Nell’annunciare assieme l’intenzione di riconoscere lo Stato della “Palestina”, i governi di Spagna, Norvegia e Irlanda si sono praticamente assunti la responsabilità di sostenere e proteggere questa ipotetica 23esima nazione araba. Mossa roboante, ma fatta soltanto per dare spettacolo, non avendo né le capacità né le risorse per contribuire alla fondazione di un nuovo Paese.
Madrid non riesce neppure a trovare diplomatici spagnoli disposti a vivere a Ramallah per gestire la sua nuova ambasciata nella capitale della “Palestina”.
Vediamo piuttosto come Spagna, Norvegia e Irlanda condividano alcune esperienze comuni che potrebbero far luce sulla loro difesa dei palestinesi e sul disprezzo per Israele.
Tutti e tre i Paesi erano neutrali durante la seconda guerra mondiale. L’Irlanda rimase ufficialmente fuori dalla mischia collaborando solo marginalmente con gli alleati. Il capo della sua diplomazia, Joseph Walshe, ministro degli Esteri, scrisse nel 1941 che “le piccole nazioni come l’Irlanda non assumono e non possono assumere il ruolo di difensori di cause giuste tranne la propria”. A quanto pare Dublino ha dimenticato quel saggio proposito.
La Spagna era neutrale solo di nome. Il generalissimo Francisco Franco era un alleato naturale di nazisti e fascisti. Sia la Luftwaffe di Hitler sia la Regia Aeronautica di Mussolini aiutarono i franchisti durante la guerra civile spagnola bombardando Barcellona e Guernica. Successivamente Franco consegnò a Hitler un elenco di 6000 ebrei che vivevano in Spagna. Nel famoso incontro dell’ottobre 1940 a Hendaye, nella Francia occupata, Franco chiese il controllo di Gibilterra, Marocco e Algeria dopo la guerra come condizione per unirsi alle potenze dell’Asse, ma Hitler aveva già promesso l’Algeria al governo francese di Vichy, quindi la Spagna non aderì allo schieramento.
La Norvegia cercò di rimanere fuori dalla guerra mondiale dichiarando la neutralità nel 1939. Per nulla impressionato, Hitler la invase nel 1940 occupandola fino alla sconfitta della Germania nel 1945. Sotto l’occupazione tedesca, il norvegese Vidkun Quisling guidò un governo fascista e rese il proprio cognome sinonimo di vile collaborazionista.

Olocausto al contrario

Nel maggio scorso la segretaria di Podemos, Ione Belarra, ha dichiarato davanti al parlamento spagnolo che Israele sta “oltrepassando tutte le linee rosse e gareggiando con il nazismo per la prima posizione nell’orrore dell’umanità”.
Nel 2009, Trine Lilleng, diplomatica norvegese in Arabia Saudita, aveva criticato l’operazione israeliana Piombo Fuso, scrivendo che “i nipoti dei sopravvissuti all’Olocausto della seconda guerra mondiale stanno facendo ai palestinesi esattamente ciò che è stato fatto loro dalla Germania nazista”.
Il più diffuso quotidiano irlandese, “The Irish Times”, arriva a paragonare Gaza al Ghetto di Varsavia.
Forse Spagna, Norvegia e Irlanda hanno preso a cuore la retorica del movimento Students for Justice in Palestine (sjp) che equipara Israele alla Germania hitleriana, e il loro riconoscimento congiunto della “Palestina” è un tentativo maldestro di espiare la vergogna provocata dai loro antenati fiancheggiatori dei nazisti. Magari considerano la loro patetica diplomazia un modo per placare il senso di colpa.

Tradizioni di antisemitismo

La diplomazia irlandese, spagnola e norvegese a favore dei palestinesi è taroccata né più né meno quanto gli odierni fricchettoni marxisti con la kefiah in testa, che invocano una “intifada globale” nei campus universitari. Essa è motivata ​​innanzi tutto dall’odio verso gli ebrei e lo Stato ebraico. I palestinesi sono semplici pedine.
La Spagna è tra i Paesi europei più antisemiti, e lo è da secoli. Secondo il Pew Research Center, nel 2008 il 46% degli spagnoli aveva opinioni negative sugli ebrei. Quel numero è probabilmente più alto oggi. Nel 2009, la Anti-Defamation League segnalava “un allarmante aumento degli atteggiamenti antisemiti” riflesso in “vignette e articoli brutalmente antisemiti nei principali media spagnoli […] e sondaggi d’opinione”.
Hanne Nabintu Herland, una storica norvegese, ritiene che la Norvegia sia “il Paese più antisemita dell’Occidente”. Anche se non è sempre stato così, Herland sostiene che “il grado di anti israelismo a livello statale, in media, sindacati, università, college e scuole non ha precedenti nella storia norvegese moderna”.
La storia d’amore irlandese con i palestinesi deriva dalla percezione di avere avuto esperienze simili con l’“imperialismo”. Il governo vede la “liberazione palestinese” come uno specchio delle proprie lotte. Come ha recentemente affermato l’ex primo ministro Leo Varadkar: “Vediamo nei loro occhi la nostra storia di sfollamenti, di espropri, di identità nazionale messa in discussione o negata, di emigrazione forzata, di discriminazione e, ora, di fame”.
Il nuovo primo ministro irlandese, Simon Harris, è d’accordo. Lo stesso vale anche per il Sinn Fein, l’“ala politica” dell’ira, il cui portavoce ha recentemente affermato che “l’Irlanda è uno dei pochi Paesi in cui la Palestina e le questioni palestinesi nel conflitto sono una questione di politica interna”.

