Uomini o gattopardi? Il Sudafrica dopo la scarcerazione di Mandela

Filed in etnismo, geopolitica, sudafrica by del 09/09/1990
Print Friendly, PDF & Email

Ci si chiede: ma è veramente “passato il tempo di piangere” in Sudafrica? Questo 1990 è stato o non è stato l’anno della “svolta”?
La comunità oppressa dei neri sta finalmente raccogliendo i frutti di tutte le lotte e sofferenze di questi anni (in particolare, della “quasi insurrezione” dell’85) oppure stiamo assistendo a una ennesima rappresentazione che manterrà sostanzialmente inalterato il sistema di oppressione e sfruttamento della RSA?
Certo che Nelson Mandela, l’uomo simbolo della lotta all’apartheid, non ha lesinato attestati e riconoscimenti al suo antagonista bianco, il nuovo presidente F.W. de Klerk, colui che ha fatto liberare Mandela e tolto il bando alle organizzazioni politiche. Lo ha definito “sincero”, “integro”, “leale”… e de Klerk non è stato da meno nel contraccambiarlo.
Intanto fra reciproche dichiarazioni di stima e qualche “contrattempo” (uccisioni di neri da parte della polizia nelle Township, l’arresto di qualche militante ANC…) i colloqui bene o male procedono.
Chi se lo sarebbe aspettato solo un anno fa?
La nuova situazione porta a formulare alcune “inedite” (almeno per chi scrive) ipotesi di lavoro: supponiamo che effettivamente i cambiamenti recenti del Sudafrica siano tali da non essere più nemmeno ipotizzabile un ritorno al passato; supponiamo che la strada imboccata da De Klerk (e su cui è incamminata anche l’ANC) sbocchi inevitabilmente in un governo esercitato dalla maggioranza della popolazione; supponiamo infine che questo “trasferimento del potere” possa avvenire pacificamente.
Non attraverso l’insurrezione armata pianificata da un’avanguardia politico-militare ma come risultato di una capillare, estesa e duratura autorganizzazione delle classi subalterne; quella stessa autorganizzazione che ha dato prova di sé attraverso l’MDM (Movimento Democratico di massa) e che comunque non esclude forme di autodifesa.
In quest’ottica anche i colloqui possono dare un valido contributo affinché si creino e si mantengano le condizioni indispensabili; affinché il processo in corso non vada in corto circuito e questa occasione non vada sprecata.
Con tali premesse (e con il proposito di lasciarsi possibilmente alle spalle stampelle ideologiche e dichiarazioni rituali) ci si può anche buttare sulle tracce di notizie, dati, testimonianze; cercando di accedere a quelle informazioni (non così facilmente reperibili) che possano illuminare in merito alle strategie governative e dell’opposizione; chiarire il perché dei ricambi al vertice dell’apparato, nell’esercito. Affrontare gli insospettati problemi e le drammatiche contraddizioni che hanno afflitto il movimento antiapartheid in esilio… anche per comprendere e “collocare” le attuali posizioni dell’ANC.
Giudicate da più parti talmente “moderate e responsabili” da far scattare il riflesso condizionato di qualche “estremista” che parla di “collusioni con l’apparato governativo”.

Nelson-Mandela

L’ultima spiaggia di De Klerk

Il Presidente De Klerk ha dovuto prendere le storiche decisioni che ha preso innanzitutto nell’interesse dei bianchi. La considerazione può apparire scontata ma costituisce la maggior garanzia dell’irreversibilità dell’attuale processo.
De Klerk doveva assolutamente far rientrare il Sudafrica nella comunità internazionale a pieno titolo. E non restava altra opzione che quella della trattativa.
Indirettamente o direttamente, a seconda degli osservatori, è la fine della “guerra fredda” che rende possibile questa “rivoluzione” (usiamo il termine con riserva, beninteso). Soprattutto perché la rende possibile, accettabile agli occhi di un numero di bianchi sempre più consistente; compreso De Klerk. Era altresì indispensabile che il governo avesse di fronte un interlocutore d’alto livello, con impeccabili referenze sia di fronte all’opinione pubblica mondiale che alla comunità nera della RSA.
Liberandolo, De Klerk non si aspettava certo che Mandela rinunciasse di punto in bianco alla lotta armata, anche perché la decisione non poteva venir presa che dal NEC (National Executive Commitee, l’organo di governo dell’ANC).
Era però convinto che un tale passo sarebbe diventato quasi inevitabile nel corso dei colloqui.
Da parte sua era praticamente costretto, dopo la liberazione di Mandela, a togliere altre restrizioni dello stato di emergenza e a liberare altri prigionieri politici. Questo infatti era quanto si aspettava l’opinione pubblica.
Naturalmente De Klerk ha dimostrato di saper usare con maestria tutte le carte che aveva in mano; in particolar modo quella dei numerosissimi militanti neri detenuti. Sono diventati pregiata merce di scambio (ostaggi, senza eufemismi) da utilizzare in sede di negoziati.
I risultati fin qui ottenuti dovrebbero garantirgli l’indispensabile appoggio dell’elettorato bianco per tutto il tempo necessario alle trattative.
Comunque dal punto di vista del governo quella dei negoziati sembra sia ormai diventata una strada a senso unico, nonostante le recriminazioni in proposito di alcuni esponenti del PN che, come l’ex Presidente Botha, si sentono “svenduti”.
Le trattative tuttavia potrebbero rivelarsi più lunghe di quanto non sia auspicabile.
Soprattutto gli attuali membri del governo sembrano decisi a non aver fretta. Più ancora di De Klerk che potrebbe trovarsi ripetutamente nella necessità oggettiva di accelerare il processo in risposta alle mosse della controparte, o per non vedere i colloqui scavalcati da “fatti incresciosi”, come una generale ripresa delle manifestazioni spontanee (“incontrollate”) di massa.

