelle guerre sarebbero andate a finire. Ricordo il primo giorno della guerra dei Sei giorni del 1967, quando gli egiziani proclamavano splendidi trionfi, mentre il totale silenzio della stampa israeliana faceva pensare a una catastrofe. È stato uno shock apprendere che Israele aveva ottenuto la più grande vittoria negli annali della guerra. Il punto è che le sorti della guerra furono decise in modo imprevedibile sul campo di battaglia.

    Non è più così: le sorti delle guerre arabo-israeliane degli ultimi quarant’anni sono state prevedibili; tutti sapevano che le forze israeliane avrebbero prevalso. È stato come giocare a guardie e ladri piuttosto che combattere una guerra. Paradossalmente, questa asimmetria sposta l’attenzione dalla vittoria e dalla sconfitta alle questioni etiche e politiche. I nemici di Israele lo provocano per uccidere civili, la cui morte arreca loro molteplici vantaggi.

    I quattro conflitti scoppiati dal 2006 hanno rinverdito la reputazione offuscata di Hamas di “movimento di resistenza”, hanno costruito la solidarietà sul fronte interno, hanno fomentato il disaccordo fra arabi ed ebrei in Israele, hanno spronato i palestinesi e altri musulmani a diventare degli attentatori suicidi, hanno imbarazzato i leader arabi non-islamisti, hanno garantito nuove risoluzioni da parte delle Nazioni Unite a discapito di Israele, hanno indotto gli europei a imporre delle sanzioni più severe contro Israele, hanno aperto i rubinetti della critica corrosiva contro lo Stato ebraico da parte della sinistra internazionale e sono riusciti a ottenere un aiuto supplementare dalla Repubblica islamica dell’Iran.

    Il Santo Graal della guerra politica è riscuotere la simpatia della sinistra globale presentandosi come perdenti e vittime. (Va sottolineato che, da un punto di vista storico, questo è molto strano: tradizionalmente i combattenti hanno sempre cercato di spaventare il nemico mostrandosi come terribili e inarrestabili.)

    Le strategia di questa nuova guerra annovera una serie di espedienti come invocare l’appoggio di personaggi famosi, fare appello alle coscienze e l’utilizzo di semplici ma efficaci vignette politiche (i sostenitori di Israele tendono a eccellere in questo, ora come in passato). I palestinesi sono ancora più creativi, sviluppando due tecniche fraudolente: la “disinformazione attraverso le foto” e la cosiddetta “Pallywood” [secondo Wikipedia è un termine composto da “Palestinese” e “Hollywood, un neologismo utilizzato per indicare “la manipolazione dei media, la loro distorsione e la completa truffa da parte dei palestinesi col fine di vincere la guerra mediatica e della propaganda contro Israele”, N.d.T.] utilizzata nei video. In passato, gli israeliani assecondavano la necessità di ciò che chiamano hasbara, ossia veicolare i messaggi [o fare propaganda], ma negli ultimi anni si sono maggiormente concentrati su questo.

    Nelle guerre civili in Siria e in Iraq, sono di estrema importanza le sommità delle colline, le città e le strade strategiche, mentre la moralità, la proporzionalità e la giustizia dominano le guerre arabo-israeliane. Come scrissi nel 2006 durante lo scontro diretto tra Israele e Hamas, “la solidarietà, la moralità, la lealtà e la comprensione sono l’acciaio, la gomma, il carburante e le armi dei nostri tempi”. O nel 2012: “Gli op-ed hanno sostituito le pallottole, i social media hanno rimpiazzato i carri armati”. Più in generale, questo fa parte del profondo cambiamento della guerra moderna quando le forze occidentali e non-occidentali combattono, come ad esempio nelle guerre condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq. Come diceva lo stratega prussiano Carl von Clausewitz, l’opinione pubblica è il nuovo centro di gravità.

    Detto questo, come procede Hamas? Non bene. Le perdite subite sul campo di battaglia dall’8 luglio sembrano più ingenti del previsto e Israele non ha ancora fatto incetta di condanne internazionali. Anche i media arabi sono relativamente tranquilli. Se va avanti così, Hamas potrebbe arguire che lanciare razzi sulle case israeliane non è una buona idea. Anzi, per essere dissuasa dall’intento di lanciare un nuovo attacco nel giro di qualche anno, Hamas ha bisogno di subire una sconfitta molto pesante sul terreno politico e su quello militare.

    17 luglio 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

     

  • Non processare i terroristi
    AhmedAbuKhattala

    L’amministrazione Obama ha condotto a Washington il sospetto terrorista libico Ahmed Abu Khattala per processarlo. La sua saga rivela come il governo considera la minaccia islamista e questo è scoraggiante. Per fortuna, esiste un’alternativa migliore.

    Abu Khattala è accusato di aver preso parte nel settembre 2012 all’attacco al consolato Usa di Bengasi, nel corso del quale furono uccisi l’ambasciatore degli Stati Uniti e altri tre americani. Dopo un’indagine incredibilmente lenta, durante la quale l’indiziato è rimasto a piede libero e ha rilasciato con aria di sfida interviste ai media, le forze speciali dell’esercito statunitense lo hanno catturato il 15 giugno scorso. E così, una volta trasportato a Washington, D.C., via mare e poi a bordo di un elicottero, Abu Khattala è stato arrestato, gli è stato assegnato un avvocato difensore, Michelle Peterson, è stato messo in stato di accusa, e dopo aver ascoltato le traduzioni in arabo degli atti, si è dichiarato non colpevole dell’accusa di complotto e ha chiesto di seguire un regime alimentare halal. Egli rischia l’ergastolo.

    Questo scenario presenta due problemi. Innanzitutto, Abu Khattala beneficia dell’intera gamma di misure di protezione offerte dal sistema giuridico statunitense (gli sono stati letti i cosiddetti diritti Miranda, ossia il diritto di rimanere in silenzio e di consultare un avvocato), che rende incerta la condanna. Come spiega il “New York Times”, provare le accuse contro di lui sarà “particolarmente difficile” a causa delle circostanze degli attacchi, che sono stati perpetrati nel bel mezzo di una guerra civile e in un paese colmo di ostilità verso gli Stati Uniti, dove per problemi di sicurezza gli investigatori americani hanno dovuto aspettare settimane prima di potersi recare sulla scena del crimine per raccogliere le prove, e non sarà facile provare le accuse contro Khattala anche perché il procedimento giudiziario dipende dalle deposizioni dei testimoni libici condotti negli Stati Uniti che potrebbero vacillare nel contraddittorio.

    In secondo luogo, quale sarebbe il beneficio di una condanna? Nel migliore dei casi, un operativo che ha avuto un ruolo marginale sarà rimosso, lasciando intatti l’apparato preposto ai finanziamenti, le fonti ideologiche, la struttura di comando e controllo e la rete terroristica. Questa impresa, che durerà anni e che sarà costosa e spossante, servirà a dimostrare una tesi, ma non lederà il nemico. Se Abu Khattala sarà condannato, i funzionari dell’amministrazione possono esultare ma gli americani saranno più al sicuro solo in parte.

    Questa futilità richiama alla mente gli anni Novanta, quando gli attacchi terroristici erano abitualmente considerati episodi criminosi e giudicati nelle aule dei tribunali, piuttosto che reputarli atti bellici da affrontare ricorrendo all’uso della forza militare. Nel 1998 mi lagnavo del fatto che il governo Usa riteneva che la violenza terroristica non fosse “una guerra ideologica, quanto invece una sequenza di distinti atti criminosi”, un approccio sbagliato che trasforma le truppe americane “in una sorta di forze di polizia globali ed esige di disporre di un elevato livello di evidenza campato in aria, prima di poter entrare in azione”, imponendo loro di raccogliere delle prove utilizzabili in una corte di giustizia americana.

    George W. Bush ha scartato l’ipotesi del paradigma criminoso quando la sera dell’11 settembre 2001 ha platealmente dichiarato una “guerra contro il terrorismo”. Pur trattandosi di una frase maldestra (come si può fare guerra a una tattica?), quella che divenne famosa come Dottrina Bush ebbe il grande vantaggio di dichiarare guerra – a differenza di un’azione di polizia – a chi attacca gli americani. Ma ora, tredici anni dopo e in parte a causa del successo di questa guerra, l’amministrazione Obama ha ripristinato l’approccio antecedente all’11 settembre fondato sull’arresto dei criminali.

