Torna La festa del pianto, il “capolavoro scomparso” del contro meridionalismo

Print Friendly, PDF & Email

A 30 anni dalla pubblicazione – accolta da un silenzio scrosciante della stampa – riproponiamo il libro del grande storico siciliano Virgilio Titone sul contro meridionalismo; finora, l’unico studio capace di analizzare l’essenza etnica dei popoli italici e predire, con decenni di anticipo, la distruzione di quelli padani.

Nel 1983 usciva un libro unico nel suo genere, La festa del pianto – storia dei rapporti fra la Sicilia e le culture del Nord, del compianto professor Virgilio Titone, docente di Storia moderna all’Università di Palermo. Se questo capolavoro di analisi e di onestà intellettuale non fosse stato vergognosamente (ma comprensibilmente) ignorato dalla stampa ufficiale, se fosse stato oggetto di studio, anche di critica e di opposizione, se insomma avesse ottenuto appena un decimo dell’attenzione riservata alla serqua di opere che si pubblicano sull’argomento, forse ci saremmo risparmiati i pamphlet che continuano anno dopo anno a spiegare la “questione meridionale” nei modi più fantasiosi e in cui la colpa dei mali del Sud è sempre di Qualcun Altro. Trent’anni prima di Pino Aprile, uno storico di vaglia, e per di più siciliano, aveva il coraggio di attribuire ai suoi connazionali (estendendo il termine a tutte le popolazioni delle Due Sicilie) la responsabilità delle proprie sorti, spronandoli a prendere atto dei propri errori. Ma a differenziarlo dagli altri scrittori “piangenti” e dai meridionalisti, non c’è soltanto l’attribuzione dei problemi antropologici del Sud a epoche ben precedenti all’invasione piemontese, ma anche e soprattutto l’approfondimento del rapporto con le popolazioni padane (e pure quelle “civilissime”, come le definisce, dell’Italia centrale). Così, mentre ancora nel 2014 si assiste a continue riedizioni dei lamenti gramsciani (“La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento”, scriveva il pensatore sardo), già nel 1983 – e dopo averlo ripetuto per almeno vent’anni in precedenza – Titone ha il coraggio di mettere per iscritto ciò che doveva apparire evidente a chiunque mettesse piede a nord dell’Appennino: la terra dei colonizzatori era totalmente in mano ad apparati delle “colonie”, dalla magistratura alla politica, dalle forze dell’ordine all’esercito, alla burocrazia, all’insegnamento; per di più con una casta giornalistica completamente subordinata all’imperativo dell’epoca: favorire l’immigrazione e aggredire qualsiasi opinione contraria con l’accusa di razzismo (già allora…). Titone, il quale a differenza dei suoi colleghi non si lamenta del proprio destino infischiandosi di quello altrui, è seriamente, potremmo dire disperatamente preoccupato per una civiltà come quella padana che ama e rispetta. E rileggendolo, ci permette di capire perché al di sopra della linea gotica siamo arrivati a questo punto di disagio e sofferenza. Perché la nostra economia sia allo sbando, perché il nostro tessuto sociale stia svanendo e perché siamo ormai al punto di dovercene andare altrove a fare impresa. La sanguinosa sparatoria di Gallarate, in cui è stato fatto evadere il boss calabrese Cutrì (di Cuggiono!), è avvenuta trent’anni dopo il drammatico incipit della Festa del pianto: “Un altro ragazzo è stato assassinato dai calabresi. Aveva sedici anni. I giornali ne hanno pubblicato la fotografia: nel volto mite e buono gli occhi sembravano velati da una tristezza lontana, quasi presaga dell’ombra che gli si avvicinava. La mattina in cui fu rapito, stava andando a scuola. I compagni non sapevano che ne avrebbero portato la bara per tutta la lunga strada che va dalla chiesa al cimitero. Ai funerali era venuta a Meda tutta la gente della Brianza”. Poiché, come vedremo, questo è un Paese refrattario alla memoria storica e poiché i giovani dispongono soltanto di uno strumento culturale, internet, che ha spazzato via molte fonti di conoscenza anteriori agli anni ’90, La festa del pianto è uno dei pochi strumenti “insospettabili” – cioè non concepiti da indipendentisti e padanisti – che spiega i retroscena del crollo umano ed economico del “Nord” e, di conseguenza, dell’entità statisticamente composita che chiamiamo Italia.

Retroscena

La Festa del pianto è stata pubblicata nel 1983 da Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta. Dobbiamo alla grande gentilezza di Giuseppe Sciascia, continuatore della prestigiosa attività editoriale del padre, l’opportunità di far conoscere ampi stralci di questo libro. Poco dopo la sua uscita, prendemmo contatto con il professor Titone il quale — oltre a spedirci il volume per una recensione, puntualmente pubblicata su “Etnie” —  ci permise di approfondire alcuni aspetti del suo pensiero nel corso di varie conversazioni telefoniche. I pochi commenti personali, che ho introdotto sia per riempire gli inevitabili tagli (il libro è molto lungo), sia per sottolineare il valore di un’analisi “antica alla luce degli avvenimenti “moderni”, prendono spunto anche da questi approfondimenti. Per esempio, il pianto nel titolo si riferisce indubbiamente all’atteggiamento lagnoso di tanta pubblicistica meridionalista, ma anche al dolore e al lutto per le vittime della delinquenza. Su tre cose non mi sono mai trovato daccordo, e proprio perché considero questopera una “Bibbia” e mi auguro che apra gli occhi a tanti giovani, mi permetto di sottolinearle: 1) La pena di morte, che per Titone spezzerebbe le reni alle mafie, non solo non serve a niente ma con la giustizia che ci ritroviamo sarebbe un pericolo tremendo per tutti noi. 2) L’inclusione della Sardegna nelle realtà regionali caratterizzate da alti tassi di delinquenza organizzata è assurda, anche volendo tener conto del periodo in cui scrive l’autore, all’interno del trentennio circa di attività dell’Anonima Sequestri: un fenomeno tra l’altro completamente estinto, a riprova del fatto che questa attività non sgorgava da una pulsione “mafiosa”, cioè etnicamente connotata (e per Titone la mafia è un’espressione etnica). 3) Con una certa politicizzazione del problema, Titone traccia un parallelo tra “cialtronismo” meridionale e “cialtronismo” comunista, frutto della stessa mentalità che difende i furbi, i parassiti, gli scansafatiche, eccetera; ma dimentica quel crogiuolo un po’ da fiamma tricolore di patriottardi, fanatici della Magna Grecia, ufficiali dell’esercito e vessilliferi della civiltà mediterranea — propugnatori della grandeur meridionale e contemporaneamente (!) dell’unità d’Italia — che, fino a prova contraria, di sinistra proprio non sono.     

Stessa musica da mezzo secolo

Per i nativi internautici e la sterminata categoria dei brevimemori sarà fonte di stupore scoprire che situazioni reali, rapporti di potere, retroscena e slogan politici sopravvivono immutati da decenni. Leggendo le cronache di Titone, si prenderà atto che già all’inizio degli ’80 qualcuno descriveva la magistratura italiana come una setta asservita a interessi politici. In un convegno, il presidente della Commissione Giustizia della Camera definisce alcuni magistrati “protagonisti, faziosi, strumentalizzati, esibizionisti, che stravolgono il ruolo tradizionale del giudice, che dispongono di enormi poteri discrezionali”; e che sembrano avere una speciale predilezione per i peggiori delinquenti, tanto da perdonarli e renderli liberi appena possibile. Come dire che sono almeno trent’anni – ma in realtà molti di più – che la popolazione trangugia ingiustizie e attentati alla propria incolumità. Da un punto di vista della conoscenza, può davvero essere utile per i più giovani apprendere come le polemiche contro la magistratura siano di molto antecedenti al 1992, e quindi non un fenomeno berlusconiano. E suscita un misto di irritazione e pena leggere: “La recrudescenza dei delitti mafiosi, la più estesa infiltrazione della mafia negli organi del potere politico, burocratico, giudiziario, la diffusione della droga hanno determinato dalla seconda metà del 1982 una spettacolosa campagna antimafia, fatta di prediche, cortei, particolarmente di ragazzetti delle scuole medie, compiti in classe e naturalmente insopportabili tavole rotonde di intellettuali”. Trentadue (32) anni fa…

L’economia

Lo studio di Titone affronta e analizza una dinamica ben chiara, nelle linee generali, a chi si occupa di etnismo. La ricchezza di una comunità è in percentuale elevatissima il risultato della sua indole e della sua cultura. In diversi stati plurietnici di ieri e di oggi, come Italia, Iugoslavia, Cecoslovacchia, Spagna, ci sono alcuni popoli che trainano l’economia e altri, meno abili ma più furbi, che ne godono i benefici. I governi centrali devono sfruttare la gallina dalle uova d’oro evitando di ucciderla, un’operazione piuttosto difficile perché il pennuto va lasciato libero di deporre ma, nel contempo, va tenuto ben stretto affinché non abbandoni il pollaio (come hanno fatto Slovenia e Cechia, e si appresta a fare la Catalogna). E la Padania? Grazie alle operazioni di distruzione etnica da parte di Roma, cominciate sotto il fascismo e proseguite nel dopoguerra con le migrazioni pilotate, nei primi anni ’80 il professor Titone può affermare che il tessuto sociale e antropologico del “Nord” è ormai allo sfascio: “L’ho scritto con la tristezza di una battaglia perduta. Da quasi quarant’anni vado inutilmente ripetendo quello che ora si comincia qualche volta a comprendere dopo il delittuoso sperpero di tanta ricchezza, la degradazione civile di buona parte della pianura padana, le tante vittime del crimine importato dal Sud”. Titone è, giustamente, molto preoccupato dal fenomeno della criminalità. E tuttavia, pur non mancando di sottolineare lo stretto rapporto tra le mafie e la mentalità delle zone d’origine, è alle prime che dà risalto (è il periodo tragico delle colonie mafiose che crescono attorno ai boss confinati al nord), dimenticando che l’opera di italianizzazione, anzi di italicizzazione, è più complessa ed estesa. Si può essere minacciati da focolai di delinquenza organizzata o migrazioni di massa, ma finché si mantiene la propria mentalità si riesce a controllare l’economia e l’efficienza delle strutture (come in fondo accade in America e non solo); ma se l’operazione è orchestrata con la suicida efficienza dello Stato italiano, che da quasi un secolo non aspetta altro che farsi arrosto il pennuto padano, ecco che il tessuto umano cambia e con esso l’indole e le capacità lavorative, creative ed economiche. In sostanza, se l’economia del Paese chiamato Italia dipende unicamente dalla Padania e dal Veneto (non c’è mai stato un “boom italiano” ma soltanto una fisiologica ripresa economica dei popoli padano-veneti dopo la guerra) e se la Padania e il Veneto sono ormai in mano “altrui”, è perfettamente inutile scomodare studiosi di economia e di finanza, perché la conclusione è una sola: non ci sarà un secondo boom padano, l’Italia non si risolleverà mai più, la crisi non finirà, e tutto sfocerà in un caos sociale oppure in una ristrutturazione territoriale di questo Stato.

Civiltà classica e poveri barbari

Il libro di Titone è un saggio di contro meridionalismo. Non è però contro i meridionali ma a loro favore. Nel senso che, per il loro stesso bene, i suoi connazionali dovrebbero semplicemente prendere atto di alcuni loro difetti e porvi rimedio. Ma, al contrario, da decenni – negli anni ’80 come adesso – si procede, anche con la complicità di una pubblicistica non necessariamente del sud, nella litania della terra oppressa da alcune situazioni calate dal cielo per opera dello Spirito Santo, come la mafia, la camorra, la povertà, la classe politica corrotta, lo sfruttamento da nord (mentre calano le quotazioni del clima ingrato e della dominazione spagnola).
Al pianto per le colpe altrui, osserva lo studioso, il meridionalista medio aggiunge una serie di strabilianti vanaglorie legate alla supposta appartenenza culturale alla Magna Grecia e a un’indole filosofica che rende queste popolazioni un’elite europea. “Queste gratuite vanterie si ripetono ancora. Per molti dei nostri emigrati i nordici non sarebbero che dei semplicioni, privi di ogni intelligenza”. E la mente corre inevitabilmente all’attuale versione internautica della teoria, laddove migliaia di commentatori scrivono nei forum che leghisti e padani sono bestie e ignoranti… Si potrebbe essere d’accordo per i leghisti, intesi come espressione di un partito politico, ma la verità è che questi apprezzamenti sono di tipo etnico (qualcuno li definirebbe “razzisti”) e sono rivolti alle popolazioni del nord. A chi legge, quale esemplare concentrato di sicula arroganza e snobismo progressista ammantati di cultura classica, verrà in mente qualche noto cantautore, tanto più buffo quanto più falsa è la piattaforma culturale su cui poggia tanta boria…
È addirittura un meridionalista vittimistico come Francesco Saverio Nitti a irridere queste figure di intellettuali e i loro scritti: “Il Mezzogiorno, che non ha avuto né una grande arte né una grande letteratura, veniva in quelle pubblicazioni enfatiche mostrato come il centro della storia d’Europa. Da Archimede, che fu un greco di Siracusa, a Pitagora, che fu un greco della Magna Grecia, tutto era pretesto di glorie passate”.

Il professor Virgilio Titone è morto il 27 febbraio 1989.

 LaFestadelPianto

  Un altro ragazzo è stato assassinato dai calabresi. Aveva sedici anni. I giornali ne hanno pubblicato la fotografia: nel volto mite e buono gli occhi sembravano velati da una tristezza lontana, quasi presaga dell’ombra che gli si avvicinava. La mattina in cui fu rapito, stava andando a scuola. I compagni non sapevano che ne avrebbero portato la bara per tutta la lunga strada che va dalla chiesa al cimitero. Ai funerali era venuta a Meda tutta la gente della Brianza. “Hanno chiuso i negozi, hanno chiuso le case”, riferisce un cronista, “si sono portati anche i bambini più piccoli. Uno di questi… protesta, finché il padre non lo prende sulle spalle, si guarda intorno e dice: papà, che festa da piangere!”. Nel Nord da troppi anni si seguono questi raduni del pianto. Quando il corteo è arrivato, era già buio. La nebbia, che cominciava a scendere sul cimitero, ha nascosto la bara. I giornali potevano cominciare a dimenticarlo. Non c’è stato e non ci sarà un caso Giorgetti, così come c’è stato un caso Moro. Altre tombe potranno aprirsi per le nuove vittime. Ma tutto ciò è divenuto così abituale, che si potrebbe parlare di un calendario dei sequestri, allo stesso modo con cui si parla del calendario degli scioperi. Gli assassini, i cinque fratelli calabresi Loiolo, stavano costruendo due ville, con celle sotterranee per i futuri sequestri. Le fabbriche della morte si continuano a costruire. Rendono bene. I morti si portano a seppellire. Gli altri, i superstiti dei precedenti sequestri, quasi i reduci di una guerra perduta, si ritrovano insieme davanti a queste bare. A Meda c’erano tutti. Questo libro è stato scritto prima e dopo la sua morte, che basterebbe da sola a giustificarlo. Pubblicandone la seconda edizione, in parte nuova o rifatta, mi chiedo se i calabresi arrestati e condannati siano stati i soli ad assassinarlo. A questa domanda debbo rispondere che hanno avuto i loro complici. Complice fu – e continua a esserlo – lo Stato con le sue leggi, che si sono sempre preoccupate dei poveri criminali e mai delle loro vittime; con alcuni intellettuali, che quelle leggi hanno voluto e approvato; con alcuni magistrati, corrotti o corruttibili o asserviti ai partiti, che si sono adoperati per la formazione di colonie di delinquenti assegnando al confino nella valle padana i rappresentanti più pericolosi della criminalità organizzata; che hanno assolto, quando non si doveva assolvere; che hanno lasciato trascorrere i termini per la detenzione preventiva di feroci omicidi. Di tutto ciò, di queste complicità o pagate o determinate dalla viltà di certi giudici o da un loro piano di eversione, subordinato agli ordini di qualche partito di sinistra, si è parlato nel gennaio del 1983 nel congresso tenuto a Vibo Valentia sull’“indipendenza del giudice nel sistema politico italiano”. Per l’on. Dino Felisetti, socialista, presidente della Commissione Giustizia della Camera, non ci sono dubbi: i magistrati “protagonisti, faziosi, strumentalizzati, esibizionisti, che stravolgono il ruolo tradizionale del giudice, che dispongono di enormi poteri discrezionali, non sono un’eccezione, così come non si può dubitare di “uomini e forze politiche che interferiscono nel lavoro dei giudici, centri di potere che gettano sassi nell’unico ingranaggio che garantisca la sopravvivenza delle istituzioni”. Se così non fosse, egli si chiede, perché da anni si continuerebbe a discutere sull’indipendenza dei giudici? Dello stesso parere è stato l’on. Mancini, un testimone sotto alcuni aspetti poco attendibile, ma in questo caso non sospettabile. Mancini sostiene la “presenza prevaricante dei partiti nell’attuale sistema”. Tali magistrati in un primo tempo hanno deciso che rubare in un supermercato non è un reato, perché, come si dirà più avanti, “la merce vi è esposta”, dimenticando che esposti al pubblico sono anche i quadri delle chiese e dei musei, che non si vede perché non siano stati dichiarati ugualmente asportabili. Ora hanno stabilito che l’omicidio è legittimo e non punibile: non, s’intende, l’omicidio per legittima difesa, ma anche i più vili e feroci assassinii, anche quelli per i quali in altri tempi si stabiliva l’aggravante dei fini o motivi abietti. Dal “Corriere della Sera”, 4 gennaio 1983: “La tragedia di un ragazzo che uccide non dev’essere ulteriormente appesantita da una condanna dei giudici. Questo sembra ormai diventato l’orien tamento dei tribunali per i minorenni, che, accogliendo il parere degli esperti, assolvono gl’imputati di omicidio, perché ritenuti ‘psichicamente immaturi ’. È successo in passato al tribunale milanese, il caso si è ripetuto recentemente a Brescia, dove i giudici minorili hanno assolto Ivano Redegalli, …che il primo giugno del 1981 aveva ucciso a Clusone, dove era ospite del patronato San Vincenzo, un coetaneo, Andrea Pirola, compagno di collegio. Questa mattina potrebbe succedere la stessa cosa a Luca Casati, che, poco prima di diventare maggiorenne, aveva ucciso nella sua villa di Renate la madre Orietta Bellabio: i giudici riuniti in camera di consiglio dovranno valutare la richiesta della dottoressa Livia Pomodoro, sostituto procuratore generale della Repubblica, che ritiene che il caso debba essere archiviato senza nemmeno celebrare il processo”. Lo stesso giornale pubblica la fotografia dei due omicidi. Un Lombroso vi avrebbe visto, né credo che avrebbe avuto torto, i tratti inconfondibili del delinquente nato. Si nasce delinquenti, così come si nasce intelligenti. L’immaturo e quasi diciottenne Casati a suo tempo era stato tanto irresponsabile da esser capace di preparare un astuto alibi, né, dopo avere con incredibile ferocia assassinato la madre, aveva esitato ad andarsene a trascorrere la serata in locali di divertimento. Da allora ha conseguito la maturità scientifica e ora frequenta l’università. Perché dargli anche la seccatura di un processo? La madre è stata uccisa. E con ciò? Si dovrà ancora rimestare quella vecchia storia? Questo ha pensato la Pomodoro. Ma c’è ben altro. In questi giorni si annunzia uno sciopero a Firenze e in qualche comune vicino per protestare contro la decisione del ministro di Grazia e Giustizia Darida di trasferire 500 detenuti dal carcere napoletano di Poggioreale a quello fiorentino di Sollicciano. Il 7 gennaio le fabbriche chiuderanno nel primo pomeriggio per consentire ai lavoratori di partecipare alla manifestazione. A una certa ora dovranno pure chiudere i negozi, i bar, i ristoranti, le pizzerie, le tavole calde, i distributori di benzina. Protesteranno insomma tutte le categorie sociali senza distinzione di ceti o partiti. “La nostra ribellione”, ha dichiarato Alberto Amorosi, assessore dimissionario al turismo del comune di Firenze, “è contro Darida e coloro che credono dì poter decidere delle sorti della popolazione con arroganza e prepotenza”. Il governo ha dunque il diritto dì promuovere le attività criminose, facendo di Firenze la seconda capitale della camorra. Il più terribile cataclisma non potrebbe avere effetti tanto sconvolgenti. Una città distrutta si può ricostruire. La camorra è una lebbra da cui non si guarisce. In coincidenza con gli scioperi fiorentini, a Napoli i rappresentanti di un forte gruppo di artigiani, esercenti, piccoli industriali, professionisti, negozianti si sono rivolti al presidente Pertini per essere protetti. Hanno dichiarato che delle centinaia di migliaia che a Napoli appartengono alle categorie rappresentate, nessuno sfugge alle gravosissime taglie regolarmente imposte dai loro oppressori. Ce ne sono che pagano fino a 100, 200 milioni l’anno o anche di più. Chi non paga è ucciso o gli si distrugge la fabbrica, il negozio, l’abitazione o deve chiudere o scappare. Il più oppressivo sistema fiscale non potrebbe ricavare che una piccola parte di quello che, da Torino a Milano, a Roma, alla Campania, alla Calabria, a Palermo, a Catania, le organizzazioni criminose di ogni genere riescono a ottenere terrorizzando gli oppressi. Si dirà: ma che cosa può fare qualche centinaio di camorristi, chiusi in un carcere? Anzitutto – e ne abbiamo ormai una lunga esperienza – come avviene con i confinati nel Nord, che con i parenti e gli amici venuti dal Sud hanno formato folte colonie criminose, ai carcerati si dovrebbero aggiungere migliaia di familiari, soci o gregari, che da Napoli si trasferirebbero a Firenze. In secondo luogo un carcere oggi non è una casa di pena, ma un centro direttivo di attività delinquenziali. Si potrà pure obiettare che i fiorentini non sono della razza dei camorristi napoletani (poiché è questione di razza, nel senso che più avanti definiremo). Certamente non lo sono. Ma in queste cose avviene qualcosa di simile ai fenomeni noti in economia come la legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia la buona. Sarebbero costretti a scappare. Il turismo scomparirebbe, com’è scomparso a Napoli, che con il suo mare, il meraviglioso paesaggio e tutto il resto, può solo con- tare sui turisti di passaggio per le isole, Pompei o altre località vicine. Non so se i fiorentini la spunteranno con i governanti per impedire la colonizzazione camorristica. Fino a questo momento la volontà di una città – di una città che si chiama Firenze – e dell’intera Toscana non è riuscita a far ritirare l’ordine di quel ministro. Contemporaneamente lo stesso rifiuto è stato opposto ad alcuni comuni del Modenese, i cui abitanti, guidati dai loro sindaci, hanno protestato contro la fondazione di nuove colonie mafiose in seguito all’assegnazione al confino, nei comuni stessi, di noti delinquenti. Tali assegnazioni sono stabilite dalla sezione speciale del tribunale per le misure di sicurezza. Il governo potrebbe intervenire con apposita legge, abolendo il confino, che si è dimostrato inutile e pericoloso. Ma non interviene. I medesimi governanti, sempre pronti a rimangiarsi decreti o provvedimenti di ogni genere, non appena un sindacato o i direttamente interessati mostrano di non essere soddisfatti, persistono inflessibili in quest’opera di propagazione e di promozione della criminalità meridionale nell’Italia centro-settentrionale. Né pensano che non è solo questione degli effetti diretti del crimine. Nelle dimostrazioni ripetute contro quei criminali non si distinguono dai camorristi e mafiosi le laboriose popolazioni del Sud, che più delle altre sono state costrette a subirne l’infame oppressione. Cosicché, mentre economicamente, come vedremo, non si può più parlare delle due Italie, nell’opinione o nel sentimento comune avviene il contrario. Mai l’altra Italia è stata tanto lontana dal pericoloso Sud.

UNA BATTAGLIA PERDUTA

Non è un libro contro i meridionali. Non può esserlo, perché il male peggiore che si possa fare contro il Mezzogiorno è quello di ignorare la realtà, credendo o fingendo di credere che la diversità delle due Italie sia l’effetto di un’eterna ingiustizia, che si dovrebbe cercare di correggere. Come si è corretta, è a tutti evidente. Dell’una si è fatta o si è tentato di fare la brutta copia dell’altra con la progettata e naturalmente fallita industrializzazione del Sud e con la rovinosa meridionalizzazione del Nord. L’ho scritto con la tristezza di una battaglia perduta. Da quasi quarant’anni vado inutilmente ripetendo quello che ora si comincia qualche volta a comprendere dopo il delittuoso sperpero di tanta ricchezza, la degradazione civile di buona parte della pianura padana, le tante vittime del crimine importato dal Sud. Di questa diversità e dei pericoli di una questione meridionale nei termini in cui, con qualche eccezione, è stata posta dai vecchi e nuovi meridionalisti, avevo scritto in un mio libro, Cultura e vita morale, Palermo, 1943, pp. 139 sgg., in altri libri, riviste, giornali. In Economìa e politica nella Sicilia del Sette e Ottocento, Palermo, 1947, p. 7, osservavo: “In Italia… abbiamo due popoli con due civiltà, che si sono svolte attraverso vicende storiche le quali nulla o ben poco hanno o hanno avuto in comune. Ed è naturale che l’uno abbia un’economia diversa da quella dell’altro e che diverse vi siano le condizioni sociali e i modi stessi della vita civile. Senonché, riducendoli astrattamente e poco storicamente in un solo, si sono stabiliti un modello e una norma…: l’alta Italia con le floride industrie e i ricchi commerci… Così è sorta la questione del Mezzogiorno: per una specie, si direbbe, di sovrapposizione storica”. Ma, per venire a questioni particolari e di urgente interesse, avevo, per esempio, avvertito (Lo specchio, 21 aprile 1974) che, inviando i mafiosi assegnati al confino nelle vicinanze dei nostri centri industriali, sarebbero sorti altrettanti focolai d’infezione. Né però quelli che, complici impuniti della mafia, sceglievano queste sedi, pensarono mai di mandarli in Sardegna o in Calabria. Così pure sul preteso sfruttamento del Sud avevo mostrato – nel Mondo del 29 aprile 1958 – come, spendendovi lo stato molto più di quello che ne ricavasse, tale politica assistenziale non poteva non scoraggiare chi sarebbe stato capace di avviare nuove fonti di lavoro non parassitarie. Su quelle che sarebbero state le “cattedrali nel deserto”, osservavo (Libera iniziativa, giugno 1965): “Fino a tanto che tutto si riduca a una specie di colonizzazione industriale e le stringhe delle scarpe, gli stuzzicadenti, le buste per le lettere dovranno venirci da Milano, perché nessuno penserà che ci sia al mondo altra sistemazione possibile se non in quello che si dice il “posto” – e cioè lo stipendio sicuro alla fine del mese – le strutture morali rimarranno quelle di prima… Questa specie di parassitismo si estende infatti ogni giorno di più e va sorgendo un nuovo ceto di falsi agricoltori, industriali, artigiani, che chiedono soldi allo stato o agli enti appositamente costituiti e li ottengono”. Alla stessa data in questa stessa rivista notavo che nella criminalità meridionale bisognava vedere una delle difficoltà da superare per la realizzazione dell’Europa futura: “Non si potrà parlare di una unità europea, se poi si sarà costretti a distinguere dagli altri quelli che non abbiano ancora imparato a vivere civilmente”. Per quanto riguarda la miseria del Sud, il solito alibi sociologico, che tutto vorrebbe giustificare, nella relazione tenuta al Congresso del 190° Distretto del Rotary (Palermo, 30 marzo 1973) avevo mostrato la nessuna credibilità, specie per il Mezzogiorno, dei dati ufficiali sul reddito prò capite o sulla disoccupazione. Sull’argomento ritornavo in seguito nel II volume del Dizionario delie idee comuni, Milano 1976, pp. 146 sgg., mostrando anche i motivi per i quali le fonti occulte di un’economia “sotterranea”, ora scoperte dagli economisti, dovevano ritenersi molto più diffuse nel Sud. Tutto questo ho voluto ricordare, perché, nonostante i ripensamenti o la confessione, fatta a denti stretti, di qualche errore commesso, della questione meridionale si continua a discorrere come si poteva cinquantanni fa. Né si vuol comprendere che quello che profondamente distingue le due Italie (ma con maggior ragione si potrebbe contarne almeno una decina), non tanto si deve cercare in un diverso sviluppo economico, del resto comune ad altri paesi, quanto nel costume, che s’identifica con tutta la loro storia: con quello che alcuni meridionalisti hanno distinto come una razza e si dovrebbe meglio considerare come il sustrato profondo del carattere dei popoli, nel senso con cui ne ha parlato il Voltaire alla voce France del Dizionario filosofico. Vedremo più avanti i limiti del concetto relativo, che non ha nulla in comune con il razzismo dei razzisti. In realtà, come non sarebbe possibile parlare di una questione piemontese fondandosi sul fatto innegabile che il Piemonte non è e non è stato Napoli o la Sicilia o la Russia o la Germania, ugualmente priva di ogni fondamento deve ritenersi tale questione, posta così come si è soliti porla, e cioè da un lato come un complesso di colpa del Nord e dall’altro come un programma per il quale il Sud dovrebbe diventare il Nord, cancellandosi in tal modo con aiuti, interventi, “incentivazioni” di vario genere ogni colpevole differenza tra le due parti della penisola. La rovinosa politica dell’industrializzazione e il suo naturale, inevitabile fallimento, di cui i soliti intellettuali, meridionalisti, “esperti” ecc. si sono finalmente accorti, non è derivata da altre premesse. Il risultato ne è ora sotto gli occhi di tutti: non solo si sono sperperate molte migliaia di miliardi, ma il Sud non è divenuto il Nord. È accaduto invece il contrario. O avviene qualcosa di peggio, perché non pochi emigrati, in sé stessi non peggiori degli altri, perduta, quando ancora sopravviveva, l’eredità dell’originale cultura contadina, esprimono il loro vittimismo o l’incapacità di inserirsi in una diversa società e di esserne accettati in una aggressività vanitosamente virilistica, che non di rado di traduce in forme delinquenziali. – o m i s s i s – Quanto all’emigrazione dal Sud, in qualche provincia di quello che si chiamava il triangolo industriale, ora esteso al Veneto, all’Emilia-Romagna, a parte della Toscana, delle Marche, del Lazio ecc., sembra si sia raggiunto un certo equilibrio tra emigrati e immigrati. Ma resta il problema degli immigrati di colore, che in avvenire potrebbe divenire non meno pericoloso che in Inghilterra. Né sono scomparsi alcuni degli aspetti deteriori dell’emigrazione meridionale. In questi giorni un torinese, figlio di torinesi, uno dei superstiti, l’on. Valerio Zanone, per la cultura, l’ingegno, la fede politica certamente non sospettabile di pregiudizi razzistici, in una intervista pubblicata dall’Espresso, dichiarava che “i torinesi hanno assunto i comportamenti di una minoranza etnica”. Come dirò più avanti, la dissoluzione delle nostre vecchie società cittadine deve ritenersi più grave che altrove, perché non esiste un’Italia o un popolo italiano, così come invece esistono una Francia e un popolo francese, un’Inghilterra, una Germania ecc., né perciò possiamo parlare di una società nazionale. Tra qualche anno o decennio vedremo un nuovo tipo di italiano, forse migliore. Ma noi ci occupiamo del nostro presente. In questo volume ho quindi trattato della storia non solo politica, ma dell’economia e del costume – anche del costume sessuale, mafioso ecc. – nella continuità che persiste, evidente e innegabile, dai tempi più antichi ai nostri giorni. Ne risulta un capovolgimento della questione meridionale, che diviene uno degli aspetti della questione settentrionale: dell’offensiva in atto dei Sud del mondo contro le civiltà o culture occidentali e nordiche.

I MERIDIONALISTI

Il Mezzogiorno riscoperto

L’Italia una dalle Alpi al mare, invocata dai nostri patriotti del Risorgimento, fin dal tempo della conquista del Sud si rivelò nella sua realtà a qualcuno dei volontari di Garibaldi o dei regi di Vittorio Emanuele. Le parole piene di disprezzo con le quali Nino Bixio bollò i civili o i cappelli di Bronte, che, pur essendo armati, non avevano saputo opporre alcuna resistenza ai villani che li cercavano a morte, o quelle con le quali Vittorio Emanuele o il marchese di Villamarina si riferivano all’universale corruzione dei napoletani, possono considerarsi come la constatazione non già di mali particolari da correggere con la repressione o, quando ne fosse stato il caso, con opportune riforme, sì dei caratteri di un’altra razza o civiltà, del tutto diversa da quella dei conquistatori. Ma tra i meridionalisti pochi furon quelli che se ne resero conto. I più credettero che la colpa dei mali lamentati si sarebbe dovuta attribuire o all’inconsulta estensione delle leggi e della burocrazia del Piemonte o all’eredità spagnola e borbonica o soprattutto all’avidità di una classe borghese incapace di pensare ad altro che non fossero stati i suoi interessi: incapace – anche questo è un grave rimprovero, che ricorre di frequente tra i nostri intellettuali – di comprendere che non era questione di riforme, ma di ritirarsi in buon ordine per far posto all’avvento del proletariato o del quarto stato. Né a una diversa conclusione si potrebbe pervenire da chi considera tutto quanto il Risorgimento come una vasta cospirazione non di uomini, ma di un ente astratto, la borghesia, che avrebbe agito come un solo uomo, per motivi e scopi ben definiti. Anche chi, come il Salvadori, storicisticamente comprende che le condizioni della società italiana non potevano consentire un più ragionevole o generoso processo risorgimentale, ritiene tuttavia che “ciò che accade a proposito della questione meridionale… fu lo sviluppo e null’altro del dominio di classe della borghesia italiana nel periodo di formazione della grande industria e del conseguente sacrificio del mondo agricolo meridionale”. Al contrario Pasquale Villari, che i nostri più serii meridionalisti dello scorso secolo considerano come il loro maestro e dal quale quindi cominciamo la nostra breve rassegna (ma potremmo cominciarla almeno dal Settecento), non accettò gli astratti schemi classistici. Perciò fu o è giudicato come un reazionario di buon cuore o un incoerente empirista. Ben altro giudizio ne diedero invece il Franchetti e il Sonnino, che per buona parte dovettero ai suoi suggerimenti l’idea della loro famosa inchiesta e la pubblicazione della fiorentina Rassegna settimanale, così come suoi debitori si dichiararono J. W. Mario per la Miseria di Napoli, Renato Fucini per il suo Napoli ad occhio nudo, il Fortunato, il Turiello e insomma i più onesti e intelligenti autori che allora si occuparono del nostro Mezzogiorno. Le Lettere meridionali furono pubblicate nel 1875 nella rivista romana L’opinione. Tre anni dopo il Villari iniziò la sua collaborazione alla Rassegna settimanale, sempre distinguendosi per il profondo calore umano e l’aborrimento della retorica della semicultura ufficiale. Nella lettera sulla camorra napoletana, di quelli che avevano sempre in bocca la libertà e il progresso e perciò potevano dirsi i progenitori degli attuali progressisti, scriveva: “Lo so anch’io che vi sono uomini ai quali, se si mostra una moltitudine che affoga nella miseria, nella fame e nella corruzione, hanno sempre la stessa risposta: ‘Bisogna aver fede nella libertà. Il secolo, il progresso, i lumi!’ Con questa gente io non so né ho voglia di ragionare. A loro non saprei dire che una cosa sola: Spegnete i vostri lumi e andate a letto”. Né perciò bisogna credere nell’efficacia della carità istituzionale. Nello stesso articolo, riferendosi allo “spirito intraprendente, operoso, audace” degli antichi veneziani, si domandava perché non sia “cominciato a risorgere con la libertà” e uno dei motivi lo vedeva negl’“infiniti tesori” accumulati a Venezia dalla carità cittadina, dei quali molti potevano vivere senza far nulla: quello che oggi avviene nel Mezzogiorno con lo stato assistenziale o “incentivatore”. Perché darsi da fare, quando si può star molto meglio e guadagnare dì più con un falso impiego o una falsa industria, che consentano vistosi stipendi senza lavorare o permettano di carpire grossi guadagni o prebende, senza che sia necessario fare o produrre qualcosa di utile per la comunità? A Napoli la camorra è un’istituzione: il solo governo che riesca a imporsi su una plebe incredibilmente abbrutita. Bisogna dunque anzitutto conoscerla nelle sue cause e poi colpirla eliminando queste cause: “Perché la camorra divenga possibile, occorre che vi sia un certo numero di cittadini o anche una classe intera, che si pieghi alle minacce di pochi o di molti, che siano organizzati… Il male è contagioso come il bene e l’oppressione, specialmente quella esercitata dalla camorra, corrompe l’oppresso e l’oppressore e corrompe ancora chi resta lungamente spettatore di questo stato di cose, senza reagire con tutte le sue forze”. – o m i s s i s –

La razza, il clima e gli uomini

Uno spregiudicato realismo informa l’opera più nota del napoletano Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia (1882). Al Villari, al Sonnino, al Franchetti il Turiello rimprovera di non aver tenuto nel debito conto l’influenza della razza e del clima “come elemento vivo e permanente” delle condizioni sociali del Mezzogiorno. Infatti “i meridionali furono sempre tali nell’indole loro e tali i settentrionali”. Questa era la storia. Negarla non si poteva allora, come non si può oggi, senza negare l’indole, il costume, il passato, la cultura dei popoli del Mezzogiorno. Con uguale acume esamina il regime parlamentare in Italia, e particolarmente nel Sud, dove il deputato non rappresenta che sé stesso e la sua clientela. Clientelismo e parlamentarismo costituiscono una realtà talmente indissolubile, che per i funzionari del governo è impossibile o pericoloso pretendere che la legge sia rispettata. Al riguardo cita il caso di un prefetto, che chiedeva per lettera ai deputati della provincia quali mutamenti ritenevano di dover fare nell’elezione dei sindaci. Coerentemente condanna il decentramento o qualsiasi diminuzione del potere dello stato. In questo senso andava oltre le idee che il Sonnino avrebbe espresso nel suo famoso articolo Torniamo allo Statuto. Se gli fosse stato possibile, non avrebbe esitato ad abolire il parlamento. Un re assoluto può meglio provvedere agl’interessi del suo popolo che non possano i governi parlamentari. L’antiparlamentarismo è del resto la nota pressoché costante dei meridionalisti o degli scrittori politici meridionali di quegli anni, da Ruggero Bonghi, autore di un famoso saggio Sull’Ufficio del Principe in uno Stato libero, a Giorgio Arcoleo, alla Teoria dei governi e governo parlamentare di Gaetano Mosca (1884), a Giustino Fortunato, che osservava che il nuovo secolo aveva inizio con una universale sfiducia nel parlamento e nei deputati. Tra i meridionalisti il Fortunato rimane ancora il più noto per l’onestà con cui fino agli ultimi anni continuò a combattere i miti accettati sul Mezzogiorno. Alcuni erano vecchi di secoli, quale quello della ricchezza e della naturale feracità della terra del Sud. Nel discorso sulla Questione meridionale e la riforma tributaria non dubitò di potere affermare: “Mezza Italia, sacra ai terremoti e ai vulcani, quella, appunto, che la leggenda immagina sia tutta una mirabile esibizione di un Eden che non esiste, agronomicamente val presso che nulla”. Non meno sfavorevole all’agricoltura si deve dire il clima: “Non pure tutto il Mezzogiorno… conta ogni anno due quinti in meno di acqua caduta, ma le sue piogge coincidono esclusivamente con l’inverno”. A questa scarsezza e dannosa distribuzione annuale delle piogge si aggiungono i venti avversi, che distruggono i raccolti, e la malaria, flagello delle pianure o delle zone non montane o non collinari. Ne deriva che “massimo fattore della vita sociale del Mezzogiorno… fu il fattore naturale”. Contro questa tesi si deve opporre con il Maranelli che il deperimento fisico è stato molto meno grave di quello descritto dal Fortunato, che anche il clima muta con il tempo (e sembra sia molto mutato in questi ultimi decenni), che sotto l’aspetto fisico o agronomico non esiste il Mezzogiorno, ma bisogna piuttosto riferirsi alle singole regioni o, entro le stesse regioni o province, a zone diverse l’una dall’altra. Soprattutto opporre con il Croce che la terra povera, sterile, malarica non può assumersi “a supremo criterio per ispiegare la storia dell’Italia meridionale”, la quale, come sempre, è fatta dagli uomini. Del resto, aggiunge il filosofo – nella Storia del Regno di Napoli – le avverse condizioni della natura non solo si possono modificare dalla nostra operosità, ma si vede di fatto che nel Mezzogiorno si vanno modificando, combattendo la malaria, sistemando le acque montane, rimboschendo dove era stato disboscato. Questo il Croce scriveva più di mezzo secolo fa. Oggi la malaria è quasi soltanto un ricordo del passato, mentre per vastissime estensioni si è proceduto alla bonifica che si è chiamata “integrale” ed è realmente riuscita a trasformare l’aspetto, le colture, l’ambiente umano. Nel discorso citato del Fortunato ai fattori climatici si accompagnavano quelli razziali, dovendosi distinguere in Italia due razze, l’una a nord, l’altra a sud di Roma. Su questa distinzione non ebbe dubbi neanche negli ultimi suoi anni. Ancora nel 1920, nella prefazione al primo volume delle Pagine e ricordi parlamentari, scriveva che nella Basilicata “di nessuna opera di utile generale i più benevoli potrebbero in coscienza dar merito ai dirigenti locali”, che per lui rappresentano una civiltà inferiore.

