E dài e dài, il “regime” si avvicina

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Che feeling può avere un etnista con Silvio Berlusconi? Ovviamente, ben poco. Costui è l’inventore di un movimento che si chiama Forza Italia, è l’omino con la bandana che da primo ministro cantava canzoni napoletane mentre i suoi “connazionali”, i cittadini padani, tentavano di far sapere al mondo che esistevano anche loro e c’entravano nulla con pizze e mandolini. È soprattutto “quello che” il mio amico Erdogan, la Turchia in Europa e, o Maroni, non impedire l’ingresso ai saraceni ma va’ a implorare i francesi che ce li prendano.
Ma di tutto possiamo dire di lui, tranne che ci venga impedito di dirlo.
Possiamo, e potevamo quand’era al potere, senza che nessuno protestasse. Siamo liberi di dargli del fesso colossale, del ladro, del puttaniere, possiamo persino minacciare di aggredirlo, senza che il nostro diritto d’opinione venga leso, senza un procedimento penale né una tirata d’orecchi da parte dell’Ordine dei Giornalisti.
Questo significa che l’urlo di dolore che si levava d’ogni dove – siamo in un regime! – era una assoluta fesseria. Quando mai puoi attaccare quotidianamente un leader su tutti i giornali, intentargli centinaia di cause, condannarlo per aver fatto sesso, centrarlo con statuette, infine deporlo, e lo stesso paragonarlo a un dittatore? A parte la pedissequa considerazione che il 90% dei media sono gestiti dai suoi avversari (l’antico vezzo di giocare ai rivoluzionari stando seduti sul trono politico ed economico), poche voci isolate tentavano di spiegare al pubblico che un regime è un’altra cosa, che lì non puoi manifestare, protestare né tantomeno scrivere le tue opinioni avverse. Ecco perché gridare al regime è troppo spesso una delle maldestre esagerazioni politiche a cui ci hanno abituato i giornali: da non farsi, perché se finissimo davvero sotto un potere assoluto impareremmo la differenza sulla nostra pelle.

Settant’anni dopo l’originale, ecco il nuovo fascismo islamofilo

Ora, però, anche in una mente obiettiva e pacata si aggirano i primi dubbi. Siamo alle soglie di uno spaventoso Quarto Reich semimondiale probabilmente peggiore del precedente (con il quale condividevamo qualche marcio residuo della nostra europeità, con il nuovo, nulla), basato su un’ideologia di cui il 99% dei commentatori e giornalisti italici sembra non capire un’acca, mentre i politici se ne infischiano o sono conniventi: e l’unico interesse palese dell’establishment è mettere a tacere qualsiasi voce allarmata! Le garanzie democratiche sono di fatto sospese a favore del dogma che  definiamo il “politicamente corretto”.
Ma la situazione è più complessa e nel contempo peggiore. Omosessualità, aborto e tecniche di riproduzione assistita rientrano certo in quest’orgia di correttezza (traduzione: ciò che è giusto secondo una fazione politica che rappresenta il 20% della cittadinanza), qua e là condivisibile nella pura sostanza, ma tutto il discorso “etno-antropologico” è parte di una strategia dell’invasione più occulta che risale agli anni ’70 e forse anche prima. 1)
Con l’accusa di razzismo rivolta a chiunque “obietti” si fa già una violenza verbale, che in altri momenti o luoghi potrebbe essere contrastata con una querela; ma se a questa fanno seguito iniziative giuridiche (il sillogismo della nonna a rotelle unito alle prove a priori di Sant’Anselmo: ti do del razzista, il razzismo è un reato, ergo ti mando in galera), allora siamo realmente arrivati – e diciamolo una volta per tutte – al fascismo.
L’Italia si sta apparentemente avviando a ritornare un Paese fascista. E come nella versione del secolo scorso, ha il suo bell’inferno d’oltreconfine da adorare, con le sue leggi razziali, l’antisemitismo e compagnia bella.

