I pomacchi, l’etnia musulmana ma non turca che Ankara cerca di strappare alla Grecia

Filed in etnismo, geopolitica, grecia, pomacchi by del 03/08/2018
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L’etnia dei pomacchi è suddivisa in prevalenza tra la Bulgaria, la Grecia nord-orientale e la Turchia europea, con minori presenze nella Repubblica di Macedonia (che da qui in avanti chiameremo con il nome di Fyrom) e in Albania. Il loro territorio è grosso modo quello che ospita la catena montuosa di Rodòpi (Ròdope), nella parte centro-occidentale della penisola balcanica, a sud della Romania e della Serbia e a cavallo tra Bulgaria e Grecia.
Secondo il censimento del 1991, i pomacchi sono complessivamente circa 350.000, dei quali circa 45.000 in Grecia, circa 290.000 in Bulgaria e i rimanenti stanziati negli altri tre Paesi succitati. La maggioranza dei pomacchi, soprattutto in Grecia, è di fede musulmana, mentre in Bulgaria non pochi di loro negli ultimi due secoli hanno subìto la coatta bulgarizzazione e cristianizzazione con battesimi e cambi di nomi collettivi. Nella zona del fiume Evros (Maritza in bulgaro), al confine greco-turco, a est di Rodopi risulta stanziata la setta dei pomacchi kisìlbassis, eretici musulmani con inspegabili consuetudini cristiane e lingua slava infarcita di termini greci antichi.
In sostanza la presenza dei pomacchi si estende in una vasta regione che, dalla zona a sud di Filippòpoli (bulgaro Plovdiv) giunge, scavalcando la catena di Rodòpi, a una fascia da nord-ovest di Xanthi fino al limite orientale costituito appunto dal fiume Evros.

pomacchi grecia

La catena dei Rodopi, tra Grecia e Bulgaria.

Da dove provengono?

Le origini della gente dei pomacchi cambiano a seconda che ci si riferisca a loro in Grecia, Bulgaria, Turchia, Albania e Fyrom. Ove si eccettuino questi ultimi due Paesi dove la percentuale pomacca è del tutto irrilevante sia dal punto di vista politico che sociale, vere e proprie teorie sulla loro origine vengono sostenute con maggior o minor tasso di convinzione storica e plausibilità in Grecia, Bulgaria e Turchia. 1)
Grecia. Secondo gli studiosi, i pomacchi sono discendenti degli antichi agriàni, una popolazione tracia di particolare valentia guerriera, convivente con le adiacenti genti elleniche, poi slavizzata dopo la discesa degli slavi in Grecia nei secoli VII-VIII d.C. e successivamente in prevalenza islamizzata durante il dominio ottomano nei secoli XV-XVII.
Bulgaria. Appartenenti invece al ceppo razziale bulgaro vengono considerati i pomacchi da parte degli etnologi locali: più precisamente sarebbero stati in origine bulgari slavi cristiani poi convertiti alla religione musulmana, una parte di propria volontà, un’altra sotto l’effetto di atti di violenza. Una seconda teoria invece ritiene che i pomacchi cristiani bulgari abbiano in blocco abbracciato l’islam per puri e semplici interessi economici: in quanto musulmani le tasse erano quasi nulle o almeno facilmente sostenibili, mentre in quanto cristiani l’imposizione tributaria era particolarmente gravosa. Da tener presente, infine, che i pomacchi in Bulgaria sono bulgari a tutti gli effetti e pertanto non vengono considerati minoranza.
Turchia. Nell’ottica degli storici turchi i pomacchi altro non sono che l’antica razza dei turchi kumani stabilitisi nella regione prima della conquista ottomana. La lingua slava che parlano è quella appresa in seguito ai secolari contatti con le limitrofe genti slave.
Fyrom. L’origine dei pomacchi, infine, è diversamente orientata nell’ex repubblica federativa popolare jugoslava di Macedonia, dove si parla di slavi macedoni (?!) costretti a convertirsi all’islam; e nelle prospettive di altre teorie senza paternità nazionale, più o meno fantasiose, si tratta di una razza ignota, non locale, oppure di discendenti dagli arabi, oppure addirittura di discendenti di Maometto venuti nella regione per diffondere l’islam!
Ai fini della certezza delle origini pomacche sono stati perfino eseguiti assai estesi esami del DNA in Grecia e in Bulgaria, i primi per dimostrare la ellenicità dei pomacchi, i secondo la loro natura bulgara. Le risultanze sono state ovviamente in vario modo contestate dall’una e dall’altra parte.

Analizziamo il nome

In greco Πομάκοι, in bulgaro Помаци, in turco pomaklar… una denominazione avvolta, ancor più dell’origine, nella più completa incertezza terminologica ed etimologica. Oltremodo poi abbondano le ipotesi. È illuminante una breve panoramica.
In àmbito bulgaro, si presume che il termine provenga dal verbo slavo pomoči, aiutare, in quanto i pomacchi erano coloro che assistevano, che servivano gli altri. Una seconda interpretazione fa discendere il termine dal bulgaro mak oppure pomagast, ossia tormentato, servo degli altri, sottoposto, privo di propria entità. Un’altra spiegazione viene proposta con la parola bulgara paturnjak, cioè “colui che è diventato turco”.
Secondo, invece, una “versione” turca, il termine “pomacco” deriverebbe dal turco çomak, bastone, manganello, mentre il punto di vista greco vi scorge una discendenza dal greco antico απόμαχος, riferendosi alla formidabile cavalleria di Alessandro il Grande costituita appunto da combattenti di origine pomacca, gli antichi agriani. Infine un’altra interpretazione greca individua nel termine “pomacco” il significato di πόμαξ (πότης), ovvero bevitore, conformemente all’accertata abitudine dei traci a indulgere ad abbondanti libagioni, ciò che gli attuali pomacchi non esitano a considerare offensivo e falso; mentre essi stessi, al contrario, non esitano a designarsi come Αχριάν (achriàn), nel senso di Αγριάνες, agriani, stirpe della Tracia antica, montanari e rudi abitanti nella parte centro-ovest dei monti di Rodopi, nell’antichità noti anche come Αγραίοι  (agrèi) e Αγριείς  (agriìs).
A nostro parere quest’ultima derivazione razziale sembra essere anche la più convincente e scientificamente possibile. Non si dimentichi peraltro che proprio entro tale cornice prospettica sin dal 1946 gli stessi pomacchi ebbero a chiedere all’ONU di venir considerati di chiara origine greca e, in quanto greci,  di voler appartenere alla Grecia stessa (a tal riguardo, vedi più avanti i tentativi dei pomacchi in Bulgaria).

pomacchi grecia

Ragazze pomacche della Grecia.