Razzisti e vittimisti

In quel tempo, dalla fine dell’Ottocento ai primi anni del nostro secolo, tra i meridionalisti si diffusero le teorie del vittimismo pseudo-scientifico di Francesco Saverio Nitti, quelle degli antiprotezionisti – Pantaleoni, De Viti, Salvemini ecc. – e infine degli antropologi che con gl’indici cefalici e altre misurazioni somatiche cercavano di dimostrare la naturale disposizione a delinquere e l’inferiorità delle razze meridionali. In Nord e Sud, un libro che, pubblicato nel 1900, ebbe un’immeritata fortuna, e in altri scritti il Nitti sostiene che l’unificazione si sarebbe tradotta in un continuo processo di oppressione fiscale e di spoliazione. Le Due Sicilie prima della caduta dei Borboni possedevano il 65 per cento di tutta la moneta circolante in Italia. I meridionali avreb- bero dovuto ingiustamente addossarsi l’unificazione del debito pubblico, il cui onere annuo per il Piemonte superava di molto quello del regno del Sud, dove le imposte erano meno gravose che negli altri stati italiani. Infine il numero degl’impiegati, calcolato sulla base delle pensioni nel 1860, era “metà che in Toscana e di quasi metà che nel regno di Sardegna”. Il Fortunato, che si era schierato con i liberisti, per i quali i dazi che proteggevano l’industria del Nord, si risolvevano nella fame del contadino del Sud, in un primo tempo fece sue anche le accuse del Nitti. Ma in seguito gli obiettò che dal denaro tesaurizzato nel Sud non si poteva desumere una maggiore prosperità e che ben povera cosa erano state le industrie del Napoletano. La diversità razziale tra le due Italie fu allora sostenuta da altri studiosi, particolarmente dal Niceforo, autore della Delinquenza in Sardegna (1897), dell’Italia barbara contemporanea (1898), di Italiani del Nord e Italiani del Sud (1901). Per spiegare la “naturale” disposizione al crimine di quelle popolazioni questo autore non escludeva i “fattori” storici ed economici. Ma in primo luogo, come del resto il maestro della scuola, il Lombroso, oggi ritornato in onore, si fondava sui caratteri fisici e soprattutto, seguendo il Sergi, sugl’indici cefalici, l’altezza, il torace ecc. – o m i s s i s – Quando non si scende alle recriminazioni volgari, i meridionalisti concordano sui seguenti punti: la diversità delle due Italie, la necessità di eliminare le differenze delle condizioni economiche e civili o anzi di realizzare una perfetta equazione dell’una e dell’altra, il giudizio negativo sull’esosa politica dei governi o sullo sfruttamento dei contadini del Sud da parte sia dei ceti dirigenti locali, sia dell’industria del Nord, le lodi del passato preunitario rispetto al presente. Poiché, come vedremo, nell’ulteriore sviluppo del meridionalismo e fino ai nostri giorni si è quasi sempre ritornati sugli stessi temi né si sono abbandonate le vecchie tesi, bisogna domandarci che cosa resta di questo gran numero di processanti e processati. Cominciamo dal bieco capitalismo nordico, che dopo aver distrutto l’industria del Sud, si sarebbe alleato con i suoi terrieri nel proposito di affamare la povera gente. Ma l’industria del Nord in che modo sarebbe divenuta un così temibile concorrente fin dal 1861, se, a quella data, com’è noto, aveva ancora proporzioni molto modeste? Di un mercato nazionale e dell’inizio di un lento processo di industrializzazione si può parlare solo dopo il 1876. In questo genere di accuse i singoli capitalisti o gli agrari diventano un ente astratto, che opera come una sola o due persone. Non si riflette che non esistono né il capitalismo né il terrierismo. Da tale diffuso abito mentale dell’astrazione-personificazione derivano, né naturalmente solo nel nostro caso, gli errori più gravi della storia socio-economica, che facilmente può assumere il tono della polemica tribunizia. D’altro Iato che cosa erano queste attività industriali rovinate o distrutte dall’annessione? “L’industria meridionale”, scrive il De Tiberiis, “negli anni che vanno dal 1830 al 1860, aveva dato segni di una certa vitalità; essa, comunque, in quel tempo, muoveva i primi passi, resi ancora più incerti a causa di un difetto d’origine…, che rendeva quasi nulla la incidenza del settore nel quadro complessivo della vita economica del paese. Questo vizio congenito si rileva subito: osservando la realtà del mondo industriale napoletano, risulta che i due settori più avanzati – a parte piccole imprese a carattere poco più che artigianale – erano il siderurgico e il tessile cotoniero. Orbene il primo – indubbiamente più sviluppato nelle zone intorno alla capitale – era gestito direttamente dallo stato. Le industrie governative, volute da Ferdinando II per sopperire alle esigenze delle armate di terra e di mare e delle nascenti ferrovie, seguirono al momento dell’unità la stessa sorte degli uffici, venendo meno, con il mancare della domanda di forniture per cui erano state create”. Quanto alle industrie cotoniere, erano sorte per opera di imprenditori svizzeri, attirati dalla forte protezione doganale. Abolite le frontiere interne e con esse venuti a mancare i dazi che le proteggevano, non avrebbero potuto sopravvivere. Per altro prima ancora del 1860 e quindi della soppressione di questi dazi era già cominciato il declino dell’industria locale, come del resto è stato osservato per la Sicilia: i prodotti importati dal continente italiano o da altri paesi erano più convenienti sia per il prezzo sia per la qualità. – o m i s s i s – Anche il meridionalismo ha avuto le sue mode. Per esempio, il Nitti calcolò che negli anni 1901-1903 il Sud pagava per l’imposta fondiaria in ragione di L. 3.39 per abitante, mentre la quota del Nord e dell’Italia centrale sarebbe stata rispettivamente di L. 3.15 e 3.22. Né rifletteva che il carico più gravoso non derivava da quello che si esigeva dallo stato, sì dalle imposte delle province e dei comuni, che ser vivano per mantenere i soliti inutili impiegati e dal tempo dei Borboni si facevano pagare dai notabili alle classi più umili della popolazione: come del resto era avvenuto con le tande, ossia con la parte del donativo sulla base dei riveli pagate alla corte fin dal periodo spagnolo. Nell’uno e nell’altro caso si dimenticava che quei notabili erano del luogo. Le cose infatti non sono mutate neanche ora. La tendenza comune è sempre la stessa: da un lato si attribuisce allo stato ciò che più spesso va attribuito agli stessi meridionali, dall’altro i mali, veri o supposti, del Mezzogiorno si considerano indipendentemente dalle condizioni generali del Paese e dell’Europa. – o m i s s i s –

Polemiche: ancora la razza

Abbiamo accennato alle teorie del Niceforo sull’inferiorità del la razza del Sud: teorie, si è detto, in parte accettate dal Fortunato. Ne seguì una lunga polemica, dalla quale possiamo dedurre le ragioni e insieme la debolezza delle due opposte tesi. Il Niceforo non si limitò a distinguere i nativi delle due Italie dai dati somatici. Ne osservò anche l’intelligenza e le abitudini morali. Ma il concetto di una razza del Sud suppone una certa uniformità di quelle popolazioni e nel fisico e nel comportamento o almeno il prevalere di un tipo etnico distinguibile per queste sue caratteristiche. In realtà questo tipo non esiste. Limitandoci alla Sicilia, da luogo a luogo e nelle stesse province, città o villaggi vi si osservano differenze notevolissime. Accanto a individui che dall’aspetto sembrerebbero di origine nordica, altri se ne trovano di origine chiaramente berbera, araba, negroide. Per altro dobbiamo ripetere anche qui che il Nord e il Sud son termini generici. In un censimento del quartiere della Kalsa, fatto a Palermo nel 1480 e pubblicato da Armando Di Pasquale, il più antico del genere che si conosca, circa il 40 per cento degli abitanti non ha origini palermitane. Per i nordici possiamo pensare alle colonie lombarde portate in Sicilia nel Medio Evo, ai visigoti spagnoli, alle logge dei mercanti milanesi, genovesi, fiorentini, pisani, lucchesi, catalani, che furono numerossimi, come si può dedurre anche oggi da molti dei cognomi più diffusi nell’isola. Si debbono aggiungere artisti e artigiani, pur essi provenienti dall’Italia settentrionale o centrale, che vi si stabilirono. Varia è anche l’origine di quelli che si dicono di diretta discendenza araba. Agli arabi si aggiungono, oltre che i berberi – e certamente molti ne rimasero pur dopo le deportazioni di Federico II – i discendenti degli schiavi, anch’essi numerosi nel Medio Evo, quando si distinguevano i bianchi o di Romania, provenienti dalla Grecia o dalle isole greche dell’impero turco o dai paesi del Caspio e del Mar Nero ecc., e i mori o olivastri. Se ne ricordano ancora per tutto il secolo XVIII e perfino nei primi decenni del XIX: ma erano ormai divenuti un raro lusso, che si ostentava a dimostrazione della ricchezza dei padroni. Non lontano da Palermo si erano inoltre stabilite alcune colonie di albanesi, sfuggiti alla conquista turca del loro paese. Questo avveniva in una sola città, che si potrebbe citare come un esempio di una condizione di cose più generale. Per altro si deve pensare a una più antica eredità di popoli sovrappostisi l’uno sull’altro e in molti casi rimasti reciprocamente estranei o nemici. Quella medesima estraneità o avversione tra gl’indigeni siculi e i greci di Siracusa notata da Tucidide nel discorso da Alcibiade rivolto agli ateniesi per indurli alla rovinosa spedizione contro questa città, si potrà osservare fino a tempi molto vicini a noi. Se poi dalla Sicilia si passa alla Calabria, e dalla Calabria alla Campania o alle Puglie, al Molise, alla Basilicata, tra l’isola e queste regioni si notano ancora più profonde differenze nelle strutture etniche e morali. Come dunque si potrà parlare di una razza meridionale? Tuttavia anche alcuni dei più illustri meridionalisti – e tra gli altri il Vòchting – insistono sulla scarsa capacità dei popoli del Mezzogiorno. Né il Sergi o il Niceforo e in genere la scuola del positivismo antropologico avevano inventato i loro dati. Ma si ammetteva che potevano riferirsi a forme degenerative, da spiegarsi con la miseria, l’ambiente, la denutrizione, le condizioni del lavoro. E del resto come sarebbe stato possibile dubitarne, se nelle visite di leva si dovevano riformare la maggior parte dei giovani che lavoravano nelle miniere di zolfo siciliane, non quelli che nelle medesime province non erano sottoposti a queste dure fatiche, e dappertut- to un’analoga distinzione si doveva fare tra i contadini delle pianure malariche e delle campagne collinari o montane? Se oggi quegli studiosi potessero vedere i ragazzi di una città del Mezzogiorno o in particolare di quella stessa Palermo di cui abbiamo ora parlato, dovrebbero pensare a qualcosa come a una sopravvenuta trasmigrazione in massa di popolazioni del Nord. Il tipo biondo e longilineo vi è più diffuso che nel nostro Nord meridionalizzato o non. È noto che il nuovo tenor di vita, dai soliti imbecilli bollato come condannabile consumismo, le migliorate condizioni igieniche, la più ricca e varia alimentazione, gli sports, le spiagge affollate, i ridotti orari di lavoro, la liberazione dei lavoratori dalle fatiche più pesanti per mezzo della macchina, i progressi della medicina hanno determinato un aumento medio di circa dieci centimetri nella statura delle giovani generazioni italiane. Tale aumento si osserva pure in Sicilia e in proporzioni maggiori. Tuttavia la bassa statura era uno dei dati cui quelle teorie si richiamavano. In proposito si può anche notare un altro aspetto di questa base razziale, che non sembra possa rientrare in nessuno degli schemi scientifici – o pseudoscientifici – cui dagli studiosi si è ricorso e si ricorre, ma che storicamente si dovrebbe tener presente. La storia è fatta anche di queste cose. Mi riferisco all’armoniosa bellezza di tanta parte delle giovani generazioni, specie in alcuni centri della Sicilia occidentale. Gli stranieri non mancano di osservarla e questo è forse uno dei motivi del maggior afflusso turistico. I turisti non vengono per i musei. Vengono per molte cose diverse, tra le quali si debbono marginalmente comprendere i musei, le antichità, le opere d’arte. Ma per buona parte anche quei corpi aggraziati e armoniosi, oltre che il riflesso di un’anima bella, sono anche il risultato di un processo di sviluppo in corso, il quale conferma che le razze si trasformano esteticamente, oltre che fisicamente e moralmente. Contro i sostenitori di un’inferiorità razziale i difensori del Mezzogiorno insorsero con argomenti talvolta validi, talvolta insostenibili o perfino ingenuamente puerili. È il caso, per esempio, di Napoleone Colaianni. In Latini e Anglosassoni (1906) questo benemerito studioso chiama in causa non la razza, ma la storia e l’ambiente: tesi sostenuta anche nella Sociologia criminale (1889) e nelle Statistiche economiche (1914), in cui si paragonano il numero e la qualità dei delitti denunziati nell’Italia settentrionale e meridionale e se ne deduce quasi un costante equilibrio, perché, quanto al numero, il Sud starebbe in certo modo alla pari, mentre la qualità “borghese” dei delitti commessi nel Nord – truffe, scandali di banca o di borsa – compenserebbe largamente la maggior frequenza degli omicidi o di altri crimini sanguinari. Anzi al riguardo il Colaianni ritiene questi ultimi meno immorali di quelli denunziati nelle regioni che si credono più civili, e insiste sul paragone tra la Sicilia e la Calabria da un lato e la Liguria dall’altro, da cui risulterebbe che in quest’ultima regione per il maggior numero dei delitti contro la proprietà che vi erano stati denunziati (negli anni 1905-09), il crimine avrebbe avuto una diffusione superiore rispetto alle malfamate regioni del Sud. Quello del Colaianni è uno dei molti esempi della scarsa capacità di ragionare secondo logica, che distingue gran parte della pubblicistica sulla questione meridionale. Questo autore, che pur fu tra i più seri e onesti che se ne siano occupati, ed era tra l’altro un professore di statistica, doveva sapere che, sebbene ufficiali, i dati da lui pubblicati non erano degni di fede. I delitti contro la proprietà, nelle zone dominate dalla mafia o da altre organizzazioni criminose meridionali, di regola non si denunziavano, così come non si denunziano neanche oggi. Si ricorreva ai mafiosi, quando era questione di un furto o di un abigeato, o per evitare più gravi danni si preferiva il pagamento della taglia richiesta, quando si era subito un sequestro o un danneggiamento ammonitore (incendi dolosi, tagli di alberi, ecc.). Quale paragone sarebbe possibile in tali condizioni e specialmente in un tempo in cui questa era la principale funzione della mafia rurale? Per altro, quando il Colaianni affermava che, tutto sommato, un delitto di sangue sarebbe umanamente preferibile a uno dei tanti delitti che si commettono in guanti gialli, dal suo punto di vista aveva ragione né solo per i delitti come tali giuridicamente configurabili. L’ingratitudine, la crudeltà, l’inganno o il tradimento della buona fede altrui, sebbene rivelino un animo intrinsecamente peggiore di quello del mafioso che uccide chi sia venuto meno alle regole del gioco, difficilmente si possono punire dalla legge. Ma il problema non è questo. Gli affetti familiari o quei sentimenti radicati e profondi per i quali si potrebbe parlare di una civiltà familistica, o anche il vivo senso dell’amicizia rivelano senza dubbio nel Meridione un’umanità che non sempre si osserva in altri popoli, tanto più capaci di modi di vita socialmente efficienti. Talvolta la stessa vendetta mafiosa può o poteva esserne una evidente manifestazione e però la mafia nelle sue forme deteriori e più diffuse resta un fattore rovinoso di disgregazione sociale. Il che significa che bisogna distinguere tra socialità e umanità. Ciò non toglie che il concetto di una razza meridionale pa sivamente incapace di una storia si accetta anche da alcuni di quei meridionalisti che sembrerebbe vogliano negarlo. È il caso del Vòchting, che abbiamo ora citato. “A mala pena si può… ammettere”, osserva questo autore, “che tale razza sia vittima soltanto delle sfavorevoli condizioni di vita, come, ad esempio, la lunga denutrizione e la malaria, né si potrebbe concludere che una riforma – comunque degna di essere intrapresa per mutare tale situazione – possa avere un effetto miracoloso. Per quanto è possibile osservare, la funzione storica della razza mediterranea è stata in ogni tempo unicamente quella di chi è dominato e mai di chi domina, di chi riceve e mai riesce a dare e soltanto gl’incroci con altre razze… sviluppano in essa la disposizione per le attività civili superiori”. Cosicché, sebbene nella sua ponderosa ricerca sulla Questione meridionale si mostri decisamente avverso a ogni interpretazione unilaterale del problema del Sud, egli perviene a una conclusione ancora più radicale di quella del Niceforo, che almeno ammetteva il condizionamento ambientale. Perfino il Salvemini in un articolo sulla Piccola borghesia intellettuale del Mezzogiorno d’Italia, pubblicato nella Voce e ristampato in Problemi educativi e sociali dell’Italia di oggi, suppone due particolari razze del Sud, quelle dei “civili” e dei “campagnuoli”, distinte da “vere e proprie differenze somatiche”. Si potrebbero citare altri esempi di questa incertezza tra le opposte teorie, dalle quali si afferma e si nega l’eredità del passato. Quest’ultima si determina in due modi diversi. Uomini e popoli ereditano la storia delle generazioni passate, che non è fatta solo dei grandi avvenimenti politici, ma della religione, pei modi con cui di tempo in tempo si può variamente sentirla, delle strutture economiche, dei costume, delle abitudini sessuali, e cosi via. Ognuno di noi è il suo sempre nuovo presente e nello stesso tempo il passato vicino e lontano, il passato suo e delle generazioni più remote. Come nulla si perde di dò che si è pensato e fatto fin dai primi anni e ne rimane l’inconsapevole traccia in tutte le manifestazioni della nostra vita, nel pensiero, nei comportamenti sociali, così esiste anche una memoria collettiva, di cui le sodetà o gli aggregati umani non si rendono conto o che a mala pena e solo in parte si saprebbe riportare ai tempi meno remoti. In que- sto senso può affermarsi che ciascuno è se stesso e anche gli altri, e doè anche la storia della sua gente. Accanto a tale eredità storica se ne ha un’altra: una eredità biologica, che, se non può negarsi per i singoli individui, per lo stesso motivo non è possibile negare per un intero popolo. Se ci sembra evidente ammettere che i figli ereditino in tutto o in parte il carattere, le attitudini, l’aspetto o la costituzione fisica dei genitori o di un avo anche lontano, non si vede perché questa stessa ereditarietà, fisica e morale a un tempo, del resto scientificamente dimostrata, debba negarsi per quell’insieme di individui, comunque politicamente organizzato, che è un popolo. Naturalmente non possiamo dedurne un determinismo né storico né biologico. Se il passato dovesse in tutto determinare il presente, quest’ultimo cesserebbe di essere: non ne sarebbe se non la puntuale ripetizione. Invece ogni momento della vita dei popoli rappresenta una novità originale e irripetibile. Il che non toglie che questa originalità, per la quale si può parlare di una storia e quindi di un divenire, suppone sempre un suo proprio terreno operativo: una materia grezza, che può ricevere nuove forme, e negli elementi costitutivi non si trasforma o può anche trasformarsi, ma fino a un certo punto e molto lentamente. Tutto ciò costituisce la radice profonda del presente che si chiama la razza. Della quale si potrebbe dire quello che dobbiamo pensare del clima. È possibile reagire contro un clima avverso, ma la stessa reazione importa una specie di condizionamento esterno, contro il quale sarà necessario continuare a combattere. Lottando da secoli contro l’oceano, gli olandesi hanno costruito le loro dighe, che hanno contribuito a farli quali sono, solidali gli uni con gli altri, disdplinati, tenaci, sodevoli. L’uomo fa la sua storia e questa storia fa l’uomo. Tuttavia lo fa entro certi limiti. Due individui educati allo stesso modo e nelle stesse condizioni am- bientali non saranno mai lo stesso uomo. Il clima, le condizioni economiche, le religioni, i regimi politici hanno potuto per secoli operare sugli abitanti di una medesima regione senza riuscire a farne un solo popolo. A tale fusione possono opporsi vari motivi, tra i quali non si può non tener conto della diversa origine etnica. Per negare questa diversità originale o di base dovremmo ammettere che tutti i popoli siano derivati da un solo uomo e da una sola donna. Né ci sarebbe motivo di negare la Genesi, se però si ammette che centinaia o migliaia di secoli hanno fatto dei discendenti stirpi diverse. Una storia lontana e incomparabilmente più lunga si deve distinguere da quella dei secoli storici o più vicini a noi: quelli di cui abbiamo qualche notizia o testimonianza anche prearcheologica. I problemi della Sicilia, nella cui storia si ricorda una ininterrotta successione di invasioni o colonizzazioni straniere, derivano anche dal rapporto che si è potuto stabilire tra i popoli che vi si sono succeduti o sovrapposti. Una tale condizione di cose non si osserva solo in Sicilia. Ma i Visigoti nella Spagna, i Franchi e i Borgognoni nella Gallia, gli Angli e i Sassoni, poi i Normanni nella Britannia o si fusero con le popolazioni locali o formarono un’aristocrazia accettata dai popoli vinti: come una classe di governo, che costituiva pur sempre una forma di assimilazione. Nel Mezzogiorno non avvenne nulla di simile. Come si vede, le radici sono più complesse di quello che non sembri: le origini etniche e il sovrapporsi di popoli diversi, l’economia, l’eredità economica del passato nel presente, il costume.

Le due Italie

Possiamo dunque parlare delle due Italie? In realtà le civiltà italiane sono più di due. Che cosa c’è stato di comune tra la storia o la civiltà veneziana, fiorentina, piemontese, lombarda e la società napoletana o calabrese o siciliana? Dello stesso Mezzogiorno, ripeto, possiamo parlare solo geograficamente. Napoli, la Calabria, le Puglie, il Molise, la Lucania, la Sicilia sono sempre state divise da profondi contrasti, naturalmente più evidenti di quelli notati all’interno di ciascuna di queste regioni. Dal Settecento la Sicilia si considerò oppressa da Napoli e dai napoletani. I moti del Risorgimento siciliano furono rivolo contro Napoli. L’unità italiana, in un primo tempo un mito di pochi, in seguito fu imposta come il minor male possibile contro le rivolte delle plebi e il pericolo di una rovinosa anarchia. Ancor oggi, come vedremo, tra i nostri emigrati negli Stati Uniti i circoli delle superstiti little Italy riuniscono gli oriundi dallo stesso paese o provincia, non i meridionali o tanto meno gl’italiani. La mafia – lo noteremo più avanti –, che in America ha conservato più che in Sicilia il carattere arcaico del padrinato e perciò costituisce una forma di aggregazione con fini che non sono solo quelli dell’industria criminale, non ammette i non siciliani tra ì suoi capi. C’è stata qualche eccezione. Ma la regola non lo consente. Anzi costoro, anche se nati in America, provengono solo o prevalentemente da alcuni centri della Sicilia occidentale. Tuttavia, se per ciò che si riferisce alle rispettive culture o civiltà, non esistono né le due Italie né il Mezzogiorno, non si possono negare quei caratteri comuni che per il nostro Sud derivano dalla posizione geografica, dai lunghi secoli dei medesimi regimi, colonizzazioni, domini o stranieri o importati dal Nord, in qualche caso dagli stessi avi di età preistoriche o dal clima, dalla religione, dalla natura del suolo, dalle colture più diffuse.

Di alcuni caratteri comuni

Comune è anche una certa povertà della fantasia creatrice, nelle sue manifestazioni artistiche, artigianali, imprenditoriali. L’impresa economica, anche la più modesta, non può diversamente sorgere e svilupparsi. In Sicilia si fa quello che dagli altri si è fatto. Si copia. Non si crea, e questo in tutti i campi. Se qualcuno prende una iniziativa – perché ci sono anche i pochi, capaci di fare e pensare con il proprio cervello e non con quello degli altri – chi può si affretta a imitarlo, con il risultato di una imman- cabile saturazione, rovinosa per tutti. Così negli ultimi anni chi aveva messo un po’ di soldi da parte apriva un cinema o un bar. Poi venne il tempo dei piccoli supermercati o dei ristoranti o delle discoteche. In un’industria, per esempio, qual è quella dell’abbigliamento, nella quale centinaia di piccole imprese sono riuscite a imporre all’estero le mode e i prodotti italiani, il successo dipende dalla capacità – che è pur fantasia – di interpretare le tendenze nuove della clientela. Ma in questo campo non possiamo ricordare in Sicilia se non qualche imprenditore che abbia saputo fare quello che si è fatto nel centro-nord. Non occorrevano grossi capitali. I capitali non mancherebbero. Fanno difetto quelle altre attitudini, che suppongono la fiducia in se stessi o in un domani che si possa da noi costruire. Chi manca di fantasia, manca anche del coraggio del rischio e quindi della capacità di poter credere; di credere in un futuro diverso dal presente. Le due cose si possono considerare reciprocamente condizionanti. Si copia, perché il futuro non esiste. Non esiste, perché non si crede. La Sicilia non crede. Le idee astratte o gl’ideologismi non vi hanno mai trovato un terreno propizio. Questa è l’altra faccia della stessa anima. L’uomo è uno. Bisogna ricondurre alla sua fondamentale unità le apparenti contraddizioni o anche gli aspetti apparentemente irrilevanti della vita così dell’individuo come dei popoli. La più alta percentuale, rispetto al Nord, di negozi o piccoli esercizi commerciali ha lo stesso significato dell’aspirazione universale all’impiego parassitario, statale o regionale o comunale, del racket mafioso, che non meno parassitariamente sfrutta l’attività di chi lavora, infine di questo diffuso antiideologismo. L’ideologia nega il presente affermando il futuro. Un mito è la costruzione astratta di un indefinito domani. Il suo senso di insicurezza determina nel siciliano sia lo scetticismo antiideologico sia la ricerca dello stipendio assicurato (la tangente, che si fa pagare dal racket, si può assimilare a un regolare stipendio: il mafioso si assume il ruolo del guardiano dell’esercente sfruttato) o quelle attività commerciali o agricole che restino sul terreno tranquillo e senza sorprese di ciò che è stato già fatto. I risultati delle elezioni del giugno del 1980, nelle quali i comunisti hanno subito in quasi tutto il Mezzogiorno o particolar mente in Sicilia una dura sconfitta, non sono se non un’altra conferma di tendenze o modi di sentire vecchi e radicati. Lo stesso scetticismo antirisorgimentale si è manifestato in questo dopoguerra nel voto monarchico, qualunquista, missino o nel separatismo di Finocchiaro Aprile. All’elettorato siciliano sono state fatte le solite accuse di arretratezza, ripetute anche per queste ultime elezioni, per le quali si è pure chiamato in causa il clientelismo dei partiti di governo. Non neghiamo il clientelismo, ma non bisogna dimenticare che gli elettori esprimevano una civiltà che non è quella del Nord. Lo conferma la continuità più che secolare degli analoghi comportamenti. Purtroppo il Mezzogiorno o la Sicilia anche in questo campo si giudicano con un metro arbitrario, tenendo presente la misura in cui ci si avvicina o allontana dal modello cui bisognerebbe conformarsi: la valle padana. Ma ripetiamo che i modelli non esistono, anche perché quello che da un lato appare condannabile, dall’altro si potrebbe ritenere più europeo, se pur meno padano. Anomala nello spirito della civiltà europea dobbiamo infatti giudicare la tenuta dei comunisti nel Nord. Abbiamo detto che il sociale e l’umano vanno storicamente distinti. A rigore una tale distinzione non si dovrebbe fare. Una socialità disumana non sarebbe pensabile. Ma il potere non conosce altra legge che non sia quella che deriva dalla sua stessa possibilità di sopravvivere. La forza dello stato si regge su qualcosa di disumano e disumane sono la violenza o le convenzioni morali, da cui dipende la compattezza degli aggregati sociali. In qualche caso al rifiuto delle astrazioni ideologiche si accompagna la fiducia nell’uomo o meglio in certi uomini. Al padrino delle vecchie società mafiose, il capo venerato e giusto, che s’invocava come arbitro o impediva con la sua autorità la sopraffazione dei più deboli, corrispondeva la sfiducia nello stato o nei suoi miti: la patria, la nazione, la libertà, la democrazia e cose del genere. La mafia era un fenomeno complesso. Era questo e il suo contrario. Qualcosa di simile accade con il clientelismo, con il quale si è spiegato e si spiega il voto siciliano. I clienti non sono solo quelli che chiedono il posto. Molti, non avendo nulla da chiedere, non di rado indipendentemente dal partito votano per l’uomo che credono degno della loro stima. Né questo accadeva o talvolta accade solo con i politici o i capi mafia. Di un non minore o di un maggior prestigio potevano godere singoli membri del clero, regolare e secolare. In sé stesso il clero non costituiva una classe o un ceto distinto dagli altri. C’erano i preti poveri e i preti ricchi. Gli uni e gli altri rientravano nei ceti della ricchezza o della povertà. Lo stesso accadeva per conventi e monasteri. Quasi in ogni convento c’era un frate che, rispettato come un vero uomo, diventava il patrono del popolo. Poteva essere venuto in fama di santità, ma era anche possibile che se ne conoscesse l’amante in titolo. Sostanzialmente la differenza non era grande. Il santo era un uomo capace di far miracoli. Miracoli di altro genere si potevano aspettare dal frate o dal prete di facili costumi, di cui nessuno si scandalizzava. Quella della Sicilia non è stata mai una società puritana. Questo è un altro degli aspetti della sua umanità. L’indifferenza per ciò che si riferisce ai costumi o alla castità dei religiosi, non si estende tuttavia alla religione. Se non si concepiva o concepisce il settarismo religioso, nello stesso tempo lo scarso rispetto per la Chiesa si considerava poco serio e di cattivo gusto. Ma per lo più la fede si riduce a un rapporto personale con il santo miracoloso, vivo o morto, patrono celeste o terreno, degno della fiducia del cliente o credente, che si poteva anche negare, quando appariva immeritata: come nei suoi diari della città di Palermo il Villabianca narra di S. Rocco, a un certo punto deriso e insultato dalla plebe insorta contro il viceré Fogliarli, perché, non avendo saputo fare il miracolo di guarire l’amato pretore, si era mostrato un santo incapace e da non prendere sul serio. Analogamente al rifiuto delle idee astratte, la religione non è fatta di una spirituale religiosità. Cosi pure nella letteratura della nazione siciliana prima del Risorgimento e in molti autori dell’isola dopo l’unità sulla fantasia creatrice prevalgono gl’interessi storici, giuridici, variamente polemici o anche il sarcasmo o la satira. Tra l’altro il romanticismo o fu avversato o ebbe pochi, tardi e non illustri seguaci. Questi e altri caratteri comuni, che potremmo notare, non furono però tali da poter determinare la formazione di un popolo siciliano. Ne sono derivate o l’affermazione di una minoranza sul maggior numero, come è avvenuto, ma non sempre, con certi capi mafiosi nel periodo risorgimentale, o la fuga dei più attivi, onesti, capaci dinanzi a una massa paurosa, inerte o pericolosamente avversa. Si fugge in vari modi: o letteralmente scappando o rinunziando a lottare o cercando il posto, l’impiego pubblico, che libera dalla necessità della lotta e quindi dalla sopraffazione.

Pregiudizi diffusi e retorica letteraria

Tra gli errori dei meridionalisti dobbiamo comprendere le accuse classistiche e in particolare quelle che si riferiscono all’inerzia dei proprietari agricoli, che nulla avrebbero fatto per migliorare o ammodernare le colture o trasformare il latifondo. Queste accuse sono state autorevolmente smentite dagli osservatori più attenti e spregiudicati, tra i quali potremmo citare Stefano Iacini, che sul Problema agrario e l’inchiesta osservava nella Nuova Antologia: “Se si guarda alle somme spese dagli agricoltori siciliani per trasformazioni agrarie non si può non ammirarli”. Gli estesi impianti di agrumeti, sommaccheti, mandorleti, oliveti, vigneti nella seconda metà dell’Ottocento e la rapidità con cui questi ultimi si ricostituirono su vitigni americani dopo le distruzioni causate dalla fillossera, mostrano che questa sua ammirazione non era ingiustificata. È vero che nello stesso periodo le colture estensive e tradizionali del latifondo non furono gran che modificate. Ma per le trasformazioni possibili mancavano i tecnici o i capitali e so- prattutto non c’era nessuna sicurezza dalla criminalità organizzata. Basti pensare all’abigeato, allora una delle attività principali della mafia. Poteva portare alla rovina gli allevatori che non ne erano protetti, e tuttavia l’allevamento bovino e ovino avrebbe potuto costituire la grande ricchezza di quelle silenziose solitudini. Ma, se i greggi vaganti degli ovini probabilmente non erano diminuiti (come al solito, non abbiamo dati attendibili) le grandi masserie degli allevamenti bovini si potevano considerare in gran parte scomparse: almeno nella Sicilia occidentale, come verso la metà del secolo XIX testimonia il Castronovo del vastissimo agro ericino. E il motivo non ne era soltanto l’estensione delle colture arboree o del vigneto. Altri errori derivano dall’ignoranza o da una certa retorica letteraria, che si potrebbe dire “enfatica”, nel senso inglese o piuttosto americano del termine emphasis. Come diversamente spiegare l’entusiasmo del giovane Goethe, per il quale, nel Viaggio in Italia, senza la Sicilia l’Italia non si potrebbe capire? Non si capirebbero Venezia o la sua storia o Torino o Milano o Roma? Ma con la stessa logica sarebbe stato possibile vedere nell’isola la chiave che ci aprirebbe i nascosti segreti di tutte le culture o civiltà d’Europa. All’entusiasmo generico di cosiffatte affermazioni, le quali, con tutto il rispetto per il grande Goethe, non significano nulla, si accompagna il cerebralismo di altri scrittori: per esempio, del Pirandello, che si riferiva a una “corda pazza” del siciliano: un modo di pensare irriducibile alla logica comune. I siciliani penserebbero con tre corde, la “seria”, la “civile” e con quest’altra corda della loro inguaribile pazzia. Con il privilegio della pazzia, rispolverato di recente, i patiti del pirandellismo credono di essersi assicurata la patente di una superiore intelligenza. Ma in molti personaggi pirandelliani, che sarebbero la tipica espressione di quel singolare aspetto della Sicilia, in generale altro non si può vedere se non il compiacimento, pur esso cerebrale, di sentirsi o atteggiarsi diversi dagli altri o più complessi o tormentati. Né infatti nel siciliano si osserva quel logorreico bisogno di parlare di sé e di mettere a nudo la propria anima. Il suo silenzio – di cui parleremo – è anche una forma di orgoglioso pudore. D’altro lato questa pazzia, che sarebbe a essi peculiare, si può ritrovare in paesi di diversa storia, costumi, cultura. Così si è affermato che quella di don Chisciotte, che, come pensava Unamuno, “ci fa savi con la sua follia”, rappresenterebbe la Spagna e gli spagnoli nel loro inguaribile contrasto tra l’ideale e il reale. Una follia metafisica distinguerebbe i tedeschi e in molti dei russi il Dostoievski osservava le manifestazioni proprie dei pazzi ideologici. Perfino un popolo così tranquillo, qual era quello degli olandesi contemporanei di Erasmo, aveva fama di essere in buona parte formato da pazzi di pieno diritto. Ne scrive anche Huizinga nella sua dotta monografia su quel suo grande conterraneo. Forse, se si facesse un’apposita ricerca, si troverebbe che quasi dappertutto i popoli o si vantano oppure reciprocamente si rimproverano di non conformarsi a una ragionevole norma di comportamento. Né si può escludere che in queste loro opinioni ci sia un fondo di verità. Anzitutto il cervello di ciascuno di noi non è fatto sulla misura di quello degli altri. Ma soprattutto bisogna pensare a un’altra più vera e più funesta follia, che non è quella del Pirandello o dei pirandelliani: la storia stessa, in molti casi una sedimentazione malata della vita dei popoli, esprime gli aspetti peggiori, la stoltezza o l’infantilismo isterico delle folle, non l’intelligenza, sempre sola e sempre unica, dell’individuo. Quale pazzia potrebbe ricordarsi più pazza e nello stesso tempo più criminale di quella che può portare a sopprimere milioni di uomini o popoli interi in nome di teorie tanto assurde quanto bestiali?

Voci di realismo politico

Anche prima che si dovesse constatare il clamoroso fallimento dell’industrializzazione del Mezzogiorno, non sono mancati gli avvertimenti di chi, non illudendosi sulla realtà, soprattutto umana, di quelle regioni, cercò di evitare gli errori o gli sperperi dei meridionalisti e dei politici preoccupati delle loro clientele. Potrei ricordare, oltre agli scritti più sopra citati, quello che ne dissi nel Mondo (20 aprile 1958, settembre 1960) e nel Giornale di Sicilia (8 febbraio 1958 e 6 marzo 1957) o un notevole articolo di Luigi Einaudi, II Mezzogiorno e il tempo lungo (Corriere della Sera, 30 agosto 1960), in cui, mentre si insisteva perché lo stato si limitasse a creare le premesse di una vita civile, si mostrava l’inopportunità di interventi da cui si aspettavano risultati immediati. Nello stesso anno Vera Lutz con uno studio sul Problema dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia (Mondo economico, n. 44, annata XV, 1960, in cui si riproduce l’originale inglese) considerava la politica dell’artificiale industrializzazione meridionale come un ulteriore tentativo di impoverire l’Italia: il quarto, partendo dal protezionismo siderurgico, da quello granario, dall’autarchismo fascista. Riflessioni molto acute si possono pure leggere nel Problema dell’unitarietà del Mezzogiorno del De Rita (AA.W., Meridionalismo in crisi?, Milano 1966). Questo autore condanna con giuste considerazioni l’as- surdo impegno dei meridionalisti per una politica di “riequilibrio”, che metta fine agli squilibri settoriali e territoriali: “Lo sviluppo è sempre una serie di squilibri sia territoriali che settoriali e umani. Mirare al riequilibrio può far perdere il passo con gli ulteriori squilibri che lo svolgersi continuo del processo di sviluppo comporta”. Per conto nostro dobbiamo aggiungere che, se oggi si deplora la perdita dell’identità culturale delle minoranze etniche, delle isole, delle zone di montagna o di confine, una teoria degli squilibri necessari rientrerebbe in questa battaglia per le culture.

Gramsci e la questione meridionale

Un posto a parte va assegnato a Gramsci. Il primo scritto sull’argomento citato dai suoi biografi, Il Mezzogiorno e la guerra e pubblicato sul Grido del popolo del 1° aprile 1916, ha carattere occasionale. Ne seguono altri, ispirati all’antiprotezionismo liberale di De Viti de Marco e di Einaudi o alla esaltata scoperta del protagonismo contadino o al bisogno, nel periodo dell’Ordine Nuovo, di costruire una teoria rivoluzionaria del potere operaio. Ma con maggiore impegno Gramsci si occupò del rapporto tra il Nord e il Sud negli anni che precedono e seguono il suo arresto. Alcuni temi della questione meridionale, rimasto incompiuto e pubblicato in Lo Stato Operaio – A. IV, n. 1, Gennaio 1930 – la rivista parigina degli anni dell’emigrazione, fu ristampato in Rinascita e successivamente, con altri quattro articoli, nelle edizioni di questa rivista: A. Gramsci, La questione meridionale, Roma 1951, cui si riferiscono le citazioni che seguono. A p. 10, in polemica con un articolo del Quarto Stato, l’autore osserva: “La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalìstica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione. La rigenerazione economica e politica dei contadini non deve essere ricercata in una divisione delle terre incolte e mal coltivate, ma nella solidarietà del proletariato industriale, che ha bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini, che ha interesse acche il capitalismo non rinasca economicamente dalla proprietà terriera e ha interesse acche l’Italia meridionale e le Isole non diventino una base militare di controrivoluzione capitalistica. Imponendo il controllo operaio sull’industria, il proletariato rivolgerà l’industria alla produzione di macchine agricole per i contadini, di stoffe e calzature per i contadini, di energia elettrica per i contadini; impedirà che più oltre l’industria e la banca sfruttino i contadini e li soggioghino come schiavi alle loro casseforti. Spezzando l’autocrazia nella fabbrica, spezzando l’apparato oppressivo dello Stato capitalistico, instaurando lo Stato operaio, che soggioghi i capitalisti alla legge del lavoro utile, gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria, alla sua disperazione; instaurando la dittatura operaia, avendo in mano le industrie e le banche, il proletariato rivolgerà l’enorme potenza dell’apparato statale per sostenere i contadini nella loro lotta contro i proprietari, contro la natura, contro la miseria: darà il credito ai contadini, instituirà le cooperative… Farà tutto questo perchè è suo interesse dare incremento alla produzione agricola, perché è suo interesse avere e conservare la solidarietà delle masse con- tadine, perché è suo interesse rivolgere la produzione industriale a lavoro utile di pace e di fratellanza tra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno”. Anche tenendo conto della data dello scritto – l’articolo del Quarto Stato cui il Gramsci si riferiva, era stato pubblicato ìl 13 settembre 1926 – sono evidenti la volgarità e vacuità tribunizia di queste pagine, nelle quali si contiene la sostanza del suo pensiero sul rapporto Nord-Sud. Tra l’altro vi è sottinteso uno sciocco attacco alla Fiat – sempre il Sud contro il Nord – che produceva automobili, un lusso riservato ai ricchi, e non scarpe o vestiti o concimi o macchine agricole per i contadini. Pure il Gramsci non solo non mancava di una certa cultura, ma in questi suoi scritti troviamo alcune osservazioni vere o meno rozze. In realtà egli muoveva dalla tendenza alla semplificazione o riduzione antropomorfica, che si può considerare come l’aspetto comune dell’ideologia. Tutta la storia del Nord o anzi di Torino e del Piemonte da un lato – L’Ordine Nuovo, da lui diretto negli anni 1919-1920, fu il settimanale della sezione torinese del partito socialista italiano – e del Mezzogiorno dall’altro, durante e dopo il Risorgimento, si riduce all’asservimento del Sud per opera della “borghesia settentrionale”, con lo scopo di ridurlo a una colonia di sfruttamento. La formula si sostituisce alla realtà storica. II Piemonte non è più la sua storia, ossia la sua civiltà o cultura, come si determinarono nel corso dei secoli. Né lo è il Sud o anzi non lo sono i vari Sud d’Italia. Ugualmente 10 Risorgimento, che fu anche la poesia, gli entusiasmi, la romantica fede di quegli anni, indistinguibile, come sempre avviene, dagl’interessi economici o dall’arrivismo o carrierismo di molti dei patrioti, si riduce alla stessa formula tanto riduttiva quanto irreale. Né il Gramsci sospettò che la borghesia, che opererebbe con una sua precisa volontà, non esiste e che invece esistono, quando possiamo parlarne, i borghesi, diversi l’uno dall’altro. Dello stesso genere si debbono ritenere altri sorprendenti giudizi, come questo sulla permanenza al potere dei Junker e del kaiserismo “nonostante il grande sviluppo capitalistico”: “Il rapporto di classi creato dallo sviluppo industriale col raggiungimento del limite dell’egemonia borghese e il rovesciamento della posizione delle classi progressive, ha indotto la borghesia a non lottare a fondo contro il vecchio regime, ma a lasciarne sussistere una parte della facciata dietro cui velare il proprio dominio reale” (da II problema della direzione politica, p. 71). Com’era scaltra questa borghesia, che sapeva velare il suo vero potere. Ma nello stesso tempo come sono ingenue queste formule, che ignorano che Tacito o Fichte possono spiegare meglio di Marx la religione della patria nei tedeschi e quindi, se non i Junker, certamente il kaiserismo. Ma il Gramsci non è tutto qui. Così si può accettare il suo giudizio sulla Sicilia: “La situazione siciliana ha caratteri differenziali molto profondi sia dalla Sardegna che dal Mezzogiorno. …Vi esiste …una certa industria e un commercio molto sviluppato. La Sicilia è la più ricca regione di tutto il Mezzogiorno e una delle più ricche d’Italie” (da Alcuni temi della questione meridionale, p. 33).