Legge e Ordine

I politici – tutti tranne i leghisti – stanno favorendo l’immigrazione islamica da decenni, e non c’entrano nulla il socialismo, il buonismo, il politicamente corretto: ad abbeverarsi a queste fonti secondarie sono solamente i piccoli esponenti di partito che non hanno mai avvicinato la vera stanza dei bottoni, gli enti che tramutano la solidarietà in moneta sonante, nonché una minoranza di psicopatici annoiati che, come i loro progenitori delle Sturmabteilung, vedono nei tagliagole un’arma di distruzione della borghesia. Ma i manovratori sono altri, anche se non ne conosciamo i volti. Perché la follia europea in atto è stata sì affrontata da ottimi analisti, ma mai interamente chiarita, spesso attribuendo un ruolo determinante all’aspetto “petrolifero”. E sarà pure così…
E comunque, dopo che i nostri bisnonni hanno dato la vita per la Resistenza, oggi ci troviamo a essere accusati di razzismo, non perché combattiamo contro i “nazisti” (magari), ma soltanto per aver messo in guardia contro il pericolo che rappresentano. E a contrastare le voci libere troviamo anche l’Ordine dei Giornalisti.
Ricordate nel dicembre 2010? Presso l’Ordine nazionale, con la scusa della presentazione di un libro filopalestinese si svolse il lancio pubblicitario della Freedom Flotilla 2 per Gaza. Era gestita dalla stessa organizzazione, l’IHH, colpevole di aver organizzato il convoglio scontratosi con la marina israeliana nel maggio precedente. E l’IHH era una cricca islamista dedita alla jihad, votata alla distruzione dello Stato d’Israele, già al tempo sulla lista di Germania e USA!
Disgustato, l’allora consigliere Gianni De Felice scrisse: “Si delinea purtroppo un messaggio propagandistico di natura dichiaratamente politica e di posizionamento manifestamente pro-palestinese e anti-israeliano. Caratteristiche che – a mio avviso – non dovrebbero essere sponsorizzate da una istituzione di diritto pubblico, con conseguenti doveri di apoliticità, come è il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Ordine al quale sono iscritti per obbligo di legge, e non per libera scelta, tutti i giornalisti italiani a prescindere dai loro personali orientamenti di ideologia politica, fede religiosa, impegno professionale”.
De Felice aggiungeva che “il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti sembra aver idealmente issato la bandiera rossa su tutti i giornalisti italiani. I quali non possono dimettersi, se non gradiscono il colore, come farebbero se si trattasse del sindacato. Perché l’appartenenza a questo Ordine, ormai movimentato a tutti i livelli da indefessi attivisti con l’elmetto, è ancora obbligo di legge”.
Che un ordine professionale abbia parteggiato per il Milan è una vergogna, ma che adesso si metta a distribuire sanzioni contro i sostenitori dell’Inter è un abominio. Chissà cosa direbbe oggi De Felice, se già allora argomentava: “Sarebbe interessante conoscere il parere del ministero della Giustizia, sotto la cui sorveglianza il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti garantisce gli adempimenti e gli obblighi previsti dalla legge istitutiva n. 69/63”.

La censura ad Allam

Il fatto è che in ballo non ci sono più i due schieramenti calcistici – palestinesi e israeliani – per i quali tifare a seconda di ciò che votiamo nelle nostre comode cabine elettorali. Per decenni, talmente incredibile è la stupidità umana che abbiamo litigato al Bar Sport, o sulle testate equivalenti, per decidere chi dei due avesse ragione; ma soltanto da poco, emerso l’iceberg di cui i palestinesi sono un’insignificante puntina, si è cominciato a capire come sul tappeto ci sia uno scontro immane tra pianeti (altro che territori e, persino, altro che religioni). 2)
E allora, punire Magdi Allam per aver indicato una serie di insidie nell’islam trapiantato (e onestamente non c’era alcun bisogno che ce lo dicesse lui) non significa più soltanto mettere a tacere i tifosi avversari, ma schierarsi apertamente a favore di una minaccia mortale per noi e per i nostri figli. Come si vede, questo non è più un terreno politico, una questione di partiti o fazioni o ideologie, ma una posizione attiva che in altri tempi sarebbe stata definita collaborazionismo.
L’unica speranza, per i cuori ingenui e onesti, è che queste trovate siano dettate dalla paura. Forse qualcuno minaccia le vite dei colleghi che si intromettono nella libertà di espressione. Ché di fatto tutta l’Europa, più che al razzialmente corretto, è in preda a un terrore cieco di queste popolazioni (e questo è il vero enigma antropologico, considerando le forze in campo). Così, artistucoli, vignettari e cabarettisti si sfogano istericamente, sbronzi dello spiraglio di libertà concessagli, imbrattando simboli cristiani o insultando etnie con le palle – ebrei, svizzeri, sudtirolesi… capito il genere – e così hanno salva la vita. Poi, probabilmente, nel loro intimo si sentiranno anche dei mezzi uomini, dei vili; ma intanto siam qui tutti a chiederci perché i bambini crescano con la sindrome del bullismo, in una società dove qualsiasi energumeno può farsi strada con la violenza, le minacce e il chiagne e fotte.