Esperienze con il terrorismo

Lo “Stato di Palestina” riconosciuto da Spagna, Norvegia e Irlanda continuerà inevitabilmente a condurre attacchi e a sponsorizzare il terrorismo finché esisterà lo Stato di Israele. Che sia sotto gli auspici di una “Autorità Palestinese rivitalizzata” o attraverso proxy e alleati, la violenza continuerà, soprattutto perché l’esistenza stessa del nuovo Stato sarà il risultato dell’attacco del 7 ottobre. Pertanto viene proprio da chiedersi come Spagna, Norvegia e Irlanda applicherebbero le loro esperienze molto diverse con il terrorismo per consigliare il nuovo alleato. I loro segnali sarebbero come minimo contrastanti.
Per decenni la Spagna è stata presa di mira dai terroristi baschi dell’eta, quindi ci si potrebbe aspettare che gli spagnoli si oppongano a ogni forma di terrorismo. Dopo l’11 settembre, sotto il governo di José María Aznar, le truppe spagnole andarono in Afghanistan per partecipare alla missione isaf. La Spagna faceva parte anche delle 49 nazioni che nel 2003 formavano la “coalizione dei volenterosi” nella seconda guerra del Golfo.
Ma dopo il bombardamento simultaneo di quattro convogli a Madrid, l’11 marzo 2004, l’atteggiamento della Spagna cambiò. In un primo momento, Aznar incolpò l’eta, ma poi i membri di Al-Qaeda autodefinitisi “brigata di Abu Hafs al-Masri” ne rivendicarono il merito, vantandosi del fatto che il loro “squadrone della morte” avesse colpito la Spagna perché era “uno dei pilastri dell’alleanza crociata”. Il messaggio aggiungeva che l’attentato era “parte del regolamento di vecchi conti con la Spagna, crociata e alleata dell’America nella sua guerra contro l’islam”.
Tre giorni dopo l’attacco, Aznar perse le elezioni a favore del candidato socialista José Luis Rodríguez Zapatero, il quale annunciò prontamente che le truppe spagnole avrebbero lasciato l’Iraq. Anche la Spagna è stata presa di mira dall’isis e le sue forze sono state schierate in operazioni contro l’isis in Africa e, ironia della sorte, ancora in Iraq.
Sul lato opposto dello spettro, l’Irlanda è stata una prolifica produttrice di terroristi, sia di tipi apertamente appartenenti a varie modulazioni dell’ira, sia di terroristi travestiti da politici; truffa, questa, di cui è pioniere e maestro il Sinn Féin, che è in crescita e si prevede vincerà le elezioni nel 2024. È probabile che un governo irlandese guidato dal Sinn Féin trascuri il terrorismo e fornisca copertura diplomatica alla violenza palestinese.
La partnership tra ira e olp negli anni ‘70 e ‘80 e l’identificazione del popolo irlandese con i palestinesi incidono pesantemente sull’equazione. Ma non è solo l’olp ad avere amici irlandesi. Quando recentemente è stato chiesto al primo ministro dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neill, se, come l’ira, “Hamas, sebbene considerata un’organizzazione terroristica da molte persone in tutto il mondo, alla fine dovrà essere un partner per la pace”, lei ha risposto di sì.
La Norvegia è rimasta immune dal terrorismo per gran parte della sua esistenza. La situazione è cambiata negli anni 2000, dopo che un islamista curdo di nome Mullah Krekar, arrivato in Norvegia come rifugiato nel 1991, ha fondato Ansar al-Islam nel nord dell’Iraq con membri di Al-Qaeda e talebani in fuga dall’Afghanistan. Ansar al-Islam ha creato problemi anche in Norvegia, dopodiché Krekar è stato estradato in Italia per scontare 12 anni di prigione. Nel 2011, un nativo norvegese di nome Anders Breivik ha lanciato un massiccio attacco contro edifici governativi, prendendo di mira dipendenti governativi e i loro figli, lasciando il Paese sotto shock. Nel 2020, la coalizione di governo norvegese è crollata a causa di un dibattito sul rimpatrio di una “sposa dell’isis” norvegese.