    Piuttosto, la risposta americana agli attacchi terroristici lanciati contro cittadini statunitensi dovrebbe essere immediata e letale. Come scrissi sedici anni fa, “chiunque danneggi gli americani dovrebbe sapere che sarà inevitabilmente e severamente punito. (…) Se la ragionevole prova punta contro i terroristi mediorientali che hanno leso gli americani, si dovrebbero schierare le truppe americane. Se il perpetratore è ignoto, allora andranno puniti coloro che danno rifugio ai terroristi. Si dovrebbero andare a cercare i governi e le organizzazioni che appoggiano il terrorismo e non solo gli individui”.

    Lasciamo perdere l’analisi minuziosa di chi ha perpetrato l’attacco. La sicurezza non dipende da complesse procedure giudiziarie, ma da un passato di deterrenza americana consolidata nel corso degli “anni dalla terribile punizione inflitta a chiunque danneggi un solo cittadino statunitense”. I nemici devono aspettarsi di affrontare la furia scatenata degli Stati Uniti se arrecheranno danno ai cittadini Usa, dissuadendoli in tal modo dal commettere tali attacchi in futuro.

    I contribuenti americani pagano 3 miliardi di dollari l’anno al governo federale e in cambio si aspettano di essere protetti dalle minacce straniere. Questo discorso vale doppiamente per i cittadini che si avventurano all’estero per conto del proprio paese, come i quattro membri del personale dell’ambasciata uccisi a Bengasi.

    I crimini richiedono prove, diritti Miranda, avvocati, giudici e giurie. La guerra comporta sonore ritorsioni da parte dell’esercito americano.

     

    n mese 201n – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

     

  • Le lezioni della guerra di Gaza
    Kassam

    Nel momento in cui le operazioni militari contro Hamas si esauriscono, ecco sette riflessioni su questo conflitto che infuria da un mese.

    Lo scudo missilistico. La superba performance dell’Iron Dome, il sistema di difesa missilistico che è riuscito ad abbattere quasi ogni razzo lanciato da Hamas che minacciava beni e persone, ha delle importanti ripercussioni militari per Israele e per il mondo intero. Il suo successo denota che il programma conosciuto come “Star Wars” (come è stato battezzato in modo malevolo dagli avversari alla sua comparsa nel 1983) può in effetti proteggere dal lancio di missili e di razzi a corto raggio e presumibilmente anche a lungo raggio, cambiando potenzialmente il futuro della guerra.

    I tunnel. Scavare tunnel dai quali infiltrarsi dietro le linee nemiche non è affatto una nuova tattica; in passato, essa ha avuto successo, come nel caso della battaglia di Messines del 1917, quando le mine inglesi uccisero 10.000 soldati tedeschi. Le Forze di difesa israeliane (IDF) erano a conoscenza dell’esistenza dei tunnel di Hamas ancor prima dell’inizio delle ostilità dell’8 luglio ma non sono riuscite a stimarne i numeri, la lunghezza, la profondità e a valutarne la qualità di costruzione né la loro sofisticazione elettronica. Come ha scritto il “Times of Israel”, Gerusalemme ha rapidamente compreso che “la supremazia aerea, terreste e sul mare di Israele non si riflette sottoterra”. Le IDF hanno dunque bisogno di più tempo per raggiungere il dominio sotterraneo.

    Il consenso in Israele. L’implacabile barbarie di Hamas ha creato un raro consenso fra gli ebrei israeliani a favore della vittoria. Questa semi-unanimità rafforza la mano del governo nelle sue relazioni con le potenze esterne (il premier Netanyahu ha ammonito l’amministrazione americana di non contestarlo mai più) e probabilmente sposterà il centro di gravità della politica interna israeliana decisamente verso destra a favore del campo nazionalista.

    La reazione del Medio Oriente. A eccezione dei protettori di Hamas (la Turchia, il Qatar, l’Iran), i terroristi islamisti non hanno trovato alcun sostegno fra i governi della regione. In un esempio eclatante, il sovrano saudita Abdullah ha asserito riguardo al fatto che Hamas uccide gli abitanti di Gaza: “È vergognoso e ignobile che questi terroristi [mutilino i corpi di innocenti e si vantino pubblicamente delle loro azioni] in nome della religione”. Come conosce bene il suo nemico mortale!

    Il crescente antisemitismo. L’antisemitismo è venuto alla ribalta soprattutto in Europa ma anche in Canada e in Australia, principalmente da parte dei palestinesi e degli islamisti nonché dai loro alleati di estrema sinistra. Con ogni probabilità, questa reazione intensificherà l’immigrazione verso i due porti sicuri per la vita ebraica, Israele e gli Stati Uniti. Al contrario, i musulmani del Medio Oriente si sono mantenuti tranquilli a eccezione dei turchi e degli arabi che vivono sotto il controllo israeliano.

    I contrasti tra le reazioni delle élites e le reazioni popolari. Non capita tutti i giorni che il segretario generale delle Nazioni Unite e tutti e ventotto i ministri dell’Unione europea siano dalla parte di Israele contro il nemico arabo, ma è successo. Nel Congresso americano, il Senato ha approvato all’unanimità e la Camera dei rappresentanti ha espresso 395 voti a favore (solo 8 contrari) dello stanziamento di altri 225 milioni di dollari destinati al programma Iron Dome. Al contrario, tra il grande pubblico, il sostegno a Israele è diminuito quasi dappertutto (ma non negli Stati Uniti). Come spiegare questa disparità? Ecco la mia impressione: i leader pensano cosa farebbero di fronte a un nemico che lancia razzi e costruisce tunnel, mentre l’opinione pubblica si concentra sulle foto dei bambini morti a Gaza.

    I bambini morti. Il che ci porta all’aspetto più complesso, impensabile e strano dell’intero conflitto. Poiché le IDF godono di un vantaggio schiacciante rispetto a Hamas sul terreno militare, il loro scontro armato è sembrato più un’operazione di polizia che una guerra. Pertanto, gli israeliani sono stati giudicati principalmente in base alla chiarezza delle dichiarazione pubbliche dei loro leader, all’uso giudizioso della forza e all’utilizzo delle prove. Di conseguenza, l’attenzione dei media si è spostata immancabilmente dalla sfera militare verso questioni relative alla proporzionalità, ai principi morali e alla politica. La più grande arma strategica usata da Hamas per tentare di nuocere alla reputazione di Israele e ostracizzarlo non sono i razzi né i tunnel ma le foto strazianti dei civili morti, presumibilmente uccisi dalle IDF.

    Questo porta alla strana situazione in cui Hamas cerca la distruzione dei beni palestinesi, costringe i civili a subire ferimenti e la morte, gonfia le cifre delle vittime e può anche attaccare intenzionalmente il proprio territorio, mentre alle IDF si addossa la responsabilità delle morti ingiustificate per evitare di recare danno ai palestinesi. Il governo israeliano va oltre, fornendo cure mediche e aiuti alimentari e mettendo in pericolo i tecnici per assicurarsi che gli abitanti di Gaza continuino a usufruire in modo gratuito dell’energia elettrica.
    È una guerra curiosa in cui Hamas celebra la miseria palestinese e Israele fa del proprio meglio per permettere al suo nemico di mantenere una vita normale. In effetti è strana, ma questo è tipico della guerra moderna, in cui gli articoli di opinione spesso contano più delle pallottole. Come diceva lo stratega prussiano Carl von Clausewitz, il centro di gravità della guerra si è spostato dal campo di battaglia alle relazioni pubbliche.
    Complessivamente, le forze civilizzate e morali di Israele ne sono venute fuori bene in questo faccia a faccia con la barbarie. Ma questo non basterà ad evitare, a lungo termine, un nuovo assalto.

