Dossier – La questione provenzale e l’“occitania”, un tentativo di annientamento culturale

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Quella alpina di lingua d’oc nel Piemonte sud-occidentale è una minoranza senza voce, soffocata, oltre che dallo Stato centrale, anche dalla globalizzazione occitana. In questo “libro bianco”, la Consulta Provenzale fornisce un’ampia documentazione storica, linguistica e sociopolitica del fenomeno.

La Consulta Provenzale nasce nel febbraio dell’anno 2000, in seguito all’approvazione della legge nazionale 482 del 15 dicembre 1999 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche) che non contempla tra le minoranze aventi diritto di tutela la lingua provenzale.
Con questa legge non viene di fatto riconosciuta tutta la vasta area minoritaria situata nelle vallate alpine del Piemonte sud-occidentale che si identifica nella lingua provenzale (che tra la popolazione è denominata in genere con le espressioni a nosto modo, a nosta manera, patuà, parlà di kyé, eccetera).
Data questa situazione, gli appartenenti alla minoranza provenzale hanno ritenuto spontaneamente di costituire la Consulta Provenzale, al fine di valorizzare il patrimonio culturale e linguistico delle vallate alpine del Piemonte meridionale e sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni.
L’interesse verso la causa provenzale si è ben presto diffuso ed è stato posto all’attenzione delle forze politiche, anche se, al momento attuale, dobbiamo riconoscere che la nostra è ancora “una minoranza senza voce”.
Stante il sacrosanto diritto di ognuno di definirsi come gli pare, ai provenzali è impedito di chiamarsi tali: essi rivendicano il diritto di fatto a identificarsi nel loro proprio àmbito linguistico-culturale autentico. La situazione ha risvolti negativi anche sulle amministrazioni locali, che non sempre si rendono conto dell’impoverimento linguistico e culturale cui stiamo andando incontro.
Paradossalmente, è in atto un vero e proprio stravolgimento delle radici autentiche della nostra civiltà alpina che si vede sostituita da modelli artificiali e poco credibili come quelli “occitanisti”, cui fa da sfondo un equivoco storico e culturale che vede le parlate provenzali alpine definite nella suddetta legge con un termine, a esse estraneo, quale “occitano”.
Questo documento vuole essere lo strumento di denuncia di un annientamento culturale che si sta consumando all’interno delle valli di lingua e cultura provenzale nelle Alpi sud-occidentali.
La civiltà alpina delle Alpi comprese tra il Piemonte e la Provenza è il risultato di un’evoluzione millenaria. Essa rischia di scomparire a causa dell’avanzata di una tradizione inventata rappresentata da un’ideologia politico-nazionalista, la cosiddetta “cultura occitana”.
Le varianti linguistiche locali, sapiente e incredibile amalgama fra la civiltà piemontese e la civiltà provenzale, rischiano di scomparire a causa della carente applicazione dell’articolo 6 della Costituzione Italiana: “Lo stato tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Mentre una legge (la 482 del 15 dicembre 1999, Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche) dello Stato italiano permette che esse vengano cancellate, riconoscendo impropriamente una lingua unica e normalizzata detta “occitana”, inesistente.
Rivendichiamo per questo la tutela delle parlate provenzali alpine, come quella di tutte le lingue regionali ignorate dalla legislazione italiana, per scongiurare che un patrimonio culturale di così grande valore sia condannato all’estinzione. Il presente documento è stato realizzato proprio per denunciare questo tentativo di genocidio culturale, perpetrato nell’indifferenza più totale da parte dell’opinione pubblica, dei media, dei politici e delle istituzioni.

1 – La questione provenzale

Il Provenzale 1) è la lingua romanza parlata in Provenza, entità il cui territorio storico corrisponde in parte a quello dell’attuale regione amministrativa francese chiamata Provence-Alpes-Côte d’Azur. La regione comprende i dipartimenti del Vaucluse, del Bouches-du-Rhône, del Var e dell’Alpes de Haute-Provence.
Il paese nizzardo, con una storia a sé, costituisce il dipartimento Alpes-Maritimes (eccetto la sua frangia occidentale tra Grasse e Cannes, considerata provenzale). Il dipartimento Hautes-Alpes, storicamente delfinese, è comunque unito a questa regione amministrativa. Al contrario, nel sud della Drôme detta “Drôme provençale” (Delfinato, Région Rhône-Alpes) e sulla riva destra del Rodano, nel dipartimento del Gard fino a Nîmes (Languedoc, Région Languedoc-Roussillon) le popolazioni considerano sovente le loro parlate, vicine al provenzale rodaniano, come provenzali.
Questa lingua si è diffusa anche sulle Alpi del Piemonte sud-occidentale – tra la valle Susa a nord e le valli monregalesi a sud – rimanendo ancora vivo solo nelle medio-alte valli.
Dal punto di vista tipologico, il provenzale appartiene al vasto dominio linguistico delle lingue d’oc, nel quale sono presenti varietà abbastanza diverse sul piano linguistico e sul piano socio-storico: l’intercomprensione tra tutte le varianti non è del tutto assicurata, né esistono una coscienza linguistica comune e un sentimento d’identità collettiva. 2)
Di fatto i provenzali considerano la loro lingua come un’entità distinta e indipendente dalle altre parlate regionali del Sud-ovest (Languedoc, Gascogne, eccetera) o del Nord (Auvergne, Limousin, Dauphiné), essendo il principale criterio di identificazione quello territoriale, legato a un sentimento di identità locale.
Anticamente il termine “provenzale” veniva utilizzato per indicare in senso lato tutte le lingue del meridione francese; e i provenzali chiamano la loro lingua con i termini “provenzale” o “patois”, con eventuali precisazioni come “provenzale tolonese”, “gavot”, “di Avignon”, “di Vaison”, eccetera; e per quanto riguarda il versante italiano, “a nosto modo”, “kyé”, “patouà”…
Il provenzale presenta inoltre, nelle sue varianti meridionali – le più diffuse e più esplicitamente “provenzali” – specificità fonetiche e morfologiche abbastanza nette che lo distinguono chiaramente dal resto della famiglia d’oc e lo avvicinano alle varietà piemontesi: le finali delle parole sono al 90% vocaliche (solo -s, -r compaiono a volte). Se il femminile è in generale in –o ( come nella maggior parte degli idiomi d’oc) e non in –a,, il maschile è sovente in –e o in –ou atone (essendo possibile il finale in –i per entrambi i generi). I sostantivi sono invariabili ( non ci sono –s del plurale e gli articoli li/lei indicano il nome) e solo gli aggettivi davanti ai sostantivi reggono il plurale in -(e)i.
Sul piano culturale, quella provenzale è una società latina, a forte identità mediterraneo-alpina, insediata tra Alpi e Rodano.

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Una lingua polinomica

La polinomia 3) è un carattere preesistente a ogni analisi sociolinguistica. A questo riguardo si deve precisare che l’ideologia linguistica considera lingue solamente sistemi che risultano da una normalizzazione e da un insegnamento. In questa prospettiva la lingua è unificata con l’esclusione di ogni articolazione. Si tratta, evidentemente, di forme scritte alle quali sono ridotte le lingue (essendo difficile immaginare l’unicità della forma orale, anche se l’insegnamento lavora molto a standardizzare la pronuncia).
Il migliore esempio in questo campo è stata l’assalto condotto fino in epoca recente alle pronunce regionali, soprattutto in Francia. Questo a immagine delle lingue mummificate come il latino insegnato nelle scuole: si esclude della parlata tutto ciò che è variante, tutto ciò che è stato evoluzione e cambiamento.
Ora, la linguistica ci ha insegnato che la lingua non è caratterizzata da una norma, ma dalle pratiche linguistiche e dal sistema in cui si sviluppa. Non si può allora più dire che il provenzale, il guascone, o l’alverniate siano dei “dialetti”, e le gerarchizzazioni lingua/dialetto risultano mere costruzioni ideologiche.
Ma con questo ragionamento non abbiamo ancora messo in evidenza la grande complessità e ricchezza di questi idiomi naturali. Per esempio, il caso in cui i locutori di varietà differenti comunicano perfettamente mantenendo nell’uso ciascuno la propria variante linguistica: senza che sia presente un’egemonia di tale o tal altra varietà, ci troviamo davanti a un lingua polinomica, in opposizione alle lingue che sono state unificate da un processo millenario di eliminazioni e di interdizioni, cioè di normalizzazioni.
Gli studiosi, in particolare Jean-Baptiste Marcellesi, partendo dal caso della lingua corsa hanno individuato molte altre parlate aventi questa caratteristica polinomica. Prova ne è che alcuni Stati o individui continuano a fare sforzi esasperati per ridurre le differenze delle diversità e originalità linguistiche di determinati territori.
Bisogna precisare che il carattere polinomico va considerato un fenomeno di vecchia data. Ciò non impedisce che gli sforzi di normalizzazione, dettati dall’ideologia dell’unicità, continuino e possano giungere talvolta all’opposto di ciò che ricercano. Per esempio, nella Repubblica dell’Irlanda la maggioranza della popolazione ha perso l’irlandese come lingua materna: ciò è dovuto al fatto che politiche linguistiche effettuate dallo Stato, volte a imporre una varietà considerata più pura, hanno fatto sì che la gente rifiutasse un veicolo imposto preferendo l’uso di una lingua straniera come l’inglese. Vista l’esperienza, desta quantomeno stupore la posizione antistorica, ideologicamente nazionalista e utopistica degli occitanisti, che vogliono imporre una lingua occitana artificiale e normalizzata, costruita a tavolino, alle popolazioni del Mezzogiorno francese e delle valli del Piemonte sud-occidentale.
È particolarmente significativo che in seguito alle opere di Mistral il provenzale avesse, quale lingua di capolavori letterari, le peculiarità per essere normalizzato su queste basi; ma ciò in realtà non è avvenuto, e si è anzi dimostrato che dire ai locutori più autentici “ecco quale lingua dovete utilizzare” o, ancor peggio, “prima di parlare aspettate che vi fabbrichiamo la vostra lingua” era il sistema migliore per chiudere loro la bocca e compromettere la sopravvivenza stessa della lingua.
Va notato all’opposto che – consce dell’importanza della polinomia linguistica – le associazioni provenzali di Francia e Italia si siano riunite il 22 settembre 2002 a Briançon, redigendo un documento d’intenti intitolato Dichiarazione di Briançon, in cui si afferma l’importanza del rispetto egualitario di tutte le varianti linguistiche del provenzale.

