Gli “altri” Ladini

Filed in autonomismo, etnismo, italia, ladini by del 18/07/1985
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La minoranza ladina nel Trentino e nel Bellunese: discriminata, dimenticata o addirittura disconosciuta. Un ricchissimo patrimonio culturale e linguistico che si sta inesorabilmente spegnendo. Soltanto l’aggregazione alla provincia di Bolzano, da gran tempo richiesta a gran voce da queste Valli, e la conseguente estensione del “pacchetto” potrebbero salvarne l’identità. Ma lo Stato italiano si oppone… mentre Provincia e Regione elaborano leggi illusorie e ingannevoli.

Generalmente sono conosciute come ladine la Val Gardena e la Val Badia; meno note come ladine sono la Val di Fassa, in Trentino, e alcune zone del Bellunese. La Val di Fassa è circondata da catene montuose molto elevate e comprende sette comuni: Moena, Soraga, Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Mazzin, Campitello e Canazei. Nel passato la valle ha visto spesso diminuire la propria popolazione: i fattori che hanno influito negativamente sul movimento demografico sono stati l’emigrazione permanente e, soprattutto, quella stagionale e, agli inizi del secolo, anche l’aumento di mortalità dovuto alla “grande guerra”. Nel secondo dopoguerra, invece, si è registrata un’inversione di tendenza: ciò è attribuibile essenzialmente al progressivo abbandono dell’attività agricola e allo sviluppo del turismo che è diventato la base dell’economia fassana. Un tempo la Val di Fassa aveva un’economia prettamente agricola con indirizzo silvo-pastorale; l’agricoltura fassana era però molto povera e le risorse locali non erano in grado di soddisfare i bisogni della popolazione che era costretta a emigrare. Attualmente nell’economia della valle il settore primario ha una posizione marginale. Basso è il livello di occupazione nell’industria; il settore secondario si è sviluppato solo in funzione dei bisogni del terziario: l’unico ramo di una certa importanza, infatti, è quello della costruzione e dell’installazione di impianti. Il terziario, che costituisce il fondamento dell’economia fassana, concentra ormai i due terzi della popolazione attiva. Gli insediamenti fassani si trovano per lo più sulla sponda destra dell’Avisio e sono posti generalmente su pendii a quote anche elevate, in luoghi esposti al sole e protetti dalle valanghe. Un tempo la casa fassana era in legno, attualmente è prevalentemente in muratura. Le antiche abitazioni in legno diventano sempre più rare. Già nella parte inferiore della valle la casa fassana presenta aspetti diversi rispetto alle abitazioni della vicina Val di Fiemme. La novità principale consiste nella maggior separazione del rustico dall’abitazione, separazione che diventa sempre più diffusa nella parte media e alta della valle, fino a giungere al distacco in due edifici separati. Rustico e abitazione non sono mescolati, non si compenetrano: la distinzione delle due parti è evidente esteriormente per l’abbondante uso di legname nella costruzione del rustico. La parte rustica occupa sempre il lato meno favorevolmente esposto; infatti quello migliore è riservato all’abitazione. Molte case, poi, sono ornate di affreschi. Il salotto, la stua, con la musa, la grande stufa in muratura, era il fulcro della casa. Nella stua i contadini mangiavano, pregavano, dormivano e soggiornavano durante i lunghi inverni: le donne lavoravano col filatoio, gli uomini intagliavano il legno; inoltre nelle sere d’inverno nella stua si raccontavano storie e leggende.

