Lettera a un Immigrato degli anni ‘90

Questa “Lettera a un immigrato” probabilmente non vale un granché. È stata scritta come uno sfogo, un’incazzatura privata, ma allora non c’era altro modo e altro luogo per esprimersi: nessuna testata giornalistica al di fuori di “Etnie” avrebbe mai accettato di affrontare in modo critico l’immigrazione extracomunitaria; ed “Etnie” in quel momento era in standby. Quello che invece conta, e molto, è il periodo in cui è stata iniziata: gli anni ’90 (e continuata saltuariamente fino al 2000 e rotti). Vale a dire che dieci anni prima che la Fallaci inveisse contro l’invasione c’erano già tutti gli elementi bell’e pronti e allineati per capire quanto stava succedendo e come si sarebbe involuta la situazione.
Errori di prospettiva in ogni caso ce ne sono, eccome. Per esempio si parla poco di islam, considerato una parte del problema migratorio e non, come oggi, la minaccia per eccellenza. Eppure già allora – anzi, fin dagli anni ’70 – esistevano gli elementi per capire quale manovra fosse in atto tra i Paesi maomettani e i sordidi dirigenti europei. L’errore di chi scrive e di altri suoi colleghi è stato di non vedere la situazione generale e fissarsi sulla particolarità italica: il governo di Roma che tenta di combattere l’indipendentismo (allora fortissimo e, secondo me, non lontano dal prevalere) infilando un nemico entro i confini, per coalizzargli contro tutti i popoli da nord a sud. Una volta si faceva la guerra contro un altro Stato per smorzare i moti interni; l’Italia, non potendosi battere neppure contro San Marino, aveva preferito portarsi la guerra dentro casa. Ma le cose probabilmente non stavano così…
In definitiva il valore geopolitico di questi appunti è ben poca cosa (soltanto oggi siamo in grado di configurare un’operazione globalista più vasta e pericolosa che usa migrazioni e religioni come armi), mentre l’aspetto etnico e sociale, il terzomondismo peloso, le colpe incancellabili di tutti gli ultimi papi, la complicità di una società smidollata, le intuizioni sui catastrofici sviluppi futuri, saltano fuori con qualche anno di anticipo e ci fanno chiedere perché analisti, giornalisti e sociologi non riuscissero a vedere al di là del proprio naso…

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P R I M O

Caro immigrato,

mentre ti scrivo sta volgendo al termine questa settimana di novembre, che ti ha visto al centro di decisioni governative, di dibattiti infocati e, oggi, domenica, di enormi cortei che lottano contro la più grave minaccia che incombe sulle nostre lande: il razzismo. Forse di tutto ciò non te ne sei neppure accorto. Forse tu continui a valutare la tua posizione come ha sempre fatto l’essere umano all’estero, migrante o viaggiatore che sia, ovvero annusando l’“accettazione” nell’aria; regolando i tuoi ritmi in base alla mimica facciale degli individui; allargandoti o restringendoti a seconda che ti trovi circondato da una massa compatta o da un fluttuare sfilacciato di individui ora amichevoli, ora impauriti, ora indifferenti; commisurando le tue possibilità di azione alla reazione degli uomini in divisa. Tu, certo, appartieni a un’altra cultura; ma tu e io sappiamo benissimo che quando arrivi in un posto estraneo e ti viene in mente, che dire, di sdraiarti su un marciapiede qualcosa in te bisbiglia che stai commettendo una trasgressione. Che diamine, succede persino ai cani di guardarsi nervosamente attorno quando stanno salendo su un divano, anche se è stato appena consegnato e nessuno li ha mai sgridati prima. Se il padrone… no, non usiamo termini equivocabili… se la persona che abita legittimamente in quella casa sorride e passa oltre, ecco il cane eleggere domicilio sul divano, e poi mettere le zampe sulla tavola apparecchiata, orinare sulla moquette e infine trascorrere le notti sul letto matrimoniale. Occorrono millenni di un particolare tipo di cultura – certo noiosa e disprezzabile – per capire da sé che certe cose non vanno fatte poiché indegne per principio; per il resto si tende invece a comportarsi in base a ciò che le forze esterne ci consentono di fare. E se gli uomini in divisa girano la testa dall’altra parte a ogni piccola trovata che metti in scena, i tuoi orizzonti si ampliano, sopravviene la tranquillità di chi sente a casa propria ed eccoti felicemente padrone della situazione.

In realtà (e, confessalo, la parte più astuta della tua personalità se n’è accorta) l’intero fenomeno procede lungo percorsi più sottili: la gente non solo non dilata i sorrisi, ma ostenta sempre più astio. L’uomo in divisa è costretto a lasciarti fare, ma appena può metterti le mani intorno al collo te lo stringe volentieri, non perché abbia chiara la situazione del mondo che è chiamato a difendere, ma perché l’uomo in divisa non è sempre la crema della società e non gli par vero di sfogarsi con qualcuno apparentemente più debole di lui. Tuttavia laddove una tipo d’uomo che personalmente apprezzo molto si muoverebbe in punta di piedi, silenziosamente e dignitosamente, tu (sto generalizzando, scusami) aguzzi la sensibilità e avverti chiara la presenza di qualcosa di ben più poderoso della semplice “gente”, qualcosa che tiene al guinzaglio l’uomo in divisa, zittisce mugugni, somministra bacchettate. Forse sai chi sono, forse no. Noi li chiamiamo politici, intellettuali, giornalisti. A te basta sapere che ci sono, e servono! Da qualche anno hai imparato che grazie a loro quello che tu fai viene valutato in guisa ben diversa che se lo facesse la comune “gente”. Non escludo che in qualche caso ti sia sentito offeso per non essere trattato come un normale essere umano, con i suoi pregi, i suoi difetti e soprattutto le sue normali responsabilità. Ma hai notato, giustamente, che i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi.

E così, dicevo, hai imparato assai bene che ogni tua azione viene valutata da chi davvero conta con maggiore benevolenza rispetto alle azioni degli autoctoni. Di’ la verità, questo non te lo aspettavi venendo qui! Magari temevi di trovarti svantaggiato. Così almeno succedeva al tuo paese con gli stranieri (e così succede a noialtri ovunque andiamo). Invece scopri che se fai a botte con uno di qui, non si chiama rissa ma aggressione razzista. Se infastidisci qualcuno e questo reagisce è intolleranza. Se dispieghi le tue chincaglierie davanti al banco di un ambulante e questo protesta inutilmente con i vigili, è guerra tra poveri (perdona la loro indelicatezza nel mettervi sullo stesso piano: da noi il proletariato si può prendere a calci in faccia ma mai insultare).

Non sai chi siano questi potenti della terra, ma avverti la loro salvifica presenza e te ne senti incoraggiato. Hai la sensazione che siano costoro a consentirti di salire e scendere dai tram senza biglietto e a dipingere quell’espressione di sconsolata impotenza sul volto del controllore. Sei certo che una forza superiore trattenga l’auto della finanza dal piantare una frenata di fronte alla tua stecca di contrabbando, mentre ti rimpiatti in un androne: domani sera una notevole capacità imprenditoriale – che, sostengono, non farebbe parte della tua cultura – ti indurrà a costruire una piccola tabaccheria esentasse e a piazzarla in piena sede stradale, lungo un viale della circonvallazione. Non rischierai nulla, anche perché quella terribile pestilenza che sta corrodendo la nostra società – razzisti incalliti e naziskin – va a letto alle nove di sera, e infatti non s’è mai sentito di un panchetto di sigarette urtato da una macchina nel bailamme notturno della metropoli. Vecchiette sui marciapiedi sì, e in pieno giorno, ma stand eretti in piena corsia di destra (quella delle puttane), giammai.

Eh, non c’è come prendere confidenza con l’ambiente… Ti ricordo agli albori del fenomeno migratorio, quando con un misto di divertita curiosità e di diffidenza (che allora ti veniva naturale concederci, si vedeva dal tuo sogghigno monellesco) i comunitari ti permettevano di sporcare loro i parabrezza o acquistavano le tue collanine. Oddio, il pittoresco diversivo veniva un tantino guastato da una serie di misteriosi proclami a due voci, politici e giornalistici, secondo cui non tanto si temeva quanto si auspicava che tu e i tuoi colleghi arrivaste a milioni. Ma qui, forse te ne sei accorto, c’è una popolazione che ogni anno che Dio comanda riceve morte e distruzione da quattro fiumiciattoli in piena e non muove un dito per premunirsi, quindi figurati se si spaventavano per evenienze così sfumate nel futuro… Ma poi, affinando le nari all’aria che tirava, eccoti deporre strofinaccio e secchiello per tendere la mano a coppa. Eccoti prendere di mira le auto di quegli esseri inferiori che sono le donne ed esigere l’obolo che ti era “dovuto” (concetto che quassù ti è stato instillato ben prima o in totale sostituzione di qualsiasi altro), accompagnando la richiesta con pedate alla carrozzeria e frattura di tergicristalli. In ciò confidando nella spaventosa vigliaccheria degli astanti, raddoppiata dal timore di finire nell’elenco razzisti tenuto costantemente aggiornato dalla stampa.

Odio tirare in ballo fatti personali, ma sono io che sto parlando con te. Sono io quello che incontri per strada, non certo i tuoi misteriosi protettori: quelli non li vedrai mai in faccia. Forse lo farà qualche tuo collega, diciamo uno su diecimila. I più intelligenti, quelli che hanno capito che della minoritarietà si può fare una professione: loro andranno in televisione, impareranno slogan appartenuti a un mondo ideologico distrutto ovunque tranne che quaggiù, sfileranno sotto bandiere e arringheranno da un pulpito a fianco a fianco con i loro ammaestratori. Tu no, tu approfitterai di tutto ciò per fare altre cose con sempre maggiore agio, lasciando le ideologie e i princìpi a chi ha tempo da perdere. Stanno lavorando per te.

Veniamo al sottoscritto. Nel giugno scorso ero sdraiato su una spiaggia della Maremma. Volevo leggere e chiedere al sole di farmi uscire un po’ di umidità lombarda dalle ossa. Dato il luogo non certo rinomato e l’epoca, saremo stati in trenta su una striscia costiera di un paio di chilometri. Bene, ci credi se ti dico che tu e i tuoi colleghi sarete passati a dir poco in venti, per l’esattezza tutti africani neri? E la solfa è continuata nei giorni seguenti. Senti un po’ qua. Sto leggendo, arriva il primo, appoggia il campionario, gli dico di no, lui rimane lì, io gli ripeto di no. Mi appisolo, arriva il secondo, mi sveglia senza rimorsi, gli dico di no, lui rompe i coglioni per un tempo che sembra prestabilito indipendentemente dalla riuscita del negoziato, se ne va. Arriva il terzo, gli dico di no, attende il tempo canonico, mi insulta e se ne va. Dal quarto al ventesimo il tempo di attesa si accorcia, ma viene concluso da una serie di epiteti minacciosi. So che i problemi sono ben altri (del benaltrismo ti racconterò più avanti), ma è un dato di fatto che a un certo punto io ho dovuto smettere di andare in spiaggia. Io ho cioè subìto un sopruso. Non te ne frega niente? Credi che tutto il problema stia in qualche ora di sole? No, il danno è un altro, e non sono certo che mi capirai, così come sono assolutamente sicuro che non mi capiranno i tuoi protettori, non avvezzi ad attribuire sentimenti a chi non appartenga alla loro parrocchia, alla loro cellula di partito o al loro salotto letterario. Il sopruso che ho subìto consiste nel fatto che sono stato costretto a comportarmi con degli esseri umani in un modo che io detesto: non ho potuto cioè fare nient’altro che ignorarli, non trattarli, segare qualsivoglia rapporto sociolinguistico con loro, e a un certo punto trattenermi dal prenderli a calci nel culo.

Purtroppo la situazione che stai creando, fratello mio, è proprio questa. Da una parte abbiamo la teoria: integrazione, confronto di culture, convivenza; dall’altro la realtà: prenderti o non prenderti a calci nel culo. Le persone incivili lo faranno, quelle civili si tratterranno. Ma prescindendo dall’azione, tale è il pensiero comune. Il mondo è pieno di brutta gente, certo, portata a inveire contro chiunque. Ma ci sono anche tante brave persone miti e tolleranti, e quando anche queste vengono prese dalla frenesia di sbatterti fuori a calci allora vuol dire che qualcosa non funziona.

Per una certa formazione culturale e antropologica, io personalmente sono più riflessivo e analitico di alcuni. Quando un cane sporca, rompe o addenta, più che a prendermela con lui sono portato a farla pagare al padrone. Potrei fare lo stesso con te e dare tutta la colpa ai tuoi amici che sfilano a migliaia, o meglio che sguinzagliano migliaia di polli in manifestazioni contro il razzismo. Così facendo, però, mi metterei al loro livello: ti riterrei un povero imbecille che per l’indigenza e la provenienza etnica non è in grado di vivere motu proprio, incapace di comportarsi decentemente e di non suscitare istinti omicidi. Perché questo ti considerano, amico mio: una cacca di cane. Questa gente – che non a caso è religiosa, anche se dà nomi diversi alla propria chiesa – non ammette il libero arbitrio, o meglio non lo ammette nelle categorie adottate di volta in volta. Ci fu un tempo in cui erano i poveri ad avere tutte le ragioni; adesso che i poveri non esistono più (almeno come casta), tocca a te fare la parte di quello che, qualsiasi cosa faccia, non la fa mai per propria scelta. E tu ti lasci trattare così? Allora, scusami, ho ragione ad aver voglia di pigliarti a calci nel culo.

Prendiamo quello che è successo in questi giorni. Per un po’ ho tralasciato di leggere i giornali, in quanto siamo arrivati al punto che non sono più le notizie a farmi venire l’ulcera, ma quelli che le scrivono. Avvertivo comunque un certo brusio di fondo sul tema immigrazione (ormai da anni si parla solo di questo): dibattevano su quali misure prendere e come al solito litigavano. Ti giuro, sai che cosa credevo? Che si trattasse di decidere se espellere i clandestini e bloccare le frontiere. Quando ho preso il coraggio a due mani e ho aperto uno di questi organi ufficiali dei giornalisti, sono rimasto come fulminato: la banda di idioti stava discutendo se espellere o meno gli stranieri colpevoli di un reato! Non solo il tema era questo, ma ci litigavano pure sopra, capisci? Ti rendi conto a quale livello ti hanno posto nella scala degli escrementi animali? Se commetti un reato non ti considerano neppure un delinquente degno di espulsione. Ti prego, citami un solo paese in cui avvenga un fatto simile. Ti scongiuro, apri un atlante e indica col dito, così che io possa tranquillizzarmi attribuendo a un mio momentaneo stato di stanchezza questo stupore. Dimmi: “Tutto va bene, e tu hai solo bisogno di trascorrere qualche settimana su una spiaggia”. Della Maremma o della Scandinavia, ché tanto è lo stesso.

