Appena un quarto di secolo fa si concludeva una delle guerre intestine che aveva insanguinato un lembo dell’Europa per secoli, quella che aveva visto protagonista, suo malgrado, l’Irlanda. Vi proponiamo un breve viaggio nelle due città simbolo della parte ancora sotto l’egida britannica dell’ “isola di smeraldo” – come spesso è definita l’Irlanda – per provare a descrivere quei tragici fatti e la nuova realtà dell’Ulster.

L’isola verde

Un verde intenso, a tratti quasi inghiottito dal blu profondo del mare, è la caratteristica costante dell’Irlanda. È un’isola ancora oggi per molti misteriosa, densa di miti e di incantesimi che ne hanno amplificato negli anni l’immagine enigmatica, fino a renderla una sorta di ultima Thule, un lembo di terra sospeso tra l’Oceano Atlantico a ovest, il Mare Celtico e il Canale di San Giorgio a sud, e il Mare d’Irlanda a est, lontano dalle rotte abitualmente battute e dai luoghi comuni.
D’altro canto questa terra circondata dal mare e perciò ignorata persino dagli antichi romani, per secoli ritenuta troppo selvaggia, è stata spesso mitizzata. Già il suono della parola gaelica che la identifica, Éire, rimanda a un crogiolo di suggestioni celtiche cariche di mistero, che si ripresentano più vive che mai quando ci si ritrova circondati dalle sue praterie immense, dalle sue torbiere e dalle sue brughiere solcate da migliaia di esemplari di placide pecore, intente a brucare l’erba sotto un cielo il più delle volte cupo e incombente, che assicura il maggior numero di giorni di pioggia all’anno di tutti i Paesi europei.
Esplorare l’isola non significa solamente scoprire le sue suggestive scogliere selvagge a strapiombo sull’oceano o i prati dolcemente ondulati dell’interno, ma addentrarsi nelle sue mille contraddizioni, frutto di una storia ultra-millenaria assai travagliata. La testimoniano le tombe megalitiche sparse sul suo territorio, che rimandano a un passato lungo oltre cinquemila anni; o il volto contemporaneo delle sue cittadine multicolori con gli immancabili pub che espongono le pubblicità della birra nazionale, la Guinness, una stout (la birra scura per eccellenza, pastosa e abbastanza amara nel gusto); o le rovine delle sue antiche abbazie, distrutte non certo dall’incuria del tempo ma dalle guerre di religione che hanno opposto per secoli gli abitanti dell’isola, cattolici, e gli inglesi che la conquistarono soggiogandola per secoli, protestanti. Non dimentichiamo che da queste abbazie, che divennero pian piano i principali centri di vita intellettuale, sociale ed economica del Paese, partì l’evangelizzazione non solo dell’Irlanda, iniziata con San Patrizio nel 432, ma di tutta l’Europa nord-occidentale dei secoli successivi.

Belfast, City Hall.

Un po’ di storia

Volendo approfondire un po’ della sua storia, si può affermare che essa coincide di fatto con le lotte sostenute dagli irlandesi per l’indipendenza della loro isola dagli inglesi. Tutto ebbe inizio con l’Act of Union, allorché Enrico II a metà del XII secolo ottenne da Adriano IV (unico papa inglese della storia) l’autorizzazione a sottomettere gli irlandesi per estirparvi “la cattiva pianta del vizio” (!!!).
Il papa, nell’avallare l’unione tra Inghilterra e Irlanda con la bolla Laudabiter del 1169, consentì che le terre venissero espropriate ai legittimi proprietari per essere date ai nobili inglesi. Da allora iniziò la millenaria ribellione degli irlandesi che con alterne vicende si è conclusa soltanto nel XX secolo.
Uno dei periodi più cupi fu sotto Cromwell il quale, nell’occupare l’Irlanda durante la guerra civile inglese, rase al suolo tutti i simboli della storia e della religione cattolica irlandese ancora in piedi, sottraendo ai proprietari locali quel poco di terre e di attività economiche rimaneste nelle loro mani.