Pensando all’Est e al 1994

Più che dalla trattativa in corso, dalla comprensione delle reali dinamiche che hanno sospinto il Sudafrica in questa strettoia, alcuni membri del governo sembrano condizionati (“affascinati”) da quanto sta avvenendo in Unione Sovietica. Evidentemente l’immaginario conserva sempre un bel peso specifico; anche nel cervello di un funzionario o di un burocrate.
Ripetono spesso di essere “decisi a mantenere il controllo della situazione, come Gorbaciov”. Si avventurano perfino in discutibili equazioni tra gli scontri etnici nel Nagorno Karabak e quelli che insanguinano il Natal.
Essendo improbabile assai che colgano la sostanziale differenza prima che il vulcano gli esploda sotto il sedere, c’è solo da augurarsi, per la salvezza stessa della tribù bianca, che accelerino in vista del ‘94. Entro quella data sono previste le prossime elezioni generali. Per allora il governo dovrà assolutamente aver trovato un accordo con altre forze politiche per una nuova Costituzione basata sul principio “un uomo, un voto”.
Nel frattempo la partita a scacchi potrà continuare.
Infatti, stabilito che i colloqui in corso sono la diretta conseguenza della sensazione sempre più diffusa tra i bianchi di doversi giocare la loro stessa sopravvivenza, è inevitabile che una volta iniziato a trattare cerchino di ottenere le condizioni più favorevoli. Anche perché l’esperienza acquisita in Namibia ha conferito loro un’incredibile capacità operativa in questo campo.
Inoltre il governo mantiene ancora il controllo delle forze di sicurezza, nonostante una certa tendenza alla demoralizzazione (con conseguenti defezioni, una media di 11 ufficiali al giorno) e qualche “sbandamento soggettivo” all’estrema destra.

Le forche della vergogna

In proposito, pur non nascondendosi l’eventualità che “alcuni settori della polizia si spostino ulteriormente a destra”, la maggior parte degli osservatori, anche legati alle posizioni governative, ritiene che “non vi sia altra possibilità realistica per i membri della polizia e dell’esercito che ‘andare a sinistra’, decisamente”. Anche per coloro che sono stati coinvolti nelle operazioni delle squadre della morte filogovernative si profila una via d’uscita attraverso l’amnistia totale. Questa ormai viene concepita in modo da equiparare guerriglieri e combattenti della libertà dell’Umkhonto We Sizwe a “vigilantes” e membri delle squadre della morte. La cosa non deve certo essere gradevole per Mandela e compagni, ma d’altra parte è quasi inevitabile.
De Klerk tiene ancora qualche “lama di coltello” dalla parte del manico. Si diceva prima dei prigionieri politici usati come merce di scambio; il discorso vale doppiamente per i circa trecento detenuti in attesa dell’esecuzione.
Anche se la stampa ha preferito non rilevarlo, tutta impegnata a raccontare la quasi contemporanea liberazione di qualche leader ottantenne, le “forche della vergogna” non hanno smesso di funzionare con l’elezione di De Klerk. Appena eletto, il nuovo presidente fece eseguire le sentenze di morte contro una mezza dozzina di neri e meticci; tra questi il militante dell’ANC Mangena Jeffrey Boesman (29 settembre 1989).
Lo spettro dei futuri possibili impiccati troneggia quindi sopra il tavolo delle trattative.
Le ultime, recentissime condanne a morte emesse nei confronti di alcuni attivisti antiapartheid dovrebbe indurre l’ANC a sottoscrivere un’amnistia onnicomprensiva che insieme ai suoi combattenti attualmente in prigione assolva anche tutti i torturatori, killer, mercenari coinvolti nella “guerra sporca”.
La trattativa si svolge a Groote Schuur, ma qualche pedina si sposta altrove.