Se però ho ragione io, e questa sarà l’ennesima trovata che-tutto-il-mondo-ci-invidia, come la pizza e gli spaghetti, allora permettimi di spiegarti come la penso. Visto che tutti cercano di insegnarmi quali sentimenti devo provare e lavorano per pianificare il mio futuro, adesso ti dirò io come mi comporterei al posto tuo. Raccoglierei qualche amico dotato di bella presenza e scilinguagnolo, mi presenterei alla sede di un partito o di un giornale (la differenza sostanziale sta negli orari di apertura) e terrei il seguente discorso. “Signori”, direi), “io parlo a nome del mio popolo e non degli immigrati in genere, che per voi sembrano essere un’unica eccitante accozzaglia (quelli del terzomondo: gli svizzeri per esempio no, quelli si possono insultare). Ebbene, noialtri nel nostro paese ci comportiamo diversamente con gli estranei fastidiosi, ma sono affari nostri. Il fatto è che la nostra comunità, qui, si ritiene offesa nella propria dignità e anche nei propri interessi. Alcuni di noi lavorano regolarmente e pagano le tasse, e pertanto hanno tutto il diritto di girare per le strade senza essere minacciati moralmente e fisicamente. Gli stessi personaggi che voi lasciate in circolazione, da noi verrebbero messi in condizioni di non nuocere; e anzi ci chiediamo se sia valsa la pena di abbandonare un ambiente degradato per uno che si preannuncia peggiore. Qualcuno di voi ha avuto la cortesia di ripetere a mo’ di ritornello che i delinquenti allignano anche nel vostro paese e che l’infamia non conosce colore di pelle. Giusto. Ma visto che l’aritmetica vi vantate di averla inventata voi, sforzatevi di capire che due più due fanno quattro: già vi ritrovate un tasso di delinquenza da fare spavento, come credete che vivremo in una situazione peggiorata alla seconda potenza?”

E proseguirei: “Inoltre accetteremo volentieri un lavoro e un alloggio, ma riteniamo politicamente controproducente ottenere quest’ultimo, per esempio, a scapito di un anziano pensionato mercé le vostre imperscrutabili mire elettorali. A tale proposito, l’onestà ci impone di preavvertirvi: i soldi che guadagneremo li spediremo alle nostre famiglie in patria; appena ne avremo la possibilità seguiremo fisicamente i suddetti soldi; non abbiamo intenzione di ripopolare le vostre chiese e i vostri conventi; non riteniamo giusto votare in casa altrui: se veniste da noi con una pretesa del genere vi sbatteremmo fuori, e in ogni caso non voteremmo il Partito Dei Senzadio; non c’è neppure bisogno di truccare sondaggi e inventarsi ondate di sentimenti antisemiti per ravvivare la fiamma asfittica del razzismo: qui la gente non è in grado di distinguere un ebreo da un brianzolo, e a forza di sentirsi tacciare di razzista uno poi lo diventa sul serio, il che a noi non fa troppo comodo”.

Questo direi al posto tuo, perché così mi verrebbe da comportarmi se mi trovassi all’estero. Ma né a te né ai tuoi amici, temo, passa neppure per l’anticamera del cervello. D’altronde cosa te ne verrebbe in tasca? Non avresti più nessuno a difenderti. Sì, la gente ti accetterebbe di più, ma per il resto dovresti cavartela da solo, camminare con le tue gambe. Perché una cosa forse l’hai intuita: che questi che si stanno di molto esagitando per te, i gruppi umani informati a dignità ed efficienza non li digeriscono mica molto. Sei qui da troppo poco tempo per saperlo, così ti farò qualche esempio. Hai presenti israeliani e palestinesi? Tu, sospetto, detesti i primi; ma concedo che avrai motivazioni religiose o etniche per farlo, non annoiate adesioni da salotto. Per quanto riguarda un osservatore esterno, il cosiddetto Medio Oriente (quale sarà il Vicino, la Puglia?) è una regione in cui abitano due popoli dove dovrebbe starcene uno solo. In questo particolare caso discutere su chi abbia ragione ricorda le diatribe del Bar Sport: ha giocato meglio il Milan o l’Inter? È una tragedia umana, ma l’Homo ideologicus DEVE per dettame superiore prendere posizione. Sfoglia il breviario, legge che la scelta è caduta sui palestinesi, e da quel momento qualsiasi cosa succeda difenderà sempre i palestinesi. Ora, così come tutti (anche i tuoi amici) si arrogano il diritto di parlar male di questo o di quello, di provare antipatie, di insultare gruppi etnici a patto che siano a nord delle Alpi, io mi ritengo autorizzato a dire che secondo i miei canoni i palestinesi sono brutti, sporchi, incapaci, esaltati e sanguinari. Temo che la stessa impressione l’abbiano avuta tutti gli europei, ma per gli onnipotenti dettami dell’ethnically correct affermarlo pubblicamente è proibitissimo. Puoi (permetti la frecciata) stuprare e non essere espulso, ma non esprimere semplicemente una tua opinione. Personalmente, quindi, le mie simpatie sono sempre andate agli israeliani: estetici, intelligentissimi, efficienti, in una parola “civili”. Questo però non mi pone sulla barricata opposta, non ritengo che abbiano ragione, non partecipo alla disputa del Bar Sport. La mia, diciamo così, propensione però rivela un atteggiamento culturale ed estetico che non esiterei a definire europeo. Quella dei tuoi amici, al di là del patetico integralismo ideologico (e l’ideologia è il servizio informazioni dei cervelli disabitati), tradisce invece un’insopprimibile tendenza al brutto, al caotico, all’incapace. I loro cugini fascisti, come tutta la gente senza palle, hanno il culto delle palle; questi altri invece fanno della mancanza di palle una religione. Loro non stanno al fianco dei diseredati: loro stanno al fianco (a distanza di sicurezza) degli scoglionati. Li idolatrano (simbolicamente: in realtà non gliene frega niente). Non si limitano a inneggiare ad Al Fatah anche quando schizzano in giro frammenti insanguinati di bambino: si mettono quel lurido fazzoletto in testa alle manifestazioni. Non difendono il volgare per elevarlo ma ci si rivoltolano dentro.

Ricordi qualche tempo fa? Un pazzo sanguinario invade il Kuwait, uccide, massacra e stupra, minaccia di tirare ordigni chimici e atomici nel raggio di tremila chilometri, e loro cosa fanno? Niente, è ovvio. Cosa c’è di anormale in tutto ciò? E sai quando si scatenano? Quando gli Stati Uniti & C gli danno una bella ramazzata. Anche qui una persona civile non è che debba tenere per gli americani: non ci vuole una laurea in politologia per capire che questi si muovono solo per i loro dannatissimi interessi. Solo, uno dovrebbe essere contento che “qualcuno”, non importa chi, stia fermando la caricatura mesopotamica di Hitler. I nostri, al contrario, insorgono. Il pontefice insorge. In qualche spelonca puzzolente di un centro sociale i muri si riempiono di scritte inneggianti al folle. Ecco, quando ti inviteranno in uno di questi centri sociali… e magari avrai quell’espressione divertita/sprezzante che tante volte ho colto nell’extraeuropeo non politicizzato quando viene riverito e vezzeggiato da ragazzotti che non hanno mai saltato un pasto in vita loro… quando entrerai lì, pensa, se ci riesci, che quelli inneggiavano a un uomo mentre tutte le televisioni del mondo trasmettevano le immagini di vecchi e bambini curdi massacrati dai suoi gas. Curdi… gente fiera e coraggiosa, quindi indegna di pietà e simpatia, per non dire di manifestazioni di piazza. Ora uno si domanda: perché dare la caccia ai nazisti e se va bene impiccarli, e non fare lo stesso con questi? I bambini ebrei contano meno di quelli curdi o tibetani? Sai cosa penso? Che la storia sia piena di movimenti e di ideali sanguinari, ma che soltanto in questo secolo siamo riusciti a mascherarne uno sotto il saio della carità e della fratellanza. Inneggiano a Saddam e viene loro dato uno spazio per esprimere la loro finissima cultura; terrorizzano i pensionati, e il bel mondo culturale organizza proteste per scongiurare la cacciata dei colpevoli. Vacci pure, va’ a prenderti il tuo momento di gloria. Non hai nulla da temere. I vecchietti della zona magari sì. Tu sei probabilmente digiuno di problematiche sociali (tu sei una problematica sociale), ma certo immagini che un, tienti forte, un centro di aggregazione che continua a berciare di democrazia e tolleranza, non solo si faccia benvolere dalla gente, ma addirittura si faccia in quattro per aiutare la comunità. No. L’esercito silenzioso di giovanotti che vanno a fare la spesa all’anziano o puliscono le eiezioni del malato terminale o portano a passeggio il disabile non è quello che ti festeggia.

Tu per loro sei un pezzo di merda, scusa l’espressione. Qualsiasi cosa fai va bene perché rompi i coglioni ai loro nemici, ossia ai loro padri dei quali prenderanno inesorabilmente il posto, ai benpensanti che essi diventeranno appena sposati o assunti, ai partiti che sono una clonazione dei loro schieramenti prediletti. A loro piace la tua musica, se hai la fortuna di essere negro – pardon, nero – o sudamericano, ma della tua cultura non sanno e non vogliono sapere niente. Loro al tuo paese non ci metteranno mai piede per costruire pozzi o tamponare pestilenze, rischiando malattie e pallottole. Finito il passatempo, a loro non importa più che tu sia vivo o morto. Pardon, non vivente.

Ti starai chiedendo perché mi sia accanito talmente contro i centri sociali. Ma, amico mio, io sto solo cercando di spiegarti chi sono gli esseri misteriosi a cui devi la tua attuale situazione: l’impunità totale in cambio di un giaciglio di cartone sotto un cavalcavia. E sono partito dalla bassa forza perché forse è l’unica che ti capiterà di incontrare. Si tratta in parte di persone disadattate, relitti della società… Cerchiamo di intenderci, non lo sto dicendo con l’intenzione e l’intonazione del borghesotto (quel cafone con il mercedesino vorrei-ma-non-posso e il cellulare sempre in tiro, quello che ti tratta peggio di tutti ai semafori): al contrario, trovo disgustoso questo paese di ignoranti metropolitani, attaccati ai soldi come un cane al sedere di una cagna, ladri, arroganti, moralisti, e… non vorrei mettere troppo alla prova il tuo vocabolario. Ma, appunto, trovo ancora più disgustosi coloro i quali, strombazzando di odiare la cosiddetta società, si siedono sui suoi scalini aspettando con denti digrignati che piova un osso. Capisci ora perché affermo che amano i senzapalle? Perché sono senza palle. E grazie a Dio! Sennò te li ritroveresti nei boschi, nelle isole deserte, sulle montagne, nei vigneti, nei vicoli dei gioielli medievali. No, loro stanno tra le macerie, nelle case occupate, nei giardinetti tra le cacche di cane e le siringhe.

Solo alcuni, però. Gli altri a una certa ora salutano, lasciano i compagni ai loro sacchi a pelo puzzolenti e te ai tuoi cartoni ondulati, e se ne tornano nelle loro linde casette. Qui trovano padri reazionari, dei quali tollerano volentieri il peculio, o padri che stanno dalla stessa parte e di cui tollerano volentieri il peculio. Questo, per tua informazione, è il ceto medio dei tuoi protettori. Da una certa età in poi non sono “arrabbiati” né violenti. Lo sono stati; ma cosa vuoi, la vita, le circostanze, in fondo cosa ci costa sposarci, in fondo è solo un documento firmato dal sindaco, vabbé il battesimo solo per far piacere a tua madre poi deciderà lui, Andrea vuole le Reebok ce le hanno tutti i suoi compagni, Luca è andato a Cuba e ha speso pochissimo, col family la teleselezione è conveniente, bisogna dire che con il climatizzatore viaggiare è tutta un’altra cosa.

Non entrerai mai nelle loro case. Vogliono che tu chiami qui anche i parenti fino al settimo grado, ma la loro soglia non la oltrepasserai mai, se non come colf o giardiniere. E vedi di essere filippino, perché se no, scusa tanto, il lavoro proprio non sai dove stia di casa. Eppure per te costoro sono una manna. Non ti assicurano un tetto (quello vogliono che te lo paghi io con i miei soldi pubblici, io che, senza offesa, sono contrario alla tua presenza), ma spingono con la potenza di centinaia di migliaia di spalle affinché tu possa evitare l’espulsione anche se delinqui. Cerca di capirli, in fondo glielo devi: tu sei tutto ciò che gli è rimasto. Loro si proclamano a gran voce di sinistra, oggi si dice meglio progressisti, ma a forza di cedere sulla forma non gli è rimasta più neanche la sostanza o quello che era. Questa è una società più complicata della tua, amigo. Qui forma e sostanza a volte sono la stessa cosa, nel senso che c’è solo la prima. Le bandiere noialtri le abbiamo inventate apposta, perché gli occhi si alzino lassù dove sventolano e non si badi troppo a chi c’è al livello del suolo. E così immàginati liberi amori sessantottini vincolati nel matrimonio e concessioni ai genitori per avere il trilocale in cambio; lavori avvilenti che la baldanza giovanile non avrebbe mai accettato, ma che in fondo permettono di cavarsi qualche gusto, e che diamine. Si può sempre lottare per gli ideali, ma dannazione, non c’è più uno Stato al mondo al cui dittatore inneggiare, e anzi devi fingere di non averlo mai fatto perché la storia ha decretato definitivamente il tuo status di cretino. Vorresti lanciare tre slogan per le masse popolari nel tempo libero, ma scopri che l’operaio della tua azienda guadagna più di te che, non per dire, ti sei fatto un culo così… A questo punto cosa resta al nostro amico? Ma l’immigrato! Che dico, dieci, mille, centomila, dieci milioni di immigrati. La salvezza! Siamo di nuovo in affari, dicono gli americani. Affari tuoi, dico io.

Sai perché so tutte queste cose, fratello? Perché non leggo quasi più i giornali. Se lo facessi mi convincerei, dalle lettere al direttore, che tutta quanta la popolazione è ansiosa di trasformare la propria città in un bivacco di stranieri. Dalle cronache appurerei che ogni minuto si perpetra un atto di intolleranza nei confronti di un immigrato. Dai commenti poi (parto di opinionisti figli di opinionisti o, nel caso dei trovatelli, di raccomandati di ferro) trarrei l’impressione che la società multirazziale è un passo obbligato per salvare la nostra civiltà dall’estinzione o dal tracollo economico. Invece mi guardo attorno come fanno tanti altri, certuni convinti dai mass media di essere i soli a covare sentimenti tanto inumani e pertanto inclini a nascondersi. Mi guardo attorno e ascolto le sempre più frequenti disavventure della gente che ha a che fare con i tuoi colleghi, e che con un fiotto di panico avverte un’orrida sensazione di dejà vu. Scruto i vostri volti quando siete in gruppo e noto ogni giorno un cambiamento, uno spostamento, un allargamento, una preparazione. Finora avete mantenuto le vostre piccole angherie nell’ambito di una comunità occulta. Vi siete sfruttati a vicenda nel limite di un gruppo etnico, poi avete combattuto tra gruppi etnici all’interno della categoria, ma sentivate di non poter affrontare un intero mondo. Ora questo mondo viene lentamente ma inesorabilmente preparato dal proprio interno a ricevervi. Ve lo si legge negli occhi che sta per arrivare il momento in cui uscirete allo scoperto per compiere il balzo di qualità.

