Questa ricerca, ripercorrendo la storia degli antichi abitatori della valle padana, si propone di dimostrare la chiara relazione tra gli antichi colonizzatori e le tracce linguistiche che essi hanno lasciato nei nomi di luogo di quest’area, oggi definita “Italia settentrionale”.
Per dimostrare che vi è un preciso rapporto tra migrazioni e toponomastica ci serviremo di metodi propri dell’etnolinguistica, una branca della linguistica che studia le relazioni esistenti fra le lingue e vari tipi di culture a esse legati. Questo tipo di rapporto sarà chiarito facendo riferimento al testo di Giorgio Raimondo Cardona, il quale nella sua Introduzione all’etnolinguistica afferma che essa è la disciplina che si propone di interpretare una lingua in rapporto alla sua particolare cultura.

L’importanza dei τόποι

Siamo in grado di cogliere immediatamente il rapporto tra lingua e cultura se ci troviamo in un contesto linguistico che non è il nostro. Se, per esempio facciamo riferimento a un parlante di madrelingua inglese, ci accorgiamo che egli adotta particolari classificazioni sistemiche di vari settori dell’esperienza le quali fanno sì che egli interpreti in modo diverso da noi il mondo circostante. La tesi di Cardona mette in rilievo il profondo rapporto esistente tra una lingua e il popolo che la parla, vale a dire tra la lingua di un popolo e la cultura del medesimo.
A sostegno di questa interpretazione, Marco Aime sostiene che la lingua è il mezzo con il quale noi definiamo la nostra realtà; seguendo poi quanto afferma Luigi Cavalli Sforza, la lingua è alla base della cultura: essa “è pure il veicolo principale della cultura, la quale per mezzo del linguaggio è potuta divenire il sostegno principale dell’uomo”.
Lo stretto rapporto tra cultura e lingua serve da esempio nel mio studio, che si propone di illustrare la chiara relazione tra le migrazioni avvenute in età protostorica e storica in valle padana, e le tracce linguistiche che esse lasciarono nei nomi di luogo.
Prima di procedere, è indispensabile una premessa sull’interesse storico, geografico e linguistico della toponomastica, cioè dello studio scientifico dei nomi di luogo (dal greco τόπος “luogo” e όνομα “nome”).
Per cominciare, osserviamo che i nomi di luogo si inseriscono in due categorie fondamentali. La prima è costituita da nomi di elementi geografici naturali come penisole, isole, rilievi, montagne, laghi e fiumi; la seconda da quelle strutture che comportano l’intervento dell’uomo, come le città, le grandi strade di comunicazione, i ponti, i viadotti, i mulini e le costruzioni agricole e artigianali. Notiamo inoltre che esiste una certa tendenza alla conservazione dei toponimi costituiti da nomi geografici naturali, poiché di solito non cambia l’aspetto fisico che ha promosso il nome. Al contrario, c’è una tendenza minore alla conservazione dei nomi di città. Alludo a quei centri soggetti alle sovrapposizioni di lingue diverse dovute a migrazioni di popoli che si sono susseguite, comportando la perdita della coscienza linguistica del passato. Una sorte simile hanno seguito le città soggette a trasformazioni politiche e ideologiche, come per esempio San Pietroburgo in Russia, denominata Leningrado al tempo dell’Unione Sovietica.
I toponimi sono un importante fonte storica per la geografia dell’insediamento. Mi riferisco al saggio di C.T. Smith, Geografia storica d’Europa, in cui si sostiene che i toponimi sono una fonte più verosimile rispetto ai documenti statutari, i contratti d’affitto e le note contabili che possono essere sottoposte a forzature dall’interesse personale di un autore. Allo stesso tempo vi si afferma che i toponimi sono una fonte che, come i documenti storici, è stata elaborata dalla mente umana e perciò testimonia la visione particolare di un luogo da parte di un determinato popolo che non corrisponde necessariamente alle caratteristiche reali di quel luogo.
Dall’analisi di Smith consegue una certa relazione tra i toponimi e il modo di considerare i luoghi da parte di certe popolazioni del passato. Tale modo di rapportarsi ai luoghi implica un elemento umano che è parte della cultura di una comunità: come afferma Simeon Potter, “i toponimi hanno un interesse durevole: storico, geografico, linguistico e soprattutto umano. Possono svelarci come vivevano i nostri antenati e in quale modo concepivano la vita. I toponimi possono essere pittoreschi, perfino poetici; o possono essere banali e insignificanti”.
Smith osserva che la traduzione e l’interpretazione di un toponimo è compito che spetta ai filologi, i quali devono attenersi a determinate leggi linguistiche quando individuano una forma originaria e le successive varianti. Il toponimo originale riveste una grande importanza linguistica, in quanto ci fornisce informazioni sull’etnia e sul luogo di provenienza del popolo che si insediò nel luogo medesimo. I toponimi sono fonti molto importanti per la cronologia relativa all’insediamento progressivo in una certa area in rapporto al suo livello di accessibilità e alle sue condizioni fisiche. Essi descrivono le caratteristiche morfologiche di un luogo, mettendo in evidenza per esempio la presenza di corsi d’acqua, di vegetazione, o il tipo di rilievo; essi sono in grado di darci informazioni sulla natura dell’economia di un popolo e sull’uso, per esempio, dell’agricoltura in una determinata area.