A metà ‘800, in coincidenza con una grande carestia dovuta in particolare a una patologia delle patate (la principale coltura diffusa in tutta l’isola) che distrusse del tutto i raccolti, decimando la popolazione e costringendo molti irlandesi a emigrare negli Stati Uniti, i tentativi di sollevazione si moltiplicarono sotto la guida di un leader carismatico, Daniel O’Connel, un avvocato soprannominato “il grande agitatore”, che riuscì a ottenere solo parte degli obiettivi che si era posto. Ma alla fine O’Connel morì in esilio dopo essere stato anche incarcerato.
La situazione si ingarbugliò ancor più negli anni successivi con la nascita di movimenti estremisti, sia di parte nazionalista sia di parte unionista (gli irlandesi protestanti che non volevano a nessun costo che l’isola ottenesse l’indipendenza dall’Inghilterra). Mentre il governo di Londra tentava di ottenere per via politica la pacificazione della terra d’Irlanda, il 21 gennaio 1919 si costituì a Dublino l’Assemblea Nazionale degli Irlandesi sotto la presidenza del leader nazionalista De Valera, il quale proclamò immediatamente e unilateralmente l’indipendenza dell’Irlanda, mentre si formava nel contempo l’Esercito Repubblicano Irlandese (ira).
Il governo di Londra nel 1921 riconobbe l’autonomia dell’Irlanda, che divenne quindi una repubblica indipendente, ma solo per le contee a maggioranza cattolica: di fatto l’isola rimase divisa politicamente in due parti, dato che la Gran Bretagna trattenne a sé le sei contee dell’Irlanda settentrionale facenti parte dello storico Ulster, quelle in cui la maggioranza della popolazione professava la fede protestante (contee ancor oggi appartenenti al “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda”). L’ultimo atto dell’indipendenza irlandese fu sancito con la nuova costituzione del 29 dicembre 1937 che dichiarava la Repubblica d’Irlanda “uno Stato sovrano, indipendente e democratico”.
Ma la lotta tra nazionalisti e unionisti esplose negli anni successivi con attentati e vittime da ambedue le parti, soprattutto a Belfast e Londonderry, le due maggiori città del nord rimasto legato al governo di Londra. Qui il sangue scorreva quotidianamente da un lato e dall’altro dei muri nel frattempo eretti “a protezione” della popolazione di entrambe le confessioni religiose. E mentre Londra inviava squadroni di soldati nel tentativo di placare le violenze, esplose il terrorismo dell’ira che varcò alla fine il mare giungendo fino alla capitale britannica.
D’altronde, come “Etnie” riportava nel 2018, la crisi che il British Army attraversò in Irlanda fu causata dalle regole d’ingaggio anti-insurrezionali uguali a quelle usate nel periodo coloniale, con ben poca capacità di fare da cuscinetto tra fazioni avverse in un’operazione di pace. Per questo l’impiego dell’esercito per sconfiggere il terrorismo nordirlandese fu un enorme fallimento che condusse presto a un ulteriore deterioramento dei rapporti tra repubblicani, lealisti e gli stessi inglesi: da forza d’interposizione i soldati si erano trasformati, di fatto, in nemici detestati addirittura da tutti e due i contendenti; provocando pure il malcontento di molti inglesi della madrepatria, soprattutto tra i giovani (come era accaduto negli Stati Uniti con i soldati inviati in Vietnam).
Com’è ben noto, la guerra civile nell’Irlanda del Nord (perché di guerra civile si può davvero parlare) è durata decenni, causando la morte di un numero di persone, secondo alcuni, maggiore di quelle decedute nel corso della lunghissima guerra d’indipendenza irlandese che l’aveva storicamente preceduta.
Ricordiamo a tal proposito un solo episodio, avvenuto nel 1969 a Belfast, quando centinaia di case di famiglie cattoliche furono date alle fiamme dagli squadroni dei protestanti, provocando l’evacuazione di oltre cinquemila persone che si ritrovarono improvvisamente senza un posto dove vivere. Le reazioni dei cattolici furono immediate e consequenziali, con atti di terrorismo sia verso la popolazione protestante sia verso i soldati inglesi, accusati sostanzialmente di non essere una forza di interposizione tra le due fazioni ma una forza di repressione antirepubblicana e quindi anticattolica.