Sai amico come li definiscono questi discorsi i giornalisti? Deliranti. Sai che probabilmente c’è pure una legge che li punisce? Per quanto mi riguarda, mi resterà solo la soddisfazione di farmi una poderosa (amarissima) risata quando tutto quello che temo si verificherà. Come faccio a saperlo? Ma è semplicissimo. Tutto ciò è già successo qui e altrove, e sta ancora succedendo in varie parti della terra. A volte non c’è bisogno delle previsioni del tempo: basta aprire la finestra e guardare fuori.

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S E C O N D O

Credo che mi perdonerai una lieve mancanza. Forse dovrei andare a spulciare gli archivi dei quotidiani e prendere nota anno per anno, mese per mese del fenomeno. Dovrei insomma documentare le mie affermazioni. Ma, primo, questo non è un saggio; secondo, la gente sa benissimo di cosa parlo, perché son cose che hanno letto e meditato a migliaia; terzo, non mi sento in obbligo di esibire materiale a persone che parlano di società multirazziali senza aver mai, non dico proposto delle argomentazioni, ma addirittura dedicato un filo di attenzione al problema così come si è configurato in altri luoghi della terra. Il fenomeno di cui parlo è una sorta di macchinazione atta a trasformare questo che ti ospita in un paese multirazziale. Mi spiace indulgere alla tesi del complotto, ma per motivi professionali ho seguito la vicenda sin dall’inizio e ti posso assicurare che un’operazione così raffinata non può dipanarsi a furia di casualità. Dopo averti spiegato il mio punto di vista sul determinismo della cosa, ti proporrò una spiegazione seguita da un possibile scenario futuro. È giusto che tu sappia: in fondo di questa situazione tu non sei complice ma addirittura vittima. O, in altri termini, la merda di cane che come già accennavo Lorsignori ti considerano.

Alcuni anni fa, all’apparire dei primi vucumprà (dalle mie parti non si chiamavano così, te l’assicuro, ma le mie parti non fanno tendenza) notai che sui quotidiani, in particolare il “Corriere della Sera”, cominciavano a uscire pezzi via via più corposi su episodi di razzismo. Più esattamente, all’inizio si parlava di possibili episodi, si paventavano, si stigmatizzavano, ma curiosamente e contro ogni regola di buon giornalismo non si metteva il lettore in grado di afferrare né a quali fatti ci si riferisse né il significato reale di tali interventi. Insomma, la sensazione (non solo mia) era che non stesse succedendo niente e però si cercasse di riempire spazi vuoti. In un paese dove per un’estate intera si è dibattuto a livello stampa sull’uccello di un conduttore televisivo tutto è possibile. Pure, essendo io un etnista, e quindi naturalmente allenato a percepire certe particolari sfumature, avevo l’impressione che si stesse in qualche modo preparando qualcosa di maggior spessore.

Ti premetto, fratello straniero, che caso mai non lo avessi capito io sono un uomo del nord. Quindi, quando dico “noi” intendo la mia gente e non gli “italiani”. Ho fatto questo inciso per spiegarti una cosa che sicuramente ignori: “noi” un’esperienza preparatoria del genere l’avevamo già avuta in tre diverse occasioni storiche. La prima in vista dell’unità d’Italia, quando soprattutto in Piemonte circolavano libelli ministeriali atti a spiegare che le future colonie di Sua Maestà erano la nostra vera madrepatria, e che bisognava abbandonare la lingua degli avi a favore di un toscano riveduto e corrotto. La seconda sotto il fascismo, quando su fetidi giornali (cito a esempio “La difesa della razza”) si preavvertiva il lettore che la semenza italica sarebbe col tempo diventata finalmente mediterranea grazie alla prolificità dei meridionali. La terza, in tutto e per tutto uguale al periodo che stiamo esaminando, in preparazione (sempre questa tecnica preparatoria) dell’enorme migrazione verso nord. Di questa fase ho memoria diretta. Ero solo un bambino, ma ricordo lucidamente un articolo che mi aveva sconvolto: l’intervistatore aveva battuto le campagne del mantovano chiedendo a povere donne rurali che cosa pensassero dei nuovi arrivati. Le risposte erano tutte del tenore: sono sporchi, coltivano gli ortaggi nel bidé, accoltellano la gente. Ciò serviva al giornalista per dimostrare la forza corrosiva del pregiudizio; per me significava soltanto che questi esseri misteriosi erano sporchi, coltivavano gli ortaggi nel bidé e accoltellavano la gente, e per parte mia non riuscivo a capire perché l’articolo inveisse contro le contadine. Siccome poi tutti avevamo gli occhi per vedere e per anni ci fu praticamente impedito di uscire di sera, non ci misi molto a verificare la veridicità del fatto. Qualora mi fossi sbagliato (insieme a qualche altro milione di persone) e fossi rimasto vittima di cattiva informazione, ci sarebbe un intero libro del professor Virginio Titone, accademico siciliano, il quale – alla rarissima insegna del “se abbiamo un problema affrontiamolo e non facciamo finta che non esista” – descrive con desolata lucidità la morte e la distruzione sociale apportata dalla marea migratoria in una terra che egli giudica “civilissima”. Ebbene, per anni ho seguito le evoluzioni giornalistiche intese a spiegare che eravamo tutti lo stesso popolo, con cronache di intolleranze (che, sembra incredibile, si limitavano al rifiuto di affittare locali agli immigrati) e lettere melense di signore sposate a meridionali che giuravano e spergiuravano di essere felici come pasque. Ora non viene il sospetto che quando si deve andare avanti lustri a spiegare alla gente che “siamo tutti italiani” (ah, questa frase che ha rintoccato la mia giovinezza!) ci sia sotto qualcosa di leggermente losco? Perché si continuava e si continua a dire che Trieste è italianisssima (pronunciata con 3 esse), che Trento è italianisssima, che (vado a memoria) il pesista altoatesino Norbert Oberburger è in realtà italianisssimo essendo nato a Sauze d’Oulx (!!!), ma non lo si dice mai di Pescara, di Brindisi o di Pietro Mennea? E per anni, sgranando gli occhi, ho letto la satira di sinistra che se la prendeva con gli stessi giornali di cui sopra perché qualche volta scappava fuori la provenienza dell’arrestato. Ricordo una striscia di (forse) Pericoli e Pirella. Due giornalisti alle prese con una notizia di cronaca. Uno inizia: “Rissa in famiglia: muore una donna”. L’altro propone: “Tenta di fuggire ma il marito la accoltella”. Decisione finale: “Regolamento di conti tra meridionali”.

La satira di sinistra… avrai modo di esserne protagonista negli anni futuri… ha questa particolarità: che non si capisce mai cosa ci sia da ridere. Loro dicono una cosa che a te risultava vera come se fosse una battuta. Potrei farti migliaia di esempi, ma non perderò un solo istante del mio tempo per scartabellare negli archivi. Al massimo ti citerò a memoria un passo di Antonio Lubrano: “Siamo ormai negli anni novanta e ancora c’è chi si chiede perché quelli del Polesine hanno ricostruito tutto e gli irpini no”. Devo sorridere, apprezzare la sottile ironia? In effetti ce lo stiamo chiedendo in tanti, proprio perché siamo negli anni novanta e nessuno ci ha ancora dato una risposta.

Come vedi ho seguito attentamente e per anni questa straordinaria operazione giornalistica. Diciamo che ne conosco le modalità, il vocabolario standardizzato. Visionario? Eppure è stato candidamente ammesso che certe fabbriche allucinanti piazzate nel fondovalle aostano furono impiantate in fretta e furia per trasportarvi vagonate di meridionali; che in Sudtirolo furono trasferiti funzionari in numero esorbitante con megafamiglie al seguito per spezzare l’omogeneità etnica del luogo (dopo avere spezzato le lapidi germanofone dei cimiteri in epoca fascista). Visionario sarei se intravedessi alcunché di casuale e spontaneo nel battage giornalistico del boom e post-boom.

Eccoci dunque tornati a qualche anno fa. Pian piano ecco riapparire le usate espressioni, e alcune di nuovo conio. Provincialismo per indicare la difesa di una cultura (del nord). Particolarismo per indicare il desiderio di decidere a casa propria, come accade in altri paesi europei. Intolleranza per indicare qualsiasi obiezione all’operato dell’immigrante. Guerra tra poveri, come sopra ma quando uno degli obiettanti appartiene al proletariato. E, sopra tutte, Solidarietà… usata una parola sì e due no per indicare l’obbligo del nord di pagare i conti del sud, ovvero l’obbligo degli italiani di aprire le frontiere a chiunque, ovvero l’obbligo dei cristiani di testimoniare (i cristiani testimoniano sempre) la loro fratellanza ai poveri del mondo impedendo loro pratiche selvagge quali l’aborto e la contraccezione. E intanto, dài oggi e dài domani, ecco finalmente apparire qualche succoso episodio di cronaca, per la serie chi la dura la vince. Come dimenticare il fattaccio avvenuto in Brianza o nel Varesotto (feudo della Lega, tenne a sottolineare con quadratura deontologica il commentatore RAI, riservandosi certo di ripetere per ognuno dei dieci omicidi quotidiani in Sicilia: “Feudo della DC”), come dimenticare il fattaccio di quel marocchino che ogni giorno scaricava il sacchetto della spazzatura nel giardino di un autoctono, finché questi non gli diede uno sganassone? L’avessero fatto a casa tua, tu non avresti avuto la fantasia e la cultura, povero selvaggio, di definire il tuo slavadenti un “grave atto di intolleranza razziale”. Be’, neanche il ceffonatore insubre, ma ebbe ben modo di apprenderlo leggendo giornali e saltellando tra i canali RAI.

Tu dici: ti stai soffermando su una pinzillacchera. Certo; proprio perché è tale ci batto sopra. Io la considero la madre di tutte le pinzillacchere, quella che diede finalmente la stura a una serqua di altri consimili episodi (gente scacciata da bar, eccetera), per arrivare a qualche fattaccio realmente disgustoso (a Roma e in Campania, mi par di ricordare). Ma, capisci, non tali da giustificare il continuo intervento dei sociologi, finalmente tornati a esistere come esseri umani. Non tali da attivare tavole rotonde a raffica. Non tali da mobilitare il sindaco nero di New York, un vero stronzo, il quale redarguì i milanesi per la loro intolleranza citando la sua città quale modello di “comunità multirazziale”. Dovessimo seguirne l’esempio, ci toccherebbe adibire l’area del Portello a New Musocco e smaltire l’eccedenza di salme in provincia.

Dopo l’accurata preparazione del terreno eccoti arrivare i politici. Coro unanime, manco a dirlo. La dichiarazione più squillante la fa un ministro, forse quello della Sanità finito in carcere per delitti contro l’umanità, anche se il nostro codice li definisce con altri nomi: “Tra non molto saremo sedici milioni di italiani, dice, e cinquanta di africani. Dobbiamo organizzarci in vista di tali cambiamenti”. Anche le persone meno sospettose del sottoscritto si sono probabilmente chieste: ma che, l’ha ordinato il medico? Sarà a cura dello Spirito Santo o anch’io potrò decidere? E no, tutto veniva presentato con un senso di ineluttabilità. Eh, ci spiace, accadrà così, il mondo va in questa direzione. Siccome era evidente anche ai presbiti che sarebbero bastate un paio di firme per dare un altro corso al destino, risultava ovvio che il destino medesimo erano in realtà Lorsignori.

Ora viene la parte più difficile, e ti prego di seguirmi anche se forse in quegli anni non eri ancora arrivato. Che l’intera faccenda fosse una colossale manovra era chiaro a tutti noi, tranne che alla bassa forza del giornalismo e ai borghesotti di sinistra. Il vero problema stava nel famoso cui prodest? Con altri rinomati commentatori (ma in forma privatissima, per carità) tentammo una disamina scientifica del fenomeno. A chi giovava? Tanto per iniziare, scartammo l’ipotesi dell’altruismo. I sommi propugnatori dell’invasione erano i socialisti di Craxi. Ora, anche tu hai sentito nominare Craxi: era il capo, attualmente latitante, di un’associazione a delinquere di stampo mafioso che tutti noi, anche senza Di Pietro, conoscevamo come tale. Allora non immaginavamo ancora che i bastardi portassero via il pane alle vecchiette e trafficassero in cadaveri, ma ci era comunque impossibile credere che gente che prendeva a calci in faccia i pensionati potesse avere a cuore la sorte di milioni di stranieri.

Ai democristiani per rimpinguare le file dei picciotti? Fantapolitica!

Al Vaticano? Forse sulle prime, ma ai loro servizi di informazione, forti dell’esperienza francese, non poteva essere sfuggito il fatto che molti dei tuoi colleghi come arrivavano in un posto tiravano su una moschea.

Al Gotha della finanza? Possibile, ma i vari Agnelli nella precedente esperienza migratoria avevano messo in pratica i comandamenti dell’economia moderna: passare pure sui cadaveri dei tuoi concittadini per intascare, ma fare in modo che le masse in arrivo si trasformino rapidamente in entusiatici consumatori. Qui invece nessuno muoveva un dito né per aiutare gli insediamenti né per assumere personale straniero.