Nonostante lo sviluppo del turismo e la diffusione di nuovi modelli di vita, i Ladini fassani sono molto attivi nel difendere la loro identità. La diocesi di Trento, di cui fa parte anche la Val di Fassa, si considera solamente italiana e ciò l’ha indotta a non interessarsi particolarmente delle minoranze presenti sul suo territorio, Ladini e Tedeschi. Il clero trentino non ha molto a cuore la cultura locale e si è anche opposto all’introduzione del ladino nella liturgia. In Val di Fassa, tuttavia, si tende a recuperare l’uso del ladino nelle preghiere private e familiari e anche a introdurre le preghiere in ladino in occasione di feste tradizionali o durante i matrimoni. Nel secondo dopoguerra lo statuto di autonomia per il Trentino-Sud Tirolo stabilì delle norme di tutela per i Ladini della regione. I Ladini erano citati espressamente solo all’articolo 87 che affermava: “È garantito l’insegnamento del ladino nelle scuole elementari delle località ove esso è parlato. Le province e i comuni debbono altresì rispettare la toponomastica, la cultura e le tradizioni delle popolazioni ladine.” Questo articolo, pur riferendosi all’intera regione, fu applicato soltanto da Bolzano, non da Trento. I Ladini della Val di Fassa furono discriminati, diversamente da quelli in provincia di Bolzano. L’approvazione del “pacchetto” del 1972 ha aggravato la differenza di trattamento tra i Ladini tirolesi e quelli fassani. Questo “pacchetto” garantisce solo ai Ladini del Sud Tirolo notevoli benefici: l’insegnamento del ladino nelle scuole di ogni ordine e grado, la nomina di un intendente ladino per le scuole ladine, il diritto di rappresentanza nel Consiglio regionale e in quello provinciale e il diritto di accesso agli uffici pubblici in base al criterio della proporzionale etnica. I Ladini del Trentino invece non hanno tratto molto giovamento dal “pacchetto”. L’articolo 54 afferma: “Nelle scuole dei comuni della provincia di Trento ove è parlato il ladino è garantito l’insegnamento della lingua e della cultura ladina.” Questo è l’unico articolo che si riferisce direttamente al gruppo ladino della provincia di Trento. Di fronte alla mancata estensione ai Ladini della Val di Fassa delle misure adottate per quelli della Val Gardena e della Val Badia la popolazione fassana reagì. I comuni fassani si espressero a favore del ripristino della toponomastica ladina, per l’introduzione del sistema scolastico vigente nelle valli ladine di Bolzano e a stragrande maggioranza votarono per l’unione della valle alla provincia di Bolzano. Durante le scorse legislature sono stati presentati dei progetti di legge costituzionali tendenti a estendere alla Val di Fassa alcune delle forme di tutela previste per i Ladini tirolesi. Questi progetti prevedevano la rappresentanza delle popolazioni ladine fassane nel Consiglio regionale e nel Consiglio provinciale di Trento, l’uso della lingua ladina nelle scuole materne, il suo insegnamento obbligatorio nella scuola elementare e il suo utilizzo come strumento di insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Questi progetti stabilivano anche che nel Consiglio scolastico provinciale fosse garantita la rappresentanza degli insegnanti ladini fassani e che nell’insegnamento e nell’accesso al pubblico impiego la conoscenza della lingua ladina costituisse titolo preferenziale.

Nel 1975 è stato fondato l’“Istituto culturale ladino” per la Val di Fassa con sede a Vigo. Le finalità dell’istituto sono: 1) raccogliere, ordinare e studiare i materiali che si riferiscono alla storia, all’economia, alla parlata, al folklore, alla mitologia, ai costumi e usi della gente ladina;

2) promuovere e pubblicare studi e ricerche nei settori del punto precedente;

3) promuovere ed aiutare l’informazione per la conservazione di usi e costumi e tecnologie che sono patrimonio della gente ladina;

4) contribuire alla diffusione della conoscenza della parlata, degli usi e costumi della gente ladina, attraverso la collaborazione con la scuola e con tutti i possibili mezzi di informazione e di comunicazione.