Ovviamente non si trattava di un conflitto religioso, ma prettamente politico ed economico, alimentato anche all’esterno, con l’esercito inglese che finì persino per addestrare alcuni squadroni unionisti per opporsi alla meglio agli “irregolari” cattolici, ai quali, se catturati, non veniva riconosciuto lo status di belligeranti (come richiesto) ma soltanto quello di delinquenti comuni, fin quando uno storico sciopero della fame dei detenuti “politici” non cominciò a incrinare le certezze inglesi.
Dovettero passare ancora anni perché la lotta tra cattolici e protestanti avesse fine: ciò avvenne soltanto nel 1994, a poco più di vent’anni dall’ingresso dell’Irlanda nell’Unione Europea, grazie anche agli sforzi politici di tutta la diplomazia europea sulla questione irlandese. Agli accordi del governo Major, succeduto alla Thatcher, fece seguito l’annuncio della deposizione delle armi da parte dell’ira ed ebbe inizio l’ultima fase dei negoziati che avrebbe portato agli accordi definitivi di qualche anno dopo.

Lo status odierno dell’Irlanda del Nord

Oltre un quarto di secolo fa, il 10 aprile 1998 a Belfast, il premier laburista Tony Blair, che aveva sconfitto l’anno prima il conservatore Major alle elezioni, e il suo omologo nordirlandese Bertie Ahern, leader del Fianna Fáil, firmarono il cosiddetto “accordo del Venerdì Santo” (Good Friday Agreement in lingua inglese, Comhaontú Bhéal Feirste in irlandese) che sanciva gli ultimi dettagli normativi per rendere definitivo il processo di pace nell’Irlanda del Nord tra i partiti locali di parte cattolica e quelli di parte protestante, e che contestualmente stabiliva un nuovo status di rapporti tra il governo di Londra e quello di Dublino.
La firma degli accordi, avvalorati poi da un referendum popolare tenuto il 23 maggio successivo e resi esecutivi il 2 dicembre dell’anno successivo, prevedeva un nuovo sistema di governo dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito e la rinunzia della Repubblica d’Irlanda a considerare tutta l’isola come territorio di uno Stato nazionale con capitale Dublino. Ma prevedeva anche un protocollo d’intesa sui rapporti tra la stessa Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, e quelli tra quest’ultima e il Regno Unito di Gran Bretagna, oltre a vari aspetti normativi e diplomatici che avrebbero regolato negli anni a venire le questioni relative alla sovranità territoriale, ai diritti civili e culturali degli irlandesi del nord, basandosi sulla smilitarizzazione definitiva delle due fazioni che si erano combattute nel lungo conflitto sotto il velo di una guerra di religione tra cattolici e protestanti.
La particolarità di alcune clausole di quell’accordo del 1998 hanno poi consentito all’Irlanda del Nord, dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, di conservare alcune prerogative specifiche in termini politici e commerciali in seguito a un lungo lavorio diplomatico, sfociato nella firma di un secondo protocollo sull’Irlanda firmato sempre a Belfast il 27 gennaio 2020 stavolta tra il governo di Londra e la presidenza della Commissione Europea di Bruxelles. L’accordo è stato infine ratificato ufficialmente da tutti gli Stati membri della ue dopo più di due anni, il 21 marzo 2023.
Quest’ultimo accordo, in sintesi, ha evitato di creare, con la Brexit, una frontiera fisica tra la Repubblica d’Irlanda e il territorio dell’Irlanda del Nord, tutelando così l’economia dell’intera isola e dando concretezza, anche dopo l’uscita di Londra dal mercato unico, all’accordo del Venerdì Santo; salvaguardando di fatto l’integrità territoriale dell’isola irlandese nella sua interezza rispetto al mercato unico della stessa ue, insieme a tutte le garanzie offerte in termini di tutela dei consumatori, salute pubblica e degli animali, lotta contro la frode e il traffico di esseri umani.
Le clausole del nuovo accordo hanno nel contempo mantenuto l’Irlanda del Nord nel territorio doganale del Regno Unito, con la circolazione della sterlina inglese al posto dell’euro usato nella Repubblica d’Irlanda, e il libero scambio di merci tra Belfast e il resto del Regno Unito oltre che dei Paesi terzi con i quali il governo di Londra ha sottoscritto o sottoscriverà in futuro accordi di libero scambio.
