Piccoli musei etnografici, spesso inutili e pensati male; l’esempio delle valli bergamasche

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In Valle Brembana e Seriana, in provincia di Bergamo, abbiamo contato trentanove realtà che si definiscono “museo” (o nella cui denominazione è presente la parola “museo”) e sono costituite da collezioni permanenti. Le guide, le recensioni e le analisi che le descrivono si riferiscono soprattutto a tali collezioni e alla loro importanza in termini di valore artistico o testimoniale, senza porre attenzione alla capacità di comunicare concetti, creare relazioni e promuovere ricerca. Nel nostro breve reportage sul campo abbiamo voluto indagare l’effettiva funzionalità di questi istituti culturali, che si pongono come obiettivo quello di trasmettere e di conservare conoscenze e memorie, legate al contesto territoriale nel quale i musei sono inseriti, tramite l’esposizione di oggetti e l’allestimento di percorsi educativi e tematici.
I musei delle valli bergamasche sono per lo più piccole realtà riconosciute esclusivamente dai comuni che le ospitano, dalle parrocchie o da fondazioni private, gestite nel 69% dei casi da personale volontario, con un’età media superiore ai cinquant’anni. 1) Come avviene per l’intero territorio italiano, le tipologie prevalenti delle collezioni riguardano l’etnografia e l’antropologia. Ciò che colpisce è che in aree assai ridotte sono presenti numerosi musei etnografici, i quali spiegano poco e soprattutto non sanno raccontare la specificità del loro essere. Ogni piccolo lembo di terra ha avuto i suoi falegnami, i suoi vasai, i suoi tessitori e si sente in dovere di raccontarli, ma con le proprie esigue energie, grazie all’impegno di volontari – volenterosi ma disorganizzati, mossi soprattutto dalla voglia di fare piuttosto che dalla consapevolezza di dover progettare – i quali raccolgono vasi, scalpelli, fili e telai e poi li espongono, pensando che siano sufficienti gli involucri a tramandare la storia. Basterebbero invece molti meno musei, ma nati dall’unione di molte menti, dalla fatica nel cercare non oggetti ma progetti validi. Sono questi legami e la cooperazione tra le piccole realtà museali a mancare completamente nelle valli bergamasche.

musei etnografici valli bergamasche

Oggetti vari, tra cui si riconoscono seghe, chiavistelli, pialle, lucerne, al Museo di Santa Brigida (Val Brembana).

Per fare un esempio, in Valle Seriana esistono, a pochi chilometri di distanza, due musei che si contendono gli stessi rotoli di carte e scartoffie appartenute alle miniere di Gorno, oggi dismesse e di cui ben tre mostre trattano la storia! Il Museo delle miniere di Gorno si sente il vero testimone di questa memoria, in quanto sfrutta le strutture e i luoghi agli imbocchi delle miniere; ma i principali reperti e documenti sono conservati nel Museo Etnografico dell’Alta Valle Seriana (situato ad Ardesio), che si reputa il contenitore di tutta la memoria etnografica della valle; infine il piccolo Museo delle miniere di Zorzone, che è sito all’altro capo delle gallerie minerarie e quindi pensa di raccontare tutta un’altra storia.
Prendendo in considerazione i musei dedicati al mondo contadino, dove vengono esposti attrezzi da lavoro, difficilmente si è guidati a comprendere il perché dell’unicità di certi oggetti: sono unici perché fatti a mano, ma questa è una caratteristica comune; forse l’unicità sta nelle piccole differenze legate al territorio, in generale però una vanga è quasi sempre simile a un’altra vanga, può cambiare il legno usato per fare il manico e il metallo, può cambiare il nome, ma sono sfumature molto labili, a meno che non vengano approfondite con grande cura e attenzione e così spiegate.

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Ricostruzione di un vagone per il trasporto dei materiali lapidei, Museo dei Minerali di Zorzone (Val Brembana).

