Considerazioni dopo il ritiro americano dal nord della Siria

Filed in News, News ed eventi, siria by del 26/12/2018
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Del ritiro statunitense dal nord della Siria potrebbero avvantaggiarsi in molti. Damasco in primis. Molto probabilmente anche Mosca e Teheran. Sicuramente Ankara, che avrebbe il definitivo via libera per saldare il conto con i curdi.
Per ora comunque non si registrano particolari entusiasmi da parte dell’entourage di Assad. L’ambasciatore siriano Bachar Al-Jaafari, intervenendo all’ONU, ha preferito dire che “prima bisognerà accertarsi della sincerità di tale dichiarazione e poi della sua reale applicabilità”.
Bachar Al-Assad ha sempre denunciato l’occupazione del suolo siriano da parte dei militari statunitensi ritenendolo – non a torto – propedeutico alla frantumazione della Siria. Anche in epoca relativamente recente, nel 2017, le truppe di Damasco si erano dovute confrontare con le milizie curde appoggiate da Washington nella regione del sud-est (Deir ez-Zor) nella corsa per occupare le aree, ricche di giacimenti, abbandonate dall’esercito islamico in fuga. Aree presto cadute sotto il controllo curdo e quindi, magari indirettamente, sotto quello statunitense.
Alcune fonti riportano che a Damasco serpeggerebbe un sospetto: ossia che le dichiarazioni di Trump siano il frutto di accordi segreti tra Russia e Stati Uniti. Accordi con la clausola di una fuoruscita dal territorio siriano degli iraniani. Ipotesi questa non infondata. Così come quella in merito ai propositi di Erdogan di occupare a tempo indeterminato ampi territori del nord siriano, con la scusa di tenere sotto controllo i curdi. A questo si aggiunga (gli affari sono affari) la possibilità per gli USA di vendere qualche Patriot alla Turchia. Magari cercando nel contempo di riportarla – dopo l’ora d’aria con Russia e Iran – nell’alveo storico della NATO. Obiettivo non facile, a quanto sembra.
Il 20 dicembre, il presidente iraniano Hassan Rohani si era recato in Turchia. Da quanto è emerso, Teheran e Ankara sarebbero completamente d’accordo solo su una questione: impedire la nascita di un’entità curda autonoma nel nord della Siria.
In seguito, risolto – o sepolto definitivamente – il contenzioso con i curdi, la Turchia dovrebbe, secondo gli iraniani, lasciare la Siria portandosi appresso anche le milizie dei “ribelli” anti-Assad.
Se questo si verificasse, sarebbe giunto per Damasco il momento di riprendere il completo controllo di quei territori dove i curdi hanno avviato l’esperimento sociale denominato confederalismo democratico. Già formulata in passato, ai curdi verrà riproposta l’offerta di smobilitare i loro combattenti integrandoli – eventualmente – nell’esercito siriano. In cambio del rientro a pieno titolo dell’amministrazione governativa, saranno indette elezioni locali nel contesto di una moderata decentralizzazione.
Sempre che la Turchia accetti di rientrare dentro i suoi confini. Non si esclude infatti che preferisca mantenere un presidio stabile di controllo lungo 600 chilometri e con un’ampia “fascia di sicurezza” all’interno del territorio siriano.
Siamo alle solite. Come sempre autoreferenziali, gli Stati stanno facendo i conti senza l’oste. In questo caso il popolo curdo, la nazione curda.
Non appare per niente scontato infatti che i curdi accettino – dopo tutti i sacrifici compiuti nella lotta contro lo Stato Islamico – di rinunciare ipso facto all’indipendenza conquistata e rientrare nella situazione preesistente al 2011.

Interviene la KCK

Sulla questione è intervenuta l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK).
Il ritiro USA dalla Siria viene definito “un’operazione di salvataggio per lo Stato turco”. Stato sempre più in crisi, “entrato in un processo di disfacimento” anche come conseguenza della lotta di liberazione condotta dal popolo curdo. Allineandosi con la Germania, gli Stati Uniti avrebbero intrapreso un’operazione di vero e proprio recupero per lo Stato turco. Significativo, per la KCK, che recentemente Washington abbia messo una taglia su alcuni dirigenti curdi.
Ma tali manovre – o complotti – non potranno annientare l’esperimento di democrazia rivoluzionaria che vede compartecipi curdi, arabi, assiri, aramei, circassi, turkmeni (anche!) e armeni. Un raro esempio – nel contesto medio-orientale, ma non solo – di convivenza, tra curdi e arabi in particolare, oltre che un modello di governo laico. Anzi, sostiene la KCK, le manovre di Turchia, Iran, Russia, USA, eccetera, finiranno per  “rafforzare la determinazione della popolazione a resistere”.
D’altra parte – come ha ricordato Alberto Negri sul “Manifesto” – i curdi ci sono abituati, a essere periodicamente traditi; da tutti, e dagli USA in particolare.
Come negli anni settanta quando Kissinger in persona alimentò la ribellione dei curdi in Iraq.
Abbandonandoli poi al momento della firma (Algeri 1975) degli accordi confinari con l’allora Persia di Reza Palhevi (alleato di Washington). Uguale scenario alla fine degli anni ottanta, quando Saddam – in quel periodo al servizio dell’Occidente contro l’Iran – poteva impunemente usare i gas contro la popolazione curda (oltre cinquemila morti in Halabja). E poi negli anni novanta, all’epoca della prima Guerra del Golfo (1991), allorché Bush padre alimentò l’insurrezione di curdi e sciiti contro Saddam per poi lasciarli impunemente massacrare.

Inquietudine per l’Europa: centinaia di jihadisti di nuovo in libertà

A Parigi per riaffermare la centralità delle forze democratiche siriane (costituite da combattenti arabi e curdi) nella lotta – non ancora definitivamente conclusa – contro lo stato islamico, Ilhan Ahmed ha voluto precisare:

È nostra intenzione giungere a un giusto compromesso con il regime siriano. Ma quest’ultimo vuole soltanto tornare alla situazione precedente. Per noi questo comporterebbe la perdita delle nostre istituzioni, delle nostre forze armate, della nostra autonomia.

Una prospettiva che il copresidente del Consiglio democratico siriano ha definito  “inaccettabile”.
Inoltre, ha aggiunto, “noi sospettiamo che esista un accordo tra Iran, Russia e Turchia contro di noi”. Niente di più facile visti i precedenti.
L’esponente curdo ha anche voluto indicare alcuni possibili scenari – definendoli “catastrofici” – conseguenti al ritiro statunitense (a cui fatalmente seguirebbe anche quello francese). In particolare, qualora i territori curdi venissero invasi (e non solo bombardati come sta già accadendo) dalle truppe di Ankara (e dagli “ascari”, le milizie jihadiste), le forze democratiche siriane non sarebbero più in grado di controllare e gestire le centinaia di terroristi islamici stranieri (molti di provenienza “europea”) rinchiusi nelle prigioni. Gli stessi terroristi – tra l’altro – che la maggior parte degli Stati di origine ha finora rifiutato di riprendersi. Ovviamente, ha spiegato, “qualora dovessimo abbandonare i nostri territori non porteremo certamente con noi i terroristi stranieri al momento in carcere”.
E altrettanto ovviamente i rischi per l’Europa – dove gran parte di tali personaggi finirebbero per rientrare – sarebbero di non poco conto.

 

ritiro americano dalla siria

 

 

 

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