Un’ultima annotazione riguarda l’attuale situazione politica di quella che Londra considera la “Provincia dell’Irlanda del Nord”: dopo che nel 2008 il reverendo Ian Paisley, predicatore protestante e leader del Democratic Unionis Party, e Martin McGuinness, ex comandante dell’ira  e deputato del Sinn Féin, il più oltranzista dei partiti nazionalisti cattolici, si erano insediati rispettivamente come primo ministro e come vice primo ministro di un governo congiunto dell’Irlanda del Nord, da alcuni anni gli indipendentisti del Sinn Féin hanno ottenuto significative vittorie elettorali nelle varie elezioni amministrative e per il parlamento di Belfast.
L’ultima a maggio del 2023 è stata addirittura una “vittoria a valanga”, ottenuta secondo alcuni commentatori politici inseguendo soprattutto tematiche sociali in una campagna elettorale in cui l’indipendenza dell’Irlanda del Nord è stata volutamente tenuta in secondo piano. Ma a influenzare l’esito del voto sarebbe stato anche il malcontento riversato nelle urne da una fetta consistente degli stessi protestanti nordirlandesi, che hanno voluto punire il Democratic Unionist Party, il principale partito lealista, al governo da anni e appoggiato dai conservatori inglesi, per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea voluta proprio dai Tories, riversando il loro voto in favore dell’Alliance Party, un partito centrista, alternativo ai blocchi nazionalisti o unionisti, che ha raddoppiato i propri seggi nel parlamentino di Belfast: a riprova che la gente, pian piano, sta cominciando ad abbandonare le posizioni tradizionalmente oltranziste delle due fazioni.
Dalle urne è comunque giunta, seppur implicitamente, una conferma che il prevalere del voto dei cattolici è il risultato del sorpasso demografico di questi sui protestanti. Ciò significa anche che si è venuto a creare uno schieramento maggioritario, per la prima volta, per la riunificazione dell’Irlanda del Nord britannica con la Repubblica d’Irlanda, al di là della voglia di secessione unilaterale dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito per tanto tempo propugnata dai più radicali tra i cattolici.
I leader del Sinn Féin insistono che il border poll, il referendum sulla riunificazione, in ogni caso abbia luogo al più presto. Tuttavia non spetta alle autorità nordirlandesi indirlo, bensì, come previsto (forse astutamente) negli accordi del Venerdì Santo, a quelle britanniche, che lo proclameranno probabilmente solo se e quando il forte sostegno popolare per l’unificazione diventerà impossibile da trascurare anche a Londra (Catalogna docet).
Nel frattempo l’Irish Republican Prisoners Welfare Association – associazione nata per dare voce ai prigionieri politici ancora detenuti in Irlanda del Nord e in Inghilterra – ha continuato a denunciare l’utilizzo della detenzione preventiva, senza processo, per gli ultimi terroristi dell’ira ancora prigionieri, terroristi per Londra, o ultimi eroi del Sinn Féin ancora dietro le sbarre secondo la parte cattolica. Non meraviglierà che solamente dopo le ultime elezioni vinte dai partiti cattolici gli ultimi di essi siano stati rimessi in libertà, senza essere stati comunque mai processati né tanto meno, come accennavamo, mai condannati da alcun tribunale.

A Belfast, per non dimenticare

A Belfast (in gaelico Béal Feirste), che dopo la divisione delle due Irlande ottenne nel 1920 il ruolo di capitale dell’Irlanda del Nord, ormai da diversi anni si respira un’atmosfera completamente diversa da quella della seconda metà del ‘900, allorquando erano all’ordine del giorno feroci scontri tra cattolici e protestanti. Le sanguinose vicende relative a quell’epoca, nonostante le frizioni rimangano sempre sospese nell’aria, hanno comunque lasciato il posto a una significativa riqualificazione della città, in particolare dell’area dei vecchi cantieri navali, complici anche le numerose installazioni artistiche che hanno “invaso” pacificamente sia l’area dei docks, sia un po’ tutto il centro cittadino, provando a eliminare le antiche divisioni tra i quartieri cattolici, periferici e soprattutto operai, e quelli protestanti, palesemente più ricchi e centrali.