Lingua prettamente orale

Fino alla fine del ’900 la lingua dei pomacchi era priva di redazioni scritte, espressa sostanzialmente nella sola forma orale, al pari dei canti popolari. Solo nel 1996 appare la prima pubblicazione concernente la lingua pomacca: un’opera in tre volumi edita a Salonicco a cura del maestro elementare Petros Theocharidis, primo e tra i più importanti studiosi del popolo pomacco e della sua cultura.
I primi due volumi costituiscono il primo dizionario greco-pomacco e pomacco-greco, mentre il terzo espone la grammatica e sintassi della lingua.
Il cospicuo inizio della presentazione produsse negli anni successivi e sino a oggi una ricca messe di manuali di grammatica, favole pomacche, giornali e riviste nonché canzoni tradizionali in lingua pomacca.
Chiaramente la lingua pomacca appartiene al ceppo slavo, non però nella struttura cirillica bensì in quella latina e, attualmente in Grecia, trascritta in caratteri greci. Vi convivono elementi espressivi bulgari, serbi, greci, turchi e albanesi, evidentemente acquisiti nella diuturna familiarità e prossimità (e spesso anche promiscuità) con le corrispondenti nazioni. La lingua pomacca parlata nella parte est della Tracia occidentale appare aver subìto una più spiccata influenza della lingua turca, mentre quella parlata nella parte ovest rivela una assai intensa presenza linguistica greca, perfino di origine antica oltre che di reminiscenze trace.
Le analogie che riflettono precisi influssi ellenici si riscontrano principalmente nelle due fondamentali categorie dei sostantivi e dei verbi, il che possibilmente testimonia una stirpe – gli agriani – per molti versi a lungo inserita entro le prevalenti etnie elleniche. D’altro lato, al contrario, palese e talora ossessiva è stata ed è l’intenzione e la volontà degli studiosi bulgari di far comparire il linguaggio pomacco come immediato e diretto discendente dalla lingua bulgara, a riprova dell’esclusiva appartenenza dei pomacchi al ceppo bulgaro. Ovviamente in questa tensione dialettica non si tiene alcun conto delle incongruenze, inesattezze e sproporzioni in cui cadono spesso le loro elaborazioni linguistiche.
A proposito dell’“inesistenza scritta” della lingua pomacca, solo da un ventennio positivamente superata, giova spendere alcune considerazioni illustrative e orientative quale prova peraltro della “situazione etnica” nella quale si è venuto a trovare il popolo pomacco fino ai tempi più recenti.
Ragioni sociali e ragioni politiche sono state individuate 2) come spiegazione di tale inesistenza. Il punto di partenza sta nel fatto che l’uomo pomacco sin gli ultimi anni ’80 del 1900 viveva quasi isolato sulle pendici della catena montuosa di Rodopi, poco propenso a contatti con la circostante evoluzione urbana della società. Socialmente, pertanto, il pomacco, fors’anche a motivo della “propria psicosintesi e della coltivata immagine di sé”, si era circondato da una annosa, cosciente arretratezza sociale, accentuata da ineludibili ristrettezze economiche nell’isolamento ambientale montano nel quale viveva e dal quale temeva di allontanarsi e perdersi (perdendo la propria identità) nelle più progredite e non lontane società vallive.
Ne è conseguita la diffusione nella più ampia regione della Tracia di una, più o meno sincera e/o interessata, “fama” di ignoranza e inconsistenza etnica dei pomacchi, scaduti e dileggiati quali prototipi di insipienza, inettitudine e inciviltà. Dentro questo coacervo di negatività stirpale anche il pratico meccanismo di comunicazione, la lingua pomacca, veniva coinvolta in una devastante critica di degradazione e avvilimento. Parellela ne era altresì l’umiliazione della stessa identità etnica pomacca, una comunità acriticamente ritenuta “socialmente arretrata, economicamente inferiore, civilmente inesistente”. 3)
Il fatto poi che la lingua suonasse in “modo slavo” non pochi sospetti creava in una zone di confine come la Grecia del Nord, da Thessaloniki al fiume Evros, dove le mire bulgare e jugoslave di sbocco sul mar Egeo avevano prodotto in ambiente greco, sia governativo sia di pubblica opinione, troppe minacce e collisioni per non provocare nei confronti degli slavofoni pomacchi (per quanto sostanzialmente innocenti e non coinvolti di propria volontà) sentimenti di avversione e diffidenza.
La lingua ne subiva il contraccolpo impersonalizzandosi in una continua solitudine ideologica che escludeva qualsiasi possibilità di riconoscimento topografico.
Al fattore sociale si aggiungeva poi anche quello politico sin dai primi anni del XX secolo. La Grecia apparteneva a un blocco politico opposto e ostile a quello dei limitrofi Paesi slavi al nord, Jugoslavia e soprattutto Bulgaria, sì che le popolazioni pomacche slavofone – situate nello spartiacque dei due blocchi politico-militari di NATO e Patto di Varsavia – non potevano che essere inquadrate entro una inestricabile rete di riserve, sospetti e mai provate ragioni discriminanti.
L’essere, infine, i pomacchi di fede musulmana non faceva che peggiorare il riscontro della loro presenza in territorio greco giungendo fino a produrre il sistematico impedimento, in ogni eventualità, di rendere scritta la loro espressione linguistica: pertanto, l’orientamento religioso implicitamente, ma spesso anche in maniera apertamente esplicita, veniva comunque interconnesso con ogni risultanza proveniente dalla Turchia, storicamente nemica della grecità.
In entrambe le situazioni la Grecia riteneva di avere motivi più che validi per cercar di neutralizzare la presenza dell’elemento pomacco minimizzandolo al massimo: timore di sentimenti filobulgari, da una parte, e timore di esaltazioni musulmane, dall’altra, costituirono, e costituiscono – crediamo – fin nel più recente passato, la bilancia critica del trattamento riservato dallo Stato greco ai pomacchi.
In ultima analisi, attualmente, dopo gli effetti di due guerre mondiali, due guerre balcaniche e una guerra civile, la “paura bulgara” per i pomacchi in Grecia s’è rivelata più che altro infondata: i pomacchi continuano a parlare una lingua di costituzione slava senza con ciò attentare alla sovranità, alla sicurezza e alla nazionalità elleniche.
Non così invece per la “paura turca”: sembrerebbe ora addirittura che nessuna paura del genere porti preoccupazioni allo Stato e al governo greco, visto che la stessa Grecia – sicuramente, come si usa dire, “dandosi la zappa sui piedi” – per ben due volte, nel 1951 e 1968, ha acconsentito che nell’interno della minoranza musulmana in Tracia occidentale, ossia proprio entro i propri più critici confini statali, l’istruzione possa essere impartita esclusivamente in lingua turca (sia pure con l’obbligo di apprendimento di un po’ di greco!) arbitrariamente privilegiando i turcofoni a danno dei pomacchi e dei rom, che non sono turchi né vogliono imparare il turco! Il che altro non ha fatto che rinforzare e legittimare presso le istanze statali turche la volontà di omogeneizzare la comunità musulmana in Tracia con l’obiettivo, non tanto celato, di trasformarla in grande comunità nazionale turca… Un salto di qualità non indifferente, attraverso due penetranti cunei di azione: la voluta obliterazione di ogni altra diversa unità etnica (chiaramente: i pomacchi e i rom) nel corpo di un turchismo generale; e, propedeuticamente, lo “smaltimento” dell’islamismo di ogni altra diversa unità etnica nel crogiolo-base dell’islamismo panturco. Una vera e propria spina turca nel fianco ellenico.
Così, l’incuria politica fino ai primi anni ’80 ebbe modo di provocare, a carico della popolazione pomacca, il catastrofico obbligo di adozione, in quanto gente di fede musulmana, della lingua turca (intesa come unica lingua dell’islam) a scapito della lingua greca producendo l’assurdità, unica su scala mondiale, di un popolo di cittadinanza greca e religione musulmana ma di lingua artificiosamente turca, anziché rispettivamente pomacca e romanì come storia e cultura testimoniano.
Certamente la mancanza sino a qualche decennio fa di forme scritte della lingua pomacca (slava), per gran parte da attribuirsi all’ostracismo imposto da varie autorità greche locali e centrali – senza dimenticare però anche il mirato intervento di tutti gli ambienti turchi attivi in Tracia – rese possibile e più facile la “castratura linguistica” della società pomacca in Grecia.
Solo negli anni ’80 una certa “liberalizzazione” del sistema politico in Grecia permise ai pomacchi di porre, e di porsi, per la prima volta il quesito della propria identità etnica e linguistica, soprattutto in antagonismo con lo spirito turcocratico intensamente stimolato dal consolato turco a Komotinì e da varie adiacenti associazioni d’interessi turco-musulmani.
Gli accordi e protocolli greco-turchi del 1951 e 1968 vennero messi in discussione e contestati (e lo sono tuttora!) con una serie di ragionamenti e sillogismi di puntuale attualità:

