Dopo la tregua dell’ETA: intervista a Joseba Alvarez

Filed in autonomismo, baschi, etnismo, spagna by del 19/05/2006

Joseba Alvarez

Quali sono stati i cambiamenti più significativi dopo la tregua annunciata da ETA?

Forse la cosa più significativa a due mesi di distanza dall’annuncio del “cessate il fuoco permanente” da parte di ETA, è che la società basca percepisce come la sinistra indipendentista ce la stia mettendo tutta affinché il processo di pace vada nella giusta direzione; a mio avviso non si può dire lo stesso del governo Zapatero. Mentre ETA dopo sette settimane dall’“alto el fuego” ha dato un’ampia intervista, pubblicata sul quotidiano “Gara”, riaffermando la sua volontà politica di proseguire, mentre Batasuna ha reso pubblico il suo gruppo di negoziatori, il governo spagnolo ha continuato ad arrestare i militanti baschi (e anche recentemente uno di loro ha denunciato di aver subito tortura), mantiene l’illegalizzazione di Batasuna, continua con la dispersione dei prigionieri e delle prigioniere baschi. Inoltre il giudice Marlaska dell’Audiencia Nacional aveva convocato otto dei principali dirigenti di Batasuna e il PSOE si rifiutava di costituire la Mesa de Partidos (Tavolo dei Partiti) “perché Batasuna è illegale”. Per colpa del Governo è stato perso tempo prezioso e il PSOE ha bloccato la creazione della Mesa de Partidos. L’attuale situazione del processo di pace (a due mesi, ripeto, dalla dichiarazione di Alto el Fuego Permanente di ETA) è molto grave, delicata.

Quindi che giudizio date dell’atteggiamento di Zapatero?

Il presidente spagnolo Zapatero ha creato una Comisiòn de Verificaciòn del Alto el Fuego, una cosa completamente inutile che ha confermato quello che era già evidente, ossia che ETA ha rispettato la parola data. Solo ora ha detto che in giugno annuncerà l’inizio di contatti ufficiali con ETA. Da quello che si vede (e se queste notizie saranno confermate) tutto sembra indicare che uno dei due tavoli o dei forum di dialogo, quello della smilitarizzazione, avrà inizio. Tuttavia l’altro spazio, forum o tavolo di dialogo, la Mesa Politica de los Partidos, resta bloccata a causa del PSOE che sostiene di non potersi riunire con noi in maniera ufficiale essendo il nostro partito illegale. Tutti sanno che la soluzione del conflitto esige i due accordi, quello politico e la smilitarizzazione. Per questo dico che la situazione è grave. Non ha senso che il PSOE dica di non potersi riunire con Batasuna perché è illegale, mentre nello stesso momento il governo di Zapatero, ugualmente del PSOE, decide di riunirsi ufficialmente con ETA che, oltre a essere illegale e clandestina, è anche considerata un’organizzazione terrorista.

E come vi ponete nei confronti degli altri partiti baschi (PNV, EA, Aralar…) in relazione ad una soluzione politica?

Tutte le forze politiche basche, la maggioranza dei sindacati e anche la stragrande maggioranza dei movimenti sociali baschi sono apertamente schierate in favore di un processo di pace in Euskal Herria e criticano l’operato di Zapatero e del PSOE. Un altro problema è che il governo di Ibarretxe (governo della Comunità Autonoma Basca, nda) usa l’Ertzaintza (polizia autonoma basca) per reprimere qualsiasi iniziativa di Batasuna, da fedele esecutore degli ordini del governo e della magistratura spagnola. Il PNV (moderati di centrodestra) dice di opporsi alla politica spagnola, ma la sua polizia, l’Ertzaintza, opera in perfetta sintonia con Madrid. Un atteggiamento che giudico vergognoso, oltre che politicamente irresponsabile. Comunque se dipendesse dalle organizzazioni nazionaliste basche la Mesa de Partidos sarebbe stata avviata da tempo, dato che tutte si riuniscono abitualmente, in maniera pubblica e ufficiale, con Batasuna.