L’arcano rimaneva insoluto. Studiai tutte le modalità di rimescolamento etnico applicate nella storia moderna, ma non trovavo paralleli in nessun angolo del mondo. Ti confesserò anche che a me tutta la faccenda aveva l’aria di un suicidio collettivo di Lorsignori. Se già non te ne sei accorto, questo è un paese che nel complesso, ossia così come è attualmente strutturato a mo’ di astrazione statistica, non è in grado di risolvere il problema più stupido. I treni viaggiano in costante ritardo, le poste non viaggiano, presto affogheremo nei rifiuti, e se avessimo costruito le centrali nucleari oggi non saremmo probabilmente qui a discutere delle nostre rispettive sorti. Dunque, com’era possibile che una cricca incapace di assicurare una pensione decente o un tetto ai pensionati, o l’assistenza medica più elementare ai malati di mezzo territorio, riuscisse a gestire una siffatta marea di persone? Nota che si parlava e si parla tuttora di creare una società multirazziale, ossia (prima non l’ho detto) di far funzionare qualcosa che mai mai e poi mai ha funzionato in nessuna parte del pianeta. Sfido te e i tuoi amici che continuano a ripetere lo slogan, ignari dei retroscena, a citarmi un solo esempio di società multirazziale che non si sia trasformato in una tragedia. New York con i suoi duecento omicidi al giorno? Il Brasile dove bianchi e neri ballano allegramente la samba gomito a gomito, e poi i bambini (neri) crepano nelle baraccopoli? Il Sudafrica? I paesi andini dove un pugno di bianchi più o meno puri infila le divise ai cholos e agli indios e li fa scannare a vicenda? Ma se non riescono a convivere neppure i serbi e i croati, che parlano praticamente la stessa lingua e hanno le stesse facce (interrogativo indegno di un etnista: mi sono sempre chiesto come fanno a riconoscersi per spararsi addosso). Nossignori! A Roma! A Roma vogliono tentare l’esperimento del secolo. Non a Parigi, non a Düsseldorf, ma a Roma, intesa come capitale di un territorio in cui i posti di responsabilità vengono affidati per decreto a individui con un QI inferiore a 45.

Capisci che per quanto stupidi (ma furbi e, avrai notato, immuni da qualsiasi forma tumorale), i nostri politici dovevano aver calcolato che in capo a qualche anno la folla avrebbe finito per linciarli. Disperavo ormai di dare un senso alla sciarada, quando avvenne l’illuminazione. Tu non puoi saperlo, ma ci colpì tutti alquanto una sceneggiata occorsa in un deposito tranviario milanese tra il sindaco Pillitteri e un gruppo di dipendenti che chiedevano al comune di spostare un accampamento di nordafricani. Non so se i tranvieri avessero motivi validi per la richiesta o se si trattasse di semplice cattiveria (che mi vedrebbe schierato con i tuoi colleghi). Sta di fatto che, come testimoniarono le riprese televisive, il sindaco attaccò a insultare le maestranze con epiteti di fascisti, razzisti, nazisti (il bue dava del cornuto all’asino), ricevendone in cambio altisonanti saluti in milanese, calabrese e sudese in genere.

La soluzione mi si delineò con chiarezza, e la mia dignità ne soffrirebbe alquanto se un domani scoprissi di essermi sbagliato. Tieni conto che qualsiasi studentello ne sa abbastanza di storia per sapere che quando c’è un problema interno se ne crea immantinente uno esterno. Si chiama diversione. Qui da noi ci tostiamo da secoli tra europei per questo bel principio. Il bello è che ad accorgersene sono sempre i libri di storia, mai i diretti interessati, altrimenti le guerre mondiali si chiamerebbero al più guerre provinciali. Quattro gatti a darsi pedate nel sedere attorno alla linea del fronte. Qui naturalmente eravamo al cospetto di una versione rivisitata del trucco, adatta a un periodo abbastanza pacifico e soprattutto a un paese con un esercito da luna park. Invece di uscire ad attaccare il nemico lo si portava direttamente in casa: poco costoso e senza sommosse da parte degli antimilitaristi (ossia tutti quelli in età di naja, tutti i loro genitori, tutti i loro nonni, tutti).

Tu adesso vorrai sapere qual era il nemico interno. Devo spiegarti qualcosa che approfondirò meglio in seguito. Sarò un tantino prolisso e te ne chiedo scusa. Come spesso succede agli Stati del mondo, entro il tracciato dei confini non esiste un solo gruppo umano. Essendo state le frontiere disegnate da folli sanguinari, diete imperiali, doti matrimoniali, battaglie, è anzi un miracolo quando non si registrano comunità millenarie segate a metà o incorporate per intero in confini altrui. Lo studio di questi fenomeni si chiama etnismo, ed è stato più o meno inaugurato in Francia. Da noi non esiste ufficialmente una figura del genere, e a onor del vero è mal tollerata pure nell’Esagono. Non so perché ti racconto queste cose. Resta il fatto che del beneplacito ministeriale agli etnisti non importa un accidente. Costoro non sono sinonimi di etnologi. Per chiarezza si potrebbe dire che un etnologo sta a un etnista come un naturalista sta a un ecologista. Posto che quest’ultimo sia un professionista e un esperto, con il suo studio non si limita a prendere atto delle specie esistenti ma si batte per la loro conservazione. Egli non ritiene che sia né lecito né prudente estinguere forme che in milioni di anni evolutivi hanno una loro precisa collocazione. Soprattutto non ritiene che si debba fare perché l’ha ordinato il solito medico, nel nome ineluttabile del cosiddetto progresso (che in genere si rivela una multinazionale o un governo di criminali). L’etnista è praticamente la stessa cosa. Può provenire da formazioni diverse – antropologia, etnologia, sociologia, linguistica o addirittura storia e politologia – ma ha come punto d’arrivo la difesa delle “specie” umane. Come l’ecologista, egli ama i suoi oggetti di studio. Ritiene che la diversità tra gli uomini non solo esista ma vada incoraggiata. Se vede una comunità razziale o culturale oppressa da un’altra si arrabbia moltissimo, e allora può succedere che si batta per la creazione di movimenti politici difensivi. Questi movimenti vengono genericamente chiamati autonomisti o indipendentisti; separatisti molto difficilmente, in quanto il principio fondamentale dell’etnismo è “uniti nella diversità”. Uniti, non accavallati. Padroni a casa propria. Liberi.

Nessuno Stato – proprio in quanto Stato, quindi entità “chiusa” – ama queste posizioni. L’etnismo è la minaccia sovrana per l’organizzazione statale, specie se accentrata. Lo è ancor più dei movimenti autonomisti puramente politici, nati talora non per necessità culturali ma per convenienze economiche o elettorali. Queste formazioni si distinguono per il basso profilo delle loro proposte, per la rozzezza dei toni, per un elettorato poco convinto e pronto a seguire chi gli propone qualcosa di meglio. Gli esponenti dell’autonomismo non nato dall’etnismo sono tipicamente ignoranti e prestano un fianco assai sguarnito alle bordate della cultura di regime, che ha avuto tutto il tempo e i mezzi per inventarsi altrettante fandonie atte a giustificare l’unità e l’accentramento. Ma a questo arriviamo tra un attimo. Vorrei invece che tu tenessi presente, se hai voglia di continuare a seguirmi, che qualsiasi problema di tipo etnorazziale viene affrontato in Italia – ufficialmente, s’intende – senza mai la presenza di un esperto di etnismo. Un po’ come decidere di varare un’opera faraonica all’interno di un parco nazionale senza interpellare non solo uno studioso di ecologia, ma addirittura un naturalista. Da noi infatti le comunità esistono soltanto in base a suddivisioni burocratiche o a criteri finanziari. I commentatori, i politologi e gli storici “tradizionali” ignorano di regola quali meccanismi presiedano agli attriti tra gruppi umani, un po’ perché non hanno il know how, un po’ perché sono ammaestrati a non averlo. Non che l’etnista sappia di più: l’etnista sa altre cose; ma tali cose riguardano la pulsione più potente dell’essere umano, ossia la sua cultura profonda, la sua lingua, il suo territorio, la sua peculiare socialità, carattere che moltiplicato per un certo numero di suoi simili e risuddiviso statisticamente dà come risultato un’etnia.

Mentre i cosiddetti analisti si affannavano, anni fa, a delineare arroganti scenari per l’oriente europeo (applicando criteri storici secondo le scuole più in voga, calcolando inflazioni, locazioni petrolifere, equilibri internazionali), un pugno di etnisti europei avevano ben chiaro quello che sarebbe successo. Accolti dal sarcasmo del giornalista di turno e ignorati dalle accademie, stabilirono semplicemente che l’URSS si sarebbe frantumata nelle realtà antecedenti, seguita più tardi dalla Russia; che la Iugoslavia si sarebbe polverizzata a suon di cannonate; che la Cecoslovacchia si sarebbe scorporata in Cechia e Slovacchia; che la Romania avrebbe probabilmente perso, non senza violenze, la transilvania magiara. E c’è ancora il tempo per verificare i due scenari ancora mancanti all’appello.

Parlavamo del nemico interno. Dunque, che cosa era sommamente chiaro a un esperto di cose etniche, durante quegli anni? Che era in corso un vero e proprio sconvolgimento. Il cosiddetto nord si stava arrabbiando. I motivi, anzi, la mia interpretazione dei motivi te la illustrerò tra breve. Per il momento ti basti sapere che i popoli boreali avevano dichiarato una specie di guerra a Roma. Il sentimento portante era vivo e più o meno latente fin dall’unità, ma un’attenta scolarizzazione era riuscita a togliere alle nostre genti qualsiasi strumento di valutazione del proprio passato. Quando ciò avviene – ed è avvenuto in Francia, per esempio – una comunità prova una serie di sentimenti caotici, quasi irrazionali, che vengono facilmente tenuti a bada da chi ha il controllo della cultura. È facile provare un impulso, diciamo così, “genetico” verso la propria etnia e, non sapendo che essa è tale, farsi incanalare dal potere verso considerazioni erroneamente autocritiche. Ti dico in tutta franchezza qualcosa che non sentirai mai neppure accennare dai cosiddetti studiosi del sociale. I padani per decenni hanno vissuto una sorta di silenzioso dramma nazionale: il complesso di essere razzisti. I popoli sono come le persone, amico mio: non a caso sono una somma statistica di individui. Un trauma collettivo lascia il segno, così come un’educazione o un condizionamento. I tedeschi provano disgusto per il militarismo perché sono stati traumatizzati dalla seconda guerra mondiale. E noi siamo stati condizionati a interpretare qualsivoglia riflessione interiore sulla nostra cultura originaria come un volgare sentimento di odio per l’Homo italicus. Si voleva parlare di… che cosa? delle nostre tradizioni? del nostro passato? … si provava una certa sensazione… quale? di affinità con altri popoli oltreconfine? di un’altra storia non scritta? … e uscivano solo mugugni contro i terroni, in tram, sottovoce, tra vicini di casa, tra amici. Le persone più colte (ma evidentemente non abbastanza) scuotevano la testa, non stava bene, e citavano quel mucchio di fesserie che gli avevano insegnato a scuola, il risorgimento, i morti per la Patria, gli austriaci cattivi. Con quel po’ po’ di apparato storico alle spalle, come potevamo pensare di mettere in dubbio la santità della Patria e la nobiltà del Seme Italico, Unico e Indivisibile? E giù Lettere al Corriere per rassicurare gli animi sul nostro amore per i fratelli del sud.

Alla fine degli anni settanta, però, un gruppo di etnisti decise di imprimere una svolta. Trasmissioni radiofoniche, riviste, spettacoli, e ben presto una larga parte della popolazione nordica apprese di discendere dai celti e non dai latini: per colmo d’ironia, proprio da quegli stessi galli che, avevamo studiato a scuola, erano i nemici odiatissimi dei romani. Furono tradotti saggi e tesi che mostravano come nei dipartimenti linguistici delle università europee i vari Devoto non avessero lasciato alcun segno. Privi di ordini dall’alto, gli studiosi consideravano i cosiddetti dialetti padani delle vere e proprie lingue celtoromanze, come il francese e l’occitano. Venne fuori che con l’unità i toponimi erano stati storpiati e arricchiti di vocali finali, perché, come dubitare che gli abitanti di Caivano (NA) e di Calliano (AT) fossero praticamente gemelli?

Il rinascimento padano, fatto curioso ma non incredibile, entrò in crisi con l’inizio della successiva fase autonomistica. Ti dicevo che un movimento siffatto dovrebbe costituire la naturale evoluzione di una presa di coscienza etnica. Ebbene, ai primordi lo fu. Ma per disgrazia la sua materializzazione più efficiente, l’attuale Lega Nord, si discostò a tal segno dalla sua sorgente culturale, da trasformarsi in quanto di più dissimile da un movimento etnico mi sia dato di conoscere. Addio lingue e culture, evviva il quattrino. Ma in fondo (sto sospirando) anche l’economia è l’espressione di un carattere etnico. Imboccata la via burina all’autodeterminazione, iniziarono le manovre disperate del potere centrale. Spadolini, fulgido esempio di attaccamento al falso storico, scrisse un’altra mezza dozzina di saggi per rinfrescare la purezza dei padri della Patria. Commentatori di ogni disciplina ribadirono l’indivisibilità della nazione. Politologi e soprattutto giornalisti fecero a gara (e questa fu l’espressione più clamorosa di imbecillità) per convincere il pubblico che si trattava soltanto di un moto di protesta, e che con più efficienza e una maggiore presenza dello Stato, eccetera… quando era sotto gli occhi di tutti che proprio di quello Stato non ne volevamo più sapere. Nessuno di costoro comunque aveva capito – né ha capito tuttora – che non era stato Bossi a inventare l’autonomismo, ma l’autonomismo a inventare Bossi. La Lega era solo l’espressione di un bisogno storico (e chi si contenta gode).

Secondo me intervennero altri due elementi a sturare i sensi di colpa dei padani. Uno fu l’avvento delle tivù locali e della Fininvest. Forse ti sfuggirà la finezza, ma c’è davvero dell’ironia nel fatto che il miglior alleato dei fascisti centralisti abbia contribuito alla deromanizzazione dell’etere! È innegabile che per la prima volta nelle case padane cominciarono a giungere trasmissioni non più rigidamente romano-napoletane. Si riudirono le lingue locali e ricomparve uno humor di tipo un po’ più adatto alle nostre orecchie (Maurizio Nichetti, studiando le reazioni nelle varie sale cinematografiche, ha scoperto che settentrionali e inglesi ridono delle stesse battute, mentre altre sono più gradite a meridionali e spagnoli). Esistevamo, finalmente. Il Partito Unico di Roma, come sempre succede quando si pensa di avere ormai sbaragliato il nemico e si abbassa la guardia, non sapeva più che pesci pigliare. La sua ala progressista tentò di affibbiare a quella specie di vento del nord la consueta etichetta di fascismo, ma con scarsi risultati. I balbettanti giornalisti della RAI, che come al solito non avevano capito niente, non trovarono di meglio che organizzare una specie di preghiera collettiva affinché il Napoli vincesse lo scudetto. Lo presentarono come un debito da pagare alla città. Credo che questo fatto apparentemente risibile abbia in un certo senso costituito la proverbiale goccia. Ricordo casalinghe totalmente digiune di calcio sfegatarsi dietro le maglie rossonere, durante quella celebre finale Milan-Napoli. Scene mai viste e che mai più si sarebbero ripetute. Il tutto coronato, nelle vie cittadine, da un avvenimento che sociologi e giornalisti finsero di non vedere: la sfilata delle bandiere milaniste, accompagnate da quelle interiste, toriniste, genoane, sampdoriane e atalantine. Nessuno ufficialmente recepì il messaggio.