    9 agosto 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • Davutoglu, incompetente primo ministro della Turchia
    erdogan-davutoglu

    Il 28 agosto, Recep Tayyip Erdogan è diventato ufficialmente il nuovo presidente della Turchia e lo stesso giorno è iniziato il mandato di Ahmet Davutoglu come suo successore designato alla guida del governo. Che cosa fanno presagire questi cambiamenti per la Turchia e la sua politica estera? La risposta è: niente di buono.
    Nel giugno 2005, quando Davutoglu era consigliere di politica estera di Erdogan, ebbi un colloquio con lui per un’ora ad Ankara. Ancora ricordo due argomenti di quella conversazione.
    Egli mi chiese del movimento neo-conservatore statunitense, allora all’apice della sua fama e della sua presunta influenza. Iniziai con l’esprimere i miei dubbi in merito al fatto che io fossi un membro di quell’élite, come Davutoglu presumeva, e gli feci notare che nessuno dei grandi decisori dell’amministrazione di George W. Bush (il presidente, il vicepresidente, il segretario di Stato, il segretario alla Difesa, il consigliere per la Sicurezza nazionale) era un neo-con, un fatto che mi rese scettico sul suo tanto vantato potere. Davutoglu reagì con una sottile forma di antisemitismo, sostenendo che i neo-conservatori erano molto più potenti di quanto io non volessi ammettere perché lavoravano insieme in una rete segreta basata sui legami religiosi. (Egli ebbe il buon gusto di non dire quale religione potesse essere.)
    Poi gli feci domande sugli obiettivi della politica estera turca in Medio Oriente, nell’èra del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) inaugurata nel 2002, rimarcando le nuove ambizioni di Ankara in una regione che essa aveva a lungo disprezzato. Davutoglu ammise questo cambiamento, e poi mi fece fare un rapido giro d’orizzonte dall’Afghanistan al Marocco, sottolineando i legami speciali che univano la Turchia a molti paesi. E così mi parlò della presenza dei turcofoni (ad esempio in Iraq), del retaggio del dominio ottomano (in Libano), della simbiosi economica (con la Siria), dei legami islamici (con l’Arabia Saudita) e della mediazione diplomatica (Iran).
    Ciò che mi più mi colpì, fu l’ottimismo vanaglorioso e la completa sicurezza di sé mostrati da Davutoglu, un ex docente di relazioni internazionali e ideologo islamista. Egli non solo lasciò intendere che la Turchia aveva aspettato con trepida attesa il suo arrivo e la sua grande visione, ma si mostrò altresì compiaciuto di trovarsi in una posizione tale da poter applicare le sue teorie accademiche alla grande tela della politica internazionale. (Questo privilegio però capita di rado.) Insomma, quella conversazione non m’ispirò fiducia né suscitò in me ammirazione.
    Se Davutoglu negli anni successivi fece fortuna, ci riuscì solo in veste di consigliere del suo unico patron Erdogan. Il suo curriculum, invece, annovera una politica incoerente e un fallimento costante, un fallimento talmente assoluto da rasentare il fiasco. Sotto la guida di Davutoglu, i rapporti di Ankara con i paesi occidentali si sono quasi tutti guastati, e quelli con l’Iran, l’Iraq, la Siria, Israele, l’Egitto e la Libia, tra gli altri paesi mediorientali, si sono deteriorati. E per finire, il dominio turco è in pericolo anche nella sua satrapia di Cipro Nord.
    In modo emblematico, la Turchia sta sgattaiolando via dall’alleanza della Nato per dirigersi verso la fazione sino-russa nota come l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione. Come osserva purtroppo il leader dell’opposizione Kemal Kiliçdaroglu: “La Turchia è cresciuta solitaria nel mondo”.
    Dopo aver fallito come ministro degli Esteri, ora Davutoglu – in applicazione del “principio di Dilbert” 1) – ascende a una leadership subordinata tanto all’Akp quanto al governo. Egli deve affrontare due importanti sfide.
    Come leader dell’Akp, è incaricato di riportare una grande vittoria nelle elezioni parlamentari del giugno 2015 per modificare la Costituzione e trasformare la funzione semi-cerimoniale del presidente della Repubblica nel sultanato elettivo che tanto Erdogan brama. Davutoglu è in grado di fornire questi voti? Sono scettico a riguardo. Credo che Erdogan rimpiangerà il giorno in cui ha rinunciato al suo premierato per diventare presidente, poiché si ritroverà ignorato e stufo di vivere nel gigantesco “campus” presidenziale.
    Come ventiseiesimo premier turco, Davutoglu deve affrontare una bolla di sapone economica che sta rovinosamente per scoppiare, una crisi dello stato di diritto, un paese infiammato dalla politica del divide et impera di Erdogan, un ostile movimento Gülen e un Akp diviso, tutti convergenti in seno a un paese sempre più islamista (e pertanto incivile). Inoltre, i problemi di politica estera che Davutoglu stesso ha creato ancora continuano, soprattutto la crisi degli ostaggi dell’Isis a Mosul.
    Lo sfortunato Davutoglu fa pensare a una squadra di pulizia che arriva nel luogo dove c’è stata una festa alle quattro del mattino e deve rimettere in ordine lo scompiglio lasciato dagli invitati che se ne sono andati. Per fortuna, il controverso e autocratico Erdogan non ricopre più una posizione governativa chiave; ma l’aver messo il paese nelle mani instabili di un fedelissimo di comprovata incompetenza solleva nuove preoccupazione per i turchi, i loro vicini e per tutti quelli che vogliono il bene del paese.

     

    1) Secondo il celebre principio di Dilbert, elaborato dal fumettista americano Scott Adams, le promozioni a cariche elevate sono un metodo naturale per togliere gli incompetenti dai processi produttivi [NdR].

    28 agosto 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • Non conosco nessun ebreo israeliano che voglia il prosieguo della guerra!
    shalom

    Selin Nasi ha intervistato Pipes per la rivista ebraica “Şalom” (pubblicata in Turchia).

     

    Come interpreta la tempistica dei combattimenti tra Hamas e Israele?

    Sono molti i fattori che possono aver contribuito alla decisione di Hamas di avviare il conflitto, tra essi si può ipotizzare “il governo di unità nazionale” con Fatah, l’uccisione di tre ragazzi israeliani, problemi economici a Gaza, l’ostilità del governo egiziano nei confronti di Hamas, le vittorie dell’Isis in Iraq, i colloqui del cosiddetto gruppo dei “5+1” con l’Iran.

    Il processo di pace mediato dagli Stati Uniti è stato interrotto e poi accantonato. Lei è d’accordo con l’opinione diffusa che in Israele e in Palestina ci sono certi gruppi politici che traggono vantaggio dallo status quo invece di stabilire una pace permanente attraverso reciproci compromessi?

    Non conosco nessun ebreo israeliano, a prescindere dalle sue idee politiche, che vuole il prosieguo della guerra. Da parte araba/musulmana c’è una divisione tra chi riconosce Israele come Stato ebraico e chi è determinato a eliminare Israele come Stato ebraico. Credo che il 20 per cento della popolazione araba/musulmana riconosca Israele come Stato ebraico.

    Poiché Fatah non è riuscito a impedire gli attacchi di Hamas contro Israele, l’immagine politica che il governo Abbas ha fornito della Palestina – e in particolare di Gaza – è stata considerata problematica da parte dei funzionari israeliani. Finora, l’annuncio di un governo di unità nazionale non è stato gradito. Perché?

    Gli israeliani sono profondamente sospettosi di Abbas, Fatah e dell’Autorità palestinese, pertanto essi presumono che un’unione con Hamas significhi che l’Autorità palestinese si diriga verso Hamas, e non il contrario. Condivido questi sospetti.

    In che modo le realtà demografiche di Israele, ossia il numero crescente di elementi della destra religiosa ultra-ortodossa che guadagnano terreno politico, hanno un impatto sulla politica estera?

    Gli haredim tendono a concentrare la loro attenzione su questioni che li riguardano direttamente – il denaro necessario per l’istruzione e il welfare, le questioni legate all’alimentazione kosher, la separazione dei sessi, l’osservanza dello shabbat – e a prestare poca attenzione alla politica estera. Questa situazione forse un giorno potrebbe cambiare, ma fino ad allora, la politica estera gli interesserà soprattutto per promuovere il loro programma di politica interna.

    Possiamo parlare di una polarizzazione politica in Israele tra la sinistra liberal e la destra radicale in merito alle strade alternative al processo di pace, ossia la soluzione dei due Stati/ di uno Stato unico/nuovi insediamenti?