Frederi Mistral e la rinascita provenzale

La riscoperta e la difesa della lingua e della civiltà provenzale nel Piemonte sud-occidentale deve il proprio avvio non soltanto a chi – come Gustavo Buratti, Pinin Pacot, Gaetano di Sales, Corrado Grassi, Sergio Arneodo, Antonio Bodrero e altri studiosi e letterati – si rese consapevole della ricchezza culturale che si andava perdendo, ma soprattutto a chi ispirò, e tuttora ispira, le radici di questa riflessione: Frederi Mistral.
Nato a Maillane (provenzale Maiano) presso Arles nel 1830, Mistral divenne il fautore della rinascita della lingua e della civiltà provenzali. Nel 1854 a Font-Segugne, insieme ad altri sei entusiasti cultori della lingua di Provenza, fonda il Felibrige, prima associazione nata per la difesa della lingua e della civiltà provenzali.
Con Mirèio (1859) soprattutto, ma anche con tutta la successiva produzione (Calendau, Lou pouèmo dòu Rose, Nerto, Lis isclo d’or, Lis oulivado, Moun espelido, memòri e raconte, La reino Jano, La  genesi), il poeta di Maillane ha dato l’avvio a una nuova letteratura ispirata e dedicata alla terra di Provenza, guadagnandosi a sorpresa il premio Nobel nel 1904, traguardo raro per poeta che utilizza una lingua ufficiale per le sue opere.
Ma l’apporto di Mistral è fondamentale anche in campo linguistico: il poderoso Tresor dòu Felibrige, il dizionario provenzale-francese frutto di decenni di ricerche, è un corpus ricchissimo che ci trasmette le varianti linguistiche di Provenza e del Mezzogiorno francese nella seconda metà dell’Ottocento.
Il Trésor dòu Felibrige è un dizionario enciclopedico a cui Mistral dedicò oltre un terzo della sua vita e riveste un’importanza enorme per la lingua provenzale, non soltanto per quanto riguarda il contenuto, ma per il principio su cui interamente si basa: il rispetto delle varianti linguistiche.
Mistral può essere considerato il linguista innovatore che anticipa di decenni i ricercatori che realizzeranno l’Atlas linguistique et ethnographique de Provence. Ma rispetto al lavoro più preciso e puntuale dei dialettologi di professione, il poeta di Maillane ha il merito di aver portato una ventata di novità proprio in un’epoca in cui in Europa le lingue stato-nazionali tentavano di imporsi con la forza del potere politico e amministrativo, diventando volano per le unificazioni centralistiche.
Mistral non solo rivendica l’importanza della propria lingua madre, ma ne valorizza le diverse sfaccettature, le innumerevoli varianti. Il poeta anticipa in tal modo le metodologie della linguistica contemporanea: non vi sono più le lingue e i dialetti, ogni variante è una lingua, non esiste un provenzale di serie A da imporre alle varianti regionali e locali.
Il pensiero mistraliano, anche in campo linguistico, ha indicato una strada più che mai attuale la quale contrasta sovente con la mentalità di alcuni movimenti che dichiarano di difendere le culture minacciate.
Ogni Paese ha la propria civiltà, la propria storia, la propria  lingua, degne di essere rispettate al pari delle altre (il riferimento alle recenti teorie della polinomia linguistica è d’obbligo).

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Frederi Mistral.

Le valli provenzali del Piemonte

L’area linguistica provenzale in Piemonte è situata nel settore sud-occidentale delle Alpi, articolato in una serie di valli parallele tra loro, confinanti con la Provenza francese, che formano un ventaglio convergente verso la sottostante pianura. Queste le valli, da sud a nord: Corsaglia, Ellero, Maudagna, Pesio, Colla, Vermenagna, Gesso, Stura, Grana, Maira, Varaita, Po, Pellice, Chisone, Germanasca, alta Val di Susa.
Dal punto di vista geologico e ambientale il territorio è abbastanza omogeneo. Le maggiori differenze si trovano tra i territori più elevati e i più vicini alla pianura, tanto da potersi parlare di due zone distinte: le alte e le basse valli.
Le alte valli, caratterizzate un clima rigido per buona parte dell’anno e una comunicazione viaria malagevole, sono attualmente poco abitate e in continuo spopolamento, e basano la propria economia sull’allevamento, l’artigianato tipico e il turismo. Sono caratterizzate dall’estrema facilità di comunicazione con la Provenza francese.
Le basse valli offrono un clima più mite e maggiore facilità di comunicazione con la vicina pianura piemontese e i suoi grandi centri abitati. Possiedono comunità più numerose, che fondano la propria economia sull’agricoltura meccanizzata, sulle piccole e medie imprese artigiane, sullo sfruttamento del sottosuolo (cave di calce e cemento) e sul pendolarismo verso l’industria o gli uffici delle città.
Le differenze ambientali, economiche e abitative tra le alte e le basse valli trovano riscontro anche nell’analisi dei veicoli comunicativi impiegati dalle popolazioni che le abitano. Nelle alte valli si utilizzano varianti linguistiche con caratteristiche simili alle parlate della Provenza; nelle basse, si trovano gruppi di varianti lessicalmente e foneticamente vicine agli idiomi galloitalici (piemontese) della pianura.
In definitiva, parlando di valli (o Alpi) provenzali d’Italia, il riferimento va limitato alla fascia territoriale posta a ridosso della frontiera franco-italiana, nel tratto tra la valle di Susa a nord e la valle Tanaro a sud, dove si sono conservati maggiormente i tratti delle parlate provenzali alpine. Al contrario, nelle basse vallate i rapporti con l’area di lingua piemontese e italiana hanno causato un inevitabile processo di contaminazione, che sta portando alla graduale trasformazione e degrado dell’originale patrimonio linguistico.

A nosto modo

Una lingua deve portare il nome attribuitole dalle popolazioni che per secoli l’hanno utilizzata e in cui si riconoscono. La gente delle nostre valli alpine si riferisce da sempre alle proprie parlate con le espressioni a nosto modo, a la moda nosta, a noste mode, a nosta manera, coumo nousiauti…
Ancor oggi, infatti, se incontrate un abitante in qualche borgata montana delle vallate di lingua e cultura provenzale alpina e vi rivolgete a lui in lingua locale, subito vi risponderà con meraviglia: “Decò vous parlè coumo nous, a nosto modo?” (“Anche voi parlate come noi, nel nostro modo”?)
Tali espressioni racchiudono un primitivo senso di protezione e di geloso attaccamento per le proprie radici culturali, costituiscono un atto di autoriconoscimento in una collettività che ha prodotto una civiltà alpina con caratteri culturali distinti e ben definiti, e rappresentano una naturale dichiarazione di originalità nei confronti delle altre culture.
Conservare e utilizzare correntemente tali espressioni è un doveroso atto di valorizzazione, salvaguardia e appartenenza delle nostre tradizioni linguistiche e culturali.

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Le valli piemontesi dove è presente la parlata provenzale.

L’Escolo dòu Po: incontro tra Piemonte e Provenza

Il 14 agosto 1961 a Crissolo fu fondata l’Escolo dòu Po, un evento che riveste un’importanza fondamentale per la cultura delle valli del Piemonte sud-occidentale, poiché rappresenta l’avvio della riscoperta della civiltà provenzale sul versante italiano.
Tre anni prima, nel 1958, Corrado Grassi aveva pubblicato il prezioso studio pionieristico dal titolo Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle valli cisalpine di parlata provenzale e franco-provenzale. Parte I. Le valli del Cuneese e del Saluzzese. Si tratta del primo testo che nel secondo dopoguerra afferma chiaramente che nei territori studiati si parla una lingua diversa da quella della sottostante pianura e che le sue radici sono comuni a quella utilizzata in Provenza.
Al tempo, le popolazioni valligiane non avevano coscienza di utilizzare un veicolo linguistico diverso da quello in uso nella pianura e credevano che le loro parlate fossero semplicemente una distorsione del piemontese. Fu grazie all’azione e alla buona volontà di Gustavo Buratti, convinto piemontesista, che alcuni scrittori e intellettuali delle valli provenzali presero coscienza della dignità e della diversità della lingua dei loro paesi. Si assistette così alla nascita di una vera e propria letteratura in provenzale moderno sulle tracce di Mistral.
L’“Escolo dòu Po, libera associazione di cultura provenzale alpina” fu creata grazie allo spunto di piemontesisti convinti e di grandi ammiratori di Mistral, persone che malgrado il loro amore per la lingua e la cultura pedemontana ebbero l’onestà culturale di riconoscere che nelle valli tra il Monregalese e il Monginevro si utilizzava una lingua più simile al provenzale che al piemontese. Ecco perché i rapporti tra piemontesi e provenzali sono sempre stati cordiali e di reciproco rispetto. D’altra parte entrambi le lingue condividono gli stessi problemi, come ogni minoranza.
Tra alterne vicende, l’Escolo dòu Po è stato un punto di riferimento per la minoranza provenzale in Italia per tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, fucina letteraria con poeti come Toni Boudrier, Chafre Pipil, Sergio Arneodo, Remigio Bermond e molti altri che hanno reso possibile lo sviluppo di una nuova letteratura nella lingua delle valli provenzali italiane, nelle sue varie sfumature.
L’Escolo dòu Po è stato il primo esempio dell’unione tra i due versanti delle Alpi con i Rescountre Piemount-Prouvenço, che annualmente si tenevano in una diversa località delle valli provenzali italiane.
Da allora è passato molto tempo, ma tutti coloro che ancor oggi lavorano seriamente per la difesa della cultura provenzale delle valli cisalpine guardano con rispetto al primo esempio di rinascita culturale di questo territorio e riconoscono che senza questa spinta iniziale difficilmente il provenzale sarebbe riconosciuto come una delle lingue nelle Alpi sud-occidentali.

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Sergio Arneodo.