Il secondo elemento fu la concomitanza dei sommovimenti etnici all’est. Tieni conto che per la prima volta si sentivano pronunciare espressioni indipendentiste con toni largamente positivi. Gente che era stata addestrata a considerare la frattura di uno Stato nazionale come il peggiore dei delitti, si accorgeva che il fenomeno rappresentava il momento culminante del processo di liberazione del mondo nazicomunista. Cittadini a cui avevano sempre assicurato che “chi si stacca non sopravvive” vedevano sventolare tutte allegre e orgogliose le bandiere di Slovenia, Estonia, Lituania… Dunque è possibile, non si cade fulminati, pensavano. E nella fantasia di molti si insinuavano certi scenari biricchini…

A questo punto, amico mio, non occorre essere un analista della CIA (quello meno che mai) per capire quale fosse il nemico interno e perché sia stata inscenata tutta questa farsa che ti vede protagonista. Nord e sud, finalmente “italiani”, uniti contro il comune nemico extracomunitario. I tranvieri milanesi e napoletani (ricordi?) gomito a gomito a berciare contro i marocchini.  Mentre lo Stato finge di richiamarsi ai princìpi imprescindibili della solidarietà, e intanto vota leggi uniche al mondo sull’immigrazione e trasforma le sue frontiere in un colabrodo. E i fascisti, arrivati in ritardo ma arrivati, che si fregano le mani e attaccano a dare dei razzisti alla Lega. Che ci è cascata in pieno.

immigrato - lettera-evid

T E R Z O

Adesso che abbiamo cercato di chiarire qualche retroscena, conviene ipotizzare i possibili scenari futuri dell’immigrazione extracomunitaria. Dipende naturalmente dal piano su cui vogliamo muoverci. Se usiamo il profilo basso, quello tipico della stampa italiana, dovremo preoccuparci soprattutto di questioni immediate: la casa, il lavoro, la tutela sanitaria, eccetera. Non sono particolarmente interessato a questo aspetto né ho la competenza per affrontarlo. Posso solo dire che nulla di ciò verrà analizzato e risolto. Tieni conto che la tua presenza qui serve a tutt’altri scopi, pertanto non ti aspettare che le tue necessità vengano prese in qualche considerazione. L’establishment, versione progressista, ti darà alcuni contentini verbali ma non muoverà un dito per assicurarti i fondamentali. Ogni cosa sarà piccola per loro, perché notoriamente i problemi sono “benaltri”. La sinistra ha ricavato una perenne inefficienza da quello che un opinionista ha acutamente definito “benaltrismo”: per loro c’è sempre ben altro da risolvere. Il concetto di mettere un catino sotto il rubinetto che perde, prima di cercare pazientemente un idraulico disponibile, è impensabile per costoro. Se un particolare reato dilaga e si propone di inasprire qualche pena, i tuoi fraterni amici insorgono strillando che i problemi sono “a monte” (sinonimo più mirato di ben altri): bisogna rimuovere le cause sociali che stanno alla base eccetera eccetera. Il cittadino sa così che quella singola problematica verrà affrontata in data astrale tremiladuecentotré punto dodici.

(“Bisogna” è un altro vocabolo tipico del politico maccaroni, con il quale principia sempre la risposta al giornalista allorché gli fa rispettosamente notare l’esistenza di un disagio. In pratica con “bisogna” egli non fa altro che ripetere la domanda con altre parole. Per esempio. Domanda: “Come fronteggiare l’emergenza immigrati?” Risposta: “Bisogna creare le condizioni abitative eccetera”. Ora, era implicito nella domanda che si dovessero trovare le case, ma si voleva appurare la metodologia. I cittadini sanno sempre cosa bisogna fare; quello che a loro interessa sapere è come e quando.)

Lo scenario che a me interessa, invece, non ha nulla a che fare con questi aspetti tecnici. Ci si dovesse formalizzare su simili bazzecole, si imporrebbe di minare i litorali: semplicemente l’immigrazione non è possibile. Fisicamente. Praticamente. Non ci sono case, non ci sono servizi, non ci sono soldi. Anche i famosi lavori che i cassintegrati e i licenziati si rifiuterebbero di fare non sono infiniti. Non ci sono materialmente tutti questi cessi da pulire. Mi preme invece affrontare la questione della qualità della vita. Tu sai che in Italia siamo a crescita zero. Dal momento che viviamo in una virtualità statistica, ciò significa che “noi” siamo a crescita sottozero e i meridionali no in proporzione. Spaventato dal rischio di sommersione, il Bossi t’inventa una campagna demografica per controbilanciare la prolificità mediterranea. Come dire: siccome ho paura che lo zio Giulio mi venga qui ospite con tutta la sua numerosa famiglia, chiamo un tot di amici e li faccio stare a casa mia per tutto il tempo della visita. Ora, a me risultava che il problema mondiale fosse la sovrappopolazione. Se proprio vogliamo affrontare la questione a livello di alti sistemi, direi che la maggior parte dei nostri problemi nasce per l’appunto dall’eccesso demografico. Gli esperti calcolano volentieri quanti esseri umani potrebbero vivere sul pianeta poste determinate condizioni; ma gli esperti, che evidentemente hanno una vita virtuale o numerica, non si rendono conto che la specie umana non campa di solo grano. Non c’è bisogno di tirare in ballo esperimenti sui ratti, basta guardarsi intorno per capire che un inzeppamento di persone le trasforma in bestie feroci. Onde chiarirti la faccenda, se faccio una scorreggia in un campo ottengo un rumore, se la faccio sulla filovia nell’ora di punta ottengo una rissa.

Qui sono costretto a basarmi sui miei gusti personali, ma ti assicuro che la prospettiva di veder diminuire la popolazione mi riempiva di tranquillità e confidenza nel futuro. Se dimezzassimo, pensavo, le città diventerebbero più vivibili; ci sarebbe posto a sedere sul tram; un tamponamento in autostrada farebbe venti morti invece di quaranta; la colonscopia me la fisserebbero tra tre mesi invece di sei; potrei andare al lago la domenica senza aver l’impressione di trovarmi allo stadio; potremmo abbattere quegli schifosi palazzi di periferia e con le macerie farci collinette boscose; gli animali selvaggi sarebbero meno disturbati e i fiumi tornerebbero limpidi; una minor frequentazione renderebbe più dolci i rapporti umani, e gli automobilisti si comporterebbero come quando nevica; potrei finalmente trovare una casa in campagna; si potrebbe fare un comitato che gira per la pianura, individua i maledetti capannoni abbandonati e li rade al suolo; avremmo metà telefonini, e soprattutto metà della gente che li usa. Tutto questo io pensavo. Ed ero convinto che tale fosse l’aspirazione di tanti altri. Invece mi prospettano una bolgia in cui ogni spazio reso vacante da uno di noi verrà riempito da due di voi. Per ora, bada bene. Perché a quanto pare non viene e non verrà mai posto un limite, essendo esso un attentato alla solidarietà. Dobbiamo aiutare il Terzo Mondo, dicono i cattolici, spalancando le nostre porte e se non basta anche le finestre ai nostri fratelli più sfortunati. Mi domando se il papa abbia mai calcolato quanti siete. Tre miliardi? Quattro? Quanti se ne prenderà in Vaticano?

Guarda, se vogliamo ragionare in termini di pure risorse come fanno gli esperti, magari ce la facciamo anche. Così come la terra è in grado di sfamare venti miliardi di individui – colonizzando deserti, abbattendo foreste, interrando oceani, dragando fondali, scocuzzando montagne, prosciugando paludi, sgelando poli, sopprimendo indios – così noialtri si potrebbe pure vivere qui in cento milioni. Ma sono costretto a preavvertirti che io mi riterrò in diritto di darmi alla lotta armata. Non so cosa passi per la testa ai miei concittadini, ma io personalmente ho una vita sola e non intendo passarla appollaiato su altri esseri umani, e soprattutto su esseri umani che hanno un concetto della convivenza radicalmente opposto al mio. Oso figurarmi che anche altri ragionino così e non per protervia, ma per desiderio di quel tipo di vita che un europeo ha diritto di aspettarsi dopo millenni di evoluzione. Dopo pestilenze, carestie, duelli, guerre, fesserie religiose, oppressione della metà femminile del continente, osavo credere che l’uomo europeo fosse finalmente giunto allo sprint finale: un ultimo ritocco, eliminando l’orgia di consumismo quale estremo retaggio della preistoria, ed ecco finalmente una comunità (non una calca) di individui dediti a lavori creativi, alla scienza e alla cultura, al riassestamento di un territorio martoriato, alla ripulitura dei fiumi, al restauro delle meraviglie antiche, all’elaborazione di sistemi sempre più raffinati di aiuto sociale, al rispetto e alla difesa della solitudine per chi la sceglie. Certo, esperienze vagamente analoghe, come quella scandinava, hanno dimostrato che senza sfide o contrarietà l’uomo non avanza di un passo nell’evoluzione, quando non s’intristisce o si suicida. Be’, ma quei miliardi di derelitti là fuori non li definiresti una sfida? Chi aiuta la famiglia? Il membro malato e disoccupato, o quello che si è sistemato alla grande? Rispondi: preferisci una casa e un’attività economica al tuo paese o una panchina ai giardini pubblici? “Già” potresti ribattermi. “Stai facendo del benaltrismo anche tu. Intanto io al mio paese tutte quelle belle cose non le ho ancora”. Va bene, hai ragione. Il fatto è che, così come va adesso, non le avrai né ora né mai. Per creare quell’idilliaca Europa di cui sopra, non possiamo, non possiamo e poi ancora non possiamo averti con noi. O meglio, possiamo ospitare una quantità di elementi estranei fisiologicamente accettabile, sennò come è sempre successo e sempre succederà, avverrà una reazione dell’organismo sociale ospitante. È un fenomeno conosciutissimo dagli antropologi e soprattutto dagli etnisti, ma noi qui non abbiamo antropologi, abbiamo sociologi, e quando avvengono le suddette reazioni tutti si stupiscono e fanno “oooh” con la bocca spalancata.

Un esempio reale? La Germania. Troppi turchi. Superata la soglia fisiologica. L’organismo sociale entra in reazione. Il governo frena, non prende iniziative. L’organismo (vedilo come il “blob” cinematografico) trova la porta chiusa, si allarga, cerca uno sfogo, e quattro scemi neonazisti gli spalancano una finestrella. L’organismo fa anche la cacca, la cui composizione è legata a quello che l’organismo stesso ha mangiato a pranzo. La cacca sono i naziskin, quattro stronzetti striminziti; puzzano molto, ma che farci, a pranzo ci hanno servito verze e cipolle. L’organismo è furibondo e non sta troppo a badare dove o su chi è caduta l’eiezione. I giornali di mezza Europa osservano il fenomeno come se da un momento all’altro dovesse incendiarsi il Bundestag e riapparire l’uomo con i baffetti. Poi il governo sterza, l’immigrazione viene posta sotto rigido controllo, e che succede? L’estrema destra comincia a prendere batoste elettorali e i naziskin ridefluiscono nei tombini. Pensi che questi fenomeni non si ripeteranno altrove soltanto perché dispiacciono ai nostri intellettuali? Invece guarda un po’ cosa ti dico: è precisamente la stupidità di costoro a fomentarli. Immàginati una comunità di persone prive in sostanza di istinti sanguinari. Essa viene sottoposta contro la propria volontà a un’invasione. Può reagire con il voto ma c’è poco da scegliere, da una parte ci sono i colpevoli della sciagura, dall’altra l’estrema destra con le sue follie. O subire o abbracciare forme politiche deliranti. Non ti viene dato il modo di esprimere la tua opposizione in modo democratico e dignitoso. Se la polizia libera il tuo quartiere dagli spacciatori africani, ringrazi la polizia; se lo fanno i naziskin, ringrazi i naziskin. Capisci cosa intendo dire? Quando una ronda di cittadini milanesi ha cacciato a legnate un gruppo di delinquenti rumeni dalla zona dell’Ortomercato, Lorsignori hanno gridato allo scandalo. Il fatto è che bisognava sì gridare allo scandalo, ma solo perché non ci ha pensato la polizia.

Tutto ciò per dire che una società costretta a trasudare nazistoidi in funzione di anticorpo non farà molta strada verso l’evoluzione di cui parlavo. Con un certo sollievo, comunque, apprenderai che la malattia non nasce da te, eventualmente ne sei un veicolo. Il vero problema sta all’interno. Poc’anzi, quando ti parlavo della situazione demografica, ho omesso di riferire che quanto sembrerebbe ovvio invece per alcuni non lo è. I telegiornali riferiscono di tanto in tanto i dati statistici sulla popolazione e ripetono fino alla noia che siamo a crescita zero. L’aspetto più curioso è che invece di usare un tono da buona notizia, manca poco che il/la mezzobusto scoppi in lacrime. Perché? Anche in questo caso ho l’impressione che sia in corso una campagna insinuante per convincere il cittadino che l’ambìto traguardo è in realtà una fregatura. Dirai che sono un patito dei complotti, ma mi sento in dovere anche nel presente caso di sceverare il cui prodest. Si potrebbe dire che la paura di essere troppo pochi (Dio, mi viene da ridere) contribuirebbe a farci accettare una marea migratoria. Bah, possibile. Onestamente però sarei più propenso ad attribuire la tendenza, primo, al Vaticano, secondo, a gravi turbe psichiche.

La posizione della Chiesa cattolica è limpida. Non riesco a scorgere secondi fini dietro un fine che è già di per sé inquietante: fare figli purchessia. Quanto alle turbe, riandiamo come un pendolo agli amanti del brutto (tanti, sapessi) e del caotico. Sai che qui c’è gente che quando va in campagna non riesce a dormire per il silenzio? Sai che se entri in un ristorante deserto e ti infratti nell’angolino laggiù in fondo, la prima famigliola che arriva verrà com’è vero iddio a piazzarsi al tavolo accanto al tuo? Conosco persone che escono ogni sera, attaccano a parlare alle nove e smettono all’una. Una mia amica s’è messa addirittura a parlare in stenografia per pronunciare il maggior numero di parole possibile. Ma non sono persone “conversevoli”, come si vorrebbe di noi padani e in genere di tutti i celtici. Il loro monologare non significa sontuosità di argomenti, ma rivela un grave disagio tipicamente metropolitano: la paura della solitudine, la conversazione intesa come esorcismo. Parlano ininterrottamente per un’ora; tu tesaurizzi un istante di disattenzione per dire la tua, ed eccoli diventare improvvisamente eterei, distratti, si guardano attorno vagamente seccati, un mio amico ne approfitta addirittura per palpare la fidanzata; poi, appena si accorgono che hai finito (dall’improvviso silenzio, presumo) riattaccano da dove avevano lasciato. Non sarà granché scientifico affermarlo, ma ho l’impressione che questa gente non si troverebbe bene in un mondo ordinato e più silenzioso.

