Dal Piemonte alla Francia: la perdita dell’identità nizzarda e savoiarda

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Nel 1959 la questione di Nizza e della Savoia, che era già stata affrontata da Camillo Benso Conte di Cavour e Napoleone III, sembrò ricomporsi. L’imperatore francese che inizialmente era per l’annessione delle due province, dopo l’armistizio di Villafranca del 1859 disse a Vittorio Emanuele II che avrebbe preteso dal governo sardo soltanto il pagamento delle spese della guerra con l’Austria. Tuttavia, già nell’ottobre successivo, Napoleone III scrisse al suo amico Francesco Arese – deputato del parlamento subalpino – di aver riassunto una posizione annessionista.
Dopo le trattative diplomatiche Cavour, che tramava per portare in porto l’unità d’Italia, ebbe il consenso dell’imperatore all’annessione al Piemonte della Toscana e della Romagna, in cambio del rispetto degli accordi di Plombières (1858) sulla cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Il 9 febbraio 1860 Cavour inviò una lettera ad Arese, avvertendo le autorità parigine che il governo di Torino giudicava opportuno che la nuova linea di frontiera non impedisse allo Stato Maggiore piemontese di difendere adeguatamente la Val Roia. Napoleone convocò a Parigi il maresciallo Niel, comandante della divisione di Tolosa, per studiare la futura delimitazione del confine dopo l’annessione.
Il 3 marzo Cavour comunicò al ministro degli Esteri francese, Édouard Antoine Thouvenel, il suo assenso alle cessioni della Savoia e di Nizza, a patto che vi fossero regolari consultazioni presso le popolazioni interessate. Il governo francese, tuttavia, mirava a un’affermazione di prestigio a livello internazionale e convinse Cavour a stipulare prima un trattato segreto, firmato a Torino il 12 marzo e due giorni dopo a Parigi. Poi l’imperatore informò il re della sua disponibilità a collaborare con il suo governo, a patto che la questione di Nizza e della Savoia venisse risolta in tempi molto stretti. Nella lettera di risposta, il sovrano sabaudo si augurò per parte sua che si potessero applicare al più presto gli accordi segreti, senza che il governo francese ricorresse a un’occupazione preliminare dei territori oggetto dell’annessione.Fu quindi inevitabile la stipula di un trattato pubblico, che venne firmato a Torino il 24 marzo da Cavour e dal ministro dell’Interno Luigi Carlo Farini per il governo sardo, e dall’ambasciatore Talleyrand e dal direttore degli affari politici presso il ministero degli Esteri Vincent Benedetti per quello francese.
Il 30 marzo il trattato fu pubblicato a Parigi e a Torino, mentre due giorni dopo Vittorio Emanuele II emanò un proclama per avvisare le popolazioni di Nizza e della Savoia di quanto era stato deciso sulle loro sorti. Anche i militari originari della Savoia e della Contea di Nizza furono coinvolti; come civili perché dovevano pronunciarsi sulla questione posta, come soldati perché dovevano attendere le conclusioni ufficiali del parlamento sardo. Malgrado le promesse, le consultazioni della popolazione civile del 15 e 16 aprile 1860 e quella dei militari del 22 e 23 aprile, si svolgeranno in piena occupazione militare francese in un territorio che de facto non aveva ancora scelto.
In altre parole, all’annuncio della firma del trattato il 24 marzo 1860, giuridicamente parlando i territori non appartenevano alla Francia e non potevano essere occupati dalle sue truppe, cosa che avrebbe costituito un affronto per le potenze garanti del Trattato del 1815.