IL SICILIANISMO

Per una storia del sicilianismo

Per sicilianismo intendiamo l’esaltazione della superiorità del la Sicilia o di certi aspetti del carattere o del costume dei siciliani, che si può accompagnare con la giustificazione di manifestazioni antisociali e disgregatrici nei confronti dello Stato di diritto, quali la mafia o altre forme dell’antistato. Non di rado in tale esaltazione possiamo vedere la reazione delle classi colte o dell’anima popolare contro la diffidenza dei governanti o di autori che in vario modo con essi concordano. Severi giudizi sulla corruzione, violenza, viltà, scarsa capacità di combattere dei siciliani si ritrovano infatti di frequente fin dal tempo degli spagnoli nelle relazioni dei viceré, alcune delle quali ho citato in Sicilia spagnola (Mazara 1948, pp. 32 sgg.), o in storici, quale T. Fazello, De rebus siculis decades (Palermo 1558, p. 28), o in scritture di carattere politico e semiufficiale. Tali possiamo considerare gli Avvertimenti a Marc’ Antonio Colonna di Scipione di Castro, scritti nel 1577, ma per la prima volta pubblicati nel 1601 a Milano nel Tesoro politico. Per le sue opinioni sui siciliani si veda la cit. Sicilia spagnola, p. 35. In tempi più recenti troviamo non dissimili opinioni o condanne. Così nel 1716 l’ex-capo della Giunta di Messina scrive della Sicilia a Vittorio Amedeo II come di “un paese massime in cui regnando in sommo grado la dopiezza e mala fede, resta tal volta insuficiente la vigilanza di un sol Ministro nel tener in dovere di ben sicura et osservata fedeltà li subalterni” (in Stellardi, Il regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell’isola di Sicilia, III, Torino 1862, p. 255). Né in processo di tempo il viceré Caracciolo sarebbe stato più benevolo o indulgente. Ma nello stesso Settecento si ha pure un’esaltazione dell’isola e della superiorità del suo popolo non dissimile da quelle che se ne faranno in seguito o se ne fanno ancor oggi, continuando in tal modo ad alternarsi nella storia del sicilianismo le lodi da una parte e le accuse o le denunzie dall’altra di uomini di governo o di autori, anche siciliani. Così A. Apary, Mémoire de l’état politique de la Sicile presenti a Victor Amedée, Amsterdam 1713, p. 46, afferma che i prodotti dell’isola sono necessari ai popoli più grandi e famosi, alla Francia, all’Inghilterra, all’Olanda, senza che i siciliani abbiano bisogno di questi paesi. Ma, quel che più importa, essi superano ogni altro popolo per il loro ingegno e la facilità di apprendere: “La pénétration et la facilité d’apprendre toutes sortes d’Arts et de Sciences sont de choses connues de tout monde, en sorte que selon les historiens ils l’emportent par dessus les autres Nations”. Queste gratuite vanterie si ripetono ancora. Per molti dei nostri emigrati i nordici non sarebbero che dei semplicioni, privi di ogni intelligenza. Invece, poiché ormai tutti viaggiano, non è più possibile credere che avremmo tutto e che gli altri non avrebbero nulla. Si dicono, anche o soprattutto dagl’intellettuali indigeni, sciocchezze di altro genere, ma, se fino ai primi anni del nostro secolo bastava vedere qualche cassa di arance o di bottiglie di marsala che si mandava all’estero, o un viaggiatore straniero in visita ai nostri monumenti per pensare che al mondo non esistesse che la Sicilia, oggi non si è più così esclusivi e accade che si possa eccedere nell’autodenigrazione. Nel secolo scorso l’autore del “romanzo storico” Giulia della Rocca, Natale Lodato Lombardo, Palermo 1877, poteva scrivere (p. 9): “Palermo, capitale della Sicilia… invidiata dal mondo intero, pel cielo sempre azzurro e trasparente, per le donne simpatiche e dagli occhi neri e sfavillanti”… E a p. 10: “Il cosiddetto Foro Italico, così bello e singolare, ch’è difficile trovarne l’uguale in altra città d’Europa”. A p. 43: “La nostra villa” (la villa Giulia) “per la sua situazione topografica è forse la migliore del mondo”. Non era da meno un autore più noto, Vincenzo Linares, nei Racconti popolari, Palermo 1840, p. 52: “Palermo, viva Palermo, il fior del mondo! sciamava il nostro cantastorie fra gli applausi della brigata. Dove trovate un sì bel cielo, un sì gran mare e buon’aria e tanta gente? Oh, vi sfido! Nemmeno in capo al mondo. Che manca a Palermo? E orti e giardini e pesci e vino di quello che farebbe risuscitare i morti. E dove mettere la pesca dei tonni, a vedere la quale i Re sono rimasti a occhi aperti? E quei nostri melaranci, che vagliono tant’oro?”. Gli entusiasmi per il cielo, il mare, i tonni e gli occhi neri delle ragazze riflettono uno stato d’animo comune né escludono qualche spunto politico. Contro questo sicilianismo F. S. Nitti, Nord e sud, Torino 1900, pp. 43-44, riferendosi a storici e poeti, scriveva: “Il Mezzogiorno, che non ha avuto né una grande arte né una grande letteratura, veniva in quelle pubblicazioni enfatiche mostrato come il centro della storia d’Europa. Da Archimede, che fu un greco di Siracusa, a Pitagora, che fu un greco della Magna Grecia, tutto era pretesto di glorie passate”. Il Nitti, come abbiamo detto, per le sue opinioni sullo sfruttamento del Sud, può comprendersi tra i vittimisti, ma qui coglie nel segno, specie nei riguardi degli storici. Nel secolo scorso il più insigne di essi, I. La Lumia, Storie siciliane, vol. 4, 1881-83, si ispira alla nostalgia della vecchia Sicilia, negata dopo l’unità da leggi e istituti estranei al suo passato e all’indole degli abitanti, ma tutto dò non esclude un vigile e acuto spirito critico, che invece non di rado manca al più celebrato Michele Amari, del quale diremo più avanti. L’Amari non si può tuttavia confondere con un R. Landolina, La difesa della Sicilia da padre Gioacchino Ventura a don Luigi Sturzo, Mazara 1951, p. 5: “Gli antichi Romani non produssero che il più desolante squallore nell’isola. Essi ne fecero una necropoli. I Siciliani preferivano dì gran lunga persino i Cartaginesi ai Romani, non avendo avuto da questi che solo stragi, rovine, catene”. Il che è falso. Il Landolina si cita da N. Dalla Chiesa, Il potere mafioso, Milano 1976, p. 183, come uno degli ultimi esempi del vecchio sicilianismo e dei più significativi per la sua “primitiva rozzezza”. Lo stesso Dalla Chiesa ricorda altri esempi di questo costume sicilianista. Come si oppose la Sicilia al Piemonte o all’Italia, Cartagine o gli arabi ai romani, Nunzio Nasi a Giolittì, cosi si proclamò la superiorità sul Carducci dì un retore tribunizio, il Rapisardi, di cui il pubblicista Alaimo potè scrivere: “Chiude degnamente la poesia dell’Ottocento in Sicilia un Grande, la cui fama passa il mare e che può annoverarsi tra i maggiori poeti della letteratura italiana e che tutti schiacciò i contemporanei. Egli è Mario Rapisardi da Catania” (p, 187). Più sorprendente ci appare la “totalità” poetica della Sicilia, pure citata dal Dalla Chiesa, che si contiene nell’Isola del sole di Luigi Sorrento, un filologo di qualche fama: in Sicilia “tutto è poesia e in tutti i tempi. La poesia è nell’anima della razza immortale, è nell’aria dell’isola bella, sicché l’origine non si può, come ha voluto qualcuno, ricercare e domandare a questo o a quel popolo passato, dimorato o sviluppatosi in Sicilia (il greco, l’arabo ecc.): ognuno ha naturalmente portato il contributo del suo temperamento” (p. 186). Il Dalla Chiesa definisce il sicilianismo come “un sentimento intenso e confuso di solidarietà tra i siciliani, che si fonda, da una parte, su un radicale vittimismo di massa, dall’altra sulla teorizzazione sociologica della civiltà siciliana nel contesto storico italiano ed europeo” (p. 169). Non si può però convenire con lui quando a tale stato d’animo attribuisce lo scopo di “ricomporre artificiosamente i contrasti interni di classe in nome di una superiore unità spirituale”, così da impedire l’individuazione della mafia quale forma di dominio di classe. In realtà la sua seria e onesta ricerca muove anch’essa da quella specie di astratto antropomorfismo, cui abbiamo accennato a proposito del Gramsci. Sebbene riconosca che “alcuni atteggiamenti sentimentali… nel filone sicilianista convergono solo oggettivamente verso gli obiettivi su delineati” (p. 227). Accanto al Dalla Chiesa altri studiosi si sono occupati della storia del sicilianismo, particolarmente Manfredi La Motta, Le inchieste del 1875-76 nell’opinione pubblica siciliana, in Nuovi quaderni del Meridione, luglio-dicembre 1975, in cui si mostra che alla reazione contro le inchieste del Sonnino e del Franchetti, considerati come nemici dichiarati dell’isola, partecipano i più illustri rappresentanti della cultura siciliana, quale Luigi Capuana in La Sicilia e il brigantaggio. Ma qui bisognerebbe ricordare i non pochi autori, da Emetico Amari al Perez, al Vigo, al Cordova, che lamentarono negli anni dell’unificazione l’ignoranza della realtà siciliana e delle sue glorie e i molti altri che, dopo l’unità, fino al separatismo di Finocchiaro-Aprile e ai nostri giorni continuarono in vari modi e stile questa protesta. Sull’argomento abbiamo una vasta letteratura. Nella storia del sicilianismo l’autore più rappresentativo resta tuttavia Giuseppe Pitré, il maggior nostro cultore delle tradizioni popolari. Con l’acume che lo distingue, se n’è occupato di recente G. Galasso, L’altra Europa, Milano, 1982, pp. 375-413. In particolare questo autore si riferisce a un noto episodio della storia dell’opinione pubblica siciliana nei riguardi della mafia. Nel 1902 dopo la condanna inflitta a Bologna a Raffaele Palizzolo, già deputato e direttore del Banco di Sicilia, che nel 1893 aveva forse fatto assassinare Emanuele Notarbartolo, si costituì un “Comitato prò Sicilia”. II Pitré, che ne era stato il promotore, ne aveva scritto il manifesto programmatico. Il Palizzolo era notoriamente un mafioso, mentre il Notarbartolo, un vecchio, integro amministratore del Banco, si era opposto alle sue malversazioni e ne aveva le prove, che potevano denunziarlo. Ma il Pitré aveva visto nella sentenza di Bologna la condanna della società, della storia, dell’anima siciliana, di cui la mafia rappresentava l’aspetto più autentico. Diremo del significato positivo del termine, come molti anni prima l’aveva trovato nell’uso comune del quartiere del Borgo. Ma ancora nel 1889 in Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, citato dal Galasso, pp. 393-94, aveva scritto che “il mafioso è semplicemente un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso, nel qual senso l’essere mafioso è necessario, anzi indispensabile”, essendo la mafia “la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale”. Dopo il processo, in un articolo sul Giornale di Sicilia, 7-8 agosto 1902, lamentava che fuori dell’isola “non si parla della Sicilia senza parlare di mafia e mafia e Sicilia sono una stessa cosa… Come mai si è potuto creare attorno a questa povera isola una leggenda così sinistramente malevola?… Fino a quarant’anni fa chi sognò mai che della Sicilia e dei siciliani si sarebbe potuto dir tanto? La mala pianta non esisteva prima del 1860”. . Vedremo che esisteva sotto altre forme. Che cosa era dunque avvenuto di nuovo dopo quella data? Anzitutto l’unificazione, per la quale gl’italiani del continente fin dagli anni della conquista garibaldina avevano potuto vedere che cosa fosse quella Sicilia cui romanticamente si era guardato come all’isola del sole, abitata da un popolo generoso e di ardenti passioni. Ai giudizi che abbiamo riferiti o riferiremo di un Bixio, di un Bandi, di un Villamarina, se ne potrebbero aggiungere altri: per esempio, qualche anno dopo il ’60 il Govone era riuscito a provocare l’indignazione dei siciliani, affermando in parlamento che la Sicilia non era ancora passata dalla barbarie alla civiltà. Se con tali incaute dichiarazioni quel generale aveva cercato di difendersi dall’accusa di avere in alcuni comuni dell’isola barbaramente represso la ribellione contro il servizio di leva, il suo discorso era stato tuttavia una testimonianza di opinioni assai diffuse. Quasi trent’anni dopo per la prima volta si comprese il pericolo dell’esportazione all’estero, e particolarmente negli Stati Uniti, della criminalità siciliana. Alla domanda del Pitré potremmo dunque rispondere che prima del 1860 la “mala pianta” era rimasta in Sicilia. I siciliani non emigravano e i piemontesi o gl’“italiani” non avevano cominciato a mandare generali e burocrati a governarli. Altri motivi si potrebbero cercare nell’economia del latifondo e nella stretta dipendenza dei mezzadri o dei piccoli dai grandi o diretti gabelloti o grossi proprietari e dai loro soprastanti o campieri. Una delle forme di tale rapporto era stato il prestito o l’anticipo, non di rado usurario, di denaro o sementi o provviste invernali. Quelli che dovevano far rispettare i diritti del padrone, erano di troppo rozza o bassa condizione, perché questa specie di mafia potesse molto preoccupare chi con essa non aveva ragione di aver da fare. Ma il Pitré nell’articolo citato considerava in chiave vittimistica la denigrazione del mafioso, distinguendo “le ragioni etniche, per le quali i popoli hanno e possono avere tali e tal’altri difetti”, dalla nuova etica, che avrebbe dovuto correggerli, e aggiungendo che, “mentre l’etnica resta con i suoi difetti e con le sue gravi virtù, l’etica governativa non ha fatto nulla per correggere gli uni e per fecondare le altre” In definitiva anche per lui veri colpevoli restavano gl’“italiani”, il Nord, i governanti.

I FALSI MITI SULL’ECONOMIA SICILIANA

In questo capitolo Virgilio Titone affronta il tema della “povertà” del Sud, e della Sicilia in particolare, contestando le indagini economiche e i dati statistici. Oggi, dopo che molti studiosi nordisti – ma anche etnicamente indipendenti come Luca Ricolfi – hanno affrontato il dato macroscopico dell’economia sommersa e del denaro che quelle terre si mangiano, la cosa non ci fa più effetto; ma trent’anni fa non era facile contraddire il principio fondante di tutti i trasferimenti di risorse, ossia l’indigenza meridionale. Per controbatterlo, Titone enumera una serie di indicatori come la quantità enorme di seconde case in Sicilia, 574.447 contro 412.326 in Lombardia, 398.465 in Piemonte e 294.081 in Emilia. Cifre peraltro poco significative, visto che ben più dovevano essere le abitazioni abusive. Morale: “La miseria nera o le scempiaggini sul profondo Sud rientrano nel retoricume letterario di molti intellettuali. Che cosa avrebbero da dire, se dovessero confessare che i loro morti di fame si costruiscono ville e palazzi?” Titone elenca una notevole quantità di industrie, alla luce del sole, semisommerse e sommerse, attorno alle quali circola parecchio denaro, così come l’agricoltura che ha conosciuto un discreto potenziamento anche grazie alla mafia: “Nel periodo 1945-60, e in qualche caso anche prima e dopo, le pressioni o minacce mafiose costrinsero i grandi proprietari e gli eredi della media borghesia terriera a vendere a prezzi imposti con i consueti argomenti infallibilmente persuasivi. In questi casi – e del resto non solo in questi – la mafia è stata economicamente utile. I mafiosi sono stati sempre tra i più solerti agricoltori. Altri hanno venduto, perché hanno pensato di emigrare, mentre non meno frequentemente è avvenuto anche il contrario: l’acquisto di terre da parte di emigrati che ritornano nei paesi d’origine definitivamente o per le vacanze”. Enorme, invece, l’afflusso di capitali ai singoli cittadini (e non soltanto, come si racconta tuttora, a pochi furbi) testimoniato dal proliferare di nuovi sportelli bancari. I soldi sgorgano da sorgenti immutate in questi trent’anni, come gli stipendi degli allora 10.000 dipendenti della Regione Sicilia (che per la cronaca oggi sono triplicati) contro i 5000 della Lombardia. O dal finanziamento di enti inutili e costosissimi, i cui soldi provengono anch’essi dall’“estero” e finiscono per circolare nell’economia quotidiana dell’isola.

– o m i s s i s – Da questo genere di entrate non si può escludere l’assistenza sanitaria, che comprende le retribuzioni degli addetti agli ospedali, case di cure, pronti soccorso e simili, dai medici agl’inservienti. Nel 1981 secondo l’Istat risulta che in Sicilia si sono spesi 602 miliardi (nello stesso periodo nel Piemonte 386 miliardi). La voce “previdenza” ufficialmente comprende: pensioni, rendite vitalizie, assegni familiari, assegni di disoccupazione, assegni per integrazione salari, liquidazioni in capitale, indennità di anzianità, assegni di morte, borse di studio, sussidi, indennità ed assegni per malattia, indennità e assegni per maternità, indennità temporanee per infortuni e malattie professionali. La spesa complessiva (Istat, 1981) è stata di 2.840 miliardi. Non è neppure calcolabile quanta parte del ricavato dei sequestri di persona o dei racket che operano nel Centro-Nord ai danni di esercenti o industriali, pervenga in Sicilia, né quello che vi portano i pendolari del crimine. Costoro prendono il treno o l’aereo, commettono una o più rapine o furti a Milano, a Torino, a Roma, in altri centri, e possono, anche nella stessa giornata, far ritorno alle basi. Molto denaro perviene o è pervenuto dai mafiosi italo-americani. Naturalmente non tutti si occupano della droga e spesso appartengono alla seconda o anche alla terza o quarta generazione degli oriundi. In questi casi generalmente non portano più i loro dollari in Sicilia. Ma ci sono pure le nuove leve dei nati nell’isola, e accade che anche gli altri si ricordano tangibilmente di parenti o di amici o del paese d’origine o del suo santo patrono. Chiese e istituti di beneficenza sono stati fondati o restaurati con il loro contributo, non meno generoso anche per la solenne celebrazione di feste religiose o patronali. Per quanto grande sia l’afflusso di questo denaro, pulito o non pulito, molto ne arriva in Sicilia da altre fonti e in primo luogo dalla quasi totalità degli emigrati, che non fanno i mafiosi né i ladri o i rapinatori, ma pensano a lavorare e sono più numerosi di quelli che si è soliti considerare come emigrati. Nel numero bisogna infatti comprendere le molte decine di migliaia di dipendenti siciliani al servizio dello stato o di altri enti pubblici nelle altre regioni italiane. La scuola di ogni ordine e grado, le forze armate, le amministrazioni tributarie o della giustizia o degl’interni, la polizia, i ministeri, i monopoli ne impiegano per un’alta percentuale. Non sappiamo con precisione quanti possano essere. Non lo sanno neanche gli uffici centrali da cui dipendono, e del resto aumentano di anno in anno. Per quanto riguarda il loro apporto all’economia siciliana, va compresa tra le rimesse degli emigrati una certa parte degli stipendi o indennità percepite, cui per molti si debbono aggiungere, come cosa ordinaria ed entrata nel costume, le bustarelle e i proventi di diritti, estorsioni, ruberie varie. In quest’ultimo caso il denaro sporco e quello pulito si confondono l’uno con l’altro. La qual cosa avviene anche con i comuni delinquenti, che possono impiegare onestamente i loro non confessabili guadagni. Di quei pubblici dipendenti una parte si stabilisce nel continente, un’altra si propone di ritornare nell’isola. Gli uni e gli altri difficilmente dimenticano di aiutare i familiari rimasti in Sicilia, e, se pensano di farsi la seconda casa, generalmente, come si può osservare, se la costruiscono lungo le spiagge del paese natio. Né occorre dire che la seconda non esclude la prima. – o m i s s i s – Qualcuno ha definito l’economia sommersa in Italia come un boom incalcolabile. Questa incalcolabilità si deve considerare ancora più complessa per le ragioni del benessere o della ricchezza attuale della Sicilia. Non possono testimoniarne gl’improbabili calcoli degli economisti, ma quello che si vede ogni giorno intorno a noi: oltre alle prime, seconde, terze case, di cui si è detto, l’alta percentuale delle automobili di lusso o, per i ragazzi, delle più potenti motociclette, il trasferimento estivo di quasi tutta la popolazione, e per lunghi periodi, nelle spiagge – secondo le statistiche ufficiali solo pochi privilegiati potrebbero permetterselo – le pellicce, il gran numero di nuovi locali di divertimento di ogni genere, che si aprono ogni giorno, dai night alle discoteche, ai teatri piccoli e grandi (solo il cinema è in crisi, ma avviene dappertutto), ai più costosi bordelli d’Europa. Questi ultimi, come le grosse cilindrate o il visone, evidentemente non sono accessibili a tutti. Ma per il resto tale benessere si estende, più o meno, a tutte le classi. I più competenti in materia sono i cosiddetti mafiosi, che, molto meglio degli economisti o degli agenti del fisco, conoscono le reali possibilità economiche dei creduti poveri diavoli e si comportano conformemente, stabilendo le taglie che ciascuno deve pagare. Ma qui è necessario accennare ad alcuni luoghi comuni assai diffusi, die vanno, almeno in parte, smentiti: si ripete a torto che questa sarebbe una ricchezza fittizia. Sì afferma in secondo luogo che avrebbe la funzione negativa non di creare, ma di consumare o distruggere la ricchezza creata dagli altri. In quest’ultima accusa c’è indubbiamente del vero: se non ci fosse, non si giustificherebbero le nostre osservazioni sulla rovinosa – rovinosa soprattutto moralmente – impiegomania o sul malcostume delle continue richieste, spesso ricattatorie, di aiuti, sovvenzioni, finanziamenti, che sarebbero, e non sono, dovuti dal Nord e in molti casi hanno fatto più male – anche qui moralmente – di quel bene che si ritiene ne sia derivato. Ma bisogna osservare: 1°) non sempre il terziarismo è soltanto terziario. Una pasticceria, che vende, ma anche fabbrica i dolci o i biscotti venduti, una gelateria, che produce i suoi gelati, e molti altri servizi del genere si debbono comprendere nello stesso tempo tra gli esercizi commerciali e le piccole industrie; 2°) in un certo senso anche una casa è un bene di consumo; 3°) la ricchezza crea nuova ricchezza. Chi costruisce una delle tanto tartassate case al mare crea lavoro per muratori, falegnami, elettricisti, fabbriche di infissi, di mobili, di ceramiche ecc. – o m i s s i s –

Il tesoro sommerso e la fine di un’epoca

Ora tutti si sono accorti di un’economia complementare, che fiorisce accanto a quella ufficiale. Ne avevo parlato molti anni fa. All’estero – poiché il fenomeno non è limitato all’Italia – questa sarebbe un’economia informale. Esiste anche, in modi naturalmente diversi, nei paesi comunisti, nei quali l’agricoltura più efficiente è quella delle piccole aree lasciate in privata gestione ai contadini. In alcuni di questi paesi non mancano aziende del genere, industriali o commerciali. In Italia stranamente si è creduto di poter valutare l’incidenza del sommerso: un 20 o 30 per cento del prodotto nazionale lordo, che si calcola in 450.000 miliardi di lire (1982). Si dovrebbe quindi pensare a un 100.000 miliardi. Ma come si può misurare in termini monetari ciò che per la sua stessa natura, almeno in parte clandestina, e per le innovazioni contìnue o le trasformazioni delle correlative attività, si sottrae a ogni calcolo accettabile? Si può certamente parlare di una parte notevole e forse in aumento della ricchezza prodotta. Ma non ne sappiamo altro. Oggi la grande fabbrica tende a scomparire o almeno si avvia a un ruolo talvolta secondario rispetto alle fabbrichette anche artigiane o familiari. L’economia marginale, che lavorava su commissione delle grandi industrie, è divenuta o sta per diventare largamente autonoma. La spiegazione non ne va cercata soltanto nella nuova tecnologia o nelle piccole macchine che, memorizzate e programmate, producono da sole. Questa è una delle cause del declino della grande industria, ma ce ne sono altre. Se dovessero emergere dal sommerso, molte di queste aziende sarebbero costrette a chiudere sotto il peso del fiscalismo di uno stato che non funziona, pur se mantiene un esercito immenso di dipendenti d’ogni genere, per tanta parte o inutili o incapaci o corrotti. A questo suo dispendio improduttivo si aggiungono lo sperpero assistenziale e la tirannide dei sindacalisti. L’apparato statale non dà nulla a chi produce. Lo opprime in favore di chi non produce. Né lo protegge dal crimine né può difenderlo dalle molte mafie che al centro e alla periferia governano la macchina burocratica, mentre nei sindacati solo da qualche mese si comincia a non vedere negl’imprenditori i naturali nemici di quello che scioccamente si chiama ancora il proletariato. – o m i s s i s –

 LA SICILIA DI IERI

[da riassumere]

LA MAFIA

Mafia e camorra

La maggior parte degli storici della mafia comincia col chiedersi quale sia l’origine del vocabolo e c’è chi lo fa derivare dall’arabo, chi dal francese, chi dal latino, chi dal dialetto piemontese, andando, in questa ricerca di cervellotici etimi dai cavalieri del Tempio o da Maufer, il dio del male, cui si riferisce il padre Loiseleur, fino alle cave di pietra, maha, in cui secondo il Loschiavo si sarebbero riuniti i patriotti siciliani del Val di Mazara in attesa della liberazione. La ricerca è inutile e oziosa, perché nulla sappiamo della relazione storica tra i supposti etimi e il nome con cui si sarebbero indicati i gruppi o le associazioni più o meno estralegali cui essi dovrebbero riferirsi. È vero invece quello che scrive il Pitré sul significato comune del vocabolo nello scorso secolo. In quel quartiere di Palermo che si denomina del Borgo, si usava per indicare una cosa o persona che si distinguesse come eccellente nel suo genere o più bella o più forte dell’ordinario. Mafiusu, aggettivo e sostantivo, può indicare un albero straordinariamente rigoglioso, una donna prosperosa, una bestia da soma resistente alla fatica, un uomo ardito e di bell’aspetto. In tal senso il vocabolo è stato ed è tuttora comunemente usato non solo a Palermo, ma nel dialetto siciliano, specie nelle province occidentali. Questo è quindi un dato da tener presente: il significato storicamente positivo, non negativo, del termine nel linguaggio comune, che evidentemente esisteva già molto prima che si cominciasse ad usare per riferirsi a un’attività criminosa o piuttosto estralegale, con caratteri propri e distinti da quelli della comune delinquenza. In tale significato secondo lo stesso Pitrè comincerebbe a diffondersi in seguito alla rappresentazione nel 1863 di un dramma in dialetto, I mafiusi di la Vicaria di Giuseppe Rizzotto, in cui però, confondendosi la mafia con la camorra, i mafiosi del titolo son chiamati camorristi nelle didascalie del testo. Ma è questione piuttosto che di una semplice confusione dei due termini, di fenomeni sociali e ambienti umani essenzialmente diversi l’uno dall’altro. La camorra era la malavita napoletana, e ben poco aveva in comune con la mafia. La degradazione dei lazzaroni di Napoli non trovava alcun riscontro in Sicilia. Non c’era nulla nei camorristi della dignità silenziosa del mafioso. Il camorrista era – e talvolta è ancora – soprattutto un comune ladro o un taglieggiatore del gioco o del piccolo commercio. Rubava o imponeva un regolare tributo ai bottegai, contadini, artigiani, osti, bettolieri. Il suo ambiente naturale restava la città e della città specialmente i luridi quartieri popolari, quei quartieri per i cui abitanti il Mastriani non seppe trovare un nome più adatto di quello di vermi, come s’intitola uno dei suoi romanzi (1869). Il che naturalmente non toglie che anche nelle altre classi della popolazione di Napoli e tra i magistrati, gli agenti della forza pubblica, i funzionari del governo la camorra trovasse i suoi adepti o alleati, che esercitavano la loro attività in una cerchia più vasta. Le origini di questa criminale organizzazione da alcuni autori sono state attribuite alla confraternita spagnola della Garduna, che esisteva già almeno dal 1417. Tra le sue funzioni c’era il delitto su commissione. Era un’anonima assassini ante litteram. Ma le differenze tra la camorra e la mafia non sono solo queste. Tra l’altro la Garduna a un certo punto potrebbe quasi dirsi un organo del governo centrale, che se ne avvale per i suoi fini: per controllare la malavita e per affidarle i delitti o lo spionaggio di stato. Nei gradi più alti ne facevano infatti parte, come nota Manuel de Cuendias, perfino alti prelati e inquisitori del Santo Ufficio, spesso suoi strumenti o protettori. Qualcosa di simile avvenne con la camorra napoletana. La polizia borbonica ricorreva regolarmente ai suoi capi. Questo avvenne anche quando, nel 1860, sotto l’ultimo dei Borboni, Liborio Romano, dal 27 luglio ministro dell’intemo e della polizia, se ne servì per il mantenimento dell’ordine come dell’unica forza capace di imporsi sui lazzari, che già si preparavano al saccheggio: un provvedimento giustificato dal Nisco, dal Ghezzi, in parte anche dal De Cesare. Bisogna inoltre osservare che i costumi dei camorristi rappresentarono l’anima barocca del popolo napoletano. Scrive il Consiglio: “Che la camorra costituisse il suo ordine a imitazione di quello nobiliare ed anzi a esso contrapposto è abbastanza evidente. Imitazione che alle volte era scimmiottatura: il sedile più antico, più nobile, più prestigioso era quello di Capuana; i camorristi dettero al rione di Capuana il privilegio di fornire il capintesta. Le aspirazioni di questo sottomondo erano anche rivelate dal linguaggio che essi vennero formando in due o tre secoli di attività: una sorta di lingua rituale, fatta di italiano storpiato e di vocaboli travisati e distorti, un modo di parlare tronfio e ridicolo. Con maggiore precisione però i camorristi imitarono la procedura cavalleresca: il dichiaramento, … famosissimo duello a squadre, ancora in uso nella malavita napoletana, non era che il modo di battersi dei nobili del Seicento”. Oggi questi duelli non si fanno più. Tra quel passato e questo presente c’è stato tra l’altro il cinema. I camorristi vi hanno imparato come si fa ad ammazzare gli avversari o quelli che non vogliano piegarsi alle loro imposizioni. Ci sono state molte altre cose. Ma dell’antico costume qualcosa è restato. Se anche in Sicilia mafiosi o piuttosto comuni delinquenti impongono il pagamento del “pizzo”, non lo fanno apertamente e pubblicamente, come i camorristi napoletani. Per costoro il pizzo è la regolare corrisponsione di un servizio pubblico di protezione. Si considerano ancora come una camorra di stato. La vecchia mafia fu cosa ben diversa. Non si concedeva né i balletti né i dichiaramenti spettacolari. Non collaborava con la polizia. Chi si sospettava di una tale collaborazione si bollava con un marchio d’infamia. Si riteneva un nemico pubblico, una pecora nera, indegna di sopravvivere. Infatti nelle rivoluzioni o piuttosto rivolte del Risorgimento il popolo poteva insorgere facendo strage dei borbonici oppure dei funzionari del governo o dei ricchi, i proprietari della terra, i cappelli o i galantuomini. Ma generalmente in queste classi nemiche faceva le sue eccezioni. C’erano anche in esse gl’intoccabili: quelli che si erano comportati umanamente con i loro dipendenti e meritavano di esser protetti. Contro gli odiati birri non ci furono invece eccezioni o furono molto rare. Basterebbe spigolare qua e là tra i canti popolari nelle raccolte che se ne son fatte, particolarmente in quella dell’Avolio, per rendersi conto del disprezzo universale in cui è tenuto l’infame e cioè colui che in qualsiasi modo collabora con la polizia o la giustizia ufficiale. Una testimonianza è già per sé stessa un’infamia. L’uomo d’onore non sa, non vede, non sente. Tra le cause storiche di questo stato d’animo non si può trascurare l’immoralità della legge. Un esempio, uno dei molti che si potrebbero in ogni tempo ricordare, può vedersene nel Real Decreto dell’11 settembre 1821, art. 8, in cui si prescrive che “qualunque persona appartenente alle sudette sette o combricole” (la legge si riferiva particolarmente alle associazioni segrete sul tipo della Carboneria), “se pentita scopre alla polizia i membri e le mire dei complottanti, godrà l’impunità. Il suo nome non sarà giammai conosciuto, né sarà registrato in nessuna carta”. Essendo in tal modo premiati, i delatori e i traditori erano giustamente disprezzati né poteva evitarsi che con essi si disprezzassero la legge stessa, la polizia, i governi, che si avvalevano di quei mezzi. In ogni tempo i governanti si son serviti di spie e confidenti. Ma i Borboni, costretti dal costume e dall’ambiente, seppero rendere, se pur era possibile, più odioso quello che già era considerato come il peggiore dei comportamenti immorali. Né si cercava di nascondere l’infamia. Si potrebbero ricordare non pochi documenti ufficiali, nei quali si rivelano i nomi dei traditori e il motivo dell’assoluzione: come nella sentenza – pubblicata dal Labate in un Decennio di Carboneria in Sicilia – a carico di un gruppo di carbonari, condannati dalla Corte marziale di Palermo il 18 settembre 1822: “La Corte Marziale ad uniformità di voti ha dichiarato il D. Vito Ramistella meritevole di godere l’impunità accordata dall’art. 8 del Reai Decreto anzidetto”. Mentre il traditore riceveva il premio del suo tradimento, Salvatore Meccio, capo di quella congiura, era condannato a morte. Ma al riguardo possiamo riferirci a un’antica tradizione di privilegi accordati al delitto, alla calunnia, alla delazione e particolarmente ai “familiari” dell’inquisizione. Né la mafia può assimilarsi alla camorra per il fatto che talvolta il deputato ha potuto aver bisogno del mafioso e questi di quello. Tale condizione di cose o la corruzione di qualche magistrato e pubblico ufficiale della polizia non si debbono considerare come la testimonianza di un’accettazione morale dello stato. Un carattere del tutto particolare ebbe la collaborazione tra le autorità militari e civili degli Alleati e la mafia siciliana o siculo-americana nel periodo che precede e segue l’occupazione dell’isola nel 1943. Lucky Luciano, in quella circostanza il gangster più accreditato, aveva cominciato a collaborare con i comandi militari americani nella campagna contro i sommergibili tedeschi. Non collaborò mai con i birri o le polizie. Bisogna in ogni caso tener conto dell’ambiente o del clima storico. La Garduna in Ispagna può essere lealista, come fino a un certo punto fu talvolta anche la camorra napoletana. In Sicilia non c’era un re, che fosse visibile nella sua reggia. Non esistevano pertanto i motivi di uno stato d’animo ante o post litteram sanfedistico, al quale invece a Napoli contribuivano l’estrazione sociale e l’indole del popolo tutto. Che anzi alcuni viaggiatori stranieri e tra gli altri il Moratin, il maggiore rappresentante del teatro spagnolo del Settecento, insistono sulla mancanza del decoro, della dignità, del senso dell’onore non solo nei lazzaroni, ma anche nelle classi “mas ilustres y distinguidas”. Nessun esemplare si ebbe in Sicilia dei vermi di Napoli. La razza era un’altra. Si può bensì ricordare il lealismo strumentale delle plebi, che, dai tempi della dominazione spagnola fino a quelli dei fasci dei lavoratori nel secolo scorso, si rivoltarono invocando il nome del re, supremo garante della giustizia oppressa. Ma non si andò più in là di tali invocazioni dimostrative. Inoltre, mentre la camorra poteva considerarsi, come si è detto, un fenomeno essenzialmente urbano, caratteristico di quel grande agglomerato che in seguito all’immigrazione da tutto il regno era venuto formandosi a Napoli, la mafia ha le sue origini e il suo ambiente “culturale” nella campagna. Non che non esistesse a Palermo o in altri grossi centri. Ma vi operava – mi riferisco sempre al periodo che segue il 1860 – come una proiezione o continuazione, se così può dirsi, di ambienti rurali. Ancora in tempi recenti i grandi mafiosi, Calogero Vizzini, Genco Russo, ecc., vennero su da piccoli centri rurali, dai quali con vari collegamenti riuscirono a estendere la rete della loro influenza. In fondo erano rimasti dei contadini-proprietari, né mai cercarono di nascondere la propria origine. Anzi con il modo di vestire – la coppola, per esempio – gli atti, le parole, procuravano di far notare il loro legame con la terra, che, opposta alla città, diveniva in tal modo quasi un simbolo del disprezzo in essi comune per la frivolezza cittadina o gli uomini di penna, i burocrati, i governanti. Sentivano di rappresentare qualcosa di più profondo e vero, il costume, la tradizione, perfino la religione degli avi. La tendenza alle manifestazioni simboliche, ossia a fare del simbolo quasi una divisa, si accompagna a questo spirito di autoctona genuinità. Il mafioso non si veste (o non sì vestiva) come i civili o i galantuomini cittadini, ma neppure come i contadini. Anche sotto tale aspetto l’abito che portava, doveva dare l’idea da un lato di una certa quale nobiltà rusticana, dall’altro di un’orgogliosa sicurezza di sé e quasi di una perpetua sfida. Delle coppole storte, per esempio, si fa menzione in un processo, conclusosi nel 1829 con tre condanne a morte, contro gli affiliati di una setta Carbonara scoperta quattro anni prima nell’isola di Favignana. Ne riferisce anche lo Scaturro nel II volume della Storia della città di Sciacca. Nel movimento separatista, che si diffuse nel 1943 e negli anni seguenti e cui la mafia in buona parte aveva aderito, c’era anche quest’altra componente: l’affermazione della sicilianità come ruralità o verità indigena contro le imposture ideologiche, che si tentava di importare dal di fuori. Più che di programmi era questione di uno stato d’animo. Perfino il risentimento meridionalistico contro tutto ciò che fin dal 1860 si era identificato con la creduta menzogna ufficiale – lo stato, la patria, la nazione, la giustizia sociale – oltre che da cause economiche, deriva da questo bisogno di rivoltarsi contro le chiacchiere e la retorica dei tribuni. Lo scetticismo dei siciliani non li sopportava e non li sopporta. In essi vede il tentativo di una sopraffazione continuata anche contro la comune intelligenza. Nel separatismo confluirono senza dubbio altri motivi e interessi di vario genere, come pure, specie nei ceti più colti, le accuse antiche e nuove contro lo sfruttamento del Nord. Ma il sottofondo ne fu questo indistinto bisogno di una identità siciliana, negata da una civiltà d’importazione. L’anima o l’immagine simbolica ne erano la terra, la solitudine antica del feudo, il silenzio e la gravità dei suoi abitatori: una specie diversa di uomini, che reagiva contro il non autentico, non solo nei non siciliani, ma nei siciliani stessi politicizzati, burocratizzati, inurbati. In tal senso quel movimento, nelle forme che assunse allora o aveva assunto precedentemente, può considerarsi uno degli aspetti di questa ruralità ideale, come del resto lo sono o lo furono la fedeltà, sinceramente sentita e però anche ostentata, a certi patroni mafiosi o anche all’aristocrazia del feudo (così, anche dopo l’abolizione del feudalesimo, si chiamò il latifondo), per la quale ci si può evidentemente riferire ai caratteri propri dell’economia feudale nell’isola e alla funzione del mafioso come gabelloto o campiere. Ma, al di là di tali motivi, tra lui e il barone qualche volta si stabiliva una particolare affinità, le cui radici erano pur sempre da vedere nel fatto che anche quest’ultimo rappresentava la tradizione o la terra come vocazione e cioè come verità. Del resto può osservarsi che nella stessa Palermo fino a non molti anni fa la mafia è stata prevalentemente rappresentata da gente di origini non cittadine: le borgate, i vicini comuni agricoli, la Conca d’Oro, in cui è attecchita quella sua speciale branca che si denomina “dei giardini”, come si chiamano gli agrumeti della pianura che circonda la città, oggi quasi scomparsi per l’inarrestabile estendersi dei nuovi quartieri. Tale modo di pensare o di sentire si manifesta ugualmente nel clan chiuso, formato da consanguinei o da quanti erano legati dal vincolo del comparatico. L’anima rurale tende a opporre una barriera insuperabile tra la famiglia e gli estranei. Questo fenomeno, su cui torneremo, è stato recentemente studiato tra i mafiosi d’America dal sociologo Francis Ianni e si nota anche in Sicilia. Se la mafia non va dunque confusa con la camorra e se nello stesso dramma del Rizzotto si confondono il camorrista e il mafioso, sussiste il problema delle origini. I mafiosi, se pur sott’altro nome o senza un nome che tutti li distinguesse, da secoli avevano il loro posto nella società dell’isola. Nel sottobosco della criminalità siciliana, tenendo presenti le differenze ambientali, che non si cancellano, abbiamo anche qualcosa di simile alla camorra. Il Rizzotto non solo ci paria di camorristi, ma a essi attribuisce le attività e l’estrazione sociale che li distinguono dai mafiosi. Il loro capo, Iachinu Funciazza, non è che un misero ciabattino, e, uscito di galera, se ne ritorna a vivere nel suo sordido catoio, come si chiamavano le stamberghe a pianterreno dei vicoli della vecchia città: un vero capomafia non è mai appartenuto a questa infima e disprezzata condizione. Dal che deve dedursi che probabilmente voleva riferirsi agli affiliati alla bassa mala ordinaria, del resto dappertutto organizzata con sue regole e capi, e che mafiosi li aveva detti ironicamente, non perché così fossero chiamati, ma perché il vocabolo, nel suo significato ordinario, che comporta anche quello dell’audacia, del coraggio ecc., poteva alludere alle arie da gradassi di quei piccoli delinquenti. Se cosi non fosse, non si saprebbe spiegare per qual motivo nel corso del dramma si parli sempre di camorristi e non si trovi più il termine mafioso. Non possiamo pensare a un equivoco. L’autore o gli autori – perché si può forse accettare l’opinione del Loschiavo, che attribuisce i due primi atti al maestro elementare Gaspare Mosca – conoscevano bene il mondo dei loro personaggi. Né importa che il Funciazza, come afferma lo stesso Lo Schiavo, possa essere stato nella realtà un noto bettoliere palermitano. Ma si può aggiungere che, pur quando si comincia a parlare di veri mafiosi, si continua a usare il termine camorrista per riferirsi a tipici aspetti della bassa criminaltà cittadina. Così ne scrive nella sua relazione al Ricasoli – riportata dal Pagano in Sette giorni d’insurrezione a Palermo – sulla rivolta palermitana del settembre del 1866 il marchese di Rudinì, allora sindaco della città: “Né è da meravigliare che… varie classi operaie si trovino unite e compatte, quando si consideri ch’esse sono fortemente organate in pie corporazioni, le quali… conservano ancora lo spirito e l’organismo delle antiche corporazioni, e sono non di rado convertite in assemblee di camorristi”. Camorrista è qui usato in un senso generico per indicare ogni forma di delinquenza organizzata, che può indifferentemente dedicarsi al furto, alle estorsioni, allo sfruttamento della prostituzione ecc. Tra questa gente, concludeva, si trova buona parte di coloro che nelle rivolte o rivoluzioni del secolo, dal 1820 in poi, sono scesi in piazza per darsi ai saccheggi o vendicarsi dei birri o dei loro personali nemici in nome della libertà, invocata sia contro i Borboni sia più tardi contro gl’”italiani” o i piemontesi, come per l’appunto era avvenuto quell’anno.