Gli inizi dell’epoca storica

Prima di procedere alla descrizione delle popolazioni che vi migrarono, è opportuno dare una definizione della valle padana, detta anche pianura padano-veneta-romagnola, ovvero il bacino del fiume Po fino al suo delta. Il termine “padano” deriva dal latino Padus, nome con cui i Romani chiamavano il grande fiume che attraversa quasi tutto il territorio.
L’VIII secolo a.C. è il periodo storico in cui le varie fonti a disposizione ci permettono di identificare nell’area padana la presenza di alcune stirpi: quelle dei Liguri, dei Veneti, degli Etruschi e dei Celti (detti anche, in epoca romana, Galli cisalpini). A partire dal II secolo a.C. vi si aggiunse la presenza dei Romani, mentre nel IV secolo d.C. sarà il popolo dei Goti a fare il suo ingresso a sud delle Alpi. Alla fine del V sec. d.C. un altro popolo germanico, i Longobardi, penetrerà i confini nord orientali e giungerà in area padana.

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I Liguri

Dopo che si concluse l’ultima glaciazione e la linea di costa dell’Adriatico si stabilizzò (siamo intorno al 7000 a.C.), una popolazione mediterranea dell’Europa occidentale, i Liguri, cominciò a stabilirsi nelle zone pedemontane della Padania. Il termine Liguri deriva probabilmente da Λίγυες (così chiamati dai Greci) e Ligures (così chiamati dai Romani), che a quanto pare trae origine a sua volta dal pre-indoeuropeo liga (luogo paludoso, acquitrino).
Il termine francese lie e provenzale lia, che hanno il medesimo significato, spiegherebbero un primo incontro tra mercanti greci e indigeni, liguri appunto, avvenuto presso le coste paludose dove si trovano le foci del Rodano.
In epoca preromana i Liguri occuparono un territorio che approssimativamente coincide con alcune aree attuali di Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana settentrionale, Emilia e Veneto. Avevano un’organizzazione frammentata, nel senso che erano divisi in molte tribù, e ciò costituì sempre un elemento di debolezza. Professavano una religione animista e adoravano il dio Belanu, divinità della luce alla quale facevano sacrifici. Sappiamo pochissimo della loro lingua di cui sono rimaste poche iscrizioni; 1) pare fossero affini ai Celti sia per via di lontane ascendenze sia per una certa contiguità geografica. Questo elemento di affinità con i Celti potrebbe ricondursi a una loro origine indoeuropea, laddove in passato si escludeva questa genesi. Si ha notizia che il popolo degli Euganei ( da cui prende nome il gruppo collinoso in provincia di Padova) furono un ramo della stirpe dei Liguri: gli Euganei furono costretti a trovare rifugio sulle montagne intorno a Verona e Brescia perché minacciati dall’avanzata dei Veneti.