    Un recente sondaggio mostra che, sulle questioni di politica estera e quelle relative alla sicurezza, gli ebrei israeliani si dividono in tal modo: il 62 per cento a destra, il 22 per cento al centro e il 12 per cento a sinistra. Questo vantaggio della destra sulla sinistra (5 a 1) sta a indicare che al momento non esiste alcuna polarizzazione. Il paese è d’accordo sull’obiettivo (una Gaza demilitarizzata) e discute solo i metodi.

    Da un lato, c’è il diritto di Israele all’autodifesa. Dall’altro lato, le notizie giornalistiche diffuse su un aumento del numero di vittime a Gaza minano le giustificazioni morali di Israele all’operazione militare. Come si può superare questo dilemma?

    Finché Hamas continuerà a utilizzare i civili palestinesi per proteggere i propri impianti militari (a differenza di Israele che fa il contrario), i civili di Gaza continueranno a essere vittime. Se ciò va combinato al fatto che Hamas non solo ha avviato il conflitto ma si rifiuta anche di porvi fine (continuando a lanciare razzi su Israele), è chiaro che Hamas è l’aggressore.

    Come interpreta le proteste contro Israele negli Stati Uniti e in Europa? Queste proteste mirano soprattutto a condannare le politiche di Israele o sono anche legate a un crescente antisemitismo? Oppure si può dire che implicano entrambe le questioni?

    Col passare del tempo, le manifestazioni di protesta anti-Israele mostrano sempre più degli elementi antisemiti. Si noti, tuttavia, la relativa assenza di proteste del genere nei paesi a maggioranza musulmana, un fatto di grande importanza.

    Lei pensa che un appropriato cessate-il-fuoco sia possibile in un futuro prossimo? Se sì, la Turchia potrebbe avere un ruolo di mediatore?

    Quando Hamas ne avrà avuto abbastanza (ossia quando i suoi leader decideranno che le sofferenze supereranno i vantaggi di una guerra continua), arriverà un cessate-il-fuoco…

    Un certo numero di tentativi di cessate-il-fuoco di breve durata sono stati mediati da vari paesi come gli Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia; perché sono falliti? La strategia giusta era imporre un accordo di pace più ampio? Il problema era legato ai negoziatori o cosa?

    Sono falliti per diversi motivi. Il governo del Qatar ha esercitato pressioni su Hamas affinché esso non accettasse la proposta egiziana. Gli israeliani hanno considerato la proposta turco-qatariana fin troppo favorevole a Hamas.

    Quale era l’obiettivo ultimo dell’operazione “Protective Edge”? La missione è stata compiuta? E in che modo?

    L’obiettivo di Israele è porre fine alla minaccia proveniente da Gaza. Quest’obiettivo non è stato ancora raggiunto, anche temporaneamente. C’è molta frustrazione in Israele a riguardo.

    Nella regione – come mostrano i casi della Siria e dell’Iraq – i gruppi jihadisti tendono a riempire un vuoto politico laddove c’è un apparato statale fallito. Se Israele immobilizzasse Hamas chi assumerebbe il potere politico a Gaza? Fatah? La Jihad islamica? C’è il rischio che attecchisca l’appoggio allo Stato islamico?

    Lo stesso Hamas è un gruppo jihadista, pertanto l’assunzione del potere è già avvenuta a Gaza. Se un gruppo ancor più radicale, come l’Isis (o come la Jihad islamica palestinese), dovesse rimpiazzarlo, beh, cambierebbe poco. Quale sarebbe la soluzione? Che il governo egiziano tornasse a governare Gaza, come fece dal 1949 al 1967. Anche se il governo Sisi non è molto disposto ad assumersi la responsabilità di Gaza, è però anche preoccupato del fatto che i Fratelli musulmani abbiano lì una base per lanciare degli attacchi all’Egitto; quindi, sì, esso potrebbe accettare di compiere questo passo.

    Vuol dire qualcosa a proposito dell’ultimo cessate-il-fuoco?

    Il cessate-il-fuoco che è entrato in vigore oggi, 26 agosto, assomiglia a quello del 15 luglio, che è stato accettato da Israele ma rifiutato da Hamas, il che significa che questo accordo rappresenta un vantaggio israeliano. Ma poiché si tratta del dodicesimo cessate-il-fuoco in cinquanta giorni, esso potrebbe non tenere, soprattutto perché si vocifera che il governo del Qatar non vuole che Hamas ponga fine al conflitto; del resto, è il Qatar che paga i conti, pertanto, ha una certa influenza a Gaza. In breve, si tratta di una buona notizia ma occorre essere preparati ad affrontare un’altra delusione.

     

    27 agosto 2014 – www.danielpipes.org
    Traduzione di Angelita La Spada

  • Benvenuto, Kurdistan

    Prima di salutare la nascita dello Stato del Kurdistan, nel nord dell’Iraq, confesso di essermi opposto in passato alla sua indipendenza.
    Nel 1991, dopo la fine della guerra del Kuwait e mentre Saddam Hussein massacrava sei milioni di curdi iracheni, avanzai tre argomentazioni contro un intervento americano a favore dei curdi, motivazioni che ancora oggi mi capita di sentire, vale a dire che l’indipendenza curda significherebbe la fine dell’Iraq come Stato; incoraggerebbe l’agitazione curda per l’autodeterminazione in Siria, Turchia e in Iran, portando alla destabilizzazione e a conflitti frontalieri; e infine susciterebbe le persecuzioni di chi non è curdo, causando “ampi e cruenti scambi di popolazione”.

    Carta geografica che mostra il Governo Regionale del Kurdistan con – in verde – la provincia di Kirkuk appena conquistata.

    Carta geografica che mostra il Governo Regionale del Kurdistan con – in verde – la provincia di Kirkuk appena conquistata.

    Tutte e tre le prospettive si sono dimostrare del tutto sbagliate. Tenendo conto del bilancio disastroso della politica interna ed estera condotta dall’Iraq, la fine di uno Stato iracheno unificato desta sollievo, così come i fermenti curdi nei paesi vicini. La Siria si è spaccata in tre parti: una di etnia curda, un’altra arabo-sunnita e un’altra ancora arabo-sciita, il che promette benefici a lungo termine. La partenza dei curdi dalla Turchia ostacola opportunamente le ambizioni temerarie del neo presidente Recep Tayyip Erdogan. Allo stesso modo, i curdi che levano le tende dall’Iran contribuiscono a indebolire questo mini-impero aggressivo per eccellenza. Nel Kurdistan iracheno si registra invece l’esatto contrario, chi non è curdo non abbandona il territorio, come io temevo; piuttosto, centinaia di migliaia di profughi si stanno riversando lì dal resto dell’Iraq per beneficiare della sicurezza, della tolleranza e delle opportunità offerte dal Kurdistan.
    Posso però tener conto di alcuni errori commessi. Innanzitutto, nel 1991, nessuno sapeva che il governo autonomo del Kurdistan iracheno avrebbe conosciuto una prosperità del genere. Il Governo Regionale del Kurdistan (GRK), che nacque l’anno successivo, può essere definito (con qualche esagerazione) la Svizzera del Medio Oriente musulmano. La sua popolazione di montanari armati e inclini al commercio vuole essere lasciata in pace e non vuole intromissioni nel suo sviluppo economico.
    Inoltre, nel 1991, non si poteva sapere che l’esercito curdo, i peshmerga, sarebbe diventato una forza competente e disciplinata; che il GRK non avrebbe accettato i metodi terroristici allora utilizzati dai curdi in Turchia; che l’economia sarebbe cresciuta rapidamente; che due importanti famiglie politiche curde, i Talabani e i Barzani, avrebbero imparato a coesistere; che sul piano diplomatico, il GRK si sarebbe impegnato in modo responsabile; che la sua leadership avrebbe siglato accordi commerciali internazionali; che sarebbero sorti dieci istituti di istruzione superiore; e che la cultura curda sarebbe fiorita.
    Ma tutto questo è accaduto. Come ha asserito la studiosa israeliana Ofra Bengio, “il Kurdistan autonomo ha dimostrato di essere la parte più stabile, prospera, pacifica e democratica dell’Iraq”.
    Quali sono i prossimi punti all’ordine del giorno del GRK?
    In primo luogo, dopo le gravi perdite inflitte allo Stato islamico, i peshmerga dovranno riqualificarsi, riarmarsi e allearsi strategicamente con ex avversari come il governo centrale iracheno e i curdi turchi, tutte misure che hanno delle implicazioni positive per il futuro del Kurdistan.
    In secondo luogo, la leadership del GRK ha manifestato l’intenzione di indire un referendum sull’indipendenza, che riscuoterà un chiaro appoggio popolare. La diplomazia, tuttavia, è rimasta indietro. Ovviamente, il governo centrale iracheno si oppone a quest’obiettivo come anche le grandi potenze, abituate come sono ad agire con prudenza e a preoccuparsi della stabilità (si ricordi il “discorso del Chicken Kiev” pronunciato da George H. W. Bush a Kiev nel 1991).
    Tuttavia, tenuto conto dell’ottimo curriculum del GRK, le potenze esterne dovrebbero incoraggiare la sua indipendenza. In Turchia, i media filo-governativi già lo fanno. Il vice-presidente americano Joe Biden potrebbe rispolverare una sua riflessione fatta nel 2006, in cui egli asseriva che occorrerà “consentire a ogni gruppo etno-religioso – curdi, arabi-sunniti e arabi-sciiti – di occuparsi dei propri affari, lasciando al governo centrale il compito di occuparsi degli interessi comuni”.

