La sagra della primavera nella vecchia Russia

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Dopo il carnevale, ecco la rigenerazione della natura, evocata e accolta gioiosamente dal popolo dell’antica Rus’ con feste, pranzi collettivi, riti, giochi e processioni, sempre nello spirito, permeato di profondità poetica e di ricchezza fantastica, della caratteristica “dvoeverie”. Il rito della “cacciata delle Rusalke”, le affascinanti e impure creature, acquatiche e silvane, misteriose e crudeli che, con la loro fuga, restituivano alla terra la forza vegetativa in un sempre rinnovantesi dualismo vita-morte.

Con l’addio al carnevale pagano i contadini davano l’addio anche al lungo inverno durante il quale, giorno dopo giorno, si dedicavano alle stesse mansioni, ai lavori artigianali, alla fabbricazione di utensili, di giocattoli, ai lavori di tessitura, di filatura, di cucito e di ricamo. La monotonia di questa vita quotidiana faceva desiderare e attendere con ansia qualche evento eccezionale o addirittura “magico” come quello delle feste. Gurevic, nel suo saggio Che cos’è il tempo, tratto da Le categorie della cultura medievale, scrive che nella società agricola i concetti di vita e di tempo erano immedesimati, fusi. Il tempo agricolo non ha bisogno di essere misurato perché la vita degli uomini è sottomessa ai ritmi della natura, alla sua ripetitività. Le occupazioni dei contadini erano legate al ciclo stagionale, alle feste, ai rituali, di conseguenza al calendario agricolo e coincidevano con i solstizi e gli equinozi. Nell’antico culto solare il movimento quotidiano del sole rappresentava il ciclo della vita dell’uomo.

Per Gurevic le feste sono “momenti solenni”’ che proiettano l’uomo in un tempo mitologico. L’uomo, nell’impossibilità di dominare la natura o per lo meno non potendo influire sui suoi ritmi, ripete “atti consacrati dalla tradizione”, cioè atti compiuti da altri, dei riti, come la natura ripete i suoi cicli perché in essa non c’è sviluppo. In questo modo egli si avvicina a modelli eroici, a “prototipi divini”. Anche Mircea Eliade, nel suo libro Sacro e profano, vede nel significato delle feste un desiderio dell’uomo di avvicinarsi agli dei, una nostalgia delle origini che lo porta a ripetere gesti e rituali. Periodicamente perciò, con i riti, l’uomo diventa contemporaneo agli dei e rivive il “tempo mitico primordiale” nel quale gli dei hanno “operato”. Secondo antiche credenze slave bisognava aiutare l’arrivo della primavera evocandola e accogliendola con riti propiziatori. Anche se per i contadini iniziavano le preoccupazioni dei lavori nei campi e si dovevano mettere in ordine gli arnesi, e le provviste invernali erano ormai alla fine, c’era in tutti i villaggi un’atmosfera allegra e i giovani cominciavano a preparare i vestiti della “festa”.