Amnistia a me amnistia a te

In febbraio, al momento della liberazione di Mandela, il governo non nascondeva di averlo liberato anche con la speranza che Nelson potesse condurre la maggior parte dei neri sudafricani su posizioni meno bellicose (“moderate”).
Contemporaneamente, se ricordate, si era dato molto da fare per rimandare il più a lungo possibile il rientro dei leader militari dell’ANC (gente come Chris Hani e Ronnie Kasrils), lasciando intendere che avrebbero potuto venir trascinati in tribunale con serie imputazioni se fossero rientrati senza e prima di precise garanzie. Già allora c’era in ballo la questione dell’amnistia, subito rivelatasi come uno degli argomenti principali del negoziato.
Anche in questo caso una delle condizioni sine qua non poste dal Governo è appunto che l’amnistia per i rifugiati sia legata a una equivalente amnistia per i membri delle squadre della morte (“…amnesty for members death-squads…”).
Il solito Grillo Parlante mi suggerisce che comunque agli occhi dei diseredati delle Township resterebbe sempre in sospeso la questione delle centinaia di uccisioni perpetrate in questi anni dalle forze di sicurezza per reprimere manifestazioni, scioperi, comizi… Ma forse quelle rientravano nella normale attività lavorativa.
Inutile nasconderselo. C’è ben consistente la possibilità che la transizione alla democrazia si riduca (dal punto di vista di chi in questi anni si è battuto nelle strade contro il braccio armato dell’apartheid) a una transazione, a un patteggiamento. Perdendo di vista alcune delle ragioni profonde della Rivolta Nera.
D’altra parte rimane costante il rischio di una reciproca catastrofe, di un immenso bagno di sangue che travolga tutto e tutti. Oltremodo inutile perché privo di sbocchi reali.
Beyers Naudè (il reverendo è uno dei pochi bianchi presenti ai colloqui nella delegazione dell’ANC) ha dichiarato: “Dipenderà dalla rapidità ed efficacia dei negoziati se questo Paese precipiterà o meno in un Libano moltiplicato per mille” (e sono, testuali, le stesse parole usate da Zanotelli qualche anno fa in un’intervista con il sottoscritto).
Anche perché sembra proprio che al momento attuale l’ANC sia ben consapevole di non poter affrontare un processo insurrezionale; non con un margine legittimo di probabilità vittoriose. Tra l’altro non sarebbe più in grado di rifornirsi, di armarsi adeguatamente.
Si potrà obiettare che, in quanto prete, Naudè non deve essere particolarmente ferrato in materia di lotte più o meno armate, ma senz’altro conosce a fondo il suo Paese e intuisce l’orrore dell’abisso su cui è sospeso.

Ma il Sudafrica non è l’Algeria

C’erano anche altre ragioni ad alimentare l’opposizione del governo a un ritorno definito “precoce” dei combattenti dell’ANC (che comunque provvidero in parte a rientrare per conto loro, man mano che proseguivano le trattative). Non soltanto ragioni “tattiche” (proliferazione di focolai di guerriglia, di gruppi armati all’interno del Paese…) ma anche altre più prettamente politiche.
Era di grandissima importanza per gli strateghi governativi dimostrare ai partner commerciali (per cui la stabilità è fondamentale) di saper condurre e gestire l’operazione di trasferimento del potere mantenendo nel contempo inalterati i simboli della sovranità nazionale, delle istituzioni, dello Stato. Un “ritorno a casa” di massa senza condizioni e senza contropartita di tutti coloro che, dal punto di vista governativo, “avevano tentato con la forza di sovvertire lo Stato” (e si calcola siano almeno 20.000) avrebbe potuto “danneggiare l’autorità non solo del governo ma anche dello Stato”.
A parte qualche inevitabile considerazione sospesa tra moralismo e politica (evidentemente a nessuno viene in mente che l’immagine dello Stato sia stata fortemente “danneggiata” anche da anni e anni di crudele repressione), è incontestabile che questo non è un processo di decolonizzazione.
I boeri non potrebbero tornarsene da dove sono venuti i loro antenati neanche volendo, e questo naturalmente complica un po’ le cose.
È inevitabile, direi quasi naturale, che il governo attuale si voglia garantire il tempo e lo spazio politico per modificare (manipolare?) le istituzioni chiave dello Stato prima che esse cadano, come sembra ormai scontato, sotto il controllo nero.
Come ha dichiarato senza tante parafrasi un ufficiale della Sicurezza: “Il National Party non vuole che il futuro governo possa godere dello stesso potere di cui gode quello attuale”. Intendeva dire: una volta che i bianchi si sono rassegnati a essere minoranza, è ovvio che vogliano garantirsi spazi politici adeguati, magari in nome di quei “princìpi democratici” (vedi i richiami di De Klerk alle legislazioni belga e svizzera) tanto calpestati fino a oggi.