    Ogni carta geografica riguardante le popolazioni curde è diversa. Questa mostra una stima della loro estensione geografica, compreso un corridoio verso il Mediterraneo.

    Ogni carta geografica riguardante le popolazioni curde è diversa. Questa mostra una stima della loro estensione geografica, compreso un corridoio verso il Mediterraneo.

    Terzo punto: e se i curdi iracheni unissero le forze attraverso i tre confini e formassero un unico Kurdistan con una popolazione di circa trenta milioni di abitanti e creassero un corridoio fino al Mar Mediterraneo? I curdi, che costituiscono uno dei più grandi gruppi etnici al mondo privi di uno Stato (una rivendicazione controversa, come ad esempio, i canaresi dell’India), persero la loro occasione nell’accordo siglato alla fine della Prima guerra mondiale, perché non disponevano dei politici e degli intellettuali necessari.
    La nascita di uno Stato curdo potrebbe ora alterare profondamente la regione, aggiungendo un nuovo paese dalle dimensioni considerevoli e in parte smembrando i quattro paesi vicini. Una prospettiva del genere sarebbe sconcertante nella maggior parte del mondo. Ma il Medio Oriente – ancora nella morsa del pessimo accordo Sykes-Picot negoziato segretamente dalle potenze europee nel 1916 – ha bisogno di uno scossone salutare.
    Da questa prospettiva, la nascita di uno Stato curdo fa parte della destabilizzazione, pericolosa ma necessaria, di tutta la regione, iniziata in Tunisia nel dicembre 2010. Di conseguenza, do un caloroso benvenuto a una possibile e prossima unificazione delle quattro entità curde in un unico Kurdistan.

     

    16 settembre 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

     

  • Sosteniamo la causa di un Kurdistan unificato
    bandiera-del-kurdistan

    Un Kurdistan unito e indipendente è una prospettiva che dovremmo accettare o un’idea pericolosa che in Medio Oriente potrebbe creare più problemi che soluzioni?
    Philip Jenkins, un insigne docente di storia presso la Baylor University, ritiene che l’ipotesi di un Grande Kurdistan – con le sue quattro componenti: irachena, siriana, turca e iraniana – sia “veramente terrificante”. Vorrei rassicurarlo che, però, questa eventualità potrebbe anche avere delle conseguenze favorevoli.
    Il professor Jenkins esprime i suoi timori in un articolo titolato Le argomentazioni contrarie alla prospettiva di un Kurdistan unificato, che sembra essere una replica diretta al mio recente articolo Benvenuto, Kurdistan.
    Come suggerisce il titolo, Jenkins approva tutte le entità politiche curde indipendenti. In effetti, egli ammette l’esistenza di “un’eccellente argomentazione” a favore dell’entità già effettiva in Iraq e sembra essere rassegnato alla presenza di una controparte siriana. Il docente riconosce anche che, “data la situazione nella regione, i curdi sono senza alcun dubbio i ‘buoni’ della storia, quanto di più vicino a rappresentare uno Stato veramente filo-occidentale”. E fin qui siamo d’accordo.

    Equilibri regionali

    Ma egli rifiuta categoricamente l’idea di un Kurdistan unificato, “un progetto dannatamente difficile” che potrebbe “diffondere i massacri e la pulizia etnica” in luoghi ancora incontaminati. Jenkins prevede che in Iran la secessione curda scatenerà “una sanguinosa guerra civile” e “un’escalation degli eccidi nei decenni a venire”. In Turchia, un movimento secessionista curdo “sarebbe catastrofico” perché “paralizzerebbe una delle società più prospere della regione”, per non parlare delle violenze che scoppierebbero in Europa tra la comunità turca e quella curda.
    Al che io replicherei che oggi l’Iran costituisce un mini-impero aggressivo per eccellenza di cui sarebbe meglio sbarazzarsi. Se la leadership della Repubblica islamica dell’Iran dalle idee apocalittiche mettesse le proprie mani sporche su un’arma nucleare, porrebbe in pericolo non solo il Medio Oriente ma anche l’Occidente, brandendo la minaccia degli impulsi elettromagnetici, o EMP, una prospettiva raccapricciante che deve essere impedita a tutti i costi. Ma vista l’inettitudine della leadership americana sotto Barack “The One” Obama, i curdi potrebbero dover portare da soli questo pesante fardello.

    Iran, un mosaico etnico

    L’Iran è davvero un mini-impero, come dimostra la sua demografia. Secondo il CIA World Factbook, i suoi 81 milioni di abitanti si suddividono nelle seguenti etnie: persiani (61%); azeri (16%); curdi (10%); lur (6%); beluci (2%); arabi (2%); tribù turciche e turcomanni (2%); altri (1%). Dal punto di vista linguistico, l’Iran è ancor più spaccato: il persiano è parlato dal 53% della popolazione; l’altaico azero e i dialetti altaici dal 18%; il curdo dal 10%; il gilaki e il mazandarani dal 7%; il luri dal 6%; il beluci dal 2%; l’arabo dal 2%; altri dialetti sono parlati dal 2% della popolazione. Come ogni impero, nel paese c’è un’etnia dominante, i persiani, e minoranze insofferenti, soprattutto gli azeri, animati da aneliti secessionisti.
    Tutti gli imperi finiscono per sparire, talvolta in modi sorprendentemente pacifici (si pensi al ritiro britannico e all’implosione sovietica). È più probabile che l’impero iraniano finirà con un gemito e non con decenni di spargimento di sangue, come temuto dal professor Jenkins. Per riuscire a farlo, dovremmo operare dall’esterno – e anche in fretta – in modo da impedire al perfido leader supremo e al suo cast di supporto di aver accesso alla capacità nucleare.

    Lo scenario turco

    Per quanto riguarda la Turchia, il suo governo centrale molto tempo fa cancellò l’operazione linguistica che ribattezzava i curdi come “turchi di montagna”, permettendo ai curdi di avere una propria espressione culturale e di intavolare negoziati politici con il Partito dei lavoratori del Kurdistan o Pkk (sì, lo stesso Pkk che è stato inserito dal 1997 nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dagli Stati Uniti.) Nel frattempo, i curdi della Turchia stanno facendo sentire la loro voce politica e assumono sempre più peso nella vita del Paese. Poiché il loro tasso di natalità sovrasta quello dei turchi, l’idea di una separazione affascina questi ultimi.
    Tendo a credere che in Turchia verrà indetto un referendum analogo a quello della Scozia, in cui gli abitanti delle zone a maggioranza curda dovrebbero pronunciarsi a favore dell’opzione di continuare a far parte della Repubblica della Turchia o per la secessione. Senza alcun dubbio voteranno a favore della secessione.
    Uno degli aspetti secondari positivi della secessione curda consisterebbe nell’ostacolare le ambizioni dell’autocratico e briccone presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. E questa non è una cosa trascurabile, in quanto la Turchia sotto la sua leadership rappresenta la più grande minaccia a lungo termine per gli interessi occidentali in Medio Oriente. (Invece, una volta che ci si sbarazzerà dei mullah, l’Iran potrebbe essere di nuovo un alleato.)
    Pertanto, ringrazio Philip Jenkins per aver espresso il suo rispettoso dissenso (cosa rara di questi tempi) e prendo atto della validità dei suoi timori anche se gli posso garantire che lo scenario “veramente terrificante” non è un Kurdistan unificato, ma un Iran dotato di armi nucleari e una Turchia dominata da Erdogan. Per fortuna, i paesi occidentali possono impedire queste due catastrofi pur aiutando i “buoni” curdi a costruire il loro Stato.