  • Ai pomacchi è imposto di imparare il greco e il turco nelle scuole “minoritarie”. Premesso che il greco è la lingua del luogo di residenza e di cittadinanza e quindi va comunque appreso, i pomacchi si chiedono perché debbano imparare anche il turco malgrado essi non si sentano turchi e per legge greca siano considerati greci e non turchi?
  • Perché in territorio pomacco i mezzi di comunicazione di massa non si riferiscono mai alla lingua, cultura e civiltà pomacche, ma danno ampio spazio solo a ciò che è turco?
  • Perché vi sono programmi radiofonici, oltre che naturalmente in greco, anche in turco, ma non in pomacco, e questo neppure nell’àmbito della vasta zona di precipua abitazione pomacca? Perché i pomacchi vengono considerati turchi quando non lo sono?
  • Nell’importante settore giudiziario-processuale, perché vi sono interpreti/traduttori per i turcofoni che ignorano il greco e non vi sono invece per i pomacchi, anche laddove questi costituiscono la maggioranza etnica?
  • Perché l’intervento turco ha potuto, consenzienti le superiori autorità scolastiche greche (!), annullare l’intenzione e il progetto di inserire nei libri di insegnamento del greco alle minoranze in Tracia anche terminologie pomacche in considerazione della nutrita presenza di tale etnia nella regione?

Certamente altre domande ancora vengono poste in questa direzione e rimangono senza risposta.
Solo verso la fine del 1900 (precisamente nel 1997) la popolazione pomacca ebbe modo di acquisire nella pratica quotidiana e coltivare titoli di identità etnica, estrinsecatisi poi in organizzazioni associative, manifestazioni culturali, edizioni linguistiche, creazioni radiofoniche, trattenimenti musicali. La fondazione del Centro di Studi pomacchi a Komotinì pose le basi per la “proiezione”, almeno in Grecia, dell’entità pomacca con la sua storia, la sua particolarità razziale, le sue componenti culturali.
Con tutto ciò, mentre presso le radio private la musica pomacca viene adesso correntemente trasmessa, la radiofonia statale ripetutamente ha rifiutato di mandare in onda canzoni pomacche. Il fatto che tali brani musicali utilizzino testi di una lingua fondamentalmente e acusticamente slava sembra che continui tuttora a costituire un insormontabile fattore proibente.
Sempre a Komotinì è stato pubblicato un libro di lettura in lingua pomacca per alunni della prima classe elementare, smentendo così le asserzioni ministeriali greche secondo cui “non esiste materiale didattico” per l’insegnamento del pomacco nelle scuole, il che evidentemente significa una pura e semplice mancanza di volontà politica dello Stato ellenico nell’affrontare gli obblighi scolastici pomacchi nelle loro reali dimensioni e termini.
Attualmente, dopo non poche edizioni di testi in lingua pomacca, risulta essere prevalsa una forma arricchita dell’alfabeto latino nell’espressione scritta del pomacco, evitando così pericolose affinità cirilliche prossime alle grafie bulgara e serba. D’altra parte, degna di rilievo appare l’opera del Centro Culturale di Sviluppo con sede a Xanthi, promotore di una serie di pubblicazioni per l’insegnamento della lingua pomacca destinate ai docenti greci in servizio nelle cittadine pomacche  (Πομακοχώρια) interessati all’apprendimento della lingua locale.

L’islamizzazione dei pomacchi

La popolazione pomacca non è stata sempre musulmana. Il cristianesimo fu la sua originaria fede religiosa nelle regioni pomacche dei due versanti, a nord e a sud, della catena montuosa di Rodòpi.
L’islamizzazione in quella regione settentrionale della Grecia si estende nel tempo praticamente dal XIV fino al XVII secolo. Dopo il 1371 bande di irregolari turchi “conquistatori” (γαζής, plurale γαζήδες) provenienti da oriente oltrepassano il fiume Strimònas devastando ogni cosa al loro passaggio e vessando oltremodo le popolazioni cristiane locali, preludio all’invasione vera e propria turco-mongola dei Juruki, pure da oriente, la quale, iniziata dopo il 1385 sotto il sultanato di Murat I, proseguì poi con il sultano Vajazit I con l’occupazione dell’intera striscia montuosa da Kavàla a Serres, a settentrione del lago di Langadàs.
Praticamente, quindi, la prima conversione collettiva all’islam avvenne in Macedonia centrale in seguito alle insopportabili pressioni esercitate appunto dai Juruki sui cristiani, condotti alla totale disperazione nel clima di violenza e terrore instaurato in città e campagne. E indiscutibile fulcro nel processo di islamizzazione costituì la milizia dei Jenìtseri  (Yeni Çeri = giovane esercito), in italiano Giannizzeri, creato dal sultano Orchan (1327-1360) con il preciso compito di premere le genti cristiane tanto da costringerle a rinnegare la propria fede per non subire distruzioni, torture e morte.
Così la fase iniziale della violenta islamizzazione aveva luogo con l’obbligo dei genitori di ragazzi cristiani di “cederli” ai servizi militari turchi presso i quali veniva loro imprtita la più stretta e capillare educazione ottomana, teorica e pratica, tanto da trasformarli nella più temuta, fanatica milizia turca, appunto i famigerati Giannizzeri. Uguale trattamento subivano anche i giovani cristiani caduti prigionieri, anch’essi inquadrati, dopo un opportuno “allenamento”, nel corpo dei Giannizzeri, un corpo di soldati il cui organico, inizialmente composto da un migliaio di unità, con il passar degli anni crebbe a dismisura: circa 13.000 durante il sultanato di Murat II (1421-1451), 48.000 durante Murat III (1573-1595), 70.000 sotto Mustafà II (1695-1702), 80.000 con Ahmet III (1702-1730), 110.000 sotto Selim III (1789-1808), addirittura 140.000 con il sultano Mahmut II nel 1826.
S’è detto poco sopra dell’obbligo di “cessione” dei ragazzi maschi ai servizi di leva turchi. In sostanza si trattava di un vero e proprio ratto elevato a sistema. La prima “raccolta” di giovani cristiani avvenne sotto Murat I (1360-1389); nei secoli successivi divenne metodica prassi, si direbbe d’obbligo, soprattutto sotto Selim I (1512-1520) e Suleiman I (1520-1566). Da allora la “raccolta” era fissata ogni cinque anni, ma successivamente scese a ogni biennio e perfino ogni anno, a seconda delle esigenze militari. Nel XV secolo quando fruirono di esenzione dalla “raccolta” gli ebrei e gli armeni, l’intero peso della “operazione” cadde sui soli cristiani. Soltanto i cristiani residenti a Costantinopoli e all’isola di Rodi non venivano “arruolati”.
Per quanto concerne le popolazioni montane dei pomacchi, la loro islamizzazione iniziò nel XVI secolo sotto la spinta dell’esercito turco. Una prima fase si concluse nel XVI secolo, durante il sultanato di Selim I, mentre la seconda fase ebbe luogo nella seconda metà del XVII secolo, sotto Mahmud IV (1648-1687). Sembra comunque che durante la prima fase l’adesione all’islam sia stata assai mediocre.
L’islamizzazione collettiva avvenne invece nel ‘600, a quanto pare sotto l’assillo della sopravvivenza, sia pure nella sola zona pomacca a nord dei monti di Rodopi, in territorio bulgaro, ove si consideri la realtà dei fatti narrata nei Codici della Metropoli di Filippùpolis (oggi Plovdiv) e confermata dallo slavologo ceco Konstantin Josef Jireček: intorno al 1650 i maggiorenti pomacchi chiesero alle autorità turche di aderire all’islam malgrado l’intervento dissuasivo dell’arcivescovo di Filippùpolis, Gavriìl  (1636-1672). Sembrerebbe che i motivi di sopravvivenza addotti dai maggiorenti attenessero non tanto a pressioni religiose ottomane quanto alla generalizzata oppressione etnica esercitata dall’elemento bulgaro locale, sì che l’islamizzazione ottenuta equivaleva propriamente a un “ombrello” di protezione dalle vessazioni bulgare. La solenne cerimonia della circoncisione dei maggiorenti significò la conversione di tutti gli abitanti pomacchi della regione all’islam.
Non così invece accadde in territorio pomacco greco a sud di Rodopi, con molta probabilità a causa della resistenza di quei pomacchi cristiani; qualche anno più tardi, nel 1656, l’attacco di forze militari turche condusse alla violenta islamizzazione dei maggiorenti pomacchi e degli altri abitanti. Lo sradicamento del cristianesimo in territorio pomacco portò alla distruzione di 218 chiese e di 336 cappelle. Ancor oggi ne sono visibili le rovine. In ogni modo, non sempre l’islamizzazione ebbe esito positivo, volontario o coatto. Molti pomacchi scelsero la morte, di solito precipitando da qualche dirupo (non dimentichiamo che gli originari pomacchi erano montanari): alcuni luoghi di sacrificio sono il Momtsi Kamen presso la cittadina di Orèon, la Cima Marina presso Eòra, il Tserven Kamen a Màndena, il Gulem Kamen a Glàfki, tutte località intorno al capoluogo di provincia Xanthi.