Namibia 1988: la prova generale

Come ho detto, a favore dell’ipotesi che comunque in sede di colloqui i bianchi cercheranno di andare per le lunghe c’è anche il precedente namibiano. Non solo per mettere a frutto l’immensa capacità temporeggiatrice acquisita in proposito.
Le teste d’uovo della RSA sostengono di aver scoperto che “quanto più il pubblico (sic!) vede da vicino, con i propri occhi la realtà dei movimenti di liberazione, tanto più si libera dalla mistica a riguardo”.
Non è (a mio avviso) di immediata comprensione se il Governo si preoccupi maggiormente di lasciare alla comunità bianca il tempo per rassicurarsi (verificando che in fondo l’ANC non mangia i bambini), o piuttosto non si auguri che “da vicino” l’immagine dell’organizzazione esca logorata, ridimensionata (anche di fronte all’opinione pubblica mondiale) perché inadeguata nel far fronte ai nuovi compiti (secondo loro, s’intende), dopo anni di esilio e clandestinità. Entrambe le cose, con ogni probabilità.
Contemporaneamente agiscono meccanismi diversi per cui il governo, già all’inizio dell’anno, si era trovato praticamente costretto a dare inizio almeno a dei “colloqui sui colloqui”, per non finire scavalcato dagli avvenimenti. È infatti evidente che le dinamiche che innescano periodicamente le rivolte e proteste dei neri non sono le stesse che muovono i negoziatori di Pretoria e che sottovalutarle troppo potrebbe costar caro.
Invece avviando almeno una facciata di colloqui preliminari si ottiene il duplice effetto di coagulare l’attenzione dell’opinione e di evitare che le grandi emozioni e speranze politiche generatesi nell’attesa si incanalino verso altre direzioni, meno prevedibili e controllabili.
In sostanza, tralasciando per ora i gravi problemi economici (De Klerk deve anche fare i conti con l’inflazione), l’attuale governo si muove sottoposto a due diverse pressioni.
Da un lato la necessità di negoziare per il periodo più lungo possibile; dall’altra quella di non esagerare, anche per non scoprire il fianco alle accuse di malafede.
Se un’accusa del genere si dovesse appiccicare a De Klerk, egli perderebbe automaticamente buona parte di quella rispettabilità che sembra aver faticosamente recuperato presso i governi occidentali. Anche se questi naturalmente non aspettavano altro: un socio in affari che sappia rendersi più “presentabile”, e tutti son ben disposti a metterci una bella pietra (tombale) sopra. Sopra le migliaia di neri morti ammazzati deportati, sfruttati, eccetera.
Ma non divaghiamo…
Dal punto di vista dell’accelerazione da imprimere ai colloqui, la rinuncia alla lotta armata da parte dell’ANC non è stata un cedimento (come hanno subito pensato alcuni “estremisti”). Piuttosto una mossa che ha rotto gli indugi e fatto procedere più speditamente la trattativa. Che ha messo De Klerk nella condizione di doversi impegnare seriamente (e di poterlo fare) in merito alla liberazione dei prigionieri politici, al comportamento della polizia e allo stato di emergenza. Impedendogli di tergiversare più di tanto. Altrimenti il buon Mandela avrebbe potuto appunto sollevare la questione della malafede del Governo.
Ed è tale la statura morale e politica del leader nero di fronte all’opinione pubblica mondiale, che un’accusa di tal genere da lui formulata non resterebbe senza conseguenze. Per il governo sudafricano ci sarebbero serie ripercussioni, soprattutto in materia di mantenimento e inasprimento delle sanzioni.

Hamba Kahle Mandela

Giustamente si dice che quest’uomo, oltre che molto amato, è molto credibile. Dopo quasi trent’anni di carcere è riuscito a ristabilire in pieno il suo ruolo di autentico precursore (il suo carisma, se vogliamo). Ha anche dimostrato di avere una istintiva comprensione per i sentimenti diffusi tra gli abitanti delle Township di età superiore ai trent’anni quando ha detto e ripetuto ai bambini e ai giovani di “tornare a scuola”; perché solo una gioventù istruita potrà affrontare le fasi cruciali, i compiti immensi che attendono i neri del Sudafrica.
“Tornare a scuola per essere veramente in grado di rappresentare la propria comunità, perché si formino militanti capaci e rispettosi dei Diritti Umani di tutti”. Con l’esplicito sottinteso che non sempre, nel furore della lotta, sono emersi gli uomini migliori tra le fila dei movimenti di liberazione. Ha saputo ugualmente interpretare il disagio diffuso tra i neri denunciando e condannando l’alto livello di criminalità dilagante nei ghetti.
È un fatto generalmente riconosciuto che oggi come oggi una buona parte dei neri sudafricani dice apertamente di preferire questo tipo di linguaggio piuttosto di quello cui li aveva abituati la moglie di Mandela, Winnie. Magari quando faceva l’apologia dei “collari di fuoco” e altre novità.