La mafia è l’antiplebe

In questa relazione, come nel dramma del Rizzotto, il termine camorrista si riferisce dunque allo stesso tipo di delinquente: a un fenomeno urbano e plebeo. Del resto ne abbiamo una precisa definizione ufficiale in un “bando” pubblicato dal viceré principe di Caramanico in data 29 maggio 1793. In quei tempi si cercava di prevenire il delitto togliendo dalla circolazione con mezzi, a dire il vero, anche troppo spicciativi quelli che, non esercitando nessuna attività nota o lecita, riuscivano tuttavia a procurarsi di che vivere. Nel suo bando il Caramanico distingue due categorie diversamente pericolose, dei vagabondi e oziosi semplici e di questi stessi individui, quando siano sospettabili di attività criminose: “Sotto il nome di così fatto semplice Ozioso e Vagabondo S.E. fa a tutti palese e manifesto che inteder si deve colui, ch’essendo abile a qualche fatica per la robustezza del suo corpo, si fa per torpidezza ad accattar limosina nelle chiese, in istrada, nei Caffè…; chi consuma buona parte del tempo nelle Taverne, ove si dà spesso alla ubriachezza; e chi non avendo alcuna entrata né alcuna arte o professione, vive a se stesso, frequentando i bagordi e compagnie diffamate… Ma siccome rare volte o mai si avvera che l’oziosità e l’infingardaggine siano scompagnate dal vizio, così l’E.S. provede ancora e comanda che quei vagabondi che oltre alla inerzia, onde sono compresi, abbiano qualche altro vizio; come sarria quello di ladro di sacchette, di truffaiolo, di giuocator di vantaggio, di camorrista, sotto qual infame nome vien conosciuto colui che mantiene e garentisce il vizio del gioco o altro turpe ed abominevole, sieno costoro più severamente puniti”. Per camorrista s’intendeva dunque più che il borsaiolo – ladro di sacchetta – chi viveva del vizio altrui. Più tardi, in ambienti diversi, queste attività saranno esercitate, insieme con altre, dalla camorra italo-americana o da camorristi trasferitisi nel Nord. Ma in Sicilia la vera mafia non se n’era occupata, almeno in generale. Né il camorrista, siciliano o napoletano, può considerarsi come l’anello di congiunzione con la mafia, di cui nella sua nuova accezione, come nota il Novacco (in Nuovi quaderni del Meridione, 1964), si comincia ufficialmente a parlare dal 1865 in una relazione del delegato di pubblica sicurezza di Carini al prefetto di Palermo Filippo Gualtiero, e nel rapporto di quest’ultimo al Ministero degl’interni. Evidentemente la storia del vocabolo non potrebbe per sé stessa interessarci, se non vi si dovesse vedere, ma solo fino a un certo punto, il riflesso del successivo trasformarsi di quelle attività delinquenziali. Al riguardo qualche studioso, come il citato Loschiavo, non ha alcun dubbio: “Rimane quindi fermo il concetto… essere il vocabolo mafia e il derivato mafioso… venuto alla luce al seguito dei garibaldini e che, essendo coincisa la denominazione di mafioso con quella dei volontari antiborbonici, la particolare indicazione, automaticamente era servita a indicare… le consorterie e… gli appartenenti ad esse”. Ma, se si può affermare con certezza che bisogna riferirsi agli anni che seguirono lo sbarco di Marsala, non si deve dimenticare che nessun documento relativo ai garibaldini siciliani, nel ’60 come nel ’62, ci parla di mafiosi. Non se ne fa cenno neanche per quel Giovanni Corrao (sul quale si potrebbe vedere lo studio del Falzone nell’Archivio storico siciliano, 1975) che insieme con Rosalino Pilo precedette Garibaldi in Sicilia, lo seguì poi ad Aspromonte e si distinse non meno per il suo ardimento che per l’autorità di natura mafiosesca esercitata sui popolani di Palermo. In realtà la fine del regno borbonico e la parte che vi ebbe la Sicilia furono solo una tappa del processo per il quale la società siciliana andava trasformandosi e nello stesso tempo reagiva contro le novità sociali e politiche. La mafia è il ritratto e l’espressione tipica dei tempi nuovi, che inesorabilmente si avanzano, e di un passato che non può e non vuole morire.

La mafia come autodifesa

Di questa condizione di cose può vedersi una testimonianza nella relazione, pubblicata dal Pontieri, in II riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, sullo stato economico e politico della Sicilia – 3 agosto 1838 – del procuratore generale del re di Trapani Pietro Calà Ulloa al ministro di grazia e giustizia. Dopo aver mostrato la profonda immoralità sia della legislazione vigente sia di coloro che in alto e in basso dovevano farla applicare, quel magistrato, cui non si può negare un acuto spirito di osservazione, aggiunge: “Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che si dicono partiti, senza colore o scopo politico…, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di fare esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati. Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti, escono i mediatori ad offrire transazione pel recupera mento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi e s’inscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile”. Abbiamo qui tutte le condizioni della mafia in un campo ristretto principalmente all’abigeato o ad altri reati relativi alle attività agricole, che allora erano quasi le sole sfruttabili. Il partito serve a difendersi e ad offendere. Secondo il Calà Ulloa può considerarsi come una società di mutuo soccorso o un mezzo di regolari estorsioni o nello stesso tempo l’una cosa e l’altra. A queste associazioni prevalentemente rurali talvolta si aggiungono quelle cittadine, costituite, come si osserva nella relazione del Di Rudinì, da operai, eredi delle vecchie corporazioni soppresse dopo i moti del 1820, non poche delle quali nel passato si erano rivelate particolarmente temibili. Nell’un caso e nell’altro si deve pensare a organizzazioni quasi tribali, con un capo, per dir così, naturale, un notabile rispettato, quale sarebbe il possidente o l’arciprete cui accenna il Calà Ulloa, o colui che era succeduto tra gli artigiani e gli operai agli antichi consoli delle arti o tuttora nelle pie confraternite, compagnie, congregazioni esercitava l’ufficio di governatore o prefetto o assistente. Era pur questa una certa forma di organizzazione, che operava come se lo stato non esistesse. Né in realtà esisteva. Forse non sarebbe eccessivo affermare che non era mai esistito. Ma al tempo degli spagnoli o, anche sotto i Borboni, fino al riformismo illuministico del Caracciolo, se ne sentiva in qualche modo la presenza, più che in seguito non sarebbe stato possibile. Particolarmente prima della pace di Utrecht, se non si aveva alcun interesse alle guerre della Spagna, non si poteva non considerarla come il baluardo della cristianità contro il pericolo dei turchi o dei pirati barbareschi: un pericolo non più tanto temibile nei tempi successivi. D’altro lato l’autorità dei notabili, dell’aristocrazia, economicamente decaduta, sui suoi clienti o gli antichi vassalli, dei capi dei partiti nel loro proprio ambiente o infine dei capi tribù popolari a poco a poco andò diminuendo. Supponeva una società immobile e invece molte cose erano mutate. Tra l’altro l’occupazione inglese durante il periodo napoleonico per “il molto numerario sparso nel decennio” – cito ancora il procuratore del re di Trapani – aveva determinato un periodo di benessere, un aumento del prezzo dei fondi rustici e delle derrate e, in seguito, dopo il 1815, una crisi o una fase di recessione generale, che coincise con l’età della Restaurazione e del resto colpì l’intera Europa occidentale. “Intanto quel numerario tornava in Inghilterra per mezzo delle manifatture, che gl’inglesi, impediti di farlo altrove pel blocco continentale, gittavano strabocchevolmente nella Sicilia. Di modo che quando ritornavano nella loro patria, il numerario spariva e la Sicilia restava col prezzo dei generi e della mano d’opera alzate, molte fortune dissestate, mille nuovi bisogni creati… ed il cumulo immenso delle manifatture inglesi che tosto bassavano il prezzo, essendo aperto il mare al commercio, e non permettevano, …che ne sorgan delle Nazionali”. Ai motivi che dappertutto avevano causato la decadenza del vecchio artigianato si aggiunse dunque anche questo. Ma con l’artigianato perdevano autorità e prestigio i capi delle arti. Un motivo più grave deve vedersi negli effetti delle ripetute sommosse o rivoluzioni. “Aggiungerò che gli onesti, cospirando con deboli mezzi alla libertà del paese, stendevano talvolta la mano al ladro e all’assassino per trovar forza da opporre al governo. Tre rivoluzioni a brevi intervalli, il 20, il 48 e il 60, e i moti del 24, del 31, del 37, del 50, del 56 e del 59 compirono il pervertimento di una massa ignorante, la quale si abituò al sangue e alla rapina. I sentimenti dell’onore e della virtù furono poi intieramente perduti per essa, quando il dimani della rivolta o della restaurazione ammistiavansi i reati comuni e più volte salutavasi eroe il grassatore e l’assassino, decorandolo di medaglie e ricompensandolo di pensioni:” così il citato Di Rudinì, che si riferiva ad avvenimenti da lui vissuti, quali furon quelli del 1866, quando tentò di opporsi alla plebe insorta. Che cosa era dunque accaduto? Anzitutto si insorgeva, perché era facile insorgere. Nel 1647 il moto che prese il nome da Giuseppe D’Alesi, era stato domato non dal viceré, ma dalla nobiltà e dall’inquisizione. Ora l’inquisizione era stata abolita e la nobiltà non era più la naturale alleata dei governanti contro la plebe, che anzi si considerava vittima di torti antichi e nuovi: “La più parte però dei Patrizii Siciliani”, osserva lo stesso Calà Ulloa, “non agisce se non in ragione del proprio dispetto di un’ambizione o non paga o delusa. E vedrebbero con indifferenza qualunque ordine di cose, purché in esso eglino fossero chiamati a dominare. I discorsi che tutto dì sì odono da loro sono pieni di uno sdegno che forse potrebbe sembrar generoso, se non fosse simulato. Paragonan la Sicilia rispetto a Napoli come l’Irlanda rispetto all’Inghilterra”. Di questo vittimismo, che costituisce il carattere costante della questione meridionale, si son mostrate le origini durante il viceregno del Caracciolo. Poi c’era stata – nel 1811 – la protesta dei baroni parlamentari contro un dazio ordinato per reai decreto, senza che si fosse seguita la via ordinaria dei tributi votati come volontari donativi del parlamento, mentre nel 1820 l’isola era insorta o per un ritorno alla costituzione del 1812 o per la costituzione spagnola. In realtà, quando si pensa che cosa era stato l’antico parlamento e quale vergognoso esempio di immaturità politica e civile avevano dato le due Camere a esso succedute, i siciliani non avrebbero avuto nessuna ragione di lamentarne l’abolizione. Il riformismo borbonico sarebbe stato invece una cosa molto più seria, se le riforme volute dalla monarchia si fossero potute attuare. Ma la classe dirigente aveva impedito che si attuassero e d’altro lato il rivoluzionarismo era di moda. Sembrava meritorio disprezzare un governo che aveva subito ceduto ai rivoltosi sia nel ’20 sia nel ’48. Tuttavia, com’era possibile insorgere in un paese in cui una società disgregata e priva di ogni coesione che non fosse quella rappresentata dalle clientele di qualche signorotto o dalle occulte associazioni del tipo dei partiti, non permetteva che una classe o un gruppo elitario godessero di una benché minima credibilità sociale? Nella rivoluzione americana o francese o russa questa classe c’è stata. I notabili, i philosophes, l’intellighenzia godevano di un universale prestigio. In Sicilia i non molti intellettuali erano o isolati o disprezzati né esistevano i notabili delle comunità, sì quelli delle fazioni. Dove si può – ora come allora – finire ammazzati o sequestrati o rapinati in una piazza affollata, senza che nessuno pensi di intervenire o sia disposto a testimoniare contro il crimine, non è neanche possibile, ripetiamo, combattere il nemico in guerra o fare una rivoluzione. Per luna cosa e per l’altra occorre un minimo di fiducia reciproca: fiducia, caso per caso, nei capi e di questi nei gregari, nei compagni d’armi, nell’idea, nello stato. Tutto ciò per lo scettico siciliano, che si compiace della sua furbizia, si potrebbe accettare solo dagli sciocchi. Come l’omertà distingue dagli altri il vero uomo, così è intelligente e serio non credere, non combattere o almeno non esporsi fino al punto da lasciarci la pelle. Bisogna quindi farsi gli affari propri o non interessarsi se non di quello che riguardi strettamente i familiari o gli amici. Ne deriva che il popolo è un nemico che bisogna sempre temere e con il quale non si deve mai confondersi. Perciò le rivoluzioni si fanno quasi su commissione, contrattando con i detenuti liberati dal carcere o con la feccia della plebe, che a un certo punto non si riesce più a controllare. Allora all’anarchia e alla delinquenza trionfante si preferisce il ritorno dell’ordine, dei Borboni nel 1820 o nel 1849 o dei piemontesi del Cadorna, come avviene nel 1866 a Palermo, o, nel 1860, di Vittorio Emanuele o del Cavour, o dei garibaldini a Bronte e in altri centri dell’isola: si preferisce un governo forte e capace di imporre a tutti una ferrea disciplina. “Non si dimentichi”, scriveva in proposito Giuseppe La Farina nel 1861, “la natura e l’indole della nostra rivoluzione; non si dimentichi ch’essa tende sovrattutto a costituire fortemente la nazione…, a sottrarla all’anarchia di governi fiacchi ed incapaci di mantenere quell’ordine che si compete alle civili nazioni” (negli Scritti politici a cura di D. Mack Smith). Il problema in Italia è stato sempre questo. Lo è ancora. Ma su quella che oggi si chiama la maggioranza silenziosa si sono imposte la retorica e l’irrequietezza, per altro raramente disinteressata, dell’intellettualismo sedicente custode della libertà conculcata. Tutte le volte pertanto che si è cercato di governare seriamente e quindi di evitare che i molti fossero vessati dai pochi violenti, si è protestato contro i liberticidi. Come oggi le sinistre, così anche nel passato quelli che ne tenevano il posto, i liberi pensatori, normalmente insoffribili tiranni dei loro familiari o dipendenti, sono stati i complici più rovinosi dei delinquenti: salvo poi a levare alte grida, se qualche volta accadeva che essi stessi ne fossero le vittime. Bisogna tuttavia osservare che dopo il 1860, come più oltre vedremo, si determinò nell’isola una condizione di cose per la quale tanto gli accusatori quanto i difensori del governo ebbero la loro parte di ragione. Ma le cose erano arrivate al punto che gli uni e gli altri non potevano più comprendersi. Così si spiegano certi giudizi sulla situazione siciliana che sembrano insultanti o da attribuire alla boria o al disprezzo nordico. Si spiega perché il marchese di Montezemolo, primo luogotenente del re in Sicilia, scriveva che, anche per effetto dell’amnistia dell’ottobre del 1860, “il sodalizio della canaglia è così fortemente cementato che è… lontana speranza il venirne a capo”. Non c’era stata solo l’amnistia. II direttore della polizia Maniscalco si era servito contro i liberali delle Compagnie d’armi, formate da noti delinquenti, cui si era data quasi in appalto la sicurezza pubblica. Ma non c’era altri cui ricorrere. I galantuomini dichiaravano la loro incapacità di difendersi dai delinquenti, dai saccheggiatori, dai contadini che li cercavano a morte. Le accuse di viltà che il Bixio rivolgeva ai civili di Bronte, sembrerebbero confermate dalla volontà dell’immediata annessione al regno di Vittorio Emanuele, espressa dal Consiglio civico di Pdermo e dalla maggior parte dei comuni siciliani. Garibaldi avrebbe voluto rimandarla. Per lui la Sicilia era solo la base di partenza per la liberazione dell’Italia tutta. Quelli che pensavano che non ci fosse più da aspettare, si preoccupavano invece dell’ordine pubblico. La corrente annessionistica si è spiegata soprattutto con gl’intrighi del La Farina, inviato dal Cavour per affrettare il plebiscito. Ma la questione era un’altra. L’annessionismo non era il patriottismo. Era la paura. “Gli esempi di fucilazioni pei furti e per gli omicidi ispirerebbero un vero terrore, potrebbero assicurare la calma, rimuovere la diffidenza e ispirare fiducia”, scriveva L‘Italia per gli Italiani di Palermo il 25 giugno 1860. Ma aggiungeva che solo i piemontesi di Vittorio Emanuele avrebbero potuto ristabilire l’ordine.

Gli arrivati

Se è vero che, sia come riflesso delle trasformazioni economiche che avvenivano in Sicilia o in Europa, sia per effetto del riformismo borbonico – per quello almeno che poté attuarsene – o infine dell’influsso del liberalismo europeo, della propaganda politica, degli sconvolgimenti derivati dalle passate rivoluzioni, la vecchia società era andata trasformandosi, non si può tuttavia negare che sotto i Borboni i rapporti tra le classi o tra le autorità locali e gli abitanti riflettevano la realtà sodale dell’isola meglio di quello che avvenne dopo il 1860. Si potevano odiare o disprezzare i birri o taluni funzionari particolarmente invisi, ma in generale chi stava in alto c’era stato sempre. Invece con la vittoriosa condusione dell’impresa garibaldina si moltiplicarono gli eroi della sesta giornata ed ebbero impieghi, potere e denaro. Il fenomeno non si limitò alla Sicilia o a Napoli, ma qui fu molto più esteso che altrove. Nell’isola l’impiegomania è piaga antica: una piaga analoga a quella della mafia e per alcuni aspetti riconducibile alla stessa mentalità collettiva o al medesimo costume sodale. Se infinita era la folla dei postulanti, bisogna aggiungere che spesso gli esclusi dal banchetto erano i migliori, non i peggiori. Non vogliamo qui fare il processo al Risorgimento, anche perché oggi è di moda negare i miti che lo resero possibile, dimenticandosi che non erano più irreali o illusori di tutti quelli di cui è fatta la storia, sempre necessariamente fondata sul ripudio del passato e quindi sulle vane illusioni di un avvenire migliore. Ma non si può negare che un funzionario borbonico rimasto fedele al suo re, pur quando i molti si affrettavano a voltar gabbana, si deve ritenere più degno del nostro rispetto dei generali o ministri traditori, di un Nunziante, di un Pianell, di un Lanza. Tali, con un sentimento di indignata ribellione contro l’ingiustizia, li ritennero i contemporanei. Tuttavia non tutti si erano improvvisati patriotti o liberali. Tra i vecchi ribelli i più autorevoli furono evidentemente gli emigrati di ritorno. Ma chi erano costoro? Il Falzone cita in proposito un anonimo opuscolo, pubblicato a Palermo nel 1872, nel quale se ne dà questo severo giudizio: “In generale l’emigrazione che ci restituì il 1860 non poteva riuscire più gretta: tutta gente venuta in età, rotta dalle privazioni, prostrata dalle prove, avida di riposo e di comodi e, meno poche onorevoli eccezioni, capaci di rifare Esaù”. “Forse”, commenta lo stesso autore, “l’anonimo calca le tinte, ma l’odio gretto, meschino che in quei primi mesi divorò l’uno contro l’altro Crispi e La Farina e non rispar- miò neppure il Cordova, il Calvi e il Raffaele, non è purtroppo un’invenzione”. In realtà nel ricordo dei suoi protagonisti il Risorgimento siciliano si ridusse per buona parte a una serie di velenose accuse reciproche. L’esempio, anche letterariamente, più significativo può vedersene nelle Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848 di Pasquale Calvi e soprattutto nell’appendice, che ne costituisce il IV tomo. Di questi esuli, ritornati trionfanti nel 1860, il Calvi scrive che “fra la numerosa caterva dei fuorusciti, non molti, per avventura, l’orrevole titolo meritavano di liberali”, poiché, “avverata appena la rivoluzione del 12 di Gennaro,… erasi tosto il governo dell’isola converso in reggimento di fazione… Dal che venia, com’era pur troppo necessario, che i più cospicui uffici dello stato si trovassero per la maggior parte commessi a uomini, cui e colpe e delitti, utili alla setta, eran valsi di titolo alla benemerenza dei governanti”. L’autore è parte in causa e la sua testimonianza può considerarsi so spetta. Ma pur con queste riserve non possiamo negare che la maggior parte dei cosiddetti patriotti o liberali del 1848-49 non si distinse né per coraggio né per onestà. Queste cose erano note ed era anche opinione comune che costoro non sarebbero insorti contro i Borboni, se non avessero creduto di schierarsi con la parte vincente. Ma ora erano tornati e l’esilio ne faceva un ceto privilegiato, che dava diritto a comandare e soprattutto al posto governativo, meta finale dei più disinteressati ideali: uno dei tanti modi con cut l’Italia ufficiale riusciva a sovrapporsi sulla realtà italiana. Più numerosi degli esuli di ritorno furono i reduci dall’impresa di Garibaldi. I “picciotti” (ragazzi), come li chiamarono, furono in un primo tempo non più di 700. Questo è il numero di quelli che parteciparono – o non parteciparono – alla battaglia di Calatafimi, cui bisogna aggiungere gli uomini rimasti a Salemi. Quando i garibaldini passarono lo stretto, è probabile siano stati da S a 10.000, sebbene qualche autore li porti a 20.000. Appartenevano a ogni ordine sodale, ma per la maggior parte erano giovani o anche giovanissimi, contadini, operai, artigiani o gente senza mestiere alcuno, come nel suo aureo Dal Quarantotto al Sessanta nota il Nicastro dei volontari di Mazara, allora, come ora, tra le più civili dttadine della Sicilia (al riguardo non bisogna dimenticare la diversità dei costumi che si osserva, ma ancor più si poteva osservare nei secoli scorsi tra popolazioni anche vicine): “Vero è che del centinaio di volontari mazaresi che seguirono Garibaldi… il maggior numero usciva appunto dalle dassi popolari, ma bisogna confessare che in gran parte si trattava di spostati, mossi dalla speranza di subiti guadagni, che li sottraessero alle dure fatiche delle loro occupazioni quotidiane”. Costoro, fatta qualche eccezione, quando si comindò a combattere, rimasero alla larga. Narra il Bandi che prima della battaglia di Calatafimi domandò a Garibaldi: “O dove sono, generale, quei magni insorti che promettevano Roma e Toma? Mi pare che la gente ci guardi e passi ed abbia una voglia matta di starsene allegramente a vedere quel che accadrà”. Al che, aggiunge lo stesso autore, Garibaldi rispose: “Pazienza, pazienza; vedrete che tutto andrà bene. Perché la gente si scuota e ci venga dietro, bisogna farle vedere che sappiamo picchiare. II mondo è amico dei coraggiosi e dei fortunati” : era una risposta che ne rivelava non solo il coraggio, ma il singolare acume. Gli eroi che si preoccupavano della propria pelle molto più che della patria riuscirono tuttavia a risolvere in molti casi i loro problemi personali. Il deputato Cordova, come ha osservato l’Alianello, denunziò alla Camera che negli uffici delle dogane di Sicilia erano state nominate persone idiote e analfabete; che a Palermo i doganieri rubavano, che a Messina gl’impiegati erano uccisi, occupando il loro posto gli uccisori, che a Siracusa i sanitari degli ospedali erano il quadruplo degl’infermi. Né queste furono le sole sue accuse. Per inciso potremmo ricordare che a Napoli il 1848 era stato ancora più vergognoso. Nelle citate Ricordanze della mia vita Luigi Settembrini, per serietà, dottrina, ingegno un testimone tra i più autorevoli di quegli avvenimenti, dopo aver parlato di un prestito volontario, per il quale, esempio unico e non imitato, lui solo aveva rinunziato a una parte del suo stipendio, si chiede: “Ma che offerte, se tutti chiedevano di essere ristorati dei danni patiti, di essere premiati dei meriti acquistati nella rivoluzione, del fiato gettato a gridare? E i modi del chiedere erano furiosi, osceni, pazzi. Uno presentò al Ferretti” {il conte Pietro Ferretti, anconitano, ministro delle Finanze nel ministero costituito sotto la presidenza di Carlo Troya) “una sua dimanda e la punta d’un pugnale e il Ferretti dovette prenderla, leggerla e promettere di provvedervi. Una trista donna, di quelle che facevano da spie al Del Carretto e vivevano scroccando sussidi dagli altri ministri, chiedeva danari al Vignali” (ministro di Grazia e Giustizia nello stesso ministero) “e dicendo egli non poteva dargliene, colei gli diede uno schiaffo. Fu arrestata, ma liberata subito, tornò al suo tristo mestiere”. Dello stesso Settembrini può leggersi un documento ancora più eloquente nella Dichiarazione… scritta il 13 maggio 1848 e non potuta pubblicare per la stampa, “II nostro misero paese è ridotto in miserrimo stato. I ministri…, uomini deboli e inetti, non hanno la forza di disprezzarci e di farci il bene, nostro malgrado. Mentre da una parte gridano che la finanza è povera e fanno prestiti, dall’altra parte creano novelli uffizi, li danno ciecamente e… impiegano quelli che strillano più lazzarescamente, i ladri conosciuti e già destituiti, i ladri novelli, le spie, gl’infami, e tutta quella ribaldissima schiuma, ch’era ed è ancora a galla. Questa debolezza dei ministri fa baldanzoso il popolo: ognuno crede di poter salire a quell’impiego dove vede salito un malvagio o uno stolto: onde i tristi pretendono, i buoni si lamentano”. Non potremmo scrivere oggi quello che il Settembrini scriveva nel 1848? In Sicilia la mafia fu allora, almeno in molti casi, una reazione contro il pervertimento dei vecchi valori o delle tradizionali e accettate gerarchie sociali, travolte dall’orpello del patriottismo dell’improvvisata classe dirigente, formatasi dopo l’unità: quasi l’affermazione della Sicilia reale contro la Sicilia ufficiale. Non fu, sebbene non sempre, un’associazione di delinquenti, ma l’espressione di una civiltà e di una cultura, che in seguito agli ultimi avvenimenti acquista un nuovo prestigio in più valide ed estese strutture. In tal senso il mafioso è spesso (o era) un galantuomo e può rimetterci di tasca sua per affermare il proprio potere e l’influenza esercitata in difesa dei clienti che ne dipendono: come del resto ammise anche il Colaianni nella Delinquenza in Sicilia e le sue cause (1885): “È falso che i mafiosi rifuggano dal lavoro e traggano gli agi dalla violenza, dall’inganno e dall’intimidazione. Spesso il mafioso per conservarsi e rivelarsi tale dall’agiatezza passò alla miseria”. Il che tuttavia importa che, quando sia questione di delinquenti o di fatti criminosi, le sue tendenze si manifestano in modi conformi al medesimo costume.

La satira politica

Non reagì solo la mafia. Si potrebbe infatti ricordare la fioritura di una vasta letteratura satirica – quasi tutta ancora inedita – che in Sicilia seguì o accompagnò i primi anni del nuovo regime. È stata generalmente dimenticata, essendosi soprattutto tenute presenti le proteste o proposte dei regionisti o autonomisti. Un esempio se ne può vedere nel canonico Giuseppe De Castro, nato ad Agrigento nel 1796 e morto nella stessa città nel 1871. I contemporanei lo tennero in gran conto, ma la sua fama, come scrive il Lauricella, non varcò i limiti della città natia o deila diocesi. Nel secondo volume dell’Ottocento ecclesiastico agrigentino, da cui traggo queste notizie, ne ha trattato il dotto canonico Domenico De Gregorio. Come una testimonianza dello stato d’animo che seguì la conquista garibaldina e del disprezzo o della diffidenza in cui dai più si tenne il patriottismo degli antiborbonici, si può ricordare il suo poemetto, anch’esso inedito, Gli uomini non parlanti, il cui manoscritto si conserva nell’Archivio del Seminario di Agrigento. Se agli animali del Casti era permesso parlare, tale facoltà non è stata attribuita agli uomini della nuova era di felicità e di progresso. La vera indipendenza sarebbe quella che ci liberi dall’oppressione dei ladri e dei tirannelli indigeni, portati al potere dalla rivoluzione: Ma che man cittadina e ingordo stuolo ci sprema a pianto e a sangue a sua balia, esso è male più acerbo e mal più fiero che starci in mano di men rio straniero Del poemetto si hanno due redazioni, l’una in data 1860, l’altra del 1866. Non meno notevole si deve ritenere un gruppo di circa duecento componimenti occasionali, nei quali si protesta contro le tasse, le novità ingiustificate, le sopraffazioni dell’avido liberalismo. Si potrebbero citare non pochi simili esempi e tra gli altri Don Lappuni, poema didascalicu romanticu (Palermo, 1875) del sacerdote Carlo Maria Velia, dal 1878 al 1907 arciprete di Comitini, o anche – ma si rifà agli avvenimenti del 1848 – Lu tistamentu di lu sceccu, poemetto satirico del medico castel- vetranese Rosario Armato.

Mafia, “élite” popolare

A conferma di questo suo carattere elitario e però nello stesso tempo rurale, o, in senso lato, popolare (non però populistico) si può osservare che il mafioso appartiene generalmente al ceto medio. Lo ha notato il Franchetti nella sua inchiesta sulla Sicilia nel 1876: “La città e l’agro palermitano ci presentano un fenomeno a prima vista incomprensibile… Ivi l’industria delle violenze è per lo più in mano a persone della classe media… Quando per le condizioni sociali da un lato, per l’impotenza dell’autorità dall’altro, il rischio non è maggiore a usar violenza che a non usarla, cessa ogni ragione per i membri della classe media di sostenere l’ordine. Anzi per poco che abbiano intelligenza, energia e desiderio di migliorare il proprio stato…, niuna industria è per loro migliore di quella della violenza”. In realtà il fenomeno non è così semplice, anche perché il Franchetti, identificando la mafia con la delinquenza, non ne vede altra ragione che non sia di natura economica. Comunque questa collocazione sociale del mafioso nel ceto medio può ritenersi storicamente esatta: “Tutti i cosiddetti capimafia sono persone di condizione agiata… I facinorosi della classe infima appartengono quasi tutti in diverso grado e sotto diverse forme alla clientela dell’uno o dell’altro di questi capi”. Dello stesso parere sono il Cutrera e l’Hobsbamw in Primitive Rebels. Invece l’Hess insiste sul fatto che la maggioranza verrebbe non dal medio, ma dal ceto inferiore e cita l’esempio di alcuni mafiosi di questo secolo: Vito Cascio Ferro, figlio di un contadino analfabeta di Bisacquino, Calogero Vizzini, figlio di un piccolo coltivatore diretto, Giuseppe Genco Russo, che “da giovane non possedeva una lira”. Ma si deve osservare che in quegli anni l’analfabesttsmo non significa nulla. Un medio possidente o un agiato massaro o gabelloto – nomi con i quali si indicano quelli che prendevano in affitto il latifondo dal proprietario, suddividendolo poi a gabelloti o affittuari minori, o talvolta vi tenevano in proprio un allevamento di bovini, ovini e altri animali (masseria) – possono ignorare l’alfabeto o limitarsi a saper mettere la propria firma sotto un atto notarile senza perdere in niente del loro prestigio. Oggi le cose sono cambiate, ma possiamo ricordare che nel primo censimento del regno d’Italia (31 dicembre 1861), gli analfabeti dai cinque anni in su, sopra una popolazione di 21.777.334, erano 14.053.714 con una media del 75 %. Al riguardo si può vedere l’ottimo studio del Masi nel II volume di Cinquanta anni di storia italiana (1911). Nel Mezzogiorno e specialmente nelle campagne si arrivava a punte superiori al 90%. Analfabeta o quasi, per esempio, sebbene avesse raggiunto il grado di generale nell’esercito di Garibaldi, fu quel Corrao di cui abbiamo fatto cenno. Anche sotto questo aspetto bisogna riferirsi alla realtà storica della mafia dopo l’unificazione: in quel contesto sociale l’uomo di lettere si guardava con sospetto. Appartiene a un mondo di cose false e pericolose, sovrapposto all’autenticità contadina, rappresentata, nelle sue forme più elette, dal mafioso. Infatti i villani nelle loro rivolte cominciano col distruggere gli archivi comunali, depositi di inganni perpetrati contro chi ignora i misteri della scrittura. Del resto il disprezzo per il pennaiolo era comune a tutte le classi della popolazione, non esclusa la nobiltà blasonata. Coincideva con la diffidenza per le varie attività degli avvocati, impiegati, sbrigafaccende. In secondo luogo i coltivatori diretti, i borgesi, un termine che si può estendere dal gabelloto al mezzadro, al piccolo proprietario, furono spesso la classe più denarosa degli agricoltori. Infine l’altra circostanza riferita sul giovane Genco Russo è ancora meno significativa. Fino a cinquant’anni fa molti tra i maggiori possidenti difficilmente “avevano una lira in tasca”. Ciò non toglie che talvolta il mafioso poteva realmente venire dai ceti più bassi.