Per i Russi è già primavera quando si intravede un po’ di terra tra la neve e cominciano a spezzarsi le lastre di ghiaccio nei fiumi per il disgelo. C’è un quadro del pittore Savrasov, I gracchi sono tornati, che ci dà un’immagine di questa primavera russa, così diversa dalla nostra. Per i contadini anche il primo apparire di questi gracchi, che sono una specie di cornacchiette, preannunciava la primavera, anzi, secondo la credenza popolare, erano gli uccelli stessi a portarla con sé. In casa allora si cuocevano biscotti di segale, a forma di uccello con occhetti di uva sultanina. Questo rappresentare gli uccelli significava farli rivivere, come per magia. Si regalavano ai bambini che si divertivano a legarli in cima a lunghi bastoni o a metterseli sulla testa e a correre così per le strade del villaggio, o a buttarli in alto per imitare il volo degli uccelli cantando canzoni rituali: le cosidette vesnaki (da vesna = primavera): “Sono arrivatele allodole / la primavera è arrivata”. Anche per i cristiani gli uccelli rappresentavano il ritorno della primavera e spesso li compravano nelle iarmake,(1) cioè nei mercati, per lasciarli liberi e simboleggiare così la propria liberazione dai peccati. Si facevano anche uccelli di cera per la festa dei salici che ricorreva la domenica prima di Pasqua: la verbnoe voscresenie (domenica dell’amento). Questi si legavano ai rami di amento che venivano raccolti il giorno prima della festa, sulle sponde dei fiumi. Alle volte, invece degli uccelli, si attaccavano dei nastri azzurri o delle cartine colorate. Alla mattina del giorno di festa si vendevano questi rami, così ornati, al mercato. I contadini ripetevano i loro vecchi riti: poiché anche l’amento era simbolo dell’arrivo della primavera, della “concentrazione della forza vegetale”, essi ingoiavano alcune gemme e le davano da mangiare al bestiame per proteggersi dalle malattie. Picchiavano, o meglio battevano leggermente i bimbi con questi rami, per trasmetterne la forza magica. La Chiesa aveva sovrapposto a questa festa quella delle Palme, per cui le usanze pagane si mescolarono a quelle cristiane. Anche le processioni religiose che avvenivano in questi giorni testimoniavano la dvoeverie (la doppia fede) del popolo: un albero adorno di frutta (mele, fichi, arance, prugne) arrivava nel villaggio su di una slitta. Sui rami sedevano ragazzi che cantavano. Dietro alla slitta altri giovani portavano grandi icone. L’albero della frutta – simbolo pagano, accanto le icone – immagini sacre cristiane. Di sera, intorno a grandi falò le donne cantavano i chorovodi. Il chorodov era una specie di coro e ballo tondo insieme. Accogliere gioiosamente con canti e danze la primavera significava ricevere poi un ricco raccolto. I vecchi buttavano fuori dalla porta un cucchiaio di kissel (una specie di gelatina di frutta) per tener lontano il gelo tardivo. Dopo la semina primaverile il contadino si preparava alla Pasqua. In realtà, come festa pagana, la Pasqua non esisteva, o per lo meno non esistevano particolari riti. Venivano cantate però dalle donne delle canzoni rituali chiamate volocebnye (da velocitsja = trascinarsi, camminare). Le donne infatti, e solamente le donne, andavano di casa in casa cantando queste canzoni e ricevevano in cambio regali o soldi come i koledari durante il Natale e il Carnevale. Gli antichi villaggi russi erano disposti in due file ai lati di una larga strada nella quale si svolgeva tutta la vita del villaggio. I giochi, le gare, le liti e queste “passeggiate corali” terminavano con grandi banchetti all’aperto. Bratcina si chiamava questo pranzo collettivo che veniva organizzato coi soldi comuni. Per i cristiani invece la Pasqua era la festa religiosa più importante dell’anno, forse anche più di quella del Natale. Il periodo di transizione dal paganesimo al cristianesimo era stato molto lungo e la dvoeverie si era insinuata profondamente nel popolo russo e nella sua vita. Ogni ricorrenza, come la nascita, le nozze, la morte di qualcuno, veniva celebrata cristianamente ma anche paganamente, cioè con vecchi riti domestici. E questo sentimento, se così lo si può definire, non lo si può considerare solo superstizione nel concetto che ne abbiamo noi, Europei occidentali, e nemmeno lo si può considerare frutto dell’ignoranza, ma piuttosto testimonianza di una fantasia ricca, di una profonda anima poetica, dal momento che la ritroviamo non solo nel popolino ma anche nelle persone colte e nei grandi scrittori.

