Gli aramei e la tutela delle minoranze in Israele

Filed in aramei, autonomismo, etnismo, israele by del 09/04/2016
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aramei israele - simbolo arameo

Un simbolo degli aramei.

L’anno scorso, Israele ha riconosciuto l’esistenza di un gruppo di cristiani, gli aramei, all’interno dei suoi confini. Una decisione che nessun Paese arabo o musulmano del Medio Oriente ha mai preso né mai lontanamente pensato di prendere. Israele ha riconosciuto un distinto gruppo etnico e religioso: la popolazione autoctona dell’antica Mezzaluna Fertile. La sua lingua, l’aramaico, era quella parlata da Gesù secoli prima che l’islam arrivasse nella regione.
Israele non solo sostiene e garantisce ai cristiani e alle altre minoranze – come drusi, musulmani, baha’i – pieni diritti civili, libertà di culto e diritto alla convivenza pacifica, ma consente loro anche di svilupparsi come minoranze con tutte le implicazioni che comportano le differenze di cultura. Gli arabi, per esempio, sono ben accolti nelle forze di difesa israeliane (IDF), ma al contrario degli ebrei non sono tenuti a fare il servizio militare: David Ben Gurion, fondatore e primo premier dello Stato ebraico, non voleva che gli arabi si sentissero obbligati a combattere i loro “fratelli”.
In Israele, i membri delle minoranze cristiana e musulmana occupano posti dirigenziali di ogni tipo, esattamente come ogni ebreo israeliano che ambisca a una carriera di successo. Un esempio è il giudice della Corte suprema Salim Jubran, di etnia araba e religione cristiano-maronita.
Contrariamente alla propaganda, non c’è apartheid di alcun tipo in Israele, né strade che possono essere percorse solo dagli ebrei. Cosa che invece accade in Arabia Saudita, dove le strade dell’apartheid esistono eccome, visto che soltanto i musulmani possono recarsi alla Mecca.
Israele si comporta così nel pieno di un contesto in cui i Paesi vicini – talvolta i nemici più brutali dell’umanità – aspirano alla sua eliminazione, spesso facendo anche del loro meglio perché ciò avvenga. Purtroppo, molti europei si uniscono al coro. Tutti hanno visto i recenti infami tentativi da parte dell’Unione Europea di annientare economicamente Israele etichettando le merci prodotte nei territori contesi. Questa condizione, che non è stata imposta a nessun altro Paese che abbia un confine in discussione, di fatto ostacola qualsiasi tentativo di pace.

Questi europei non ingannano nessuno. Le loro “punizioni” sornionamente sadiche e presuntuose destinate a Israele non faranno che nuocere economicamente a migliaia di palestinesi per i quali il lavoro è di vitale importanza; questi diktat obbligheranno altresì i palestinesi disoccupati a rivolgersi all’“ufficio di collocamento” che rappresenta la loro ultima risorsa: l’estremismo e il terrorismo islamico. Paradossalmente questi europei, per soddisfare il loro desiderio di danneggiare gli ebrei facendo finta di aiutare i palestinesi, in realtà seminano un nuovo raccolto di terroristi che poi andranno in Europa a mostrare cosa pensano di ipocriti del genere.
Nella regione si parla molto del fatto che gli europei aspirano segretamente a cancellare Israele dalla carta geografica, auspicando che le loro nuove leggi, unitamente alla vecchia violenza araba, raggiungano lo scopo. In questo modo, gli europei possono far credere a se stessi di non aver “nulla a che fare con ciò”. Questi europei devono sapere che non ingannano nessuno.
Israele dal canto suo, pur dovendo gestire i fronti americani ed europei, oltre alle minacce musulmane di genocidio, continua attivamente a rafforzare le sue minoranze attraverso un’ampia serie di programmi finanziati dallo Stato. Il 30 dicembre 2015, il governo israeliano ha adottato un piano quinquennale da 15 miliardi di shekhel (quasi 3,5 miliardi di euro) per lo sviluppo delle minoranze, soprattutto arabe. Gila Gamliel, ministro per l’Uguaglianza sociale, membro del Likud, ha il compito di attuare il piano.
Il premier Netanyahu, ingiustamente demonizzato, negli ultimi anni ha creato l’Agenzia per lo sviluppo economico dei settori arabo, druso e circasso. Questo organismo è diretto da un arabo musulmano, Aiman Saif, che controlla un bilancio di 7 miliardi di shekhel (oltre 1,6 miliardi di euro), con stanziamenti erogati per lo più a diversi città e villaggi arabi per sviluppare infrastrutture moderne, aree industriali, opportunità di lavoro, istruzione, eccetera. Il resto del bilancio è destinato ad aiutare i villaggi cristiani in Galilea.
Gli arabi hanno un loro dipartimento in seno al ministero dell’Istruzione, guidato da un arabo musulmano, Abdalla Khateeb, che è anche responsabile di un cospicuo bilancio di 900 milioni di shekhel (quasi 210 milioni di euro).
I cristiani, così come tutte le altre minoranze, oggi si rendono conto che prestare servizio militare nell’esercito israeliano è essenziale per la loro integrazione nel Paese. In Israele, molti cristiani e altre minoranze condividono le medesime paure: sanno che nella regione lo Stato ebraico è l’unica isola che garantisce loro libertà e diritti democratici. La comunità araba musulmana, quella cristiana e le altre comunità arabofone vedono il tragico destino dei loro fratelli in Siria, Iraq, Libano e in altri Paesi arabi. Musulmani che uccidono musulmani; fanatici gruppi musulmani che uccidono i cristiani, li sradicano, li sgozzano, li bruciano vivi, li annegano in gabbie e li crocifiggono, bimbi compresi. Le minoranze d’Israele ne sono ben consapevoli. Esse, inoltre, non riescono a capire perché nessuno demonizzi questi farabutti, e temono che la rovina si diffonderà dapprima in Terra Santa e poi in Europa.
Questa paura è uno dei motivi per cui sempre più cristiani chiedono di servire nella IDF: il 30 per cento di reclutamento avviene su base volontaria; mentre nella società ebraica si registra il 57 per cento delle presenze su base obbligatoria. Oggi, più di un migliaio di arabi musulmani fanno parte delle forze di difesa israeliane. Noi tutti conosciamo il pericolo rappresentato dai gruppi jihadisti fanatici come Hamas e vogliamo dedicare un maggiore impegno alla difesa di questo Stato pluralista eppure così isolato.