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Elmo di guerriero celto-ligure del III secolo a.C., da una sepoltura nei pressi di Berceto (PR).

I Veneti

Questo popolo, all’inizio della cosiddetta età storica – ovvero a partire dall’VIII secolo a.C. – abitava la parte orientale della Padania. Pare che i Venéti o Paleoveneti (per distinguerli dagli attuali abitanti della regione) provenissero dall’Europa centro-orientale, ma le notizie sulla loro patria originaria sono discordi. 2) Secondo Erodoto erano di razza illirica, mentre alcuni studiosi moderni tendono a considerarli un’etnia indipendente con una propria lingua di ceppo indoeuropeo: tale lingua ha in comune con il latino alcuni aspetti fonetici e morfologici.
Il termine Veneti deriverebbe dalla radice indoeuropea *wen (“amare”). I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli “amati”, o forse gli “amabili”, gli “amichevoli”. 3) La presenza di numerosi reperti archeologici nell’area del Veneto attuale attesta che i Veneti o Venetici avevano sviluppato una notevole cultura materiale e artistica che li distingueva dagli altri popoli padani. Praticavano l’agricoltura e pare fossero assai esperti nell’allevamento dei cavalli, oltre a essere valorosi guerrieri e bravi commercianti.
Riguardo alla loro religione, le fonti a disposizione attribuiscono una grande importanza al culto della dea Reitia (Sainate Reitia Pora) che ha elementi in comune con le divinità classiche Artemide e Diana. Secondo la testimonianza di Polibio, i Veneti erano simili per costumi ai Galli ma parlavano una loro propria lingua. 4)
Inizialmente essi occuparono il territorio tra il lago di Garda e i Colli Euganei, e in seguito si spinsero fino ai limiti del confine dell’attuale Veneto (ma dobbiamo considerare che la linea di costa del Mare Adriatico era più arretrata rispetto ai giorni nostri).

Gli Etruschi

Questo popolo chiamava se stesso con il nome Rasna o Rasenna: il termine ras pare indichi il rasoio e l’atto di radersi, di tagliare, da cui “popolo che adoperava il rasoio per radersi”, oppure “popolo che aveva come capo, come ras, un uomo rasato”. Da ciò si evince il duplice significato di capo e uomo che si rade (quindi il capo, il comandante aveva in uso di radersi). 5) Il termine Etruschi ha invece origine latina: Tusci o Etrusci, cioè nativi dell’Etruria.
La civiltà etrusca si sviluppò nella penisola italiana a partire dall’VIII secolo a.C. e la sua origine appare per molti aspetti ancora misteriosa ed è dubbia la sua appartenenza alla famiglia italica.
Erodoto afferma che gli Etruschi migrarono dalla Lidia (Anatolia) in Italia mentre Dionigi di Alicarnasso lo considerava un popolo autoctono della penisola. Circa dieci anni anni fa fu portata a termine un’analisi genetica del cromosoma Y degli abitanti della Toscana da cui emerge una somiglianza tra i discendenti degli Etruschi (i Toscani appunto) e gli abitanti dell’Anatolia.
Fu in seguito effettuata un’analisi sul DNA mitocondriale degli antichi Etruschi che attesterebbe l’origine autoctona di questo popolo.
Il territorio dell’attuale Toscana e alcune parti dell’alto Lazio fino a Cerveteri e Roma sono da considerarsi il centro vero e proprio della civiltà etrusca. Dalle suddette aree gli Etruschi partirono alla conquista di nuovi territori nell’Italia settentrionale e attraversarono le valli appenniniche di collegamento con l’Emilia Romagna e l’area padana.
Fin dalla metà del VI secolo a.C. gli Etruschi furono presenti sulla riva destra del Po e fondarono Felsina, l’odierna Bologna, e Misa che corrisponde all’attuale Pian di Misano presso Marzabotto. Anche le città di Modena, Parma, Piacenza e Ravenna furono di fondazione etrusca, cosi come Mantova che rappresentò una località munita di fortificazioni permanenti al confine con il popolo dei Veneti. Mantova, fondata alla confluenza del Mincio con il Po, rappresentò un collegamento fluviale oltre che terrestre con altre due città di fondazione etrusca: Adria e Spina. 6)

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Iscrizione (anqus´ · markes´) su argilla proveniente dal sito del Forcello di Bagnolo S. Vito, prima testimonianza indubbia di presenza etrusca a nord del Po.