2 – L’affaire “occitania”

Una grande nazione estesa dalle Alpi all’Atlantico, dalla Val d’Aran in Spagna fino a comprendere le vallate italiane del Piemonte sud-occidentale, abitata da 12.500.000 persone, in cui si parlerebbe l’“occitano”: sarebbe questa l’“occitania”, o meglio l’“occitania granda”.
In realtà tutto ciò, al di là dei più svariati tentativi di giustificazione storica, linguistica, politica e sociale accampati dalle associazioni occitaniste, non trova alcun riscontro pratico nella realtà attuale, né tantomeno alcuna ragione storica di esistere.
Di fatto non vi è traccia alcuna dell’esistenza di questa grande nazione nella storia europea, sia nel medioevo sia nell’età moderna e contemporanea. Le regioni del Midi francese hanno avuto ciascuna una propria storia e sviluppato proprie peculiarità culturali e linguistiche, senza mai dare vita a un’entità nazionale o statale, così come l’ideologia e la teoria occitanista propongono.
Le popolazioni del mezzogiorno francese e quelle delle Alpi sud-occidentali, da sempre estranee a qualsiasi fermento o idea totalitaria, non condividono in alcun modo un sentimento nazionalista volto a inglobarle in un’unica e fantomatica “nazione occitana”.
Inoltre, i territori ipoteticamente compresi nell’occitania granda fanno parte attualmente dei tre Stati europei di Francia, Italia e Spagna. Si può quindi affermare tranquillamente che l’occitania è una pia illusione degli occitanisti.

Provenienza e significato del termine

Alla fine del medioevo, le parole roman e proenzal venivano usate dalle popolazioni del meridione di Francia per designare le loro parlate, e di rado veniva impiegato il termine “lingua d’oc”, che diventerà di moda a partire dal XVIII secolo sotto l’influenza degli illuministi.
E la  parola “occitano” da dove viene? Essa si formò a partire da un’espressione in uso alla fine del secolo XIII, dopo l’annessione al Regno di Francia dell’attuale regione Languedoc. 4) Siccome il latino era la lingua ufficiale del regno, fu in latino che si dette un nome a tale terra. Basandosi sulla parola latina esistente aquitania, si inventò, nel 1298, l’espressione patria linguae occitanae per designare quelle terre, che comprendevano soltanto l’attuale bassa Languedoc.
In ogni caso, questa espressione fu d’impiego assolutamente sporadico e con stretto e rigoroso riferimento alla sola regione Languedoc, con centro-capitale Tolosa, con la quale la città di Parigi e le sue cancellerie ebbero sempre varie controversie di potere e di controllo. In particolare il termine veniva usato per designare la bassa Languedoc, senza alcun riferimento all’insieme delle terre del Meridione di Francia, composto da diverse entità politiche territoriali come la Contea di Provenza sotto il dominio angioino, il Comtat Venaissin ceduto al papato nel 1274, il Delfinato, principati sotto la tutela catalano-aragonese che alla data dell’annessione della Languedoc da parte della corona francese erano da essa indipendenti.
Il termine “occitano” è dunque confezione parigina dotta, riservata e sporadica con scoperto significato di disprezzo. A livello popolare il termine fu costantemente ignorato al sud come al nord e non entrò mai a far parte del linguaggio della gente comune. Inoltre questa terminologia venne abbandonata nel XVI secolo, in seguito all’editto di Villers-Cotterêts che nel 1537 bandì l’uso del latino dagli atti ufficiali; sicché l’espressione “lingua occitana” scomparve, restando a conoscenza solo di esperti del medioevo e latinisti.
Ecco alcuni casi di citazioni da testi latini.
Nel 1641 compare lingua occitanica, 5) nel 1650 occitania, entrambi sempre riferiti alla bassa Linguadoca, e in seguito si trovano occitanicus, occitanus, usati da Du Cange nel 1678. Il vescovo di Beziers, Sant Afrodisio, nel redigere i suoi Acta sanctorum nel XVII secolo scrisse: “Occitaniâ seu Lengadociâ inferiore …” (Occitania ossia Linguadoca inferiore). 6)
Nel 1634 abbiamo poi l’espressione CONVENTUS OCCITANIAE, riportata sui gettoni d’argento coniati in occasione dell’assemblea annuale degli Stati di Languedoc. Espressione che viene poi   abbreviata in COMIT. OCCIT. e poi ancora COM. OCCIT. che stanno per Comitia Occitaniae, ma sempre in latino.
Fu il linguadociano Jean-Pierre Claris de Florian (1755-1794) a tradurre in francese il vocabolo latino occitania, benché si tratti di un uso isolato del termine. Egli lo fece entrare così nella letteratura nel 1788, usandolo nel suo breve romanzo pastorale Estelle, dove però precisava che tale definizione era da riferirsi solamente alla zona del Languedoc, specificando: “Le Languedoc ou l’occitanie.
Con la lettura deformata che il romanticismo fa della storia del Midi di Francia (Michelet, Napoleon Peyrat), i trovatori e il catarismo diventano di moda nella Parigi di inizio XIX secolo. Si trovano allora, in francese, i termini occitanique, oscitanique usati da Fabre d’Olivet nel 1802; occitanien, occitanie usati da Amiral de Rochegude nel 1819; e l’Occitanienne di Chateaubriand.
Ma tutto ciò non interessava i veri studiosi di lingue romanze, e questi termini verranno dimenticati fino allo scoppiare della contestazione nei confronti dei felibriges e del provenzale alla fine del XIX secolo, con la creazione della Lega Occitana, e naturalmente contro il francese (Perbosc nel 1898 evocava la “patrio oucitano”).
Frederì Mistral nel suo celeberrimo Gran Tresor dou Felibrige  p. 431, ai fascicoli di pagg 401-440 cita  i seguenti termini:

ÓUCITAN, OUCCITAN (l.), ANO (b. lat. occitanus), adj. et s. t. littéraire. Occitain, aine, Occitanien, Languedocien, ienne, Méridional, ale, v. Miejournau. R. oc, lengo d’oc.
ÓUCITANÌO, ÓUCITANIÉ, (m.), OUCCITANÌO, (l. g.), (b. lat. Occitania 1370), s. f. Occitanie, nom par lequel les lettrés désignent quelquefois le Midi de la France et en particulier le Languedoc, v. Lengadò, Miejour.     
 Vitimos de la tirannìo,
 Se vènon dins l’Ouccitanìo.
 J.-A. PEYROTTES.
 Salut, o bello Oucitanié!
 VIDAL.
La mot Occitania ou patria linguæ Occitanæ est la traduction usitée dans les actes latins des 13° et 14° siècles pour désigner la province de Languedoc. R. Oucitan.

Montauban 7) sarà con il suo amico Estieu il primo ispiratore dell’ideologia occitanista, riprendendo la falsa ipotesi dell’esistenza di una lingua madre unica durante il medioevo che lui voleva ricreare. Fu tra i primi a impiegare il termine “occitano” come aggettivo per indicare gli abitanti del Mezzogiorno di Francia.
Nel 1921 sarà Jousè Anglade a riprendere l’espressione per definire la propria parlata. La parola fu poi strumentalizzata, si sa, da un ideologia politica e ancor oggi viene accettata per abitudine al sentito dire.
Louis Alibert (1854-1959), il maggior teorico della nuova lingua “pan-occitana” inventata, lo utilizzerà come aggettivo fino a dargli, dagli anni cinquanta in avanti, il significato che ha oggi.

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Il termine “occitano” oggi

Dal 1959 “occitano” fa parte del nome di una formazione politica, il Partit Nacionalista Occitan, fondato a Nizza dall’intellettuale e politico francese di origine guascone François Fontan. Da quel momento il vocabolo assume un significato politico e ideologico usato per indicare tutto ciò che appartiene alla “grande nazione occitana”.
In Italia era del tutto inesistente fino agli anni sessanta del secolo scorso, e sarà proprio François Fontan a importarlo: “occitano” diventa quindi il termine di riferimento di una piccola, localistica e isolata fazione politica.
Il relativo successo ottenuto da questi attivisti ha permesso loro di iniziare dagli anni novanta un vero e proprio processo di “occitanizzazione” del territorio, dove si è associato l’aggettivo “occitano” a qualunque cosa avesse un qualche relazione con l’area, dai sentieri alla pizza. Ciò ha provocato una repentina e artificiosa diffusione di un termine in precedenza del tutto estraneo al territorio, e tutt’oggi non condiviso spontaneamente e naturalmente dalle popolazioni locali.

Che lingua è?

L’occitano è in realtà una lingua inventata da alcuni intellettuali che inseguivano e inseguono il sogno dell’ideologia nazionalista occitanista. Fontan e i suoi seguaci volevano creare una koinè, ossia un linguaggio standard unificato e normalizzato, che divenisse “lingua unica” e indiscussa di una grande nazione occitana.
Il risultato sarebbe l’“occitano normalizzato”, un idioma del tutto artificiale e creato a tavolino, sia per le vallate alpine piemontesi, sia per tutte le regioni in cui sono tuttora parlate le altre lingue d’oc.
Tale linguaggio, secondo gli occitanisti, andrebbe preferito a ogni altra variante locale perché sintesi del linguadociano e dell’antica lingua dei trovatori, e come tale considerato perfetto. Se venisse adottata questa soluzione, le popolazioni delle valli si vedrebbero imporre una lingua artefatta, totalmente estranea alle loro varianti linguistiche.
La sua imposizione ha in realtà delle mere motivazioni di carattere ideologico e politico: sarebbe infatti destinata a diventare la lingua ufficiale e unica della grande “nazione occitana” estesa dalle Alpi all’Oceano Atlantico.

François Fontan, politico d’oltralpe

François Fontan nasce a Parigi nel 1929, figlio di immigrati guasconi. Autodidatta, intellettuale sedicente linguista, è considerato il fondatore dell’“etnismo”, teoria politico-scientifica che – in questa fase iniziale – analizza la divisione dell’umanità in comunità etno-linguistiche e studia i rapporti tra di esse, affermando che a ogni lingua corrisponderebbe una nazione. Egli approdò in seguito alla teoria del cosiddetto “umanesimo scientifico”, fondata sulla sintesi tra etnismo e sociologia marxista.
Definito dai suoi seguaci occitanisti “il primo nazionalista occitano cosciente”, 8) fondò a Nizza nel 1959 il Partit Nacionalista Occitan (PNO), partito politico che ancor oggi, sebbene sotto altro nome, promuove l’ideologia nazionalista volta alla creazione dell’“occitania granda”, nazione estesa dalle Alpi del Piemonte sud-occidentale all’Oceano Atlantico e ai Pirenei catalani.
Incarcerato in Francia nel 1962, due anni dopo venne allontanato dal Paese e si rifugiò in Piemonte, nel paesino montano di Frassino in Valle Varaita. Qui cominciò a predicare la sua dottrina occitanista:   fu proprio Fontan a importare in Italia le parole “occitania” e “occitano”, allora totalmente ignote nelle nostre vallate.
Ma l’Escolo dòu Po non accolse i princìpi teorici di Fontan, che nel 1968 con alcuni giovani cuneesi ripiegò sulla fondazione del MAO, il Movimento Autonomista Occitano, un vero e proprio partito politico che si prefiggeva chiari obiettivi nazionalisti e ideologici.
Fontan dimorò in Italia fino alla sua morte nel 1979 a Cuneo. Personaggio di scarsa rilevanza culturale e politica, fu sostanzialmente un teorico nazionalista confuso e con evidenti tendenze al fanatismo di matrice etnopolitica.

