Le eresie, ovvero come fare suicidio collettivo

Filed in antropologia culturale ed etnologia by del 22/04/2017

Mentre assistiamo alla cosiddetta crisi migratoria, la domanda ci assilla: qual è il senso, qual è lo scopo di tutto ciò? Ci raccontano che abbiamo bisogno di forza lavoro, ma ci sono milioni di giovani europei disoccupati. Ci raccontano che stiamo scontando i peccati del nostro passato coloniale, eppure drenando persone dal terzomondo priviamo i Paesi d’origine di braccia e cervelli, agendo quindi come colonialisti. Ci raccontano che questi sono rifugiati, ma dobbiamo sudare le sette camicie per integrarli, come se i rifugiati non fossero per definizione individui che intendono tornare nei loro Paesi alla fine dei conflitti. Ci raccontano che gli immigrati del terzomondo ci stanno arricchendo, laddove assistiamo a rivolte di strada, tassi di criminalità alle stelle, città militarizzate e un tot di Paesi dell’Europa orientale decisi a difendersi da questo provvidenziale arricchimento. Ci raccontano che i nuovi arrivati si integreranno, ma vediamo quartieri cittadini separati, no-go zones, abbigliamenti orientali ovunque e società parallele. Ci raccontano che la diversità è la nostra forza, eppure riceviamo continue notizie di conflitti etnici, razziali e religiosi da regioni del mondo che nella diversità ci sguazzano. Ci raccontano questo e ci raccontano quello, ma nessuna delle argomentazioni ha un minimo di senso, e abbiamo l’istintiva sensazione di un disastro imminente.

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Che cosa sta succedendo davvero? Se non è una questione di economia, solidarietà, arricchimento, neocolonialismo, allora che roba è? Perché di punto in bianco questa invasione di stranieri, perché di punto in bianco tanta disponibilità a ospitarli? L’Africa e l’Asia – come qualsiasi altro continente – sono stati devastati da guerre per secoli, eppure l’Europa non ha mai sperimentato prima una marea simile. Cosa sta succedendo?
Le eresie sono state presenti durante tutta la storia umana, sempre. Usiamo qui il termine teologico, ma lo intendiamo nella sua più ampia accezione. Le eresie sono manifestazioni dell’aberrazione mentale collettiva che di tanto in tanto si appropria dell’essere umano e si diffonde come un incendio fuori controllo, come fanno i virus biologici o informatici, con tutti i fenomeni relativi, mutazioni comprese. Non ci riferiamo semplicemente ai seguaci degli albigesi o degli iconoclasti e simili, ma anche a giacobini, marxisti, trotskisti, leninisti e tante altre follie. Perché le mutazioni sono innumerevoli, ma il fenomeno nel suo senso più ampio è unico: una deviazione della mente umana collettiva.
La sua forza motrice è la sensazione di rispondere a una chiamata, di essere in missione, in altre parole l’estasi messianica con cui i seguaci di un’eresia vivono l’esperienza ideologica, l’impressione di assurgere alle massime altezza morali. Tutte le eresie che vanno mutando e diffondendosi – quelle attuali come quelle ancora da venire – hanno un comune denominatore: esse… o meglio i loro ideologi, zelatori, simpatizzanti, discepoli e compagnia bella… vogliono il miglioramento dell’umanità, una volta per tutte, in ogni angolo della terra.
A volte questo miglioramento significa abbattere le immagini di Dio, altre volte abolire la proprietà privata; a volte significa rimpiazzare una fede, altre volte rieducare il popolo; a volte significa religione, altre volte ateismo; a volte una società a base di caste, altre volte una società senza classi o razze; tutti cambiamenti che, striscianti o violenti, mirano come si dice a “rendere il mondo un posto migliore dove vivere”.

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Non molto tempo fa agli europei si diceva di continuo che la liberazione della classe operaia e contadina avrebbe sprigionato forze produttive enormi, portando uomini e donne a livelli stratosferici di progresso e sviluppo. In nome di questo felice futuro, le civiltà di qualsiasi tipo (russo-ortodossa, cinese-mandarina, cattolica-francese, americana bianca e anglosassone, europea greco-romana e cristiana) dovevano essere cancellate senza pietà dalla faccia della Terra. Il futuro paradiso andava raggiunto con tutti i passi necessari, fossero i campi di sterminio (Cambogia), i campi di concentramento (Unione Sovietica), la sostituzione etnica (Unione Europea), il ribaltamento della morale (Scuola di Francoforte), la rivoluzione culturale (Cina maoista), il regicidio (Inghilterra, Francia, Russia), e così via. Tutto in nome della maggior felicità delle masse.
Nel XX secolo il lavoratore manuale e il contadino furono messi sull’altare e divinizzati, di pari passo con l’odio verso le nazioni e la tradizione. Nei Paesi comunisti la gente era costretta ad adorare quell’idolo e fargli sacrifici, in cambio di un pezzo di paradiso terrestre dopo la morte… per i propri nipoti (i salvatori dell’umanità sono sempre attenti a promettere paradisi non per i vivi, ma per le generazioni ancora da venire).
Non funzionò; la classe operaia si dimostrò incorreggibile con il suo attaccamento alle tradizioni, per cui nel XXI secolo il virus mutò e produsse un nuovo idolo da mettere sull’altare: un uomo di colore. La sua affermazione – ci dicono – sprigionerà una tale forza produttiva che tutti ne beneficeremo; la sua sola presenza tra di noi ci arricchirà a un punto tale che i nostri genitori e nonni vivranno agiatamente nelle loro case di riposo, e i nostri nipoti… be’, i nostri nipoti adottivi di colore vivranno per sempre felici dopo aver sostituito noi e i nostri nipoti biologici, ché non c’è la minima differenza, siamo tutti fratelli, un villaggio globale, una famiglia umana allargata.