Era questo un periodo di riposo per il contadino. Si facevano passeggiate, si andava a far visita ai parenti, ci si dondolava sulle altalene, si giocava a lapta. Questo era uno sport molto simile al baseball: si giocava in due squadre con una palla e una mazza che si chiamava lapta e ci si rincorreva. Una delle occupazioni a cui ci si dedicava con particolare piacere, in questo periodo, era la colorazione delle uova. In genere, per colorarle, si avvolgevano in ritagli di seta e si facevano bollire con particolari ortaggi: per esempio, la cipolla serviva per ottenere il giallo, ecc. Comunemente però erano rosse; nella città i ricchi le doravano. In Ucraina le decoravano con bellissimi disegni chiamati pisanki, oppure vi scrivevano frasi augurali. L’uovo è simbolo di resurrezione. Lo si nascondeva tra i semi e quando giungeva il periodo della semina se ne spargevano i gusci sulla terra per far rinascere la vegetazione. Si coloravano un’infinità di uova in quei giorni, anche di legno, che si vendevano nelle bancarelle delle fiere. La gente ne teneva sempre alcune in tasca e ogni volta che incontrava un conoscente gliene offriva uno. Queste uova venivano disposte su un grande piatto attorno ai dolci tipici che si facevano in questi giorni. Uno era la paska, che era a base di ricotta, mandorle, vaniglia e canditi; era di forma piramidale, sulle facce venivano incise le iniziali XB di Christos Voskres, che significa “Dio è risorto”. Un altro dolce era il kulic, una specie di panettone ripieno di canditi, uva secca e prugne secche. Questi vassoi venivano portati nelle chiese per essere benedetti alla messa di mezzanotte. Ascoltando la musica della Grande Pasqua russa di Rimskij Korsakov ci sembra quasi di sentire l’atmosfera liturgica bizantina delle chiese russe. Scrive Tolstoj nel suo romanzo Resurrezione, descrivendo la messa pasquale: “A destra stavano gli uomini; i vecchi, con abiti cuciti da loro stessi e con i lapty (2) e le gambe avvolte in fasce di tela bianca; i giovani, con grandi stivali ai piedi, indossavano vesti nuove con sciarpe chiare intorno alla vita. A sinistra stavano le donne col capo coperto da scialletti di seta, vestite con camicette di velluto, dalle maniche color rosso vivo, con sottane azzurre, verdi, rosse, e calzate con sandali ferrati. Le più anziane, con gli scialli bianchi e le vesti grigie, si erano messe in fondo, modestamente: nello spazio che intercorreva, fra queste e le giovani, si erano schierati i bambini, in abiti festivi e coi capelli impomatati. Gli uomini si facevano il segno della croce. Le donne, specialmente le vecchie, tenendo gli occhi sempre fissi sull’immagine circondata da ceri, si battevano vigorosamente con le dita la fronte, le spalle, il ventre, mentre le loro labbra mormoravano continuamente alcune preghiere… Tutto aveva un aspetto di festa; tutto era solenne, gaio e bello: il pope con una pianeta d’argento adorna di una croce d’oro, il diacono e il sacrestano con le stole ricamate in oro e in argento, i lieti canti dei cantori dilettanti, il modo con cui il pope alzava un cero per benedire la folla e il modo con cui tutti ripetevano, di tratto in tratto: “Cristo è risorto! Cristo è risorto!” La Pasqua terminava con la commemorazione dei defunti. Ogni anno si sceglieva un vecchio che passava per le strade del villaggio e ascoltava, sotto le finestre, i desideri della gente, che prometteva di esaudire. In cambio riceveva abiti e cibo che doveva trasmettere, nel mondo dell’aldilà, ai morti recenti. Il lunedì e il martedì dopo la Pasqua si andava al cimitero. Questa ricorrenza si chiamava radunica (da radovatca = rallegrarsi, divertirsi), perché non si andava solo a piangere, ma si organizzavano dei veri banchetti sulle tombe che finivano in allegria. Si portava con sé cibo, bliny (3), frittelle di ricotta, vodka… Dice un vecchio proverbio russo: “Nel giorno della radunica di mattina si ara, a pranzo si piange e a sera si balla.” Questa usanza di mangiare sulle tombe l’avevano anche gli antichi Greci e Romani.