La parte della valle padana sotto l’influenza etrusca andò incontro a un grande sviluppo culturale ed economico; crebbero di importanza i porti di Adria e di Spina, che incrementarono i loro traffici in Adriatico, in particolare con la città di Atene. Misa invece, posta sulla via principale di comunicazione tra la valle padana e la penisola, diventò un centro commerciale strategico.
Gli Etruschi espressero una civiltà più evoluta rispetto ai popoli che condividevano con essa i territori dell’Italia centro-settentrionale. Le iscrizioni funerarie etrusche, che riportano il nome personale del defunto (prenome), seguito dal nome della gente a cui apparteneva, attestano la struttura gentilizia su cui si basava la società etrusca; tale struttura, che coinvolgeva ampi strati della società escludeva, gli schiavi, i servi, così come gli attori, i giocolieri e gli stranieri. La donna, diversamente da quanto accadeva in Grecia e a Roma, aveva un ruolo molto importante nella società etrusca, dato che partecipava alla vita pubblica ed era presente ai banchetti con il marito. Alcune fonti scritte ci attestano che i Greci consideravano immorale il comportamento delle donne etrusche per il ruolo rivestito all’interno della società.

I Celti

È importante considerare che i popoli celtici durante il IV e il III secolo a.C. occupavano vaste aree dell’Europa e cioè parte delle isole Britanniche, degli attuali territori di Francia, Belgio, Germania, Paesi Bassi, Svizzera e parte della penisola iberica e di quella italiana. Questa interpretazione è avvalorata da quanto è affermato da Grover S. Krantz: “Anche nel V secolo a.C. avvenne una massiccia irruzione celtica nella valle del Po dell’Italia settentrionale. Questa era prima un’area scarsamente popolata e questi Galli cisalpini erano una forza potente”. 7)
Questi popoli furono sempre politicamente frazionati e pare che la loro terra d’origine sia l’area intorno alle sorgenti del Danubio, corrispondente all’attuale Selva Nera in Germania. 8)
Si ha notizia dallo storico Tito Livio che i Celti, per via di un forte incremento demografico, discesero in Italia al tempo del re di Roma Tarquinio Prisco (616-578 a.C.). Seguendo la testimonianza di altri storici come Plinio, Diodoro Siculo e Appiano, l’invasione celtica avvenne invece intorno al 400 a.C.
I Celti dovettero affrontare gli Etruschi ma anche Liguri e Veneti che occupavano vaste aree della Padania, talché il loro insediamento avvenne a macchia di leopardo. Il ritrovamento di iscrizioni di origine celtica in un’area contenuta tra Piemonte e Lombardia (si tratta della cosiddetta cultura di Golasecca dal nome dell’omonimo comune in provincia di Varese), ha fatto sì che queste siano ritenute le tracce più antiche di un popolo celtico in Italia. Tramite le suddette fonti si è ritenuto che la cultura di Golasecca riguardi un periodo che va dal IX al IV secolo a.C. La civiltà di Golasecca (imparentata con l’orizzonte culturale di Hallstatt) pare sia scomparsa proprio con l’arrivo in questo territorio di altre tribù celtiche provenienti da oltralpe (considerate dai paletnologi appartenenti al successivo orizzonte culturale di La Tène).

padania toponomasticaI Celti riuscirono a mantenere le loro strutture sociali originarie, la loro identità culturale e allo stesso tempo operarono scambi culturali, sociali, economici e religiosi con i popoli vicini. Secondo la testimonianza dello storico latino Polibio, nel periodo successivo alla loro invasione, “per la vicinanza i Galli si erano mescolati agli Etruschi” e il loro popolamento nel settentrione era “per villaggi privi di mura”. La descrizione della tipicità dei loro villaggi è un importante affermazione circa la natura tribale su cui si basava la forza militare dei Celti. 9)
Le tribù galliche che attraversarono le Alpi occidentali transitarono sull’attuale territorio del Piemonte venendo a contatto e fondendosi con i Liguri. Si consideri che quest’area era già da secoli occupata da tribù celto-liguri, risultato di una fusione pacifica tra questi due popoli, e che la maggior parte del territorio era occupato da fitte foreste in montagna e paludi in pianura; ne consegue una certa scarsità di aree da colonizzare, sicché il Piemonte rappresentò per il grosso di queste tribù soprattutto un territorio di transito verso le fertili pianure di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. 10)
I Celti ridussero di molto i territori occupati dai Veneti nel nord-est e fecero lo stesso con i territori occupati da Reti e Liguri in direzione ovest, con il risultato di fondersi con questi popoli. I Galli – termine con cui i Romani chiamavano le tribù celtiche – si spinsero fino alle rive dell’Adriatico non lontano dall’attuale città di Ancona.

I Romani

A partire dal II sec. a.C. cominciò il processo di colonizzazione romana di quella che è oggi l’Italia settentrionale. I coloni furono incentivati dal governo a combattere i popoli che occupavano le aree della cosiddetta Gallia cisalpina (al di qua delle Alpi verso la pianura padana), avviando così la guerra contro i Galli per la fondazione di nuove colonie. 11)
Avanzando, gli invasori fondavano campi militari che diventavano i quartieri generali delle legioni e delle coorti, le unità militari del loro esercito. Ai nuovi coloni venivano assegnate nuove terre delineate secondo il metodo della centuriazione (centuriatio), ossia la suddivisione dei terreni per mezzo di linee perpendicolari tra loro (decumani e cardini). Il terreno risultava così ripartito in tanti quadrati che rappresentavano il fondo per cento famiglie (una centuria appunto).

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La centuriazione romana nell’Emilia centrale (da Consorzio di Bonifica Emilia).

Numerosi centri abitati da tribù galliche, come Parma, Cremona, Piacenza, Bologna, ma anche Milano, Novara, Brescia, Verona, Bergamo, divennero dimora di coloni romani e latini. Milano (Medio-lánum), il centro più antico dei Galli Cisalpini, fu conquistata nel 222 a.C. 12)
I Romani cominciarono col colonizzare tutta l’area pedemontana alle pendici dell’Appennino e fondarono le città di Ariminum (Rimini) e Placentia (Piacenza), la prima nel 268 a.C. e la seconda nel 218 a.C.; entrambi i centri, abitati in origine da tribù galliche, furono collegati dalla via Aemilia, così denominata perché fatta costruire dal console Marco Emilio Lepido. Questa strada divenne molto importante per i traffici commerciali delle aree circostanti e fu terminata nel 187 a.C. 13)
In un arco di tempo che va dal II secolo a.C. al IV secolo d.C., il territorio della Gallia cisalpina venne romanizzato. Alla fine del III secolo d.C. l’imperatore Diocleziano attuò una riforma giuridico-amministrativa dell’Impero; la città di Milano divenne la capitale della Cisalpina, il cui confine, seguendo il crinale appenninico, andava da La Spezia a Rimini. Come vedremo in seguito, questo confine rappresentò anche una frontiera linguistica, con conseguenze sulla lingua parlata nell’area geografica a nord di quella che oggi chiamiamo “linea LaSpezia-Senigallia”.
Al principio del IV secolo l’imperatore Costantino creò due vicariati indipendenti: l’Italia annonaria che comprendeva l’Italia settentrionale e la Rezia, e l’Italia suburbicaria che corrispondeva all’Italia centro-meridionale il cui scopo era quello di approvigionare Roma. 14)