Meglio non aspettare Stalin

Mi rendo conto benissimo che questa osservazione potrà apparire fuori luogo, “provocatoria” a un certo conformismo di sinistra. C’è infatti di mezzo un processo (peraltro abilmente usato dal governo nella trattativa non esplicita) per l’assassinio del giovanissimo militante Stompie Moketsi Seipei, torturato e ucciso dai “pretoriani” di Winnie (e non si può escludere la sua diretta responsabilità). Voglio dirlo anche se in ambienti “antiapartheid” nostrani si tende a minimizzare, a giustificare il comportamento della signora Mandela.
Ben diverso invece era stato il commento dell’ultimo (per ora) direttore defenestrato da “Nigrizia”.
“È tutto vero purtroppo, tutto vero…”, mi aveva detto padre Buscaini (degno successore del noto Alex Zanatelli) davanti a una foto che ritraeva Winnie con Boesak. E non si riferiva certo alle scappatelle del reverendo meticcio.
Comunque erano stati proprio alcuni esponenti dell’MDM (Movimento Democratico di Massa) dell’ANC i primi e i più decisi nel condannare il comportamento di Winnie Mandela e delle sue guardie del corpo. E a farlo pubblicamente.
Non si tratta di voler qui screditare la lotta di liberazione dei neri di Azania: piuttosto, di ribadire sempre e comunque il rispetto di elementari diritti umani.
“È questione di stile”, scriveva Berneri, riferendosi all’operato degli stalinisti, poco prima di venir sequestrato dalla “ghepeù” in quel di Barcellona (maggio ‘37). “Questo non può mai essere lo stile di chi lotta per gli oppressi contro gli oppressori”.
Aggiungo e concludo. Sia chiaro che questo non è un pistolotto su “violenza-nonviolenza ecc.”. Caso mai sul Potere che come un’idra si riproduce tra chi lo combatte. Anche perché c’è il solito povero cristo, un certo Jerry Richardson, che rischia di fare da capro espiatorio e pagare per tutti: sulla forca.
Da questo punto di vista – garantire comunque la democrazia e il rispetto dei diritti umani nell’organizzazione – le credenziali di Nelson Mandela invece sono impeccabili.
Proprio come lo sono quelle di autentico rivoluzionario. Per una volta tanto le due cose convivono. Non è detto naturalmente che tutti gradiscano la sua “ingombrante” presenza, in Sudafrica e dintorni.
Sono molti infatti quelli che (bianchi o neri; in buona o malafede) lo vedrebbero volentieri in “pensione”, meno attivo e agguerrito; che lo consigliano di coltivare la sua immagine di “Padre della Patria”, assiso al di sopra del gioco politico. Limitandosi magari a dare il suo assenso a una politica di graduali riforme (e tenendo contemporaneamente a bada con il suo prestigio l’“esuberanza” dei militanti più giovani).
C’è anche chi si spinge oltre. Suggeriva un membro dell’entourage di De Klerk (evidentemente meno propenso del suo “capo” ad assistere a rapide trasformazioni) che in fondo Mandela “potrebbe anche desiderare di ritirarsi nella sua patria ancestrale [il Transkey] lontano dal continuo viavai di Soweto [dov’è la casa della moglie], mantenendo intatto il suo carisma”.
Continuava sostenendo che comunque Mandela “potrebbe rimanere in contatto con il resto del Sudafrica attraverso telefono, fax e qualche udienza personale” (sic!).
Il tutto si potrebbe svolgere sotto la discreta protezione della TDF (Forze di Difesa del Transkey) e del generale Bantu Holomisa, già apparso in varie occasioni come scorta e accompagnatore di Zinzi Mandela (figlia di Nelson).
Non vanno certo sottovalutate le condizioni di salute dell’anziano leader, precarie per la tubercolosi contratta in carcere. Anche recentemente un banale raffreddore ha rischiato di degenerare in broncopolmonite. Mandela d’altra parte non si risparmia, come han potuto vedere tutti coloro che hanno avuto modo di frequentarlo. Proprio a Roma una conferenza stampa, annullata all’ultimo momento per sopravvenute difficoltà respiratorie, si svolse poi regolarmente. Ma tutti i presenti poterono rendersi ben conto dello sforzo supplementare che Mandela richiedeva al suo fisico così duramente provato.
Comunque, dietro le proposte di “prepensionamento”, il tentativo di trasformarlo in una specie di “Papa Nero”, più che sincera preoccupazione per il suo stato di salute è inevitabile intravedere la ricerca di un modo indolore per toglierlo di mezzo.
Nonostante liberandolo il Governo sudafricano ne abbia ricavato un ritorno di immagine non indifferente, Mandela per qualcuno deve essere ancora scomodo. Sia per la cattiva coscienza di tanti boeri sia come referente in carne e ossa per le aspettative accumulate in anni di lotte e sofferenze dai suoi fratelli delle Township.