Gli Slavi commemoravano i loro morti quattro o cinque volte all’anno. Lo facevano anche per la festa della Trinità, che era la più importante tra quelle che celebravano in primavera. Sei settimane dopo Pasqua ricorreva la “settimana delle russalke”, che precedeva la festa della Trinità. Nella prima metà della settimana alcune ragazze si recavano nel bosco a scegliere una betulla, una sola, per il rito. Questa scelta era molto importante. La betulla è un albero molto caro ai Russi, anzi il più amato, e poiché è il primo sul quale spuntano le gemme, in primavera, pensavano che avesse una forza vegetativa superiore a quella degli altri alberi. Il risveglio della natura, per gli antichi slavi, era dovuto agli antenati che resuscitavano attraverso la vegetazione. Per questo ritenevano che nelle betulle ci fossero le anime dei loro progenitori. Anzi, quando i rami si muovevano per il vento, i contadini dicevano “Roditeli vzdochnuli” (i genitori hanno sospirato – e il tiepido vento della primavera era il loro alito). Allora ne raccoglievano i rami e ne ornavano l’izba (4), il fienile, la stalla. Al giovedì della settimana della russalke c’era la festa del semik. Le ragazze ritornavano nel bosco coi loro abiti più belli, con i capelli ornati di ghirlande di fiori o intrecciati con nastri colorati. Celebravano il rito del “comaraggio”. Decoravano la betulla con ghirlande, nastri, fiori e ne intrecciavano i rami. In genere il rito avveniva nel bosco; le ragazze si baciavano attraverso i rami, si scambiavano doni e diventavano comari, amiche fino all’anno sucessivo o per sempre, e cantavano i chorovodi rituali: “Intrecciati betullina / intrecciati ricciolina / siamo venute da te e siamo arrivate / con le frittelline, con i pirogi (5) di grano.” Ritornavano nel bosco per leggere il futuro nelle ghirlande: se erano appassite, significava che la ragazza a cui appartenevano avrebbe dovuto sposarsi o morire; se erano ancora fresche, che sarebbe rimasta nubile. Poi si facevano pranzi rituali sotto la betulla con cibo a base di uova: frittate, frittelle ecc. Altre volte la betulla veniva abbattuta e portata ornata o vestita, come il fantoccio di Carnevale, nel villaggio, e bruciata o affogata nell’acqua.

La morte, dunque, nei riti primaverili era sempre presente; la morte del pupazzo rappresentava la morte dell’inverno, perciò essa era sempre necessaria perché la natura potesse resuscitare. Con la sua morte il fantoccio trasmetteva la fertilità alla terra. In terra riposano i morti: per questo essi sono sempre presenti ai riti, c’è sempre una loro commemorazione, perché essi aiutano la vegetazione e quindi tutta la natura a resuscitare. Considerando l’immensità e la misteriosità dei boschi di queste terre russe, non è difficile comprendere la concezione animistica della natura che gli Slavi avevano e come l’immaginazione dei contadini generasse dei personaggi fantastici, straordinari. Tra questi c’erano le russalke che venivano festeggiate appunto in questo periodo. Questi personaggi, così tipici della mitologia slava, avevano attratto anche scrittori. Scrisse Puskin nella sua opera drammatica La russalka: “In allegra schiera dal fondo delle acque, di notte veniamo a galla e la luna ci riscalda. Ci piace nel tempo della notte abbandonare il fondo del fiume; ci piace con la libera testa tagliare le alte acque del fiume, passarci l’un l’altra la voce, irritare l’aria sonora e asciugare in essa e scuotere i nostri umidi verdi capelli” Le russalke erano esseri impuri, spiriti di gente morta immaturamente. Avevano una doppia esistenza, acquatica e silvana. Erano bellissime, nude, con lunghi capelli e occhi verdi, con il viso pallido come il chiarore lunare e la voce dolcissima. Vivevano fino all’inizio dell’estate nelle acque dei laghi, degli stagni e dei fiumi. Durante la settimana delle russalke esse uscivano dalle acque ormai non più gelide per il calore del sole e andavano nei boschi, dove rimanevano fino all’autunno. Sceglievano alberi come salici o betulle dai lunghi rami sottili sui quali si divertivano a dondolarsi, a chiamarsi. ù

Scrisse Lermontov nella poesia La russalka: “Nuotava la russalka pel fiume azzurrino / Da luna nel pieno schiarata; / Cercava spruzzare su fino alla luna / La schiuma d’argento dell’onda.