Oltre che nel Trentino-Sud Tirolo i Ladini dolomitici risiedono in nove comuni della provincia di Belluno: Livinallongo e Colle Santa Lucia, che fanno parte dell’alto bacino del Cordevole; Borea di Cadore, Cortina e San Vito di Cadore, che appartengono all’alta Valle di Ampezzo; e, infine, Danta, Comelico Superiore, Santo Stefano di Cadore e San Nicolò di Comelico, situati nel Comelico. L’alto bacino del Cordevole, l’Ampezzano e il Comelico sono stati caratterizzati nel passato da un’economia silvo-pastorale. Col passare dei decenni, le risorse offerte dall’agricoltura sono diventate insufficienti e, di conseguenza, si sono accentuati lo spopolamento montano e l’emigrazione, sia temporanea sia permanente. Tutti i comuni attualmente ladini del Bellunese hanno avuto un’evoluzione in questo senso, in misura diversa, però, secondo le zone. L’alto bacino del Cordevole è caratterizzato da una notevole persistenza dell’economia agricolo- pastorale. Tra i comuni ladini della provincia di Belluno, Colle Santa Lucia e Livinallongo sono quelli con la più alta percentuale di addetti all’agricoltura. Attualmente il turismo sta però operando sensibili trasformazioni di questi luoghi. Sono sorti alberghi, seconde case, impianti sportivi. Nella Valle d’Ampezzo la popolazione è rimasta pressoché tutta ladina fino alla fine del secolo scorso. Attualmente è una delle zone con la più bassa percentuale di Ladini sul totale dei residenti. Il settore primario è in declino rispetto alle attività turistiche, che in Cortina hanno il loro massimo centro. Cortina è ormai una piccola città alpina sviluppatasi in funzione del turismo. L’economia agricolo-pastorale ha subito una rapida decadenza e le colture tradizionali sono scomparse, così come sono scomparse le dimore rurali con i fienili e le stalle uniti all’abitazione. Cortina è situata al centro di una conca e, fino a un recente passato, l’insediamento abitativo era costituito da una serie di piccoli aggregati diffusi per tutta la conca. Oggi, dopo il notevole sviluppo che ha fatto di Cortina uno dei centri turistici più importanti del mondo, la maggior parte dei vecchi nuclei si è fusa in un unico grande agglomerato dalle caratteristiche decisamente urbane. Borea di Cadore e San Vito sono anch’essi centri turistici. Il Comelico è una zona dell’alto Cadore il cui centro principale è Santo Stefano di Cadore. Anche nei quattro comuni ladini del Comelico l’agricoltura ha perso d’importanza e gli abitanti hanno preferito dedicarsi ad attività più remunerative: le industrie, ma soprattutto il turismo. Con le uniche eccezioni di Livinallongo e Colle Santa Lucia, la stragrande maggioranza della popolazione ladina bellunese vive addensata. Nelle zone ladine della provincia di Belluno le vecchie dimore rurali sono formate da un unico edificio, che comprende anche la stalla. A pianterreno si trovano la cucina, la cantina e la stua con la stufa in muratura, mentre le camere da letto sono poste al primo piano, cui si accede per mezzo di una scala per lo più esterna. In molti casi la stalla con il fienile assume grandi dimensioni e allora è separata dall’abitazione.

Fra i Ladini dolomitici, quelli del Bellunese sono i più disconosciuti e i peggio trattati, e questa situazione risale ai tempi del fascismo. La popolazione fu sottoposta a una italianizzazione forzata per cui l’identità ladina fu intaccata. La situazione però non è molto cambiata neanche nel secondo dopoguerra; infatti i Ladini di Belluno furono esclusi da qualsiasi forma di tutela e ancora oggi neppure se ne discute. La scuola è rigorosamente monolingue e non viene insegnata nemmeno qualche nozione di cultura ladina; nella pubblica amministrazione tutti gli atti ufficiali sono redatti in italiano. I Ladini della provincia di Belluno hanno più volte chiesto il distacco dalla regione Veneto e l’aggregazione alla provincia di Bolzano, ma inutilmente. Anche la Chiesa non ha sempre mostrato una particolare attenzione al problema ladino, tanto è vero che nel 1964 il Livinallongo e l’Ampezzano furono staccati dalla diocesi di Bressanone e annessi a quella di Belluno. Nelle zone ladine del Bellunese l’italiano è da sempre lingua di cultura e lingua liturgica. Solo nel Livinallongo la Chiesa partecipa in qualche modo alla rinascita della cultura locale.