     

    26 settembre 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

     

  • L’Isis non sarebbe islamico!?
    attentatoreAlQaeda

    In un discorso televisivo alla nazione, pronunciato il 10 settembre, il presidente Barack Obama ha illustrato la sua strategia su come sconfiggere lo Stato islamico. Egli ha anche dichiarato che l’organizzazione nota in vario modo come Isis o Isil “non è islamica”.
    Con questa dichiarazione assurda, Obama si unisce ai suoi due predecessori immediati pronunciandosi su ciò che non è islamico. Bill Clinton ha definito il trattamento riservato dai talebani alle donne e ai bambini “una terribile perversione dell’Islam”. George W. Bush ha asserito che l’11 settembre e gli altri atti di violenza perpetrati contro innocenti “violano il principio fondamentale della fede islamica”.
    Nessuno dei tre può fare affermazioni del genere. È ovvio che essendo non musulmani e uomini politici piuttosto che islamici e studiosi, non sono in grado di dire cosa sia islamico e cosa non lo sia. Come osserva Bernard Lewis, un autorevole studioso americano di Islam: “È certo presuntuoso da parte di chi non è musulmano dire cosa sia ortodosso e cosa sia eretico nell’Islam”. (Il fatto che Obama sia nato musulmano e allevato come tale, non è rilevante qui, perché egli ha abbandonato la fede islamica e non può pronunciarsi su di essa.)
    In effetti, Obama commette gli errori dei suoi predecessori e va oltre: Clinton e Bush si sono limitati a dire che certe azioni (il trattamento delle donne e dei bambini, gli atti di violenza perpetrati contro innocenti) sono contrarie allo spirito dell’Islam, ma Obama ha osato dichiarare che un’intera organizzazione (e un semi-stato) “non è islamica”.
    L’unica cosa buona di questa idiozia? Quantomeno è migliore dell’espressione utilizzata dal Council on American-Islamic Relations (noto come CAIR) che ha il coraggio di definire l’Isis “anti-islamico”.
    Alla fine, però, né i presidenti americani né gli apologeti islamisti prendono in giro la gente. Chiunque abbia occhi e orecchie sa che l’Isis, come i talebani e al-Qaeda prima, è islamico al cento per cento. E la maggior parte degli occidentali, come mostrato dai sondaggi condotti in Europa, ha occhi e orecchie. Col passare del tempo, essi fanno sempre più affidamento sul buon senso per arguire che l’Isis è davvero profondamente islamico.

     

    10 settembre 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • In che modo la situazione in Turchia si è deteriorata
    2959

    Solo dodici anni fa, la Repubblica di Turchia era vista a giusto titolo come un fedele alleato della Nato, il modello di uno Stato filo-occidentale e un ponte tra l’Europa e il Medio Oriente. Un forte legame militare con il Pentagono è alla base di relazioni economiche e culturali più ampie con gli americani. Per quelli di noi che si occupano di Medio Oriente, trascorrere del tempo a Istanbul, Ankara e in altre città turche era un’oasi ritemprante dal trambusto della regione.
    Poi, a partire dalle elezioni del 2002, il paese ha cambiato radicalmente rotta. Dapprima lentamente e poi con crescente velocità, da metà del 2001 il governo ha iniziato a violare le proprie leggi, è diventato autocratico e si è alleato con i nemici degli Stati Uniti. Anche quelli più riluttanti a riconoscere questo cambiamento sono stati costretti ad ammetterlo. Se Barack Obama nel 2012 considerava il principale leader politico turco, Recep Tayyip Erdogan, uno dei suoi cinque migliori amici stranieri, qualche mese fa ha mostrato un atteggiamento del tutto differente, inviando un semplice incaricato d’affari a rappresentarlo il giorno della cerimonia di insediamento alla presidenza di Erdogan: uno schiaffo pubblico.
    Cosa ha causato questo cambiamento? Perché la situazione in Turchia è deteriorata?

    I precedenti storici

    Per comprendere le circostanze impreviste di oggi occorre volgere uno sguardo all’Impero ottomano. Fondato nel 1299, il suo controllo su gran parte del continente europeo (soprattutto i Balcani, il cui nome è di origine turca e significa monte) lo rese l’unico Stato musulmano capace di rivaleggiare con l’Europa quando i cristiani occidentali divennero gli uomini più ricchi e potenti del pianeta. Man mano che nel corso dei secoli l’Impero ottomano s’indeboliva rispetto alle potenze europee, la sua sorte futura divenne una delle principali preoccupazioni della diplomazia europea (la cosiddetta “questione orientale”) e l’impero finì per essere considerato una potenziale preda (e fu definito “il malato d’Europa”).
    Dalla prospettiva ottomana, il cosiddetto nodo gordiano consisteva nel decidere cosa accettare e cosa rifiutare dell’Europa. In generale, gli ottomani ritenevano che le innovazioni mediche e militari fossero le più appetibili. In altri settori, essi furono esitanti; ad esempio, se gli ebrei pubblicarono nel 1493 il primo libro stampato dell’impero, i musulmani dovettero attendere fino al 1729. In altre parole, l’accettazione dei costumi europei fu un processo lento, difficile e discontinuo.
    La sconfitta turca nella Prima guerra mondiale ebbe luogo in questo contesto, inducendo il brillante generale Mustafa Kemal ad assumere il potere e a porre fine all’Impero ottomano a favore della Repubblica di Turchia, molto più piccola e limitata principalmente alle popolazioni turcofone. Durante i primi quindici anni di questa repubblica, dal 1923 al 1938, fu Mustafa Kemal (che si fece chiamare Atatürk) a dominare il Paese. Paladino dell’occidentalizzazione che disprezzava l’Islam, egli impose una serie di cambiamenti radicali che contraddistinguono ancor oggi la Turchia e ne fanno un paese molto differente dal resto del Medio Oriente, soprattutto per il suo laicismo, i codici di diritto basati sui prototipi europei, l’alfabeto latino e l’uso dei cognomi.
    In qualche caso, Atatürk fu più evoluto dei suoi connazionali, come quando propose di installare dei banchi nelle moschee o impose l’uso della lingua turca al posto dell’arabo per la chiamata islamica alla preghiera. Quasi subito dopo la sua morte nel 1938, il processo di laicizzazione da lui avviato cominciò a invertirsi. Ma l’esercito turco, nel suo duplice ruolo di potere politico supremo e di consapevole depositario dell’eredità di Atatürk, pose dei limiti a questo cambiamento. I primi tentativi seri ebbero inizio con l’avvento della democrazia negli anni Cinquanta, seguiti da altri purtroppo infruttuosi.
    Tuttavia, l’esercito non è una forza propulsiva per la creatività né catalizzatrice della crescita intellettuale, così le massime di Atatürk, ripetute incessantemente per decenni, divennero stantie e limitative. Man mano che i dissensi aumentavano, i partiti che nutrivano la sua visione degli anni Venti ristagnarono degenerando in organizzazioni corrotte e avide di potere. Negli anni ‘90, i governi che si succedettero rapidamente si alienarono una parte considerevole dell’elettorato.