// Sonoro torcendosi il fiume cullava / Le nubi riflesse nell’onda; / Ed ella cantava, ed il suono del canto / Giungeva alle ripide sponde. // Ed ella cantava: ‘Da me giù nel fondo / Ribrilla

Il bagliore del giorno; / Le frotte dorate dei pesci lì vanno, / Là sono città di cristallo. // E là, su guanciale di sabbie brillanti / All’ombra dei giunchi là dorme / Guerriero già preda dell’onda gelosa, / Guerriero di terra lontana. // Lisciare gli anelli dei ricci di seta / Amiamo nell’ombra notturna, / E in fronte e sui labbri, di mezzodì all’onda, / Baciammo il bel giovane spesso. // Ma ai baci più ardenti, non so perché mai, / Rimane egli gelido e muto; / Dorme egli, e col capo poggiato al mio petto / Non spira, né in sogno bisbiglia!… // Così la russalka sul fiume turchino / Cantava in oscura mestizia; / E il fiume, sonoro scorrendo, cullava / Le nubi riflesse sull’onda.”

Attiravano con la loro bellezza i giovani imprudenti fino alle sponde delle acque e li lasciavano affogare o li torturavano crudelmente col solletico, ridendo istericamente. Il loro “riso terribile” apparteneva al “mondo delle tenebre”, al mondo satanico, al mondo “capovolto”. La morte era trionfante: esse erano gli spiriti dei morti. Il loro comportamento recava spesso molti danni, perché si divertivano ad arrampicarsi sulle ruote dei mulini e a fermarle, a rompere le macine, a danneggiare le dighe, o a strappare le reti dei pescatori. Alle volte invocavano piogge torrenziali o rubavano la biancheria alle donne addormentate. C’era però un antidoto alla loro cattiveria: si doveva tenere in mano una foglia d’assenzio che era “l’erba maledetta”. Di notte scivolavano giù dagli alberi e danzavano sulle radure. Si pensava che, dove danzavano, l’erba crescesse più folta e il grano più abbondante. Esse infatti erano l’incarnazione e il simbolo dell’acqua. L’acqua è un elemento necessario all’agricoltore per la fertilità della terra, ma che non genera. Le russalke non riescono a dare la vita, non c’è in esse la maternità, la loro bellezza è sterile, morta; per questo incutono paura. Esse sono morte, perciò non possono più morire e poi risorgere come invece la natura, che muore ma rifiorisce sempre nuovamente. Il rito primaverile delle russalke consisteva proprio nella loro cacciata. Scappando, correndo sui campi, esse, personificazioni dell’acqua, rendevano fertile la terra. Nell’acqua, questo elemento trasparente, puro, sfuggente, affascinante, o meglio nei suoi simbolismi sono presenti sia la morte che la resurrezione. Il contatto con essa, come per un incantesimo, provoca la rigenerazione. Essa stessa non è in grado di generare, ma racchiude in sé la forza di fecondare la terra che invece, simbolo di maternità, fa rinascere la natura nel suo ritmo eterno. In questo dualismo di terra ed acqua, vita e morte l’animo slavo rilegge il tempo ciclico della tradizione.

 

Note

1 Iarmaka: fiera, mercato.

2 Lapty: scarpette fatte con scorza di betulla intrecciata.

3 Bliny: frittelle composte di acqua e farina.

4 Izba: tipica abitazione slava, quadrangolare, costruita con tronchi d’albero sovrapposti e incastrati negli angoli.

5 Pirogi: focaccine ripiene di carne e uova sode o di cavolo o di marmellate.

 

Bibliografia

Chaterine Claudon – Adhemar, Stampe popolari russe, Milano, Electa, 1973;

Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Torino, Boringhieri, 1973;

Evel Gasparini, Il matrimonio slavo, Firenze, Sansoni, 1973;

A. ja Gurevic, Le categorie della cultura medievale, Torino, Einaudi, 1983;

As. Ivanov, Russkie narodnye pesni, Leningrado, Muzyka, 1966;

N.I. Krauzov, Kaiendarnaia obriadovaia poesia, Mosca, Prosvescenie, 1974;

Michail Lermontov, Liriche e poemi, Torino, Einaudi, 1963;

Susanne Massie, La terra dell’uccello di fuoco, Milano, Mondadori, 1983;

Novikova Kokorev, Russkoe narodnoe poeticeskoe tvorcestvo, Mosca, 1969;

Vladimir Ja. Propp, Feste agrarie russe, Bari, Dedalo, 1978;

Aleksandr Puskin, Tutte le opere poetiche, Milano, Mursia, 1959;

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