La città si allunga sulle sponde del River Lagan e prende il nome da un affluente di quest’ultimo, il River Farset, che in gaelico vuol dire “banco sabbioso”, ormai convogliato in un canale sotterraneo, mentre il toponimo gaelico Béal Feirste significa “foce del Farset”.
Proprio su queste sponde nel XII secolo i normanni costruirono un forte, attorno a cui si sviluppò un insediamento, distrutto qualche decennio più tardi nel corso di una battaglia. Bisogna aspettare l’inizio del ‘600, quando venne eretto un altro castello per volere del barone Arthur Chichester, distrutto in seguito a un incendio il secolo seguente, perché l’abitato cominciasse a svilupparsi, grazie anche all’arrivo di coloni scozzesi e inglesi, cui fece seguito un flusso di ugonotti provenienti dalla Francia a causa delle persecuzioni religiose contro il loro credo protestante.
In seguito a questi arrivi si svilupparono numerose attività produttive, come l’industria del lino, la fabbricazione di funi, la manifattura del tabacco e la cantieristica navale, che attirarono ondate di operai facendo crescere ancora di più la popolazione cittadina.
Ma dopo la seconda guerra mondiale iniziò il declino delle sue attività industriali. Nel 1969 scoppiarono i disordini che opponevano i protestanti ai cattolici, con una sanguinosa ondata di violenze, massacri, attentati terroristici e brutali reazioni delle forze dell’ordine e dell’esercito britannico inviato a supporto, che resero la città tristemente nota alle cronache giornalistiche del mondo intero. 
In Donegall Street si trova la St. Anne Cathedral, elegante edificio di impronta neo-romanica costruito tra l’800 e il ‘900, dove ha sede la Church of Ireland; tutt’attorno si possono ammirare moderni murales, che si rifanno alla tradizione cittadina di dipingere sui muri episodi politici, ma anche temi di ordine sociale o dei più disparati argomenti. Come accade nel vicino parcheggio di Gresham Street, davanti a un volto di donna, o in Church Street, di fronte a un ragazzino che ascolta la musica in cuffia.
Appena più a sud, sulla Donegall Square, si affaccia la candida mole del City Hall, costruito all’inizio del ‘900 in stile rinascimentale, di fronte al quale si innalza la statua della Regina Vittoria, affiancata da figure in bronzo che simboleggiano l’industria tessile e la cantieristica navale, talmente importante da avere varato all’inizio del ‘900 il transatlantico Titanic.
Una tappa da non perdere nella visita della città si raggiunge proseguendo verso sud in Great Victoria Street, dove si incontra il Crown Liquor Saloon, il pub più famoso di Belfast, che è anche un “monumento storico” tutelato dal National Trust; di chiara impronta vittoriana, mostra un esterno di fine ‘800 decorato da multicolori piastrelle italiane, mentre all’interno si susseguono vetrate incise, specchi, un bancone decorato e una fila si pregevoli separé in legno. Sul marciapiedi davanti all’ingresso c’è un mosaico che raffigura una corona, situata in un punto in cui sarebbe stata calpestata tutti i giorni: sembra sia il frutto di un’innocente “vendetta” operata dal cattolico proprietario del locale, mister Flanaghan, nei confronti della moglie protestante che aveva voluto dare al locale il nome “Crown” come omaggio alla monarchia britannica… un segno inequivocabile che le dispute tra cattolici e protestanti avvenivano fin da quell’epoca e anche in àmbito familiare.
Lungo la stessa strada si innalza la Great Opera House, uno dei più importanti monumenti vittoriani della città, risalente a fine ‘800, il teatro lirico di Belfast restaurato dopo gli attentati dinamitardi rivendicati dall’ira nel 1993.