    L’ascesa dell’Akp

    Cogliendo il momento più opportuno, Erdogan e un altro politico islamista, Abdullah Gül, nel 2001 fondarono il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp). Promettendo una buona governance e una crescita economica fondate su valori tradizionali, il partito riscosse un successo impressionante nella sua prima elezione nel novembre 2002, ottenendo poco più di un terzo dei voti. Ma poiché i pascià dei partiti della vecchia guardia rifiutarono di cooperare tra di loro, solo uno, il Partito repubblicano del popolo (Chp), riuscì a superare la soglia minima elettorale (il 10 per cento dei voti a livello nazionale) che la Costituzione richiede per l’attribuzione dei seggi in Parlamento.
    Con quasi la metà dei voti così sprecati, il 34 per cento delle preferenze elettorali ottenute dall’Akp si tradusse nel 66 per cento dei seggi in Parlamento, trasformando un’ampia pluralità di voti in una clamorosa vittoria. Nelle successive elezioni del 2007 e del 2011, i suoi avversari impararono a non sprecare i loro voti, così l’Akp paradossalmente incrementò la percentuale dei voti ottenuti (passando dal 46 al 50 per cento) perdendo però il numero dei seggi in Parlamento (che passarono dal 62 al 59 per cento).
    Erdogan, in un primo momento, si sforzò di controllarsi, concentrando l’attenzione sulla crescita economica e occupandosi delle questioni spinose dell’agenda politica turca, come l’annoso rifiuto di riconoscere che i curdi non sono turchi, il problema cipriota e l’adesione all’Unione Europea. Poi, cominciò gradualmente a mordere il freno, aumentando i tassi di crescita economica paragonabili a quelli della Cina, imponendosi come mediatore sulla scena politica del Medio Oriente (per esempio, tra Gerusalemme e Damasco) e come islamista preferito dell’Occidente. Facendo questo, gli parve di poter risolvere l’annoso problema che va avanti da secoli dell’antagonismo esistente tra Islam e Occidente, trovando un giusto equilibrio.
    Riportare all’ordine l’esercito rimaneva però l’obiettivo a lungo termine dell’Akp: era la condizione necessaria per realizzare il suo obiettivo ultimo di annullare la rivoluzione di Atatürk e restituire alla Turchia una struttura interna e una reputazione internazionale di tipo ottomano. Questo obiettivo è stato realizzato con sorprendente facilità; per ragioni ancora oscure, la leadership delle forze armate sopportò senza battere ciglio le accuse di complotto che le vennero lanciate, gli arresti degli alti ufficiali e le dimissioni dello Stato maggiore. La tragedia annunciata non suscitò nessuna protesta.
    Una volta che l’esercito si arrese, Erdogan prese di mira i suoi rivali interni, soprattutto il suo alleato di lunga data, l’islamista Fethullah Gülen, il leader di un movimento nazionale di massa con reti nelle principali istituzioni governative. La stravaganza populista di Erdogan fu ben accolta dal suo elettorato, ossia i turchi che si sentivano oppressi dall’atatürkismo. Incoraggiato dal successo, nel giugno 2013, egli si mostrò in tutta la sua arroganza in occasione delle manifestazioni di protesta di Gezi Park, a Istanbul, scagliandosi contro i suoi concittadini, ricoprendoli di insulti e consegnando alla giustizia un gruppo di ultras accusati di aver tentato di rovesciare il suo governo.
    La prova sensazionale della corruzione dell’Akp che venne alla luce nel dicembre 2013 portò all’arresto dei funzionari di polizia che avevano partecipato all’inchiesta su presunte corruzioni. Questo comportamento aggressivo si estese agli avversari presenti nei media, in Parlamento e anche nella magistratura. Demonizzando chi gli muoveva delle critiche, Erdogan ha deliziato la sua base elettorale, riportando una vittoria elettorale dopo l’altra e accrescendo così il suo potere personale, un po’ sulla falsariga del presidente venezuelano Hugo Chávez.

    La politica estera

    Le relazioni internazionali mantennero la stessa linea, con una serie di obiettivi esteri che all’inizio furono modesti e poi, col tempo, divennero sempre più ambiziosi e ostili. Una politica il cui slogan era “zero problemi con i vicini”, architettata dal suo principale consigliere di politica estera, Ahmet Davutoglu, iniziò con successo: le vacanze trascorse con il tiranno di Damasco, l’aiuto fornito ai mullah di Teheran per evitare le sanzioni, relazioni reciprocamente vantaggiose, per quanto tiepide, con lo Stato ebraico. Anche i nemici di sempre come la Grecia e l’Armenia beneficiarono della sua offensiva mirata. La grandi potenze cercarono di stabilire delle buone relazioni. Il sogno neo-ottomano dell’Akp di acquisire la supremazia sulle sue ex colonie sembrava raggiungibile.
    Ma poi Erdogan mostrò sulla scena estera la stessa arroganza cui aveva dato libero sfogo in patria e mosse critiche più feroci. Se metà dell’elettorato turco plaudì la sua libertà di linguaggio, pochi stranieri fecero altrettanto. Quando, nel 2011, nei paesi arabi scoppiarono i rivolgimenti che cambiarono il Medio Oriente, Erdogan e Davutoglu non trovarono niente di meglio da fare che eclissarsi, al punto che Ankara ora intrattiene pessimi rapporti con molti dei Paesi vicini.
    La rottura con il presidente siriano Bashar al-Assad, che forse è la più importante delle sue sconfitte, ebbe parecchie conseguenze negative: l’arrivo in Turchia di milioni di profughi arabofoni indesiderati, una guerra indiretta con l’Iran, l’ostruzione delle rotte commerciali turche verso gran parte del Medio Oriente e la creazione di forze jihadiste che hanno generato lo Stato islamico e il suo califfato autoproclamato. Il sostegno turco ai sunniti iracheni accelerò la rottura delle relazioni con Baghdad. Un’ostilità verso Israele di stampo nazista mise fine all’alleanza più forte che Ankara aveva nella regione. Il fervente sostegno che Erdogan dette al governo dei Fratelli musulmani in Egitto, durato un anno dal 2012 al 2013, si trasformò in seguito in aperta ostilità verso i suoi successori. Le minacce dirette contro la Repubblica di Cipro a seguito della scoperta di giacimenti di gas inasprirono ulteriormente un rapporto già conflittuale. Gli imprenditori turchi persero oltre 19 miliardi di dollari nell’anarchia libica.
    A livello internazionale, le relazioni con Washington conobbero nuove difficoltà quando Ankara finse di acquistare un sistema di difesa missilistico cinese. Gli appelli lanciati ai milioni di turchi che vivono in Germania a non assimilarsi nella società tedesca crearono tensioni con Berlino, così come il possibile ruolo di Ankara nell’uccisione di tre curdi a Parigi.
    Tutti questi affronti hanno lasciato Ankara quasi senza amici. Essa intrattiene rapporti cordiali solo con un paese: il Qatar (con una popolazione di 225.000 abitanti); con il Governo regionale del Kurdistan nel nord dell’Iraq e con i Fratelli musulmani, comprese Hamas e la ramificazione siriana. Stranamente, nonostante questo fallimento fragoroso, Erdogan continua a sostenere la politica fallimentare di “zero problemi con i vicini”.

    Prospettive

    Il prossimo anno, Erdogan, forte di un numero impressionante di successi elettorali e di un potere esteso, dovrà affrontare tre sfide: una elettorale, un’altra psicologica e una terza economica. La sua ascesa alla presidenza della Repubblica il 28 agosto scorso necessita di modifiche costituzionali che gli permetteranno di diventare il presidente forte che tanto desidera essere. Questi cambiamenti richiedono, a loro volta, che l’Akp riporti un ottimo risultato nelle elezioni legislative del 2015 o, in alternativa – per realizzare le sue ambizioni – occorre fare importanti concessioni ai curdi di Turchia al fine di ottenere il loro sostegno. Ora che il partito si trova nelle mani non sperimentate di Davutoglu, che di recente è stato promosso da ministro degli Esteri a premier, si può dubitare della capacità di quest’ultimo di ottenere i seggi necessari.
    In secondo luogo, il destino di Erdogan dipende dalla possibilità che Davutoglu continui a essere il suo fedele consigliere. Se il neo premier dovesse sviluppare ambizioni indipendenti, il che è non è da escludere, Erdogan si ritroverà relegato a ricoprire un ruolo per lo più cerimoniale.
    Infine, l’economia instabile della Turchia dipende da hot money in cerca di rendimenti più elevati, dai grossi flussi finanziari che arrivano dai Paesi del Golfo la cui provenienza e continuità sono incerte e da tutta una serie di progetti di infrastrutture destinati a favorire e a continuare la crescita. Ecco che il comportamento molto incostante di Erdogan (che strepita contro ciò che egli chiama “la lobby di interessi” e contro le agenzie di rating come Moody’s e Fitch, nonché contro il “New York Times”) scoraggia ulteriori investimenti mentre un debito enorme minaccia di portare il paese alla bancarotta.
    Così, mentre il record ininterrotto di successi elettorali induce a scommettere sul fatto che Erdogan continuerà a dominare la vita politica turca, esistono gravi ostacoli che potrebbero porre fine alla sua scia di vittorie, e il suo tentativo sintesi tra l’apprendimento dall’Occidente e la fedeltà ai costumi islamici potrebbe implodere.