Un popolo di montagna

Se, da una parte, le popolazioni pomacche sono in maggioranza di fede musulmana  (oggigiorno ormai risultano indifferenti e ininfluenti le modalità di tale islamizzazione), non è possibile, dall’altra, passare sotto silenzio una realtà notevolmente rilevante: l’aspirazione e la volontà dei pomacchi, sin dal XIX secolo, di essere incorporati in uno Stato greco, di farne parte integrante, rifiutando nel contempo, almeno fino al primo ventennio del XX secolo, qualsiasi appartenenza alla Bulgaria.
Già ai primi del 1878 durante la guerra tra Russia e Turchia, in diverse regioni greche, specie nel nord del Paese (Macedonia, Epiro) ma anche nel centro (Tessaglia) e nel sud insulare (Creta), si verificarono moti insurrezionali contro il dominio ottomano. Anche i pomacchi, montanari di Rodopi, si sollevarono nell’intenzione di forzare e prevenire una loro futura unione con la Grecia. La sommossa non fu coronata da successo, frustrata dalle previsioni del Trattato di Santo Stefano per le quali tutta  quella regione pomacca era destinata a far parte della Grande Bulgaria.
Non rimase loro che trincerarsi dietro una reazione di autodipendenza bloccando tutti i passi sulla catena di Rodopi e istituendo una Autonoma Repubblica Pomacca comprendente 21 paesi, in ciò ispirati e indotti soprattutto dalla Gran Bretagna i cui interessi non potevano tollerare una eventuale espansione russa nel sud del settore balcanico. La Repubblica fungeva ben da diga protettiva.
Purtroppo la vita di questa Repubblica ebbe termine nel settembre 1885, quando la regione della Rumelia Orientale fu annessa alla Bulgaria e quei pomacchi rimasero ingabbiati e definitivamente incorporati nello Stato bulgaro.
Anche nel 1919 i pomacchi e i turcofoni della Tracia Occidentale 4) in una petizione al parlamento bulgaro ebbero a chiedere di essere liberati dal dominio bulgaro, postulando nel contempo dapprima l’occupazione interalleata della Tracia e la sua successiva “concessione” alla giurisdizione ellenica. La richiesta rimase senza sostanziale esito. Fu ripetuta dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella Conferenza di Pace a Parigi nel 1946, mentre un formale appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU fu presentato, insieme a paralleli passi presso il ministero degli Esteri americano, con l’istanza di liberazione dalla potestà bulgara e l’inserimento nella regione pomacca greca mediante referendum.
Una simile soluzione avrebbe significato altresì e soprattutto la concessione vera e propria alla Grecia di un cospicuo territorio bulgaro a nord di Rodopi, cosa che nell’“economia” dei piani delle Grandi Potenze era escluso che potesse trovar accoglimento. Infatti, per ulteriore sfortuna dei pomacchi bulgari, l’iniziativa fu del tutto ignorata, “superata” dalle risultanze della precedente Conferenza di Yalta, in Crimea (febbraio 1944) che distribuì le “zone di influenza” in Europa tra gli allora alleati Occidentali e Orientali!
Andando a ritroso, comunque, merita pur un breve cenno la rivolta pomacca nell’agosto 1913, potenzialmente promettente dopo l’occupazione di tre importanti centri urbani in Bulgaria (Kossùkavak, Mastanlì e Kàrzali) e di altrettanti in Tracia greca, ma sotto occupazione bulgara (Komotinì, Xanthi e Alessandropoli) e l’istituzione ufficiale, il 1o settembre 1913, della “Amministrazione Provvisoria della Tracia Occidentale”. Però sia la Grecia sia il governo ottomano, ignorando del tutto gli insorti pomacchi, ne decretarono la sconfitta e la resa di tutta la regione all’esercito bulgaro intervenuto indisturbato il 30 ottobre 1913.
Non bisogna dimenticare che negli anni 1912-1913, che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale e durante i quali si svolse la prima guerra balcanica, la politica bulgara in tutta la zona abitata da pomacchi musulmani era incentrata sul duplice sforzo di rendere di nuovo cristiane quelle popolazioni islamizzate e altresì bulgarizzarle a tutti i costi. A tale scopo numerose cerimonie di battesimo di gruppo venivano organizzate, durante le quali alla riacquisizione della fede cristiana veniva aggiunto il cambio del nome musulmano in un nome bulgaro secondo la legge e la chiesa bulgara.