Groote Schuur non è Lancaster House

Tornando alla questione delle trattative, va sottolineato come vari portavoce governativi si siano sgolati per dichiarare ripetutamente che “lo stile degli attuali colloqui non sarà quello di Lancaster House”. (Lancaster House: sede dell’ufficio coloniale britannico dove sono stati firmati gli accordi di indipendenza per l’Africa.) Considerano piuttosto “un processo di riforme in continuo movimento che si evolve nel corso dei negoziati stessi, così da facilitare la transazione costituzionale”.
Nuove leggi potrebbero venir introdotte e diventare operative nel momento in cui ci fosse un accordo; senza determinare automaticamente modifiche onnicomprensive dell’attuale assetto istituzionale.
E intanto le trattative potrebbero continuare. Tutte le sue mosse in sede di negoziati, manda a dire De Klerk, saranno improntate al principio della gradualità. Ma anche, rassicura, della continuità. Mentre l’ANC già ai primi di maggio richiedeva la convocazione di elezioni per un’assemblea costituente, sembra poi essersi imposta la tattica di De Klerk; non una nuova legge che modifichi tutto da un giorno all’altro ma tante graduali modifiche mentre si procede verso un nuovo, ordinamento legislativo.
Tra i colleghi di governo i più vicini alle posizioni di De Klerk sono il ministro per lo Sviluppo Costituzionale Gerrit Viljoen e il ministro di Giustizia Kobie Coetsee.
“Consiglieri segreti” del presidente, alcuni intellettuali d’alto livello legati all’Afrikaner-Broederbond; tra loro anche il fratello del presidente, Wimpie de Klerk e il presidente dell’AB, Pieter de Lange. (L’ Afrikaner-Broederbond, AB, è una confraternita “segreta” che dal 1918 garantisce il potere assoluto dei bianchi. Ora sembra aver cambiato politica e aver puntato tutto sulla sopravvivenza degli stessi. Come è noto De Klerk è allineato e si ispira a un regime basato sulla “democrazia per gruppi”, analogo a quello svizzero e belga.)

Dietro l’Indaba

Chi dovrà egualmente presenziare ai colloqui, all’Indaba, per molti mesi è ovviamente Nelson Mandela.
Forse per questo motivo ha preferito che per un certo tempo l’ANC venisse rappresentata dal “giovane” Thabo Mbeki (di cui è stata anche lanciata la candidatura a presidente dell’ANC, insieme a quella di Mandela e di Alfred Nzo).
Nel corso dei colloqui non sono mancati i “rimaneggiamenti” all’interno dell’ANC.
Anzi c’era chi sosteneva che la sospensione delle trattative in aprile, per protestare contro la strage perpetrata polizia a Sebokeng (località “storica” per i duri scontri dell’agosto ’85), fu in realtà un mezzo pretesto.
L’ANC colse l’occasione per modificare nel frattempo la composizione della delegazione, includendovi alcuni esponenti di rilievo che fino a quel momento si erano espressi molto negativamente sui colloqui; ma che, una volta avviati, non avevano voluto restarne esclusi.
Tra gli altri si sono finora avvicendati Chris Hani (dell’ala militare dell’ANC); Steve Tshwete dell’MDM; Thabo Mbeki; Jacob Zuma; Joe Modise (altro comandante militare, “concorrente” di Hani); Mandela; Walter Sisulu; Alfred Nzo (segretario generale dell’ANC); Joe Slovo (del South African Communist Party); Ahmed Kathrada (un m-l ortodosso; reduce dal “Processo di Rivonia” e dall’isola-penitenziario di Robben); il noto rev. Beyers Naude, amico personale di Mbeki…
Ci si aspettava che anche i membri dell’Inkatha fossero più lesti nell’approfittare dell’occasione per far pesare il peso indiscutibile del loro partito.
Per quanto il partito zulu sia strutturato su base regionale e non nazionale, il suo leader Mangosuthu Buthelezi (frequentatore del meeting di Rimini) resta un attore chiave del dramma sudafricano.
Indispensabile per una conclusione a “lieto fine”.
Un lungo discorso a parte meriterebbero i periodici (meglio: ricorrenti) scontri “tribali” tra Inkatha e Anc (nell’85 tra Inkatha e UDF; poi tra Inkatha e MDM…). In essi è ben riconoscibile la longa manus di quei settori dei servizi della polizia ostili a De Klerk e alla sua politica di riforma. Tra l’altro capitano sempre “a proposito”, quando sono in ballo svolte radicali. 1)
Non dimentichiamo infine che Buthelezi è abitualmente soprannominato “Quisling”. Naturalmente il confronto e l’auspicabile accordo fra queste tre forze politiche (in qualche modo qualificate come “moderate”) non possono escludere dalla scena altre un po’ sbrigativamente denominate “estremiste”
Sotto tale qualifica infatti si tende ad ammucchiare, appiattendo schieramenti quanto mai antitetici, sia il Partito Conservatore che gli Africanisti.
Tra questi ultimi in particolare spicca il PAC (Pan African Congress) che appare propenso ad attaccare l’ANC da sinistra, con l’accusa di stare svendendo ai bianchi le lotte e i sacrifici di decenni. La sua per quanto giustificata riluttanza a prendere parte ai colloqui (evidentemente i massacri di questi ultimi anni non hanno contribuito a rimarginare la vecchia ferita di Sharpeville, ma potrebbero venir messi da parte per non correre il rischio di dover assistere all’organizzazione del futuro del Paese senza aver voce in capitolo). 2)

