Un altro brutto anno per i saharawi

Per ora l’ultima notizia riguarda gli attacchi dell’aviazione marocchina del 2 gennaio 2024 alla frontiera tra Sahara Occidentale e Mauritania. I droni avrebbero colpito alcuni veicoli che trasportavano civili. Il primo attacco era avvenuto nei pressi della città di Mijek dove, in una miniera aurifera, lavorano centinaia di persone tra saharawi e mauritani. Sia in questo che nel secondo episodio, due ore dopo e nella stessa località, non ci sarebbero state vittime ma soltanto danni materiali.
Attualmente il Marocco dispone di centinaia di droni di fabbricazione statunitense (Sea Gardian, Predator), israeliana (Theron Harfang, Hermes), cinese (Wing Loon) e turca (Bayraktar).


Ormai sommerso dalle sabbie l’accordo di pace (promosso dall’onu e all’epoca considerato “storico”) del 30 ottobre 1988 tra Rabat e Polisario, propedeutico, almeno in teoria, a un referendum sull’autodeterminazione. Approvato definitivamente in sede onusiana nel 1991, consentiva nel settembre dello stesso anno con l’invio dei caschi blu di approdare a un – per quanto precario – cessate-il-fuoco.
Ma, come ricordava meno di un anno fa su “Nigrizia” Francesco Bastagli (senior advisor ispi e assistente del segretario generale dell’onu nel 2005-2006), “nonostante il piano che prevede il referendum per l’autodeterminazione risalga al 1988, il consiglio di sicurezza non ha mai voluto obbligare il Marocco a indirlo. In seno al consiglio ci sono membri come Francia e usa che non vogliono premere su Rabat”.
In compenso, mentre i saharawi venivano abbandonati a se stessi, miglioravano sensibilmente i rapporti tra Marocco e Israele. Risaliva all’estate scorsa la prima visita ufficiale di un presidente della Knesset (Amir Ohana, membro del Likud) a Rabat, invitato dal suo omologo Rachid Talbi El Alami. Visita che faceva seguito quella del ministro israeliano dei Trasporti Miri Regev.
Un processo di normalizzazione, quello tra Rabat e Tel Aviv, fortemente auspicato dagli usa nel quadro degli accordi di Abramo (con la contropartita del riconoscimento da parte di Washington della sovranità marocchina sul Sahara occidentale).
A rischiare di interrompere l’idillio era però intervenuta la crisi dell’ottobre 2023. Con l’attacco brutale (criminale, indecente per un movimento che si definisce di liberazione) portato dalle milizie palestinesi (Hamas, Jihad islamica…) contro la popolazione israeliana. E la successiva, devastante operazione militare su Gaza. Ormai ampiamente oltre le ventimila vittime, in maggioranza civili (donne e bambini soprattutto).
Del resto la guerra in corso ha determinato una divisione interna anche tra i Paesi del continente africano. Mentre alcuni si sono comunque schierati a fianco di Israele (Ghana, Kenya, Zambia, Repubblica Democratica del Congo) altri sembrano propendere per i palestinesi. In particolare il Sudafrica, che accusa apertamente Israele di genocidio, l’Algeria, la Tunisia e appunto – se pur più cautamente – il Marocco, il cui governo non può non tener conto delle simpatie per la causa palestinese diffusa nel Paese.
Nel frattempo si erano svolte in sette regioni del Marocco – Tiznit, Agadir, Tafnit, Mahbas, Tan-tan, Kenitra e Ben Guerir – le esercitazioni militari denominate “Leone d’Africa”. Di cui la prima edizione risaliva al 2007, fino a quella del 2023, la 19esima.
I circa ottomila soldati partecipanti provenivano da 18 diversi Paesi, sia africani sia “occidentali”. Presenti per la prima volta anche una dozzina di israeliani. Non casualmente membri del corpo di fanteria d’élite Golani Reconnaissance Battalion. In genere operativo nei territori palestinesi occupati.
Un tassello significativo è stato infine portato dal riconoscimento (già implicito negli accordi di Abramo) da parte di Israele della sovranità marocchina sui territori del Sahara Occidentale, nelle cosiddette “province meridionali”. Con l’ipotesi, addirittura, di aprire un consolato israeliano a Dakhla (città dei territori occupati dal Marocco).
Al momento i Paesi europei che riconoscono la sovranità del Marocco nel Sahara Occidentale sono già una quindicina (tra cui Spagna, Paesi Bassi, Germania, Svizzera). Una trentina quelli arabi e africani. E pazienza per le legittime aspirazioni dei nativi.