Il rapporto tra i pomacchi e la Grecia

In linea generale, l’atteggiamento ufficiale dei governi greci nei confronti dei pomacchi è stato in ogni tempo discriminatorio e negativo, senza particolari manifesti motivi, mentre nell’interscambio tra pomacchi e turchi la bilancia del favore pende addirittura – si direbbe contro natura e contro ogni logica – dalla parte turca lasciando la parte pomacca in una permanente situazione di stallo politico, culturale e confessionale.
Appare chiaramente la (non dichiarata) volontà ellenica non solo di abbandonare la gente pomacca, ma anche di rendere sempre più facile la sua caduta nel soffocante abbraccio assimilante della Turchia (e ciò addirittura entro i confini nazionali greci) la quale si presenta, in modo indubbiamente interessato, come il “naturale protettore” dei musulmani dovunque essi si trovino… e a più forte ragione in Grecia, e persino quando non si tratta di turcofoni ma chiaramente di etnie totalmente differenti.
Entro tale prospettiva, di particolare importanza e conseguenza è stata la decisione del governo greco sin dal 1954 di far cambiare la denominazione delle scuole “musulmane” in scuole “turche” con l’asserzione, evidentemente cervellottica, che in tale modo veniva posta una esplicita distinzione dalle scuole musulmane in Bulgaria!
Un anno dopo, nel 1955, a completamento dell’intenzione greca di formalizzare una “contiguità” – indipendentemente da quanto fittizia e artefatta – tra alfabeto pomacco e alfabeto turco, venne disposto un programma di conferenze per i maestri elementari pomacchi al fine della adozione nell’alfabeto pomacco dei caratteri grafici latini utilizzati nell’attuale alfabeto turco.
È palese, da quanto precede, la preferenza greca verso i pur atavici nemici turchi, ma di orientamento politico affine, anziché verso i bulgari – e i pomacchi vengono senza troppe sottigliezze assimilati ai bulgari – anch’essi tradizionali nemici, ma di orientamento politico avverso (comunista o comunque di sinistra): nessun governo greco, infatti, avrebbe potuto agire diversamente tenuto conto che tutti i governi dalla fine della guerra civile (1949) in poi e fino al 1982 erano fedeli seguaci della più stretta ideologia della destra conservatrice e persino dittatoriale, di ispirazione e impulso angloamericani, dogmaticamenmte ostili al contrapposto blocco sovietico-comunista.
Nel 1995, ancora sulla base di un accordo greco-turco e in considerazione del fatto che, malgrado tutte le pressioni greche, l’alfabetizzazione latina della lingua pomacca non sembrava aver dato i frutti sperati, il ministero ellenico della Pubblica Istruzione ordinò l’organizzazione di apposite conferenze in Tracia occidentale per prescrivere ai maestri pomacchi l’adozione della grafia latina, alla stregua della grafia turca. Un altro manifesto indicatore del favore che continuava a essere concesso dalle massime autorità pedagogiche greche alla lingua turca, nella sua forma latina istituita da Mustafà Kemal, a evidente danno della lingua originaria dei pomacchi.
È appena il caso di ricordare, andando un attimo a ritroso nel 1973, come l’introduzione dell’alfabeto latino e della lingua turca nelle scuole pomacche coincise con la visita in Tracia occidentale dell’allora ambasciatore turco ad Atene, Ghiurùm.
E a conferma – se ve ne fosse bisogno – del trattamento per lo meno iniquo riservato dalla Grecia ai pomacchi, oltre naturalmente al noto ostracismo alla loro lingua, risulta la limitazione territoriale e l’isolamento che gli stessi furono costretti a subìre fino al 1996, quasi una segregazione individuale e collettiva in piena fine del XX secolo nel Paese europeo culla della democrazia, qualcosa di inammissibile e intollerabile: il semplice accesso alla regione delle cittadine pomacche nel comprensorio di Xanthi, oltre a non essere libero, era altresì incanalato in una ben definita direzione stradale chiusa da una sbarra  (in greco, la famigerata μπάρα), una specie di posto di frontiera nell’interno stesso del territorio greco per superare il quale era obbligatoria l’esibizione di un documento personale e del permesso di accedervi fornito dalla Direzione della Polizia di Xanthi… Un vero e proprio apartheid imposto dal governo greco ai pomacchi musulmani (ma anche cristiani), di lingua slava ma cittadini greci (sulla carta) per lo stato civile.
Comportamenti del genere da parte ellenica, non troppo lontani dall’essere considerati reati, sono stati capaci di produrre presso le popolazioni pomacche fino agli ultimi 2-3 decenni molteplici reazioni e tendenze di adesione alla propaganda nazionalista neoturca, e di assenso alle lusinghe generosamente concretate in una serie di vantaggi e utilità consentite ai turchi, ma non ai pomacchi stessi!

Insegnamento scolastico

Quello dell’insegnamento scolastico è un settore in cui l’atteggiamento delle autorità elleniche – da quelle ministeriali a quelle prefettizie, comunali e di sicurezza – rivela, si direbbe, irrisolti pregiudizi verso i pomacchi, tuttora ritenuti, per quanto strano e assurdo possa apparire, bensì cittadini greci, ma estranei al complessivo corpo nazionale greco, e questo unicamente sulla base di indimostrate (e mai discusse) problematiche politiche e linguistiche e, in minor misura, confessionali. 5)
Pregiudiziali agli sviluppi del discorso che seguiranno, tre quesiti sono insistentemente posti e a tutt’oggi regolarmente ignorati dalle competenti autorità elleniche:

  1. Fino a quando gli alunni pomacchi greci saranno obbligati a frequentare scuole elementari minoritarie turcofone?
  2. Fino a quando lo Stato greco li costringerà a imparare una lingua diversa da quella della patria, la Grecia, e diversa dalla loro lingua materna?
  3. Fino a quando il ministro della P.I. continuerà a tacere di fronte alle istanze dei pomacchi greci affinché scuole pubbliche greche siano create nelle cittadine pomacche, anziché scuole minoritarie bilingui che condannano i bambini pomacchi all’ignoranza?

Non c’è dubbio che la situazione dell’istruzione elementare nella regione della Tracia occidentale scaturisca (ancor oggi se ne sentono gli esiti) dalle risultanze e dagli effetti della lunga Guerra Fredda seguita al secondo conflitto mondiale, quando il solo fatto di appartenere al “blocco orientale” era – in un Paese come la Grecia, “dedicato” all’occidentalismo anglo-americano – primario pretesto per procedere a esclusioni e persecuzioni. Nel contempo non bisogna dimenticare che in quegli anni di sguardi in cagnesco tra vicini, in particolare nei Balcani, ciò che era slavo era comunista tout court, e i pomacchi, con sentimenti filogreci ma di lingua slava, non potevano certamente sfuggire a questa ferrea regola.
Da allora data la prima penetrazione in Grecia della lingua e cultura turca, poi ulteriormente rafforzata nell’àmbito del Patto Atlantico. Entro questa cornice ideologico-politica, il problema dei pomacchi musulmani non aveva certo il peso per creare attriti con un membro dell’Alleanza così importante per posizione geografica come la Turchia, il cui fine sin da allora consistette, e tutt’oggi consiste, nella trasformazione dell’elemento religioso pomacco in elemento eminentemente nazionale turco, ossia nella considerazione che i pomacchi musulmani per il solo fatto di essere musulmani dovevano essere anche turchi e non greci.
L’obbligo di coesione natoica imponeva alla Grecia di coltivare, persino unilateralmente, un buon clima nei rapporti con la Turchia, di non dare fastidio alla Turchia per “futili” questioni pomacche, anche se questo in realtà faceva comodo alla stessa Grecia per la quale i pomacchi rappresentavano degli intrusi slavi, virtualmente pericolosi quale possibile longa manus della Bulgaria, e pertanto era sentita la necessità di isolarli e lasciare che di essi se ne occupasse la Turchia assumendosi il loro “gravame etnico”.
In questa direzione procede quindi, nel 1954, l’ordine proveniente dal capo del governo greco, maresciallo Papagos, di utilizzare a tutti i livelli pubblici e privati “da ora in poi e in ogni caso il termine turco anziché il termine musulmano e (…) sostituire in tutta la regione le svariate denominazioni come Comunità musulmana, Scuola musulmana, ecc. con Comunità turca, Scuola turca, ecc.”pomacchi grecia
In sostanza, già da allora, sessant’anni fa, la Grecia diventava succube delle mire turche; comunque già dal 1951 in parte realizzate nella pratica quotidiana, se si tiene conto del fatto che, a seguito dell’Accordo Culturale greco-turco del 20 aprile 1951 e sebbene questo non prevedesse affatto che il turco dovesse essere la lingua ufficiale della minoranza musulmana in Tracia occidentale, nella prassi e tacitamente il governo greco assentì all’espansione nelle scuole minoritarie della lingua turca e addirittura accettò che il relativo programma didattico provenisse dal ministero turco della Pubblica Istruzione!
Un ampliamento ancora in favore della parte turca avvenne poi con il Protocollo Culturale scambiato tra i due Paesi il 20 dicembre 1968 in base al quale venne raggiunta la completa turchizzazione dell’istruzione minoritaria in Tracia, una turchizzazione che coinvolse bensì il 50% turcofono della minoranza, ma anche – per quanto assurdo e ingiusto possa ciò risultare – l’estraneo rimanente 50% composto da 35% di pomacchi e 15% di rom.
Tutto questo con le benedizioni del governo ellenico e senza mai chiedere a questo secondo 50% se desiderasse o no (se si sentisse o no di) appartenere al mondo turco! In tal modo viene introdotta la lingua turca quale unica lingua minoritaria benché costituisca lingua madre solo del 50% della minoranza, del tutto ignorando l’esistenza e i diritti delle altre due lingue minoritarie che con quella turca non hanno nulla a che vedere, anzi arbitrariamente  e completamente comprimendole con l’evidente fine di eliminarle lasciando il “monopolio” alla minoranza linguistica turcofona.