Superato il St. George’s Market, il mercato più antico d’Irlanda risalente a fine ‘800, si raggiunge il Laganside, l’area dei docks sul lungofiume che è stata oggetto di recupero e riqualificazione, con il restauro di edifici storici e la realizzazione di installazioni di arte moderna e di costruzioni futuribili. Qui giunti, procedendo da sud verso nord si incontra in Lanyon Place il Waterfront Hall, avveniristica sala di concerti, spettacoli di prosa e balletti. Appena oltre in Lanyon way si può visitare il Belfast Barge, il museo allestito all’interno di una chiatta ormeggiata sul Lagan che rievoca la storia marittima e commerciale della città, grazie a foto d’epoca, modellini di navi e documenti originali. Qui si incontra anche una grande scultura chiamata “Rings of Thanks-giving” di Andy Scott, soprannominata anche l’Angelo del Ringraziamento, una delle più grandi opere d’arte cittadine, che si innalza per quasi venti metri con una struttura in metallo in grado di “imprigionare” una donna che solleva un cerchio verso il cielo, adottata dal Comune di Belfast come emblema cittadino.
Appena più a nord si incontra un’altra grande scultura, il Bigfish, un enorme salmone in ceramica rivestito da piastrelle, simbolo della rinascita del fiume Lagan e della città. Quasi di fronte, in Queen’s Street, si erge invece un monumento storico della città, l’Albert Memorial Clock Tower, un’alta torre eretta sul modello del Big Ben nel 1865 in onore del marito della Regina Vittoria, che pende un po’ in direzione sud; alle sue spalle, lungo High street, si notano alcuni murales che ritraggono volti di persone e gente in movimento.
Proseguendo sul lungofiume verso nord, lungo la sponda orientale del Lagan, si entra nell’area degli ex cantieri navali di Belfast, dominati da due massicce gru gialle chiamate dagli abitanti Sansone e Golia. All’estremità di Queen’s Road si incontra il Thompson Dry Dock, il bacino di carenaggio che vide la nascita del transatlantico Titanic, accanto a cui si può visitare la Pump House, con una mostra sull’industria navale della città.
Ma il fulcro dell’area si trova poco più a nord, ed è l’edificio angolare del Titanic Belfast Museum, un centro multimediale che racconta la storia della costruzione del transatlantico più famoso al mondo, quel Titanic varato nel maggio del 1911, che veniva ritenuto inaffondabile e che purtroppo, dopo essere entrato in collisione con un iceberg nel nord Atlantico, affondò dopo pochi giorni di navigazione il quattordici aprile del 1912; delle oltre duemiladuecento persone a bordo se ne salvarono soltanto settecentocinque, anche a causa della mancanza di circa la metà delle scialuppe di salvataggio.
Ma, al di là dell’offerta museografica della città, ricca e varia, c’è un altro aspetto della Belfast novecentesca che attende di essere scoperto, a est del centro cittadino, raggiungibile con i bus n.10A e 10F con partenza da Queen Street: lungo Falls Road si incontra la cosiddetta Peace Line, una teoria di muri di lamiera ondulata alti sei metri che si estendeva per trentaquattro chilometri, separando la comunità cattolica di Belfast da quella protestante, che venne eretta nel 1969 come misura “temporanea”. Il suo primo tratto è stato demolito solo nel 2016, dopo essere stato in piedi quasi cinquant’anni, cioè più del Muro di Berlino. Il tratto superstite più lungo è quello che separa Falls Road da Shankill Road, ed è ancora oggi il simbolo più evidente dei disordini civili che si susseguivano nella seconda metà del ‘900.
Diventati attrattiva turistica, ancora in piedi nonostante da tempo si dibatta sulla opportunità del loro definitivo abbattimento, i murales di questa “linea della pace” raccontano per immagini la storia del conflitto e le fiammeggianti passioni politiche che ne derivarono. D’altronde, questi murales venivano utilizzati per marcare il territorio, esprimere opinioni politiche e commemorare eventi storici, e la maggior parte di essi sono di tema politico, come accadeva per quelli repubblicani (molti di questi commemorano lo sciopero della fame del 1981, quando dieci prigionieri repubblicani si lasciarono morire di inedia, tra questi Bobby Sands, eletto deputato poco prima di morire), mentre quelli lealisti erano caratterizzati da temi militareschi. E per quanto siano diventati come dicevamo un’attrattiva turistica, ai giorni nostri si tende a sostituire le immagini più aggressive sovrapponendovi quelle dedicate agli eroi locali, come le star del calcio, gli scrittori del momento o i golfisti di successo.