Partendo da una zàngola

Di oggetti ne basterebbe uno per raccontare la cultura dei borghi dispersi tra le vallate orobiche, per esempio una zàngola. Esporre soltanto una zàngola e farci girare intorno, raccontando, rinnovando, studiando le storie che circondano l’oggetto. La zàngola si dimostrerà l’attrezzo utilizzato dalle singole famiglie per la produzione del burro destinato all’uso domestico, un oggetto piccolo, per piccole produzioni, che racconta di stalle in cui stavano una o due mucche. Queste stalle di dimensioni ridotte sono inserite in borghi abbarbicati tra le rocce delle valli, oppure nei pascoli magri o nei boschi, che dànno poco fieno e non sfamano molte bestie. Queste costruzioni avevano le proprie caratteristiche architettoniche 2) e stanno scomparendo, perché oggi chi decide di allevare mucche non ne alleva una ma cento. Le stalle erano fatte di pietra, cavata sul posto, lavorata dagli uomini, che a volte erano capaci, altre volte sbozzavano le pietre angolari da sembrare appena recuperate da una frana. Poi veniva chiamato un pittore locale, magari un Baschenis, a dipingere una Madonna o un Sant’Antonio Abate, protettore degli animali. Ma gli animali talvolta si ammalavano lo stesso e la famiglia, che sopravviveva grazie al latte dell’unica mucca, cercava nel mondo delle erbe i rimedi per i cùlp de morb. Se non sopravviveva, la carcassa veniva gettata negli abissi che si aprono nel suolo carsico, perché seppellire una mucca è un lavoro terribile. Questi abissi allora iniziavano a puzzare e la sera, nella stalla dove c’era la nuova mucca (si spera), si raccontava di creature diaboliche, di fumi solforosi e dell’Inferno che si spalanca per inghiottire qualche viandante, e nessuno si avvicinava più all’abisso e la storia della mucca veniva sostituita dalla leggenda. Questa è la storia della zàngola, per fare il burro, che racconta di un ecosistema e di una cultura di sussistenza, che non esistono più e che solo pochi dei trentanove musei delle valli bergamasche sono in grado di raccontare.
Fortunatamente, si può notare come ormai il concetto di museo etnografico sia sovente parte integrante di un pacchetto esperienziale molto più ampio e approfondito: raramente viene proposto un singolo edificio chiuso contenente materiali di rilevanza etnografica; nella maggioranza dei casi si propone una visita a più edifici che raccontano la cultura materiale e immateriale del luogo, uscendo quindi da un contesto chiuso ed entrando in relazione con lo spazio esterno. Questa modalità di fruizione riecheggia molto delle dinamiche ecomuseali, o anche solo di museo diffuso laddove l’ecomuseo non è riuscito a formarsi nel suo aspetto di completo coinvolgimento della popolazione, e può forse davvero essere una delle risposte per la crisi di questi piccoli istituti culturali.
La montagna, per il solo fatto di essere oggi considerata una realtà marginale, non significa che lo sia sempre stata. Alcuni importanti centri nella valli bergamasche, con le loro ricchezze e la loro storia, testimoniano come fosse possibile creare realtà economicamente forti anche in contesti difficili. La popolazione di questi luoghi ha saputo intraprendere grandi iniziative imprenditoriali, come i bergamini con i loro formaggi, o i produttori di panni lana della Valle Seriana.

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Un arazzo raffigurante Piazza San Marco mostra lo stretto rapporto intercorso per secoli tra la Repubblica di Venezia e la Valle Seriana. Museo del Tessile Martinelli Ginetto a Leffe.

In piccoli borghi sperduti come Valtorta o Olera, e in centri più importanti come Clusone, Alzano, San Giovanni Bianco, si trovano importanti opere d’arte, 3) ma anche capolavori di artisti nati sul territorio, come Palma il Vecchio di Serina, e poi attivi in molte città italiane. Il Museo della Basilica di Gandino, il Museo di San Lorenzo di Zogno, il Museo della Basilica di Clusone, il Museo Arte e Tempo, il Museo della Basilica di San Martino, il Museo Diocesiano di Vertova, sono i contenitori all’interno dei quali è possibile cogliere questa ricchezza e meravigliarsene. Purtroppo nessuno di questi musei sa raccontare il contesto territoriale ed economico che ha reso possibile una così grande e importante collezione di suppellettili sacre, dipinti, pale d’altare, ornamenti, degni di grandi città. Sembra che della memoria di quella ricchezza siano rimasti solo gli oggetti a testimonianza; sembra che la popolazione delle valli preferisca raccontarsi esibendo la famosa zàngola e gli attrezzi dei minatori. Viene dunque da pensare che la memoria dei popoli sia corta: piuttosto che ricercare i motivi e le radici di tanta ricchezza, è più semplice accettarla, mostrarla senza saperla contestualizzare, come se i marmi di Verona e i lapislazzuli di cui sono intarsiati gli altari fantoniani nella Basilica di San Martino ad Alzano Lombardo fossero finiti lì per puro caso.
Il visitatore sembra pure accettare le ragnatele, la carenza cronica di illuminazione, lo stato pessimo in cui versano alcune collezioni, i tarli iperattivi che divorano torni del Seicento, telai ottocenteschi, le collezioni di lepidotteri ammuffite, le brutture di cavi elettrici a vista, muri sporchi e l’odore permeante di muffa. Sono pochissimi i musei analizzati che non presentavano criticità di questo tipo.
Alcuni di essi andrebbero chiusi, non per dispetto ai volontari, ma per dimostrare che è possibile farlo, che il mondo degli avi, dei carbonai e dei minatori non cambia perché è già crollato, perché non esiste più. È terribile ma è così. È tutto cambiato ed è questo cambiamento che dobbiamo raccontare, dobbiamo renderci conto del futuro a cui si sta andando incontro, scomodando il passato se necessario, ma guardandolo con crudezza: se non esistono più i minatori nelle valli è perché si trattava di un lavoro terribile, e le nuove generazioni faranno di tutto pur di non morire di silicosi a cinquant’anni.
Tutta questa proliferazione di musei dedicati alla vita contadina, con ricostruzioni di abitazioni e spazi abitativi, cantine, torni, camere da letto, cucine, e un’overdose di mestoli, padelle, arcolai, pizzi, lenzuola, risulta sovente priva di senso. Nei musei etnografici delle vallate bergamasche –
dove sembra che l’unica memoria del mondo contadino sia quella delle stanze polverose d’anteguerra, dove i paioli e gli zoccoli di legno la facevano da padrone – forse servirebbe invece rispolverare la memoria della cooperazione tra piccoli centri, che uniti sapevano essere vitali e forti e competere con la realtà cittadina.

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Il triste Museo delle Cave “le Piodere” a Branzi (Val Brembana), dove le cave esistono ancora.

N O T E

1) In totale i musei presenti sul portale della Regione Lombardia – e quindi riconosciuti dalla Regione stessa – sono undici,
2) Dematteis, L., Case contadine nelle Valli Bergamasche e Bresciane, Quaderni di cultura alpina, Priuli & Verlucca, Aosta 1992.
3) Si pensi alla pala di Cima da Conegliano conservata ad Olera.

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