La cosiddetta scuola minoritaria

A livello elementare le scuole minoritarie istituite dal governo greco per le minoranze in Tracia appaiono, visti i risultati raggiunti, del tutto insufficienti e inidonee per un programma di istruzione di buon contenuto. Il grave handicap di tali scuole sta nell’aver fissato quale lingua minoritaria per tutti – turcofoni, pomacchi, rom – appunto la lingua turca, insegnata insieme a una rattoppata lingua greca. Donde la loro denominazione di “scuole bilingui”.
Chiaramente si tratta di un indirizzo didattico del tutto deficiente e addirittura pericoloso, giacché presso i turcofoni produce intense tendenze all’autoesclusione e trinceramento dietro a irrisolte, si direbbe irridentistiche istanze etniche, mentre i pomacchi e i rom – stabili e tipici abitanti della regione – sono destinati a incontrare insuperabili difficoltà nella successiva istruzione secondaria ellenica a causa dello scadente e incompleto insegnamento in lingua greca ricevuto, inadatto al proseguimento di studi a livello superiore. Ne risulta, in questo caso, una non rara ghettizzazione sociale i cui risvolti non possono che essere deleteri per pomacchi e rom, incoraggianti invece dalla politica turca in Tracia a considerare più lusinghiere le prospettive offerte da Ankara.
Non senza ragione è stato affermato che le scuole minoritarie “condannano alla semignoranza, chiudono gli orizzonti conoscitivi degli alunni (…) aggiungono fanatismo, detraggono cognizioni, moltiplicano la confusione, creano i ‘noi’ e gli ‘altri’, aggiungono ideologie kemaliste, tolgono il pensiero critico”. 6)
Nel 1996 fu presentato il programma di istruzione dei bambini musulmani denominato “Frangudaki-Dragona”, dai nomi dei due promotori, nel quale compare l’assurdità dell’utilizzazione del turco come esclusiva lingua d’appoggio nell’apprendimento della lingua greca! Complementare è stata l’edizione di dizionari bilingui greco-turchi e l’organizzazione di seminari di lingua turca per gli insegnanti greci!
Decisamente il colmo del paradosso, questa metodologia assolutamente antiscientifica e antiellenica che, dallo stesso Stato greco, parrebbe appositamente dedicata alla turchizzazione delle scuole greche in Tracia.
In tutta obiettività, nondimeno, non può non riscontrarsi la piena inefficacia di simili “programmi” il cui accoglimento da parte dell’elemento non turcofono sembra sia stato del tutto negativo, evidenziando l’inconsistenza pratica e teorica di fondo della stessa struttura di base, ossia la cosiddetta “scuola minoritaria”. Il fallimento di questa, da più parti ormai assodata, fa sì che la più sensata decisione da parte greca sarebbe quella di:

  1. Istituire in tutta la regione pomacca scuole elementari statali greche nelle quali accogliere gli alunni pomacchi che sentono di essere greci (e sono molti).
  2. Nelle suddette scuole elementari, creare consistenti corsi per l’insegnamento della lingua materna agli alunni pomacchi e rom quali lingue complementari. L’insegnamento del turco valga solo per i musulmani turcofoni, quale lingua complementare alla lingua greca, prima lingua dappertutto ovviamente in Grecia, anche per in turcofoni musulmani che pur sempre sono di nazionalità greca. A nessun livello scolastico, invece, va insegnata la lingua turca ai pomacchi greci di madrelingua pomacca che rifiutano il turco.
  3. Applicare una istruzione prescolastica in lingua greca nelle scuole materne statali da creare in tutta la regione pomacca.
  4. Rendere immediatamente operative le quattro scuole statali elementari greche, istituite sin dal 2007 ma mai sinora funzionanti.
  5. Per i pomacchi greci non turcofoni, eliminare la lingua turca a livello elementare e stabilire l’insegnamento della lingua pomacca (vedi 2).
  6. Rispettare e applicare le previsioni della Convenzione di Losanna in merito al carattere musulmano della minoranza pomacca in Grecia e non nazionale turco.
  7. Insegnare la lingua pomacca sulla base di un alfabeto speciale greco da utilizzare altresì nelle amministrazioni pubbliche in tutta la regione pomacca (come l’italiano-francese in Val d’Aosta e l’italiano-tedesco nell’Alto Adige, in Italia).

Tutto ciò naturalmente in applicazione delle raccomandazioni della International Convention on the Elimination of all Forms of Racial Discrimination dell’ONU in data 28 agosto 2009, secondo cui “la Commissione prende nota che la comunità musulmana della Tracia occidentale è composta dai gruppi etnici dei turchi, dei pomacchi e dei rom e il governo [greco] deve assicurare il loro diritto a usare le loro lingue”, in ciò ribadendo l’art. 41 della stessa Convenzione di Losanna.
A questo proposito dunque se per i musulmani turcofoni nulla quaestio, visto che la lingua turca viene più che ampiamente (certamente più del normale) insegnata e diffusa, non così succede per i musulmani pomaccofoni e rom le cui lingue, pomacca e romanì, non esistono in nessuna scuola!
Al paragrafo 28 della stessa raccomandazione, infine, viene richiesto al governo greco di applicarne gli esiti entro il 18 luglio 2013. 7)
A questo punto e in connessione con quanto precede, non sarebbe ozioso precisare alcuni parametri non meno importanti nella generale tematica dell’istruzione primaria in Tracia. Non vi è alcun dubbio che nelle scuole minoritarie così come sono attualmente strutturate viene “costruita” una vera e propria identità turca a uso e consumo del governo di Ankara. È vero pertanto che nelle medesime scuole non poche manifestazioni di stile kemalista vengono attuate ispirando negli alunni musulmani sentimenti di fanatismo religioso verso i cristiani. Malgrado tutto, prosegue il funzionamento anticostituzionale delle scuole minoritarie nelle quali lo stesso elemento greco-pomacco viene discriminato. Peraltro, le scuole minoritarie sono chiaramente illegali in quanto, giusta gli accordi internazionali e la legislazione istitutiva, si tratterrebbe di scuole a carattere privato il cui funzionamento deve essere ovviamente a carico di coloro che vi mandano i figli: in realtà, invece, tutte le spese scolastiche vengono sostenute dallo stato ellenico e sono quindi a completo carico del contribuente greco, ma a totale favore della politica turca.