Nelle vicinanze in Comway Street si può infine visitare l’Eileen Hickley Iris Republican History Museum, allestito nel lanificio ottocentesco del Comway Mill, con una collezione di foto, articoli e documenti relativi alla lotta repubblicana irlandese dal 1798 fino all’età moderna, in quella che è una sorta di omaggio alla storia travagliata di questo popolo e, di conseguenza, di questa splendida isola.

Londonderry, il simbolo delle lotte

Capoluogo dell’omonima contea, seconda città per dimensioni dell’Irlanda del Nord e simbolo ancor più significativo della secolare lotta tra cattolici e protestanti, è la città di Londonderry, posta quasi ai confini occidentali dell’Irlanda del Nord, chiamata semplicemente Derry dai nazionalisti cattolici. Sottolineiamo a tal proposito che è ancora viva, nonostante gli accordi di pace, la disputa tra “Londonderry” (come la chiamarono gli inglesi e come la chiamano tuttora gli unionisti protestanti) e “Derry” (come la chiamano invece i cattolici), disputa che si lega ovviamente alle alterne vicende della storia cittadina.
In origine il suo nome era Doíre Calcaigh, cioè “querceto di Calgach”, dal nome di un locale eroe pagano, poi cambiato nel X secolo in Doíre Colcille, cioè “querceto di Columba”, in onore del santo che nel VI secolo vi aveva fondato il primo monastero cristiano, dando il via allo sviluppo dell’insediamento urbano. Nei secoli successivi il nome della città venne anglicizzato in Derry, ma nel 1613 con lo statuto reale l’abitato ebbe un nuovo nome, Londonderry.
Ma il momento più importante della sua storia è stato l’assedio del 1688-89 quando, dopo la deposizione in Inghilterra del re cattolico Giacomo II in favore del principe olandese protestante Guglielmo d’Orange, un gruppo di cattolici si accampò nelle vicinanze dell’abitato con l’intento di strapparlo ai protestanti, anche se i loro emissari erano impegnati a trattare la resa. Tredici giovani protestanti si accorsero però dell’inganno e sbarrarono le porte al grido: There’ll be no surrender!, cioè non ci sarà nessuna resa; ebbe così inizio un assedio lungo centocinque giorni, durante il quale la metà degli abitanti perse la vita fino all’arrivo degli aiuti inglesi. E questo slogan venne rispolverato nel corso del ‘900 dai protestanti che si opponevano ai cattolici durante il periodo dei troubles, quando proprio in questa città si svolsero gli episodi sanguinosi della Bloody Sunday, la tragica domenica del 30 gennaio 1972 durante la quale quindicimila cattolici marciarono per protestare contro la detenzione senza processo dei loro attivisti. Vennero bloccati dall’esercito britannico e, in seguito a una sequenza di episodi ancora controversa, le truppe inglesi aprirono il fuoco sui civili disarmati, uccidendo quattordici persone. Gli eventi della Bloody Sunday hanno ispirato l’omonima canzone di denuncia sociale e politica del gruppo musicale U2.


Ma fortunatamente questi echi di storia turbolenta e sanguinosa riecheggiano sempre più piano in quella che è l’unica città irlandese che conserva ancora oggi praticamente intatta la sua cortina muraria, a dominio di un’ansa del fiume Foyle.
Nonostante ciò, il suo pittoresco nucleo murato, rinato a nuova vita dopo che nel 2010 la città ha avuto il ruolo di capitale britannica della cultura, è decisamente minuscolo. Questo cuore fortificato si innalza su una collinetta che domina il resto della città con un effetto scenografico; risale al ‘600 con la sua pianta a reticolo che ricalca quella degli accampamenti militari romani, con due strade perpendicolari tra loro e quattro porte che interrompono le mura.
La cinta muraria, a sua volta, si allunga per un chilometro e mezzo tutt’attorno con i suoi otto metri di altezza e i nove di spessore; e, nonostante il drammatico assedio della città avvenuto alla fine del ‘600, non è mai stata espugnata.