Il nazionalismo occitanista

François Fontan, creatore del “nazionalismo occitano”, fondatore nel 1959 del PNO, Partit Nazionalista Occitan, espresse una posizione estremista di nazionalismo radicale, basata sulla considerazione che

la formazione di uno stato occitano indipendente, sovrano e unificato è una necessità fondamentale per l’etnia occitana e l’indipendenza dell’occitania costituisce l’obiettivo primario del PNO: noi siamo dunque separatisti rispetto allo stato francese. 9)

Questo Stato si estenderebbe dalla Val d’Aran nei Pirenei spagnoli su tutto il Midi di Francia, fino alle valli del Piemonte sud-occidentale e del ponente ligure. Avrebbe una bandiera e aspirerebbe a un’unità e all’indipendenza dagli Stati nazionali di Francia, Italia e Spagna.
Il 24 marzo 2007 a Marsiglia è stato istituito il primo governo provvisorio della repubblica federale occitana da alcuni attivisti. È chiaro, quindi, l’indirizzo nazionalista, indipendentista e separatista dell’occitanismo contemporaneo, e fin qui nulla di male… Meno chiaro è il suo riferimento alla “nazione” e all’“etnia”. Infatti Fontan crea una definizione particolare di nazione e di etnia, facendole coincidere e limitandole entrambe alla sola espressione linguistica: quindi per lui nazione = etnia = lingua. Nasce così la poco fortunata teoria etnista fontaniana. In realtà la definizione di etnia è molto più ampia rispetto a quella di Fontan.

questione provenzale occitania - fontan

François Fontan.

L’attività politica dei seguaci di Fontan

In sostanza, François Fontan e i suoi seguaci 10) hanno recuperato i cocci della rinascita occitanista linguadociana datata metà Ottocento e con essa il sogno di creare una grande nazione occitana. Il loro cammino comincia con la fondazione del Movimento Autonomista Occitano nel 1969, un vero e proprio partito politico ispirato ai princìpi del marxismo. I membri del MAO pubblicano un giornale politico di forte ispirazione ideologica, “Ousitanio Vivo”.
Dopo numerose sconfitte, nei primi anni ottanta gli attivisti del MAO operano una svolta nella loro strategia politica sciogliendo il partito e cominciando a creare associazioni culturali, quali Ousitanio Vivo, con il chiaro intento di mascherare le loro aspirazioni politiche sotto modelli di associazionismo culturale in realtà fortemente ideologizzati.
Con l’approvazione della legge 482/1999, Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, si arriva alla fondazione di Espaci Occitan, un’associazione privata aperta anche alla partecipazione di enti pubblici come comuni e comunità montane, attraverso la quale si controllano i grandi flussi di denaro pubblico e si ottiene l’adesione coatta formale di quasi tutte le comunità montane e di parecchi comuni all’area territoriale di appartenenza della “lingua occitana” prevista dall’applicazione della legge. Il fatto paradossale è che aderiscono a tale area anche gli enti in realtà non includibili poiché territorialmente appartenenti alle zone di lingua e cultura ligure e piemontese. Di fatto rimangono incastrate in questo meccanismo anche le prefetture e le Regioni che avallano senza alcun controllo le suddette adesioni.
Contestualmente, nel 2000 viene creata la Chambra d’oc, altra associazione privata sedicente “agenzia di sviluppo del territorio di lingua occitana”, che coinvolge persone fisiche e giuridiche in progetti economici e culturali.
In realtà, queste associazioni sono fortemente politicizzate e si occupano più della diffusione dei contenuti dell’ideologia occitanista che di economia.
Espaci Occitan è precisamente la filiale dell’Espaci Occitan creato in Francia dall’IEO, Istituto di Estudi Occitan (il maggiore centro di produzione e divulgazione dell’ideologia occitanista al mondo, fondato in Francia nel 1945), ed è quindi un prolungamento appositamente ideato per diffondere le idee di Fontan in Italia.
Gli occitanisti cercano di moltiplicare per clonazione le principali associazioni al fine di rafforzare il loro fronte di azione e la penetrazione nelle società locali e nelle istituzioni. Nasce così il GAL delle terre occitane, sedicente gruppo di azione locale sul territorio alpino ancor oggi di non chiara definizione e composizione; a tal punto poco chiara che non si saprebbe nemmeno dire da chi sia diretto in realtà e quali siano le sue finalità: l’unica cosa certa è che gestisce cospicui finanziamenti pubblici.
Intanto la diffusione delle idee occitaniste prosegue senza sosta attraverso l’attività instancabile del gruppo musicale Lou Dalfin, che produce anch’esso i suoi poco fortunati cloni, quali i Lou Seriol e altri poco significativi gruppuscoli di musica cosiddetta occitana.
L’azione di divulgazione culturale è assai povera limitandosi alle “danze occitane” – in realtà un esplosivo melange di danze popolari appartenenti all’intera area francese, iberica e piemontese – nonché ad alcuni proclami nazionalisti abbastanza sterili lanciati in continuazione dal palco.
Grazie agli appoggi offerti dalla Regione Piemonte e a una serie di favori politici, gli attivisti occitanisti sono riusciti a proseguire la loro penetrazione nelle istituzioni, con l’appoggio di alcuni politici locali di poco peso ma ben ancorati alle maglie del sistema amministrativo di Comuni di montagna e comunità montane.
Essi mantengono anche costantemente i loro rapporti con l’IEO in Francia e con il Partit de la Nacion Occitana, attuale nome del PNO, con il quale hanno elaborato un progetto di riaggregazione del territorio delle alpi piemontesi meridionali in base allo schema offerto dalle comunità montane. Un vero progetto geopolitico.

Il sotterfugio della grafia normalizzata

Gli occitani hanno individuato la grafia “normalizzata” quale convenzione grafica per scrivere la cosiddetta lingua occitana.
Luis Alibert (1984-1859), autore di una Gramatica occitana segon los parlars lengadocians (Tolosa, Societat d’Estudis Occitans), è stato il primo in tempi recenti a escogitare e proporre la grafia “trobadorica”, che si rifà ai testi dei poeti medievali. La grafia di Alibert, anche detta “alibertina”, fu in seguito adottata dall’IEO (Istituto di Studi Occitani di Tolosa) come grafia ufficiale per la lingua occitana.
Questa grafia viene con insistenza proposta in quanto si ritiene che essa possa, meglio di qualsiasi altra convenzione, rappresentare quell’ipotetico occitano che dovrebbe soppiantare le varie, vive, reali parlate della lingua d’oc in una prospettiva unitaria per il futuro.
La grafia “normalizzata” presenta le seguenti caratteristiche:

  • Si rifà a quella “classica”, ma con numerosi adattamenti diacronici rispetto alla pristina compitazione trobadorica.
  • Punta alla semplificazione massima con un livellamento delle peculiarità locali.
  • Non vi sono indicazioni agogiche (intensità, accenti, movimenti…) e non riporta indicazione agogiche delle varianti locali, per cui è indispensabile avere una preconoscenza delle parlate locali per poterle poi estrapolare dalla grafia, che non è fonetica e quindi non rappresenta le specificità locali.
  • È destinata a scrivere una ipotetica lingua “occitana” e pertanto sacrifica ogni realtà effettiva, nella messianica attesa di una lingua dai contorni teorici e molto incerti.

Qui di seguito segnaliamo, a puro titolo esemplificativo, distorsioni e incoerenze della grafia normalizzata:

  • Si rifà a testi medioevali della cui esatta ortoepia (corretta pronuncia) nessuno è certo.
  • L’eccessiva semplificazione priva la grafia normalizzata dei segni diacritici (accenti e segni sovrapposti alle normali lettere dell’alfabeto) e delle convenzioni grafiche atte a rappresentare adeguatamente la pronuncia delle lingue d’oc.
  • L’assenza di rese grafiche specifiche lascia adito a dubbi e facili assimilazioni da parte della lingua predominante, a scapito dei locutori locali che vorrebbero preservare le diafonie (lievi differenze di pronuncia tra una comunità e l’altra) come parte integrante del patrimonio linguistico d’oc.
  • La versione proposta da Alibert è chiaramente un tentativo di ignorare le pronunce locali e indurre coloro che non sono di lingua madre a pronunciare ogni parola secondo gli schemi predisposti dai normalizzatori; ne consegue la perdita definitiva di tutte le varianti senza però che emerga vincitrice una variante autentica. Le varianti diatopiche (cioè come muta la stessa parola in comunità diverse) essendo numerosissime, non c’è da stupirsi se lo stesso Alibert le ignorava e non si sentiva più di tanto interessato a conservarle, nella sua smania di uniformare tutto a ogni costo.

questione provenzale occitania - alibert-gramatica

Grafia normalizzata e aspirazioni nazionaliste

Per quanto astrusa che sia la proposta di una grafia che prevarica tutte le peculiarità locali, si potrebbe provare a giustificarla nella misura in cui rappresentasse un tentativo di salvaguardare la lingua dandole una forma unitaria e una platea più ragguardevole di fruitori. In realtà, l’operazione di “normalizzazione grafica” non ha come obiettivo primario il rispetto e la rivitalizzazione della lingua, bensì la rappresentazione irredentistico-nazionalista di un’ipotetica occitania e un’altrettanto ipotetica lingua “occitana”, trasformandole in realtà di fatto con le quali politici e governanti dovrebbero fare i conti.
Nessuno può negare la necessità di semplificare e uniformare entro certi limiti la grafia della comune parlata materna, ma ciò deve essere fatto seguendo certi criteri.
Non si possono confondere e cancellare le varianti locali in una grafia afona (priva di suoni specifici) e atona (priva di accenti specifici) in vista di una versione grafica unica; le varianti locali debbono essere sempre chiaramente compitate e quindi qualsiasi convenzione grafica deve essere in grado di indicarle.
Le semplificazioni debbono essere fatte tenendo conto non solo della grafia medievale, ma anche e soprattutto dei più recenti sviluppi della lingua, così come magistralmente esemplificati nelle opere letterarie di quanti, tra prosatori e poeti, hanno le hanno dato lustro negli ultimi cinque secoli.
La sopravvivenza del provenzale, la didattica, la creazione letteraria, la diffusione nelle varie facoltà di filologia romanza, debbono essere i criteri guida fondamentali di un costante processo di unificazione e modernizzazione della lingua senza essere sostituiti da fini politici, indipendentistici, ideologici o comunque di altra natura che non sia quella linguistica e filologica.