Il consolato turco a Komotinì

Prima di concludere la panoramica sul popolo dei pomacchi in cerca di un ubi consistam, in pratica di un legittimo riconoscimento della sua qualità di gruppo greco-pomacco, non sarà inopportuno soffermarsi brevemente sulla presenza e attività del consolato turco a Komotinì i cui “interventi” spesso e volentieri vanno ben oltre i limiti previsti dall’ordinamento consolare internazionale.
Sia per quanto concerne la politica seguita dal governo greco in Tracia occidentale, sia in relazione alla condotta di organismi statali e privati turchi nella medesima regione, vale la pena di conoscere lo stato di cose vigente nello spazio dei pomaccochòria (πομακοχώρια), i paesi pomacchi, seguendo le testimonianze scritte degli stessi pomacchi interessati nella loro diretta, annosa esperienza a contatto con una realtà spesso spiacevole.
È di qualche anno fa 8) la denuncia di circa 40 insegnanti di religione musulmana nella Prefettura di Rodopi (che con la Prefettura di Xanthi costituisce la “regione pomacca” greca), con la quale rilevanti particolari della illegale attività consolare turca a Komotinì vengono resi pubblici al fine di provocare finalmente qualche contromisura di marca ellenica. I contenuti della denuncia possono riassumersi come segue.
Nel 2007 il Parlamento greco votò la legge 3536 con la quale lo Stato si assumeva l’onere della retribuzione di 240 imam da nominare in servizio nelle 3 legittime e ufficiali cirscoscrizioni-sedi di Muftì in Tracia e per la durata di 9 mesi ogni anno. La legge nella pratica risulta ancora, dopo ben sette anni, inattiva in seguito a rabbiose e violente, e a quanto pare determinanti, reazioni di parte turca: i candidati greci musulmani al ruolo di imam secondo la legge greca non solo non sono stati nominati, ma subiscono attacchi personali e familiari a opera di facinorosi circoli turco-musulmani noti alle autorità greche. E l’unica risposta a tale inadempienza è stata la sentenza n. 50/2012 della Corte d’Assise della Tracia con la quale semplicemente si fa obbligo al ministero ellenico di risarcire finanziariamente gli imam nominati secondo legge greca ma non assunti! Una pronuncia che, limitandosi all’utilitaristico fatto materiale, ignora il precipuo diritto alle funzioni per legge spettanti ai candidati.
In tal modo il principio legale secondo cui la minoranza in Tracia ha carattere religioso e non etnico, così come peraltro prevedono la Costituzione greca e le convenzioni internazionali (Trattato di Losanna, sempre in vigore) risulta del tutto vanificato.
È evidente che di fronte all’intraprendente influsso del consolato turco, che certamente possiede autorevoli “agganci” pro-musulmani nel Parlamento greco, come si vedrà di seguito, perfino una legge dello Stato greco non trova l’attesa applicazione. In tal modo oggi in Tracia non presta servizio nessun imam di nomina ministeriale greca. E, cosa ancor più assurda e inammissibile per la sovranità di uno Stato, gli imam attualmente in servizio sono quelli “nominati” dal consolato turco (cioè dal governo turco) evidentemente senza alcuna autorizzazione da parte greca… Non sapremmo dire in quale Stato che non sia fantoccio intrusioni del genere potrebbero essere tollerate.
E come se ciò non fosse sufficiente, l’attività del consolato turco a Komotinì 9) si estende, oltre che in azioni di propaganda, anche in atti di provocazione e minacce personali contro chiunque si opponga o, addirittura, si limiti a non appoggiare la sua  attività.
È assai recente l’intervento di parlamentari di varia tendenza politica per l’approvazione di un emendamento alla legge predetta che possa condurre alla nomina dei maestri mancanti. Ma allora ci si chiede: la legge ha bisogno di emendamenti per essere applicata?
Quanto detto chiarisce solo parzialmente la quantità del potere parallelo e illegale che la rappresentanza consolare turca esplica in Tracia occidentale accanto al legittimo ma fantomatico potere statale ellenico e con l’ equivoca acquiescenza di quest’ultimo.
L’obiettivo raggiunto dalla Turchia è duplice: che da una parte la minoranza pomacca non turcofona venga considerata e trattata come etnicamente turca, e dall’altra che i bambini della minoranza stessa non solo non imparino bene il greco, ma vengano del tutto esclusi dalla loro lingua materna pomacca! E là dove non arriva il potere statale ellenico l’attività consolare turca crea una propria rete di istruzione, istituendo proprie scuole materne bilingui in violazione alla legislazione greca.
La politica turca di “acquisizione” dell’etnia pomacca, oltre che basata sulla ormai penalmente rilevante assenza amministrativa, giudiziaria e civile ellenica, trova ampia applicazione in diversi programmi di assistenza e aiuto finanziario provenienti sia da fonti private (ricchissimi turchi) sia da fonti innominate, di origine però facilmente individuabile (lo Stato turco).
Così, a puro titolo esemplificativo ma fortemente indicativo, il “creso” turco Omar Babà, imprenditore, offre per ogni bambino che abbandona la scuola greca per studiare in una scuola coranica privata (anche queste funzionanti in Tracia, mentre per analoghe scuole confessionali ortodosse greche in Turchia, neanche a pensarci) la somma di 500 euro al mese. Un’altra offerta di 1000 euro all’anno viene proposta per ogni ragazza minorenne che indosserà il tradizionale fazzolettone musulmano: importo messo a disposizione “ufficiosamente” dal consolato turco.
E poi, sono anni che vengono offerte antenne paraboliche per captare i segnali di emittenti televisive turche, principalmente nei paesi montani pomacchi della Tracia dove il segnale delle TV greche non è mai giunto o è insufficiente. Nel centro di Komotinì, un moderno edificio di lusso ospita gli uffici, enfaticamente grandiosi, della banca turca Ziraat Bank il cui compito è quello di prestare ai soli musulmani e alle associazioni di interessi turchi danaro al tasso del 3%, quando nelle banche greche il tasso ammonta al 14%.
Accanto a simili attività che, se non altro, indicano una assai profonda penetrazione economico-sociale turca nel tessuto delle minoranze musulmane, vanno poste non meno deleterie per i pomacchi (e sono molti che si professano greci e tengono a esserlo) pratiche legislative e amministrative greche i cui risultati sono egualmente corrosivi per la resistenza pomacca alle seduzioni turche.
Innanzi tutto la legge greca costringe il bambino pomacco (il quale, giova rammentare, non ha nessun rapporto con cultura e lingua turca) a imparare, senza altra  alternativa, sin dalla prima classe elementare il turco e il greco. Nessuna possibilità viene offerta per l’apprendere il pomacco, la lingua materna. E se il greco, sia pure rabberciato e invalido che s’insegna nelle scuole minoritarie, potrebbe in qualche modo apparire utile vivendo in Grecia, il turco ci si chiede (anche se il governo non sembra essersi mai posta la domanda) a cosa possa servire in territorio ellenico…
È certo che simili programmi didattici hanno l’implicito scopo di istruire non alunni greci pomacchi, ma alunni turchi che molto probabilmente non rimarranno in Grecia, né vi proseguiranno i propri studi, ma si trasferiranno in Turchia determinando lo sconvolgimento della sequenza etnica pomacca nel tempo trasformata in nazionalità turca.
D’altra parte, l’insediamento in Tracia occidentale di fanatici nuclei turco-musulmani nazionalisti è stata sommamente facilitata dalla riforma comunale-amministrativa 10) con una spesso illogica “riorganizzazione funzionale” in accorpamenti comunali autonomi: ne è risultata di fatto la creazione di quattro comuni della circoscrizione di Komotinì, due dei quali guidati da sindaci turchi (!!) al servizio del consolato turco, come è facile intuire.
Non si può infine non ricordare anche le pericolose beghe politiche. I partiti greci con validi interessi elettorali nella regione non hanno minimamente esitato a porre in testa alla loro lista candidati musulmani turcofoni appoggiati, se non addirittura proposti, dal consolato turco. Risultato: due dei tre deputati eletti nella Prefettura di Rodopi  (Tracia occidentale) con capitale Komotinì altri non sono se non gli “eletti” del consolato turco, con quanto possa scaturire da simile evento. 11)
Concretamente, l’attuale situazione nei Pomaccochòria è il visibile e vistoso risultato di una pluridecennale latitanza statale ellenica e di un corrispondente sopravvento dei disegni politici turchi. Ovvero una situazione che nessuno Stato “normale”, che rispetti se stesso, accetterebbe mai nel proprio territorio.
Entro un simile quadro trovano la loro logica – per quanto inammissibili e inaccettabili – le dichiarazioni dei due deputati “consolari” dopo la loro elezione nel Parlamento greco: Tsetin Màndazi (PASOK), non si peritò di affermare pubblicamente che “la comunità turca della Tracia occidentale costituisce parte della grande nazione turca”, mentre Orchan Chagiibrahim (Nuova Democrazia) più espressamente dichiarò che il suo ingresso in Parlamento servirà a difendere i diritti dei “turchi della minoranza”.
In entrambi i casi non sfugga un particolare della massima importanza: parlando di “comunità turca” i suddetti – come peraltro sostengono sia il consolato turco sia il governo di Ankara – non intendono riferirsi solo ai  60.000 musulmani turcofoni  (opportunamente da anni “edotti” a considerarsi “turchi”), ma comprendono altresì i 45.000 pomacchi musulmani e i 15.000 rom pure musulmani, tutti “sulle carte” cittadini greci!
Alla luce di quanto precede, ci si chiede – e sarebbe bene che si chiedessero anche tutti i cittadini europei – cosa accadrebbe nella Comunità Europea se per caso la Turchia dovesse entrare a farvi parte, con i milioni di turchi ivi residenti e con la politica ufficiale turca di voler porre sotto la propria “protezione” non soltanto tutti i turchi all’estero, ma anche tutti i non turchi ma musulmani, nel rivendicato presupposto che la Turchia sia il naturale paladino di ogni seguace dell’islam. Un particolare, non superficiale, che quasi tutti ignorano in Europa. 12)
La maggior parte della comunità pomacca ha sempre voluto e chiesto di essere considerata greca di professione musulmana, fedele alle leggi greche, e come tale trattata. Ha sempre chiesto di far frequentare ai propri figli le vere e proprie scuole greche e non quelle cosiddette minoritarie, in commistione con i turcofoni greci, ma fondamentalmente turchi per convinzione, con i quali non sente di avere nulla in comune… come in effetti, per nascita lingua e cultura, è. Ha sempre chiesto di fruire degli stessi diritti dei turcofoni musulmani. Sono addirittura frequenti i casi di false dichiarazioni di residenza fornite alle direzioni didattiche di Xanthi e Komotinì allo scopo di poter iscrivere e far seguire in queste città ai propri figli i corsi delle scuole greche, anche quando ciò obblighi a percorrere ogni giorno chilometri di strada.
Per tutto ciò, e malgrado la sopracitata precisa esortazione/ammonizione (28 agosto 2009) del Comitato Internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale dell’ONU, 13) nessun governo ellenico – apparentemente in nome di una più che precaria amicizia greco-turca “coltivata” con incomprensibile ostinazione – ha mai aderito alle richieste dei pomacchi, proseguendo nel loro “declassamento” non solo giuridicamente illegale, ma altresì politicamente errato e pericoloso, socialmente ingiusto e anacronistico, oltre che palesemente discriminante. In tutta sincerità, non se ne vedono le ragioni. E di certo appare poco plausibile che ancor oggi, nel 2018, presso questi governi ellenici non solo della destra-conservatrice, ma anche sedicenti socialisti-progressisti, a distanza di circa mezzo secolo dalla fine della “guerra fredda”, possano proseguire pratiche ideologiche di quella lontana mentalità e psicosi nel considerare la “natura” della minoranza pomacca.
Un radicale mutamento di rotta non solo è augurabile, ma si impone, non foss’altro che per sanare un’infinita ingiustizia etnica, sociale e civile. Insomma, un vero atto di giustizia e di equità per una popolazione che non aspetta altro.