Risorse militari

Qualora fosse necessaria la forza per sostenere il loro Stato, i palestinesi otterrebbero ben poco aiuto dai nuovi benefattori, non essendo nessuno di loro una potenza militare particolarmente impressionante.
La Spagna è il Paese più attrezzato dei tre con 133.282 militari attivi e un budget di 22 miliardi di euro. Ma la Spagna non è più una potenza militare globale dalla sconfitta della sua “invincibile” armata nel 1588. (Curiosamente, dopo la sconfitta dell’Armada nella battaglia di Gravelines, alcune delle navi malconce salparono per la Norvegia mentre altre salparono per l’Irlanda.) E non è nemmeno più una potenza regionale da quando ha perso la guerra ispano-americana nel 1898.
La Norvegia, con i suoi 23.250 dipendenti attivi e un budget di 6,8 miliardi di euro, è la seconda per forze. Tuttavia non è certo una potenza; la sua più grande vittoria militare è quella immaginaria nell’Atto V dell’Amleto, allorché il giovane Fortebraccio annuncia: “Ho alcuni diritti di memoria in questo regno” (5.2.391) e prende il controllo della Danimarca senza sparare un colpo. Ma la Norvegia è una potenza economica, con il più grande fondo sovrano del mondo (1,7 miliardi di dollari) che utilizza per minacciare Israele.
L’Irlanda, ovviamente, è la più debole delle tre, con miseri 7765 effettivi e un budget di poco più di 780 milioni di euro… l’equivalente di un errore di arrotondamento nell’ultimo trasferimento di armi statunitensi all’Ucraina. Secondo l’esperto militare Eoin Drea, “l’Irlanda si distingue come il Paese europeo peggio preparato ad affrontare qualsiasi minaccia significativa, o anche qualcosa di meno di una minaccia significativa”. Questo è vero oggi come lo era nel 1394, quando Riccardo II invase e conquistò facilmente e rapidamente l’isola.

Coinvolgimento con unifil

Nonostante le loro carenze militari, quando si tratta di promuovere e proteggere i palestinesi antisraeliani, tutti e tre i Paesi partecipano attivamente alla Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (unifil), creata nel marzo 1978 dalla risoluzione onu 425.
unifil è l’ennesimo sforzo delle Nazioni Unite per impedire a Israele di sconfiggere i suoi nemici. Nell’ottobre del 2000, Hezbollah rapì tre soldati israeliani oltre confine e le truppe dell’unifil nascosero le prove. La forza d’interposizione sarebbe incaricata di impedire a Hezbollah di ricevere armi di contrabbando: i suoi 46 anni di storia non hanno convinto nessuno a dire “missione compiuta”.
La Norvegia fa parte da tempo dell’unifil, con 800 soldati impegnati nello schieramento originario di 5000 uomini in totale. Anche le truppe irlandesi facevano parte dello schieramento originale. La Spagna è attiva nell’unifil dal 2006. Attualmente sia la Spagna sia l’Irlanda hanno truppe impegnate nella struttura, rispettivamente 681 e 338. Secondo il sito governativo spagnolo La Moncloa, nel 2022 “il segretario generale delle Nazioni Unite ha selezionato un generale spagnolo come nuovo capo missione e comandante dell’unifil. Comanderà un contingente di oltre 10.000 caschi blu e 800 civili provenienti da 46 Paesi”.

Pretese diplomatiche

I governi di Spagna, Norvegia e Irlanda ambiscono a essere considerati artefici di accordi globali. Per Spagna e Norvegia si tratterebbe di una ripresa dei loro impegni diplomatici negli anni ‘90, mentre per l’Irlanda ciò equivarrebbe a un nuovo ruolo sulla scena mondiale.
Di fronte alla Germania nazista, Spagna, Norvegia e Irlanda cercarono la neutralità, ma di fronte ad Hamas sono tutt’altro che neutrali. Infatti, dopo il 7 ottobre – soprattutto dopo la causa del Sud Africa contro Israele davanti alla corte internazionale di giustizia – si sono fermamente schierati dalla parte di Hamas contro lo Stato ebraico.
L’Irlanda riconobbe tardivamente lo Stato di Israele nel 1964, ma nel 1980 divenne la prima nazione europea a chiedere all’Europa di riconoscere lo “Stato di Palestina”.
Il 27 maggio, il ministro degli Esteri spagnolo ha elogiato la corte internazionale, annunciando la sua intenzione di “prendere le giuste misure per far rispettare tale decisione” se Israele non aderirà alle sue richieste di cessate il fuoco. Ha poi fatto seguito alla sua vuota minaccia affermando che “chiederà agli altri 26 partner di dichiarare il sostegno alla corte internazionale di giustizia”.