In una precedente intervista avevi parlato di “un accordo all’irlandese” per fare come in Quebec. Ti sembra che la strada intrapresa vada in questa direzione?

Non direi. In altre parole, dal governo spagnolo e dal governo francese non è venuta nessuna dichiarazione paragonabile a quella storica di Downing Street sulla questione nordirlandese, una dichiarazione in cui si dica chiaramente che in futuro sarà rispettato quello che decideranno i cittadini baschi in una situazione di pace e democrazia. E senza questa “dichiarazione irlandese” non possiamo certo operare come nel Quebec (il riferimento è ai referendum sull’indipendenza, nda) e nemmeno come nel Montenegro, dove la Serbia ha accettato il risultato del referendum nonostante implichi l’indipendenza del Montenegro e la perdita di una parte del territorio che i serbi considerano parte della loro nazione.
Per ora siamo a questo punto, ma non abbiamo alcun dubbio che quello intrapreso è il cammino da percorrere se veramente si vuole risolvere definitivamente e in maniera positiva il conflitto basco.

Recentemente altri prigionieri politici baschi sono morti in carcere. Qual è la situazione attuale di questi prigionieri (maltrattamenti, dispersione…)?

Intanto la situazione del collettivo dei prigionieri e delle prigioniere baschi non è migliorato negli ultimi anni, nemmeno dopo la proclamazione dell’Alto el Fuego Permanente da parte di ETA. Anzi, proprio il contrario. Mentre anche il governo spagnolo ha riconosciuto che ETA non ha causato la morte di nessuno negli ultimi mille giorni, nello stesso periodo sono morti più di una dozzina di prigionieri (di cui tre suicidi) a causa della politica carceraria e delle condizioni in cui versano le prigioni spagnole e francesi. Altrettanti familiari di prigionieri sono morti in incidenti stradali mentre si recavano a trovare i loro familiari dispersi in carceri lontane centinaia, talvolta migliaia di chilometri da casa. Non solo non gli viene riconosciuto lo status di prigionieri politici, ma vengono violati i loro diritti fondamentali come quello di poter studiare in carcere o di scontare la pena più vicino alle loro famiglie.
Su questa questione il governo spagnolo non rispetta nemmeno la volontà della maggioranza della società basca che chiede il loro avvicinamento e la fine dell’isolamento carcerario. Siamo pertanto ancora molto lontani dalla possibilità per i prigionieri di prendere parte attivamente al processo di pace e dalla scarcerazione di tutti e di tutte, come è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica.

Cosa prevedi per il prossimo futuro in Euskal Herria?

Fino a un paio di giorni fa non sapevamo nemmeno se nel giro di una settimana gli otto responsabili  nazionali di Batasuna che dovevano presentarsi all’Audiencia Nacional di Madrid (tra cui anche Joseba Alvarez, nda) sarebbero stati ancora in libertà o in carcere.
È evidente che la carcerazione degli interlocutori di una delle parti non sarebbe stata la soluzione migliore per portare avanti il processo di pace1. Il futuro di questo processo in Euskal Herria sta quindi nelle mani del governo spagnolo e del PSOE. Se loro vanno avanti, anche noi continueremo ad avanzare. Se loro bloccano il processo, questo finirà con l’arenarsi.

Un tuo commento su quello che sta avvenendo in Catalunya (sulla questione dell’autonomia, il ruolo dell’ERC…).