È possibile una koinè delle lingue d’oc?

Ricordiamo che la parola koinè è greca ed è stata utilizzata da una cultura, quella ellenica, che ha lasciato una delle più grandi letterature mai create da una civiltà, senza tuttavia possedere una lingua unitaria, bensì quattro dialetti principali e vari sottodialetti. Se è stato possibile, con varie dosature e vari accorgimenti, creare una letteratura greca da Omero agli alessandrini, non si vede perché una soluzione analoga non potrebbe essere possibile anche ai nostri tempi.
Generalmente le koinè nascono e si sviluppano in due tipi di ambiente linguisticamente opposti. Il primo tipo potrebbe essere esemplificato dal caso di Torino, il secondo da quello di Venezia.
Torino è stata la capitale di uno Stato che ha inviato i suoi funzionari in ogni parte del territorio e si può quindi parlare di una koinè torinese diffusasi in ogni zona dello Stato sabaudo. Il piemontese conserva tutt’oggi i suoi dialetti, ma tutti riconoscono l’esistenza di una lingua centrale costituita principalmente dalla koinè torinese, via via arricchita da parole tratte da ogni parte del Piemonte.
Venezia al contrario non si è mai curata dell’entroterra veneto, e pertanto sono rimaste in vita forme linguistiche letterarie come il pavano, il trevisano, il chiozzotto, eccetera.
Il primo è un esempio di koinè centralizzata, sviluppatasi da un centro verso una periferia, il secondo rappresenta una koinè decentrata.
È probabile che il prototipo di koinè più realistico per le lingue d’oc sia quello decentrato, in cui a primeggiare non sia tanto l’uniformità linguistica quanto l’eccellenza letteraria.

Normalizzare equivale a distruggere

Per quanto difficoltoso e improbabile, l’imporsi della grafia normalizzata spazzerebbe via ogni ricchezza linguistica, tradizione, espressione locale, tutto ciò che rende ogni lingua riferimento ancestrale di identità per ogni popolazione presente in un territorio: veri simboli tangibili di cultura e vita.
D’altra parte è una contraddizione di intenti e di ideali normalizzare le lingue regionali. Per antonomasia una lingua regionale o territoriale non esiste come lingua, ma come espressione multiforme di un’ipotetica lingua madre. Voler imporre una koinè normalizzante che azzeri tutte le varianti fonetiche e morfologiche significa andare contro lo spirito stesso di tutte le lingue regionali, che sono vive e pertanto variate (ricche).
La normalizzazione linguistica e culturale è semmai un elemento fondamentale nel processo di sviluppo e affermazione dell’autorità e del potere di un’entità amministrativa a struttura centralizzata, come il moderno Stato nazionale nato dalla riaggregazione territoriale della frammentazione amministrativa medievale. Una koinè normalizzata è uno strumento funzionale alla nascita e all’imposizione di uno Stato centralizzato con un solo potere amministrativo, politico e ideologico, che per sostenere la sua potestà di imperio sul territorio necessita di una sola lingua, per un solo popolo e un unico potere.
In questo contesto politico si inserisce infelicemente il tentativo occitanista di creare una lingua normalizzata, per un solo popolo occitano in un’unica nazione occitana.

Falsi miti: i trovatori

A proposito di invenzioni, appare sospetto il richiamo che gli occitanisti fanno ai trovatori, poeti di un medioevo spesso considerato, nell’ottica romantica del secolo XIX, origine della letteratura d’oc moderna.
Il riferimento a questi poeti, di cui si hanno notizie molto frammentarie, non è che una trovata ideologica di frange nazionaliste nostalgiche di un passato mitico. La letteratura medievale europea dà ampio risalto alla figura dei trovatori limosini e alverniati in Italia, in Spagna e persino in Germania. Ma nessuno studioso giunge mai alla conclusione che questi autori (semplicisticamente visti come romantici poeti vaganti di corte in corte) fossero l’espressione letteraria di una mentalità nazionale, che interessava il Mezzogiorno di Francia.
Si tratta di un fenomeno ben studiato, che testimonia l’importanza della letteratura poetica presso le corti del meridione francese, a partire almeno dal sec. XI, ma che nulla ha a che vedere con l’affermarsi di uno spirito di autodeterminazione culturale e, tanto meno, politica o nazionale di un territorio tanto esteso.
Fanno sorridere le considerazioni sommarie di alcuni ideologi occitanisti, che mettono in parallelo la decadenza politica del meridione francese nella prima metà del sec. XIII con il tramonto della poesia trobadorica, il tutto causato, sempre secondo questi sedicenti esperti, dalla crociata contro gli albigesi. Qualsiasi storico percepisce subito in queste considerazioni un qualunquismo di basso livello, che non è accettabile in nessun àmbito di seria e onesta veduta.
C’è da chiedersi perché, in parallelo, non sopravvissero le altre espressioni della letteratura medioevale in territori non interessati da queste vicende politiche, dai poemi epico-cavallereschi del settentrione di Francia, ai versi dei minnesängers, ai poemi germanici della saga nibelungica. Ogni epoca ha avuto proprie modalità e àmbiti espressivi anche dal punto di vista letterario.
Lasciamo che i trovatori valgano per quanto hanno prodotto, ma non riduciamoli a cantori di una nazione e di una lingua inesistenti.

questione provenzale occitania - troubadour

I catari

A proposito della Gallia meridionale, è opportuno finirla con tre idee che sono ancora diffuse e sono false: queste province non furono oggetto, da parte del re dei Franchi, di una deliberata impresa di conquista coloniale; esse non avevano unità, né politica né culturale; la religione catara contaminava allora tutta la cristianità, non era autoctona in questo paese. 11)

Queste poche parole di Georges Duby, universalmente riconosciuto tra i maggiori medievisti del ventesimo secolo, sfatano i falsi miti creati degli occitanisti nazionalisti intorno al catarismo e alla crociata albigese. Fin dall’Ottocento gli storici parlano di un’espansione della religione catara su gran parte dell’Europa centro-meridionale: le principali chiese catare, strutturate in diocesi, si trovano nell’Italia centro-settentrionale (Concorezzo presso Milano, Desenzano sul Garda, Bagnolo presso Mantova, Vicenza, Firenze e Valle Spoletana), ma tutta la penisola, anche nel Mezzogiorno, brulica di presenza eterodossa dualistica.
Forti presenze catare si registrano in Germania, in Belgio, nella Spagna orientale, e anche la penisola balcanica abbonda di movimenti religiosi vicini al dualismo cataro.
Per quanto riguarda la Francia, tutto il territorio a nord e a sud presentava fermenti catari più o meno radicali. Nel Mezzogiorno della Gallia, la presenza catara interessava soprattutto le regioni d’oltre Rodano, mentre la Provenza (dove importante sarà lo sviluppo del credo valdese) era più vicina all’ortodossia cattolica.
Siamo di fronte a un movimento religioso di portata continentale, non a una presenza concentrata nel Mezzogiorno francese. Non regge quindi la fantasiosa e calcolata eguaglianza “cataro = occitano”.
Le valli del Piemonte occidentale non accolsero mai colonie catare; poche testimonianze ci riportano lo sporadico passaggio di alcuni eretici, ma già in età tarda, a Duecento avanzato, quando le chiese catare erano ormai in crisi. La storiografia recente sminuisce l’importanza di tali episodiche presenze,  precisando che Cuneo nella seconda metà del secolo XIII fu una tappa importante per gli eterodossi che si recavano verso le città dell’Italia settentrionale – per ragioni geografiche oltre che per l’assenza di repressioni inquisitoriali – ma non fu un approdo definitivo, almeno non più di altre città. Le valli del Piemonte sud-occidentale non risultano perciò essere state rifugio per gli eretici in fuga dal mezzogiorno francese, i quali cercavano piuttosto riparo e attività redditizie nelle ricche città padane.

La crociata albigese

Anche la cosiddetta “crociata contro gli albigesi” non rappresenta l’azione coloniale condotta dalla nobiltà nordica per impadronirsi delle ricche terre del Mezzogiorno. Il fatto che il re si ritrovi infine a controllare gran parte della Gallia meridionale non fu intenzionale. La storiografia dice chiaramente che Filippo Augusto non pensava nemmeno lontanamente d’impadronirsi del paese dei Borgognoni, peraltro amputato da lungo tempo di Sens, dell’Auxerrois e del Nivernais: il duca era suo cugino, vassallo fedelissimo, che si era battuto come un leone a Bouvines. Mai lo sfiorò l’idea di annettere l’Aquitania: suo padre non era riuscito a tenerla e se ne era sbarazzato abbastanza consapevolmente; Enrico II stesso vi si era inutilmente logorato, mentre Riccardo Cuor di Leone laggiù aveva perso la vita.
Richiesto di partire per il grande Sud con lo scopo di sconfiggere l’eresia, come la promessa della consacrazione gli imponeva di fare, il re aveva fatto orecchie da mercante. Il suo unico atto fu quello di autorizzare il principe Luigi a tentare l’avventura in quelle lontane contrade. Filippo non poteva immaginare che le spedizioni contro i bougres, i catari, avrebbero preannunciato l’estensione del suo dominio fino alle rive del Mediterraneo.
Insomma, anche il mito occitano di una crociata colonialistica dell’odiato Nord contro l’acculturato e ricco Sud è una tesi del tutto falsa.