La lingua

Con il termine “ladino ” viene definito un complesso di varietà linguistiche parlate nella regione alpina centrale e orientale. L’attuale area ladina è quanto rimane di un ’altra area molto più vasta che comprendeva parte dell’Italia settentrionale, la Svizzera, l’Austria e parte della Baviera. Il territorio ladino attualmente si divide in tre settori: occidentale, centrale e orientale. L’area occidentale comprende le parlate del cantone dei Grigioni, la sezione orientale è costituita dal friulano, la sezione centrale dalle parlate della regione dolomitica. Alcuni studiosi considerano le parlate ladine varietà arcaiche dei dialetti altoitaliani. Un’altra corrente sostiene la tesi contraria e vede nel ladino i resti di un gruppo romanzo autonomo frantumato dalle penetrazioni etnico-linguistiche provenienti da nord e sud. Vi è inoltre una posizione intermedia, secondo la quale i vari gruppi ladini costituiscono un gruppo a sé.

Il ladino è una lingua indoeuropea appartenente al gruppo occidentale delle lingue neolatine. Nel ladino dolomitico alta è la percentuale di vocaboli che si sono conservati da una lingua prelatina; vi sono termini celtici e preceltici II ladino presenta nella morfologia e nel lessico numerose concordanze con il francese. Un ’altra caratteristica è la presenza di molti termini di origine germanica; anche l’ordinamento delle parole nella frase è in gran parte concordante con il tedesco. Esistono diverse varianti del ladino dolomitico: il gardenese, il badiotto, il marebbano, il fodòm, l’ampezzano e il fassano, suddiviso nelle sottovarianti “cazet”, “brach”, e “moenat”. I Ladino-dolomitici non usufruiscono di alcuna “koinè” né a livello scritto, né a livello orale. Nelle zone ladine della provincia di Belluno e anche in Val di Fassa sono pochi quelli che fanno un uso scritto del ladino; più diffuso è il suo uso in Val Gardena e in Val Badia. A livello orale il ladino subisce infiltrazioni di ordine lessicale e sintattico ad opera del tedesco in provincia di Bolzano, ad opera dell’italiano in Val di Fassa, nel Livinallongo e nell’Ampezzano.

Le giovani generazioni tendono sempre più a non far uso del ladino; inoltre i genitori con i propri figli tendono ad usare il tedesco e l’italiano, lingue che ritengono più utili per la loro promozione sociale. I settori lavorativi in cui prevale il ladino sono quelli legati alle attività tradizionali (agricoltura e artigianato), mentre sono più esposti alla penetrazione del tedesco e dell’italiano i settori dell’industria alberghiera e del terziario. Gli ambienti in cui la gente usa maggiormente il ladino sono la famiglia, la parentela, le associazioni private, la piazza. Per le varianti superiori della comunicazione vengono utilizzati il tedesco e l’italiano mentre il ladino risulta escluso, soprattutto nella pubblica amministrazione, ma anche in chiesa e, nel Bellunese, anche nella scuola. Per molto tempo in Val di Fassa non solo la classe dirigente trentina non applicò l’articolo 87 dello Statuto di autonomia, che imponeva l’obbligo di insegnare il ladino nelle scuole elementari, ma le stesse autorità scolastiche prendevano delle misure punitive nei confronti degli studenti sorpresi a parlare in ladino in classe. La situazione è migliorata, anche se di poco, da quando è stato approvato il “Pacchetto” che all’articolo 54 dice espressamente: “Nelle scuole dei comuni della provincia di Trento, ove è parlato il ladino, è garantito l’insegnamento della lingua e della cultura ladina.”

La storia

Nel 1004 la Val di Fassa, già appartenente al vescovo di Sabiona, fu donata dall’imperatore Enrico II ad Alboino, vescovo di Bressanone. Corrado II nel 1027 istituì i principati vescovili di Bressanone e Trento e la Valle, esclusa Moena, entrò a far parte del primo, senza per questo rinunciare alle antiche libertà e alle consuetudini comunitarie. L’intero territorio era diviso in sei “regole”: Soraga, Vigo, Pozza, Mazzin, Campitello e Canazei. Gli affari di natura giuridico- amministrativa erano prerogativa del vicario-giudice, rappresentante del principe- vescovo, mentre il potere politico-militare era nelle mani del Capitano che curava i rapporti tra il principe-vescovo e la comunità di Fassa. Il Livinallongo apparteneva ai vescovi di Bressanone, ma essi lo diedero in feudo a diversi signori tra cui gli Schöneck, che furono particolarmente odiati dalla popolazione per la loro brutalità.