magdi allam, vittima illustre del fascismo islamofilo

Correttamente sdraiati

Il lato tragicomico della repressione è che non si scontra con un duro zoccolo giornalistico alla John Wayne: dio, patria, famiglia e se passi la porta ti sparo… La stampa italica è (quasi) tutta perfettamente allineata – con pensieri parole e opere che paiono elaborati da un ufficio centrale e distribuiti su carta velina – a quella posizione autolesionista che viene definita “oicofobia” (cui aggiungeremo il termine “xenomania”), cioè il disprezzo per la propria cultura con venerazione delle altre, anche se ti voglion morto. Quindi, attaccare le voci alternative non significa tanto reagire a un ipotetico malcostume diffuso, come il razzismo, quanto reprimere qualsiasi pur flebile critica. Creare un unico pensiero. Stabilire, in sostanza, un regime.
William S. Lind ha sostenuto che il politicamente corretto è come l’AIDS: qualsiasi cosa tocchi la contagia e poi la uccide. Il politicamente corretto (ma diremmo piuttosto le linee guida di questo nuovo fascismo) si appropria di tutti i temi che riguardano la nostra coscienza di individui, di ogni sentimento puro e positivo, li manipola, li trasforma in una schifezza indigeribile e poi ci costringe a reinghiottirli, pena l’esclusione sociale e professionale, e ora anche il carcere. Il risultato è un potere temporaneo per i suoi sacerdoti, ma alla lunga, crediamo, anche una reazione di disgusto che potrebbe spazzarli via.
Il politicamente corretto ha destrutturato dalle fondamenta i nostri approcci nei confronti dell’“altro”, intanto perché “altro” è diventato sinonimo di straniero, possibilmente clandestino, ancor meglio se maomettano. Se negli anni ‘60 pensavi di essere “tollerante”, “accogliente”, “aperto”, oggigiorno, alla luce delle nuove accezioni, ti rendi conto di essere l’esatto contrario. Ora, se sei di carattere influenzabile e culturalmente poco incline allo scetticismo, se leggi i giornali e credi alle fesserie che scrivono, ebbene ti sentirai inadeguato e in colpa. E diavolo: se tollerante significa che tuo figlio a scuola non può festeggiare il Natale perché c’è il piccolo arabo in classe; se accogliente significa che non protesterai perché sulla filovia sei l’unico a pagare il biglietto; se aperto impone che tu giustifichi le autorità di Rotheram (UK) che hanno coperto le violenze su 1400 bambini per timore di offendere gli stupratori pachistani; allora è evidente che sei uno schifoso razzista.
La verità è che cancellando il significato originale dei vocaboli legati ai sentimenti positivi, gli esponenti del regime stanno cancellando anche i sentimenti stessi, spingendo la cittadinanza (l’80% a occhio e croce) a odiare tutti i simboli – idee, persone, popoli – che secondo loro dovremmo adorare. Non è un caso che ogni interlocutore affrontando certi argomenti inizi il discorso con: “Io non sono razzista, ma…”

Professione antirazzista

La colpa di tutto ciò è, certo, della stanza dei bottoni in primo luogo, ma il megafono sono i giornalisti. Per rendere tutto più semplice, vantiamo un organo dello Stato, l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) che si occupa di insegnarci quali terminologie usare e quali bandire quando si parla di categorie rientranti nel politicamente corretto. Secondo l’istituto, il 2013 è stato un anno nero per i mass media: ben 354 segnalazioni di discriminazione, pari al 26,2% del totale, attribuibili al linguaggio usato dai giornalisti. Considerato il putiferio che ha scatenato Feltri usando una volta la parola “negro”, viene da chiedersi di quali crimini possa essersi macchiata una categoria che chiama richiedenti asilo i clandestini. Probabilmente hanno utilizzato il termine zingari invece di rom, ma più probabilmente gli è scappato detto che a compiere un reato è stato uno di loro, comunque l’abbiano definito.
Una delle basi del giornalisticamente corretto, infatti, impone l’astenersi dal qualificare etnicamente un reato. Giusto?
Dipende. Intanto, non si capisce perché di tutte le categorie solo quelle etniche o razziali vengano considerate tabù. 3) Quindi proviamo a mettere tutti quanti sullo stesso piano. Se scrivo che “un tifoso della Lazio” ha travolto un pedone dico una fesseria ridondante. Non però se il tifoso ha volontariamente arrotato un romanista. Se dico che “un simpatizzante di estrema sinistra” ha fatto cadere un vaso in testa a un passante, sbaglio di sicuro, ma non se il fattaccio è avvenuto in un cantiere della TAV. Si sappia che qualche esponente del regime si è risentito per le notizie che segnalavano l’aumento di reati in quartieri interessati dall’arrivo di carovane nomadi. La stessa Unione Europea, tramite qualcuno dei suoi fantasiosi uffici, ha stigmatizzato questa cattiva abitudine giornalistica che “criminalizza un’intera etnia”. Purtroppo gli stessi redattori allineati faticano ancora a scrivere “furti perpetrati da donne tutte in gonnellone che dopo il lavoro rientravano al civico 96, ove è segnalato un campo nomadi”. 4) E rifantastico del bisnonno partigiano in versione correct che combatte non i tedeschi, bensì “soggetti indossanti una divisa bruna che ci sparano addosso e occasionalmente fucilano i civili”.
Non voler attribuire i malestri alle comunità alle quali sono connaturati (come la mafia per i siciliani, tanto per restare nei dintorni) non significa solo “non informare correttamente”, che è comunque l’ultima delle preoccupazioni qui da noi, ma soprattutto nascondere la realtà alla gente che subisce quotidianamente soprusi e violenze. In particolare denota il rifiuto di individuare e conoscere il problema per affrontarlo. Tanto parliamoci chiaro, ché lo sappiamo tutti: ogni qual volta arriva la notizia di un reato in sala da pranzo, i commensali davanti alla tv giocano subito a individuare la provenienza del colpevole. Esiste infatti un preciso elenco di delitti “etnici” che nessuno pubblicherà mai, ma che la polizia e le massaie grazie a dio conoscono benissimo.