I popoli germanici: Goti e Longobardi

Gli autori classici chiamavano i Goti Gutones, Gothones o Gotones; l’antica forma gotica doveva essere Gotans, come risulta da un’antica iscrizione in caratteri runici che fu rinvenuta in una località della Romania (l’anello di Pietroasa); la medesima radice gutan la ritroviamo nel norreno gotnar che significa “uomini”, “guerrieri”, per cui il termine goti va interpretato come “guerrieri”. 15) Secondo quanto afferma Giordane, uno storico latino di origine ostrogota, i Goti partirono dalla Scandinavia intorno alla seconda metà del II secolo a.C. Avanzarono verso est e si stabilirono lungo il corso inferiore del fiume Vistola, superarono la catena dei Carpazi e arrivarono alle coste del Mar Nero.
Nel IV secolo d.C le pressioni esercitate dagli Unni costrinsero i Goti a ripiegare verso occidente. Nella loro marcia alcune tribù di Goti giunsero nella Gallia meridionale e da li in Spagna; altre si erano stabilite in Pannonia, corrispondente a una parte dell’attuale Ungheria. In questi territori i Goti vennero a contatto con la civiltà romana, e al comando del re Teodorico, alla fine del IV secolo, partirono alla conquista dell’Italia dove fondarono un regno che durò sessant’anni, dal 488 al 555 d.C. 16)
Teodorico guidò la sua spedizione militare in Italia indotto dall’imperatore di Bisanzio che intendeva eliminare Odoacre, il capo militare degli Eruli. Ricordiamo che Odoacre aveva vinto l’ultimo imperatore romano nell’anno 476 e da allora governava la penisola. Teodorico spodestò e uccise Odoacre, quindi si insediò in Italia come re dei Goti e incaricato dell’imperatore presso i Latini della penisola.
Il significato del termine “Longobardi” si presta a diverse interpretazioni. Una è riferita alla consuetudine maschile di portare lunghe barbe (langbärte in antico germanico), l’altra all’uso di lunghe lance (in tedesco hallbard), un’altra ancora è l’appellativo scandinavo per quei guerrieri che dalla madrepatria attraversavano il mare in cerca di fortuna (longobardiz).
Questa stirpe era in origine denominata winnili, termine scandinavo che significa “guerrieri”, e questo è un indizio importante circa la loro terra d’origine. I Longobardi, anch’essi a quanto pare provenienti dalla penisola scandinava, seguendo alcune fonti latine erano considerati più rozzi e meno evoluti dei Goti. 17) Gli autori latini trascurarono i Longobardi fino a che essi non vennero in contatto con l’impero Romano, cosicché disponiamo sostanzialmente di due fonti su questa popolazione.
La prima è un testo intitolato Origo gentis Langobardorum, in versione latina, risalente alla seconda metà dell’VII secolo. Si tratta di una redazione scritta dell’antica saga trasmessa fino ad allora oralmente in lingua longobarda: ci parla della genesi della tribù, della sua prima migrazione dalla Scandinavia fino all’arrivo in Italia passando per il confine nord-orientale nell’anno 569 d.C., citando il regno del re Pertarito in Italia (671-688 d.C.). Il testo è presente in tre codici manoscritti che contengono l’editto delle leggi dei longobardi.
La seconda fonte, molto preziosa, è rappresentata dagli scritti del monaco Paolo Diacono, che discendeva da una nobile famiglia longobarda del Friuli e aveva studiato nella città di Pavia. Paolo Diacono scrive in lingua latina Historia Langobardorum nell’anno 789 d.C. Anch’egli considera la Scandinavia quale terra d’origine dei Longobardi e individua nella Scoringa (traducibile come “il paese degli scogli”) l’isola in cui si sviluppò la loro prima colonizzazione. Il luogo corrisponderebbe all’attuale isola tedesca di Rügen. 18)
Dall’isola, questo popolo arrivò sulla terraferma lasciando traccia di sé in Germania, Bassa Austria e Boemia per giungere in Pannonia, dove per la pressione degli Avari mosse sotto la guida di re Alboino in direzione della penisola italiana; siamo, come già sottolineato, nell’anno 569 d.C.