Nei secoli XIII e XIV i signori feudali di lingua tedesca presero il sopravvento politico e militare sui due principati vescovili e i signori del Tirolo divennero padroni dell’intero territorio. Nel 1363 il Tirolo fu donato a Rodolfo d’Asburgo e fino al 1918 fu terra asburgica.

Nel 1803 i Principati vescovili di Trento e Bressanone furono soppressi e con la pace di Presburgo del 1805 il Tirolo fu dato in sovranità alla Baviera, alleata di Napoleone. Nel 1809 scoppiò in Tirolo una sollevazione popolare diretta contro i Francesi e i Bavaresi. A questa insurrezione, capeggiata da Andreas Hofer, parteciparono i Ladino-dolomitici, tra cui quelli di Fassa, del Livinallongo e di Ampezzo. La Val di Fassa, nel 1807, era stata assegnata dal governo bavarese al “Circolo di Trento” e dal 1810 al 1813 fece parte del Dipartimento dell’Alto Adige, mentre Ampezzo e Livinallongo passarono al Dipartimento della Piave. Nel 1813 tutti i Ladini tornarono nuovamente sotto l’Austria. Provvisoriamente la Val di Fassa fu aggregata al Circolo di Bolzano, ma, riorganizzando lo Stato, le autorità austriache pensarono di confermare alcune delle innovazioni napoleoniche: Fassa sarebbe rimasta col Trentino. Con il decreto del 13.4.1817 la Valle fu staccata dal Circolo di Bolzano e annessa definitivamente a quello di Trento. La popolazione fassana si oppose a questa decisione, ma inutilmente. Questo decreto recideva un legame durato diversi secoli: infatti la Val di Fassa aveva sempre fatto parte del Principato di Bressanone dal suo inizio fino alla sua soppressione. Tra l’altro, nel 1818, Fassa entrò a far parte della diocesi di Trento.

Nel 1898 tutti i comuni fassani chiesero di poter tornare col Circolo di Bolzano, ma questa proposta fu nuovamente respinta. Alla fine dell’800 la coscienza etnica dei Ladini cominciò a risvegliarsi. Nel 1906 le autorità austriache lanciarono la proposta di istituire una circoscrizione elettorale comprendente tutte le vallate ladine del Tirolo, che avrebbero così potuto eleggere un loro deputato. Questo progetto fallì soprattutto per l’opposizione dei deputati trentini, secondo i quali i Ladini erano italiani e, quindi, non potevano eleggere loro deputati. I Ladini, anche quelli fassani, invece, non si consideravano né Tedeschi né Italiani, ma un popolo a sé. Nell’aprile del 1915, per evitare un conflitto con l’Italia, l’Austria le offerse il Trentino, escludendo però le valli ladine, anche Fassa, Livinallongo e Ampezzo, che si sentivano tirolesi e non volevano essere considerate di lingua italiana. L’irredentismo non fece presa sui Ladini, neanche su quelli fassani, ampezzani o  di Livinallongo, che rimasero fedeli all’Austria.

Il trattato di Saint-Germain del 10 settembre 1919 divise il Tirolo in tre parti e il Tirolo meridionale, di cui facevano parte le valli ladine, passò al Regno d’Italia. Non fu quindi tenuto conto del confine linguistico di Salorno, ma all’Italia fu concesso il confine strategico del Brennero.