Penetrando al suo interno dalla Bishop’s Gate si incontra in London Street la St. Columb’s Cathedral, della Chiesa d’Irlanda, costruita all’inizio del ‘600, che fu la prima chiesa protestante costruita in Irlanda dopo la Riforma, nel cui portico vi è una palla di cannone cava sparata nel corso dell’assedio del 1688-89 e contenente i termini della resa.
Appena più a ovest in Society Street si può visitare il Siege Museum, che rievoca le vicende del grande assedio di fine ‘600. Il salotto cittadino si allarga al centro del nucleo fortificato nella quadrata piazza detta The Diamond, con il monumento ai caduti e un grande elegante edificio di inizio ‘900 in uno dei suoi quattro angoli, che oggi ospita un grande magazzino.
Proseguendo lungo Shipquay Street, si può visitare il vicino Craft Village, con la ricostruzione di edifici del passato in parte ricoperti da tetti di paglia, mentre più avanti in Union Hall si raggiunge il Tower Museum, allestito nella riproduzione di una tipica casa-torre del ‘500, in cui si ripercorre la storia cittadina.
Fuori dalle mura si erge sull’omonima strada la vicina Guildhall, edificio neogotico di inizio ‘900, sovrastato dalla Torre dell’Orologio costruita sul modello del Big Ben, al cui interno vi è una mostra dedicata ai conflitti tra protestanti e cattolici, in cui appare chiara la politica di discriminazione nei confronti di questi ultimi attuata da Londra per tanto tempo.
Appena oltre, scavalca il fiume il Peace Bridge, sinuoso ponte pedonale a forma di “s”. Dal lato opposto della città fortificata ma fuori dalla cortina muraria, in Long Tower Street sorge la St. Columba’s Church, la prima chiesa cattolica della città costruita dopo la Riforma, risalente alla fine del ‘700 con un’impronta neorinascimentale.
Alle sue spalle a ovest della città fortificata si allarga il quartiere di Bogside, abitato dagli operai di fede prevalentemente cattolica, dove nell’agosto del 1969 si svolse la cosiddetta battaglia di Bogside, durante la quale per tre giorni i giovani del quartiere ingaggiarono violenti scontri con la polizia, in seguito ai quali il governo britannico inviò nell’Irlanda del Nord l’esercito. Per tutta risposta gli abitanti dei quartieri limitrofi si dichiararono insieme a quello di Bogside indipendenti dalle autorità civili, barricando le strade e chiamando l’area “Free Derry”, impedendo a esercito e polizia di accedervi. Stato di cose terminato il 31 gennaio 1972, quando ebbero luogo i sanguinosi eventi della Bloody Sunday e il quartiere venne occupato dai soldati britannici.
In ricordo di quei drammatici avvenimenti si può ammirare lungo Rossville Street, nei pressi del Free Derry Corner, la People’s Gallery Murals, una carrellata di dodici murales dipinti sui muri delle case da artisti che hanno vissuto i momenti più bui dei Troubles, di cui commemorano gli episodi salienti, tra cui la battaglia del Bogside, la Bloody Sunday e lo sciopero della fame del 1981.
La storia travagliata di questo quartiere si può ripercorrere in Glenfada Park, dove tra i murales che catturano lo sguardo e l’anima, vi è il Museum of Free Derry, che ripercorre la storia dei diritti civili e degli episodi della Bloody Sunday con foto, documenti e articoli. Bogside e gli altri quartieri operai della città bassa non offrono spunti di interesse “turistico”, a parte la cattedrale cattolica di St. Eugene, edificio neogotico della fine dell’800 che domina tutta quest’area di basse case operaie, evidenziando simbolicamente la predominanza cattolica della popolazione che vi abita.
Un’ultima testimonianza del passato tumultuoso della città si incontra all’ingresso del Craigavon Bridge, appena a sud-est della città fortificata, ed è il monumento chiamato Hands Across the Divide, formato da una coppia di sculture in bronzo che raffigurano ciascuna un uomo che tende la mano all’altro, inaugurato nel 1992, venti anni dopo la Bloody Sunday, a rappresentare il simbolo di riconciliazione e di speranza per il futuro degli irlandesi di ogni credo religioso, un futuro che ci si augura sia colmo di pace e di “accettazione” reciproca.