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Cos’altro hanno in comune le eresie? Per prima cosa, sono irrazionali e non ammettono discussioni. E sebbene le eresie inizino come ribellione e atto d’accusa all’intolleranza del credo dominante, una volta che sono saldamente in sella non tollerano le ribellioni contro di loro (vedi il politicamente corretto). In secondo luogo operano per la scomparsa biologica dei loro credenti: i maestri eretici potrebbero invitarti a non avere figli perché la fine del mondo è vicina o perché il pianeta è sovrappopolato; oppure accettare la sostituzione di amici e parenti perché la tua nazione non merita di sopravvivere e deve fare penitenza per i torti commessi. Le persone le cui menti sono state infestate da un virus, ne vengono controllate al punto da accettare la loro sorte con serenità, calma e gioia. Questa è la funzione della religione.
Conosciamo tutti la storia di Quetzalcoatl. Un barbuto dio serpentiforme che aveva promesso di ritornare dal suo popolo un qualche giorno futuro. Quando gli spagnoli misero piede sul suolo messicano, la nobiltà azteca riconobbe in loro il dio e nel loro arrivo l’adempimento dell’antica promessa, sicché i sacerdoti ordinarono ai loro compatrioti di gettare le armi e accogliere i nuovi arrivati; cioè disattivarono, paralizzarono il sistema immunitario degli abitanti di Tenochtitlan. Avrebbero potuto combattere gli invasori, ma la loro ideologia impose loro di astenersi; avrebbero potuto respingere le carabattole offerte dagli spagnoli, ma scelsero il lusso. Quando finalmente cominciarono ad aprire gli occhi sul loro dio, questo diventò cattivo. O viceversa. Qualunque cosa sia successa per prima, ormai era troppo tardi.

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Simili episodi costellano la storia dell’umanità a ogni latitudine. I celti della Britannia chiesero l’aiuto degli angli e dei sassoni, e finirono per essere dominati e sostituiti da loro. I romani invitarono le tribù germaniche, godettero dei loro servigi a pagamento, e finirono per essere licenziati. I polacchi invitarono i Cavalieri Teutonici a difenderli contro un gruppo di baltici e finirono per perdere il loro collegamento con il Mar Baltico, tagliato via dagli “amici” germanici. Gli slavi orientali (nell’attuale Ucraina) invitarono i varangiani e finirono sotto il loro dominio. E potremmo continuare per pagine e pagine.
Alcuni popoli e nazioni sono scomparsi dalle cronache della storia dopo una strenua resistenza, altri hanno incoraggiato la propria rovina con inspiegabile piacere, come dire che alcuni erano in preda al virus e altri no.
Un uomo controllato da un virus è l’esatto opposto del proprio sé in salute. Di fronte a una minaccia il suo sé originale avrebbe lottato, mentre la versione malata incoraggia la distruzione della sua casa e della sua famiglia. Il sé sano avrebbe rinunciato a compiere passi suicidi, mentre la sua versione in preda al virus (leggi: all’ideologia) si abbandona alla catastrofe con un sorriso malato e condanna i suoi antenati per aver agito in modo diverso.
Un tempo gli europei erano orgogliosi di illuminare altri continenti con la luce della loro civiltà, poiché condividevano con i popoli della terra la loro medicina, l’agricoltura, la tecnologia, le arti, la letteratura, l’istruzione, il sistema del governo e della legge. Gli europei di oggi si vergognano dei loro grandi avi e li accusano di ogni male immaginabile. Che mutamento profondo.
Una regina inglese fu imperatrice dell’India, che comprendeva il Pakistan; oggi un pakistano è sindaco della capitale dell’ex impero britannico. Quando la regina era imperatrice dell’India, numericamente gli inglesi rappresentavano una goccia della popolazione dell’India e del Pakistan messi insieme. Oggi che un pakistano è il sindaco di Londra, gli inglesi sono una minoranza nella loro stessa capitale. E poi parlano di colonizzazione!

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