    La politica americana

    La Turchia – grazie a una popolazione giovane di 75 milioni di abitanti, a una posizione centrale, al controllo di una rotta chiave per la navigazione e alla vicinanza con otto Paesi problematici – è un alleato estremamente importante. Inoltre, essa gode di una posizione di rilievo in Medio Oriente, tra le popolazioni turcofone fino allo Xinjiang, e tra i musulmani di tutto il mondo. L’alleanza turco-americana, iniziata con la guerra di Corea, è stata molto proficua per Washington, che è comprensibilmente riluttante a perdere questo alleato.
    Detto ciò, un’alleanza non può essere costituita da una sola parte. Le relazioni amichevoli di Ankara con Teheran, l’appoggio fornito a Hamas e allo Stato islamico, il discredito all’autorità di Baghdad, la virulenza nei confronti di Israele e le minacce contro Cipro rendono la sua appartenenza alla Nato discutibile se non incompatibile.
    Washington deve far presente che le tattiche d’intimidazione vincenti a livello elettorale in Turchia, nel resto del mondo non funzionano. Il “Wall Street Journal” ha utilmente proposto di trasferire nel Kurdistan iracheno una base militare americana in Turchia. Occorre ripudiare il governo sempre più dittatoriale di Erdogan come bisogna ripudiare Ankara per la sua continua occupazione di Cipro, l’appoggio fornito ai terroristi e per le sue dichiarazioni antisemite. Oltre a queste misure, è arrivato il momento che il governo americano dica chiaramente che, se non verranno fatti cambiamenti radicali e anche in fretta, chiederà che la Turchia sia sospesa o espulsa dalla Nato.
    Se Erdogan continua a comportarsi da canaglia, allora il suo vecchio alleato dovrebbe trattarlo come tale.

    13 ottobre 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada

  • L’Isis giustifica i suoi schiavi yazidi
    attentatoreAlQaeda

    È un dato di fatto che lo Stato islamico (Isis) abbia ridotto in schiavitù donne e bambini yazidi che ha catturato. Per esempio, in un rapporto delle Nazioni Unite si legge che “300 donne [yazide] sono tenute in schiavitù”. Ora, l’Isis fornisce una giustificazione teologica a questa pratica e lo fa attraverso il suo ben congegnato magazine multilingue “Dabiq”.
    La maggior parte del contenuto dell’articolo di quattro pagine e in lingua inglese pubblicato dalla suddetta rivista, titolato The Revival of Slavery Before the Hour (La rinascita della schiavitù prima dell’Ora), affronta l’argomento del titolo, ossia come la schiavitù funzionerà con l’avvicinarsi del Giorno del Giudizio finale. Il resto dell’articolo motiva razionalmente la schiavitù degli yazidi, seguaci di un’antica religione, che sono meno di un milione, vivono principalmente nella regione irachena del Sinjar e professano una religione pre-islamica che risente dell’influenza sufi. L’autore anonimo del pezzo sostiene che essi non sono monoteisti ma seguono un credo “che devia dalla verità”. Ergo, essi non meritano “lo status di protetti”, o dhimmi.
    Poi, l’autore spiega le implicazioni di questo verdetto, asserendo innanzitutto (le parentesi quadre contengono le mie traduzioni) che

    Lo Stato islamico tratta questo gruppo nel modo in cui la maggior parte dei fuqahā [giuristi] ha indicato debbano essere trattati i mushrikīn [politeisti].

    In altre parole, l’Isis segue alla lettera quanto stabilito dalla tradizione giuridica premoderna.

    A differenza degli ebrei e dei cristiani, non c’era spazio per il pagamento del jizyah.

    Il jizya, una tassa pagata dai non musulmani ai loro signori musulmani in cambio di “protezione”, è un privilegio riservato ai monoteisti; gli yazidi, non essendo monoteisti, non hanno questo privilegio.

    Inoltre, le loro donne possono essere ridotte in schiavitù a differenza delle apostate che secondo la maggioranza dei fuqahā non possono essere rese schiave e alle quali si può solo dare un ultimatum o dovranno subire la spada.

    Secondo gli esperti di legge islamica, gli yazidi, non essendo apostati, possono essere ridotti in schiavitù.

    Dopo la cattura, le donne e i bambini yazidi sono stati divisi secondo la Sharia tra i combattenti dello Stato islamico che hanno partecipato alle operazioni nella regione del Sinjar. Poi, un quinto degli schiavi è stato trasferito all’autorità dell’Isis per essere ripartito come khums [la quinta parte del bottino che va allo Stato].

    Lo Stato islamico applica in tal modo la classica dottrina islamica riguardante il bottino di guerra.

    Questa schiavitù su larga scala delle famiglie mushrik [politeiste] è probabilmente la prima dopo l’abbandono della legge della Sharia. L’unico altro caso noto – anche se meno esteso – è quello della schiavitù delle donne e dei bambini cristiani nelle Filippine e in Nigeria da parte dei mujahidin.

    Il brano riportato sopra fa riferimento al gruppo filippino Abu Sayyaf e a Boko Haram in Nigeria.

    Le famiglie yazide rese schiave sono ora vendute dai soldati dello Stato islamico come i mushrikīn venivano venduti dai Compagni [del Profeta] (radiyallāhu ‘anhum) [che Iddio si compiaccia di tutti loro] prima di loro. Molti precetti famosi sono osservati, incluso il divieto di separare una madre dai figli piccoli.

    L’Isis sottolinea ancora una volta che si lascia guidare dal libro. Si noti il verbo “venduti”.

    Molte delle donne e dei bambini mushrik hanno abbracciato l’Islam e ora fanno a gara per praticarlo con palese sincerità dopo essere uscite dal buio dello shirk [politeismo].

    L’autore poi conclude l’articolo con tre hadith [detti e fatti attribuibili a Maometto] che confermano l’utilità della schiavitù per ottenere la conversione all’Islam e ottenere un posto in paradiso. Fa quindi beneficiare della schiavitù sia la comunità cristiana (allargandola) sia i singoli schiavi (rendendo loro accessibile il paradiso). Che grosso affare per tutti!
    Ci sono alcune cose da rilevare in tutto questo.
    Innanzi tutto, l’inglese molto arabizzato dell’articolo caratterizza i discorsi dell’Isis, scritti e parlati. L’inglese fornisce la struttura ma i vocaboli importanti sono in arabo classico, con l’uso del dialetto appena visibile (ad esempio, mushrikīn). Le traslitterazioni dall’arabo sono pedantemente erudite, con tanto di ‘ayns (‘) e lineette orizzontali poste sopra a una vocale per indicare accento o suono lungo (ā, ī).
    Come in ogni altro aspetto della vita, l’Isis applica sfacciatamente e brutalmente la legge islamica premoderna, non facendo nessuna concessione di sorta ai costumi moderni. Esso cerca di instaurare un califfato universale come se fossimo tornati al VII secolo. Essendo le decapitazioni e la riduzione in schiavitù tra le ingiunzioni coraniche più sconcertanti per una sensibilità moderna, il gruppo trova esaltante applicarle e imporle a coloro che considera infedeli.
    Gli impulsi deliranti e reazionari dell’Isis fanno presa su pochissimi osservatori mentre il suo zelo messianico lo conduce molto lontano, molto velocemente, dai confini della Turchia ai sobborghi di Baghdad. Le sue azioni, però, fanno inorridire la stragrande maggioranza, musulmana e non, cosa che porterà al suo inevitabile crollo e creerà dei danni irreparabili all’Islam.

     

    16 ottobre 2014 – www.danielpipes.org
    traduzione di Angelita La Spada