La difesa dell’ordine pubblico

Tutto ciò non basta per spiegare quel che di nuovo avviene nella società siciliana dopo il 1860: una vera promozione sociale di quelli che stavano a capo delle controsquadre – come si chiamavano le squadre assoldate contro la plebe insorta per la libertà e il saccheggio – accompagnata dalla decadenza dei capi dei partiti, di cui ci parla l’Ulloa, o dei signorotti locali. È evidente che questi ultimi, in periodi di torbidi o in quella specie di rivoluzionarismo permanente che comincia a esaurirsi solo dopo il 1870, non potessero godere del potere di cui avevano goduto in tempi più tranquilli. Ma poteva accadere anche il contrario: che i più arditi cogliessero l’occasione per farsi avanti e imporsi sui concorrenti. La condizione del capo tribù, come ancor oggi dei capi delle associazioni maliose, è stata sempre instabile. Suppone un prestigio che non è permesso lasciarsi sfuggire in favore delle nuove leve. In condizioni analoghe vennero a trovarsi, nel 1848 o nel 1860, i più noti guardaspalla dei ricchi baroni o possidenti. Partendo dalla posizione subordinata di cani da guardia del padrone o di capi di queste controsquadre, alcuni poterono in qualche caso pervenire a fare i mafiosi per conto proprio. Ma in non pochi casi, poiché l’incertezza della situazione e la debolezza del governo incoraggiavano i facinorosi, fu possibile o necessaria la reazione di quei notabili che, insofferenti della viltà comune, seppero coraggiosamente reagire. Il loro ardire, evidentemente ammirato e perciò considerato come mafioso, in processo di tempo potè talvolta farne dei capi mafia nel senso migliore del termine. Riferendosi ai moti del 1848, nei quali, come nel 1820 e nel 1860, i contadini e i delinquenti profittarono della carenza della legge, gli uni per chiedere quei diritti di cui a torto o a ragione ritenevano di essere stati privati, o per vendicarsi dei più odiati padroni della terra, gli altri per darsi al saccheggio (ma una precisa differenza nel comportamento delle due categorie non potrebbe farsi), un cronista locale, il canonico Caronna, nella sua Vita civile di Poggioreale, ci parla di un Campisi (Poggioreale è un comunello agricolo della provincia di Trapani), che era riuscito a tenere a freno il contadiname in rivolta: “Il Campisi… li disarmò tenendo ferme nelle sue mani le sorti del paese. Di fronte a lui non si fiatò: era uomo di tremendi propositi e da tutti temuto e venerato. In lui spiccava la fermezza di carattere e l’equità magnanima di un cuore corretto e l’indeclinabile severità di agire. Intorno a lui si aggruppavano civili e popolari onde tenere a posto i riottosi, vera piaga sodale”. Dello stesso personaggio uno storico del medesimo comune, il benemerito canonico Francesco Aloisio, scrive: “Don Giuseppe Campisi fu Vito… godeva fama di persona capace sulla esperienza che egli diede nella repressione dei moti del 1848. Laureato in legge ed uomo facoltoso ed energico, era considerato Punica forza e Punica mente del paese: un suo cenno era un ordine”. Molti piccoli centri dell’isola, almeno nelle province centro- occidentali, allora e dopo ebbero i loro Campisi, questi uomini energia e temuti, cui bastava un cenno perché tutti obbedissero senza discutere. Possono costoro considerarsi come mafiosi? In un certo senso sì, sebbene molte volte rappresentino il passaggio dai vecchi notabili o capi partito alla vera mafia. Variando da caso a caso la condizione dei singoli comuni, si può ritenere che d siano state tante e diverse mafie, quante sono state le situazioni locali. A ogni modo è sempre questione di capi, che per la forza stessa delle cose s’impongono da una parte e si accettano dall’altra contro la spregiata e assente autorità ufficiale. Si è detto che in molti baroni nient’altro dobbiamo vedere se non dei ricchi contadini privilegiati. Perciò non possiamo pensare che credessero di dover comportarsi secondo quel codice d’onore che altrove ne aveva fatto anche moralmente una classe distinta dalle altre. Non vogliamo con questo affermare che in sé stessi, nella loro umanità, siano stati peggiori o migliori. Il processo alla coscienza dei singoli non è possibile. Né per altro c’interesserebbe per la storia, nella quale non si distinguono i ceti o le dassi dei buoni o dei cattivi: e dò sebbene la maggior parte degli autori che hanno trattato della “questione meridionale”, si siano riferiti all’egoismo o all’avidità dei padroni della terra. Possiamo invece riferirci alla funzione sociale di ceti e classi, ossia, come dobbiamo intendere, in primo luogo alla loro capacità di porsi come un fattore di aggregazione, nel senso con cui il Montesquieu definiva i principi proprii delle varie forme di governo. In Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti ecc. il motivo sia del prestigio, sia della forza storica della borghesia nei secoli scorsi è un sentimento o uno stato d’animo particolare, la rispettabilità, che riveste due aspetti diversi, potendosi considerare da un lato come una morale di classe, dall’altro come la consapevolezza del proprio posto nella società contemporanea. Il correlativo comportamento o modo di pensare non tanto si deve cercare in certi diritti o attributi ufficiali quanto nella tradizione stessa di questa rispettabilità, tramandata di generazione in generazione (la casa abitata, che è quella degli avi e conferisce a chi la abita un certo grado nella gerarchia dei vicini, quella certa fattoria o il negozio o la fabbrica o il banco in chiesa). Nel Mezzogiorno e in Sicilia non abbiamo nulla di simile. In Francia, in Inghilterra, in Olanda ecc. fino a qualche decennio fa erano numerose le case di campagna e di città abitate da parecchie generazioni della stessa famiglia e frequenti anche le ditte commerciali, gli alberghi, i ristoranti o locali pubblici vecchi di uno o più secoli. Tutto questo importa uno stile, nel costume e nelle abitudini, di cui ancor oggi possono vedersi le tracce evidenti. In questo senso l’efficacia di una tradizione è possibile, se ci si possa riferire a qualcosa che meriti di essere conservato. Conservatori – e nello stesso tempo audacemente innovatori – sono stati più degli altri i paesi che per la loro energia morale hanno lasciato un profondo solco nella storia: Roma soprattutto e nei tempi moderni l’Inghilterra. Se gli uni non credono negli altri, non sussiste il concetto stesso di una classe elitaria inserita nelle istituzioni e quindi di una certa solidarietà operante o di una mutua credibilità. La quale, per esempio, durante la rivoluzione francese fece sì che la borghesia potesse vigorosamente difendersi, quando bande di contadini armati, cui si aggiunse la feccia dei sobborghi cittadini, nell’estate del 1789 sparsero il terrore nel paese – “la grande paura” – bruciando i castelli feudali e prendendo sanguinosa vendetta dei castellani più invisi. La borghesia, insieme con tutti quelli che pensavano di dover opporsi all’anarchismo, con i suoi comitati permanenti e la Guardia nazionale oppose allora migliaia di uomini armati, che affrontarono le schiere degl’insorti, temibili quanto o più di altrettanti piccoli eserciti. Una di esse, raggiunta presso Cluny, fu quasi distrutta: 100 uomini ne furono uccisi e 170 furon fatti prigionieri. Una vera guerra dunque e una serie di dure battaglie. Nel Risorgimento siciliano le guerriglie, come si chiamarono, mandate nel 1820 dal governo rivoluzionario di Palermo per ridurre all’obbedienza le province, commisero stragi orrende ed eccessi di ogni sorta, soprattutto a Caltanissetta. Ma gli abitanti di questa cittadina non seppero opporre quasi alcuna resistenza, né sarebbe stato difficile disperdere quegli avanzi di galera. In un paese in cui lo stato si era sempre ignorato e la paura e la diffidenza avevano fatto dell’omertà un costume diffuso e quasi l’espressione della comune morale sociale, non era possibile combattere. Solo i pochi, quando pur avvenne, seppero opporsi ai molti: quei pochi che in alcuni casi costituirono i primi nuclei della mafia o delle sue prime avvisaglie nelle forme ottocentesche. In quel 1848, cui si riferiscono i due autori citati, abbiamo un parlamento, costituito per la maggior parte da parolai avidissimi di impieghi e denari, e una Guardia nazionale, formata dai “civili”, che avrebbe dovuto costituire la milizia della rivoluzione e alla resa dei conti, quando si sarebbe dovuto affrontare il non molto bellicoso esercito borbonico, inviato l’anno appresso alla riconquista dell’isola, per bocca del suo comandante, il barone Riso, dichiarerà che si rifiutava di combattere. C’erano soprattutto le squadre. Alcune si erano formate spontaneamente. A Palermo ne faceva parte la feccia della plebe: uomini, donne, ragazzi, contadini delle campagne vicine, ansiosi di vendicare torti antichi o nuovi, o delinquenti di mestiere o divenuti tali. Non avevano nessuna idea o programma politico che non fosse quello di sterminare gli “sbirri”, come si chiamavano le guardie della polizìa borbonica, di poter muoversi, uccidere, saccheggiare a loro piacimento e spesso consideravano il loro squadrismo come una condizione di cose definitiva o permanente. Infatti, poiché tutti costoro ricevevano un soldo dal governo rivoluzionario, si era in esso realizzata la condizione ideale per siffatti campioni: l’impiego e quindi un pane sicuro senza far nulla, la libertà dagli sbirri e da ogni legge, la possibilità infine di qualche buon colpo, quando se ne presentava l’occasione. “Chi come me”, scrive il Beitrani-Scalia, l’autore intelligente e sereno delle Memorie storiche della rivoluzione di Sicilia del 1848-49, “visse in Palermo in quell’epoca, e vive tuttavia, non avrà dimenticato quei brutti ceffi che andavano girando per la città, armati fino ai denti, malgrado il divieto del Comitato; né i famosi Capisquadra e la più famosa Testa di lana” (una delinquente e, anche fisicamente, un mostro di natura, che vestiva da uomo, cosa allora inconcepibile, e capitanava la più feroce di queste squadre), “i quali andavano alla caccia dei borbonici, facendo figurare sugli elenchi di pagamento mille e duecento uomini, quando ne assoldavano appena duecento. Non di raro qualcuna di quelle squadre si permetteva di visitare e taglieggiare i comunelli vicini; e quando fu decretata la spedizione in Lombardia, un’accozzaglia di quella brava gente, volendo spargere il sangue” – il corsivo è dell’autore – “per la liberazione d’Italia, pensò di bandire una seconda spedizione, raccogliendo private sottoscrizioni”. Non partirono, ma, se fossero partiti, sarebbero stati capaci di portarsi dietro anche il duomo di Milano, almeno nelle sue parti vendibili e trasportabili. Naturalmente non mancò chi ne propose lo scioglimento. “Una legge sulla sicurezza pubblica si cominciò a discutere fin dal mese di maggio, con la solita pompa di osservazioni, di proposte, di parole… e alla metà di luglio discutevasi ancora”. Comunque la Guardia Nazionale, costituita il 28 gennaio 1848 con il concorso di quel ricco banchiere che fu il barone Riso, sopra ricordato, avrebbe dovuto servire da freno a queste bande. Ma quel parlamento di vuoti retori non riuscì mai a prendere una seria decisione. Qualcosa però si fece. Si pensò che allo scandalo dei galeotti scappati dal carcere era pur sempre possibile rimediare facendone altrettanti liberi dttadini, non abusivi, ma di pieno diritto: “La coscienza pubblica”, prosegue il Beltrani-Scalia, “si ribellava allo spettacolo che offrivano centinaia di galeotti, passeggiando per le vie della dttà, per il solo fatto che le porte delle loro prigioni erano state abbattute; e, non essendo possibile ricondurli ai luoghi di pena, si pensò di sanare il male con un’amnistia, in virtù della quale per molti reati fu abolita ogni azione penale, per molti altri le pene vennero ridotte”. I rivoluzionari educavano il popolo siciliano con la loro viltà. Perché infatti quei galeotti, che non si erano limitati a scappare, ma della libertà conquistata si servivano per vessare l’intera città, non si potevano riportare in carcere? Per non altro morivo che non fosse quello della viltà del governo, del parlamento, della Guardia nazionale. Tutta questa gente, così tronfia dei suoi discorsi, non si sentiva di affrontare qualche centinaio di delinquenti, come del resto non sarebbe stata capace di combattere contro quel povero esercito borbonico: né forse dovremmo parlare di viltà, ma – lo abbiamo notato – della disgregazione che derivava dalla reciproca sfiducia. Cosicché di fronte a quell’indegna carnevalata che era la rivoluzione, la maggioranza silenziosa di allora cominciò a pensare che perfino la polizia borbonica si doveva ritenere incomparabilmente più seria e rispettabile. In tali circostanze possono venir fuori gli uomini del tipo del Campisi. Infatti, come osserva lo stesso autore, “le condizioni della sicurezza pubblica erano deplorevoli nell’isola tutta, fatta eccezione di qud comuni, nei quali i Comitati, composti dei cittadini più facoltosi e influenti, avevano potuto imporsi con la forza ai violenti”. Si potrebbe pensare che tali comitati non siano essenzialmente diversi da quelli che operano in Francia durante la grande paura dell’89. Indubbiamente rappresentano gl’interessi dei possidenti. Ma non sono né la “borghesia” né una classe effettivamente operante. Sono dei nomi, necessari per dare una vernice di legalità al bisogno di difendersi. Dietro e al di sopra di essi può esserci però qualche audace, che non di rado si serve dei contadini e dipendenti rimastigli fedeli. Per esempio, dei tumulti di Alcamo nel 1820 il Sansone scrive: “Giunte il 18 luglio in Alcamo parecchie persone con le coccarde costituzionali e il nastro giallo, il popolo corse alle armi, bruciò le case degl’impiegati, dei mercanti, del collettore dei dazi e del segreto e fece man bassa su quanto trovò nei conventi di S. Francesco e del Salvatore. Allora D. Luigi Spedale, uomo intrepido e ardimentoso, raccolse un pugno di proprietari, affrontò con essi i rivoltosi, n’arrestò 130 e fugò gli altri sul monte Bonifato, dove stettero vinti, ma non domi, sino al 3 agosto”. Lo Speciale fu per Alcamo quello che sarà a Poggioreale il Campisi. Un altro esempio, che si riferisce ancora al 1820. Riporto il racconto dello stesso Sansone in La rivoluzione del 1820 in Sicilia: “Arrivati la sera del sedici luglio in Termini Rosario e Francesco Bevilacqua, uomini rotti al malfare, e Liborio Caracciolo, detto per le sue scelleratezze Liborio Forca, corsero il diciassette alla casa del sindaco Monforti e vi diedero l’assalto… Mentre gli assalitori saccheggiavano a lor talento… Raffaele Paimeri, giovane fiero, intrepido, generoso, corse, non chiesto, alla casa del Monforti, sedò il tumulto e chetò i sediziosi, i quali tornarono alle proprie case col proposito però di rinnovare la dimane il saccheggio e le vendette. All’alba del giorno successivo infatti i due Bevilacqua, Liborio Forca, Domenico Caracdolo ed i loro compagni bruciarono le carte della polizia, della segrezia e del delegato marittimo; cacciarono dal suo palazzo il sottointendente Delbono e s’impadronirono del castello gridandone comandante Rosario Bevilacqua. Costui attraversò come in trionfo tutta la dttà; distrusse il telegrafo; atterrò gli stemmi del re e indtò la plebe al saccheggio… In quel mentre arrivò in Termini Carmelo Bevilacqua, zio di Francesco e di Rosario, il quale, veduti i cittadini impauriti, il paese deserto, il castello in potere dei nipoti e la plebe pronta ai suoi voleri, manifestò disegni tali di vendetta che gli stessi fadnorosi ne furono spaventati. Allora… il Paimeri montò a cavallo; attraversò le vie della città, chiamò i buoni alle armi e andò in cerca dei Bevilacqua. Incontrati Carmelo, Raimondo e Francesco nella Via della Maestranza, li attaccò vigorosamente. Dopo parecchie fucilate, Carmelo, colpito gravemente al petto, barcolla, scarica l’ultima cartuccia, e cade tra le imprecazioni degli avversari. Raimondo e Francesco si scagliano furiosi nella mischia, feriscono coi fucili, colle pistole, colle sciabole, colle pietre e coi denti; abbandonati però dai compagni, sopraffatti dal numero, atterriti dalle grida, colpiti dalle tegole e dalle sedie lanciate dai tetti e dalle finestre, cadono l’uno morto e l’altro gravemente ferito… A tal nuova Rosario Bevilacqua… vola con i suoi sul luogo del conflitto…, ma è anch’esso vinto e ucciso. Allora le campane d’ogni chiesa suonarono a festa…”. Non molto diversa può dirsi la situazione di altri centri dell’isola. Termini era anche allora un grosso comune: il più popoloso dell’attuale provincia di Palermo. Su migliaia di abitanti campeggiano dall’una parte e dall’altra, come i cavalieri medievali, i pochi capaci di affrontare la lotta a viso aperto. Gli altri se ne stanno dietro le quinte oppure seguono con molta prudenza il capo o i capi che li hanno spinti a muoversi. Come un solo uomo, il Paimeri, organizzò la resistenza, così pochissimi delinquenti seppero, sebbene per breve ora, terrorizzare l’intera città e rendersene praticamnte padroni. Qualcosa di simile avviene a Mazara. “L’urgenza di un corpo armato”, scrive il citato Nicastro, “derivava… dalla necessità della tutela dell’ordine pubblico. Come già nel ’20, così anche adesso in Trapani uno dei primi atti della rivoluzione era stato quello di aprire le prigioni e le galere e i reclusi liberati aveano profittato dell’anarchia per rendersi i veri padroni del paese. Nel ’20 una banda di questi malviventi, accampati nella piazza centrale di Mazara, esigeva la consegna di una grossa somma di denaro, minacciando il saccheggio. Uno dei maggiorenti che patteggiavano per la città, un sacerdote patrizio, famoso non meno per insofferenza di ogni soperchieria che per facilità di appagare i propri capricci senza preoccuparsi delle conseguenze, stanco della tracotanza di quella feccia, a sentirne una più grossa delle altre perdette la pazienza e lasciò andare sulla faccia del capo bandito uno schiaffo da stordirlo. Altro che Cesare tra i pirati! Le maniere brusche, come era prevedibile con simile gente, riuscirono più persuasive dei ragionamenti e delle arrendevolezze, tanto che i briganti mitigarono le pretese e il giorno dopo, soddisfatti, sbarazzarono la città dalla loro presenza”. Invece a Vita, “borgo della provincia di Trapani, allo scoppiare della rivoluzione del ’48”, nota lo stesso Nicastro, “i numerosi malviventi insorsero al grido di: morte ai cappelli. La plebe… non si mosse e i malandrini con a capo Mannone rimasero padroni della città. Fu un massacro: dei signori alcuni guadagnarono la campagna, altri si nascosero, i più furono assassinati”. Quando manca chi abbia il coraggio di affrontarli, i delinquenti o la plebe o gli uni e l’altra possono procedere alle consuete stragi e ai saccheggi. Subito dopo che entrò a Bronte, dove i contadini in rivolta si erano abbandonati a vergognosi eccessi, Nino Bixio ordinò la consegna delle armi in possesso dei brontesi. Furono consegnati “350 fucili di uomini che in Sicilia si chiamano Galantuomini e che noi chiamiamo miserabili vigliacchi”, si dice in una sua lettera al governatore di Catania in data 10 agosto 1860, che, già pubblicata dal Guerzoni, può leggersi in Nino Bixio a Bronte del Radice. Il Bixio infatti, se non nasconde il suo sdegno per la ferocia della plebe, non meno indignato si mostra per la viltà di coloro che non avevano neanche pensato a difendersi: “Perché non si difesero?”, si chiede. “Perché non lo tentarono? Tutti disertarono il loro posto… ed i pochi ignoranti e tristi si resero padroni del paese. Non è cosi che si conducono gli nomini d’onore. Io non so comprendere come non si segnino d’infamia tutti questi miserabili… In termini generali la Sicilia non dà soldati, non paga imposte; se delle domande d’impiego se ne facesse tela, vi sarebbe da coprire l’intera isola”. In realtà, come osserva il Radice, contro il furore della plebe non si ebbe nessun tentativo di resistenza. Che cosa fecero “i capitani del nobile corpo della Guardia Nazionale, cui incombeva il dovere della pubblica tranquillità? Disertarono il loro posto: e le guardie? si sciolsero per paura e connivenza. Ognuno… pensava a salvare sé”. Il che non impedì che, cessato il pericolo, “ritornarono i capitani fuggitivi- scintillanti d’oro e d’argento alle parate. Chi aveva torti da vendicare si fece denunciatore e calunniatore. La libertà e la vita dei popolani in balia della Guardia nazionale, nel cui arbitrio era l’arrestare o no”. Si grida dunque: si salvi chi può, e nessuno pensa che tutti si sarebbero potuti salvare, solo se l’avessero voluto, se avessero mostrato coraggio e decisione, soprattutto se avessero avuto un minimo di fiducia gli uni negli altri. Ma, ripeto, come si può combattere, quando si sa che tutti sono pronti ad abbandonare nel pericolo il proprio compagno? Anche dagli esempi citati possiamo dunque desumere quella disgregazione del corpo sociale o quell’isolamento dell’individuo in cui abbiamo visto uno degli aspetti ambientali che costituiscono il sustrato sociale della mafia. In quelle condizioni la rivoluzione si trasforma da un lato nell’antirivoluzione, che non si deve solo alla Guardia Nazionale e quindi ai borghesi e ai terrieri, come hanno scritto gli sciocchi ripetitori delle formule marxistiche, che nulla sanno vedere al di là dei loro soliti schemi. Dall’altro si determina un irresponsabile anarchismo oltranzista, per il quale il potere di disporre della cosa pubblica o della roba degli altri dovrebbe costituire lo stato normale della società. Nell’aprile del 1849, nota il La Farina nel secondo volume della Istoria documentata della Rivoluzione siciliana, si ripeteva che “solo i ladri vogliono la guerra” e cioè facevano i patriotti. In realtà in quegli anni non avviene nulla di diverso da quello che era avvenuto nel 1820 o avverrà nel 1860 o nel 1866: una rivolta, quest’ultima, insieme garibaldina, borbonica, clericale, mafiosa, popolare, aristocratica, ma sempre antipiemontese e antigovernativa, sempre dunque antirivoluzionaria rispetto al 1860 – fu detta del “sette e mezzo”, perché non durò che una settimana – dopo di che gl’insorti si affrettarono a disperdersi dinanzi alle truppe del generale Cadorna, cui era stato affidato l’incarico di domarla. Come analogo ci appare lo svolgimento di quei moti, cosi in essi sì ricorre alle squadre e alle antisquadre o a simili formazioni di attacco e di difesa. Ma ci furono anche i pochi veri uomini, che s’imposero sui molti. Tuttavia la mafia, anche se risulterà da tutte queste circostanze, costumi, leggi, istituti, non sarà imo strumento al servizio di una classe, quella dei padroni della terra. Non servirà nessuno, pur se di volta in volta non potrà non proteggere gli uni piuttosto che gli altri. In ogni caso bisogna tener presente che tutto ciò, esprimendo l’anima di una cultura, non può considerarsi in termini classistici. Altrove l’umano che è in noi è stato cancellato da una sola dimensione, che non deriva, come poco intelligentemente pensava il Marcuse, dalla scomparsa di una classe, per usare il linguaggio consueto, dialetticamente rivoluzionaria, bensì dalla riduzione di tutto il nostro modo di pensare o delle abitudini di vita alla dimensione ideologica. Ma fino a non molti anni fa il sentire mafioso nelle popolazioni siciliane era tutt’uno con il loro antiideologismo e cioè con uno scetticismo antiretorico, in cui non di rado vediamo l’affermazione di una particolare umanità. Chi pensi agl’infiniti delitti che in Italia, negli Stati Uniti, in Europa e nel mondo portano, come si dice, la firma della mafia, difficilmente potrà ammettere che in questa gente si ritrovi qualcosa di umano. Ma in nessun caso – lo avevo notato in Storia, mafia e costume – i siciliani sarebbero stati capaci di quell’odio ideologico contro le “razze inferiori” o in genere i nemici della patria con cui Hitler seppe educare il suo popolo. Sono stati capaci di odiare o disprezzare certi ceti sociali, ma guardando sempre ai singoli uomini, al bene o al male a essi come tali attribuito, non alle astratte ideologie.

Lo stato unitario

Ai motivi ambientali cui abbiamo accennato, se ne debbono aggiungere altri di diversa natura. Fatta eccezione per quelli che in un modo o nell’altro seppero trarre profitto dal nuovo ordine di cose, la situazione, specie per la povera gente, può considerarsi tutt’altro che migliorata. Per ciò che si riferisce ai tributi, nel 1860 la Sicilia pagava sui terreni e i fabbricati L. 7.676.000. Nel 1865 si unificò l’imposta sui fabbricati con un nuovo catasto e con un’aliquota del 12%, che con la sovrimposta provinciale e comunale arrivò all’incirca al 25 %. Cosicché nel 1877 si pagavano circa 22 milioni, con un aumento di quasi 14 milioni rispetto al ’60. Nel 1864 si ebbe anche la nuova tassa sulla ricchezza mobile, che nel 1877 diede un gettito di L.7.682.873. Inoltre s’introdussero le tasse di successione e di consumo, le quali ultime prima del ’60 erano riservate ai comuni, cui si assegnò la relativa sovrimposta, e furono notevolmente aumentate quelle di bollo e di registro. Tali aumenti del carico fiscale – certamente giustificate dalle aumentate esigenze del nuovo Stato italiano – potrebbero risultare inferiori a quello che può dedursi dal semplice confronto delle cifre, se si tiene conto dell’aumento (non esteso però a tutti i generi di consumo) del costo della vita e quindi del diminuito valore della lira. Ma ciò nonostante i tributi furono realmente più gravosi che per il passato. Sul che si potrebbero consultare la relazione di Diomede Pantaleoni al ministro dell’interno, pubblicata dallo Scichilone, e lo studio del Maggiore Perni, Delle condizioni economiche, morali e politiche della Sicilia dopo il 1860. Gravi conseguenze ebbe pure la soppressione delle corporazioni religiose, che per altro non disponevano delle grandi ricchezze a esse attribuite. Non starò qui a discutere sull’opportunità o giustizia di quel provvedimento. Ma è noto quanta gente vivesse a carico di monasteri o conventi o indirettamente ne ritraesse di che vivere. I soli monasteri di donne di Palermo, come risulta da una relazione del prefetto al Consiglio provinciale, citata dal Pagano, davano da vivere a 919 famiglie. D’altro lato il clero siciliano, divenuto borbonico e reazionario per effetto delle disposizioni che Io minacciavano, prima del ’60 non si distingueva dalle altre classi della popolazione neanche politicamente e anzi quell’anno, come nel ’48, aveva dato prove non dubbie del “patriottismo” di non pochi dei suoi membri, secolari o regolari. Sotto questo riguardo non riteneva di dover essere considerato come un ordine al bando della società. Si aggiunga che coloro i quali con maggior violenza parlavano del progresso del secolo o di istituti non più compatibili con i tempi nuovi, dando a vedere che non avrebbero mancato di trarne profitto, rendevano più odiosa la spoliazione. E poi, se c’erano frati corrotti e ignoranti, altri si distinguevano per dottrina e pietà, così come accanto a conventi o monasteri famosi per il lusso e le ricchezze accumulate nei secoli, non erano pochi quelli che vivevano miseramente della carità dei fedeli. In ogni caso una legge che li cacciava dalle loro case – perché monasteri e conventi eran pure la casa di frati e suore, spesso vecchi cadenti e malati – non si può giudicare in sé stessa molto umana. I documenti ufficiali, specie attraverso le suppliche indirizzate dagl’interessati alle autorità locali, il cui contenuto si conferma dal parere espresso da queste ultime, rivelano infinite e insospettate miserie. Non c’è dubbio che da qualche frate la legge potè anche essere considerata come una liberazione. Ma in genere ne risulta il dramma di tante povere vite troncate. Qualche volta accade anche che gli sfrattati debbono preoccuparsi dei bisogni più elementari, ai quali non sanno come provvedere. Così il prefetto di Messina scrive al Regio commissario straordinario che i frati mendicanti, cui si era proibito, come del resto agli altri, di continuare a portare il loro abito, non hanno modo di potersi provvedere di un abito civile, né possono uscire nudi. Ugualmente il consiglio comunale di Bivona nella seduta del 19 ottobre 1866 delibera di soccorrere “questi Padri Cappuccini e Riformati che per apposita supplica si fanno a chiedere una… somma necessaria per potersi vestire”. Gli episodi del genere si ripetono con troppa frequenza. Ma questa persecuzione continua con una serie di provvedimenti ancora più dolorosi e particolarmente, dopo la rivolta del sette e mezzo, con l’assegnazione al domicilio coatto di molti religiosi, accusati di connivenza con i ribelli o di incitamento alla rivolta. Così il 12 novembre dalla prefettura di Siracusa si comunica al medesimo Regio commissario che “la mattina d’ieri stesso all’alba fu eseguito lo imbarco nel porto di Siracusa di 37 frati destinati a domicilio coatto fuori dell’isola ed altri 9 ne furono imbarcati in Augusta”. Questi poveri frati, che ci par di vedere, tremanti di freddo in quella lontana alba autunnale, avevano forse potuto rendersi colpevoli del delitto per cui venivano puniti, ma erano in fondo le vittime di una condizione di cose che non avevano voluta: vittime di eventi anche lontani, per i quali si può risalire molto indietro nel tempo e fino ai motivi stessi dai quali era sorta la moderna cultura liberale e laica. In altro campo, se i siciliani si mostravano avversi alla leva, più odiosi apparivano i sistemi seguiti nella repressione di quest’altro nuovo aspetto della vita dell’isola. Famoso rimase il caso di certo Cappello, arrestato come renitente e torturato atrocemente, perché, sordomuto dalla nascita, fu sospettato di simulazione. La cosa fece scalpore e su iniziativa del Crispi e di Salvatore Calvino provocò perfino una protesta alla Camera. Il generale Govone, di fronte alla connivenza delle autorità locali e all’omertà degli abitanti, aveva creduto di dover ricorrere a misure estremamente rigorose. I paesi dell’interno venivano circondati da colonne mobili delle truppe, vietandosi a chiunque di uscirne, finché i renitenti non fossero stati consegnati. Le proteste furono unanimi. Protestarono i sindaci, la stampa, i deputati. A Licata la giunta comunale sollecitò l’intervento dei rappresentanti delle potenze. Simone Corleo, deputato di Salemi, telegrafò al prefetto che, se quei sistemi fossero continuati, sarebbe andato a chiudersi nel paese che lo aveva eletto, per “resistere”, come si legge nel Precursore del 18 agosto 1864, “alla testa della sua popolazione”. E frattanto si diffondevano voci di segrete alleanze, di imminenti sbarchi di francesi o si chiedeva l’indipendenza della Sicilia. Com’era accaduto nel passato, il ricorso a protettori o padroni stranieri si accompagnava alle idee di autonomia o indipendenza: una condizione di cose che del resto si ripeterà anche appresso e fino agli anni che seguirono lo sbarco degli alleati nel 1943, quando molti dei separatisti sperarono di poter formare uno stato della federazione americana. Come nel 1848 e nel 1849 contro i borbonici si era perfino progettato di ricorrere a truppe straniere mercenarie o si era aspettata l’indipendenza dalla Francia o dal- l’Inghilterra, così nel secondo dopoguerra non pochi siciliani si rivolgeranno agli stranieri o alla banda di un noto delinquente, Salvatore Giuliano, che avrebbe dovuto costituire il nerbo della forza armata indipendentista. Per gli stessi motivi dopo il 1860 gli antiunitari non scesero in piazza. Nel 1866 la forza operante della rivolta fu, ripeto, quella dei soliti criminali o della più bassa plebe e si pensò ugualmente all’intervento di qualche stato europeo. Ma le cause del malcontento non finiscono qui. Perfino il corso forzoso e la sostituzione della moneta metallica con banconote e carta moneta si vedevano dal popolo come una prova delle ruberie dei “ladroni piemontesi”, trovandovisi motivo di rimpiangere i buoni re della cessata dinastia con “li dinari so’ veri ntunanti”, come riferisce il Maurici. Su tutto domina poi una generale e profonda incomprensione o diffidenza. Si arrivava al punto di far carico ai piemontesi di non comprendere il dialetto locale, considerandosi perciò come un’altra dimostrazione della tirannide del governo la stessa lingua italiana e l’ignoranza della plebe, che sapeva parlare solo il dialetto o piuttosto la “lingua” della gloriosa nazione siciliana. Nell’ottobre del ’66 il capo della direzione di Catania delle Tasse e Demanio scriveva al generale Cadorna: “Essend’io inflessibile quanto energico si vorrebbe al più presto liberarsene, e fosse pure senza mio danno. Non sono uomo d’opposizione, ma da 32 anni avvezzo ad obbedire sinceramente… Si persuada dunque l’Ecc. V. che primo studio ed arte in queste provincie è di rendere impossibili i funzionari stranieri all’isola, allora quando non si puonno piegare ad influenzare denunziandoli o ponendoli in diffidenza, urto o sospetto fra loro e che per ciò la maggior cautela non è soverchia”. Questo sfogo del vecchio funzionario riassume la difficile situazione. Più che la legge riusciva dura la legalità, e cioè il fatto che nelle mani di quei rigidi servitori dello stato la legge stessa fosse sottratta a influenze estranee e al governo delle consorterie o delle tribù locali. Tutto questo esasperava le due parti opposte. Gli uni e gli altri avevano ugualmente le loro ragioni, ma non riuscivano a comprendersi e perciò sempre più si diffondeva quello stato d’animo per il quale, essendo il governo un nemico, in certi strati della popolazione la mafia ne doveva prendere il posto.