Censimenti della popolazione ladina

Valli:               1910    1921   1961   1971    1981

Badia              5251    5143   6800   7788    8367

Gardena          4178    3944   4525   5875    6827

Fassa               4152    3714     —        —      —

Cortina            3163      —        —        —      —

Livinallongo

Colle S. Lucia 2827      —        —        —      —

Nel censimento del 1910 le autorità austriache riconobbero ufficialmente nel Tirolo l’esistenza dei Ladini. Nel censimento del 1921 i Ladini poterono dichiarare la loro nazionalità. La stragrande maggioranza delle popolazioni del Sella si professò di lingua ladina. Fu il fascismo ad abolire nei censimenti ogni quesito relativo alla lingua. I censimenti indetti dal regime repubblicano hanno ripreso la tradizione fascista, con l’unica eccezione del Sudtirolo. Ai Ladini della Val di Fassa e a quelli della provincia di Belluno è stata sempre quindi negata la possibilità di dichiararsi tali.

 

Appello del 1918

Alla fine di ottobre del 1918, riuniti a Vipiteno, i rappresentanti di tutte le valli ladine sottoscrissero un proclama rivolto ai Tirolesi di lingua tedesca.

SUDTIROLESI TEDESCHI!

Con apprensione noi Ladini guardiamo verso l’avvenire! L’ora che deciderà del nostro destino e dell’avvenìre delle nostre vallate natie incombe sopra di noi… L’animo intimamente tirolese dei Ladini delle Dolomiti, il toro attaccamento all’amata patria Tirolo e il loro stretto sentimento di amicizia per il Sud tirolo tedesco sono ben noti e si sono appalesati anche di recente nella grande guerra. Ciò malgrado non è da scartare il timore che al di sopra della nostra volontà vengano prese delle decisioni per il futuro in contrasto con il sentimento delle popolazioni delle nostre vallate. Come le altre popolazioni dell ’Austria pretendiamo anche noi, quali discendenti delle prime popolazioni stabili del Tirolo, il diritto all’autodecisione! Un popolo che decide da sé del proprio destino… Il destino dei Sudtirolesi tedeschi sia anche il loro destino! Il loro avvenire sia anche il nostro avvenire! Tirolesi siamo e tirolesi vogliamo restare!

 

Appello del 1946

Il 12 maggio 1946 il fassano Guido Iori Roda diffuse in tutte le valli ladine migliaia di copie del seguente appello:

AI FRATELLI LADINI!

Da oltre un anno la guerra è finita! Nessuno si cura di noi, dei nostri bisogni, delle nostre aspirazioni… Rinasce intanto in tutti noi più vivo l’amore alla nostra terra, ai nostri monti, l’attaccamento alla nostra madre lingua, ai nostri costumi, alle nostre tradizioni. Ma che facciamo noi intanto per tutelare la nostra libertà, la nostra integrità spirituale, morale e culturale ed i nostri interessi? Già: perché oltre alla lingua ladina noi dobbiamo salvaguardare in ogni caso ed in primo luogo i nostri comuni interessi. Noi siamo in primo Ladini, Ladini, soltanto Ladini… Parliamo una lingua che è soltanto nostra… Siamo gli Svizzeri delle Dolomiti! Come gli Svizzeri abitiamo in un paese di scarsissime risorse agricole, abbiamo come essi un piccolo artigianato, piccole industrie e da loro come da noi l’industria base è il turismo… Siamo cinque meravigliose vallate, ricche delle più belle montagne, con un ‘attrezzatura alberghiera di primissimo ordine, con una rete stradate modernissima, con rifugi alpini, guide e portatori alpini, maestri di sci, aziende di soggiorno, industrie locali del legno. Abbiamo delle enormi possibilità di sviluppo per il nostro lavoro: turismo ed artigianato. Riuniamoci, Ladini, in un unico gruppo. Approfittiamo del momento. Uniti potremo chiedere una nostra libera amministrazione, difendere i nostri boschi, tutelare le nostre ricchezze naturali e farle fruttare da noi, senza essere sfruttati… Creare insomma un’indipendente amministrazione ladina dei patrimoni ladini. Così uniti saremmo una forza imbattibile nel campo turistico ed altrettanto in quello artigiano….

I motivi della domanda di aggregazione dei comuni della Val di Fassa a Bolzano

 Di fronte alla discriminazione attuata nei loro confronti dal “Pacchetto”, i Ladini fassani insorsero chiedendo l’annessione a Bolzano. I motivi della domanda di aggregazione sono diversi:

1) Evitare l’assimilazione e difendere le proprie caratteristiche etniche, linguistiche e culturali, le tradizioni ladine.