La “grande” diplomazia: Madeline Albright e Kim Jong II brindano all’accordo che impedisce alla Corea del Sud di costruire la bomba atomica…

La Norvegia, d’altro canto, ultimamente si sta pavoneggiando prendendosi il merito degli accordi passati, fingendo che Oslo sia stato un successo e promuovendo la soluzione dei due Stati. Il sito web del governo norvegese lo definisce “l’accordo che avrebbe stupito il mondo”. Tra le varie autocelebrazioni si apprende che “dalla firma dell’accordo di pace di Oslo, la Norvegia ha ricevuto molti elogi dalle parti” e che “la Norvegia riceve spesso richieste di agire da levatrice, per coordinare assistenza, osservatori o incontri al vertice”.
Solo due settimane e mezzo prima del 7 ottobre, il ministro degli Esteri norvegese, Anniken Huitfeldt, scriveva su “Arab News” che “il tempo sta per scadere per la soluzione dei due Stati e per uno Stato palestinese attuabile”. Aveva ragione per motivi che non avrebbe potuto immaginare.

La “grande” diplomazia: nel settembre 1938 il primo ministro britannico Chamberlain assicura che Hitler vuole la pace in Europa.

Ma la soluzione della Huitfeldt è completamente sbagliata, poiché richiede “rinnovati sforzi congiunti per promuovere un giusto accordo di pace” prima che la parte sconfitta riconosca la sconfitta. Il suo modello, naturalmente, sono “Gli accordi [di Oslo], che […] negoziati con l’aiuto dei diplomatici norvegesi, hanno rappresentato una storica pietra miliare”.
In una dichiarazione pubblicata su “Politico” il 30 maggio, Jonas Gahr Støre, il primo ministro norvegese, ha dimostrato di non aver imparato nulla dal passato. Ha sostenuto che “la Norvegia è stata coerente nella sua convinzione che non ci sarà pace in Medio Oriente senza una soluzione a due Stati”. Ha poi esultato dicendo che “il riconoscimento [della “Palestina”] da parte della Norvegia è un contributo a questo” e che “la Norvegia ora sta collaborando strettamente con l’Arabia Saudita, e stiamo lavorando per mobilitare il sostegno europeo al piano”.
Mentre la Norvegia ha abbandonato la posizione di neutralità che le aveva permesso di intrufolarsi nel “processo di pace”, il suo governo ha chiaramente intenzione di mantenere il suo ruolo, forse con un altro accordo di Oslo. Troverà tifosi sul “New York Times”, dove si sostiene assurdamente che il riconoscimento da parte della Norvegia di uno Stato palestinese “ha avuto un significato aggiuntivo, avendo ospitato gli incontri clandestini del 1993 che hanno portato agli Accordi di Oslo, il quadro di pace che è andato così vicino alla risoluzione del conflitto tra Israele e i palestinesi” (il corsivo è mio).
Di fatto gli accordi di Oslo hanno esacerbato il conflitto.
Il trattato omonimo fu un disastro che diede legittimità all’olp, un’organizzazione terroristica, la rinvigorì, la armò fino ai denti e la rese una struttura permanente in un modo che mai avrebbe potuto realizzare da sola. La Norvegia avrebbe dovuto imparare l’errore di Oslo. Di sicuro lo hanno fatto gli israeliani.
Quassù, nella foto del titolo, i ministri degli Esteri spagnolo, irlandese e norvegese (da sinistra a destra, José Manuel Albares, Micheal Martin ed Espen Barth Eide) hanno posato per i giornalisti dopo l’annuncio del 27 maggio a Bruxelles, ponendo le mani in un saluto da Tre Moschettieri, i volti che a stento riescono a contenere la trionfante fiducia. Ma sono una barzelletta. Non hanno realizzato nulla, questi statisti della mutua. La fotografia va appesa accanto a quella del brindisi a champagne tra Madeline Albright e Kim Jong Il dopo aver negoziato un accordo per impedire alla Corea del Nord di sviluppare bombe nucleari; e a quella di Neville Chamberlain a Londra, che sventola un pezzo di carta con la promessa di Hitler di “assicurare la pace dell’Europa”.
Invece di riconoscere lo “Stato di Palestina”, Irlanda, Spagna e Norvegia dovrebbero riconoscere i propri limiti. È ora che smettano di cercare di spingersi oltre il loro peso attraverso il trucco a buon mercato di rompere i ranghi con l’ue. Il resto del mondo dovrebbe considerarli un terzetto di mocciosi, più interessati ad attirare l’attenzione su di sé che ad aiutare qualcun altro.

 

A. J. Caschetta, www.investigativeproject.org
versione di Etnie