Mafia e magistratura

In Sicilia si è sempre pensato e non senza ragione che per i poveri e i deboli non esiste nessun’altra giustizia se non quella che sia possibile farsi da sé. Lo conferma un proverbio popolare. “Lu riccu arrobba senza jiri a giudici”, il ricco ruba senza andare dai giudici e cioè impunemente. Lo conferma un altro vecchio proverbio: “Li ricchi comu vonnu, li poviri comu ponnu”: i ricchi (fanno) come vogliono, i poveri come possono. Tutto ciò suppone la secolare esperienza di un passato di oppressione e di violenza. Abbiamo più sopra citato la testimonianza di Diodoro sulle ruberie e il banditismo degli schiavi, che, appartenendo ai proprietari romani del latifondo, non si potevano punire. Ma non d rifaremo tanto indietro, sì a tempi molto più vicini, ai secoli della dominazione spagnola, nei quali si va meglio definendo il volto della Sicilia moderna. Una testimonianza della corruttibilità dei giudici e dei motivi che la rendevano palesemente e, si potrebbe dire, giuridicamente possibile, può già vedersi, fin dai regno di Ferdinando il Cattolico, nelle stesse reali prammatiche o nelle istruzioni che si mandavano ai viceré e ai regi consiglieri. Così sotto questo re si proibisce che i giudici della Gran Corte possano difendere come avvocati o pattuire il loro patronato: “Mandamos y ordenamos que los Iuezes de la Gran Corte no avoguen por ninguno y que assi se haga contìnuamente guardar que ny derecba ny enderechamente, tanto por quanto duraré el Iuzgado de la Gran Corte, no avoguen a nadie”. Il che evidentemente deve farci pensare che la conni- venza dei giudici con le parti in causa doveva essere in tali sue forme cosa nota e comune. Più in generale, contro la corruzione dei medesimi giudici, indipendentemente da questa loro funzione di difensori pagati del cliente, si possono ricordare i capitoli di Alfonso, di Giovanni, di Carlo V, che fanno seguito alle costituzioni federiciane in materia. Ma le stesse istituzioni permettevano che buona parte della popolazione potesse andare esente dalla giurisdizione dei tribunali – i giudici della Magna Curia o delle città e terre demaniali e feudali – e scegliersi un proprio foro privilegiato. La qual cosa è consigliata come una misura di prudenza per gl’imprevedibili casi della vita dall’umanista Argisto Giuffredi (1535-1593), che scrisse per i suoi figli gli Avvertimenti cristiani, un ritratto vivo e profondamente sentito della società siciliana del suo tempo. “Così anco, se avete qualche foro (il quale è necessarissimo in questo regno, per alcune disgrazie che succedono impensatamente), procurate di farvi il procuratore di quel foro benevolo, propizio ed amico; soprattutto presentategli” – e cioè fategli presenti o regali – “perché per integro che sia un signore o un superiore, ha caro quell’obsequio”. Il Giuffredi, che anche per il suo accento di persuasa tristezza può in certo modo avvicinarsi al Guicciardini dei Ricordi, non è un corrotto consigliere di ipocrisia. Guarda in faccia la realtà, che purtroppo è quella che è, e vuole che i suoi figli imparino a conoscerla. Di fori privilegiati ce n’erano parecchi. Durante la dominazione spagnola e borbonica andarono aumentando di numero, sebbene sotto i Borboni fosse stato soppresso il più importante e pericoloso di essi, quello dell’inquisizione di Spagna, introdotta dopo il 1487, nel quale anno dal Torquemada era stato espressamente inviato nell’isola il frate Domenico la Pena, e abolita nel 1782, durante il viceregno del marchese Caracciolo. Nel Settecento l’inquisizione era già decaduta. I suoi secoli d’oro, come li chiama il Villabianca, erano stati il Cinque e il Seicento: “il secondo soprattutto di essi…, quand’ebbero gl’inquisitori più negozi forensi nella loro corte che non gli stessi consigli regi, sedenti al governo del regno”. La giurisdizione del Santo Uffizio si era doè per buona parte sostituita a quella dei tribunali ordinari, essendo competente quel foro nei riguardi non solo dèi suoi ufficiali – l’inquisitore supremo, l’inquisitore fiscale, gl’inquisitori provinciali, i capitani, i segretari, l’ordinario dei vescovi, il recettore, l’alcalde – ma dei moltissimi familiari, che a esso erano iscritti come coadiutori. “La prima allora nobiltà del regno”, aggiunge lo stesso autore, “e specialmente di questa capitale, non isdegnava portare in petto la croce gigliata di esso come di un ordine cavalleresco, col grado di familiare del tribunale… Il che faceasi non solo per mostra di buon costume e di religiosa pietà cristiana, ma ancor benissimo per esimersi forse dalle angherie e violenze dei viceré spagnuoli di quel tempo”. In realtà non si faceva soltanto per questo e tra i familiari, oltre ai nobili — e però con reali lettere datate da Madrid, 2 marzo 1591, fu disposto che i titolati e i baroni non potessero più esservi iscritti – se ne trovavano a migliaia di ogni condizione sociale. Ne derivava una specie di consorteria del crimine, incoraggiata sia dalla quasi sicura impunità, sia dal diritto di portare armi proibite, “escopetas y escopetones”, come scrive il duca di Medinaceli, nella cui relazione al governo centrale (pubblicata nel tomo 28° della Collecìón de documentoi inéditos para la Historia de España) l’istituto dei familiari si denunzia come il più grave pericolo per la tranquillità del regno. Dai suoi foristi si perpetrano ogni giorno i delitti più gravi, “cosas no oydas ni vistas, enormes y feas y espantables”, cose mai udite né viste, enormi, orribili e spaventevoli. Egli aveva bensì tentato di ridurne il numero, ma il tentativo non era riuscito, “perché nel regno non vi è alcun altro privilegio che si stimi più di questo, né vale tanto appartenere alla famiglia reale in Castiglia”. Tra gli altri gravi mali che ne derivavano, lo stesso viceré denunzia il vergognoso sfruttamento della povera gente per mezzo dell’usura, in larga scala esercitata dai foristi. Infatti “nelle terre di questo regno concedono questo foro ai più facoltosi, la maggior parte dei quali sono usurai”, sicché, se prima la sfruttavano, ora la mandano in rovina e la atterriscono in maniera che non osano protestare. Inoltre insieme con i padroni si iscrivevano come familiari anche i loro servi e creati, solidali nel delitto o nello sfruttamento del povero. Insomma, conclude il Medinaceli, “son cosas las que hacen, que no bastaria un ano para escribirlas”, son cose quelle che fanno che non basterebbe un anno per scriverle. In qualche caso si può pertanto parlare di associazioni che In certo modo precorrono la mafia: ne abbiamo almeno qualcuno degli aspetti fondamentali. Ma bisogna anche aggiungere che, così come le associazioni maliose poterono nel passato sostituirsi a imo Stato inesistente oppure a una legge ingiusta, allora quel foro privilegiato, se per molti serviva per i fini denunziati dal Medinaceli, per altri poteva avere una diversa giustificazione: il terrore che da tutti si aveva della giustizia comune. Nell’isola infatti, osserva Scipione Di Castro negli Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò Viceré di Sicilia, era stato introdotto “il procedere ex abrupto cioè il tormentare il reo per processo informativo, prima che gli si dia copia degli indizi… onde si cerca di entrare nel numero di quelli” (dei familiari del Santo Uffizio) “con desiderio incredibile, credendo a chi è giunto a quel segno d’essere affatto libero da ogni timore di giustizia, tanto si assicurano di poter provare quel che vogliono, se posti prima a difensioni che a tormenti”. Il procedimento ex abrupto, che doveva originariamente essere del tutto eccezionale, si era esteso a ogni ordine di persone e di delitti, tanto che il parlamento nel 1552 aveva chiesto che fosse abolito “eccetto contro le persone facinorose, di infamata vita et solite delinquere” (Capitula Regni Siciliae, capitolo CCXLVIII di Carlo II re di Sicilia, Carlo V imperatore). Analoghe proteste erano state fatte nel 1523, e nel 1540. Consisteva nel dare la tortura, come osserva il Muta nel suo commento alle prammatiche del Regno, “nullo iuris nec ritus ordine servato” e cioè prima che si fosse concluso il processo informativo, ed era stato introdotto, perché le testimonianze si potevano facilmente comprare, così da consentire l’assoluzione del reo, mentre le confessioni estorte con la tortura si consideravano decisive, indipendentemente da ogni prova in contrario: “Est vulgata regula quod per torturam omnia sint purgata indicia secuta negativa”, affermava il citato giurista. Altre proteste si erano fatte contro le lungaggini dei processi e la disonestà dei giudici. Ma la corda continuò a essere ritenuta come il solo argomento veramente efficace per conoscere la verità. Naturalmente molti infelici confessavano delitti che non avevano commesso e di non pochi di essi si seppe in seguito, quando non c’era più rimedio e la sentenza era stata eseguita, che erano stati condannati innocenti a una morte infamante: i cronisti ricordano alcuni di questi casi dolorosi, contro cui si rivolta la giustizia degli uomini, che non era però quella di quei giudici. Il citato Giuffredi deplorava pertanto che “oggi si dà la corda con indizi sì leggeri che è un vituperio” e aggiungeva che il giudice “in giudicando” non debba decidere a priori se condannare o liberare. Ai documenti citati molti altri se ne potrebbero aggiungere, da cui si desume che i rapporti tra corrotti e corruttori erano abituali e permessi dal costume o dalla consuetudine. I magistrati e gli ufficiali pubblici, qualunque fosse la loro carica, comunemente si pensava che dovessero ricavarne il massimo utile possibile. Per esempio, il Guarneri – Alcune notizie sopra le gestione di una casa baronale (in Arch. st. siciliano, XVII) – nota che nei bilanci dei duchi di Terranova, i quali, per la loro ricchezza e Ì molti feudi posseduti in varie parti dell’isola, avevano frequenti motivi di ricorrere ai tribunali del Regno, si trovano elencati, come spese ordinarie e regolari, regali ben consistenti annualmente fatti a diversi giudici. Che anzi la contessa Luisa de Luna, vedova di Cesare Moncada, conte di Caltanissetta, si loda dal suo biografo, citato dal Punturo – Caltanissetta e il governo feudale – per i generosi doni che dalla sua casa si facevano a quanti godevano di autorità nell’isola, fra i quali non potevano mancare i più alti magistrati. Né questa si reputava come una forma di corruzione, quale di fatto era, ma come la manifestazione di un animo veramente grande e nobile. Si determinava pertanto un circolo vizioso: l’ingiustizia del sistema determinava la necessità di evitarne gli effetti attraverso la corruzione o il privilegio e questo alla sua volta diventava la causa di una nuova ingiustizia. Comunque, essendosi sempre più diffusi i disordini lamentati, una prammatica del 1597, cui un’altra ne seguì nel 1636, escludeva dalla giurisdizione del’foro dell’inquisizione i delitti o reati più gravi o frequenti, e tra gli altri il temuto uso delle armi da fuoco, “ictus scopli etiam sine vulnere”. Quello del Santo Uffizio, se era il più potente, non può dirsi però il solo foro privilegiato. C’era ancora il Tribunale della Santa Crociata, il cui Commissario annualmente pubblicava la bolla con le relative indulgenze per tutti coloro che l’acquistavano. Nel regno gli ufficiali di questo tribunale godevano del loro foro “per cause minime”. Un foro speciale avevano pure, come risulta da una prammatica del 1589, confermata da Ferdinando III nel 1778, i cavalieri gerosolimitani o di Malta, entro certi limiti i ministri laici e i familiari del Grande Priorato di Messina, i soldati della milizia spagnola, gli addetti alla custodia dei castelli, gli ufficiali e le guardie del reai palazzo, gl’iscritti in servizio della nuova milizia, tutti, per l’amministrazione della giustizia, dipendenti dal tribunale dell’auditore generale. Ne dipendevano pure gl’iscritti alla scuola di artiglieria, dai quali, come è detto in un real dispaccio al viceré Caracciolo in data 22 aprile 1782, erano stati introdotti scandalosi abusi, perché, nota il Villabianca, vi “si sono ammessi molti individui di mestieri diversi di quelli stabiliti nell’originaria sua istituzione”. Costoro in realtà non erano veri militari, ma costituivano una particolare “compagnia” e si sarebbero dovuti addestrare nell’”esercizio del meccanismo e delle manovre di artiglieria”. Invece accadeva che l’appartenenza a quella “scuola” era divenuta solo un pretesto per godere del privilegio del suo foro. Perciò si era provveduto a limitare sia il loro numero sia i casi in cui si sarebbero potuti avvalere di quel diritto. In questo campo dei fori privilegiati il riformismo borbonico operò in realtà con innegabile efficacia. Dal foro del Grande Ammiraglio dipendevano la gente di mare e anche i pescatori. Un altro se n’era stabilito nel 1734 per la regia amministrazione dei tabacchi e ne eran derivati i soliti abusi. Il servizio postale sotto Carlo VI era stato concesso in appalto alla Casa Alliata dei principi di Villafranca, che ebbe perciò il diritto di decidere delle cause attinenti ai suoi ufficiali. Ma a questo scopo si era soliti ricorrere al tribunale dell’Uditor generale. In seguito, poiché durante il viceregno del Caracciolo si erano avute ripetute lagnanze circa la diligenza e l’onestà dei corrieri, i Villafranca furono privati di quel loro privilegio e nel 1787 ebbe inizio un nuovo servizio, esercitato più regolarmente e speditamente dallo stato. Ma il foro relativo, sebbene diversamente ordinato, non fu soppresso. Ugualmente del foro del loro consolato godevano i genovesi del regno. E tra gli altri c’erano anche quelli del Protonotaro, della Zecca reale, del Maestro portulano e di quanti ne dipendevano nei caricatoi o in genere per il “negotio frumentario”. Ma tra tutti il più esteso rimase il foro ecclesiastico, sebbene anche la sua giurisdizione fosse stata successivamente limitata. Un istituto particolare fu in questo campo Papcstolica legazia, di cui si è già detto. Il “giudice della monarchia” vi decideva in appello le cause degli ecclesiastici giudicate dalle curie vescovili. Dopo varie vicissitudini e aspri contrasti con la Santa Sede, che soprattutto durante il regno di Vittorio Amedeo II e di Carlo VI d’Austria tentò di abolire l’antico privilegio, prima Garibaldi nel breve periodo della sua dittatura e poi l’Italia sabauda procurarono di rimetterlo in onore, ma la Legazia fu definitivamente soppressa con la legge 13 maggio 1871, che non ne fece neanche un’esplicita menzione. Questa struttura pluralistica della società del tempo può osservarsi in forme diverse in tutta l’Europa occidentale, ma in Sicilia la debolezza del governo, l’assenza del sovrano, la mancanza di uno spirito pubblico, la secolare educazione alla violenza potevano fare dei foristi vere associazioni a delinquere e in proposito quel che si è detto del foro dell’inquisizione, si potrebbe entro limiti più modesti notare per altre categorie di esenti: un esempio ne fu la menzionata scuola di artiglieria. Né, per quanto riguarda la corruzione dei giudici, tra i tribunali regi e i fori speciali c’era alcuna differenza di rilievo. In proposito il Medinaceli osservava che le cose non sarebbero mutate “todo el tiempo che los Juezes sean sicilianos”, perché non c’era mai da fidarsi della loro onestà: “no se puede fiar cosa de su arbitrio y determinacion”. Nel che vedeva quasi una caratteristica della razza, tanto da consigliare di nominare uno o più spagnoli in ciascun tribunale: “poner un espanol o mas en cada uno dellos”. Peggiore era la condizione dei comuni feudali, specie da quando i baroni nel 1610 avevano ottenuto da Filippo III il mero e misto impero. Filippo II si era opposto decisamente a tale loro domanda, ma la vendita del privilegio, che poi si risolveva nel diritto di disporre a proprio arbitrio della libertà e della vita dei vassalli, poteva consentire un aumento delle entrate e si è notato che per gli accresciuti bisogni la corte era ormai costretta a vendere in più estesa misura tutto ciò che era vendibile. Quali fossero i risultati di tale concessione, si potrebbe dedurre dall’animosa protesta di Mario Cutelli, “il primo fra tutti i nostri giureconsulti”, come scrive il Gregorio, “che secondo i più solidi principi del dritto han ragionato” : sebbene si debba osservare che di fatto se non sempre di diritto i poteri dei baroni non erano stati precedentemente inferiori a quelli che allora ottennero. Della vita dei vassalli avevano potuto disporre anche prima, tra l’altro facendoli morire nei dammusi delle prigioni feudali, sotterranei buchi, senza luce né aria, in cui quegli infelici si calavano nudi e non potevano né stare in piedi né sdraiarsi. Osserva dunque il Gregorio, citando il Cutelli, che sarebbe stato necessario “esaminare se i ministri e gli ufficiali del barone abusino dell’autorità lor commessa, non essendo possibile che ricorrano i sudditi o in qualunque altra maniera si dolgano, i quali essendo scoverti acquisterebbero perpetui ed implacabili nemici a sé e ai loro posteri”. Ma le visite dei ministri regi non reciderebbero la radice del male, cui si dovrebbe porre rimedio revocando “la più delicata e pericolosa giurisdizione, con la quale può esser condannato a morte l’innocente”. Il Cutelli mostra di conoscere il Grozio, ma si informa soprattutto alle dottrine del Bodin e di Pier Gregorio da Tolosa. Tuttavia la vera fonte dei quattro libri Codicis legum sicularum, pubblicati a Messina nel 1636, deve vedersi nella sua esperienza delle condizioni della Sicilia. Per lui il mero e misto impero non era soltanto una rinunzia dei diritti inalienabili della regalità. I giudici delle corti feudali, nominati dal barone, si distinguevano per la loro rozzezza e ignoranza delle leggi. Perciò le sentenze con le quali toglievasi la vita agl’innocenti o erano condannati alle galere, si sarebbero dovute revocare e annullare. Né spesso tra il feudatario e i suoi vassalli era possibile che si stabilisse quel vincolo che altrove derivava dalla consuetudine di anti- chi rapporti tramandati attraverso le generazioni. Non mancavano i baroni buoni e generosi e se ne hanno non poche testimonianze. Ma molti non vivevano nei loro feudi, che inoltre frequentemente si alienavano o si affittavano o ingabellavano con tutti i relativi diritti, cosicché chi ne aveva pagato l’annuo affitto praticamente comprava anche la vita dei vassalli, cui altro rifugio non restava se non la Chiesa o la fuga. Nelle chiese, nei benefici, nei conventi o monasteri il potere del barone aveva un limite nelle immunità degli ecclesiastici e dei loro dipendenti. Per gli altri, per gli oppressi, spesso non restava che la fuga. È vero che si cerca un rifugio anche nei nuovi comuni di fondazione baronale. Ma si continua a fuggire da un comune all’altro indipendentemente da quelle fondazioni. La capitale, Palermo, era piena di vagabondi, che vi venivano da tutte le parti dell’isola. Che anzi lo spopolamento dei piccoli centri fu notato anche allora: tra gli altri dall’abate Paolo Balsamo nel citato Giornale di viaggio e dal celebre — forse troppo celebre – poeta Giovanni Meli nel suo notevole e giudizioso scritto Sullo stato presente del regno di Sicilia. In generale nei comuni feudali recentemente fondati le condizioni dei contadini o più estesamente delle classi lavoratrici ci appaiono migliori che in quelli demaniali, anche perché non erano gravati dalle rovinose soggiogazioni – ipoteche o mutui passivi – i cui interessi, attraverso le gabelle sui generi di comune consumo, si pagavano quasi soltanto dalla povera gente. Né era infrequente il caso che la Deputazione del Regno, cui si sottoponevano i bilanci dei comuni per l’assegnazione a ciascuno della tanda, ossia della parte del donativo votato dal Parlamento, disponesse la riduzione di gabelle per questo motivo ritenute non necessarie. Il che difficilmente accadeva nei comuni demaniali. Ciò non toglie che si fuggisse anche dai comuni feudali. Negli uni e negli altri, sebbene dalla fine del Settecento si fosse cercato di abolirlo, il mero e misto impero, che si poteva acquistare da chiunque disponesse della non grossa somma da pagare al fisco, permetteva al padrone del feudo di potere “pro delictorum qualitas… carcerare, fustigare, torquere, membra mutilare et perforare, relegare, deportare, ad ultimum supplicium condemnare”. Il barone, sebbene non potesse “da se solo fare determina- zioni nelle cause processive così civili, come criminali, dovendo tenere un assessore Giurisperito”, scelto tra quelli “che hanno ottenuto patente regia”, aveva tuttavia la facoltà di scegliersi sia questo giurisperito, sia gli altri ufficiali dell’amministrazione dei comuni a lui infeudati: “cum libera facultate eligendi, emovendi, destituendi, semper et quandocumque Officiales, Capitaneos, Iudices, Iuratos, Castellanos, Acatapanos”, come era prescritto nelle concessioni regie. Venendo a tempi più recenti, un caso clamoroso nel 1875 fu denunziato alla Camera dal deputato Diego Taiani, già procuratore generale di Palermo. L’11 dicembre 1869 era stato assassinato a Monreale tale Sante Termini e tentato l’assassinio di un tal Pietro Lepre. Come istigatori o complici di tali delitti il Taiani denunziò il questore Albanese, l’ispettore e la guardia di pubblica sicurezza Davide Figlia, Sebastiano Ciotti e altri. Nella requisitoria, pronunziata alla Corte d’Appello di Palermo il 10 ottobre 1871, l’Albanese fu pure implicato nell’assassinio dei fratelli Rosario e Francesco Bruno “come agente principale del reato suddetto per avere con minacce, abuso di potere e di autorità indotto gl’imputati… a commetterlo”. Ma oltre ai delitti commessi da quelli che dovevano combattere la delinquenza, da questa requisitoria risulta che gli agenti dell’ordine pubblico si arruolavano non di rado tra i peggiori delinquenti, continuandosi in tal modo una vecchia tradizione borbonica. “Il giorno 25 del gennaio 1871 Paolo Faia di Palermo cadeva ferito a morte… Colui contro il quale si ottennero maggiori prove fu Sebastiano Ciotti, uomo di perduta fama, ammesso a far parte delle guardie di Sicurezza Pubblica, appena espulso dal servizio municipale”. L’Albanese fu arrestato, ma per l’intervento del ministro Lanza il processo a suo carico venne stralciato e concluso con la solita assoluzione per insufficienza di prove. Gli storici della mafia non hanno invece ricordato la più eloquente di queste denunzie parlamentari, che si contiene in un discorso pronunziato alla Camera dei Deputati il 28 febbraio 1898 da Giovanni Bovio. È compreso nei @Discorsi parlamentari@, pubblicati nel 1915. Dopo le premesse, che risentono della retorica del tempo – ma oggi, sebbene in altro tono, non se ne fanno di meno retoriche e di un retoricume divenuto volgare e aggressivo: la retorica è del resto il motivo comune della maggior parte della pubblicistica sulla questione meridionale – il Bovio passa a esaminare uno degli aspetti più gravi del problema: “Sia stagnante quanto si voglia la prosa dei parlamentari e in discredito la memoria delle cose belle, voi, signori, non arriverete a dimenticar mai che, se ogni nostra regione tanto ha d’italianità quanto possiede di arte, italianissima deve sentirsi la Sicilia… Cominci il Governo a dar qualche prova di rapida giustizia, che sulle moltitudini ha effetto mirabile, quanto e più che la dispensa del pane. Con un robusto colpo di gomito atterri qualcuna di quelle consorterie, che sono chiamate oligarchie locali, siano di amici o di nemici, di nobili o di borghesi, di ricchi o di faccendieri, e mostri al popolo che, quando si tratta di mettere la mano sul prepotente o sul delinquente, le aderenze, il grado o la ricchezza non fanno ostacolo. Questo è il punto di partenza: un esempio efficace, il resto viene dopo”. Il popolo è offeso soprattutto dalla presenza dei magnifici delinquenti impuniti o irresponsabili. Rivolgendosi quindi direttamente al presidente del Consiglio e ministro degli interni, che era allora il marchese Di Rudinì, il Bovio formula una denunzia più precisa: “Possiedo qualche documento a disposizione vostra, onorevole presidente del Consiglio, da cui risulta che innanzi ad alcuni malfattori protetti, rei di peculato, i giudici si ritraggono impauriti e i tribunali ammutoliscono”. Tutto ciò, la memoria della corruttela o dell’ingiustizia, diviene con il tempo uno stato d’animo collettivo, trasmesso dall’una all’altra generazione, pur quando si sia perduto il ricordo del passato. Ne deriva il sustrato comune della sfiducia, della ribellione latente, della mafia, che può esprimere il bisogno o di ribellarsi o di difendersi dai ribelli o di servirsi parassitariamente di tale anarchia. Né sembra che negli ultimi tempi le cose siano gran che mutate. Tra l’altro non passa quasi giorno che la cronaca nera non riveli qualche nuovo episodio da cui si potrebbe desumere la disonestà di una parte non trascurabile della magistratura. Che anzi certi aspetti dei suoi rapporti con la malavita sembrano appena credibili. Per esempio, il 28 gennaio 1977 è stato arrestato a Napoli il giudice Alfredo Le Boffe, accusato di corruzione, millantato credito e truffa. Il Le Boffe, riferiscono i giornali, appartiene a una stimata famiglia di professionisti. Per molti anni è stato sostituto procuratore della repubblica. Passato all’ufficio istruzione, istruì alcuni tra i più difficili casi di omicidio a sfondo mafioso, che gli permisero di allargare le sue conoscenze in maniera da distinguere senza pericolo d’ingannarsi quelli che non potevano e quelli che potevano pagare. Per i primi si mostrava severo e intransigente. Aveva una brillante carriera dietro di sé e quella severità contribuiva a consolidare la sua fama. Quando tuttavia capiva che le circostanze gli avrebbero permesso di guadagnarci qualche milione, improvvisamente veniva preso dal bisogno di comprendere e in tutti i modi aiutare i poveri delinquenti che passavano per le sue mani. Così accadde che il 13 aprile 1974 concesse la libertà provvisoria a un truffatore, accusato di aver fabbricato cambiali false, Salvatore Cinque. Il pubblico ministero aveva espresso parere sfavorevole. Il suo parere fu invece pienamente favorevole. Infatti “per questa libertà il giudice avrebbe incassato un milione e cinquecentomila lire, che Mario Cinque aveva pagato con un assegno di conto corrente intestato al gestore di un bar, presunto mediatore dell’affare”. Si è così appreso dell’esistenza dì un vero mercato non solo per la concessione, come in questo caso, della libertà provvisoria, ma anche delle licenze ai detenuti; dì quelle licenze di cui spesso questi si servono per non tornare in carcere e continuare a uccidere o rubare. L’irresponsabile demagogia dei nostri politici in realtà ha consentito una condizione di cose dì cui non si ha esempio in nessun paese del mondo. 11 27 gennaio 1977 il presidente del Consiglio on, Andreotti ha dichiarato alla Camera: “Nel 1976 su una popolazione di detenuti che nell’arco dell’anno sì è aggirata sulle 100.000 unità, sono stati concessi 24.172 permessi… e si sono verificati 582 casi di non rientro in prigione, di cui un ergastolano, 20 condannati ad oltre 20 anni e 43 condannati da 10 a 20 anni. Né sembra che l’aver richiamato l’attenzione su questo fenomeno paradossale abbia fin qui giovato, se è vero che dal 1° al 16 gennaio i non rientrati erano saliti a 737 e nei soli tre giorni successivi il numero saliva a 797”. Ma chi sono questi premiati? “Un esempio per tutti”, commenta Mario Tedeschi nel Borghese (6 febbraio 1977), “Alfredo Ugo, di Milano, fuggito dalla casa penale di Piacenza, fuggito dal carcere di Milano, fuggito dall’ospedale, dove era riuscito a farsi ricoverare, definito dai giornali re delle evasioni, condannato con sentenza irrevocabile a 12 anni per rapina, ottiene il permesso. Ovviamente non ritorna”. Ma c’è di peggio. Continua il Tedeschi: “Il potere mafioso… impera ormai dentro e fuori le carceri. Tanto è vero che basta visitare una casa di pena per rendersi conto che è in atto una amnistia strisciante… In che consiste? È semplice: l’amnistia strisciante si applica facendo decorrere i termini della carcerazione preventiva, in modo da restituire in libertà anche i responsabili dei più efferati delitti senza processarli. Ma chi sceglie i processi che debbono slittare e non essere mai celebrati? In tutte le carceri d’Italia, quando si pone questa domanda, i detenuti sorridono furbescamente. Chi ha più cartucce spara, dicono: e fanno capire che le cartucce si possono caricare a denari o a ideologie. Il risultato non cambia”.

L’eversione dello Stato e il Mezzogiorno

Come sempre avviene, la demagogia dei politici – del Nord come del Sud – si è tradotta in un incentivo alla corruzione. Quando tutto questo non era possibile, non si poteva pagare un magistrato, perché lasciasse decorrere i termini prescritti dalla legge. Quando non esistevano le licenze ai detenuti, nessuno aveva pensato a comprenderle tra le cose vendibili. Se si guarda ai gradi più alti, questa condizione di cose non appare meno grave. Nel gennaio del 1977 il Consiglio superiore della magistratura, accogliendo la richiesta del ministro di Grazia e Giustizia Bonifacio, decise di sospendere provvisoriamente dalle funzioni e dallo stipendio il presidente di sezione della cassazione Carmelo Spagnuolo, cui abbiamo più sopra accennato. La vicenda di questo magistrato può dirsi esemplare. È nato a Sommatino, un piccolo borgo dell’interno della Sicilia. In paese, come riferisce un intelligente studioso di cose siciliane, Ettore Serio (Giornale di Sicilia, 29 gennaio 1977), Io chiamavano “birrina”. La “birrina” è il succhiello, quello strumento che serve a forare il legno. I compaesani, non senza un significato dispregiativo, volevano alludere all’abilità o cocciutaggine con cui riusciva ad arrivare dove voleva. Era, cioè, un volitivo: la specie peggiore degli uomini. I volitivi in realtà son fatti per arrivare e per lasciarsi indietro chi vale molto più di loro. Comunque a Roma, dove fini per stabilirsi, lo chiamarono salamandra: con il nome cioè di quel batrace che gli antichi credevano potesse sopravvivere in mezzo alle fiamme. L’epiteto in questo caso non poteva tuttavia riferirsi a nessuna qualità particolare. Se lo Spagnuolo è riuscito a tenersi a galla nonostante le accuse più gravi, non ha fatto che condividere un privilegio comune alla maggior parte dei grossi papaveri italiani; sebbene attraverso il Consiglio superiore il privilegio sia ufficialmente riconosciuto solo per i magistrati. Sembrerebbe infatti incredibile, ma, dopo che nel gennaio del ’74 lo Spagnuolo fu accusato di avere avvertito il “boss” Frank Coppola che i telefoni della clinica dove era ricoverato, erano stati messi sotto controllo, nessuno pensò di destituirlo. In un paese civile sarebbe finito in galera. In Italia questo scandalo vergognoso fu solo seguito dal suo trasferimento dall’ufficio dì procuratore generale a quello di presidente di Cassazione. Evidentemente il fatto stesso che subito dopo sia stato trasferito, mostra che le accuse dovevano avere un certo fondamento. Se ne deve dunque desumere che è possibile esser pagati dalla mafia e nello stesso tempo occupare i posti più alti della magistratura italiana. Ma prima di passare a Roma lo Spagnuolo era stato uditore presso il tribunale di Bergamo, poi si era trasferito a Brescia e come sostituto procuratore successivamente a Milano, a Trieste, a Genova. Di questo periodo preparatorio dei fasti romani pos- siamo dire che molti non lo ritenevano un personaggio insospettabile. Comunque caratteristiche dell’uomo – come di molti altri della sua stessa specie – possono considerarsi il rigido moralismo, le dichiarate simpatie per la sinistra, il lussuoso tenor di vita. Sotto quest’ultimo aspetto, durante la sua permanenza genovese il dott. Snaiderbauer, pretore di Chiavari, nel corso di una campagna contro i panfili battenti bandiera panamense, denunziò anche un yacht su cui navigava lo Spagnuolo, che si difese dichiarando che lo yacht apparteneva al suocero. Ma il pretore fu trasferito. Come la lussuosa imbarcazione non escludeva il sinistrismo del salamandresco personaggio, così questo comodo e per altro tanto diffuso atteggiamento antiborghese poteva accompagnarsi con un intransigente moralismo borghese. Di queste sue virtuose tendenze diede infatti un bel saggio, sempre nel periodo genovese, facendo sequestrare due film per niente pornografici, L’avventura di Antonioni e Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Per l’uomo di Sommatino non era una soddisfazione da poco potere imporre la sua volontà a quei famosi registi. Inoltre il moralista sì creava in tal modo una specie di alibi per i suoi intrallazzi mafioseschi.

Ritorno all’antico regime

Nel 1766, commentando il libro del Beccaria, allora acclamato da tutta l’Europa, il Voltaire scriveva della necessità di una radicale riforma del sistema legislativo vigente. Non era solo questione della tortura e delia pena di morte, ma anche del coacervo di leggi, consuetudini, giurisdizioni contraddittorie, che, coesistendo nello stesso territorio o in province vicine, erano l’eredità del diritto ricevuto dai Romani, dalla Chiesa, dai barbari riversatisi sull’impero di Roma. “Si giudicherà diversamente la stessa causa in provincia e nella capitale? È necessario che gli uomini abbiano ragione in Bretagna e torto in Linguadoca?”, si domandava – cito dall’edizione del Beuchot dei Précis du siècle de Louis XV – aggiungendo che in Francia vi erano “altrettante giurisprudenze quante sono le città”, cosicché, come aveva osservato nel Dialogue entre un plaideur et un avocat, un uomo “che corre la posta in Francia cambia legge più spesso che non cambia di cavalli”. In realtà, nonostante la secolare opera di unificazione della monarchia, sotto l’antico regime la Francia non era uno stato, ma un disordinato mosaico di stati, “un aggregato inorganico di popoli disuniti”, come la definiva il Mirabeau, i cui confini, diritti, privilegi spesso si confondevano insieme. A tale difformità e incongruenza si aggiungeva quella dei cervelli o delle opinioni di coloro che dovevano applicarle. Nel suo aureo trattato sui Difetti della giurisprudenza (cap.III, Dei difetti intrinseci) il nostro Muratori osserva in proposito: “Il quarto difetto viene dalle teste, cioè dagl’intendimenti dei giudici. Non si può dire a quante debolezze, a quanti capricci, a quanta varietà siano sottoposti gli uomini. Chi in una, chi in un’altra maniera la stessa cosa intende”. L’arbitrio dei giudici e il disordine delle leggi sembrava fossero stati superati con l’affermazione del moderno stato di diritto. La stessa venalità dei singoli magistrati non negava la validità, anche soltanto teorica, del solenne principio dell’uguaglianza della legge per tutti i cittadini. Ma anche in questo campo le faticose conquiste delle generazioni passate sono state distrutte dalla nuova ondata di infantilismo e di anarchica demagogia. “La magistratura”, scrive l’ex-procuratore generale della Cassazione Giovanni Colli (La Stampa, 6 novembre 1976), “… attingeva la forza necessaria per assolvere il suo compito dalla qualità degli uomini, dal loro prestigio all’interno della società, dalla loro unità morale nel sostenere valori omogenei. Tutti e tre questi elementi hanno subito colpi durissimi… I magistrati… usurpano ’i poteri del Parlamento e impongono ai cittadini il proprio arbitrio”. Se il Voltaire poteva dire che entro i confini del regno di Francia bastava far qualche miglio per trovare una diversa legge, oggi in Italia possono bastare alcune centinaia di metri. Qui un pretore ha scelto l’hobby del supercensore. Film, giornali, riviste, romanzi, libri scientifici non trovano scampo. Li fa sequestrare sotto l’accusa di oscenità. Là altri magistrati li assolvono regolarmente. Le cose in questi casi si complicano, perché gli unici competenti a decidere sarebbero quelli nel cui territorio siano state stampate le pubblicazioni incriminate o per la prima volta proiettati i film proibiti. Alcuni di questi pretori sono divenuti famosi. Volevano uscire dall’oscurità, perché nel paesello natio, siculo o calabrese, si sapesse dalla loro sopravvenuta importanza, e ci sono riusciti. Ma non si sono accorti che l’improvvisata fama era di un genere particolare: quello delle curiosità locali o quasi folcloristiche. La gente ne ride come di strani avanzi di tempi remotissimi. Al contrario la magistratura non si occupa di alcuni crimini tra i più pericolosi, oppure, come avviene con le costruzioni che si dichiarano abusive, interviene saltuariamente e spesso quando il suo intervento appare meno giustificabile. Comunque sia, che i magistrati operino per la puerile vanità di far mostra del loro potere o che si facciano comprare o che abbiano paura dei delinquenti che li minacciano, o che infine accettino che la loro attività sia regolata dal partito cui appartengono, il risultato non cambia. Nonostante l’innegabile dirittura di molti di essi, i cittadini sanno che non esiste umo stato che possa proteggerli. Nel passato come nel presente il mafioso trova in questo contesto sociale la sua giustificazione.

L’antimafia degli amici

Il 25 settembre 1976 fu arrestato a Roma l’ex giudice Romolo Pietroni, “una potenza al palazzo di giustizia al tempo di Carmelo Spagnuolo”. Ecco in breve la storia esemplare della sua carriera (Corriere della Sera, 26 settembre 1976): “L’ex-procuratore generale della corte d’appello lo aveva voluto come suo braccio destro nonostante gli scandali in odore di mafia che già coinvolgevano pesantemente il nome del suo sostituto per qualifica. Così Romolo Pietroni, all’ombra dell’amico e protettore, conobbe momenti di gloria; tra le sue mani passavano indagini importanti, il punto di riferimento per gli altri sostituti del procuratore generale era lui. Ma poi Spagnuolo fu spodestato dalla poltrona di massimo rappresentante del pubblico ministero della capitale e nella caduta trascinò tutto il suo staff. Le inchieste su Pietroni si moltiplicarono: Natale Rimi, Italo Jalongo, le “bobine della mafia” ed infine le bustarelle della Standa”. “Rigido, formalista, di poche parole, Romolo Pietroni (57 anni, di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta) entra in magistratura nel 1942. Venti anni più tardi è già ad un buon livello nella carriera, ma è nel 1964 che ottiene un importante incarico. II primo dei presidenti delia Commissione antimafia, il senatore democristiano Pafundi, lo chiama a far parte del piccolo tribunale come consulente giuridico… Lavora per sei anni all’Antimafia e forse avrebbe continuato nel suo compito fino alla fine, se nel 1970 un telefono non lo avesse messo nei guai”. “È quello di Italo Jalongo, consulente economico di Frank Coppola. La polizia stava indagando sulla fuga del boss mafioso Luciano Liggio dalla clinica Villa Margherita ed aveva chiesto alla procura di mettere sotto controllo 18 apparecchi telefonici, tra i quali quello di Jalongo. Con grande sorpresa degli intercettatori, emerse che tra le voci impresse nei nastri c’è anche quella di Romolo Pietroni, consulente dell’antimafia, che risulta in rapporti di amicizia con il consulente della mafia… Sul momento non accade nulla. Pietroni continua a lavorare per la commissione, collabora alle inchieste più scottanti: Di Mauro, Scaglione, infiltrazioni mafiose nella regione Lazio, assassinio all’ospedale di Palermo. Passano 17 mesi ed il caso scoppia in tutta la sua gravità. Il Consiglio superiore impiega tre anni per chiudere l’indagine su Pietroni e, quando vengono fuori gli avvisi di reato ed i mandati di comparizione per le bustarelle della Standa, la sezione disciplinare emette il suo verdetto: sospensione dall’incarico e dallo stipendio per Romolo Pietroni”. Questo scriveva il Corriere della Sera. Il Pietroni sarà assolto: naturalmente quei personaggi si muovono sullo stesso sfondo. Dovunque stiano, nel Consiglio Superiore o alla Procura, sono tutti amici e quasi tutti vengono da certi centri del Sud, in cui l’amico deve difendere l’amico da ogni possibile accusa. Solo quando scoppiò lo scandalo Rimi – Natale Rimi, appartenente a una nota e potente famiglia di mafiosi di Alcamo, era stato assunto alla Regione del Lazio per opera, si disse allora, del clan Coppola e quindi anche di Italo Jalongo, consulente del Coppola stesso e complice del Pietroni – quest’ultimo è costretto a lasciare la consulenza della commissione antimafia. Ma questo non è che uno degli episodi di magistrati che per mezzo del Consiglio superiore sono riusciti a mettere tutto a tacere. In proposito si deve osservare che il Consiglio ha funzioni disciplinari, non penali. Perciò a carico di tali onorati personaggi, come generalmente accade, non si prende alcun altro provvedimento disciplinare se non quello di una promozione o di un trasferimento. Può ricordarsi al riguardo l’inchiesta condotta in seguito all’uccisione, avvenuta il 3 luglio 1974, dell’avvocato generale dello stato Giuseppe Ferlaino. Il Consiglio superiore inviò allora in Calabria tre dei suoi membri, Giuseppe Ferrari, Antonio Buono e Francesco Greco, che avrebbero dovuto riferire sui rapporti tra la magistratura e la mafia calabrese, su cui da tempo si erano ripetute accuse insistenti e precise. I tre tornarono da Lamezia con un rapporto, nel quale si dava corpo concreto ai vecchi sospetti. Ma il documento rimase per dieci mesi chiuso a chiave nei cassetti del ministro della giustizia Oronzo Reale, finché il settimanale Tempo non potè pubblicarlo integralmente. A questo punto, non essendo possibile smentirne l’esistenza, c’erano due sole cose da fare: o esaminarne i risultati e approfondire con nuove testimonianze l’inchiesta iniziata, oppure non tenerne alcun conto, dichiarando che le accuse a carico dei magistrati calabresi dovevano ritenersi infondate. Manco a dirlo, si scelse questa seconda soluzione, sulla quale non ci sarebbe stato nulla da obiettare, se il Consiglio avesse potuto giustificarla riferendosi a ulteriori indagini, che però nessuno pensò di fare. L’indipendenza del potere giudiziario, come l’immunità dei membri delle due Camere, si traduce così non in una garenzia di libertà, ma in una violenza faziosa. La solidarietà che lega i membri della corporazione, ne fa uno stato dentro lo stato. Il privilegio di potere sfuggire alla legge con la connivenza di chi avrebbe il dovere di farla rispettare e, per quanto riguarda i cittadini di diritto comune (che cioè non fanno parte di alcuna corporazione), il potere discrezionale di applicarla proibendo o concedendo e quindi dando o negando la possibilità di sopravvivere a quanti, industriali, commercianti, agricoltori, artigiani, non vivono degl’incentivi o impieghi parassitari o pensano – delitto gravissimo – a costruirsi una casa, convergono nel medesimo risultano: la trasformazione dello stato in una organizzazione mafiosa.

Un processo parallelo: estensione e corruzione dello stato

L’invadenza dello stato avviene in due modi: attraverso l’estensione sia delle attività assistenziali sia dello scrivanismo, con il qual termine vogliamo riferirci alla sovrapposizione di quelli che detengono il potere burocratico o ideologico – partiti e sindacati – o culturale (i patroni o i difensori dei beni culturali, divenuti come una bistecca, di cui si dovrebbe fruire), sulle manifestazioni spontanee della vita economica o sociale o sul costume o sui rapporti sessuali o sulle espressioni autentiche dell’arte. Questo potere proibisce tutto quello che è possibile proibire. Non ammette che si possa vivere o pensare senza un regolamento, un piano, una legge: senza insomma la carta scritta, fondata sui dichiarati valori eterni del bello, del buono, del giusto, di cui si sono attribuiti il monopolio. Lo stato assistenziale non è solo quello che provvede alle varie forme dell’assistenza vera e propria, dalle pensioni d’invalidità o di vecchiaia ai sussidi per i disoccupati o agl’incentivi per le zone depresse. Anche gli stipendi pagati agù statali o ai dipendenti delle regioni, dei comuni, delle centinaia o migliaia di enti si debbono in buona parte considerare come improduttivi e quindi si possono comprendere nelle somme erogate a fini assistenziali: somme enormi, che si spendono per gran parte nel Sud. Un esempio se ne può vedere nell’accennata legge per il piano quinquennale, per U quale dal 1976 al 1980 si prevedevano interventi nel Mezzogiorno per non meno di 16.000 miliardi (lire del ’75), dei quali 7.000 miliardi sarebbero andati agl’incentivi industriali. Per avere un’idea di quello che si sarebbe potuto fare con questo denaro basterà ricordare che per l’oleodotto che attraverso l’Alaska dovrà portare il petrolio al mare – una delle opere più colossali e, specie per il terribile clima, delle più difficili che siano mai state concepite – nello stesso anno non era stata prevista una spesa superiore ai 3.000 miliardi. La legge attribuiva l’esame delle domande da parte delle aziende a cinque diversi istituti: la Cassa, il Ministero del Mezzogiorno, il Cipe, le banche interessate, la Finte. In queste condizioni, essendo impossibile ogni coordinamento, il clientelismo più disonesto è inevitabile, come del resto avviene con i “posti” assegnati ai dipendenti pubblici o con il riconoscimento dell’invalidità ai fini della pensione. Un carattere semiassistenziale ha pure l’industria irizzata a capitale misto, in cui si possono determinare situazioni non meno condannabili tanto nella nomina dei dirigenti quanto negli aggravi imposti al contribuente per imprese fallimentari, che tuttavia riescono a esercitare una concorrenza sleale ai danni dell’impresa privata. Con l’estensione dei poteri dello stato si estendono quelli dei suoi organi esecutivi e giudicanti, soprattutto della magistratura. Vi hanno contribuito, oltre alle nuove leggi penitenziarie, quelle sul diritto di famiglia o del lavoro. Ma in generale è questione di veri abusi legalizzati. Come scrive il Beria d’Argentine (Corriere della Sera, 7 ottobre 1976), “ogni giorno le gazzette sono piene di notizie ed informazioni giudiziarie che danno i magistrati operatori decisionali di settori e problemi profondamente diversi: revocano i licenziamenti collettivi di centinaia di persone in aziende in crisi economica, come a Bassano del Grappa; sequestrano immobili privati e comunali a Roma ed in altre città; tengono a Roma o a Milano sotto tiro i grandi, veri o presunti, della finanza italiana; incriminano sindaci, presidenti provinciali o regionali, assessori, ufficiali sanitari in Lombardia o sull’Adriatico; costringono all’esilio o alla navigazione notturna senza scalo quasi tutte le barche in rotta nel Tirreno; riformano a Napoli la configurazione del periodo di prova nei contratti di lavoro; diventano a Firenze i protagonisti delle polemiche sull’aborto”. A Milano, come risulta dalle dichiarazioni di Aldo Tartarelli, ex consigliere delegato della Motta (Corriere della Sera, 15 ottobre 1976), il dissesto di quella società “cominciò da un intervento di un magistrato che riconobbe legittima la richiesta degli stagionali di essere assunti stabilmente. Per la Motta (identico fatto accadde all’Alemagna) si è trattato di un migliaio di persone che ne hanno ulteriormente appesantito i conti economici”. E si è detto degli ordini di demolizione che improvvisamente stabiliscono che interi paesi o quartieri debbano essere distrutti come abusivi, buttando sul lastrico gl’inquilini, rovinando i proprietari, aggravando la disoccupazione e tutto ciò a cose fatte e spesso dopo parecchi anni dacché le costruzioni proibite erano state portate tranquillamente a termine sotto gli occhi di tutti. Se un potere che si eserciti capricciosamente, deve dirsi per sé stesso tirannico, difficilmente la tirannide è stata esercitata con tanta arroganza e stupidità o con così pericolosi fini eversivi.

IN SICILIA E FUORI

Il conversare e le società del silenzio

Non si potrebbe comprendere il carattere delle società mafiose o del silenzio senza riferirsi ad altri tipi di aggregati. Una società non è un numero o un insieme, considerato indipendentemente dai rapporti che avvicinano gl’individui che ne fanno parte, ma un corpo vivo, in cui sussistono i motivi di un’aggregazione o coesione interna, fondata sui comuni interessi o modi di sentire o di pensare: la religione, la tradizione, l’orgoglio patriottico e così via. In queste società organiche è possibile conversare: conversare nel senso più ampio del termine. L’aggregazione si traduce nel bisogno di una comunicazione permanente. In America – cui ci riferiamo come ad un esempio che potrebbe meglio farci comprendere la diversa condizione della società italiana e meridionale – tale bisogno deriva anche dall’orgoglio della libertà, dell’efficienza, del modo di vivere, delle istituzioni, che poi si identifica con la storia del paese. Oggi le nuove generazioni talvolta si domandano se tutto ciò abbia un senso o uno scopo. Gli Stati Uniti non sono quello che furono fino alla seconda guerra mondiale. Uno storico dell’economia americana, l’Handlin, per il quale la storia economica è, come deve essere, tutta la storia, considerata sotto quel particolare aspetto, e quindi un succedersi di comportamenti o stati d’animo collettivi, concludendo la sua recente Storia della ricchezza degli Stati Uniti, osserva che l’attuale crisi di quel grande paese non si deve attribuire al rincaro dei prezzi del petrolio, ma al fatto che in molti all’orgoglio o alla fede di una volta è subentrato come un senso di colpa: gli americani si sentono colpevoli di quello che hanno saputo fare rispetto ai popoli poveri o, come si dice, sottosviluppati (sebbene, dopo l’Handìin, si sia avuta una reazione in senso opposto). Tuttavia, non è questione, come avviene in Italia, di una diffusa incapacità di credere, si del discredito in cui son caduti i vecchi valori: per esempio, la religione dei padri. Per i giovani americani la Bibbia non è più il testo dalla cui assidua lettura l’intera famiglia ricavava le regole della morale o del vivere sociale. Non si è però divenuti scettici. Si cercano altre verità. Si sente sempre il bisogno di credere. In questo senso la stessa ricerca, quasi potremmo dire, di un Dio o di un ideale ignoto o di una nuova morale, costituisce il sustrato o la condizione di una comunità diversa e cioè di un’aggregazione o di una società viva. Il suo nucleo di base è stato il vicinato: una vera istituzione, sebbene non definita da nessuna legge, I vicini non si possono ignorare. Ignorarli sarebbe come una condanna, con cui la comunità respinge moralmente fuori di sé quelli che non se ne ritengono degni. Tutto ciò suppone una gerarchia riconosciuta. La comunità si riconosce in quelli dei suoi membri che per la posizione economica, la dignità della vita, le benemerenze acquistate ne divengono nello stesso tempo i capi e il modello, al quale si conformano le idee, la morale, le mode, il comportamento. Questo avviene nei limiti del villaggio, della città, del quartiere nella stessa città e, poiché la comunità, attraverso l’iniziativa dei suoi membri più influenti, provvede alla chiesa, alla scuola, all’ospedale, alla sicurezza pubblica, alle strade e così via, in una specie di gara continua di efficienza con tutte le altre e particolarmente con le meno lontane e ciascuna guarda all’America come a un ideale comune, il vicinato finisce con il costituire quasi la cellula di un tessuto che abbraccia l’intera nazione. In una siffatta società non esistono poteri astratti o sovrapposti. Lo stato non è un estraneo. Lo sceriffo, così come i membri della magistratura, è eletto dai cittadini. Ma la scelta elettiva in sé stessa potrebbe non avere alcun significato. Tutti sanno in che misura le urne elettorali dei nostri paesi rispecchiano l’animo di chi ha dato il suo voto. Lo ha dato a un partito, ossia a qualcosa di astratto, che, esprimendo una certa idea, non può assumere un aspetto umano. Al contrario negli Stati Uniti le elezioni per gli uffici locali possono (o qualche volta potevano) considerarsi molto simili alla scelta spontanea, e senza urne o voti o partiti, dei capi del vicinato. Né il successo o la ricchezza costituiscono un titolo di demerito, come avviene in Italia, dove domina la retorica antiborghese degl’intellettuali o semiintellettuali, avidi, vili, rapaci, sempre pronti a passare dalla parte di chi può aggredire o minacciare di più. Questa gente – da due secoli la vera classe dominante del paese – ha ereditato la tradizione antica del letterato, servo di chi lo manteneva. In America invece nell’uomo si vuol vedere quello che è socialmente e quello che ha saputo fare con la sua intelligenza e il lavoro, con l’audacia, il coraggio, l’“inventività”. Non c’è dubbio che tutto ciò suppone un conformismo talvolta opprimente. Ma questo è il prezzo che bisogna pagare perché sia possibile una qualche coesione sociale. È necessario che ci sia un cemento che, legando il cittadino allo stato, non faccia delle istituzioni locali o nazionali un nome vuoto di ogni contenuto. I principi cui si riferiva il Montesquieu come al fondamento delle possibili forme di governo, importano una morale comune, alla quale non è lecito sottrarsi senza che si disgreghino la società stessa e il regime che la rappresenta. “Le società civili”, afferma Hobbes nel De Cive, (cap. I, annotationes) “non sono conglomerati di uomini, ma associazioni”, per le quali è necessaria “una reciproca fiducia”. L’Hobbes – come gli antichi e i moderni contrattualisti – ne vedeva l’origine nel patto sociale. Ma un tacito patto, che regoli la loro convivenza, esiste sempre tra gli uomini: anche tra due soli uomini che per un qualsiasi motivo debbano stare insieme. La fiducia è invece un’altra cosa. Può esserci e può non esserci. La società meridionale si distingue perché i più non si fidano degli altri. D’altro lato il conformismo di chi crede si può risolvere nel più radicale degli anticonformismi. Chi non crede non è capace né dell’una né dell’altra cosa. Gli americani, specie i non cattolici, sono stati tra i popoli più liberi e audaci nel respingere i vecchi pregiudizi. Per lo stesso motivo per cui avevano creduto nella moralità puritana, oggi respingono come immorali i tabù del sesso. Lo stesso bisogno di verità e di giustizia che aveva determi- nato la condanna di ogni deviazione dalla norma o dalla tradizione, si manifesta nella negazione del diritto della società di imporre all’individuo di rinunziare a sé stesso. In una tale società tutte le manifestazioni della vita pubblica appaiono ugualmente credibili e interessanti. Il Dwight, citato da Enrico Adams, l’autore di quella Storia degli Stati Uniti durante le amministrazioni di Jefferson e Madison che può considerarsi tra le prime storie sociali dell’Ottocento americano, nota che “i principali divertimenti della gente sono le visite, il ballo, la musica, la conversazione, le passeggiate a piedi o a cavallo, gli sports nautici, il tiro a segno, il gioco della dama e degli scacchi… Un notevole passatempo è rappresentato anche in molti paesi dagli esami e dalle manifestazioni delle scuole superiori, mentre ancor più degni di considerazione sono quelle universitarie”. In Italia è difficile che la scuola si prenda sul serio. Anche prima che si scendesse tanto in basso, vi si vedeva soltanto una finzione giuridica per quel pezzo di carta, ambito e nello stesso tempo disprezzato, la laurea o altri titoli, che consentivano una posizione di privilegio, spesso sfruttatrice e parassitarla. Negli Stati Uniti gli istituti di istruzione costituiscono o costituivano l’orgoglio delle comunità locali, che pertanto anche in questo campo hanno fatto a gara per superarsi l’una con l’altra. Come per la chiesa o le chiese, così per la scuola non si concepisce alcuna separazione tra la vita o l’interesse privato e pubblico o tra lo stato ed il cittadino. Ma l’esempio di una società come quella americana appare ancora più significativo nei confronti del Mezzogiorno – la società del silenzio – se si considera la possibilità del conversare. Non può certo negarsi che in alcune città, come è avvenuto a New York in seguito all’esplosione della delinquenza più o meno di colore di questi ultimi anni, anche sotto questo aspetto molte cose sono mutate. Ma si è detto che i motivi dell’aggregazione non sono mai venuti del tutto meno. Nelle comunità vicinali, in cui si è abituati a far da sé, il conversare, nell’esteso significato al quale ci riferiamo, non è solo possìbile, ma diviene un fatto di costume. In proposito il citato Adams scrive: “Non solo tutti dovevano viaggiare cella stessa diligenza, mangiare alla stes- sa tavola e contemporaneamente gli stessi cibi, ma avevano anche i letti in comune, senza distinzione di persone”T Nello stesso tempo si poteva parlare con il passante incontrato per caso sulla propria strada, all’osteria, negli stores, i tipici magazzini in cui era anche possibile scolarsi un bicchiere. Sebbene qualche autore, come il Dickens, – che fu due volte in America per tenervi una serie di conferenze rimaste famose – abbia biasimato gli americani per la loro taciturnità, tuttavia dalla maggior parte delle testimonianze contemporanee, di questo o dello scorso secolo, si può dedurre il contrario: “Una vana curiosità era di solito considerata comune… Spesso uno di loro mi fermava, riferì il Weld, e senza molti preamboli mi chiedeva di dove ero, se sapevo qualche novità, dove andavo e infine il mio nome”. In tutte le società organiche è possibile conversare, nell’antica Roma (Svetonio, Vite di dodici Cesari, Claudio, XXVIII, XL ecc.), come nella Spagna del Cervantes, del quale basterebbe leggere le Novelle esemplari. Per l’Inghilterra e la Russia, dal Settecento ai nostri giorni, potremmo citare le testimonianze che si possono desumere dalla letteratura narrativa: particolarmente i romanzi del Fielding o del Dickens o i racconti del Cechov o del Gorki. La rivoluzione in Russia è stata possibile, perché c’era una società che credeva, ma anche conversava. Il che ha pure permesso l’eroica resistenza opposta all’invasione nazista. (Né questo deve ritenersi il solo aspetto comune – comune, ma in forme diversissime – con la società americana. C’era pure una profonda fede religiosa. Inoltre anche gli analfabeti credevano nell’intelligenza, cui nel Mezzogiorno e in Sicilia si è sempre guardato con diffidenza e disprezzo). Il silenzio o piuttosto una chiusa incomunicabilità possono invece considerarsi tra i caratteri propri della società o non-società meridionale. Non vi si comprendono gli Abruzzi, che non fanno parte del Mezzogiorno, né il popolino di alcuni vecchi quartieri di Napoli, in cui si osservano particolari forme di degradazione. Interrogato sulla mafia, il famoso vicequestore Mangano ha ricordato tra l’altro: “Quando arrivai a Corleone” (la patria di Liggio e da sempre uno dei focolai della criminalità organizzata), “volli percorrere a piedi tutte le strade per conoscere da vicino questo atroce paese. Mi stupirono soprattutto due cose: la sporcizia delle strade… e la estaticità della gente. Stavano seduti in silenzio dinanzi alle porte dei bar e non parlavano. Sembrava che non si conoscessero nemmeno tra loro”. Le due cose, la sporcizia e il silenzio, socialmente riflettono il medesimo stato d’animo. Le case private possono essere e di fatto il più delle volte avviene che siano pulitissime. Le strade invece sono il pubblico o la legge, lo stato o il comune, che il mafioso ignora e deve ignorare o conosce per sfruttarli in tutte le forme possibili. Il comune ha gli spazzini. Ne ha anzi più del necessario. Ma il servizio relativo è un pretesto per dare un posto o pagare uno stipendio e cioè per l’esercizio di un ricatto parassitario a spese della comunità. Il che oggi costituisce uno degli aspetti del fenomeno mafioso. Anche chi preleva la tangente che i racket operanti sulla piazza fanno pagare a intere categorie di cittadini, ha il suo posto rigidamente limitato in intoccabili zone d’influenza e stipendiato con le medesime forme: con quello che si chiamava o si chiama il pizzo. Quel silenzio infatti non deriva soltanto dalla necessità di mostrarsi prudenti o, come si dice, uomini di pancia e cioè capaci di tenersi i propri segreti o di non accorgersi di quello che si fa dagli altri, ma si può dire sia l’anima di questa cultura. Le civiltà che non sanno costruire, sono cupe e silenziose. Tra l’altro una società in cui tutti si chiudono in sé stessi e l’umanità tutta si riduce alla propria famiglia o agli amici non può non riflettersi sulla natura delle attività economiche. Per la generale reciproca sfiducia ne deriva l’impossibilità di associare con altri, nell’industria, nell’agricoltura, nel commercio, la propria capacità o i mezzi di cui si dispone. L’aspirazione all’impiego pubblico, essendo un modo di sfuggire a ogni diretto confronto con i conterranei, può comprendersi tra gli effetti più diffusi di questo silenzio sociale.