2) Godere degli stessi identici diritti concessi dal “Pacchetto ” ai Ladini della provincia di Bolzano, che sono: a) uso del ladino nelle scuole materne; b) ordinamento scolastico ladino, ossia 12 ore settimanali di insegnamento in lingua italiana, altre 12 ore settimanali di insegnamento in lingua tedesca e 1 ora settimanale di insegnamento in ladino; c) un intendente scolastico ladino nel Consiglio scolastico provinciale; d) un rappresentante ladino nel Consiglio provinciale scolastico di disciplina per i maestri; e) partecipazione del gruppo etnico ladino allo stanziamento dei fondi della provincia in proporzione alla consistenza del gruppo etnico ladino; f) commissari straordinari di madrelingua ladina; g) rappresentanti ladini nel Consiglio regionale e provinciale e negli organi collegiali degli enti pubblici locali; h) diritto alla proporzionale nel pubblico impiego; i) possibilità di impugnare atti amministrativi ove venga leso il diritto del principio di parità fra i gruppi; l) diritto alla valorizzazione di iniziative e attività culturali, di stampa e ricreative, rispetto della toponomastica e delle tradizioni locali; m) rappresentanza nella Commissione permanente per l’attuazione del “Pacchetto”; n) personale esclusivamente ladino per Radio ladina.

3) Avere un proprio consigliere provinciale-regionale ladino, indipendente da altri partiti.

4) Trovarsi più vicini alla sede della Provincia: Bolzano dista 50 chilometri da Canazei, mentre Trento ne dista 108. Storicamente i Ladini della Val di Fassa sono stati legati a Bolzano per secoli. Nel Sudtirolo generazioni di Ladini fassani hanno trovato lavoro e ancora oggi centinaia di fassani lavorano in provincia di Bolzano. Inoltre i Ladini fassani per educazione, per mentalità, tradizioni, usanze e costumi si sentono più vicini ai Sudtirolesi che ai Trentini. Questi motivi storici si aggiungono ai precedenti nel sostenere la rivendicazione dei Ladini della Val di Fassa di entrare a far parte della provincia di Bolzano. Più volte nel passato i Ladini avevano già manifestato l’aspirazione all’unità di tutte le valli ladine e il desiderio di annessione a Bolzano. Dopo la fine della prima guerra mondiale tutti i Ladino-dolomitici si espressero a favore dell’autodeterminazione e rivendicarono il diritto di essere riconosciuti quale gruppo etnico distinto.

Tutti i Ladino-dolomitici si sentivano Tirolesi e volevano rimanere legati a Bolzano e chiesero anche che fosse indetto un referendum che accertasse questa loro volontà. Le autorità italiane però non concessero né l’autodeterminazione, né il referendum. La situazione si aggravò con l’avvento al potere del fascismo. Il territorio ladino fu diviso fra tre province: Bolzano (Val Gardena e Val Badìa), Trento (Val di Fassa), Belluno (Livinallongo e Ampezzano). Alla fine del secondo conflitto mondiale tra i Ladini si riaccese la speranza di riconquistare l’unità perduta. Nel giugno del 1946 fu fondato il movimento “Zent Ladina Dolomites” e i rappresentanti di tutte le valli, riunitisi a Passo Gardena, chiesero il riconoscimento ufficiale del gruppo etnico dei Ladini e la loro riunificazione sotto la provincia di Bolzano. Ignorati dall’accordo De Gasperi-Gruber, i Ladini si diedero da fare perché nello Statuto dì autonomia fossero riconosciuti come terzo gruppo etnico con parità di diritti anche riguardo alla lingua e fosse sancita l’annessione di tutte le zone ladine alla provincia di Bolzano. Le autorità italiane fecero concessioni solo ai Ladini del Trentino-Sudtirolo, ma impedirono al Livinallongo, all’Ampezzano e anche alla Val di Fassa l’unione con Bolzano.

 

 

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