Paese Basco, il cammino continua

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Dopo quattro legislature nel parlamento basco, nell’ottobre scorso Arantza Quiroga ha dato le dimissioni da parlamentare e dirigente del PP in Euskadi. Nel 2009 era stata eletta presidenta del parlamento locale grazie a un accordo con il PSE-EE (il PSOE nel Paese Basco) durante il mandato da lehendakari di Patxi López, il primo presidente socialista della regione autonoma.

Nuove prospettive per Euskal Herria, il Paese Basco? Alcuni recenti avvenimenti sembrano legittimare una risposta affermativa. Da un lato abbiamo, a conferma dell’intensità del dibattito, le recenti dimissioni di Arantza Quiroga da presidenta del Partido Popular nella Comunità Autonoma del Paese Basco. Dall’altro l’annuncio del 7 novembre, da parte di oltre 300 militanti della sinistra abertzale (cioè nazionalista basca), di un nuovo processo di discussione nella prospettiva di una soluzione politica: Abian.
Annunciando le sue dimissioni, Arantza Quiroga ha dichiarato che “non dobbiamo spargere semi di future violenze, ma seminare per la convivenza”. Emerge quindi che perfino nel PP (storicamente un partito sciovinista, erede dell’Alianza Popular di Manuel Fraga, esponente del franchismo) esistono dubbi e dissensi in merito alla politica repressiva dell’attuale governo. O almeno esistono in Euskal Herria. Una crisi senza precedenti: il 2 ottobre la presidenta aveva pubblicamente riconosciuto la validità di quanto dichiarato da Euskal Herria Bildu, il partito della sinistra abertzale, chiedendo quindi a Iñigo Urkullu – il lehendakari, cioè il presidente del governo basco – di riprendere il dialogo e il confronto per la pace e la convivenza tra le forze politiche.
Il giorno successivo (3 ottobre, data della manifestazione indetta da EH Bildu por la Paz y la Decision) il parlamentare basco Hasier Harraiz chiedeva al PP di “stabilire un dialogo diretto”. Il 5 ottobre, Arantza Quiroga proponeva un “dibattito aperto e in piena luce” sulla riconciliazione. Una sua mozione del 6 ottobre per “desbloquear la ponencia de paz y convivencia” veniva però prontamente bloccata dal PP nazionale, costringendo la presidenta a ritirarla.
Dopo essere letteralmente scomparsa per un’intera settimana dalla scena politica, nonostante le numerose scadenze pubbliche istituzionali, il 14 ottobre annunciava le sue dimissioni da presidentessa del Partido Popular basco e confermava di voler comunque riproporre la sua mozione, dato che “el PP ha estado en la vanguardia de la lucha contra ETA.
Ahora che ETA ya no mata debemos estar en la vanguardia de la bùsqueda de la convivencia y de la defensa de las victimas. Hay que dar un paso adelante. De la resistencia frente al terrorismo a ser un partido con influencia. No sembremos semillas de futuras violencias, sembremos semillas de convivencia. Aunque ahora eso no ha sido posible. Per eso pido una mirada valiente al que venga en mi lugar, a la nueva direcciòn
”.
Una posizione, ha aggiunto, che ha mantenuto coerentemente negli ultimi due anni, ma che il suo partito avrebbe sistematicamente osteggiato. Per il momento la presidenza del PP basco è toccata a un esponente della “linea dura” del partito, l’ex sindaco di Vitoria/Gasteiz Alfonso Alonso.

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Il nazionalista basco Iñigo Urkullu, lehendakari (presidente) del governo basco dal 2012.