Testimonianze di stranieri sui meridionali

Al riguardo si potrebbero citare altre e diverse testimonianze, specie di stranieri, che, come accade, vedono, meglio che a noi non sia possibile, i caratteri peculiari di civiltà diverse da quelle dei loro paesi. Ian Ball, riferendosi agli emigrati meridionali negli Stati Uniti, nota che alla loro assimilazione si sono opposti “gli schemi tradizionali di vita del paese di origine: comunità di villaggio chiuse, dove vigeva una diffidenza medievale e persino i vicini, ugualmente poveri, … erano considerati come estranei da trattare con indifferenza, ruvidezza e ostilità. Lo spirito di cooperazione era forte, ma solo nel ristretto ambito familiare” : la stessa conclusione cui era pervenuto il Banfield in The Moral Basis of a Backward Society. Più significativa o penetrante è spesso la letteratura narrativa, né solo quella, ormai molto vasta, che prende lo spunto da personaggi veri o immaginari della mafia. Così una valente scrittrice americana, Betty Smith, in un romanzo tradotto anche in italiano, Un albero cresce a Brooklyn, a un certo punto ci parla dei canti che in una notte di Natale si levano nelle case di quel quartiere di New York. I soli che non partecipano a questa corale manifestazione di gioia e di fede sono gl’italiani, generalmente del Sud, e gli ebrei. Questi ultimi non possono parteciparvi. Il Natale è dei cristiani ed essi non lo sono. Ma lo sono i nostri emigrati. Tuttavia non cantano. Non partecipano alla festa comune. Non mancano di celebrarla, ma nel chiuso delle loro case e procurando di non farsi sentire. Il canto sarebbe un modo di comunicare con gli altri. Perciò non è ammesso. Anche se nei riti cattolici non ha il posto dei riti protestanti, non sarebbe concepibile. Sarebbe come aprire le porte e le finestre per esporsi agli sguardi indiscreti dei vicini e invece non si deve nulla far vedere o sapere di quello che si fa in casa propria. Dagli altri, da tutti gli altri, bisogna guardarsi come da altrettanti nemici. È vero che tra questi nostri emigrati si son formate numerose associazioni, che uniscono i nati o gli oriundi dello stesso paese o di paesi vicini. Ma si possono considerare come una estensione della famiglia. La società aperta del vicinato non esiste. Nella mafia possiamo vedere l’espressione tipica o la forma rituale di questi costumi. II costume di un popolo può avere varie origini. Ma anche le radici magiche o religiose si debbono riportare a due motivi essenziali e sempre presenti, relativi a ciò che si crede necessario per sopravvivere e alla vanità individuale o collettiva, che si identifica con l’etica tradizionale. In questo senso quello che è giusto e morale è anche la ragione della comune vanità. Il silenzio (con le abitudini o il modo di pensare correlativi: la diffidenza, il rifiuto dello stato ecc.), se da un lato deve considerarsi come un’arma di difesa, dall’altro è un motivo d’orgoglio. Il mafioso è anzitutto un uomo che si compiace di sé stesso. Si guarda e si ascolta: quel suo parlare a monosillabi, a cenni, per sottintesi, quel controllo continuo del gesto, della parola, del portamento sono una maschera, che, riflettendo il tipo ideale del siciliano o quello che egli vorrebbe essere o esser creduto, si porta come un’uniforme o quasi una bandiera di un corpo privilegiato e invidiato. Infatti la maschera non si depone, neanche quando non sia necessaria. Il mafioso ci tiene a farsi riconoscere come tale e nello stesso tempo a darsi l’aria di non desiderare di essere riconosciuto come mafioso: nel suo intimo si sentirebbe diminuito, se sapesse di poter passare inosservato. È e rimane un attore che recita la sua parte. Né perciò mancano, e se ne citano casi frequenti, i falsi mafiosi, quelli che si atteggiano a uomini della mafia senza esserlo. Come quel personaggio del Dostoievski che si era illuso di poter passare per un temuto rivoluzionario e viveva del mito che aveva fatto di sé stesso, ma poi, avendo dovuto costatare che la polizia continuava a ignorarlo, pur quando non trascurava di arrestare i più insignificanti indiziati, finisce col sentirsi come un uomo per sempre finito o svuotato, così molte volte è accaduto che con grave loro disappunto quei sedicenti mafiosi sono stati improvvisamente smascherati. Quale potrà essere il costume che esprima la superiorità possibile in quelle condizioni ambientali? È questa una domanda che dobbiamo sempre porci, quando si voglia intendere l’anima di un popolo. In ogni tempo si è guardato a un modello umano cui conformarsi. La formazione dell’uomo greco, come ha mostrato Werner Jaeger, specie nel capitolo su Omero educatore del primo volume della sua Paideia, deriva da un continuo rivolgersi a un esemplare storico o mitico o ideale: la tradizione o gli eroi dell’Iliade o le idee platoniche si possono in tal senso porre sullo stesso piano. Nelle sue Storie (VI, 53), riferendosi alle cerimonie funebri dei romani, Polibio ci mostra come l’esempio degli avi segnalatisi in pace o in guerra fosse tenuto presente dai giovani e come quelle cerimonie potessero considerarsi la più efficace scuola di educazione civile: “Non è possibile per un giovane dabbene e amante della fama assistere a uno spettacolo più nobile e splendido di questo. Quale infatti potrebbe essere più bello del vedere tutte insieme, quasi vive e spiranti, le immagini degli uomini che hanno ottenuto fama con il loro valore?”. Così gli americani, almeno fino al secondo dopoguerra, hanno sempre guardato ai loro pionieri: a quelli che guidarono le prime colonie, dal tempo dei Padri pellegrini, o che, nel nostro e nel secolo scorso, crearono la potenza industriale del loro Paese. Per arricchirsi e creare nuova ricchezza bisogna credere nella ricchezza o nell’orgoglio che può derivarne. Naturalmente in ogni tempo, fatta eccezione – quando si può farla – per gli asceti e per i santi, tutti l’hanno preferita alla povertà: soprattutto i parassiti dell’arte e della cultura o in particolare quelli che ora si chiamano gl’intellettuali e credono doveroso affermare il più grande disprezzo per il denaro (degli altri), che poi inseguono con incredibile voracità. Ma l’auri sacra fames, l’esecranda fame dell’oro, si deve distinguere dall’approvazione collettiva di chi abbia saputo arricchirsi con la sua creatività o lo spirito d’iniziativa o, come avvenne nella seconda metà dell’Ottocento, sia riuscito a liberarsi con ogni mezzo, lecito o illecito, dei concorrenti o rivali presenti e futuri. In un certo senso i paesi poveri sono quelli che vogliono la loro povertà: quelli cioè per i quali la ricchezza o il successo nelle attività economiche non costituiscono un criterio determinante della gerarchia dei valori sociali. In particolare nel Mezzogiorno socialmente si approva chi si sovrappone al produttore di ricchezza. I modi di questa sovrapposizione possono vedersi, ripeto, in un impiego parassitario o nella mafia. Vi si riflette un diverso tipo di vanità, che però determina un effetto comune: la disgregazione delle basi sociali della produzione e di una convivenza civile. Ma la mafia resta un fenomeno nel suo genere unico e non paragonabile con alcun altro. Si è detto che il mafioso non ha mai dimenticato di rappresentare una specie di aristocrazia rurale né di mettere in evidenza questa sua ruralità come qualcosa di più forte, vero, genuino della frivola e disprezzata civiltà cittadina. Perciò della sua uniforme — ne ha sempre una – faceva e talora fa ancora parte il berretto a visiera, comune o contadini e borgesi, come si chiamano i piccoli proprietari coltivatori diretti o i mezzadri o fittavoli, ma portato in un certo modo – la coppola storta – che da questi doveva distinguerlo, così come si distingueva dalla gente del cappello, i civili o i galantuomini. Tutto ciò, come il suo silenzio, se fu un ideale umano, si può anche considerare forse la più efficace e temibile arma di penetrazione disgregatrice nella società circostante. La camorra non è un genere di esportazione. La mafia si è diffusa nel mondo. Costituisce un modello di comportamento, in cui la combinazione della corruzione e del terrore può aver ragione delle più salde istituzioni. Nulla resiste a queste due armi, alle quali il mafioso può ricorrere. La spada di Damocle della vendetta, che arriverà ineluttabile, anche dopo molto tempo e, quando sia necessario, il suo denaro possono fare un docile strumento sia della magistratura sia della polizia. Più estesamente, come avviene in America in alcuni Stati federali, il clan che ne dipende può assicurare l’elezione alle più alte cariche politiche. I capi riconosciuti danno a chi la chiede la loro protezione. Esigono perciò che si voti per i propri candidati. Se guardiamo alle altre culture mediterranee, in cui si potrebbe credere che si trovino caratteri analoghi, non troviamo nulla di simile al silenzio del siciliano. Juan Goytisolo nelle @Terre di Nijar @ ci parla dell’arida provincia di Almeria in termini non molto diversi da quelli dei meridionalisti italiani: “Gli almeriensi non sono stati mai i protagonisti della loro storia… Colonizzata ad opera dell’autorità accentratrice dei Borboni, come lo fu più tardi dall’industria straniera o catalana, l’Almeria venne trascurata da re, ministri, riformatori, scrittori”. Tuttavia, gli abitanti sono estremamente socievoli. Vivono in comunità, in cui si può parlare, bere, cantare insieme anche tra sconosciuti. Il che più estesamente accade in quasi tutta la Spagna. Lo stesso discorso sarebbe da fare per la moderna società greca o turca, per la quale si potrebbero ricordare certi locali pubblici, come i caffè.

La delinquenza come superiorità razziale

Le abitudini mentali possono considerarsi come qualcosa di mezzo fra il costume e l’opinione pubblica. Quest’ultima non è l’opinione di tutti, ma di un ceto dirigente o di un’élite accettata, che pensa per gli altri. Importa pertanto una società organica: un’aggregazione, non una disgregazione. Per contro il costume vive del tempo, della tradizione, di valori etici, religiosi ecc., tramandati dalle generazioni che ci hanno preceduto. Le abitudini mentali non derivano da questi valori. Si potrebbero definire quasi un pensare insieme: certi uomini o istituti o comportamenti si approvano o si condannano, come avviene nella folla, per una specie di contagio o perché tutti approvano o condannano. Tra esse si deve soprattutto comprendere una sorta di superiorità razziale. Talvolta l’uomo del Sud si crede più intelligente dell’uomo del Nord, perché più furbo o anche più incline a delinquere. Quello cui qui dobbiamo riferirci è un Nord sociale, non geografico, ossia una civiltà di tipo europeo, in Italia come negli Stati Uniti o negli altri paesi di emigrazione. L’onestà civica, il patriottismo, la fedeltà verso lo stato si considerano da molti meridionali, dai meno intelligenti, come espressione di una evidente inferiorità. Di questo stato d’animo, che assume forme diverse nell’intellettuale e nell’emigrato analfabeta, potremmo ricordare in ogni tempo non poche sorprendenti manifestazioni. Nel suo Diario, una specie di giornale continuato per molti anni, il marchese di Villabianca, un testimone degno di fede delle “abitudini mentali” dei palermitani nella seconda metà del Settecento, commentando il Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo denominato il conte Cagliostro di Giovanni Barberi, scrive: “È certo che quest’uomo furfante colle sue operazioni non fe’ onore alla patria, ma nel tempo istesso non può negarsi di aver fatto a Palermo recare il vanto di aver ingabbiato un di lei Cittadini i francesi, gl’italiani e in somma le più colte Nazioni d’Europa. Il suo spirito e talento, che fu sorprendente e meraviglioso, fa del lustro al nostro paese, che produce sì fatti sublimi ingegni”. Come ho avuto occasione di mostrare nella prefazione a un libro del Natoli, una vita romanzata di quel famoso personaggio, nonostante l’incertezza o la scarsa attendibilità di buona parte delle fonti, del Balsamo o Cagliostro sappiamo tanto quanto basta perché si possa con piena sicurezza considerarlo solo un ladro e un truffatore volgare e di scarsa intelligenza, sebbene fosse probabilmente dotato di una specie di fascino magnetico, con il quale potè riuscirgli di guarire qualcuno dei malati che ricorrevano a lui. Tale giudizio non coincide né con questo del Villabianca né in genere con quelli dei suoi biografi o accusatori, poiché, anche quando non se ne discute la fondamentale vocazione truffaldina, si pensa tuttavia che non si possa negargli qualcosa di molto simile alla genialità. Fin dal titolo qualcuno dei libri che gli sono stati dedicati, mostra quali siano le opinioni comuni e accettate: per esempio, quello, recente, del Piano, Cagliostro genio della truffa. Il Cagliostro è un personaggio quasi leggendario. Il fatto stesso che in Francia, in Germania, nell’Italia del Nord le truffe più fortunate o clamorose gli furono possibili principalmente per la sua appartenenza alle società, allora potenti e diffuse, degli Illuminati o dei Liberi muratori, ha contribuito a rendere più credibile la sua leggenda. La società del tempo, non nella natia Sicilia, ma in alcuni dei paesi visitati nei suoi continui viaggi, era assetata di credere: di credere in qualcosa di nuovo, in una scienza che si elevasse fino ai limiti del soprannaturale. Fu questo un aspetto del secolo, parallelo a quello rappresentato dalla filosofia dei lumi: un aspetto però ugualmente fiducioso. Quegli uomini credevano nella felicità futura dell’umanità, realizzata dalla scienza e dai philosophes, mentre altri, su un piano diverso, pensavano a prodigi d’altra natura, realizzabili attraverso strane e fumose religioni esoteriche o pratiche magiche e occultistiche. Questi ultimi in un certo senso chiedevano di essere ingannati. Per conto suo il siciliano, che, non credendo in niente, si faceva beffe di tanta fiducia e credulità, poteva trovare quello che andava cercando: i pesci ansiosi di abboccare all’amo. Tale contrasto tra due civiltà, tra il costume di antica e universale sfiducia degli uni e la capacità di credere degli altri, sta alla base dei suoi successi. In patria con l’inventata religione del Gran Copto avrebbe fatto ridere anche le donnicciole. Altrove trovava folle intere che lo veneravano come un nuovo Dio. La capacità di credere consente i miti e gl’ideali. Questi ultimi si proiettano nel futuro e differiscono dalle ordinarie superstizioni o dai comuni pregiudizi, che al contrario possono considerarsi come la fossilizzazione del passato. Nonostante tale radicato scetticismo, potremmo ricordare una folta schiera, tra romantica e folcloristica, di autori che nello scorso secolo esaltarono l’anima focosa del Mezzogiorno, descritto o immaginato come un vulcano in continua eruzione, un Etna o un Vesuvio divenuti cuore, amore, gelosia. Da Victor Hugo potremmo arrivare al Verga della Cavalleria rusticana. Oggi queste romanticherie non sono possibili, perché i tempi non le consentirebbero e d’altro lato, essendo i meridionali arrivati dappertutto, si è potuto constatare che non c’è popolo meno romantico. Chi si crede che uccida per amore non ama. È solo un assassino, preoccupato della sua reputazione o armato dal suo odio. Ma fino ai nostri giorni studiosi serii e preparati, quale tra gli altri, fu il Loschiavo in Cento anni di mafia, non hanno dubitato di poter sentenziare che “nella Terronia la virtù ovvero la capacità organizzativa della criminalità trovò particolare linfa nelle doti eccezionali di vivacità, intelligenza, intuizione della gente del luogo”. Un aspetto particolare di questa vantata superiorità razziale può vedersi nel Padrino, il fortunato romanzo di Mario Puzo. Il protagonista, don Corleone, ha deciso di imporre a un ricco produttore cinematografico di affidare a un suo figlioccio la parte di protagonista di un film di successo. Il produttore non vuol saperne. Ma don Corleone, seguendo il suo metodo, che è quello di ragionare prima di passare all’azione, gli invia a Los Angeles una specie di segretario di fiducia. Questi – si chiama Hagen – cerca di fargli capire che gli conviene di non rifiutare quel favore: una chiara minaccia di una sottintesa vendetta ignota, che potrà arrivare in un qualsiasi momento, subito o anche tra anni, ma sicuramente arriverà. L’altro non cede. Il segretario riferisce l’esito della sua missione. “Il Don non era apparso sorpreso, quando Hagen martedì sera…, tornato dalla California, gli aveva riferito il risultato delle trattative con Woltz… Poi aveva rivolto ad Hagen un’ultima domanda: Questo tale ha dei buoni coglioni?”. Che cosa aveva inteso dire con quella domanda? Non si riferiva al coraggio fisico, che permette di affrontare a viso aperto l’avversario. “Alla fine Hagen tradusse correttamente la domanda nella sua mente. Iack Woltz aveva i coglioni per rischiare tutto, giocare una posta così grossa per una questione di principio, una questione d’onore: per una vendetta? Hagen sorrise. Lo faceva raramente… ‘Mi state chiedendo se è un siciliano ’. Il Don annuì contento, consapevole del frizzo adulatorio e della sua verità. ‘No’, rispose Hagen”. Il padrino sapeva che era un americano. La sua era una domanda allusiva o metaforica. Gli aveva chiesto se si poteva giudicare come un siciliano. In questo caso bisognava prendere in considerazione che il metodo potesse non funzionare. Un vero siciliano non si piega dinanzi a un suo simile. Hagen aveva riferito che Woltz era in rapporti con il Presidente, con il Pentagono, con l’FBI, che godeva di una grande ricchezza e di un potere assoluto nell’industria cinematografica, allora – siamo nel dopoguerra – molto più prestigiosa che non sia stata in seguito. Tutto questo per lui non significa nulla. Sarebbe stato un motivo di più per fargli accettare la sua volontà. Chi ha molto da perdere e dirige un’industria che deve andare avanti, non può permettersi di rovinare ogni cosa per un ripicco. Tra l’altro questa gente suole ragionare. Woltz subito dopo il colloquio aveva avuto un avvertimento. Il don era riuscito a colpirlo nel suo hobby, i cavalli da corsa. Una mattina svegliandosi aveva visto nella camera da letto la testa recisa del più illustre di essi, acquistato in Inghilterra per 600.000 dollari. Per un uomo che doveva decidere se gli conveniva cedere oppure mandare a fondo quello che aveva costruito, rimettendoci anche la vita (poiché questo era il significato simbolico della testa recisa), non c’erano dubbi. Bisognava cedere. Quello del Puzo è un romanzo, non una storia o uno studio condotto secondo le regole dei sociologi e perciò, appunto per questo, se anche i personaggi possono dirsi un po’ idealizzati, coglie meglio l’anima non solo della mafia, ma dell’emigrato. Gli studiosi di sociologia dovrebbero guardare agli uomini quali sono: per l’appunto alla loro anima. Invece muovono da teorie o schemi esterni, o, peggio, finiscono col sovrapporsi sulla realtà con quel teorizzare a vuoto denunziato dall’Andreski in Social Sciences as Sorcey. Lo scrittore guarda l’uomo negli occhi. Questo è il suo mestiere. Perciò i veri storici della Sicilia post-unitaria sono stati il Verga di Mastro don Gesualdo e dei Malavoglia e il De Roberto dei Viceré. Ugualmente la più acuta rappresentazione del mafioso e dell’emigrato può vedersi in un giallo del Simenon, con buona pace dei soliti critici, uno dei più grandi e profondi scrittori del nostro tempo e un osservatore geniale del carattere dei popoli, dei ceti, dei gruppi socialmente osservabili. S’intitola I fratelli Ricò. Se molti si credono più uomini e più intelligenti dei nordici (dei nordici italiani, non americani), nel mafioso e particolarmente nella mafia tradizionale, e cioè di origine siciliana, l’autocontrollo, l’esibizionismo, il moralismo o una specie di rigoroso maschilismo si fondono insieme. Ne derivano i caratteri apparentemente contraddittori di una parte dell’emigrazione dal Sud, che però estende la sua influenza su un notevole numero degli altri emigrati. Cercano il diverso da sfruttare. Il mafioso emigra anche per questo. Del resto originariamente nella sua terra sfruttava di preferenza i signori o i contadini, che si consideravano e spesso erano realmente i discendenti di altre razze, oppure i mercanti o gli operatori economici del continente.

L’IMMIGRAZIONE SICILIANA

Gli emigrati in America

Tra i primi documenti dello sfruttamento degli operatori economici di altri paesi da parte di criminali siciliani si potrebbero ricordare gli Avvertimenti cristiani di Argisto Giuffredi, più sopra citato. L’autore ci parla di un mafioso di cui “don Fabio di Bologna, capitano di Palermo… aveva richiamo grande che per paura si facesse dar denaro dai mercanti di Loggia e cose simili”. Anche a Palermo si chiamavano logge i portici o le vie nelle quali i mercanti, i banchieri e i cambiavalute, per lo più di origine non siciliana, esercitavano il loro commercio. Questa cui accenna il Giuffredi dovrebbe essere, secondo il Natoli, la loggia dei Catalani, che il mafioso con i suoi accoliti minacciava e atterriva (“per paura”) imponendo la taglia del racket. Da allora tali metodi non sono cambiati. Ma a certi sociologi bastano le loro formule. D’altro lato, questa gente, mentre si ritiene di una diversa specie e tale appare, per opposte ragioni, ai popoli dei paesi in cui emigra, non abbandona le abitudini o i costumi natii, nei quali vede l’espressione o la testimonianza della sua superiorità. Perciò si chiude agli altri, ai nordici e anche ai meridionali stessi che non siano della stessa regione o anzi di paesi o villaggi vicini. Bisogna tuttavia distinguere gli emigrati nei due Nord verso cui principalmente si è diretta l’emigrazione siciliana: gli Stati Uniti e la pianura padana. Negli Stati Uniti, entro i confini delle little Italy, siciliani, napoletani, calabresi si detestano reciprocamente. I capi mafiosi, ripeto, debbono essere siciliani. Gli studiosi stranieri o italiani che hanno trattato della mafia americana, concordano sulle sue origini siciliane. Questo, per esempio, può dedursi dal libro di Ed Reid, Mafia, che si avvale di documenti della polizia, e si conferma nella prefazione premessa dal Calamandrei alla traduzione italiana o nella relazione di un suo viaggio in America, pubblicata da Umberto Morra nel Ponte (1953). Allo stesso risultato si perviene dall’inchiesta della Commissione presieduta dal senatore Kefauver o da altre inchieste ufficiali o non ufficiali. Tra gl’italiani ci sono stati gangsters di origini non isolane. Tale fu Al Capone. Ma bisogna distinguere tra gangsterismo e mafia. Un gangster non è necessariamente un mafioso. Si possono anche ricordare Vito Genovese, nato a Risigliano, e altri capi mafiosi. Comunque la mafia resta pur sempre un’organizzazione tipicamente siciliana nella sua morale, nell’orgoglio di razza, nei metodi e nei fini perseguiti. Dove è arrivata, le bande rivali sono state distrutte. “Gli Arnold Rothstein, i Peg-Leg Lonergan”, nota il Reid, “gli olandesi Schultze e gli Owney Maddens furono tutti uccisi o messi comunque fuori combattimento. Le ganghe irlandesi, tedesche e di altre nazionalità, che si erano opposte al suo controllo, furono estromesse. Su una città dopo l’altra i mafiosi dispiegarono la loro nera bandiera”. Per altro, limitandoci al tema del rapporto Nord-Sud, ci importa più in generale notare l’aspetto etnico della delinquenza meridionale. “Nell’ascesa di tutto il gruppo” e cioè degl’italoamericani, scrive l’Hess nel suo studio sulla Mafia, “ebbero una parte non indifferente due caratteristici tipi di carriera, che condussero singoli self-made men alla ricchezza e al potere politico: il delitto organizzato su base etnica e la carriera politica resa anch’essa possibile dall’appoggio di tutto il gruppo etnico”. Che cosa è questa base così definita? Evidentemente rispetto ai milioni di immigrati o discendenti da immigrati meridionali i professionisti di quei crimini restano una sparuta minoranza. Ma i pochi o non molti criminali possono esercitare la loro attività corrompendo il potere politico e quindi la polizia e la magistratura. Il che non sarebbe possibile, se non potessero mettere a disposizione dei politici da corrompere i voti dei loro conterranei. Ne dispongono, ripeto, per interesse, per la paura che possono incutere, o anche perché in essi si vedono i patroni o i rappresentanti autentici della razza. In proposito si potrebbero ricordare la solidarietà degli ebrei o, nei paesi del Mediterraneo, il villaggio arabo o il comparatico greco. Quest’ultimo in Passport to Greece di Leslie Finer, forse il più intelligente libro che sia stato scritto sulla Grecia moderna, si spiega con uno “spiccato senso di fedeltà locale”, che assume forma concreta e si rafforza “in una istituzione unica, il koumbaros. Nella pratica ordinaria il koumbaros è il testimone dello sposo alle nozze o il padrino di battesimo, un legame solenne che comporta doveri più che formali. Per i greci diventa una spede di consanguineo onorario, non solo degli sposi o del figlioccio, ma dell’intera comunità e s’impegna d’allora in poi a proteggere gl’interessi familiari. Una scelta adeguata del koumbaros è quindi questione di molta importanza. Idealmente egli deve avere sia denaro che influenza”. L’istituzione in realtà non è “unica”. Il compare esiste anche in Sicilia ed esistono, come abbiamo visto, i padrini e i figliocci. Ma in Grecia non abbiamo nessun esempio dei padrini mafiosi. L’amoral familism, l’aggregazione delinquenziale che opera come forza disgregante del tessuto sociale, non si ha neanche nei paesi arabi. Gli abitanti del villaggio sono legati da forti vincoli di solidarietà di carattere tribale e religioso, che ne fanno una comunità socialmente viva. Hanno un proprio centro ideale, il santuario del santone, che di solito se ne considera il fondatore e può aiutare i fedeli che gli portino l’omaggio rituale. Intorno sorgono altre costruzioni, la moschea, una scuola coranica, le camere e le cucine per i visitatori che vogliano fermarsi per la notte. I discendenti del santone costituiscono il ceto più elevato, ricevono alla loro volta doni dalla popolazione e sono tenuti verso di essa a certi obblighi tradizionali e principalmente a guarire i malati scrivendo le formule magiche ereditate dagli avi. Le feste, i matrimoni, la circoncisione si fanno o si celebrano in questa specie di area sacra. Ma in generale la moschea è il cuore della comunità, sotto l’aspetto non solo religioso, bensì anche politico. In questo senso appartiene al popolo. La grande moschea di El Azhar al Cairo con la sua università ha custodito da più di mille anni la tradizione dell’IsIam e negli ultimi due secoli ha dato il suo crisma agli avvenimenti politici più importanti per l’Egitto. Né al riguardo le piccole moschee si distinguono dalle più famose. Nulla di simile avviene nel Mezzogiorno e neanche in Sicilia.

Italo-americani e altri gruppi etnici

Sull’intelligenza media, le forme di vita sociale, le capacità professionali degl’italo-americani o la loro attitudine a inserirsi in una società modernamente democratica e quindi borghese, ossia economicamente competitiva, possono leggersi (in Americana, marzo-aprile 1976) le acute osservazioni di un recente studio di Joseph Lopreato, un professore dell’università del Texas ad Austin. Stranamente coincidono con quello che il Finley osserva sui siciliani sotto il dominio di Roma. Dei circa 5 milioni di italiani emigrati negli Stati Uniti l’80 %, come si è detto più sopra, vi giunse tra il 1880 e il 1920. I quattro quinti provenivano dalle regioni del Sud, particolarmente dalla Sicilia. “Il tipico emigrante italiano recava in fronte il marchio di millenni di oppressione e degradazione sodale”. Dei vari gruppi etnici immigrati “solo i messicani e i lituani potevano considerarsi ugualmente rozzi e ignoranti”. “Come per dimostrare il suo odio per la terra e il lavoro agricolo, che era stato fonte di indescrivibili umiliazioni, al suo arrivo negli Stati Uniti l’emigrato di preferenza s’inseriva nelle formicolanti sacche etniche, facile preda della criminalità, che esistevano negli agglomerati urbani del Nord-Est. Anche oggi il 90 % degl’italiani vivono nelle zone urbane e meno dell’l % nelle zone agricole”. Lo stesso autore cita un rapporto federale del 1938, che descrive Mulbery Bend, una delle prime little Italies di New York: “Ogni metro quadrato del Bend trasudava abietta miseria, crudeltà, vergogna, degradazione e crimine”. Il che in parte è vero, sebbene si debba osservare che sì fermavano nei centri urbani di arrivo o in centri vicini, perché non avevano i soldi per andare oltre e d’altro lato preferivano restare accanto ai parenti o amici precedentemente emigrati. Quanti oggi siano gli americani in tutto o in parte di origine italiana, non risulta se non molto approssimativamente. Comunque il loro numero non si ritiene inferiore ai 15-20 milioni, dei quali i non oriundi dal Mezzogiorno costituiscono solo una piccola parte. Ci si può dunque chiedere, indipendentemente dalle attività criminose, per le quali hanno occupato e occupano ancora, ma, a quel che sembra, meno di prima, un posto di grande rilievo, che cosa rappresenta quest’altro Mezzogiorno nella cultura, nella politica, nella vita economica degli Stati Uniti. Poiché, ripeto, è sempre questione del rapporto tra un Nord e un Sud, uno studio come questo del Lopreato può servirci anche per capire quello che avviene con gli emigrati nella pianura padana. Le condizioni dell’inferiorità iniziale, quella degl’immigrati nati in Italia, non esistono più. Oggi, ripeto, ci si trova di fronte alla seconda, terza, quarta generazione. In molti casi in questa successione generazionale si può andare più oltre della quarta. Il che significa che per lo più gl’italo-americani sono nati in America. D’altro lato non solo per una buona percentuale hanno potuto frequentare l’università, ma economicamente non stanno peggio dell’americano medio. Tuttavia, se consideriamo gl’immigrati di altri paesi, troviamo – questa è l’opinione del Lopreato – che gl’italiani occupano uno degli ultimi posti, mentre i più alti “livelli” sono stati raggiunti dagli ebrei, dai greci, dai giapponesi. Per esempio, si può osservare che dei 67 scienziati americani che dal 1901 al 1965 ricevettero il premio Nobel, 18 e cioè il 27 % erano ebrei, sebbene questo gruppo etnico rappresenti soltanto il 3 % della popolazione statunitense. Gl’italo-americani, molto più numerosi, non avevano ottenuto nessun Nobel. Il Van Den Haag, autore di un informato studio sull’argomento, The jewish mystìque (1969), da cui ricavo questi dati, cerca di darne una spiegazione. I più intelligenti delle comunità ebraiche, scelti per guidarle come rabbini, sposandosi generalmente in età giovanile e potendo allevare i loro figli in condizioni in certo modo privilegiate, avrebbero formato altrettanti nuclei familiari selezionati. Ma tale spiegazione – come quelle che si son cercate di dare dell’intelligenza ebraica, non escluse le persecuzioni di cui questo grande popolo è stato oggetto nel corso dei secoli – non spiega nulla. Non basterebbe per dirci perché, come scrive il Gorer negli Americani, in America specialmente gli antisemiti “hanno l’aria di pensare… che novantasette non ebrei su cento non possono vincere tre ebrei in aperta competizione”. Forse analoghe cause hanno determinato la meravigliosa fioritura della letteratura, delle arti, del pensiero filosofico o politico nell’Atene del secolo di Pericle o nella Firenze dei secoli XIII- XVI? I creduti fattori socioeconomici rimandano sempre ad altri fattori. In realtà, mentre da tutti si ammette che una maggiore o minore intelligenza distingue un individuo dall’altro, stranamente la stessa distinzione non si crede di dover ammettere tra le medie dei gruppi etnici, che tuttavia non possono escludere il più o il meno intelligente. Del resto non meno significativo può riuscirne il confronto con altri gruppi. Nel 1974 gl’italo-americani iscritti a un college o in possesso del relativo diploma avevano superato con una percentuale del 45% la media federale del 43% e superato perfino i protestanti tedeschi o irlandesi o “gli americani”, cioè i discendenti, prevalentemente di origine inglese, della più antica immigrazione. Anche per il reddito superavano la media di 3.701 dollari, classificandosi subito dopo i cattolici irlandesi. Tuttavia, come osserva il citato studioso, “è possibile essere ricchi e istruiti e non partecipare efficacemente a quelle istituzioni che definiscono il valore storico di una nazione”. È il caso dei nostri oriundi. I loro maggiori successi li hanno avuti nel campo dello spettacolo (canto, cinema, televisione), in cui son divenuti famosi i nomi di Frank Sinatra, Perry Como, Dean Martin, Tony Bennet. Uno dei più noti registi attuali è Francis Ford Coppola, che ha diretto i due film sul Padrino, e notissimo è pure Martin Scorsese, regista di Mean Streets. Nel campo dello sport, specie della boxe, del rugby e del baseball, gl’italiani si classificano subito dopo i negri. In proposito lo stesso studioso aggiunge: “Il che è comprensibile. La storia infatti c’insegna che il plebeo entra a corte innanzi tutto come buffone e giocoliere… II campo dello spettacolo offre alle minoranze etniche l’opportunità di acquistare una fama istantanea, anche se, per così dire, indiretta e illusoria”. Qualcosa di simile accadrebbe per lo sport. Il primato condiviso con i negri non può dirsi casuale. Ma non è vero che si entrava nelle antiche corti facendo i buffoni o i giocolieri. Costoro non vi erano tenuti in maggior considerazione degli sguatteri o dei mozzi di stalla. Né comunque il paragone può accettarsi. Se si fa eccezione per i non molti registi di successo, è questione di attività che non comportano né il rischio imprenditoriale né la fantasia creatrice del grande industriale, dello scienziato, del poeta, dall’artista. Infatti pochissimi grandi nomi di italiani troviamo nel campo della politica, della letteratura, delle scienze, delle industrie (anche se oggi italo-americani sono il presidente della Ford Motor Company e quello della Chrysler Corporation). Su un piano scientifico e universitario non esiste che una sola rivista pubblicata per iniziativa di italiani. Politicamente, pur dove si trovano forti concentrazioni di italiani, il “nostro successo… è pallida cosa rispetto a quello dei cattolici irlandesi, dei greci, degli ebrei, dei giapponesi, per quanto tutti costoro siano meno numerosi. Nessun italiano è mai stato eletto alla Casa Bianca o è stato candidato nelle elezioni presidenziali… Nessun italiano ha mai fatto parte della Corte Suprema. Nessun italiano fa parte oggi del Gabinetto e solo due sono stati a capo di un dicastero”. I maggiori successi sono stati conseguiti nelle elezioni municipali. Ma nella stessa New York, dove costituiscono almeno un quarto della popolazione, gl’italiani due sole volte hanno avuto un loro sindaco; con il famoso Fiorello La Guardia (che però era un mezzo ebreo) e poi con Impellizzeri. Non più di una diecina sono stati i governatori di stati. Per contro si contano molte loro piccole aziende adibite a vari servizi: ristoranti, tintorie, lavanderie, drogherie, pizzerie, altri negozi o esercizi del genere, come vediamo nell’Italia meridionale. Le attività secondarie o industriali, piccole e grandi, sono scarsamente rappresentate. La competivìtà creativa che le distingue, non è molto diffusa tra i meridionali d’Italia o d’America. D’altro lato, poiché, come si è visto, gli emigrati non si sentivano italiani, ma siciliani, napoletani, calabresi ecc., avvenne che anche in questo campo si sono riprodotti ì caratteri propri delle regioni di provenienza. L’Italia non era la loro patria, ma il paese che li aveva costretti a scappare. I loro figli o nipoti non sono scappati e però non possono guardare con orgoglio a una terra rinnegata dai padri. L’unico gruppo etnico, si aggiunge nella stessa inchiesta, che negli Stati Uniti non abbia raccolto i fondi per l’istituzione di cattedre di studi italiani è quello degli italo-americani. I comportamenti sociali non sono stati profondamente modificati dal diverso ambiente, dalle istituzioni, dal maggior benessere (oggi però inferiore a quello degl’italiani rimasti in patria). Il giudizio, non sempre aggiornato o accettabile, del Lopreato sugl’italo-americani, non può riferirsi agli emigrati nel nostro Nord. Le due emigrazioni hanno avuto caratteri, se pur sotto certi aspetti analoghi, in generale molto diversi. Al riguardo dobbiamo tener presente un duplice ordine di motivi, l’uno relativo all’origine e all’ambiente sociale di provenienza, l’altro al fatto che il Nord italiano non è l’America. Per ciò che si riferisce alle origini, bisogna in primo luogo considerare i tempi in cui sono avvenute le due ondate emigratorie: in America negli ultimi decenni dell’Ottocento e negli anni che nel Novecento precedettero la prima guerra mondiale, nel nostro Nord soprattutto dal 1950. Prima del 1914 abbiamo periodi di malessere, quali furono per l’Italia quello della rottura commerciale con la Francia nel 1888, quando il numero degli emigrati transoceanici passa d’un tratto dai 129-463 del 1887 ai 204.264 dell’anno seguente, e la crisi mondiale della discesa dei prezzi, che, con successive fluttuazioni nell’uno e nell’altro senso, arriva fino al 1896, mentre dopo questa data fino al 1914 segue una ripresa generale dell’economia. Ma pur con questi alti e bassi in tutti quei decenni non si ha nulla di simile alla grande rivoluzione del secondo dopoguerra: gli anni dei “miracoli” economici in Italia, in Germania, nel Giappone, nella Spagna e in altri paesi e di un benessere senza precedenti, dappertutto diffuso: anche, s’intende, nel Mezzogiorno d’Italia. Prima si partiva da paesi al paragone affamati – anche se, per ciò che riguarda la Sicilia, non più di tanti altri, ritenuti prosperi o ricchi – in seguito invece da città o campagne, dove – e particolarmente nell’isola – la maggior parte avevano già o si avviavano ad avere la vasca da bagno nelle loro case, l’automobile, il frigorifero, il televisore e tutto quello che ha trasformato radicalmente il tenor di vita di tutte le classi sociali. Così pure, se precedentemente gli emigrati erano per lo più analfabeti o quasi, nella seconda emigrazione la più alta percentuale è formata dagli alfabeti e molti hanno anche la laurea o un titolo di studio di scuola superiore. In America emigravano le classì più povere, specie i contadini, che in molte zone vivevano in una condizione semiservile o di avvilente degradazione. Potremmo anzi pensare che l’inferiorità socioculturale osservata per gl’italo-americani si debba spiegare, oltre che con questa eredità di miserie, anche con la razza. Se è vero che, come si è detto, in Sicilia – per limitarci all’isola, oggetto del nostro discorso – le razze sovrappostesi nel corso dei secoli non si sono fuse o assimilate, dobbiamo pensare che ad emigrare negli Stati Uniti siano stati prevalentemente gli eredi dei popoli vinti o asserviti e perciò ridotti nelle condizioni di buona parte dei contadini fino ai primi anni del nostro secolo: gli eredi degli arabi o dei berberi o degli schiavi importati dalla Siria o successivamente dall’Africa o da altri paesi. A confermare questa ipotesi si può osservare che si partiva per gli Stati Uniti particolarmente dai paesi più arretrati e molto meno dai più civili o economicamente sviluppati dell’isola, quali erano città come Trapani, Messina, Marsala, Siracusa. Possiamo infine aggiungere che tra gli emigrati nel Nord dobbiamo comprendere, come si è detto, anche un gran numero di quelli che, dai burocrati ai magistrati o docenti dei vari ordini di scuole, rappresentando il potere o le funzioni pubbliche dello Stato, partivano per occupare posizioni di prestigio, mentre questo non accadeva a chi emigrava negli Stati Uniti. Se consideriamo non l’ambiente di provenienza, ma quello di arrivo, e quindi l’Italia centro-settentrionale, dovremmo elencare ì motivi per i quali queste regioni erano e sono tanto diverse dagli Stati americani. Ma son cose note. Purtroppo, mentre sull’emigrazione meridionale in America sono stati fatti studi seri e inchieste scientificamente condotte, cosicché ne conosciamo ogni aspetto, dai primi emigrati fino ai ragazzi del sabato sera e alle origini siciliane del famoso Travolta, l’ipocrisia comune ha impedito che si accennasse agli effetti sconvolgenti dell’emigrazione meridionale in una parte della pianura padana o in altre regioni. Solo in questi ultimi anni si è cominciato a studiarne qualcuno degli aspetti più comuni. Ma più eloquenti di questi studi si sono ripetute e si ripetono le testimonianze dell’insofferenza di chi si dichiara “oppresso” dall’invasione del Mezzogiorno: dalla delinquenza e dal fatto che, come si legge nella lettera di un’insegnante lombarda all’Europeo (25 gennaio 1979), “ormai le cattedre scolastiche e le scrivanie, anche le più modeste, sono off-limits per i disoccupati lombardi. Ormai il potere e il sottopotere, in tutte le sue più lontane propaggini, è del Sud”. Ma per gl’intellettuali italiani, per questa eredità antica della retorica tradizionale e di un costume di servile arrivismo, l’emigrato è sempre una vittima: lo è – o lo era, perché oggi anche quei servi, avvertendo il nuovo clima, si preparano a conformarvisi – particolarmente il delinquente, il “prodotto” inevitabile del capitalismo in generale e dello sfruttamento del Mezzogiorno in particolare.