D’altronde basta fare un piccolo esperimento d’astrazione per capire chi siamo. Guarda le case attorno a te. Fanno parte di un abitato, piccolo oppure grande, in cui la gente si ritira per mangiare, dormire, lavorare. Le strade che passano tra queste abitazioni sono attraversate da grossi arnesi metallici che a velocità pazzesca sfiorano e zigzagano tra gli uomini. Se smetti per un attimo di lasciarti condizionare dall’abitudine, verrai colto da un senso d’incredulità: come diavolo fanno quelle valanghe a non travolgere le persone? e perché c’è tutto questo rumore e questo fumo tra le case? Si tratta più o meno della stessa reazione che avrebbe un uomo del rinascimento trasportato qui di peso con la macchina del tempo: l’impressione di essere capitato in una gabbia di matti.

L’idea del tempo che ci vorrà per trasformare tutti noi in una comunità evoluta mi spaventa. Ma forse ce la faremo. A patto che non intervengano sconvolgimenti “epocali”, come li chiamano adesso, e che l’ennesima campagna di sensibilizzazione più o meno subliminale non convinca tutti noi che siamo in pochi. Quando le culle sono vuote, disse un politico ora passato a miglior vita, un paese è destinato allo sfascio. Anche quando i cervelli sono vuoti, temo. Il politico in questione era un “democristiano” (variante del Partito Unico di Roma che prima o poi ti capiterà di conoscere, ma sotto altri nomi). La sua parola era quindi allineata con le tesi cattoliche, i suoi atti probabilmente no. Se sei musulmano  capirai cosa intendo dire: anche dalle tue parti si usa prendere Dio in prestito per usarlo come bazooka. E già che siamo in tema di religione, lasciati raccontare qualcosa della nostra.

Ti dicevo che non credo a un complotto della Chiesa. Essa è di per sé un complotto alla luce del sole. Se afferma di volervi qui a milioni non lo fa per fini imperscrutabili: lo fa perché vi vuole qui a milioni. Molti di loro credono davvero in quello che fanno, anche se può sembrare impossibile. È persino probabile che il papa creda in Dio… be’, in questo non ci sarebbe niente di strano; il problema è se crede davvero di essere il suo inviato sulla terra, se è davvero convinto di essere infallibile. L’altro giorno il suo staff ha dichiarato perentoriamente: mai donne sacerdote. Ora, metti che tra vent’anni si verifichi il contrario. Hanno passato secoli a dire mai questo mai quello, e poi naturalmente hanno dovuto fare macchina indietro, pena la loro stessa sopravvivenza. Credi che tra vent’anni qualcuno si alzerebbe proclamando: “Signori, è stato dimostrato incontrovertibilmente che Giovanni Paolo II era fallibile”? Mai più, se avranno ancora il potere che hanno oggi. E poi, probabilmente, sarà in corso un processo di beatificazione dell’infallibile polacco. Questo per spiegarti che se ti hanno raccontato che stavi per emigrare in una terra di senzadio, ti hanno fregato. Qui Dio è presente, eccome. Compie miracoli. Fa lacrimare madonne. Riesce a trasformare in agnellini creduli e tremanti fierissimi cipigli di scienziati, gente che in altre occasioni non crederebbe a un fenomeno ignoto neppure se gli avvenisse nel salotto di casa.

Pensa quanti misteri ci sono nel creato. Alcuni sono alle radici della nostra stessa esistenza, e io pensavo, e lo penso tuttora, che quell’Europa di cervelli che sogno dovrebbe dedicarsi al loro studio con l’accanimento della Curiosità (ciò che, insieme con le perversioni sessuali, ci distingue dalle bestie). La televisione, tanto decantata, dovrebbe trovarsi in prima linea nel tentare un soddisfacimento di dette curiosità. Ebbene, che io sappia l’esperimento è stato tentato due volte. Una in perfetto stile Fininvest, complice un certo Medail, con conduttore in cappellaccio inquietante, luci alla Dario Argento, nebbie artificiali e atmosfera da “buuuh, sono un fantasma!” Quando proposi a una casa di produzione televisiva una serie di inchieste sui fenomeni ignoti, mi risposero che l’argomento era stato messo fuori combattimento (“sputtanato” fu il termine) per almeno una decina d’anni dall’esibizione di Medail. Poi, rimarginate le ferite, voilà la RAI tentare un rilancio con Misteri. Gli argomenti sono sugosi. Lo spettatore in fondo cosa vorrebbe da una trasmissione simile? Che gli venissero mostrati documenti e gli fosse presentata pacatamente l’interpretazione di studiosi di varie discipline. A parte il fatto che l’arena è poco pacatamente suddivisa tra accademici ufficiali alla Non Ci Credo E Non Me Ne Frega Niente e squinternati alla Credo Tutto E Quindi Non Mi Fate Entrare Nelle Vostre Belle Università, a parte ciò, lo studio è costellato di tonache. Non c’è argomento in cui non si debba chiedere il parere ufficiale della Chiesa. Il prete di turno mette becco in tutto. Non fosse tragica, l’esibizione sarebbe da sbellicarsi. Uno squinternato giura su un fenomeno sconvolgente. Uno studioso ribatte che è frutto di un’elaborazione mentale. Il prete subentra dando ragione allo scienziato e spiega che solo in certi casi il diavolo è responsabile di certi fenomeni (il sottopancia scorre per spiegare che l’ecclesiatico è un “esorcista” o un “demonologo”!). Lo scienziato si agita a disagio sulla sedia, ma tace. Se osa ribattere, la conduttrice gli piomba addosso ricordandogli che un conto è la scienza e un conto la religione. A te sembreranno fesserie, ma ti assicuro che questi piccoli episodi sono indicativi di una situazione culturale semplicemente allucinante. Qui abbiamo la magia di Stato! Se una setta salta fuori a parlare del demone Yog Sototh, si interpellano gli psicanalisti; se padre Taldeitali si mette a parlare di Belzebù come se avessero fatto l’agosto a Rimini insieme, tutti lo ascoltano riverenti. Ha ragione quel sedicente e simpaticissimo mago a chiamare il papa “lo stregone polacco”: evidentemente qui vige il concetto del magically correct.

Tu immagina in che condizioni versi una società in cui il magically correct interferisce in tutto, non solo nella scienza. La Chiesa spadroneggia in ogni campo, priva del benché minimo controllo. A nessuno sembra venire in mente che si tratta di un partito politico e che tale è sempre stato fin dal II secolo. Quando ci sono le elezioni tutti vengono sottoposti alla par condicio tranne la Chiesa. E non credere che si limiti a parlare dei Santissimi Sacramenti, no. Al mio avversario danno cinque minuti per spiegare la necessità di milioni di immigrati. A me danno cinque minuti per spiegare il contrario. Alla Chiesa danno ore e ore per spiegare la necessità di milioni d’immigrati. Non so come si dica nella tua lingua, ma qui noi la chiamiamo presa per il culo. Il mio astio nei confronti del Vaticano (non della religione) ha però ben altre motivazioni. Finora ci siamo aggirati nell’ambito della scorrettezza grave, ma c’è ben altro: ci sono i crimini contro l’umanità. Se compulsi qua e là le pagine della storia ti accorgi che da sempre chi odia il sesso ha la vocazione per i massacri. Gli antiabortisti viscerali (qualsiasi psicanalista ti traccerà facilmente il percorso che unisce l’antiabortismo alla sessuofobia) invocano la pena di morte e spesso aderiscono a movimenti militaristi e razzisti. La Chiesa ha fatto fuori alcuni milioni di europei accusati di stregoneria (intesa come gran trombamenti col diavolo) o di eresia. Ops, abbiamo esagerato, dicono adesso; ma evidentemente l’abitudine non l’hanno persa. C’è una piccola pestilenza in atto, patetica in confronto ai decessi per incidenti stradali, d’accordo, ma sempre mortale. L’unico rimedio è una sana educazione al sesso sicuro. Loro non vogliono. Cercano di impedirlo, e anche con un certo successo. Basta non trombare, dicono. Ma sanno benissimo, ripeto, sanno benissimo che la gente continuerà a trombare, e non perché errare è umano, ma perché trombare è giusto, doveroso e salutare, e non tutti sono disposti ad accettare il contrario solo perché sta scritto su un vecchio testo ebraico rimaneggiato e adattato dai romani. Quindi così facendo sono perfettamente coscienti del misfatto che molti più esseri umani moriranno. Quindi sono dei criminali. Ma sai una cosa? È più probabile che lo Stato metta in galera me per averlo detto che uno di loro per aver trasgredito una quindicina di leggi, morali e giuridiche.

Questo è niente in confronto all’altro delitto. Vogliamo dire una volta per tutte che il vero problema del Terzo Mondo è la sovrappopolazione? Impedire la contraccezione significa aggravare una situazione spaventosa. Impedire la contraccezione, anzi istigare alla riproduzione, vuol dire avere sulla coscienza milioni di morti. Altri milioni da aggiungere a una lista che retrocede Hitler nei gironi amatoriali. Siccome noi che non ti vogliamo qui siamo cattivi e razzisti, ti racconterò di quella volta che sono stato in Mozambico. La guerra era appena finita e la gente moriva come mosche per le malattie. Entrare nei villaggi e vedere i bambini ridotti in quel modo è stata per me un’esperienza devastante che influisce tuttora sulla tranquillità delle mie notti. Le uniche persone che si opponevano alla mostruosità erano un pugno di medici meravigliosi e certe suorine comboniane portoghesi, forse ancor più meravigliose. Esponenti del Vaticano? Ma figuriamoci. Per loro il comandamento importante era il quinto, non il sesto. Non ammazzare, ma anche: non far morire. E ti assicuro che si rendevano perfettamente conto della variabile sovrappopolazione. Se a sentire i loro discorsi ci fosse stato un monsignore al posto del sottoscritto, le avrebbe trasferite in una clausura dell’Algarve.

Sarebbe bello che tu capissi cosa provo, e cosa provano altre persone che ti vengono additate come nemiche. In fondo non ti sto dedicando un saggio ma uno sfogo. È un misto di rabbia, astio, incazzatura e amore. Io sono un essere umano, non una macchina da salotto, una cornucopia di solidarietà come i tuoi amici. Loro, in Mozambico non li ho visti. Io, noi, quelli che possono parlare soltanto in cerchia ristretta perché scorretti politicamente ed etnicamente, non consideriamo gli esseri umani una variabile politica. Di volta in volta li amiamo, li detestiamo, li vorremmo aiutare, li vorremmo persino uccidere. Non ci è stata donata la gelida freddezza di chi blatera di fratellanza e non la sperimenta mai. E se neppure noi riusciamo a dare una mano, o siamo troppo pigri o vili per farlo, abbiamo per lo meno il buon gusto di sentirci dei vermi; e in ogni caso non ci riempiamo la bocca di slogan. Provano sentimenti, costoro? Sono sicuro di sì. Certuni sono soltanto dei bastardi calcolatori, sono i potenti, i manovratori; altri però sono genuinamente convinti delle loro idee, si beano della loro filantropia così come è stata codificata dai superiori. Il loro peccato consiste giusto nell’essere intrisi di dabbenaggine. In un mondo tanto complesso, mi spieghi come può essere spontanea una bontà che segue schemi prefissati senza tralignare? Trabocco di bontà, padrone, ma dimmi a chi e come devo indirizzarla.

Senti un po’ che esempi umani si ritrovano a seguire.

Appena votata questa dannata legge sull’immigrazione, eccoli di nuovo a lacrimare sulle sorti degli extracomunitari. Si strugge Ingrao: “Ho una colf filippina in casa. Per quanto lei sia dolce, ogni tanto mi spavento per come io sono facile al comando, per come considero ‘naturale’ che io sia il padrone e lei la serva”. Il dramma di Ingrao richiede un dibattito. Ribatte commosso quel cervello fino di Curzi: “Mi sono molto emozionato leggendo questo articolo. Ingrao voleva farci riflettere su un paese che deve ancora imparare a diventare multirazziale”. Segue (il tutto è riportato dal Corriere) una serie di interventi di progressisti i quali ci educono sul loro rapporto con le colf filippine, grosso modo del medesimo tenore. L’unica che si discosta è Maria Antonietta Macciocchi: “Io che una colf fissa non me la posso permettere, tratto quelle a ore con grande rispetto. Altro che dare ordini, interrogo! ‘Lei non crede che potremmo fare questo?’, chiedo”. Be’ la prima osservazione che sorge spontanea è che Lorsignori dovrebbero stilare un opuscoletto da distribuire agli operai, intitolato Come comportarsi con la colf filippina. La seconda è che dal loro atteggiamento al minuto si capisce perfettamente perché, a livello di ingrosso, voialtri vi considerano dei minorati e non degli esseri umani. Per loro la colf filippina non è una persona che ha instaurato un rapporto di collaborazione subordinata ma volontaria. Come atteggiamento spontaneo la trattano da razza inferiore (ai cattivi che conosco io non passerebbe neanche per l’anticamera del cervello), poi se ne accorgono a applicano il lacrimuccia-system, si sdraiano a pelle di leone. Non sono in grado di concepire un rapporto professionale. Vivono ancora ai tempi in cui il padrone poteva essere o buono o cattivo. E invece no: bisogna dare direttive, in un quadrilocale come in una fabbrica, e unicamente nell’ambito del rapporto professionale che si è instaurato per accordo delle due parti. Terminato l’orario di lavoro, il dipendente tornerà – e solo allora – a essere un filippino, un papua o un filosofo della scienza. Non c’è da stupirsi che con questo tipo di cervelli a timonare un paese, gli extracomunitari verranno sempre considerati dei diversi.

immigrato - lettera-evid

Q U A R T O

Scommetto che in questo preciso istante ti stai chiedendo: dove diavolo sono capitato? Fossi in te, immigrato, farei le valigie e me la squaglierei, e stavolta lo dico per il tuo bene. Come ti accennavo, diverrai un attrezzo ginnico per gli intellettuali e un nemico odiato per le masse. Ma, temo, i vantaggi che ti lasciano intravedere t’indurranno a trattenerti.