Appropriazione di simboli: la croce catara

Da sempre qualsiasi movimento nazionalista si serve di emblemi per diffondere e affermare la propria ideologia. Anche l’occitanismo si fa forte di alcuni simboli, come la cosiddetta croce catara o occitana, la bandiera occitana, l’inno occitano. Essi costituiscono l’iconografia di presa più immediata, elementi fondamentali per catturare l’attenzione del pubblico. Ma in realtà ognuno di questi elementi ha una propria storia e precisi significati che nulla hanno a che vedere con quelli attribuitigli dagli occitanisti.
Per cominciare, la cosiddetta croce catara o occitana altro non è che una croce greca ritrinciata e pomettata, la cui storia si perde nella notte dei tempi. Essa è chiamata generalmente croce di Pisa o di Tolosa, e non croce occitana o catara. Adottata in epoca medievale dal conte di Tolosa come simbolo della sua casata, la sua prima comparsa risale al 1211 sul sigillo, in seguito al matrimonio di Emma di Forcalquier con il conte Guglielmo Tagliaferro: la donna portò con sé in dote il marchesato di Forcalquier e il simbolo che ancor oggi compare nel gonfalone della città provenzale.
Con la mistificazione della crociata albigese, venne erroneamente presa a prestito a posteriori dagli occitanisti come simbolo della negata nazione occitana. In realtà essa non rappresentò mai altro che la casata di Tolosa e i suoi interessi dinastici. Inoltre la definizione di croce catara risulta errata, in quanto i catari rifiutavano tutti i simboli della religione cristiana, prima di tutti la croce, rappresentativa del martirio di Cristo e quindi inaccettabile simbolo di morte e supplizio.

questione provenzale occitania

La cacciata dei Catari da Carcassone nel 1209.

La bandiera occitana

La cosiddetta bandiera occitana fu creata da François Fontan nel 1959, quando fondò il Partit Nacionalista Occitan a Nizza. Fontan usò una croce di Tolosa gialla in campo rosso (evidente riferimento alla matrice politica di sinistra del partito) con una stella gialla a sette punte in alto a destra. La stella richiama la celebre santo estelo di Mistral, ma il suo significato venne modificato da Fontan: infatti, mentre per Mistral la stella indicava i sette felibres, i poeti fondatori del Felibrige, per i nazionalisti fontaniani essa rappresenta le sette regioni di una presunta “occitania granda”.
In ogni caso tale vessillo è soltanto, a tutti gli effetti, la bandiera di un partito politico del XX secolo e non il simbolo di una nazione e di un popolo.
La bandiera occitana e le sue parti simboliche non hanno alcuna attinenza storica e culturale con le Alpi del Piemonte meridionale e del ponente ligure. La sua presenza non è infatti attestata in alcun modo nell’iconografia locale fino agli anni ‘60 del Novecento, ossia fino alla sua diffusione da parte di François Fontan.
Le popolazioni delle vallate alpine piemontesi non possono riconoscersi in questi simboli del tutto estranei al territorio: le sole icone che hanno caratterizzato la storia delle Alpi piemontesi negli ultimi secoli sono i gonfaloni comunali e il drapò del Ducato Sabaudo, poi Regno di Sardegna; il giglio della casata reale di Francia, che si ritrova infatti scolpito e raffigurato in alcune località delle vallate piemontesi; la bandiera a strisce rosse e gialle presente in tanti gonfaloni, come quello della cittadina provenzale di Barcelonette, di chiara provenienza catalana; 12) e in seguito le varie bandiere italiane.

questione provenzale occitania - Bandiera "politica" dell'Occitania

Bandiera “politica” dell’Occitania.

3 – Musica popolare: concerti o comizi?

Il patrimonio musicale è parte integrante di una civiltà. Nello specifico il patrimonio musicale popolare europeo rappresenta un inestimabile valore storico-culturale del nostro continente. Sua caratteristica principale è la straordinaria ricchezza e varietà espressiva e stilistica. Il patrimonio popolare nei secoli si è trasmesso oralmente e ha subìto innumerevoli trasformazioni di grande interesse socio-culturale.
In Europa Occidentale lo studio del repertorio popolare inizia solamente a metà del secolo XIX, grazie alla sensibilità e all’opera di ricercatori, che raccolgono i canti e le musiche “sul campo”, cioè dalla voce diretta dei testimoni: in Francia, Thiersot, Chantemerle… in Italia, Nigra, Sinigaglia, Ugarelli, Bolza, Favara…
A cavallo tra ‘800 e ‘900, su ispirazione neoromantica, si formano gruppi dedicati al folklore, con riproduzione e spettacolarizzazione in chiave più o meno rigorosa dei vari patrimoni regionali di costume, musica e danza. Nascono i primi musei etnografici. Nel frattempo le due guerre mondiali e l’industrializzazione portano a un rapido mutamento delle comunità rurali, smembrandole e provocando un fortissimo disorientamento sociale, soppiantando la civiltà e i patrimoni della tradizione contadina con nuovi modelli culturali urbani e di consumo di massa.
L’interesse per il patrimonio foklorico regionale, in Europa, rinasce dopo il 1968. Nell’ambiente sessantottino delle grandi metropoli (Parigi, Londra e Berlino ne rappresentano il fulcro) si assiste alla nascita del movimento “folk” o “folk revival”, 13) che tende alla riproposta della musica   popolare come elemento di denuncia sociale e contestazione anticonsumistica (un interesse generico che mischia repertori e stili di ogni provenienza). Il folk diventa fenomeno di tendenza che crea occasioni, festival, luoghi di raduno, “folk club”… Sovente nomi di formazioni folk compaiono nell’organigramma di manifestazioni e cortei a sfondo politico.
L’industria discografica fiuta l’affare e produce artisti che propongono il “folk-rock”, genere misto di più facile ascolto e meno appesantito da rivendicazioni ideologiche (il disco À l’Olimpya del bretone Alan Stivell supera il milione di copie nel 1971). Costola del fenomeno folk è il “bal-folk”, miscela di danze rinascimentali, tradizionali e popolari di ogni provenienza. Non più inserito nel contesto dell’habitat rurale, il repertorio popolare tradizionale non viene più trasmesso per via generazionale, ma insegnato da non meglio qualificati “esperti” durante stage a pagamento e poi proposto nelle serate pubbliche. 14)
Il fenomeno folk si affievolisce alla caduta epocale delle ideologie e dei muri. In tale frangente le comunità regionali tendono a riprendersi e a ridare valore alle loro specifiche caratteristiche culturali, senza strumentalizzazioni esterne. Parallelamente, si assiste a un approccio più rigoroso al patrimonio musicale popolare grazie alla ricerca scientifica e alla ripresa di modelli e repertori autentici. (Già negli anni precedenti, studiosi e ricercatori universitari avevano inaugurato una proficua stagione di studi: In Italia, Straniero, Leydi, De Martino, Vigliermo, De Simone, Sassu… in Francia, Galbru, Guilcher, Gasnault, Canteloube…)
Nel frattempo, conclusa la stagione del grande rock, un’industria discografica priva di idee innovative mette in piedi importanti operazioni commerciali di contaminazione artistica, proponendo lo stile “new age”, in cui confluiscono melodie acustiche, suoni naturali ed elettronici, spunti di musica classica e antica, timbriche e strumentazioni “etniche” come la cornamusa (grande sacerdotessa l’irlandese Enya): un genere che accomuna il pianeta, ma non si traduce in una moda durevole.
Ecco anche la “world music” o “musique du monde”, capace di dare rilievo agli artisti che propongono repertori creativi di qualità, ispirati alla cultura e alle caratteristiche musicali della propria terra d’origine (l’operazione più nota è quella avviata da Peter Gabriel con la sua casa discografica Real World).
Dal 1990 il “contestatario” movimento folk tenta di ritrovare nuova linfa. Esauritosi il boom degli anni ‘70, esso si ritrova disorientato, senza più spinta creativa, e cede inconsapevolmente a una standardizzazione del genere. Infatti in poco tempo si diffonde in Europa un repertorio “pan-folk” trasversale da Siviglia a Varsavia, che influenza la stessa strumentazione utilizzata: quasi uno standard, basato su organetto, ghironda, plettri, chitarre, cornamuse, flauti e percussioni varie, con precise impostazioni vocali e timbriche.
Nel frattempo al folk revival si affiancano varianti dello stesso, con pretese di maggior sobrietà e qualità creativa: si tratta del “neofolk” e della “musique traditionelle”, abbreviata in “trad”.

questione provenzale occitania - lou-dalfin

Lou Dalfin, probabilmente il più noto gruppo piemontese di musica occitana.

Musica occitana, ovvero il revival ideologizzato

La lenta e continua affermazione in Europa di quel fenomeno di costume che chiamiamo folk revival, 15) sia durante gli anni ‘70 sia dagli anni ‘90 in poi, contagia pure i movimenti occitani. Infatti queste organizzazioni, logorate da un insuccesso continuo, lasciata cadere in buona misura la lotta politica frontale e il corporativismo, cominciano a diffondere il proprio credo ideologico mascherandolo da associazionismo, sfruttando anche la facile presa sul pubblico generico della musica d’ambiente folk revival.
Alcuni esponenti provano la via del cantautorato; vengono appositamente fondate case discografiche (soprattutto nella zona di Tolosa) “occitane”, che non hanno fortuna. Chances migliori hanno invece i gruppi di musica da ballo, che cavalcano i fenomeni più diffusi del folk, entrando poi nell’arcipelago trad e anche world (formula più generica).
Alle soglie del terzo millennio, i gruppi che si definiscono occitani incuriosiscono il pubblico per la strumentazione e il repertorio un po’ inusuale ed esotico, proponendo momenti di svago e occasioni di divertimento “insolito”. Queste formazioni attingono al repertorio più godibile del bal-folk anni ‘70, in cui vengono eseguite melodie accattivanti unite a movimenti di danza: ciò comporta una notevole attrazione sul pubblico generico, poiché applica (consapevolmente o inconsapevolmente?) la formula “bel motivetto + movimento” da sempre felicemente sperimentata dal mondo delle major, le case discografiche che durante l’estate lanciano tormentoni come il ballo del qua qua o la lambada.
Gli occitanisti, dunque, inventano la “musica occitana”. In Francia, originariamente, questa dizione viene usata da formazioni gravitanti su Tolosa. 16)
In Italia, percorso travagliato: per i passionari dell’occitania, la riscossa passa attraverso l’individuazione (con quali criteri?) e conseguente rivendicazione del “patrimonio culturale” che deve dare l’impronta unica e inconfondibile della “grande occitania”. Il concetto, dal lato culturale e dunque anche musicale, non regge poiché secondo gli ideologi il territorio contemplato dalla “nazione occitana” va dalle Alpi ai Pirenei. Lungo tale estensione (pari alle regioni comprese tra le Alpi e la Campania, un universo culturale con decine di etnie e lingue differenti) non si è assolutamente costituita una civiltà omogenea: si sono invece sviluppate e sedimentate culture regionali assai diverse tra di loro per storia e modi di vivere, e quindi con differenti tradizioni strumentali e musicali.
La musica occitana viene dunque proposta come un “pan-genere” globalizzante, che abbraccia indifferentemente e senza andare troppo per il sottile repertori di ogni landa della Francia del sud, un po’ di Spagna e le valli alpine del Piemonte meridionale. A questo va aggiunto che, dal punto di vista cronologico, i repertori spaziano dall’età medievale (trovatori) fino al rock-and-roll.
Questa concezione porta i gruppi occitani a proporre un catalogo potpourri che non si basa affatto su ricerche sul campo e appropriati studi etnomusicologici. In Piemonte costoro si dedicano al folk revival tralasciando l’originale repertorio popolare di danza (esclusa qualche melodia di gradevole e facile esecuzione come le courente) e, totalmente, quello corale, vero e proprio pilastro della memoria musicale collettiva delle valli alpine, che loro definiscono “zone occitane”.