aramei israele - EhabShlayan-HaneenZoabi

Il maggiore delle IDF Ehab Shlayan (il primo a sinistra) è un cristiano arameo di Nazareth, fondatore del Christian Recruitment Forum, che esorta i cristiani aramei israeliani a servire nell’esercito. A destra, Haneen Zoabi, parlamentare araba musulmana della Knesset: ha minacciato i deputati cristiani contestando loro di essere un’etnia cristiana aramea separata e insistendo a dire che sono arabi e palestinesi.

La comunità a cui appartiene l’autore di questo articolo, i cristiani aramei, affonda le sue radici etnolinguistiche nelle genti aramaico-fenice stanziate in origine in Siria, Libano e Iraq. Nei 1400 anni successivi alla conquista islamica, i cristiani aramei sono stati costretti ad abbandonare la loro lingua per parlare l’arabo e più di recente a lasciare le loro case in Siria e Iraq. Essi non hanno alcuno status nei Paesi arabi e islamici, molti dei quali governati dalla legge islamica della sharia. I cristiani aramei non godono di alcuno status anche presso l’Autorità palestinese, che ora controlla la Giudea e la Samaria.
Sappiamo che alcuni gruppi cristiani, come Sabeel, Kairos Palestine e altri controllati dall’Autorità Palestinese, sentono ancora il bisogno di parlare positivamente dei signori arabi musulmani che li tengono assoggettati.
Gerusalemme è aperta a tutti. Ma non è sempre stato così, soprattutto sotto la giurisdizione giordana, fino al 1967. Non solo allora non era consentito l’accesso agli ebrei, ma 38.000 pietre tombali ebraiche furono asportate dal Monte degli Ulivi e utilizzate come materiale di costruzione e per pavimentare le latrine della Giordania.
I membri arabi islamici della Knesset, il parlamento israeliano, non accettano il diritto dei cristiani a preservare la loro eredità culturale. Il 5 febbraio 2014, il deputato Haneen Zoabi della Lista Araba Unita ha minacciato i parlamentari cristiani israeliani che premevano affinché la commissione lavoro della Knesset si pronunciasse a favore di una legge volta ad aumentare il numero dei rappresentanti cristiani nel comitato per le pari opportunità nell’occupazione, in seno al ministero dell’Economia. La Zoabi non ha accettato l’idea che noi apparteniamo a un’etnia cristiana aramea separata, e ha insistito a dire che siamo arabi e palestinesi. Il che è ovviamente falso, come se noi cristiani decidessimo di chiamare gli arabi musulmani “nativi americani”. Malgrado i tentativi della Zoabi e colleghi, la legge è stata approvata grazie a una coalizione di membri della Knesset, con la stragrande maggioranza di voti favorevoli da parte dei parlamentari ebrei.
Questo episodio mostra come alcuni arabi musulmani di cittadinanza israeliana, pur chiedendo ai loro vicini ebrei di aiutarli a preservare la propria identità, non riconoscano questi stessi diritti alle altre minoranze etniche. Al contrario, costoro cercano di imporre l’arabizzazione e la palestinizzazione con minacce e ricorrendo all’uso della forza. Per esempio, nel settembre 2014 una donna cristiana aramea, il capitano dell’esercito Areen Shaabi, è stata vittima di stalking da parte di alcuni attivisti arabi musulmani a Nazareth: è stata minacciata al grido di “Allahu Akbar” e di notte le hanno tagliato le gomme dell’auto.
Il maggiore Ehab Shlayan, un arameo di Nazareth fondatore del Christian Recruitment Forum, si è svegliato una mattina dell’agosto 2015 e ha trovato una bandiera palestinese fuori dalla sua porta di casa. La vigilia di Natale del 24 dicembre 2014, una trentina di islamici hanno lanciato pietre e bottiglie di vetro contro Majd Rawashdi, soldato cristiano di 19 anni, e la sua abitazione.
Tutto ciò appare come un misto di svegognata ipocrisia e razzismo.
Il 24 dicembre 2012, in un messaggio natalizio di auguri rivolto ai cristiani d’Israele, il premier Netanyahu ha detto:

Le minoranze che vivono in Israele, tra cui oltre un milione di cittadini che sono arabi, godono di pieni diritti civili. Il governo di Israele non tollererà mai le discriminazioni contro le donne. La popolazione cristiana di Israele sarà sempre libera di professare la propria fede. Questo è l’unico luogo in Medio Oriente dove i cristiani sono completamente liberi di praticare la loro fede. Non devono aver paura, non devono fuggire. In un momento in cui i cristiani sono sotto assedio in così tanti luoghi, in così tanti Paesi del Medio Oriente, sono orgoglioso che i cristiani d’Israele siano liberi di praticare la loro fede e che in Israele viva una fiorente comunità cristiana.

In Israele, i cristiani e altre minoranze crescono e prosperano, mentre in altre comunità del Medio Oriente – Autorità Palestinese compresa – vengono duramente oppressi e perseguitati dal movimento islamico, fino a rischiare la scomparsa.

 

traduzione di Angelita La Spada

 

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