Intanto vorrei precisare che non è la stessa cosa parlare della regione autonoma detta Catalunya o di Paisos Catalans (l’insieme del territorio nazionale catalano). Così come non è la stessa cosa parlare della Comunità Autonoma Basca di Euskadi (tre province) o di Euskal Herria, ossia del territorio nazionale basco (sette province). La Generalitat de Catalunya (cioè del Principat che non comprende né le Isole Baleari, né Valencia, né Perpignan) aveva deciso di patteggiare una riforma del suo attuale statuto di Autonomia per Catalunya. Zapatero aveva promesso di rispettare il risultato del dibattito parlamentare portato avanti dal “Tripartito” formato da PSC (Partito Socialista Catalano, nda), ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna, indipendentisti, nda) e ICV (Verdi Catalani). Più del 90% del Parlamento catalano ha approvato una riforma dello statuto (che non implica l’indipendenza o il diritto all’autodeterminazione); tuttavia Zapatero, con l’indispensabile aiuto di CiU (Convergència i Unió, autonomisti di centrodestra), non ha mantenuto la parola data e ha “mutilato” la proposta originaria, quella che era stata accettata in Catalunya. Madrid non ha rispettato la volontà, democraticamente espressa, dei cittadini catalani che risiedono in questa parte del territorio nazionale, Catalunya (che non coincide con la totalità dei Paisos Catalans). Di conseguenza, tanto il PSC, come ERC e ICV, sono stati traditi da Zapatero e la base di ERC, per denunciare tutto ciò, ha imposto ai suoi dirigenti un chiaro NO nel referendum previsto per il 18 giugno. Questo NO era già richiesto dalla sinistra indipendentista catalana (Endavant, MDT, PSAN, Estat Català e altri…). CiU, come il PNV basco, ha tradito la richiesta maggioritaria di Catalunya in cambio della sua presenza nel futuro governo catalano per difendere i suoi affari. È quello che ha fatto negli ultimi decenni in Catalunya arrivando ad appoggiare il governo di Aznar del Partito Popolare a Madrid. Per prima cosa bisognerà vedere quale sarà il risultato del referendum del 18 giugno e, dopo, quale sarà il risultato delle elezioni autonomiste anticipate. Quello che è certo è che Zapatero non è in grado di “chiudere” la questione catalana per poi affrontare quella basca da posizioni più favorevoli. È facilmente prevedibile che, nei prossimi mesi, il panorama politico catalano si radicalizzerà in conflitto con gli interessi di Zapatero e del PSOE, favorendo la nascita di un forte movimento indipendentista e di sinistra in Catalunya e nei Paisos Catalans.

È possibile fare un confronto (analogie e differenze) tra Euskal Herria e Paisos Catalans dal punto di vista dell’autodeterminazione?

Sia i Paisos Catalans che Euskal Herria sono due popoli, due nazioni, depositarie dello stesso diritto all’autodeterminazione. In entrambi i casi si deve rispettare quello che i cittadini e le cittadine decidono in pace e libertà, compresa anche l’indipendenza, come nel Montenegro. Quello che ci distingue dai catalani non sono i diritti che sono gli stessi, ma la strategia di liberazione nazionale e sociale che portiamo avanti nei nostri rispettivi paesi. Questa, senza dubbio, è il risultato delle differenze sociali e politiche delle due nazioni, dovute al diverso processo politico di resistenza e costruzione nazionale e sociale che abbiamo vissuto nel corso della nostra ampia storia di lotta.

 

N O T E

Joseba Alvarez nel 1997, al momento del processo contro i dirigenti di Herri Batasuna, ricopriva la carica di responsabile per l’euskara (la lingua basca) nel partito abertzale (indipendentista di sinistra). Liberato, con gli altri esponenti, dopo qualche anno di carcere è diventato responsabile dell’Ufficio Esteri (Kampoko Harremanetarako Batzordea) della nuova formazione Batasuna. Insieme ad altri esponenti di Batasuna si era recato varie volte in Sudafrica “a scuola di colloqui di Pace” (come avevano già fatto molti irlandesi, sia repubblicani cattolici che unionisti protestanti durante i colloqui per l’Irlanda del Nord) studiando attentamente l’esperienza di riconciliazione nazionale del dopo-apartheid.
In seguito venne nuovamente incarcerato.
Come è noto la tregua di ETA (la tregua del 2006, durata circa nove mesi) venne poi tragicamente interrotta dall’attentato del 30 dicembre 2006 all’aeroporto di Madrid che determinò la rottura dei negoziati (cominciati in giugno). In seguito, pur rivendicando l’attentato (che avrebbe dovuto essere solo dimostrativo e invece provocò due vittime), ETA aveva dichiarato di voler mantenere la tregua per permettere un ulteriore sviluppo del processo di soluzione politica del conflitto.

 

 

 

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