Dopo Zutik Euskal Herria, nasce Abian

Quanto alla nascita di Abian, legata anche alla prossima scadenza elettorale del 20 dicembre, va interpretata come una conseguenza positiva del processo denominato Zutik Euskal Herria (“in piedi, Paese Basco!”). Avviato cinque anni fa, ha rappresentato un importante “cambio di strategia” per la sinistra abertzale. Un evento paragonabile, per la sua portata, alla scelta di resistenza nei confronti del franchismo o a quella di schierarsi a favore della “rottura democratica” dopo la morte del dittatore e assassino nel novembre 1975.
Ora si apre per il Paese Basco un “nuovo ciclo”, un percorso che è anche l’occasione per “riflettere sugli errori del passato” nella convinzione che “gli unici garanti del processo di liberazione azionale e sociale saranno Euskal Herria e la volontà democratica dei cittadini baschi, senza interferenze esterne di alcun genere”. In questi ultimi cinque anni sono accadute molte cose e la sinistra abertzale ha incontrato nuovi compagni di viaggio nella strada impervia dell’autodeterminazione. Si è comunque confermata la sostanziale chiusura dei due Stati – Spagna e Francia – che appaiono ancora timorosi di un confronto diretto e autenticamente democratico con le tematiche sollevate da una parte significativa del popolo basco. Se Parigi sembra preoccuparsi dei possibili sviluppi, anche a livello istituzionale, per Ipar Euskal Herria (Euskadi nord), Madrid rimane profondamente ostile nei confronti della sinistra indipendentista basca di Hego Euskal Herria (Euskadi sud), soprattutto in questo periodo in cui vede rimessi in discussione i dogmi dell’unità statale (vedi i Paisos Catalans).

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Il governo continua quindi a negare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, “e la pace”, scrivono i Baschi, “così come la libertà, rimane incarcerata”. Ma questo non può impedire “il cammino verso l’indipendenza per la costruzione di uno Stato basco che garantisca i diritti sociali di uomini e donne del nostro popolo”.
D’altra parte, se c’è una cosa che la sinistra abertzale ha saputo ampiamente dimostrare è la sua capacità di reinventare e rinnovare coerentemente il processo di liberazione nazionale e sociale, attraverso le varie fasi storiche e politiche attraversate dalla penisola iberica. La nascita di Abian, un progetto strategico di largo respiro, ne è ulteriore conferma. L’obiettivo è trasformare concetti come femminismo, socialismo e indipendenza in un progetto reale, efficace, “analizzando le nostre difficoltà e imparando dai nostri errori”. Ma senza rinviare tutte le soluzione a un fatidico D-day dell’indipendenza. Resta infatti “fondamentale lavorare per riportare fin d’ora a casa i nostri prigionieri e rifugiati”. Ben sapendo che comunque “la nuova Euskal Herria indipendente sarà un albero con molti rami”. Enbor beretik sotuko dira besteak! Ossia, bisogna “spezzare le catene dell’oppressione per costruire fin d’ora uno Stato Basco fondato su princìpi di giustizia sociale, femminismo e euskara”. In questa prima fase, il progetto di Abian intende porre l’attenzione sulla raccolta di ogni contributo dei militanti baschi e sulla realizzazione di spazi di riflessione. In seguito, da gennaio, si porterà la discussione di quanto elaborato in pubbliche assemblee di città, paese e quartiere aperte alla partecipazione di tutti. Uno sforzo particolare, poi, garantirà anche la partecipazione delle prigioniere e dei prigionieri baschi.
Niente e nessuno potrà impedirlo in quanto “abbiamo lo strumento più efficace, l’impegno di migliaia di cittadine e cittadini baschi”.

A sostegno dei prigionieri: Extera gunea

Fermo restando che la pressione sul collettivo dei prigionieri e rifugiati politici baschi e sui loro familiari si mantiene inalterata e molto dura (vedi il caso di Carlos Garcia Preciado), la risposta dei cittadini baschi rimane di alto livello. Tra le recenti iniziative di solidarietà va ricordata quella di Extera gunea, realizzata a Bilbo (Bilbao) dai familiari dei prigionieri
politici gravemente ammalati. Dal 20 al 23 ottobre è rimasto in funzione uno “spazio fisico permanente” per denunciare la grave situazione in cui versano molti di questi prigionieri e richiedere il loro rilascio in modo che possano venir curati adeguatamente e dignitosamente (cosa impossibile all’interno del carcere). L’iniziativa ha lanciato lo slogan “Tutti abbiamo la chiave per riportare i prigionieri malati a casa” e ha coinciso con l’inizio a Bilbo del processo contro il prigioniero Ibon Iparragirre.

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Carlos Garcia Preciado è stato arrestato a Roma nel febbraio 2015 dagli agenti dell’antiterrorismo italiano in collaborazione con la polizia spagnola. Accusato di far parte dell’ETA, era stato condannato nel 2000 a 16 anni di carcere.

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