padania toponomasticaSeguendo il racconto di Paolo Diacono, Alboino e la sua gente penetrarono il confine nord-orientale raggiungendo il territorio dell’attuale Friuli. Qui Alboino scelse come capo del presidio il nipote Gisulfo, il quale a sua volta pose la condizione di scegliere le fare di coloro che lui considerava gli uomini più fidati. 19) Con il termine fara, presente ancor oggi in molti toponimi, come vedremo in seguito, si indicavano quei gruppi di persone legati tra loro da un rapporto di parentela. 20)
Alboino scelse come baluardo della sua avanzata la città di Cividale e penetrò nel Veneto, in Lombardia, in Piemonte, quindi attraversò il Po e giunse in Emilia. Egli occupò le importanti città di Pavia, Verona e Milano.
Dobbiamo ricordare che a quel tempo l’Italia era reduce dalla guerra tra Goti e Bizantini; il conflitto aveva determinato distruzioni e carestie ovunque, ma il territorio era in ogni caso molto più attraente per i Longobardi rispetto alla pianura pannonica da cui provenivano. La possibilità di una vita migliore attrasse in Italia un numero di circa 100-150mila persone comprese le donne e i bambini.
Alla spedizione si aggiunsero anche uomini di diversa stirpe: si parla di Gepidi, Bulgari, Norici e altri ancora, tutti attratti dal miraggio di ricchi bottini. 21)

N O T E

1) Savj Lopez, P.E. Guarnerio, Le origini neolatine, Hoepli, Milano 1948.
2) Alessandra Aspes, Il Veneto nell’antichità: preistoria e protostoria, Banca popolare di Verona, Verona 1984.
3) Francesco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa, Il Mulino, Bologna 1997.
4) Ibidem.
5) Paolo Campidori, Mugello, Romagna, Toscana e Valdisieve, Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo 2006,
Massimo Pittau, Dizionario della lingua etrusca, Libreria Editrice Dessì, Sassari 2005.
6) Arnaldo D’Aversa, La valle padana tra Etruschi, Celti e Romani, Paideia Editrice, Brescia 1986.
7) Grover S. Krantz, Geographical Development of European Languages, Peter Lang, New York.
8) Thomas William Rolleston, i miti celtici, II ed., Milano, Longanesi & C., 1995, p.12
9) Venceslas Kruta, Valerio Massimo Manfredi, I Celti in Italia, Mondadori, Milano 1999.
10) Gualtiero Ciola, Noi, Celti e Longobardi, Edizioni Helvetia, Venezia 1987.
11) Riccardo Querciagrossa, L’evoluzione della regione del Delta del Po dalla preistoria ai giorni nostri, II. L’Età romana.
12) Savj-Lopez, P.E. Guarnerio, op.cit.
13) Riccardo Querciagrossa, op.cit.
14) Sergio Salvi, La lingua padana e i suoi dialetti, La libera compagnia padana, 1999.
15) Vittoria Dolcetti Corazza, Introduzione alla filologia germanica, G. Giappichelli editore, Torino 1987.
16) Ibidem.
17) Claudio Azzara, I Longobardi, Il Mulino, Bologna 2015.
18) Ibidem.
19) Gianluigi Barni, I Longobardi in Italia, Quadro generale, Testi: Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, I vescovadi italiani durante l’invasione longobarda di mons. Duchesne, Editto di Rotari, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1987.
20) Ibidem.
21) Claudio Azzara, op.cit.

BIBLIOGRAFIA

Marco Aime, Cultura, Bollati Boringhieri, Torino 2013.
Luigi Luca Cavalli Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 2001.
R. Lazzeroni (a cura di), Linguistica storica, La Nuova Italia, 1987.
Clifford T. Smith, Geografia storica d’Europa. Dalla Preistoria al XIX secolo, Laterza, Roma-Bari 1986.
Simeon Potter, Our Language, Penguin Books, London 1966.