Siamo ai corsi di rieducazione?

deontologia-etnieC’è infine una novità istituzionale che ha mandato in bestia una quantità di giornalisti, soprattutto i liberi professionisti, ma è stata accolta con inquietante entusiasmo dall’Ordine. Si chiama Formazione Professionale Continua. Si tratta di spendere tempo e soldi per seguire corsi di aggiornamento obbligatorio. Non stiamo qui a discutere di questioni interne: sul valore dell’iniziativa si sono già espressi aspramente molti iscritti, e sospetto che saranno in parecchi a subire, tra qualche anno, le sanzioni per non aver partecipato.
A lasciare perplessi è, invece, il termine ricorrente nei titoli di questi corsi: deontologia. Cioè come dovrebbe correttamente comportarsi un professionista dell’informazione. E chi lo stabilisce? Una corporazione che ha minacciosamente chiarito quali sono le sue idee geopolitiche? La Curia friulana ha già protestato perché alcuni corsi sarebbero in mano a una “rete antidiscriminazioni” (e noi sappiamo cosa significhi ciò nel vocabolario correct): il clero, facendo il suo mestiere, teme cioè che il giornalista venga indottrinato alle stramberie sessuali attualmente in auge; noi, invece, che venga cresciuto qualche altro fanatico del fascismo islamofilo.

 

NOTE

1) Soltanto un’analisi che sappia distinguere il normale politicamente corretto da ciò che è in realtà il razzialmente e islamicamente corretto, è in grado di spiegare la folle incongruenza di appoggiare vittime e torturatori come se fossero la stessa cosa. Ovviamente esiste una percentuale di psicopatici – nel senso letteralmente psichiatrico – in grado di far coesistere le due cose, ma non sono pochi a chiedersi come, in certi ambiti politici, si possano difendere gli omosessuali e quelli che li impiccano, la laicità e i maniaci religiosi, le femministe e chi schiavizza e massacra le donne, gli animali e chi li tortura, l’arte e chi la distrugge. Semplicemente, a chi ha stretto patti scellerati con i Paesi arabi nei decenni passati, queste tematiche sociali non importano nulla.
2) Carlo Panella ha superbamente illustrato i veri retroscena della questione israelo-palestinese in questo articolo.
3) In verità ha molto a che vedere con il fatto che questa gente è, al di là della finzione scenica, ossessionata dalla razzialità, così come una vecchia baciapile è ossessionata dal sesso. Parlano di “paura della diversità”, ma appena uno dichiara di essere diverso e quindi di aspirare all’autodeterminazione, si stracciano le vesti e gli dànno del razzista.
4) Da notare che mentre noi pubblichiamo saggi e articoli sulla e in difesa della cultura rom, ma ci rifiutiamo di tacere che il loro tasso di criminalità è spaventosamente alto, questi antirazzisti da salotto buono non hanno mai messo piede in un campo nomadi.
E a proposito di rom: nominarli in relazione a certi delitti che commettono praticamente solo loro non si può, ma quando si tratta di distribuire risorse e case, allora il gruppo etnico viene descritto con nome e cognome.

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