Terminato il Festival del Cinema Oceaniano, edizione del 2020

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 12/02/2020
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La settimana del FIFO, il festival del film oceaniano, si è presentata intensa e ricca d’emozioni, con 13 film in competizione, 15 film non in competizione, 10 film provenienti dagli schermi oceaniani. Il festival è stato preceduto dalla proiezione di 9 cortometraggi documentaristici e 12 corti fiction.
Come non approfittare della presenza del regista Eric Barbier, presidente della giuria, per avere l’anteprima del suo Petit pays, film ambientato in Burundi, che ripercorre la storia di una famiglia con padre francese, madre rifugiata ruandese di etnia tutsi e i loro due figli, un ragazzino di dieci anni e la sua sorellina. Gabriel, il giovane, dopo un’infanzia spensierata assiste al disfacimento della propria famiglia, alla separazione dei genitori, al degradarsi della situazione politica in Burundi, al diffondersi della violenza presente a ogni angolo di strada. Questo film, libero adattamento del betseller francese scritto da Gaël Faye, ha lasciato gli spettatori ammutoliti. Sono stata coinvolta nell’emozione: la fedele ricostruzione della guerra civile mi ha riportata ai tre anni vissuti in Burundi non appena laureata, prima degli “avvenimenti”, ma già con tensioni percepibili tra le due etnie del Paese: la maggioranza hutu (80%) e i tutsi al potere.
I film in concorso hanno toccato temi profondi e scottanti, dalla violenza sulle donne in Nuova Caledonia , alla pesca clandestina dei battelli vietnamiti che si spingono a saccheggiare fin nelle acque oceaniane, al problema dei rifiuti a Rapa Nui, l’isola di Pasqua; ma hanno anche offerto un quadro di usi e costumi, come l’importanza del ‘umuai, festeggiamento dei matrimoni nell’isola di Rurutu, o del moko, il tatuaggio sul mento delle donne maori.

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I premiati

3° premio speciale della giuria

Ruahine: Stories In Her Skin, di Hiona Henare.
Mostra la cerimonia con la quale viene eseguito il moko, tatuaggio sul mento delle donne maori per indicarne l’appartenenza al clan e sottolineare la sacralità della testa. Fra canti e sostegno delle altre donne, si esegue in due fasi, la prima per la tracciatura, la seconda per la riempitura. Mi è molto piaciuto il modo in cui è stato girato, senza commenti: è stato come essere presente sul posto.

2° premio speciale della giuria

The Australian Dream, di Daniel Gordon, che riceve anche il premio del pubblico.
Adam Goodes, calciatore australiano, nonché Australian of the Year, Australiano dell’Anno, nonostante la sua bravura e la sua notorietà, nel 2014 è stato vittima di episodi di razzismo durante le partite per la sua appartenenza alla razza aborigena. Veniva rumorosamente contestato dal pubblico. “Esiste ancora una minoranza violenta che alza la voce ed è nostro compito parlare a voce più alta”, ha affermato Nico Batzias, produttore del film.

2° premio speciale della giuria

Merata: How Mum Decolonized The Screen, di Heperi Mita.
Heperi ripercorre l’avventurosa vita di sua madre, coraggiosa donna maori che ha dato voce, attraverso il grande schermo, alle proteste della sua gente, focalizzando i problemi femminili, sempre accompagnata dai suoi cinque figli.

Gran premio FIFO-France Télévisions

Ophir, di Alexandre Bermann e Olivier Pollet.
Ophir è l’antico nome di un’isola di Papua Nuova Guinea, conosciuta come Bougainville da quando l’omonimo navigatore l’ha ribattezzata con il proprio nome. Da quel momento sono cominciati i guai per gli abitanti: dopo essere stati decimati dalle malattie dell’uomo bianco, venne colonizzata e sfruttata per i suoi giacimenti. L’opposizione della popolazione negli anni ‘90 ha portato a una guerra civile durata dieci lunghi anni.
Sono stati necessari sette anni per la realizzazione del film, cogliendo i momenti più tragici. I due registi si sono mostrati compresi nel loro ruolo di “portare la parola”, divulgare la tragedia vissuta dalla gente di questo remoto angolo di mondo; hanno saputo rendere mondiale il problema di Ophir, facendone un parallelo con quanto sta oggi accadendo sulla nostra madre terra.

Miglior cortometraggio documentario

Manus, di Angue McDonald.
L’isola di Manus in Papuasia occidentale è stata “affittata” dal governo australiano per ospitarvi un centro di rifugiati. Immagini notturne, scarne, con poca luce: ai giornalisti è proibito parlare con gli ospiti e pubblicare la loro disperazione. Somali, afgani, iraniani, sudanesi, sono numerose le nazionalità presenti, tutti in attesa da almeno cinque anni di una vita normale. Il problema dei migranti non è solo europeo. Il film termina con la struggente poesia d’amore in farsi (la lingua iraniana) di un ospite per la sua amata lontana.

Miglior cortometraggio fiction

Liliu, di Jeremiah Tauamiti.
La giustizia anglosassone giudica i samoani, l’unica possibilità è dichiararsi colpevoli ed essere privati dei propri diritti per un certo periodo di tempo; ma Liliu, la donna capo, non lo fa, alza la testa ed è lei a condannare il giudice e le sue leggi inappropriate nella sua realtà legata alle tradizioni.

La sera della fiction si è verificato un incidente: è stato proiettato un cortometraggio in meno… dal titolo mezzo inglese e mezzo francese, Go to bac (andando all’esame di maturità), di Odile Dufant, tratto da una storia vera.
Un giovane kanak si alza, si prepara, sua madre nascosta in un angolo prega la vergine Maria per la buona riuscita del figlio, ma le cose si mettono male… La moto non parte, con una lunga corsa seguito dai cani sveglia un amico per farsi dare le chiavi di una specie di auto, ricavata con i resti delle macchine incidentate, il motore che non supera i venti chilometri orari. Due gendarmi sono tranquillamente appostati quando vedono passare la “cosa”; immediatamente la fermano per chiedere i documenti. Il ragazzo, che ne è sprovvisto, mostra loro la convocazione all’esame.
Eccoci ai quadri: il giovane si avvicina per vedere se sia stato promosso… ma chi sono i due che lo accompagnano? Si tratta proprio dei due gendarmi in borghese, che esultano insieme a lui per il buon esito dell’esame.
Questo corto, ironico e dal ritmo serrato, trasmette il messaggio universale dell’aiuto reciproco, indipendentemente dall’appartenenza culturale e dal ruolo ricoperto.

 

 

 

 

 

 

 

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