Heiva I Tahiti è una manifestazione di danza che in Polinesia Francese rappresenta un momento eccezionale.
Hei è la corona di fiori che si posa intorno al capo come ornamento, ma significa anche legame, va è il vuoto, l’universo, il mondo invisibile, il mondo degli dèi e il nostro legame con loro.
La Heiva non è solamente una competizione e un momento di grande festa, ma è il tempo di comunione con l’aldilà.
Dopo la proibizione delle danze tradizionali e di tutto quanto era legato alla cultura polinesiana, come il tatuaggio (tatau, da ta, battere o scrivere, e tau il tempo, ovvero scrivere nel tempo), a stento sopravvissute per 60 anni nella clandestinità delle montagne, fortemente osteggiate dai missionari che la facevano da padroni, tanto da spingere il capitano Cook a imporre il loro nome all’arcipelago principale, le Isole della Società (dalla Reale Società Missionaria di Londra, finanziatrice di un suo viaggio), bisogna aspettare il 1881. dopo l’annessione alla Francia laica, per vedere la ripresa dei balli e dei giochi tradizionali ogni 14 luglio, ricorrenza della presa della Bastiglia. Inizialmente questo evento sarà chiamato Tiurai, storpiatura della parola inglese july, luglio.
Quest’anno parteciperanno 36 gruppi con 21 cori provenienti da Tahiti, dalle Isole Sottovento (Huahine, Raiatea, Tahaa, Bora Bora e Maupiti) e dalle Isole Australi. Qualche cifra, tanto per rendersi conto dell’impegno: 1260 ore in media di preparazione per il canto; 3360 ore in media di preparazione per la danza, 28 ore di prove nella grande arena di Tahua To’ata; 35 ore per le serate a To’ata; 3480 artisti gli artisti partecipanti; almeno 3000 gonnellini di morè (quello che noi chiamiamo gonnellino di paglia, che in realtà è corteccia battuta di purau, l’ibisco selvatico); 14.049 metri di tessuto per realizzare i costumi. In più, 178 agenti per la sicurezza e 52 giovani senza lavoro per assistere gli spettatori.

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I cori

Le corali devono come minimo presentare a scelta un Himene ru’au, che si può tradurre come “inno antico”, un canto sacro a tonalità sinfoniche che deve essere composto da almeno 6 strofe lunghe 6 righe, oltre ai saluti che in Polinesia sono di particolare importanza. Oppure un Himene tarava, ovvero il canto dominante, gioioso, che valorizza la potenza vocale, nel quale è fondamentale la qualità del conduttore. La difficoltà di questo canto sta nell’armonizzare 9 gruppi di voci diverse.
I cori si presentano con vestiti tutti dello stesso tessuto: per le donne l’abito pomare, dal nome della regina che lo rese celebre, un ampio camicione ornato da volant e merletti con un piccolo strascico dietro; per gli uomini un pantalone lungo e una camicia a maniche lunghe.

La danza

“È nella parola scritta o orale che trova le sue radici la danza, poiché rappresenta la memoria collettiva”, afferma Moana’ura Tehei’ura, scenografo polinesiano di gran fama. Ecco perché la giuria sarà ben attenta nel dare i suoi voti, non solo agli allineamenti e alla sincronizzazione dei numerosi ballerini, ma anche alla corrispondenza dei movimenti al tema: “Se si parla di una tartaruga, allora il passo deve ricordarci questo animale”. La tradizione polinesiana ha fortissime radici nei miti e nelle leggende, da cui si attingono i temi dei balli: sono essi a comandare, e la danza altro non è che una loro materializzazione.
Importantissima la coesione del gruppo, che deve diventare un unico organismo: danzatori e danzatrici devono respirare all’unisono e muoversi con sincronia. Ma sono altrettanto fondamentali le sensazioni che i gruppi saranno capaci di suscitare nel pubblico e nella giuria.

I vari tipi di danza

Ote’a (“spostarsi con movimenti cadenzati”) nasce come danza guerriera esclusivamente maschile: pare che prima della battaglia i guerrieri si sfidassero ballando selvaggiamente al ritmo dei tamburi per intimorire il nemico. La disposizione dei ballerini sulla scena è rigorosamente geometrica, ricorda le truppe del reggimento, vengono incolonnati a seconda del sesso; si mostrano per lo più di fronte, ma possono effettuare rotazioni eseguite all’unisono da tutto il gruppo o dall’intera colonna. L’accompagnamento musicale, esclusivamente ritmico, porta lo stesso nome ed è inscindibile; gli strumenti che vengono utilizzati sono quelli a percussione, il toere, il fa’atete ed il pahu; i passi di danza sono i movimenti a forbice delle gambe per gli uomini e l’ondeggiamento del bacino per le donne; i movimenti di braccia e mani sono relativamente astratti, ma sempre legati al tema della danza.
Aparima (“modo di utilizzare le mani”) è una danza di gruppo dal ritmo più lento della precedente, una sorta di narrazione danzata dove a ogni gesto corrisponde una precisa parola del testo
Pa’o’a (“gioioso soffio del vento”) è una danza tradizionale che esprime grande gioia, con ritmo cadenzato sottolineato dalle percussioni. L’orchestra viene circondata da ballerini e ballerine in cerchio o semicerchio che seguono il ritmo, battendosi le mani sulle cosce o a terra. Il dialogo tra il capogruppo e la compagnia si sviluppa seguendo il tema del ballo, impreziositoa dall’intervento di più ballerine e ballerini che si alzano a turno. È anche una danza di corteggiamento in cui sono le donne a invitare gli uomini.
Hivinau (da hivi, tirare, e nau, adesso, dall’inglese heave now, corrispondente al nostro “o-issa”) nasce come parodia polinesiana dei navigatori, quando si apprestavano a sollevare l’àncora dei loro bastimenti.

L’orchestra

Tutti i suoni vengono ottenuti con i prodotti dell’ambiente polinesiano, tronchi e rami servono a realizzare to’ere, fa’atete, tari parau, pahu tupaii (tamburi di vario tipo, suonati sia direttamente con le mani, sia con due bacchette o con il caratteristico percussore conico), ihara titapu (lunga canna di bambù incisa che viene suonata con due bacchette, emettendo un suono simile al fruscio della pioggia), pu (grossa conchiglia), pu’ofe (strumento a fiato in bambù), vivo (flauto nasale).
Gli strumenti non tradizionali consentiti sono lo scacciapensieri (di origine cinese e non siciliana come si potrebbe credere), l’ukulele (chitarrina polinesiana), la chitarra (introdotta dai navigatori), l’armonica, la fisarmonica, il violino e il basso tura (realizzato con un fusto metallico nel quale viene infilato un ramo con una corda); proibito lo hu’e (ricavato dalla zucca).

L’edizione 2015

L’inaugurazione della Heiva di quest’anno avverrà giovedì 2 luglio con la toccante cerimonia d’apertura del rahiri, il mazzo di foglie di banano o di cocco che viene offerto alla giuria, come anticamente si offriva allo ari’i, il re, in segno di pace e rispetto prima dell’inizio della danza.
La premiazione avrà luogo mercoledì 15 luglio, mentre il 17 i premiati ringrazieranno il pubblico esibendosi nuovamente. Sabato 18 luglio balleranno i secondi e terzi premiati, ma solo per la danza.
A partire da quest’anno verrà premiato anche il lavoro degli autori dei testi.
Altra novità per quest’anno, parteciperanno anche un migliaio di danzatori stranieri, provenienti da Stati Uniti, Giappone e Messico.

Per i resoconti quotidiani delle serate, collegati con Manuela Macori a questo indirizzo.