 

pomacchi grecia

 

N O T E

1) Vale la pena di precisare che i pomacchi di stanza in Bulgaria e Turchia sono stati completamente assorbiti dalle rispettive popolazioni locali e inseriti nelle corrispondenti nazionalità. I pomacchi in Grecia, invece, teoricamente costituiscono una minoranza etnica straniera, malgrado le ripetute istanze passate e presenti di integrazione nel tessuto nazionale greco. I pomacchi in Albania e Fyrom non compongono in pratica validi e influenti aggruppamenti socio-nazionali.
2) Hamdi Omer, Relazione al congresso internazionale per le lingue minoritarie presso l’Organismo Mercator, Olanda, 23/25-11-2004.
3) ibidem.
4) Dopo la seconda guerra balcanica (1913), la Tracia occidentale era stata totalmente occupata dai Bulgari.
5) Da tener presente che i pomacchi, pur essendo di fede islamica, non hanno mai attuato manifestazioni di ostilità verso la popolazione maggioritaria ortodossa greca.
6) N. Kokkas, L’istruzione minoritaria e la teoria del prezzo politico, in pomakohoria.blogspot.com, 24-9-2010.
7) A quanto ci risulta, nulla sembra essere stato applicato sinora.
8) Messaggio email odeg@otenet.gr del 21-12-2012 da Paparodopoulos Nikos a Hellenic-Professors-Phds@Hec.greece.org .
9) Per strano che possa apparire, questo consolato ha la propria sede in una città (Komotinì) dove la minoranza musulmana è piuttosto limitata, e non a Xanthi nella cui provincia si trovano quasi tutti i centri musulmani turchi e pomacchi.
10) Con il nome di Kallikràtis (Callicrate: architetto ateniese che nel V secolo a.C. insieme a Ictino costruì il Partenone).
11) Per maggiori informazioni, v. www.zagalisa.gr . Peraltro, non bisogna perdere di vista la circostanza che l’intera popolazione minoritaria in Tracia occidentale (pomaccofoni, turcofoni e rom) la legislazione greca considera costituita unicamente da cittadini greci di religione musulmana.
12) Senza contare l’innarrestabile invasione di turchi in cerca di miglior fortuna che avrebbe luogo in tutti i Paesi comunitari, legittimata dalle norme sulla libera circolazione dei cittadini entro i confini dell’Unione.
13) Si veda anche il Promemoria sull’istruzione dei pomacchi in Tracia inviato il 3-3-2010 dalla Associazione Culturale dei pomacchi di Xanthi ai ministri greci della PI, A. Diamandopùlu, e degli Esteri, J. Papandreu, in citato pomakohoria.blogspot.com del 5-9-2010.

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