Un movimento di massa

D’altra parte non è una prerogativa esclusiva del PAC quella di boicottare sistematicamente le iniziative governative.
Il medesimo “stile di lavoro” è stato coerentemente adottato da tutta la sinistra, sia l’MDM sia gli altri gruppi africanisti.
Magari a denti stretti, ma quasi tutti gli osservatori concordano sul fatto che la sinistra è ancora ben provvista di frecce per il suo arco; almeno in Sudafrica. In particolare l’MDM (i cui esponenti hanno ora la possibilità di entrare liberamente nell’ANC) sembra intenzionato a fare buon uso della nuova libertà d’azione e rilanciare periodiche campagne di protesta popolare sulla casa (bollette, affitti), sulla scuola, sugli ospedali…
Sono tutte cause su cui può mobilitarsi soltanto chi, come appunto l’MDM, gode di un reale appoggio popolare e, naturalmente, le iniziative di massa avranno precisi riscontri anche in sede di negoziati. Senza però dimenticare che il tempo stringe; che la rabbia popolare potrebbe nel frattempo rompere gli argini e gli indugi; passare a presentare il conto… Probabilmente sarebbe il massacro; un bagno di sangue inutile e reciproco.
Questo oggi è il timore sia di famosi militanti antiapartheid come Mandela e Beyers Naudè, che di tanti altri anonimi e oscuri. Ognuno di loro, dovunque si trovi a lottare (attorno al tavolo delle trattative o nelle strade a organizzare picchetti, manifestazioni, scioperi, assemblee, autodifesa) sente al suo fianco una costante, “anonima e terribile” presenza. Quella di quanti in questi anni sono caduti; in particolare dei torturati, impiccati, “giustiziati” e scomparsi. Tra cui anche tanti bambini.
Di qualcuno le cronache, se non la Storia, ci ha lasciato almeno il nome, come un pegno: Agnes Mboganie, Eltzabeth Khumalo, Zimasile Mapeta, Victoria Mxenge, Calata, Andries Radtsela, Goniwe, Sonny Boy Mokoena, Champion Galela, Samson Maseako, Sipho Hashe, Qaqaawuli Godolozi, Benjamin Moloise, Bhekie Mvulane… (tutti uccisi nell’85).
Come potrebbero averli dimenticati? Quella libertà per cui tanti, troppi sono morti è ora riposta nelle loro mani.

I nipotini di Hitler in Africa australe

Anche se attualmente non sembra avere molto peso politico, l’estrema destra bianca potrebbe comunque diventare pericolosa. Soprattutto qualora cominciasse a fare un uso sistematico e non occasionale di attentati terroristici e omicidi settari (finora erano monopolio delle squadre della morte, più o meno organiche all’apparato repressivo statale).
Tra le possibili vittime potrebbero esserci perfino De Klerk e altri esponenti del governo. Recentemente i “Wit Wolve” hanno annunciato pubblicamente di aver decretato la condanna a morte sia per Mandela sia per De Klerk.
A parte questi bellicosi “Lupi Bianchi” siamo comunque di fronte a un autentico proliferare di gruppi di estrema destra. Sarebbe sbagliato sottovalutarli e limitarsi a definirli “bizzarri” o folcloristici.
Tra gli altri si sono fatti notare per la virulenza del linguaggio e la dichiarata ostinazione razzista: la Blanke Veiligheid; la Gemente Van Die Verbondsvolk (Congregazione dei Popoli del Covenant) guidata da Maine Maritz, figlio di un famoso generale della guerra boera; il Vereeniging Van Oranjewerkers di Hendrik Verowoerd jr. Quello che attualmente sta godendo di un notevole rilancio è l’Afrikaner Weerstandsbeweging (Movimento di Resistenza Afrikaner) del fascista dichiarato Eugene Terré Blanche.
L’AWB e l’estrema destra in genere godono ancora di un certo prestigio tra i “falchi” della polizia e dell’esercito; naturalmente godono anche di un certo appoggio e di protezioni.
Tutti, almeno a parole, si dichiarano disposti a innescare la Boere-Vryheidsoorlog, la lotta di liberazione boera, se il governo continuasse a mostrarsi troppo “arrendevole” (a loro avviso, naturalmente) di fronte alle richieste dell’ANC.