Di fronte alle reticenze di Cavour – che temeva un intervento di Garibaldi a favore della sua città natale, Nizza – Thouvenel pensò di forzare la mano alle autorità piemontesi tramite un’operazione militare, e anche se non era pronto ad assicurare la sicurezza di queste regioni ne approfittò. Il trucco consistette nell’occupare la Savoia e la Contea di Nizza con unità militari cosidette di passaggio. In seguito all’Armistizio di Villafranca, l’armata d’Italia venne sciolta e al suo posto venne lasciato un corpo d’occupazione a garanzia dell’armistizio stesso, agli ordini del maresciallo Jean-Baptiste-Philippe Vaillant. Già nel 1859 dieci divisioni francesi erano state inviate frettolosamente in Piemonte anche se prive di stato maggiore, di mezzi di trasporto e a corto d’artiglieria.
Il 20 marzo 1860 il ministro della Guerra, maresciallo Randon, ordinò al maresciallo Vaillant, comandante in capo dell’armata d’Italia situata a Milano: “Date l’ordine a un reggimento di fanteria e a uno di cavalleria di partire al più presto possibile passando nella zona di Nizza, e fate passare un altro reggimento di fanteria dal Moncenisio. Fate in modo che i reggimenti soggiornino a Nizza e a Chambéry e che non lascino le città finché non siano sostituiti da altre truppe. Invierò due ufficiali superiori a Nizza e a Chambéry come comandanti della piazza per regolare i rapporti delle truppe con le autorità locali”.
II maresciallo De Castellane inviò alcuni aggiornamenti sull’umore delle popolazioni in Savoia e nella Contea di Nizza: “Anche se non vedo nulla all’orizzonte che annunci tempesta, penso che sia prudente avere truppe pronte a marciare su Nizza e Chambéry”.
Il governo di Parigi affermava la sua presenza in vista di un’eventuale sedizione o manifestazione patriottica antifrancese. L’invio delle truppe garantirà l’adesione alla Francia delle due future province. A portare a termine la missione furono il colonnelo dello stato maggiore Eugène Saget, ufficiale topografo, e il colonnello Auguste Osmont, capo di stato maggiore della Scuola Speciale Militare. La missione di Saget consisteva nell’organizzare il passaggio delle truppe della divisione di Uhrich affinché procedesse nelle migliori condizioni: si temeva infatti una possibile reazione antifrancese della popolazione, anche perché Nizza non dimenticava il suo eroe Giuseppe Garibaldi.
L’atto di rinuncia fu reso pubblico il 1°aprile, e nella città scoppiarono i tumulti. I nizzardi, furiosi, assediarono l’edificio in cui risiedeva il commissario del governo francese Pierre-Marie Piétri (che aveva portato dalla sua il corrotto sindaco di Nizza, Malausséna). Tuttavia la giunta municipale chiese la neutralità di Nizza alle potenze europee. Per bloccare la loro azione, il re piemontese affidò il comando agli individui consigliati da Piétri per dirigere la Contea: Lubonis reggente, Prosper Girard vicegovernatore e Auguste Gal consigliere. Anche erano già state annunciate a Parigi dal “Journal des Débats” il giorno precedente – prima che lo stesso Vittorio Emanuele firmasse gli atti ufficiali – le nomine erano illegali in quanto il re, avendo rinunciato alla sua sovranità, non avrebbe potuto nominare funzionari né tantomeno un reggente.
In Savoia, a sentire la prima informativa del colonnello Saget inviata al ministero il 27 marzo, le cose sembravano andare a gonfie vele: “Ho avuto l’onore di rendere conto ieri a Vostra Eccelenza del mio arrivo a Chambéry. Mi sono messo immediatamente in contatto con le autorità sarde, le quali mi hanno dato istruzioni soddisfacenti, sia sulla città, sia sull’intera Savoia. La calma regna dappertutto. Le truppe sarde hanno evacuato Chambéry, ho assistito alla partenza dei Bersaglieri in un clima di freddezza da parte della gente”. Il colonello Saget non diceva la verità, clamorosamente smentito dalle foto del giornale “L’illustration” in cui si vedeva la folla accorsa a dire addio ai bersaglieri che lasciavano Chambéry in treno, in un’atmosfera di grande emozione. Saget era semmai preoccupato perché non vedeva il minimo entusiasmo per le truppe francesi che erano entrate a Chambéry il 28 marzo, solo un giorno dopo il calendario stabilito.

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Nell’inviare i suoi resoconti da Chambéry, il colonnello Saget ignorava ancora che “L’illustration” stava pubblicando un reportage di foto ridisegnate. Qui la folla dice un addio palesemente commosso ai bersaglieri sabaudi.

Dal 7 aprile in poi, non si sarebbe più trattato di risolvere i problemi legati al passaggio delle truppe francesi nei territori che la Francia voleva annettersi, ma di prendere possesso di queste regioni attraverso una vera e propria occupazione militare.
Prima che il Trattato del 24 marzo 1860 fosse firmato, occorre ricordarlo, il maresciallo Randon trasmise quanto gli aveva riferito il maresciallo Vaillant: “Vostra Eccellenza sa che la questione è il possesso della Savoia e della Contea di Nizza. L’occupazione di Chambéry non solleverà, io credo, alcuna opposizione, ma Ginevra manovrerà per separare il Chablais e il Faucigny dalla Savoia”. La frontiera svizzera preoccupava le autorità francesi, e il rischio di sedizione del Chablais e del Faucigny era reale. Bisognava rinforzare il dispositivo militare d’occupazione, rassicurando “i possidenti e la gente onesta” favorevoli alla Francia.
Il Consiglio Federale elvetico ordinò la convocazione dei Cantoni, e l’Assemblea si riunì il 29 marzo per prendere severe misure difensive nei confronti della Francia. Intanto il governo francese, preoccupato, scriveva il 30 marzo a Saget: “Moltiplicate i rapporti con la gente di Chambéry e delle campagne presso la frontiera Svizzera”… Si temeva un’agitazione alla vigilia del plebiscito che avrebbe potuto diventare contagiosa, perciò si decise che era necessario prevenirla al più presto. Saget rispose a Randon: “Ho ricevuto la visita degli abitanti influenti del Chablaise e del Faucigny che chiedono di essere protetti. Questo paese è inondato di proclami detestabilizzanti che demoralizzano la gente, molto meno francesizzata di quella delle città. Nel resto della Savoia, le cose vanno meglio”.
Il 29 marzo, Saget magnificherà la sua azione descrivendo l’atmosfera di Chambéry. “La guardia nazionale, in armi, è andata alla stazione, le case erano drappeggiate di bandiere francesi, tutta la popolazione della città e della campagna è accorsa al nostro passaggio, al grido di Vive l’empereur, vive la France!”.

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Il reportage mostra qui i francesi appena arrivati. Difficile definire numerosi i savoiardi accorsi ad acclamarli.

Il colonnello Osmont fece lo stesso a Nizza descrivendo l’arrivo dei militari. “I due battaglioni, musica in testa, sono arrivati a mezzogiorno in vista della città. Una popolazione considerevole era andata loro incontro. Alle finestre c’erano drapeau francesi. La parata è stata accolta al grido di Vive l’Empereur! Viva la Francia!, mentre molti abitanti coprivano i nostri soldati di fiori. Si è udito qualche ‘viva l’Italia’, ‘viva Nizza Italiana’, ma è stato soffocato dalle manifestazioni annessioniste”.
Il 2 aprile 1860 Pierre Louis Caire, ammiratore e amico di Garibaldi, testimone dei fatti, dette tutt’altra versione degli avvenimenti. “Dal 22 marzo ci sono gruppi di marinai (circa 600 della fregata La Foudre ancorata nel porto di Nizza), aiutati dai Provenzali venuti da Antibes, a manifestare con urla a favore dell’annessione. Furono questi gruppi a i primi, il 1° aprile 1860, ad andare incontro alle truppe francesi che arrivavano dalla Lombardia, poiché i nizzardi si rifiutavano di accoglierli. Il colonnello della guardia nazionale era andato, da solo, con un bouquet di fiori, a dire qualche parola di benvenuto al contingente militare […] La sera del 2 aprile il popolo, avvisato, si recò alla caserma Saint Dominique, dove eranno alloggiate le truppe francesi, dimostrando il suo sentimento nazionale con grida inneggianti all’Italia e a Garibaldi; ma quando fu respinto dalle truppe francesi con le baionette e i cannoni, comprese che questi avevano ormai preso possesso della città e che opporsi era inutile e dannoso”.
Il 26 marzo 1860, Napoleone III invia i suoi commissari politici, Piétri a Nizza e Laity in Savoia. Il 27 marzo re Vittorio-Emanuele II firma un manifesto con il quale libera ufficialmente i nizzardi e gli abitanti della Contea dal loro sentimento di fedeltà alla sua persona e alla sua dinastia.
Oggi, a più di 150 anni dagli avvenimenti, al netto delle motivazioni geopolitiche di Luigi Napoleone Bonaparte e di Vittorio Emanuele II, ciò che sorprende è la modernità della propaganda per influenzare le popolazioni su tali gravi decisioni. Da parte di agenti appositamente istruiti verrà usata la disinformazione e fomentata la paura e l’insicurezza economica, anche grazie al clero, ai media e alle personalità influenti.
La prima azione consisterà nel far credere a chi per tradizione famigliare era vicino ai Savoia che, per mantenere questo legame secolare, avrebbe dovuto accettare l’annessione alla Francia.
L’agente Piétri portò da Torino un pacco di missive firmate da Théodore Santa-Rosa, il segretario di Cavour. Le lettere, destinate a convincere una parte dell’élite intellettuale ed economica della Contea di Nizza, erano redatte anche in italiano per conferir loro maggiore autorità. Il tema era sempre quello: convincere i notabili che l’annessione di Nizza alla Francia era una necessità, consigliando loro di usare la propria influenza per evitare ogni sorta di contestazione. “Cittadini! Tutte le incertezze concernenti il nostro futuro sono scomparse. Con il trattato del 24 marzo, il valoroso Vittorio Emanuele ha ceduto la Savoia e la Contea di Nizza alla Francia […] Tuttavia il destino di un popolo non riposa esclusivamente sulla volontà dei sovrani. Il magnanimo imperatore Napoleone III e il leale Vittorio Emanuele desiderano che la cessione passi dall’adesione popolare […] Dall’augusta voce del vostro re, tutte le incertezze sul vostro avvenire sono finite; dalle stesse parole in futuro dovrebbero sparire tutte le discussioni e rivalità e tutti i cittadini dovranno essere animati dallo spirito di conciliazione. Tutte le opposizioni dovrebbero cedere davanti agli interessi del paese e il senso di dovere. In fin dei conti queste troverebbero un ostacolo insormontabile in Vittorio Emanuele. Non c’è bisognodi dimostrazioni pubbliche. Il loro unico effetto sarrebbe quello di compromettre l’ordine pubblico che nel futuro sara mantenuto. Fiducia, tranquillità e raccoglimento deve essere l’atto solenne al quale voi siete chiamati. Concittadini! La missione che mi ha dato il re è breve ma importante. Per potere compiere il mio dovere, in queste straordinarie circostanze, io conto sulla vostra collaborazione, sul vostro rispetto della legge e sull’alto livello di civiltà al quale voi siete stati elevati. Muovetevi dunque con i vostri suffragi confermando la nostra unione alla Francia. Facendo eco alla volontà del Re, raduniamoci attorno al drapeau di questa grande nazione, che ha sempre avuto le nostre vive simpatie. Andiamo intorno al glorioso imperatore Napoleone III, circondandolo con quella fedeltà caratteristica del nostro paese che abbiamo riservato fino ad oggi a Vittorio Emanuele II”.
Propagandisti pro annessione erano presenti nei cabaret e durante gli spettacoli: “Grazie alla Francia, il treno arriverà a Nizza! Il porto di Nizza che aveva sofferto la concorrenza di Genova: gli investitori francesi, tanto cari all’Imperatore, verranno a Nizza, e così si svilupperà l’industria. L’Impero si aprirà ai Nizzardi, i paesani potranno abbandonare le loro povere terre di montagna e trovare la ‘cuccagna’”.
Il sindaco di Nizza, François Malausséna… gran voltagabbana, come abbiamo detto… era andato in un primo tempo a Torino con una delegazione nizzarda per chiedere il mantenimento dello status quo, per cui la città non sarebbe mai stata annessa alla Francia; dopodiché preparò un proclama bilingue in cui affermava: “Ciascuno deponendo il suo voto pensi a ciò che deve al suo Paese, alla Francia e all’imperatore. Nizza, 8 aprile 1860”.