E i vantaggi, bisogna convenire, esistono. Qui da noi vigono alcune categorie privilegiate, e tu sicuramente verrai aggregato a qualcuna di esse. Per privilegiate non intendo in senso economico, che sembra essere l’unico metro di giudizio del creato per i nostri esperti ufficiali. Privilegiate nel senso che a loro tutto è permesso, esiste sempre una giustificazione, bisogna capire, perdonare, tollerare, e via con le coniugazioni. Ti premetto una cosa. Qui vige anche la sistematica del Bar Sport, laddove se critichi il Milan sei dell’Inter e se te la prendi con l’Inter sei del Milan. A nessuno viene mai in mente che si possa tifare per la pallavolo. Quindi se io me la prendo con qualche istanza della sinistra sono automaticamente di destra. Non è vero. Credimi. Vorrei tanto, qui, potermi lamentare della destra, ma non esiste, fanno tutto gli altri. E poi ci vuole un bel colpo d’occhio per riuscire a distinguerli. Dei fascisti, l’unica cosa affermabile è che dispiace la loro esistenza materiale. Quanto a quella spirituale, niente da dichiarare. Il vuoto pneumatico. Abbiamo comunque una bella genìa di persone, ed esiste davvero, che “i negri, i drogati, i comunisti…” Nel grande partito degli Scemi rappresentano la corrente dei Cattivi. Se per sbaglio giungi con il ragionamento a una considerazione che arieggia a qualcosa cui loro sono giunti per cattiveria, automaticamente la corrente dei Buoni ti appiccica la loro etichetta. E viceversa, s’intende. Molti di noi li detestano, non tanto perché Dio permette la loro esistenza, ma perché costoro ci hanno tagliato la lingua. Prova tu a dire che dei drogati cominci ad averne piene le scatole…

Da noi esistono la cultura ufficiale e la cultura ufficiosa. L’opinione pubblica ufficiale e l’opinione pubblica ufficiosa. Ufficialmente il drogato è una cara vittima da aiutare in tutti i modi. Ufficiosamente è una merda. Se i media si degnassero di chiedere alle persone cosa pensino realmente del fenomeno, in parecchi casi si sentirebbero rispondere (e non solo dal tizio che i negri, i drogati, i comunisti…) che si tratta di individui i quali, sapendo perfettamente a cosa andavano incontro, hanno fatto gli spiritosi e hanno “provato”. Questa in qualsiasi altra situazione che non coinvolga le succitate categorie privilegiate, si chiamerebbe imbecillità totale. Ha fatto il coglione e adesso devo pagare io. Mi piacerebbe raccontarti come è cominciato il dramma, con i tuoi amici dem scagliati ad ariete contro l’emarginazione delle periferie e la “società”. Costernazione quando saltò fuori come fossero i figli di papà a farsi le pere, in tutta allegria. Oggi si può finalmente affermare che la droga pesante si è democratizzata in tutti gli strati sociali, tutti ugulmente raggiunti da una campagna formidabile d’informazione. Sfido chiunque a portarmi un caso di ignoranza delle conseguenze. C’è quindi da stupirsi se una persona dabbene, sensibile e intelligente, considera il drogato una merda? Eppure i drogati vengono mandati a vivere in campagna a spese della comunità. Un poveraccio che ha lavorato tutta la vita per quattro soldi in croce potrà al massimo permettersi un orticello abusivo sul Naviglio Pavese.

Nel caso precedente abbiamo visto come il delitto o l’imbecillità paghino. Ma ci sono esempi più sottili. Prendiamo un malato di AIDS. Costui, diversamente dal tossico, non ha la minima colpa di una malattia normalissima, come tutte le altre. Ma siccome l’atteggiamento criminale di qualcuno ha stabilito che se l’è andata a cercare peccando e che Dio l’ha punito (prima li trasformano pubblicamente in maiali, poi li confortano), eccoti pronto l’atteggiamento idiota della calca: il sieropositivo è un paria. Quale migliore occasione per tuffarsi a pesce sul malcapitato ed elevarlo a categoria privilegiata? In quanto tale d’ora in avanti egli potrà svaligiare banche impunito e accoppiarsi a propria discrezione. Tu pensavi che, in caso di epidemia, si circoscrivesse una zona e si issasse una bandiera gialla? (Mica per cattiveria nei confronti dei contagiati: giusto per evitare l’allargamento del contagio.) Giammai. Sarebbe lesivo della dignità umana. Capisci il criterio di base che tutto muove? La sua dignità conta, la mia no. Lui è entrato in una categoria protetta, io no. Non esiste nulla, nessun documento, nessuna registrazione, che il nostro soggetto sia sieropositivo. Sia una mina vagante. Adesso ti dico quello che farei io, e accetterei su di me di ottimo grado se –

com’è possibile – io pure finissi contagiato (esistono anche le trasfusioni, non solo i travestiti). Renderei obbligatorio per legge un piccolo, inconfondibile tatuaggio sotto i peli del pube. “Hitler!!! Goering!!!” Li senti? Eppure, personalmente non avrei alcuna difficoltà ad accettarlo, basterebbe esercitare la perduta arte del ragionamento. Sono al mare in costume; si vede il tatuaggio? No. Di più, sono in un campo nudisti. Neanche, i peli sono ricresciuti. Sono con una donna e lei ci ficca il naso. Sì! L’ha visto! E adesso qualcuno potrebbe ben dirmi: mi spieghi cosa ci faceva una donna a tre centimetri dal tuo inguine, tu, sieropositivo? E se non c’era il tatuaggio, glielo dicevi o no che si stava suicidando?

Si trattava solo di chiacchiere, tanto per mostrarti che aria tira. Tra noialtri, te ne sarai accorto, esistono alcune divergenze circa il significato di “deboli” (nella locuzione: “soggetti deboli della società”). Per alcuni sono i giovanottoni di colore; per me sono gli anziani che hanno paura di uscire, o le ragazze violentate o, per cambiare argomento, quegli handicappati di cui tutti se ne infischiano. Avessero speso per loro un decimo del fiato e del denaro scialacquati per difendere voialtri, oggi probabilmente si vedrebbero le centinaia di migliaia di disabili girare tranquilli per le strade invece di restare asserragliati in casa. Questi sono soggetti deboli. Queste sono le vere persone sfortunate. Questi sono gli individui i quali – sommo dello strazio per un essere umano fornito di dignità – non possono nulla senza l’intervento e la solidarietà, la solidarietà!, LA SOLIDARIETA’! degli altri. Invece esistono persone, maiali che non sopportano di condividere una pensione di Rimini o una spiaggia con una comitiva di handicappati. Organizzate una delle vostre fottutissime manifestazioni contro costoro, vigliacchetti!

Sarebbe davvero interessante riuscire a capire perché individualmente siamo tutti più o meno intolleranti (tolti i buonisti di professione), ma collettivamente esprimiamo istituzioni che privilegiano chi è rischioso per la collettività. Masochismo? Autodistruzione? Mah. Un’ipotesi terrificante è che la collettività finisca per preservare se stessa proprio perché l’elemento pericoloso rispecchia piuttosto la norma che l’eccezione. È davvero una fantasia terrificante, la più spaventosa di tutte se aderente al vero, in quanto creerebbe una problematica filosofica pressoché insolubile. Vediamo se riesco a spiegartela. Noi tutti partiamo da un presupposto operativo “necessario”: che la maggioranza degli esseri umani sia buona e onesta; o, in via eticamente subordinata, che abbia gli strumenti intellettuali per capire quanto affermiamo. In tal modo, e solo in tal modo, possiamo rivolgerci alla “gente” per avanzare timori o proporre soluzioni. La pubblicistica e la saggistica si fondano su questo pre-giudizio. La stessa democrazia, la stessa nonviolenza si basano su di esso. Se non fosse vero, non potrebbe (non dovrebbe) esistere la dialettica, e l’unica soluzione possibile sarebbe bensì la violenza. Parabolando, se l’automobilista passa con il rosso e ti investe, risolvi teoricamente il problema con una discussione e un’analisi dei fatti; magari non vi trovate d’accordo, ma ne avete parlato tramite una forma di comunicazione comune. Se invece attacca a inveire, ti minaccia e mostra chiaramente di non potere o volere capire il tuo linguaggio, ti resta soltanto la soluzione di abbatterlo con un pugno. Moltiplica il pirata della strada per un numero tale da totalizzare una maggioranza, e ti resta come unica soluzione la guerra. Credo che molti di noi, pur adorando le antiche convinzioni radicali sulla nonviolenza a oltranza, avessero ben compreso dove stava il punto debole: incatenarsi, imbavagliarsi o sdraiarsi per terra va benissimo in una città europea o americana, va benissimo anche in India quando il nemico è l’amministrazione britannica. Ma nel Cile di Pinochet o in Ruanda non serve assolutamente a niente. Se una società non è in buona parte pronta a recepire la reazione nonviolenta, tale reazione non ha alcun significato: o te la svigni o combatti. Allo stesso modo non ti rivolgi con discorsi morali a un pubblico che sospetti sia in maggioranza amorale. Sto dicendo che le cose stanno realmente così? No, sto dicendo che sono spaventato dall’ipotesi che il numero di amorali (o, nel nostro caso, di asociali) sia percentualmente tanto elevato da farci chiedere a chi in realtà ci stiamo rivolgendo.

Di recente un giornalista piuttosto originale, Oliviero Beha, ha inaugurato una sua trasmissione con una serie di interviste ai passanti. In un mercato romano, si chiedeva alla gente cosa pensasse del programma in questione (che però non era ancora andato in onda!). Non paghi d’aver espresso la loro approvazione o disapprovazione, molti intervistati si spingevano fino a dare consigli su come migliorare la trasmissione… Beha traeva una morale da tutto ciò, così riassumibile: ventotto intervistati su trenta si sono pronunciati su un tema inesistente; capite adesso che valore possono mai avere i sondaggi? e vi rendete conto che costoro compiono una scelta elettorale, quando sono chiamati alle urne? Riflessione da brivido. Ma la domanda che sorge spontanea (e Beha certo non poteva accennarvi) è: si può sapere, allora, a chi diavolo ti stai rivolgendo? Nella pratica quotidiana gli imbonitori si comportano assai diversamente. Che io ricordi, in politica e in giornalismo non si è mai avanzata l’ipotesi che il pubblico sia immorale o ignorante o stupido. Vige la teoria del Pippo Baudo: come potete dire che il mio è un programma per deficienti se lo seguono dieci milioni di spettatori? State forse insultando dieci milioni di cittadini? O quella meccanica, da discorso di fine d’anno, del presidente della repubblica di turno: i giovani di questa nazione sono sani. Ci ha ragionato sopra o lo dice perché fa parte del protocollo? L’avrebbe detto anche ai tedeschi nel ‘39 se glielo avessero chiesto? Il procedimento di Beha è probabilmente il primo esempio di teoria frommiana trasferita al mezzo televisivo, quello che più di ogni altro “il cliente ha sempre ragione”.

Belle parole (e leccate di culo) a parte, uno resta piuttosto spaventato dalla realtà tradotta in cifre. Cifre grosse e cifre piccole. A me spaventano quasi più le seconde. Posso trovare parecchie scusanti al fatto che praticamente tutti i cittadini siano evasori fiscali. Ma mi spaventano i numeri che fuoriescono dalla casualità, dalle minuscole cerchie della vita normale. “Per punire la fidanzatina la fa violentare da due amici”. “Massacra i genitori con l’aiuto di due compagni di scuola”. Non so se rendo l’idea. Quando il carrozziere del paesello semina il terrore con la sua banda di stupratori incappucciati, come credi che l’abbia raccolta la truppa? Con un’inserzione? Tramite un concorso con prove scritte e orali? No, li conosceva, li incontrava al bar. Cinque mostri in un paese di pochi abitanti. E i giovani massacratori di genitori, o i tiratori da cavalcavia autostradale? Anni di ricerche per trovare psicopatici come loro? Macché, quattro chiacchiere in discoteca o all’oratorio, ed eccoli tutti pronti con la spranga o i sassi in mano. Concetta partorisce senza essere sposata e decide che il cassonetto è più rapido e pulito di un ospedale in cui garantiscono l’anonimato. Chi la aiuta a trasportare il fagotto o addirittura glielo accoltella preventivamente per buona misura? Un’impresa specializzata? No, i genitori, i nonni, lo zio e la cognata. Il cento per cento di una famiglia. Uno penserebbe (spererebbe, implorerebbe) che i casi isolati siano tali in quanto isolati. Che statisticamente certe cose non siano proprio possibili. I quattro ragazzi del celebre complesso che sono stati compagni di scuola, viene da pensare, sono famosi grazie alle abili montature della casa discografica, non certo per meriti musicali: quattro musicisti di alto livello non possono trovarsi, per il calcolo delle probabilità, contemporaneamente in un’aula scolastica, ma dovrebbero essere i frutti di una selezione tra migliaia di persone. Allo stesso modo la statistica della speranza ci impedisce di credere che basti entrare nella sala biliardo e dire “ragazzi, che ne direste di andare ad accoppare un paio di prostitute?” per ottenere un’entusiastica adesione. Eppure a quanto pare succede. D’altronde sarebbe tutto normale, no? Da decenni la sociologia, masturbando le scienze umane a proprio uso e consumo, non fa che berciare sull’incoercibile condizionamento dell’ambiente, intendendo per “ambiente” il primo amico che ti invita a fare la bravata o l’extracomunitario tuo collega che ti dischiude orizzonti di ricchezza con lo spaccio della droga. Se pensi che ci sono stati donne e uomini che hanno sfidato e trovato la morte per difendere le loro idee, mi consenti quantomeno di considerare delle merde biologiche queste povere vittime della società?

E qui scivoliamo inesorabilmente nella cosiddetta generalizzazione. Uno dei pilastri del buonismo è la battaglia contro la generalizzazione, condotta con la consueta callida stolidità. Non soltanto appannaggio dei buonisti, comunque, ma di qualsiasi categoria sottoposta a critiche. Se un articolo dichiara che i dentisti evadono il fisco, arriva come il fulmine una lettera dell’associazione relativa con il monito a non generalizzare. Tutti sanno per averlo provato che praticamente l’intero corpo odontoiatrico paga tasse da barzelletta, ma siccome la corporazione invita a non generalizzare in nome degli onesti, ogni critica viene ibernata sul nascere. Ora, per un etnista la generalizzazione non solo non è un reato, ma è addirittura l’unico modo per conoscere una realtà. L’approccio statistico è fondamentale, imprescindibile. E non me lo puoi troncare sul nascere aggrappandoti alle eccezioni, altrimenti mi impedirai di affermare che le SS erano un branco di assassini solo perché uno di loro ha salvato cinquecento ebrei. Che piaccia o no gli uomini non sono tutti uguali; hanno sì uguali diritti, ma non sono tutti uguali. E così le comunità, le etnie, le nazioni, le razze, le categorie professionali, i sessi, le religioni, e tutte quelle isole in cui l’uomo si aggrega non con il primo che passa per la strada ma con i suoi affini. E tutti costoro hanno pregi e difetti in varia misura. Non puoi dirmi la storica frase, “il marcio c’è dappertutto”, se per esempio stiamo parlando di delinquenza. Per te forse è la stessa identica cosa che in Finlandia le porte delle case non abbiano serratura, e a Palermo un turista sia stato rapinato cinque volte in un’ora. Per me invece non è affatto lo stesso. All’atto teorico, le cifre statistiche cantano come un’orchestra di ottoni; all’atto pratico te ne accorgi sulla tua pelle, e di brutto. Mi dici cosa te ne fai del tuo invito a non generalizzare?