Il tabù della paternità padana

La scelta di far passare il folk-revival – un prodotto di massa – sotto l’etichetta “musica occitana” sottintende un distinguo ideologico tipico della dottrina occitanista. Infatti, questa ideologia non può ammettere che:

  • l’intero repertorio tradizionale cantato dalla popolazione locale delle valli alpine piemontesi sia parte integrante della tradizione dell’area padana, che sviluppa da sempre una polivocalità tipica, di antica e innegabile tradizione. 17) Importante notare che – ironia della sorte – il suddetto repertorio è regolarmente eseguito nelle lingue piemontese, italiana, francese (nelle valli valdesi), ovvero quelle che gli occitanisti definiscono “colonizzatrici”…
  • il repertorio tradizionale strumentale delle valli piemontesi sia composto da un corpus di danze rientranti anch’esse nei caratteri stilistici tipici del territorio padano. 18)

Questo patrimonio di danze è spesso ricco di coreografie basate su schemi complessi, di non facile apprendimento e diffusione: richiedono passi obbligati che non lasciano spazio a evoluzioni singole e tanto meno a movimenti interpretativi e improvvisati, come accade per esempio con la danza contemporanea, risultando dunque poco adatti alle masse.
Constatata l’inadeguata funzionalità del repertorio del basso Piemonte alla logica del pensiero occitanista, i relativi gruppi formatisi in Italia (inconsapevolmente anche quelli sorti per il solo piacere di suonare musica folk) dagli anni 1990 in poi, propongono all’opposto un repertorio da bal-folk, un misto di danze basche, bretoni, irlandesi, con qualche puntata nell’Europa dell’est. Motivo della scelta? Un programma di brani facili da eseguire, ritmati, semplici da ballare, con coreografie di gruppo che facilitano l’aggregazione.
Fuori dal Piemonte meridionale e dal circuito occitano, il fenomeno del bal-folk è chiamato onestamente con il proprio nome, cioè “musica folk”, “musica trad” o “trad”… senza tante bandiere ed etichette politiche: non certo “musica occitana” o “balliamo occitano” eccetera.

Gli strumenti

Gli strumenti usati da questi gruppi… violino, organetto diatonico, ghironda, cornamuse, flautini, chitarre, batterie, percussioni varie… sono forse strumenti “occitani”? Nei secoli, questo patrimonio strumentale popolare si è gradualmente diffuso in tutta Europa: da Santiago de Compostela all’Ungheria, dalle rive del Mediterraneo fino all’Inghilterra.
Quale “occitanità” posseggono, dunque, questi strumenti europei di origine incerta e indefinita? Si potrebbero tirare in ballo “lo stile”, “la tecnica”… È noto, però, che questi caratteri si riesce a individuarli solamente attraverso approfondite valutazioni e studi, in certi repertori di marcata consistenza espressiva. È il caso del “violino irlandese”, vero e  proprio “genere” inconfondibile e riconosciuto a ogni livello, che ha prodotto nei secoli una letteratura musicale autentica per tecnica e produzione creativa originale.
La forzata operazione – per esempio – di propagandare il cosiddetto “violino occitano” risulta invece fragile, poiché non si basa su alcuna caratteristica costruttiva né si differenzia da stilemi e tecniche tipiche diffuse nella musica popolare della Francia e del Norditalia. La differenza è che altrove lo si chiama onestamente con il proprio nome: “violino popolare”!
Da notare che di certi strumenti utilizzati dai gruppi di musica occitana non esiste nemmeno memoria di repertorio: è il caso della ghironda (in Piemonte viola di bòrgnu o dei mendicanti), di cui non rimangono che una citazione nella canzone La bergera e rare raffigurazioni.

questione provenzale occitania - ghironda

La propaganda contro la tradizione

In definitiva, la cosiddetta “musica occitana” viene diffusa con facilità in quanto cavalca il folk revival che tanto successo ha in Europa, e pertanto rappresenta un eccellente veicolo per propagandare un’ideologia politica che intende diffondere i princìpi dell’occitanismo. La reale culturale locale delle Alpi piemontesi viene così sostituita da un marketing politico, come dimostrano i concerti con la bandiera di un partito politico esposta sul palco. Tuttavia tutto questo battage mediatico rischia di avere alcune gravi conseguenze:

  • alimentare la distorta convinzione che il repertorio tradizionale delle valli piemontesi sia la “musica occitana”, che è invece un mix di musiche popolari europee attinte dal fenomeno folk-revival,
  • svilire e negare (e quindi soffocare) il vero patrimonio culturale e musicale delle valli poste tra le regioni Piemonte e Provenza.

La contrapposizione tra una moda gabellata per tradizione e l’autentico patrimonio tradizionale provoca un solco culturale – non ancora pienamente venuto alla luce ma palpabile – in questo territorio:

  • da una parte la fragile civiltà alpina, testimone viva di una tradizione cantata e danzata (anche se da circa un secolo l’inarrestabile spopolamento porta a dissolvere le comunità che custodiscono questo patrimonio),
  • dall’altra il continuo martellamento mediatico volto a convincere la gente che il repertorio della “musica occitana” è quello trasmesso dalla tradizione originale e storica, con tanto di bagaglio politico e nazionalistico.

La musica popolare quotidiana… quella ancora praticata con fisarmonica e clarinetto, quella cantata coralmente in occasione di feste paesane (in lingua piemontese, italiana e francese), matrimoni, cene e momenti spontanei nelle valli alpine del Piemonte meridionale… esiste.  Perché amputarla e sostituirla con modelli esterni? Perché sopprimerla, in nome della moda occitana? Chi sta manovrando dietro tutto ciò? Sicuramente non le comunità locali, detentrici naturali di una civiltà alpina millenaria!
Chi percorre questo territorio può ancora tranquillamente – e per fortuna – frequentare le feste patronali con le sempre presenti e vivaci bande musicali, i festin campestri in onore di un santo o di una cappella animati da vari complessi di musica popolare con fisarmonica e clarino, i matrimoni o le numerose feste delle leve, momenti culmine per il canto spontaneo. Qui ritroverà l’autentico spirito popolare di queste lande del Piemonte: il loro canto polivocale, l’uso di varie lingue come italiano, francese, piemontese e raramente provenzale alpino e nizzardo, molti canti provenienti dalla tradizione delle truppe alpine fortemente presenti sul territorio di confine con la Francia. Potrà ballare le courente e i balet della Valle Vermenagna, le gighe, le contraddanze, le danze a quadriglia della Val Varaita… e godere del repertorio di liscio giunto da decenni dalla bassa padana.

Ma il marketing spazia su tanti altri temi

L’occitanizzazione forzata che imperversa da decenni nelle vallate piemontesi non tralascia nessun aspetto di marketing per favorire la colonizzazione. Si è cercato sistematicamente di appiccicare l’etichetta occitana su qualsiasi espressione economica e culturale delle valli senza valorizzare il patrimonio di risorse locali, promuovendo come “occitani” prodotti in realtà piemontesi. Un esempio è quello delle cosiddette “locande occitane”, nelle quali viene proposto il menù tipico della cucina piemontese. E qualcuno sta già tentando di  produrre la “pizza occitana”…
Nelle nostre vallate, trasformate in una vetrina turistica occitana a scapito del vero patrimonio culturale e linguistico, si susseguono vari e assurdi fenomeni di marketing. Per esempio, la creazione e diffusione di una terminologia dal sapore politico-nazionalista: valli occitane, sentieri occitani, locande occitane, lingua occitana, occitania, popolo occitano, nazione occitana, balli occitani, musica occitana, terre occitane… insomma, tutto diventa improvvisamente e all’insaputa della gente, “occitano”. Compresi veri e proprio marchi veicolati da associazioni e cooperative: per esempio, “tradizione delle terre occitane”. Parallelamente, ecco la simbologia politica: bandiera occitana, croce occitana, inno occitano… e il grande sforzo – fallito – per affermare la lingua occitana come “lingua olimpica” a Torino 2006.