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François Malausséna, sindaco di Nizza dal 1857 al 1870.

Il clero, attraverso la sua più alta autorità nella Contea di Nizza, monsignor Jean Pierre Sola, piemontese nato a a Carmagnola il 16 luglio 1791, diffuse una circolare diretta ai parrocchiani invitandoli a votare per l’annessione.
Malgrado il poco tempo a disposizione per organizzare la consultazione elettorale, era fondamentale che, il 15 e 16 aprile, i nizzardi alla domanda “Il territorio della Contea di Nizza vuole essere unito alla Francia?” rispondessero ! Ovviamente la stessa domanda (“La Savoia vuole essere ‘riunita’ alla Francia?”) avrebbe dovuto ricevere uguale risposta il 22 e 23 aprile dai savoiardi. Nonostante l’occupazione militare, il partito francese prese ulteriori precauzioni diffondendo una circolare da inviare ai membri delle amministrazioni. “Nizza, il 6 aprile 1860. Signori, l’annessione della Contea di Nizza alla Francia sarà completata solo dopo il voto favorevole delle popolazioni. Le operazioni per il successo della votazione sono state prese dai governi Sardo e Francese. Le autorità civili ed ecclesiastiche, gli impiegati e i capi delle amministrazioni sono stati invitati ad una scelta in senso francese. Alla viglia della realizzazione delle nostre speranze è necessario che tutti i partigiani della Francia usino le loro influenze perché il risultato sia una prova eclatante profrancese […] Il governo dell’imperatore terrà conto dell’unaniminità del voto della popolazione e misurerà i suoi benefici in base alle loro disposizioni. Senza contare i vantaggi che i nostri paesi riceveranno dall’annessione alla Francia, sarà per noi un dovere di rivolgersi ai nostri amici, impegnando la loro influenza per assicurare il successo del voto. Vi preghiamo di farci conoscere lo spirito delle popolazioni segnalandoci ciò che potrebbe essere fatto, in senso contrario, dagli oppositori, per prendere le misure necessarie atte a fermare le ostilità. Vostro devoto servitore”.
La data del voto si avvicinava e i francesi erano preoccupati, anche perché per la credibilità dell’operazione nessuna forza militare francese avrebbe dovuto essere presente in Savoia e a Nizza il giorno del suffragio. Tuttavia a Nizza, il 15 aprile, i soldati del 2° battaglione francese presero posizione sulla riva sinistra del fiume Paillon, nonostante le raccomandazioni contrarie, fatto che influenzò il voto degli abitanti in favore dell’annessione alla Francia.
La situazione in Savoia fu analoga a quella di Nizza. Il ministro degli Esteri, Thouvenel, esporrà la posizione del governo francese affermando che non avrebbe lasciato libertà d’azione al suo omologo piemontese. De Castellane tramise a Saget gli ordini del ministro Randon. “Il nostro Battaglione dell’82° resterà a Chambéry e non ho alcuna intenzione di dilungarmi sulle condizioni del voto”. In effetti le deprecabili condizioni della votazione si presentavano come segue: assenza di schede con il NO (all’annessione); liste fantasma d’iscritti (molti provenzali al servizio dei francesi participeranno alle manovre annessioniste votando più volte); impossibilità di verificare l’identità delle persone (mancavano ancora le delimitazioni territoriali tra Francia e Piemonte, sicché la nazionalità dei votanti era lasciata alla valutazione amministrativa); per esprimere un voto contrario alla Francia, bisognava iscriversi mettendo nome e cognome su un registro a parte, poiché non esisteva il voto NO anonimo.
Così il 15 e 16 aprile si svolsero le votazioni in tutta la Contea di Nizza, e gli annessionisti ottennero la maggioranza con 25.743 voti favorevoli e appena 160 contrari su un totale di 25.933 votanti. In altre parole, i plebisciti del 15 e 16 aprile a Nizza e del 22 e 23 aprile in Savoia si svolsero sotto la minaccia armata e psicologica dell’occupazione straniera.
Cavour riuscì a inserire nel testo del trattato una clausola che prevedeva la sua entrata in vigore soltanto dopo la ratifica da parte del Parlamento subalpino, ma non placò l’ira di Garibaldi il quale non poteva accettare che la ragion di stato gli rubasse la patria per regalarla a Napoleone III. Successivamente al plebiscito, dalla Contea di Nizza emigrarono in Italia oltre 11.000 nizzardi su un totale di 44.000 abitanti.
Dopo aver preso la parola in Parlamento, prima del voto sulla ratifica del trattato del 24 marzo 1860 che cedeva Nizza e la Savoia alla Francia, insieme al deputato di Nizza Carlo Laurenti-Robaudi, Garibaldi invierà le dimissioni al presidente dell’assemblea. La lettera rappresenta, sotto il profilo del diritto, la protesta ufficiale della rappresentanza nizzarda dopo il plebiscito fraudolento: “Signor Presidente. Visto il risultato del voto della Contea di Nizza, che ha avuto luogo il 15 corrente, senza alcuna garanzia legale, in violazione manifesta della libertà e della regolarità di scrutinio e delle promesse solenni stipulate nel trattato di cessione del 24 marzo. Atteso, che un tale voto si è svolto in un paese che nominalmente appartiene ancora allo Stato Sardo e che era libero di scegliere fra questo e la Francia, ma che si trovava in realità completamente nelle mani di quest’ultima potenza, occupato militarmente. Atteso che il voto si è svolto con gravi irregolarità, ma che l’esperienza del passatoci toglie ogni speranza che voi ordiniate un’inchiesta a riguardo. Noi sottoscritti, crediamo sia nostro dovere di deporre il mandato di rappresentanti di Nizza, protestando contro l’atto di frode e di violenza perpetrato, attendendo che il tempo e le circonstanze permettano a noi e ai nostri concittadini di fare valere liberamente la liberta del nostro diritto, che non può essere sminuito da un atto illegale e fraudolento. Giuseppe Garibaldi, Carlo Laurenti-Roubaudi”.
Negli anni seguenti il popolo nizzardo tenterà con ogni mezzo di mantenere la propria identità e di opporsi al processo di snazionalizzazione attuato dai francesi. Nonostante anni di propaganda, e vessazioni che si inquadravano in un preciso disegno di vero e proprio genocidio culturale, il popolo nizzardo si adoperò quotidianamente per opporsi alla francesizzazione forzata. Dopo la sconfitta di Sedan e la proclamazione della Terza Repubblica, approfittando del momento di sbandamento statale della Francia e dell’allentarsi della morsa repressiva, la popolazione prese coraggio e il sentimento nizzardo riesplose prepotentemente nell liste filo-italiane dell’8 febbraio 1871, che ebbero 26.534 voti su 29.428 voti. Le manifestazioni di giubilo dei cittadini scoppiarono in ogni angolo della città e, tra urla di “Abbasso la Francia!”, la popolazione, forte del successo elettorale, testimoniò apertamente la repressione subita in anni di dominio francese e rivendicò la propria identità.
Per tutta risposta, il governo francese inviò 10.000 soldati i quali, dopo iniziali difficoltà nel disperdere la folla, soffocarono con la violenza gli entusiasmi. Nei 3 giorni seguenti, passati alla storia come Vespri Nizzardi, vennero chiusi gli ultimi giornali in lingua italiana rimasti e la maggioranza dei nizzardi venne incarcerata o espulsa, ultimando quella repressione iniziata anni prima con la francesizzazione dei cognomi, della toponomastica, l’eliminazione dell’italiano dalle scuole e dagli atti pubblici, e la scomparsa del ligure dalla cultura locale.

 

N O T E

Questo articolo è basato su materiale di Jean-Marc Fonseca e Andrea Gandolfo.

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