In definitiva, quindi, siamo qui a raccontarci che è molto difficile parlare alla collettività, far leva sui suoi sentimenti e sulle sue insoddisfazioni per trovare nuovi modi di reagire alle cose che non funzionano. Sostanzialmente non sappiamo a chi ci stiamo rivolgendo; o meglio, a livello teorico lo sapremmo, ma ignoriamo quale percentuale occupino i nostri interlocutori ideali. Posso io scagliarmi contro le truffe alla collettività, mettiamo, nella piazza principale di quel celebre paesotto in cui quasi tutti gli abitanti godono di contributi per invalidità? In realtà a chi mi rivolgerei? Percentualmente parlando, al nemico. Sprecherei il fiato o rischierei di essere scacciato a colpi di stampella. Il concetto di percentualità è importantissimo, è esso a fare la differenza. A mo’ di assioma si può affermare che totalità è vocabolo inapplicabile a qualsiasi consesso umano. Si può soltanto contare e stabilire se il risultato descrive una maggioranza o una minoranza, e subito dopo valutare quanto questa maggioranza sia rilevante. Ciò è talmente imprescindibile da costituire il fondamento del sistema elettorale democratico. Pertanto è talora difficile, anzi sconsigliabile, affermare “la gente la pensa così”. Bisogna invece vedere in quale percentuale ciò avviene. Se poi si registra un 90% di adesione, allora dovrebbe essere consentita una generalizzazione. In certi casi una posizione minoritaria è talmente forte qualitativamente (anche in senso negativo) da influire in modo terrificante sull’andamento collettivo. E mi riconduco a quanto si diceva dianzi della delinquenza. Immagino anch’io che a delinquere non sia oltre il 50% della cittadinanza, ma mi domando a quanti punti ammonti la minoranza. Cinque? Dieci? Trenta? Perché se raggiungesse valori di decine, allora si potrebbe davvero indulgere alla generalizzazione, affermando che viviamo in una collettività asociale. E ciò in considerazione di due fatti.

Primo, l’impatto di un elemento criminale su una struttura umana è in proporzione assai più potente e distruttivo dell’apporto dato da un elemento socialmente positivo. Non solo la mamma dei fetenti è sempre incinta, ma cura moltissimo l’alimentazione. Lo scarafaggio è forte e sano, e non si lascia certo spaventare dagli insetticidi o dall’inquinamento.

Secondo, non è lecito pensare che il mondo sia così nettamente ripartito. Il soggetto criminale o asociale presuppone un brodo di coltura da cui sortire, un’umanità “fiancheggiatrice” in cui la pulsione è minore o latente. Un bravo musicista, come si diceva, presuppone migliaia di pessimi musicisti su cui svettare.

Ci sarebbe anche una terza considerazione, ed è che l’isolamento – ovvero l’effettiva minoritarietà – del gruppo asociale dovrebbe essere testimoniato dalla reazione della maggioranza. Se questa non prende sufficientemente le distanze, mi permetto di nutrire qualche dubbio sulla civiltà del sentire collettivo. Se permetti, esimio forestiero, ti farò un esempio non grattato fuori da qualche giornale ma preso da mezzo secolo di storia. Questo paese è stato governato per tale infausto lasso da una banda di criminali, e non nell’accezione insultante e iperbolica dell’avversario politico, bensì in quella generale dell’etica e della giurisprudenza. Forse al tuo paese non ti hanno mai chiesto di decidere chi mandare al potere, ma qui sì. Vale a dire che una collettività che si suppone onesta ha autonomamente deciso di esprimere una classe politica criminale. Dici: non se ne sarà accorta. Be’, se affermare che un segretario di partito non sapeva da dove venissero i miliardi delle truffe e delle concussioni è la barzelletta del secolo, affermare che un popolo per cinquant’anni non si è accorto di essere governato da una cosca mafiosa è la barzelletta del millennio. Diciamocelo francamente: o questa collettività è formata da deficienti (e in parte è vero), o la sua percentuale di delinquenza – o meglio di accettazione della delinquenza – è altissima.

La spia di questo atteggiamento… be’, sceglitela pure tu tra tante nella vita quotidiana. Prendi per esempio la caccia. Di cacciatori, in questo esiguo territorio coperto per il 3% di asfalto, ne abbiamo la bellezza di due milioni e mezzo. E bada, non si tratta di un novero semplicemente eccessivo di gentiluomini di campagna, il cuore gonfio di antiche tradizioni e di amore per la natura. Queste fesserie le sostengono impunemente le associazioni venatorie (oh, novità); invece, noi generalizzatori affermiamo in tutta franchezza che la categoria è composta in misura eccessiva – cioè tale da condizionarla largamente – da buzzurri, violenti, necrofili e teppisti, quando non da potenziali omicidi. Questo non è il comizio di un ecologista ma solo una spassionata osservazione dei fatti. È sufficiente girare nei boschi lungo le rotte dei fucilieri per trovare quintali di cartucce calibro dodici. Ricordo in Maremma un appostamento circondato da mucchi multicolori di cilindretti di plastica. Di plastica! ossia non biodegradabili. Mi stupisco di non aver mai sentito gli anticaccia porre l’accento su questo fatto tutt’altro che secondario: abbiamo gente che afferma di amare la natura, e poi scarica materie plastiche negli angoli verdi risparmiati persino dal gitante lordatore medio. Che molti di loro siano psicopatici e necrofili è dimostrato dagli animali i più impensabili e incredibili trovati feriti o uccisi. Gente che spara a tutto quello che si muove perché è vivo andrebbe cancellata dal pianeta. Io mi domando: ma se si divertono a uccidere un animale o a farlo soffrire, quant’è lungo il cammino che li separa dall’ammazzare un essere umano? Si limita forse alla paura della punizione? Chiunque abbia avuto a che fare con loro in campagna sa che ogni battaglia è perduta in partenza. Se li contrasti ti minacciano, appiccano il fuoco, commettono atti di vandalismo. Naturalisti che lavorano per censire le specie in estinzione e curare gli individui feriti sono stati minacciati di morte e hanno subìto attentati fisici. Sono certo che non mi crederai se ti dico che questa genìa, che dovrebbe essere assediata e perseguitata dalle persone per bene, è in realtà ufficialmente protetta e vezzeggiata. Entra in terreni privati, insozza, abbatte, ferisce, minaccia e – aspetto, se ci pensi, allucinante – circola in luogo pubblico armata e con il permesso di sparare appena vede muoversi una frasca. Tutto ciò per puro e semplice svago, tienine conto, non essendovi più da decenni alcuna necessità alimentare. E poi ci indigniamo per la facilità con cui negli Stati Uniti concedono di girare armati.

Ma quando c’è stata data finalmente la possibilità di usare il referendum per cancellare costoro dal consesso umano, la “maggioranza” sana cos’ha fatto? Se n’è andata al mare o ai monti perché era una giornata di sole.

Si potrebbe continuare a citare esempi di come l’opinione pubblica sembri oscillare tra masochismo, abulia, stupidità e tolleranza per l’asocialità, senza che peraltro si riesca a stabilire quale di questi atteggiamenti sia predominante. Da un punto di vista pratico, la risposta non incide troppo sulla realtà antropologica: se la stupidità porta gli stessi danni della malvagità, sarebbe una ben magra consolazione appurarne la predominanza. In ogni caso si ritorna al dilemma filosofico cui accennavamo più sopra. Ricordi? C’è il rovello così riassumibile: “A chi ci stiamo rivolgendo, se consideriamo l’uditorio come parte del problema? Esiste la possibilità di attaccare frontalmente chi ti legge?” Il dilemma è facilmente superabile da chi scriva articoli su riviste specializzate, oppure libri. Abbiamo detto che è una questione di percentuali, non di totalità. Io evidentemente mi rivolgo alla minoranza che presumo la pensi come me. Certo la stessa cosa non potrebbe farla il presidente della repubblica, ma neppure il conduttore di fama, o il direttore di un quotidiano che venda più di cinquantamila copie. Il cameriere deve trattare squisitamente anche i clienti più cafoni e indisponenti, pena lo svuotamento del ristorante. Più difficile l’altro versante, non quello dell’uditorio ma dell’oratore. Come si colloca costui? In un’astiosa solitudine? A nome di chi parla? Io, caro extracomunitario, sono partito cercando di spiegarti che l’opinione pubblica la pensa su di te in modo diametralmente opposto a quanto parrebbe dai discorsi dei tuoi amici progressisti. Bene, è giunto il momento di fare macchina indietro. Personalmente non potrei giurarlo. A volte penso di essere l’unico a non capire cosa passa per la testa della collettività, a non mettere mani sul fuoco sulla sua rettitudine. Sarò sincero, dovessi azzardare un’ipotesi direi che c’è più gente che non vi vuole. D’altro canto, essa per metà vota schieramenti che vi bramano, e per l’altra metà schieramenti che vi accettano. Saremmo quindi di fronte a ipocrisia. Inoltre le motivazioni di parecchi avversari dell’immigrazione sono abiette, sicché di pessimo grado li coinvolgerei in un “noi”. Diciamo in definitiva che ti sto portando la testimonianza di una classe di persone… minoritaria ma esistente: forse centinaia di migliaia di individui, magari milioni… classe che conosco bene perché vi appartengono quasi tutti quelli che conosco. Scherzando ma non troppo, la si potrebbe etichettare come “minoranza silenziosa”: non ha voce presso i media, malgrado sia intellettualmente di altissimo livello, e non gode di protezioni politiche (non a caso il concetto di destra e sinistra le sembra preistorico). Scrivendo queste righe sto rendendo un omaggio a questo gruppo umano. Se lo merita, se consideri il disagio e il malessere che è costretto a sopportare: per esempio ai suoi esponenti non capita mai di ricadere nel novero delle categorie privilegiate, ma anzi succede spesso di trovarseli tra i piedi, questi impiastri “tanto sfortunati” ma anche tanto furbi e voraci. Il soggetto che forse essi, i minoritari silenziosi, patiscono maggiormente appartengono alla categoria più sfumata e trasversale di tutte: gli scemi professionali.

Lo scemo professionale non ha ufficialmente né una collocazione sociale né una legge precisa a determinarne i diritti. Tuttavia è come se esistesse un corpus di regole non scritte talmente precise e ferree da rendere pressoché infallibile la tutela della categoria. Lo scemo professionale è un furbo di tre cotte (abbiamo visto come certi gruppi affinino l’astuzia, nell’accezione napoletana, in misura inversamente proporzionale a intelligenza e cultura), ma non si giustificherebbero le sue gloriose conquiste se non ipotizzando un appoggio totale (la solidarietà!) da parte della maggioranza e delle istituzioni. Lo scemo professionale occupa sempre i posti chiave; o per essere più precisi: i posti chiave sono sempre occupati dallo scemo professionale. Tolte le cariche politiche (criminalità è raramente sinonimo di stupidità), lo SP spadroneggia in tutti gli ambienti lavorativi in cui il pubblico predomini sul privato: amministrazioni centrali e locali, corpi dello Stato, banche, grandi industrie, cultura, spettacolo. Dove la volontà popolare, o i suoi legittimi esponenti, ha la possibilità di mettere il becco, lì troviamo lo SP in serpa. L’eccezione mi sembra rappresentata dal giornalismo e dall’editoria: qui lo SP nidifica e si riproduce anche nelle realtà più ristrette e private. La sua tutela ha radici lontane, e a voler confondere un tantino la causa con l’effetto si potrebbe dire che trova le prime codifiche negli anni in cui si reagì al medioevo con la preistoria. Tu, fratello mio, forse non eri ancora nato quando torme ben orchestrate di studenti vociavano il diritto politico alla promozione. Tutti dovevano avere il loro bel pezzo di carta. Costoro non se ne rendevano conto, ma era il loro modo infantile, terronico-marxista, di preorganizzarsi come vittime della società contro cui fingevano (o credevano) di lottare: porsi già da subito in ostaggio di chi avrebbe poi dovuto elargire loro una sorta di carità. Non autorganizzarsi per creare il proprio futuro in barba a chiunque, ma demandare il proprio sostentamento. Non diventare protagonisti, ma prospettarsi una vita di elargizioni per decreto ideologico.

Il sistema “mamma voglio la marmellata” si allargò al mondo del lavoro, e se da una parte sancì alcuni sacrosanti diritti dei lavoratori, dall’altra creò un’umanità con gravi handycap motori che andava nutrita per via endovenosa. Quando parlavo di confusione tra causa ed effetto, intendevo che forse non sono stati questi princìpi a condizionare la società, ma è stata semmai la società a elaborarli a propria immagine e soprattutto a proprio tornaconto. Un atteggiamento ben stupido eppure tipico di una certa forma mentis italica, la cui furbizia si manifesta con scoppiettanti colpi di genio intesi a ricavare combustibile dalle travi portanti della propria casa. Affidarsi all’assistenzialismo altrui può essere criticabile ma efficiente; fare dell’assistenzialismo a se stessi porta a due milioni di miliardi di debiti. Il sistema era quindi: “tu” (cioè lo Stato, quello che comunque mantengo io) dammi il pezzo di carta, assicurami un lavoro e conservamelo indipendentemente dalle mie capacità. Questo si può anche tollerare – o almeno provarci – da un metalmeccanico, ma da certe altre categorie, perdio, no! Ho visto con i miei occhi, su una pubblicazione dell’Ordine, tripudiare per le conquiste sociali dei giornalisti non più costretti a conservarsi il lavoro per meriti sul campo, ma con il culo ormai tranquillamente posato su un cuscino sindacale. Eh, no! Qui non si tratta di sopravvivenza, di famiglie da sfamare, di giornate agli altiforni. Questo è un lavoro di lusso, strapagato, scelto (teoricamente) per vocazione e perché si suppone di possedere certe doti che altri non hanno. Ma “meritocrazia”, per i tuoi onnipotenti e onnipresenti amici, è concetto aberrante. Non so se vedremo un giorno anche i chirurghi liberarsi del fardello meritocratico e operare per diritto sindacale. So però che questa abietta demagogia (insulto lanciato dalle sinistre alle destre quando le destre fanno le stesse proposte delle sinistre) ha portato non tanto al non-obbligo del merito quanto all’obbligo del demerito. Gli SP si sono così piazzati in tutti i posti chiave, creando un detrimento per la collettività, ma ottenendo dalla stessa una reazione rilassata in modo sospetto. Sappiamo benissimo che la letteratura dei tempi moderni riporta innumerevoli variazioni sul tema: “Ogni persona intelligente ha sopra di sé un cretino”. Ma come sempre è una questione statistica: in che percentuale questo accade? Resta insomma il fatto che in certi paesi lo scemo professionale viene messo da parte o sbattuto fuori. Qui lo promuovono.

 

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