 
N O T E

1) Questi scontri capitano sempre “a proposito”, quando sono in ballo svolte più o meno radicali.
Male che vada poi, servono sempre allo Stato in quanto tale per ricandidarsi come mediatore, sancire il suo ruolo di imparziale “amministratore” degli interessi di tutti i cittadini, al di là delle differenze ideologiche o razziali. Per non parlare naturalmente dei conflitti di classe.
In ogni caso l’ANC non può esimersi dal confrontarsi, dal rapportarsi politicamente con l’Inkatha. Anche se la pretesa di Buthelezi di rappresentare sette milioni di zulu rischia, con il passare del tempo e l’incancrenirsi della violenza settaria nel Natal, di apparire sempre meno credibile.
Andrebbe almeno ridimensionata.
Ormai è evidente che il prestigio dell’ANC e dell’MDM sono tali da avere una notevole forza di attrazione anche nei confronti degli stessi zulu. Soprattutto di coloro che mal sopportano l’egemonia dei “signori della guerra” dell’Inkatha.
Infatti nella lotta tra le due organizzazioni si vanno mettendo in luce (e acquistando potere) quei membri dell’Inkatha che primeggiano nell’organizzare e nell’usare la violenza.
La speranza, coltivata per anni da Buthelezi & C., di rappresentare una alternativa all’ANC, di essere in grado di proporre altre soluzioni politiche, è completamente sfumata.
Il maggiore ostacolo per l’Inkatha nell’acquistare prestigio e credibilità, si sta rivelando proprio la personalità dei suoi maggiori leaders.
Molti sostenitori sono letteralmente allibiti dalla crescente arroganza di Buthelezi; soprattutto se la confrontano con lo stile, così umano e civile, di Mandela. Per alcuni di loro è ormai giunto il momento di ricredersi e infatti cominciano a rinfacciare (anche pubblicamente) a Buthelezi la sua ipocrisia nell’essersi presentato come “apostolo” della nonviolenza di fronte all’opinione pubblica internazionale (come al Meeting di Rimini di un paio di anni fa).
Dicono in sostanza che “predicava la nonviolenza contro la violenza di Stato dell’apartheid ma non ha avuto scrupoli nello scatenare i suoi guerrieri contro i militanti antirazzisti”.
A questo punto non è fuori luogo (e nemmeno di “cattivo gusto”) ricordare che il leader di Inkatha, Buthelezi, per anni è stato soprannominato “Quisling”.

2) Certamente il PAC (Pan African Congress) è condizionato nelle sue scelte anche dal fatto che continua lo stillicidio di omicidi e misteriosi incidenti ai danni dei suoi esponenti e di altri militanti radicali.
Nel maggio di quest’anno il segretario generale del PAC Benny Alexander era stato ricoverato in ospedale per le gravi ferite riportate in un oscuro incidente stradale; nella stessa circostanza era rimasto gravemente ferito anche Cassim Christian, leader del gruppo musulmano radicale Qibla. L’incidente, le cui dinamiche non sono ancora state spiegate, segue di poco quello analogo in cui ha perso la vita Jafta Masemola e l’assassinio di Sam Chand nel Botswana (entrambi noti esponenti del PAC).
E non finisce qui. Pochi giorni dopo la morte di Chand, la medesima sorte è toccata al fratello Ishmael, morto in un altro inspiegabile incidente, proprio mentre si recava al funerale del fratello.
I portavoce ufficiali del PAC in Sudafrica hanno dichiarato in una conferenza stampa di non aver per ora prove concrete tali da poter sostenere che l’incidente di Masemola non sia stato accidentale. Tuttavia, ha precisato Barney Desai, responsabile del PAC a Città del Capo, l’organizzazione si è profondamente rammaricata per il ritardo con cui il loro compagno è stato soccorso e ricoverato in ospedale, quando ormai non c’erano più speranze di salvarlo. Inoltre ha dichiarato che il PAC respinge decisamente le insinuazioni di alcuni organi di stampa secondo cui ci sarebbero lotte intestine con relativi regolamenti di conti tra diverse fazioni del movimento.
L’organizzazione comunque è per ora cauta nell’accusare esplicitamente qualcuno per la morte dei suoi militanti. Per farlo, ha continuato il portavoce, aspetta di aver svolto indagini dettagliate. Da parte sua Gora Ibrahim, presidente del PAC in esilio, ha duramente condannato l’assassinio di Sam Chand definendolo un gesto infame.
Circola anche la notizia che i responsabili di queste esecuzioni selettive potrebbero essere i soliti “vigilantes” o comunque gruppi di neri definiti “rinnegati”, spesso ex-agenti di polizia, finanziati dai gruppi di estrema destra.
Gli omicidi politici sarebbero commissionati con il duplice scopo di eliminare fisicamente i militanti del PAC (per distruggere l’organizzazione) e di provocare scoppi di violenza settaria incontrollati. Così da screditare il movimento antiapartheid, provocare l’intervento repressivo dello Stato, ristabilire su larga scala lo stato d’emergenza, dividere la comunità nera, ecc. Esempi del genere in passato non sono mancati, soprattutto durante il 1985.
Sotto certi aspetti si può dire che non c’è niente che non sia già stato sperimentato, durante quell’anno cruciale, a livello di “laboratorio sociale” e di controinsurrezione. Attualmente le operazioni dei servizi appaiono molto più raffinate e sofisticate ma non molto diverse nella sostanza.
È noto che sul finire dell’85 gruppi di neri con vistose magliette dell’UDF assalirono ripetutamente le abitazioni di alcuni esponenti dell’AZAPO (Azanian People Organization). In quel frangente soltanto il pronto intervento di Desmod Tutu bloccò sul nascere la ritorsione degli Africanisti e permise di prendere tempo, avviando accurate indagini congiunte. Ben presto si scoprì che gli assalitori abbigliati con magliette e distintivi dell’United Democratic Front erano in realtà poliziotti travestiti. Si trattava insomma di una grossolana provocazione allo scopo di innescare scontri settari tra i diversi settori antiapartheid.
Va infine ricordato, per quanto riguarda il PAC, che questa organizzazione negli ultimi anni ha subìto molte provocazioni e anche tentativi di infiltrazione da parte dei servizi.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *