“Fascista!”, l’aggettivo che non vuol dire più niente

Filed in Antologia Stampa by del 25/05/2019
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Fascista! Ecco un aggettivo che ha subito una mutazione dei significati originari legati al partito creato da Benito Mussolini, riacclimatandosi come una lucertola in situazioni, ambienti, comportamenti che non hanno quasi mai a che fare con la storia e un elemento di arredo in ogni lingua, come se fosse nato per conto suo in tutte le lingue.
L’inglese, specialmente americano, è la lingua che lo usa di più, ed è in grande continuo uso per tutti, applicato come insulto a Trump e al partito repubblicano intero, compresi i neri che si dichiarano conservatori. Nelle università, qualsiasi oratore non di sinistra che voglia parlare agli studenti deve superare un cordone di militanti vocianti che inalberano sui loro cartelli l’aggettivo “fascista”, un termine prèt-à-porter spendibile in ecologia come nel femminismo radicale, o nella politica transgender, per cui non si va a fare pipì secondo un bagno per chi ha il pisello e uno per chi non ce l’ha, ma secondo come uno si sente nell’anima, se non sei d’accordo devi prenderti il marchio di fascista e portartelo a casa.
E poi, ancora, è fascista chi è ordinato nei cassetti, chi chiede ordine e sicurezza sulle strade e nelle scuole, e chi pretende – fascista! – proprietà di linguaggio e rispetto tassativo per grammatica e sintassi.
Pochi sanno che il Fascist Party of America (fascio littorio bianco in campo azzurro sulla bandiera nell’area delle stelle) fu fondato nel 1907 da oltranzisti democratici del Sud vicini al Ku Klux Klan, quando Benito Mussolini in Italia era un sovversivo rosso, cosa che oggi – agli americani come anche agli italiani – sembra una provocazione. Come sarebbe a dire che Mussolini era “di sinistra”? E allora bisogna spiegare che il futuro dittatore “di destra” usava il termine “compagni”, era ricercato da molte polizie, faceva sdraiare le operaie sui binari delle tradotte per sabotare la guerra di Libia del 1912 ma più che altro odiava a morte i borghesi, i ricchi capitalisti e – per un po’ – la Chiesa e i preti.
Il disordinatamente avido Mussolini smunto, gli occhi allucinati, i baffi e la barba di chi non ha tempo per il rasoio, occupava lo spazio immaginario dei ribelli di tipo guevarista, specie nel periodo austriaco trentino o quello ginevrino quando condivideva cibo e sale riunioni con Lenin, che lo teneva a distanza anche se poi Mussolini si vantò di un rapporto speciale con il leader russo, dicendo che i comunisti erano “tutti miei figli”.
Se oggi prevalesse l’intelligenza e si avesse l’orgoglio patriottico di appartenere a una fortissima democrazia, sarebbe utile dichiarare decadute le norme ideologiche di guerra contro il fascismo per assenza dell’oggetto e finalmente permettere che se ne parli al passato, visto che la guerra è finita. La cronaca ci dice che avviene l’esatto contrario e che si seguita a far finta che ci sia un pericolo fascista, basandosi su quella manciata di carnevalanti runici con simboli nibelungici e attrezzeria di altri Walhalla che non ha mai fatto parte della storia e Dna italiani.
Del fascismo com’è stato, con tutte le sue canagliaggini e ridicolaggini, enfasi e trasporti emotivi collettivi, nessuno sa più nulla. Ha fatto più Federico Fellini con Amarcord (1973) che la scuola italiana dove, per prudenza, è stata abolita la Storia come materia d’esame, mantenendo però in allerta emozionale – Bella ciao a tutta birra – l’antifascismo militante che ha bisogno dei suoi demoni.
“Fascista”, l’aggettivo, prospera in proprio anche a causa delle mutilazioni inflitte alla storia che passa in televisione, che sta alla base dell’ignoranza comune. Una delle mutilazioni più indecenti è quella che riguarda l’alleanza non solo militare ma anche ideologica fra Hitler e Stalin uniti dal settembre 1939 al giugno 1941 nella spartizione dell’Europa, con parate militari nazi-comuniste, bevute e abbracci e baci a Brest Litovsk. Il tema è tuttora interdetto (si deve alludere vagamente a un certo “trattato di non aggressione”, va’ poi a sapere cos’è) perché quella storia cancellerebbe l’accredito dei partiti comunisti come protagonisti primi e intransigenti della guerra contro il nazismo. Nella Francia occupata i comunisti francesi riempivano i muri di manifesti di benvenuto al “Camrade allemand” venuto a combattere la borghesia capitalista.
E poi, l’altra questione spinosa: i “fascisti” erano davvero gli sgherri degli agrari assoldati per picchiare gli operai, o erano invece parte di una rivoluzione di sinistra? Come si fa a sistemare uomini come Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari ma anche Pietro Ingrao e tutti i futuri comunisti, che non erano fascisti per caso ma per convinzione? Eugenio Scalfari incontrato in una libreria del centro di Roma mi ha detto con cipiglio: “Io nel 1943 [l’anno della caduta del fascismo, del bombardamento di Roma e dell’otto settembre] non ero fascista: io ero fascistissimo”.
Il punto oggi è che questo aggettivo – “fascista” – è cresciuto divorando gli aggettivi contigui come “nazista”. Chi dà più, oggi, del “nazista”? Nessuno. È fuori moda e imbarazza i tedeschi, mentre l’aggettivo “fascista” è una coperta leggera e arlecchinata che copre tutto, è multimediale, multinazionale, pratica ed elastica per tutti gli usi. Così, sono oggi bollati come fascisti gli antiabortisti afroamericani che parlano di un genocidio perpetrato dalla Planned Parenthood Federation of America, una creatura democratica che stermina l’ottanta per cento delle gravidanze nere, e sono chiamati fascisti i poliziotti in genere, ma in particolare quelli che pattugliano Chicago quando le comunità afroamericane cominciano a spararsi. Anche qui: non importa se i poliziotti sono neri. Fascisti anche loro, e non se ne parla più. Discutere con gli americani su che cosa sia fascista (specialmente se sono Democrats) è tempo perso perché i loro parametri sono indipendenti dalla Storia e dalla memoria. Gli adolescenti bianchi americani delle scuole superiori abbandonano le discussioni razziali, perché appena aprono bocca sono accusati di essere fascisti anche dai latinos e da molti asiatici pakistani.
In Europa oggi perfino i nativi di lingua tedesca hanno privilegiato l’aggettivo fascista, perché più leggero e planetario, sempre in grado di offrire l’effetto notte, quando tutti gli aggettivi, come i gatti, sono grigi e uno vale uno.
In Italia, in occasione della vicenda al Salone del Libro di Torino, abbiamo sentito il presidente della Camera dei deputati Roberto Fico decretare che dichiararsi fascisti è di per sé reato da punire, a prescindere dalle azioni e che – quanto ai libri – sarebbe il caso di adottare l’abitudine hitleriana del rogo.
Si tratta di un atteggiamento paragonabile all’“aggravante mafiosa” che, da aggravante applicabile alle pene sui delitti commessi in ambito mafioso, si è trasformata in delitto in sé. In maniera analoga, chiunque cada nel delitto di banalità ricordando la bonifica delle paludi Pontine (Canale Mussolini di Antonio Pennacchi) o per i treni che “quando c’era lui” arrivavano in orario, secondo la dottrina Fico, è da punire. In Italia lo spettro del fascismo resta uno spettro, o meglio una giungla in cui devi sempre stare attento a dove metti i piedi e a quel che dici perché i confini sono scivolosi e i trabocchetti sono troppi per non farsi prima o poi male.
I repubblicani americani, paradossalmente, hanno preso la questione del fascismo con maggior serietà: ideologi come Denish D’Souza e molti contribuenti del Washington Times affermano che il fascismo italiano va considerato come socialismo di Stato poiché risponde a tutti i requisiti di un socialismo autoritario. In primo luogo, secondo il vero ideologo del fascismo Giovanni Gentile, tutto deve essere nello Stato e nulla al di fuori dello Stato. Secondo: un regime socialista statalista scoraggia la concorrenza scegliendo una o più aziende private da mantenere al proprio servizio come la Fiat. Terzo, i socialismi nazionali statali (italiano, tedesco, russo) produssero il primo vero welfare statale: tutti i figli del popolo alle colonie marine e montane, sport per tutti, pensioni sociali, l’Iri, l’Inps e tutte le sigle dello Stato provvidente messe in funzione con il massimo vigore. Si può dire che ogni “aspetto buono” del fascismo era un’applicazione del socialismo, dalle case popolari (che a Roma ancora chiamano “le case di Mussolini”) ai treni per la neve e il mare per un Paese ancora rurale e in gran parte analfabeta: caratteristiche “di sinistra” e non di destra. E così furono percepite in tutto il mondo occidentale, specialmente di lingua inglese, perché due erano le rivoluzioni che avevano affascinato e scosso l’umanità, quella bolscevica e quella fascista. Vedere, leggere per credere.

 

Paolo Guzzanti, “Il Giornale”.

 

 

 

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