Il fronte internazionale provenzalista

Nel 1987 a Monterosso Grana in valle Grana, le associazioni Coumboscuro Centre Prouvençal, per le vallate provenzali d’Italia, e l’Unioun Prouvençalo, per le associazioni provenzali di Francia, presentavano la Carta di Coumboscuro alle istituzioni italiane e francesi come inizio di un cammino per la valorizzazione del loro comune patrimonio culturale e linguistico.
Da questa esperienza nacquero accordi tra testate giornalistiche d’oltralpe e italiane volti alla fondazione della Chambre Syndicale de la Presse d’expression Provençale, e in  seguito dell’Agenço Prouvenço Presso incaricata di divulgare informazioni sulle posizioni ufficiali dei movimenti provenzali e sulle manifestazioni principali. 19) Di qui il primo tentativo di alleanza tra associazioni provenzali e delle vallate provenzali piemontesi: la fondazione dell’Unioun Prouvençalo Transaupino nel 2001, con lo scopo di promuovere il riconoscimento della lingua e cultura provenzale in Francia e in Italia nelle zone in cui è praticata, e di rinforzare i legami culturali, storici ed economici transfrontalieri.
Vengono quindi create in Italia la Consulta Provenzale e in Francia il Collectif Prouvenço.
Si delinea dall’inizio degli anni 2000 un fronte antioccitanista internazionale che unisce diverse associazioni francesi e italiane, con l’obiettivo di valorizzare le lingue della famiglia d’oc e di contrastare la globalizzazione “occitana” dilagante.
L’Alliance des langues d’oc nasce in Francia nel 2009 e raggruppa alcune associazioni con l’obiettivo del riconoscimento della pluralità delle lingue della famiglia linguistica d’oc: il guascone, il bearnese, il provenzale, il provenzale alpino, l’alvergnate e il cevenol. Tra le associazioni aderenti, il Collectif Prouvenço, l’Unioun Prouvençalo (comprendente anche l’Unioun Prouvençalo Transaupino nella quale è presente anche la Consulta Provenzale), l’Insitut Bearnais et Gascon, il Cercle Terre d’Auvergne, il Clu en Ceveno, rispettivamente per il provenzale e il provenzale alpino, per il guascone e il bearnese. Ognuna di queste lingue è parlata in una regione del Midi di Francia, e l’alleanza sostiene che ciascuna di esse ha diritto a essere valorizzata, rispettata e riconosciuta ufficialmente nel quadro delle istituzioni francese, italiana e spagnola.
L’alleanza delle lingue d’oc rappresenta la famiglia linguistica d’oc fino al 2014 segnando alcuni passi fondamentali sul cammino della tutela di queste lingue. Nel 2006, insieme all’Unioun Prouvençalo Transaupino, prende ufficialmente posizione contro l’occitanizzazione dei giochi olimpici di Torino 2006 con una dichiarazione comune e con la redazione della Dichiarazione di Briançon che afferma il principio della polinomia delle lingue d’oc.
Dopo un lungo periodo di impasse dell’attività dell’Alliance des langues d’oc, nell’aprile 2014 a Maussanes les Alpilles in Provenza, in occasione del Forum internazionale delle associazioni provenzali, il Collectif Provence, la Consulta Provenzale, l’Unioun Prouvençalo, il Clu en Ceveno, Biarn Toustem e l’Institut d’Estudis Valencià propongono di superare l’alleanza per la sopravvenuta inadeguatezza rispetto al momento storico; e, per guadagnare maggiore influenza in Europeo e presso le istituzioni UE, decidono di porre le basi per la fondazione di un nuovo raggruppamento di associazioni a livello europeo, quindi transfrontaliero.
Il 12 aprile 2015, sempre al Forum di Maussanes les Alpilles, l’idea prende corpo e porta alla fondazione della nuova Alleanza Europea delle Lingue Regionali, con la finalità di portare all’attenzione delle istituzioni europee i problemi delle lingue regionali d’Europa. La nuova alleanza annovera membri di diversi Paesi, tra cui Spagna, Francia e Italia, con rapporti in via di sviluppo anche nel nord Europa con associazioni irlandesi ed estoni.

Conclusione

Vogliamo chiudere questo dossier sulla storia recente delle nostre valli con una frase di Mariano Allocco – ex presidente della Comunità Montana Valle Maira e fondatore dell’Espaci Occitan italiano – emblematica di cosa sia stata l’esperienza del nazionalismo occitanista al di qua del confine: “Anche nelle valli occitane del Piemonte dopo il 1968 alcuni giovani intellettuali alimentarono questi movimenti e contribuirono alla presa di coscienza ed appartenenza identitaria, ma quella esperienza era legata a modelli organizzativi obsoleti e si può considerare conclusa”. 20)

N O T E

1) Provenzale viene dal francese provençal, cioè di Provence (Provenza), derivante a sua volta dal latino provincĭa, istituzione creata a favore dei vinti (pro victis). Сon la vittoria di Enobarbo, presso la confluenza tra il Rodano e l’Isère, si decise definitivamente la contesa fra Roma e le tribù galliche locali nel 121 a.C. e fu creata la provincia romana della Gallia Narbonensis.
2) Fatto ammesso anche dai promotori di un’eventuale unità occitana, come testimonia un’intervista a Ph. Carbone, presidente dell’“ultramilitante” Istituto di Studi Occitani: “A parte le forti convinzioni d’un pugno di militanti, null’altro sembra federare questa regione di 13 milioni di abitanti […] definita da una lingua ancora viva malgrado la sua frammentazione in dialetti differenti”, e i cui abitanti “non sentono una comunanza di destino”. (“Le Monde”, 24 agosto 2000.)
3) Polinomiche sono “lingue la cui unità è astratta ed è il risultato di un movimento dialettico e non del semplice consolidamento di una norma unica, e la cui esistenza è fondata sulla decisione concordata di coloro che la parlano di darle un nome specifico e di dichiararla autonoma rispetto alle altre lingue riconosciute” (J. B. Marcellesi, La définition des langues en domaine roman: les enseignement à tirer de la situation corse, in Actes du XVII congrès de linguistique romane, Université de Provence, Aix-en-Provence 1984, pp. 307-314.
4) Il Languedoc è la regione francese che si estende dal Rodano fino quasi ai Pirenei. Ricordiamo che l’attuale regione Provenza-Alpes-Côte d’Azur era allora divisa in varie entità politico-amministrative indipendenti, quali per esempio la città di Marsiglia o la Contea di Nizza, che manterranno sostanzialmente la loro indipendenza dal Regno di Francia fino al 1789.
5) Si noti che “occitano”, termine dall’esclusivo significato politico-ideologico, è del tutto differente da “occitanico”, che significa “ relativo alle lingue e culture d’oc”.
6) Da Histoire de la langue occitane di Enri Barthés.
7) Montauban scriveva: “Cal fargar la lenga occitana de nostre temps” (bisogna forgiare la lingua occitana del nostro tempo).
8) Queste parole, scritte da Dino Matteodo nella sua prefazione al libro di Fontan La nazione occitana, i suoi confini, le sue regioni, edizioni Ousitanio Vivo, Piasco 1995, sono la migliore dimostrazione che “occitano” e “occitania” non son attestati storicamente nel bagaglio storico e tradizionale delle vallate piemontesi, bensì importati da fuori e imposti al territorio.
9) François Fontan, Orientation Politique du Nationalisme Occitan, Librairie Occtane, Bagnols 1970.
10) Quando Fontan si stabilì a Frassino in valle Varaita, cinque giovani si riunirono attorno a lui e furono i primi a recepire i fondamenti della sua dottrina etnista. In seguito essi portarono avanti, sia in associazioni private sia nelle istituzioni, un progetto di occitanizzazione delle vallate.
11) G. Duby, Il medioevo da Ugo Capeto a Giovanna d’Arco 987-1460, Bari 1993, p. 337.
12) Le strisce gialle e rosse sono per la Provenza di chiara derivazione catalana, dovuta al dominio dei conti di Barcellona esercitato nel XIII secolo sulla Contea di Provenza da essi ereditata e a cui è dovuta la fondazione a città e il nome di Barcelonette, ma sono anche presenti nell’araldica germanica nei cui gonfaloni appaiono in diverse fogge e numero molto frequentemente.
13) “Le mouvement folk naît au lendemain de mai 1968… Mouvement plus que milieu, le folk est composite. Ses aspiration aussi. Son répertoire également: il inclut le blue grass, le country, la musique cajun. Les chansons québécoises et le reels irlandais. La vielle à roue et les cuillères. W. Guthrie et À la claire fontaine. La bourrée et la polka”.
(Yves Guilcher, La danse traditionelle en France, Famdt éditions 2001.)
14) “Comme le revival des années trente, le folk transmet la danse par enseignement: ateliers, puis week-ends et stages longs. Son originalité, c’est d’avoir inventé le bal folk. On y danse ce qu’on sait ou croit savoir des répertoires traditionnels (bourrée, rondeaux, rondes bretonnes, maraîchines), mais aussi des danses populaires non-traditionelles (valses, polkas, mazurkas, scottishes) voir des danses anciennes (branles de la Renaissance), ou étrangères (cercle circassien, galopede, cochinchine)”.
(Yves Guilcher, cit.)
15) “Le revivalisme – ou revival – c’est la récupération des danses traditionnelles par d’autres  catégories sociales que celles qui les ont élaborées. Ce nouveau public de la danse traditionnelle – bourgeois, citadins, mais aussi agriculteurs de la société industrielle – a comme caractéristique essentielle de rassembler des gens qui ont le choix entre faire de la danse traditionnelle ou danser autre chose. La danse traditionnelle nest pour eux qu’une discipline de loisir qu’ils ont choisie parmi d’autres qu’ils auraient pu choisir à la place (jazz, rock, danses de salon, claquettes, ballet classique ou moderne, flamenco etc.)”.
(Yves Guilcher, cit.)
16) “Appelé au départ ‘velhada’, puis ‘festejada’, bal ‘occitan’, ‘bal gascon’, puis ‘bal folk’ le bal n’est d’abort qu’une animation mise en place à l’issue de leur spectacle par les Ballets occitans, à partir de 1966… La création du Conservatoire occitan (Toulouse) en 1971 donne au mouvement une impulsion nouvelle”.
(Yves Guilcher, cit.)
17) “Il tipo di esecuzione nella struttura polivocale oggi dominante nelle regioni settentrionali italiane, si organizza per intervalli di terza, lungo la linea proposta dalla voce principale ‘il primo’, che intona a solo ogni inizio di strofa. Il repertorio polivocale comprende sia ballate che canti lirici che canti funzionali. Casi di utilizzo di intervalli di quarta e di quinta, testimoni di forse un livello più antico”.
(Roberto Leydi, I canti popolari italiani, Mondadori, Milano 1995.)
18) Volendo sintetizzare i caratteri dello stile musicale popolare dei territori settentrionali possiamo dire che esso risponde ai seguenti caratteri:

  • impianto di tipo melodico con disponibilità armonica
  • base modale di tipo nord-europeo con conseguente disposizione al tonalismo (predominio del maggiore)
  • tendenza alla decorazione, ma molto limitata presenza di melismaticità
  • forte presenza di esecuzione corale (polivocalità)
  • varietà di tipi di emissione, tutti comunque lontani da quelli dominanti nell’area meridionale
  • strutture ritmiche limitatamente libere e spesso rigide
  • larghissima e condizionale presenza di repertorio “narrativo”, nell’ambito della “balladry” europea
  • base su metri epico-lirici, sciolti poi settenari, ottonari, novenari; rime e assonanze ossitone e parossitone; endecasillabo utilizzato nel repertorio lirico, di probabile importazione.

(Roberto Leydi, cit.)
19) Henri Feraud, Les vallèes provencales du Piemont.
20) Mariano Allocco: Stato, nazione, patria. Quali differenze?

 

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