Il trionfo della morte

Nella prefazione all’Anonima assassini di Turkus e Felder Alberto Moravia, riferendosi al gangster italo-americano, ne mette in rilievo “l’incredibile ignoranza, rozzezza e incultura, il suo pessimo gusto, le sue funebri automobili, grandi e nere come catafalchi, le sue ville neroniane, le sue amanti insensibili e mortuarie, la sua assurda vita di affarista del delitto e del vizio e la sua morte non meno assurda coi funerali di migliaia di dollari”. Avvertendo che anche i gangsters non sono (o forse bisognerebbe dire non erano) tutti fatti della stessa pasta, in quel trionfo barocco della morte si riassume una storia, la storia remota degli emigrati nella terra di origine. Anche in Italia, nel Nord e nel Sud, il funerale di un boss si trasforma non di rado in una apoteosi, con cortei di migliaia di fedeli, solleciti di mostrare la loro fedeltà al morto e ai vivi. Ma difficilmente assumono gli aspetti volgari e pacchiani denunziati dal Moravia. Le bare costosissime e preziose, in un paese che, sebbene fino a un certo punto, valuta l’uomo in milioni, debbono mostrare il valore in dollari della potenza defunta.

Le piccole Italie del Nord italiano

Nel nostro Nord per la ghettizzazione dell’emigrato, in parte volontaria, in parte imposta dalle circostanze e dall’ambiente d’arrivo, non si può evidentemente parlare delle “piccole Italie” americane. Non mancano le associazioni, anche culturali, degli emigrati, né qualche circolo del tipo statunitense. Ma gli agglomerati meridionali della periferia o della “cintura” di città come Torino, Genova, Milano, soprattutto per opera dei calabresi, talvolta vi assumono – o vi hanno assunto in anni non lontani – un aspetto minacciosamente razziale nei riguardi dei nordici, che non è dato osservare in America. Qui le piccole Italie non hanno mai minacciato nessuno. I gangsters o i mafiosi fanno e hanno fatto il loro mestiere, che può anche costringerli all’eliminazione fisica dei traditori, dei concorrenti, di pericolosi avversari. Si credono magari più uomini, ma non hanno mai assunto un atteggiamento di rivolta contro gli americani. Non li considerano come una razza inferiore o nemica. Se gli oriundi in genere si riuniscono insieme nei loro circoli paesani, lo fanno non per sfidare gl’indigeni, ma perché i superstiti delle vecchie generazioni non avrebbero saputo come comunicare con gente di altra lingua, costumi, interessi. A chi avrebbero potuto parlare dell’unica loro patria, di Alcamo, di Partinico, di Ravanusa, dei piccoli paesi di quell’antico sole, amati insieme e odiati? Del resto anche qui bisogna distinguere i vecchi e i giovani, molti dei quali, come sembra, non li frequentano più. Politicamente gl’italiani d’America, anche se votano per un candidato democratico, si possono considerare come “elettori estremamente moderati, per non dire reazionari. Hanno idee, valori morali, atteggiamenti da conservatori incalliti, da elettorato di destra”. Questa è la conclusione a cui è pervenuto Enrico Franceschini in un’attenta inchiesta condotta durante l’ultima campagna per le elezioni presidenziali (Giornale di Sicilia, 2 novembre 1980). Uno degl’intervistati, Mario Cuomo, tra i maggiori esponenti del partito democratico di New York, ha dichiarato che gli oriundi “sono gente che pensa ai fatti propri”. Un po’ per l’innata diffidenza, un po’ per una certa nostalgia paesana parlano della politica come di una cosa sporca. “Per non sporcarsi s’ispirano alla famiglia, alle vecchie amicizie e rafforzano il proprio individualismo”. Naturalmente possono votare per il candidato raccomandato dal padrino mafioso. Ma tutto ciò non ha un carattere sovvertitore. Il “potere italiano” si proclama soprattutto contro l’invasione negra. “Uno dei fatti curiosi di Little Italy”, nota Linda Gravenson in una fortunata guida di New York, “è la sua esistenza vera e propria. Mentre quasi tutte le altre comunità immigrate si sono disperse con incrementato flusso verso il Bronx o l’Astoria e poi verso Westchester e Long Island, molti italiani sono rimasti solidamente trincerati in Mulberry, Sullivan, Thompson, Grand Street”. Non se ne vanno. Dietro le facciate fatiscenti i loro appartamenti possono essere stati ristrutturati e lussuosamente arredati. Ma, se i figli circolano in Cadillac, i vecchi non hanno voluto andarsene, sia perché si erano abituati a quelle vie in cui avevano fatto la loro fortuna e possono ritrovare gli amici, sia per un sentimento di fierezza. Gli altri scappano dinanzi all’avanzata dei negri né, se si considera l’arroganza razzistica, la violenza, il sudiciume, la criminalità diffuse in buona parte della gente di colore, si può dar torto a chi non gradisce contatti pericolosi o difficilmente tollerabili. I siciliani invece in uno di quei loro quartieri hanno stabilito una specie di confine, che i negri hanno inutilmente tentato di superare. Il giorno in cui l’improvvisa mancanza dell’energia elettrica per poco non si trasformò in un disastro nazionale e i negri ne profittarono per abbandonarsi al saccheggio di negozi e abitazioni private, i siciliani barricarono con le automobili quell’invalicabile frontiera, mentre i giovani facevano buona guardia. I negri capirono che era meglio tornare indietro. Anche per questo, se da un lato non si possono negare né diminuire i gravi effetti corruttori della mafia, dall’altro si deve ammettere che, dinanzi alla questione negra, senza dubbio il tallone d’Achille della potenza americana, i siciliani d’America costituiscono un antidoto o un elemento di equilibrio di gran peso. Al contrario nel Nord italiano gl’immigrati votano per lo più per i partiti di sinistra, di cui possono anche far parte attivamente: un modo di difendersi e di farsi valere in una società ostile o estranea. Molti di essi – operai, manovali, disoccupati – nel paese d’origine potevano votare per quelli che ritenevano più credibili nella promessa di impieghi. Nel Nord, venuti meno questi e altri legami clientelari o di famiglia, debbono cercare di farsi largo: nel che il carattere anarchico o demagogico delle nostre istituzioni può offrire ben altre possibilità che non siano quelle offerte dalle leggi o dai sindacati americani. Non occorre citare l’Alfa Sud. Anche altrove si è osservato che nelle fabbriche le punte massime dell’assenteismo, del sabotaggio, della litigiosità con i compagni e i superiori si hanno fra gl’immigrati. Sanno che potranno insultare e prendere a calci il padrone o i dirigenti. Ci sarà sempre un pretore che darà loro ragione e obbligherà chi ha subito queste umilianti violenze a riassumerli per subire nuovi e più gravi insulti. La legge in Italia è questa: l’operaio ha sempre ragione. Il datore di lavoro ha sempre torto. Non è una legge. È la perversa arroganza del potere.

La nuova rivolta

Qui dobbiamo aprire una parentesi. Da tutti si parla di un riflusso, ossia di un ritorno indietro. Ma indietro non è mai possibile ritornare, sebbene nella storia incessantemente si alternino le fasi di espansione e di contrazione, che muovono l’una verso l’altra (l’espansione tende a trasformarsi in contrazione e viceversa) e in sé comprendono tutti gli aspetti della vita economica, del costume, delle opinioni o abitudini sociali e così via. Un periodo di crisi non è necessariamente una fase di contrazione. Forse non lo è la crisi attuale. Almeno finora non possiamo constatarne le caratteristiche essenziali. L’odierno riflusso risulta da tre componenti, una delle quali si deve certo vedere nelle difficoltà economiche, le altre due nell’affermazione del privato e nella rivolta, ormai inarrestabile, contro le ideologie e le varie forme di questa arroganza dello stato, dei partiti, soprattutto dei sindacati. La politica eversiva di questi ultimi o, meglio, dei loro capi, che hanno ignorato la volontà della base, la proclamata conflittualità permanente, la protezione accordata agli assenteisti abituali, ai sabotatori, agl’insofferenti di ogni disciplina sociale, civile o del lavoro non sono da imputare ai nostri emigrati. Ma, ripeto, è innegabile che tra di essi si trovano spesso i più violenti. A Torino dal 1955 all’ottobre del 1979 secondo i dati ufficiali gli emigrati dal Sud sono stati 344.000. Bisogna aggiungere quelli che non risultano all’anagrafe o che si sono stabiliti nei centri vicini e però gravitano sulla città. In un’intervista (14 ottobre 1980) il sindaco Diego Novelli ha dichiarato: “Non c’è più, come 20-30 anni fa, una classe operaia profondamente radicata nella realtà torinese. Oggi gli operai di Torino, nati nella nostra città, sono solo il 13,5 per cento. Tutti gli altri provengono nella grande maggioranza dal Sud, dalle isole, dalle regioni più povere del nostro paese”. Costoro si sentirebbero come “uno sradicato, un provvisorio, uno spostato, anche fisicamente”. Per essi la più grave sciagura sarebbe un licenziamento che li obblighi a ritornare nelle loro terre. Ma stranamente – e però naturalmente per chi rifletta sulla natura di queste reazioni – guardano alla fabbrica come a qualcosa che gli appartenga di pieno diritto e all’industriale come a un nemico degno del più profondo disprezzo. “Davanti alla porta cinque di Mirafiori”, continua il Novelli, “in questi giorni qualcuno ha appeso una valigia di plastica bianca, con su scritto Agnelli, al Sud tornaci tu, quasi per scacciare con un feticcio la paura di dover tornare al Sud”. La valigia è emblematica. È Agnelli che deve andarsene. Loro sono i padroni. Saranno sradicati, come dichiara il Novelli, ma, pur con quel senso del provvisorio che gli attribuisce, notiamo la persuasione comune che Torino con le sue fabbriche e la sua ricchezza sarebbe opera dei meridionali. I piemontesi sono degl’intrusi. Nello stesso tempo si crede che quelle industrie sarebbero sorte al Nord per l’ingiusto sfruttamento del Sud. Certamente non tutti la pensano in questo modo. Ma, ripeto, le punte estreme del sovversivismo di fabbrica e in particolare gli ultimi episodi del picchettaggio, dopo che furono annunziati gl’inevitabili licenziamenti, si debbono agl’immigrati. Il corteo dei quarantamila che rivendicò il diritto di poter lavorare, è stato una protesta contro quei violenti e quindi, anche se ne facevano parte molti tra i più ragionevoli dei meridionali, contro la duplice arroganza del potere sindacale e del meridionalismo. Ma questa non è stata la sola manifestazione del genere. Lo stato italiano, sempre vilmente pronto ad arrendersi a chi faccia la voce grossa, all’interno e all’estero, si mostra inesorabile contro tutti i privati cittadini, che possano senza alcun pericolo essere attaccati e distrutti. Dai giornali, 8 novembre 1980. “In un’azienda di Vigevano trentacinque operai scioperano contro lo Statuto dei lavoratori. Infatti la riassunzione di un compagno di lavoro, ordinata dal magistrato competente, ha scatenato la protesta che ha messo in serio imbarazzo gli stessi sindacalisti. A fare scoppiare questa bomba antisindacale è stato un siciliano di Salemi, Calogero Conforto di 57 anni. Il Conforto, ricordano tutti, è partito da Salemi una ventina di anni fa e pare che non amasse troppo il suo lavoro di cordaio. Quindi emigrò a Vigevano, dove in nessun posto ha voluto metter radici. Quattro anni fa iniziò il suo conflitto con il datore di lavoro, che ora si estende anche ai compagni. Il Conforto è assunto il 19 dicembre 1976, alla Saspol, un’impresa specializzata nella produzione di presse. Il proprietario Quintino Pollastro ha dedicato buona parte della sua vita alla ditta e ora raccoglie i frutti dei suoi sacrifici, esportando anche all’estero. È proprio a Pollastro che raccomandano il Conforto. Lo assume come manovale. Alla fine dei 12 giorni di prova, consentiti dal contratto di categoria, ha scoperto che quell’operaio non gli va e lo licenzia. È un tipo irascibile, sfaticato, che litiga in continuazione con i compagni. Ma, poiché il licenziamento è stato notificato mezza giornata dopo il periodo indicato dal contratto di lavoro, il Conforto impugna il licenziamento e ricorre al pretore tramite i sindacati. Secondo le vigenti disposizioni la causa dovrebbe trattarsi subito. La sentenza viene però emessa il 10 febbraio del ’78 e condanna la Saspol al pagamento delle mensilità non corrisposte, al versamento delle previdenziali e alla riassunzione del Conforto. Un giochetto di circa 5 milioni. Ma la cosa che il Pollastro non sopporta è che ha dovuto riassumerlo. Quello infatti riprende il servizio e si comporta peggio di prima. Molti operai cercano di dissuaderlo dal tenere certi atteggiamenti. Si arriva così al luglio del ’79. La Saspol lo licenzia ancora una volta, ma avrebbe dovuto mandare la lettera prima che chiudesse i battenti per le ferie estive. L’averlo fatto dopo ha consentito al Conforto di ricorrere ancora al magistrato. E ancora una volta il pretore al lavoro di Vigevano il 16 ottobre sentenzia di riammettere al posto il manovale. Il Conforto per via di questa sentenza dovrà ricevere le mensilità perdute dall’agosto del ’79 a oggi”. I mascalzoni vengono premiati. Chi crea fonti di lavoro e di ricchezza è condannato a mantenere chi non ha mai voluto lavorare. Alla legge, criminale più che iniqua, perché complice di criminali, si aggiunge la perversa applicazione che se ne fa da parte dei soliti pretori, quasi sempre meridionali – come in questo caso – e di sinistra. Gli operai hanno scioperato contro la legge, il pretore, il sindacato, lo statuto dei lavoratori. Si potrebbe citare una lunga serie di questi episodi. Si è arrivati al punto che un tale si è fatto assumere con il proposito di farsi licenziare e c’è riuscito prendendo a calci il padrone, il figlio del padrone e uno dei dirigenti della fabbrica. Per andarsene ha chiesto e ottenuto 25 milioni. Accanto all’industria del crimine, condannata dalla legge, si è in tal modo incoraggiata un’altra industria, quella della violenza legale, statutaria e pretorile. Quando si parla dello statuto dei lavoratori – un esempio unico in Europa di delittuosa demagogia – si deve ammettere che il Sud ne è meno responsabile del Nord. A scanso di ogni equivoco dobbiamo ancora ripetere che qui non pensiamo di fare il processo al Mezzogiorno. Sarebbe ingiusto né rifletterebbe la complessa sua realtà. Tra l’altro un episodio come quello di Vigevano in Sicilia non sarebbe stato possibile. Nessuno dei mafiosi locali lo avrebbe permesso. La mafia – talvolta anche la nuova mafia – ha, ripeto, una sua umanità.

Mario Cuomo

Il citato studio del Lopreato non è recentissimo e ancor meno aggiornato si può considerare dopo l’elezione di Mario Cuomo, nato in America, ma figlio di due meridionali della provincia di Salerno, a governatore dello stato di New York. Per la prima volta il governatore del più importante degli Stati e del più popolato dopo la California è un italiano e questo italiano è un meridionale. Suoi predecessori ad Albany, capitale dello stato, sono stati Teodoro Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt, Nelson Rockefeller. L’alta carica sarebbe certamente un’affermazione per gli oriundi, che, come ha dichiarato a Ennio Are (Giornale di Sicilia, 7 gennaio 1983), non sono stati capaci di organizzarsi per imporre il loro peso politico: “Le donne col femminismo, gli ebrei, i negri, si sono organizzati. Noi ancora no”. Ne deriva che persiste l’immagine tradizionale degl’italiani. Citando un recente rapporto del Congress for social justice, il Cuomo ha fatto notare che nelle principali reti televisive “sette volte su dieci sono presentati come punks, bigots or buffoons, malviventi, bigotti o buffoni”. Ma al Cuomo si deve opporre che non è questione di un’organizzazione che mancherebbe; che gl’italo-americani non sono i negri né gli ebrei; che sulla loro immagine non possono non influire il presente con la sua mafia o il passato di abbrutimento, di miseria, d’ignoranza della prima emigrazione, o le vergogne, certo non ignorate, del Mezzogiorno qual è oggi, non nella realtà del suo popolo, ma nei delitti dei camorristi e dei mafiosi o nelle ruberie dei governanti. Gli ebrei sono uniti dal loro essere ebrei, come i giapponesi o i cinesi di China Town, a New York (la più chiusa delle etnie, ma anche la più vicina alla mafia: da quando Niuky Louie è stato invitato da certi mafiosi a una riunione di affari a Miami, la sua banda ha assunto il nome di mafia gialla). Gl’italo-americani, come si è detto, non possono trovare nulla che li avvicini alla patria d’origine, in cui le popolazioni di ciascuna regione o provincia o paese non hanno mai formato un popolo, unito da comuni memorie o costumi. Se però l’organizzazione auspicata dal Cuomo non può fare dei nostri oriundi una forza politica, quale egli pensa che dovrebbero costituire, la sua elezione potrebbe assumere un significato storico, tanto per quelli che gli hanno dato il loro voto quanto per gli altri. Hanno votato per lui gli ebrei, i negri, i giovani, gii omosessuali e solo una parte degl’italiani. In tal modo ha rappresentato l’anticonformismo antipuritano della civiltà del nostro Sud e la solidarietà di tutti gli emarginati o ghettizzati. Ma nello stesso tempo, a differenza delle altre minoranze etniche, gl’italiani non hanno votato come italiani. Forse più del 50 per cento dei loro voti sono andati ai repubblicani e quindi al partito dei non ghettizzati. In tal senso l’elezione del nuovo governatore può rappresentare sia le minoranze emarginate sia la maggioranza, che chiede una più decisa lotta contro il crimine, negli Stati Uniti, come in Italia, ormai divenuto l’antistato o la negazione dichiarata dello stato: il problema più grave e più pericoloso delle democrazie.

LA QUESTIONE SETTENTRIONALE

Le due componenti: il Sud e il sinistrismo intellettualistico

All’origine dello sfascio italiano, come è stato pittorescamente definito – ormai potrebbe perfino sembrare eufemistico parlare di una progressiva disgregazione sociale, che tra l’altro non troverebbe più la materia del disgregabile – fin dai primi anni del nuovo stato unitario dobbiamo pensare a due motivi essenziali, l’intellettualismo o, per servirci di un termine usato nel Settecento dal Galanti, lo scrivanismo, e il meridionalismo o più estesamente, specie nell’ultimo ventennio, l’invasione meridionale del Nord. Questi due motivi talvolta si accompagnano insieme e reciprocamente si condizionano, talvolta operano indipendentemente l’uno dall’altro. Lo scrivanismo ribellistico o la ribellione a priori contro il borghese o il governo è stato considerato più intelligente, nobile, generoso dell’ordine e dell’amore dell’ordine, del lavoro e dell’amore del lavoro, della borghesia che costruisce, dei politici o dei governanti che pensano più ai bisogni del presente che a un ideale futuro o alla loro carriera. Il disprezzo del borghese, che rappresenterebbe la volgare prosa o l’avidità del denaro – ma di fatto i più avidi sono stati sempre questi creduti intellettuali privi d’intelletto – non si è avuto soltanto in Italia. Negli anni del Risorgimento, quando si andava avviando il processo di formazione dell’unità italiana, e quindi in pieno romanticismo, era divenuto una moda quasi europea. Un esempio può vedersene nell’Educazione sentimentale, un men che mediocre romanzo di un non grande scrittore, Gustavo Flaubert. Ma in altri paesi d’Europa, particolarmente in quelli che geograficamente o storicamente o per l’influenza della loro cultura ci erano più vicini, non c’era solo questo: esisteva uno stato, che nelle sue strutture e negli organi di governo aveva una tradizione rispettabile e rispettata, e la conservava, anche quando si facevano le barricate e i re erano costretti a scappare. C’era, non meno rispettata, eccetto che dalle avanguardie culturali, un’antica e operosa borghesia, né l’orgoglio della patria si riduceva alla retorica dei pochi, accompagnandosi, come accadeva, con le virtù civiche, la comune disciplina, lo spirito militare. In Italia lo stato unitario rimase rispetto ai cittadini nella posizione di un debitore che doveva pagare il suo debito e non l’aveva pagato. Il re o il Piemonte, specie per quelli che si credevano più intelligenti o scaltriti degli altri, rappresentavano un’ingiusta usurpazione. I piemontesi avevano invaso l’Italia. Garibaldi, che aveva donato un regno per ritirarsi a Caprera ed essere dopo due anni ferito dalle fratricide truppe regie, era divenuto il simbolo della nuova Italia. Ma una protesta continua era, per altro verso, Mazzini, esule in patria e morto quasi in esilio, e dalla parte opposta il prigioniero del Vaticano, come lo chiamavano, il papa, anch’egli vittima, insieme con i cattolici d’Italia e del mondo, di un’altra più grave, sacrilega usurpazione. Nei decenni successivi il socialismo da un lato, le organizzazioni e poi i partiti d’ispirazione cattolica dall’altro ereditarono in forme diverse questa condanna, mentre in quel clima si diffondeva la protesta del Mezzogiorno, che si dichiarava defraudato dei suoi antichi diritti, ingannato dai plebisciti annessionistici, privato delle sue ricchezze e delle industrie, sfruttato e disprezzato come una colonia. Nel secondo dopoguerra a tutto ciò si aggiunse la massiccia emigrazione dei meridionali nel Nord, che, come si è detto, non di rado vi distrusse il tessuto connettivo delle vecchie società cittadine, cancellando nella diffidenza reciproca l’antica conversevole socievolezza. Si aggiunse la contemporanea importazione di funzionari, magistrati, insegnanti, agenti delle forze dell’ordine, per la maggior parte provenienti dal Sud e spesso poco rispettati, perché estranei al nuovo ambiente, o, in qualche caso, perché per sé stessi non molto rispettabili. Ne derivò che vennero meno quelli che potevano considerarsi come i centri di aggregazione, per dir così, naturali e quasi la continuità dello stato nel cittadino. Specie nei piccoli comuni il maestro, il maresciallo dei carabinieri, il medico condotto erano stati, insieme con il parroco, come i capi della comunità. Quando furono sostituiti da napoletani o calabresi, che nessuno avrebbe potuto accettare, si affrettò la disgregazione in atto. Né fu solo questione dei comuni minori. Sotto altre forme l’invasione meridionale – e qui, sebbene vogliamo occuparci della Sicilia e non del Mezzogiorno, non possiamo distinguere tra i siciliani e gli altri immigrati dal Sud – ha distrutto anche nelle città maggiori, a Torino particolarmente e a Milano, i centri della vita cittadina. A Torino il centro storico, la gentile città di Cavour, di Massimo D’Azeglio, di Guido Gozzano, dai non molti superstiti torinesi ormai abbandonato agli immigrati, si è ridotto in uno stato di penosa degradazione, mentre i suoi ex abitanti si sono ritirati nei nuovi quartieri residenziali delle colline. La stessa sorte è toccata alla Galleria, il salotto di Milano, o alle vie intorno a Brera, un tempo frequentate da artisti e intellettuali. La sera queste città diventano un deserto. La gente ha paura. I ristoranti del dopo teatro o del dopo cinema chiudono presto. La vita notturna di una volta – di anni non molto lontani – si ricorda con la nostalgia di tempi migliori. Si sarebbe ingiusti, se tutto ciò si attribuisse solo ai meridionali. I quali vi hanno certamente contribuito (e però non occorre ripetere che qui ci riferiamo solo a una parte dell’emigrazione, numericamente quasi trascurabile di fronte a quella degli onesti, attivi, stimati lavoratori). Ma vi ha pure contribuito un nuovo costume. Tra l’altro la televisione è diventata un sicuro rifugio, che riunisce i familiari e gli amici. Ha sostituito le conversevoli veglie dinanzi ai monumentali camini o al focolare delle affumicate cucine. E certamente verrà un tempo in cui, superata anche l’età televisiva — poiché tutto muta e le cose ormai invecchiano con una rapidità nuova – a queste sere trascorse davanti allo schermo del video e soprattutto alle pacifiche e neutrali rubriche fisse che precedono il telegiornale, si penserà come a un altro tempo, tanto più sereno e felice. L’uomo è fatto così. Né bisogna dimenticare che alla malavita del Sud si sono aggiunti, spesso più insidiosi e imprevedibili, gli stranieri, anche di colore, i drogati, i terroristi, che non si possono né si debbono distinguere dai delinquenti di mestiere.

I costi: la questione meridionale e l’unità europea

“La questione meridionale non è solo un problema italiano. La Comunità europea ne ha fatto un problema europeo. Finora l’unificazione dell’Europa è stata piuttosto opera dei governi che dei paesi da essi rappresentati e si è limitata soprattutto ai rapporti commerciali della Comunità. È necessario però andare avanti verso una vera federazione o confederazione politica. A tal fine non bisogna soltanto tener presend i comuni interessi economici. Nessuna unità politica può realizzarsi o sussistere con i criteri con cui si conclude un buon affare o si costituisce una società che si ritenga utile ai suoi soci. Non cosi fu possibile unificare l’Italia. Si pensava anche allora che gli Stati in cui era divisa la penisola, se ne sarebbero avvantaggiati anche economicamente. Ma al di là dei calcoli sui vantaggi dell’operazione esistevano un mito, un ideale, una poesia del Risorgimento. Questa è la vera forza traente della storia. Allora regioni come il Piemonte e la Calabria per la loro storia, la civiltà, il costume erano ancora più lontane che al presente. Tuttavia l’Italia fu una e lo fu, si potrebbe dire, per un atto di fede. Ora, è per l’appunto tale sustrato ideale che oggi ci manca ed è questo il motivo della scarsa par- tecipazione dei popoli dei paesi associati a una politica europea. Quello che si è potuto fare si è fatto al vertice. Per l’uomo della strada il campionato del calcio è molto più importante delia sopravvivenza della Comunità”. “Non si guarda a questa nuova Europa, da cui tuttavia dipende o dovrebbe dipendere il nostro avvenire e in una misura, bisogna aggiungere, ben superiore a quello che si possa pensare per paesi politicamente e socialmente più maturi dell’Italia e più capaci di una disciplina civile. Solo un parlamento europeo con il potere di legiferare su tutti i problemi vitali della Comunità – i rapporti con l’estero come i programmi economici, la scuola, la sicurezza dei cittadini, i diritti dei sindacati e dei datori di lavoro – potrebbe moderare il demagogismo dei partiti o aiutarci a guarire dal rovinoso anarchismo delle pubbliche amministrazioni”. Queste cose osservavo in ima relazione per un congresso rotariano tenuto a Palermo nel marzo del 1973. I miti non si possono certo fabbricare su ordinazione. Il nostro tempo sembra incline più a negarli o sconsacrarli che a crearne di nuovi. Ma ci sono altri motivi che contribuiscono a indebolire la compagine della CEE, tra i quali, limitandoci alle cose di casa nostra, la diffidenza e la sfiducia nei riguardi dell’Italia e in particolare del Mezzogiorno. Tra i paesi comunitari, allora scrivevo, non mancano le cosiddette aree depresse: alcuni distretti della Scozia, buona parte dell’Irlanda e della Francia occidentale o sudoccidentale, la Lorena, il Borinage nel Belgio, il Limburgo in Olanda e nell’Italia centro-settentrionale, almeno fino a qualche anno fa, estese zone dell’Umbria, delle Marche, del Veneto. Ma in nessuna di esse, e neanche nella Grecia, ultimo, per ora, dei paesi associati, o nella Spagna e nel Portogallo, che faranno parte della Comunità, si osservano i focolai di una putredine contagiosa, qual’è quella della mafia siciliana, della camorra napoletana, della ’ndrangheta calabrese”. “Più pericolosa è la mafia siciliana. È un prodotto di esportazione, che sta invadendo il mondo e in alcuni stati della grande federazione americana controlla da tempo i parlamenti, la magistratura, la polizia, i sindacati. La sua opera di corruzione è arrivata al punto, che uno dei suoi Presidenti ha potuto affermare: “O noi distruggeremo la mafia o la mafia distruggerà gli Stati Uniti”. Se poi si riflette che le attività mafiose si estendono ormai, oltre che all’Italia centro-settentrionale, anche all’Australia, al Messico, al Brasile, alla Germania, alla Francia, alla Svezia, ad altri paesi, dobbiamo confessare che non possono dirsi infondati i timori di chi esita ad accogliere questa gente, che dovrebbe godere di tutti i diritti dei cittadini della Comunità e quindi circolare liberamente entro i suoi confini”. “In realtà questo è stato il principale motivo per il quale la Norvegia, con il referendum del 24 settembre del 1972, decise di non farne parte. Ce ne furono anche altri, ma la propaganda contro il MEC non avrebbe avuto l’efficacia che ebbe, senza la coloristica rappresentazione di certi aspetti del nostro Sud: di certe strade di Napoli o di tipi appositamente scelti e però veri e non inventati di magliari, camorristi, mafiosi, che si fecero apparire come il risultato di una civiltà inferiore e non assimilabile alla civiltà europea. Né questa diffidenza si limita alla Norvegia. Nel più autorevole giornale della Comunità, il Times, quasi contemporaneamente John Ardagh scriveva: ‘L’Italia meridionale rimane il maggior rompicapo. Uno sguardo alla carta geografica mostra che la distanza dal resto della CEE è un grosso ostacolo, suscettibile d’aggravarsi… È anche una questione psicologica e perfino di clima: i siciliani e gli altri italiani del Sud… sono dominati da atavici tabù, forme feudali e dolce far niente’. Questa è una testimonianza precisa di opinioni molto diffuse all’estero. Per parte nostra dobbiamo respingere le accuse di pigrizia e neghittosità, ché pochi popoli sono tanto laboriosi e resistenti alla fatica. Né sarebbe facile trovare ancora l’eredità di quel feudalesimo cui il Times si riferisce. Ma non possiamo negare che l’autore dell’articolo non aveva tutti i torti attribuendo a questo Sud costumi e modi di comportamento talvolta incompatibili con quelli di altri paesi del MEC”. Ma a queste considerazioni generali si debbono aggiungere altri motivi di quelle preoccupazioni. Anzitutto la droga, da tempo tra le attività principali della mafia. Contemporaneamente la CEE è stata ripetutamente truffata in tutto il Mezzogiorno. In Campania centinaia di miliardi stanziati per aiutare i produttori di pomodori sono stati incamerati dalla camorra. Gli aiuti agli olivicoltori si sono pure trasformati in una truffa continuata, con la sfacciata moltiplicazione delle cifre relative al prodotto e al numero degli olivi, tanto che l’autorità comunitaria sembra abbia deciso di farne un censimento con fotografie, prese da elicotteri, delle aree olivicole: un provvedimento inutile, perché una media della produzione, per le grandi differenze tra le buone e le cattive annate e tra le varie zone o contrade, non è possibile stabilirla. Per gli agrumi le cose sono andate peggio. Per aiutare i produttori l’@Aima@ acquista la produzione invenduta, in parte gratuitamente assegnata a istituti di beneficenza, in parte distrutta. Ma accade che, come è stato più volte denunziato, con la connivenza del personale addetto alle consegne, il peso del prodotto conferito viene anche in questo caso moltiplicato per due o per tre o quattro. Ne deriva che i produttori non hanno nessun interesse a migliorare la produzione, poiché in queste condizioni il prodotto peggiore e invendibile, destinato alle ruspe, rende più del migliore e più competitivo. Tutto ciò deve ritenersi tanto più grave, se si considera la condizione degli agricoltori negli altri paesi della CEE. Da una relazione del Ministero dell’agricoltura della Germania federale — 1981 –, il paese su cui viene a cadere il maggior peso dei contributi comunitari, si può desumere come, nonostante le sovvenzioni accordate, il reddito dei contadini tedeschi continua a diminuire. “Nel contesto della relazione sull’agricoltura”, scrive in proposito il Nordwest Zeìtung (5 febbraio 1981), “si dovrebbe discutere il sistema agricolo della CEE attualmente in vigore. Un sistema che richiede sovvenzioni sempre più forti, pur non essendo in grado di garantire una base finanziaria calcolabile ai produttori agricoli, non può continuare a essere mantenuto in vita”. Se è già difficile aiutare chi non ruba, com’è possibile consentire che si spenda il proprio denaro per chi ha rubato e continua a rubare? Queste minacce e la stanchezza denunziata di quegli aiuti inutili e immeritati fanno parte del costo del Mezzogiorno: pesano infatti su tutta l’agricoltura italiana o anzi sul complesso dei rapporti tra l’Italia e la CEE e sulla nostra credibilità come suoi membri.

Ancora i costi: la Regione

Dal nuovo organico della Regione siciliana (1980) risulterebbe che i suoi dipendenti sarebbero in tutto 5.075: 3.526 nel personale amministrativo e gli altri distribuiti nel “corpo regionale delle miniere” o nominati con varie qualifiche tecniche. Ma, come osserva Bianca Stancarelli (L’Ora, 6 novembre 1980); “al di là dei conti sulla carta con la nuova legge i dipendenti regionali diventano quasi diecimila. Seimila circa i regionali autentici, quelli doè che, divisi in uffici e assessorati, rientravano nei ranghi della Regione anche prima della legge. Tremila i comandati, ex dipendenti dello stato, che, per effetto del decentramento, sono stati spediti alla Regione e che adesso… sono stati equiparati in pratica, nel trattamento economico, ai regionali”. C’è poi qualche centinaio di dipendenti dei comitati provinciali caccia, dei patronati scolastici, delle scuole sussidiarie soppresse e di altri enti o servizi. La differenza tra i circa cinquemila nei fatti e i quasi diecimila sulla carta si spiega con le assunzioni “selvagge” che si fecero negli anni sessanta. Furono bloccate da una riforma del 1971. Si deve tuttavia ritenere più grave che, come si può desumere da una dichiarazione allo stesso giornale di Ninni Casamento, segretario della funzione pubblica Cgil, a Palermo negli assessorati non lavorano più di 1800 dipendenti. Gli altri stanno in provincia. Nessuno sa che cosa precisamente facciano. Ci sono uffici, presidiati solo dall’usciere e privi d’impiegati e altri, dove i dipendenti sono tanti da non sapere dove sedersi. Il deserto e l’affollamento hanno pure una ragione: “pieni e ambiti sono di regola gli assessorati, in cui i funzionari, grazie a incarichi in consigli d’amministrazione, nomine a revisori dei conti ecc., riescono ad aggiungere… cifre più o meno cospicue agli stipendi… E vuoti invece gli assessorati a corto di prebende”. Le quali, non occorre dirlo, non sono un’aggiunta marginale. Per la natura stessa dei relativi incarichi possono assumere proporzioni tali, che in non pochi casi marginali si debbono considerare gli stipendi. Questi alla loro volta costituiscono una palese ingiustizia, sia perché superiori a quelli percepiti dagli statali dei gradi corrispondenti, sia per la rapidità della carriera, le norme sul pensionamento, i privilegi di vario genere, tra i quali bisogna comprendere il diritto a un appartamento (ma possono diventare più di uno), non proprio modesto o popolare, che si acquista con mutui regionali. A tutto ciò si deve ancora aggiungere il costo degli enti, aziende industriali, servizi pubblici ecc. amministrati da quei funzionari, ma soprattutto gli effetti morali di un potere corruttibile e ingiusto, oltre che per le ragioni dette, anche per il fatto che questi impiegati sostituiscono, senza alcun rischio o responsabilità, i veri industriali o in genere gli operatori economici. – o m i s s i s –

Le poste

Un altro esempio. Che le poste italiane si citino, né soltanto in Italia, come un esempio di burlesca inefficienza, è cosa risaputa. Ma non è altrettanto noto che il disservizio postale è uno dei pochi casi, se non forse il solo, in cui l’emigrazione meridionale è stata ufficialmente chiamata in causa. Il ministro delle Poste Vittorino Colombo, rispondendo nel Corriere della Sera (25 aprile 1977) a due articoli sull’argomento, l’uno di Alberto Bevilacqua, l’altro di Giuseppe Luraghi, ammise infatti che non funzionano anche perché gl’impiegati vengono per la maggior parte dal Mezzogiorno. Non’mancano altre cause e in primo luogo, come al solito, il rovinoso potere dei sindacati, che impediscono di licenziare chi per abituale assenteismo o per gravi reati dovrebbe essere denunziato e cacciato via. Naturalmente il Colombo ha cercato di indorare la pillola. Ha detto che i motivi si debbono tra l’altro cercare “nella insufficienza delle retribuzioni, nel metodo del reclutamento del personale, nella carenza di strutture sociali per i lavoratori, che, provenienti da regioni meridionali, vengono immessi nelle regioni del Nord, dove purtroppo gli uffici postali risultano più sguarniti”. Ma ci si potrebbe chiedere quali sono le strutture sociali che mancherebbero per i meridionali e non per tutti gli altri che vi si sono trasferiti per ragioni del loro lavoro o chiederà se nelle città industriali francesi, inglesi, tedesche, americane siano più soddisfacenti di quelle che si potrebbero trovare nel capoluogo lombardo. Analogamente si crede in altro campo di spiegare o giustificare la delinquenza giovanile nd quartieri periferici con la scarsezza di altre “strutture”, palestre, campi sportivi, cinematografi, soprattutto biblioteche, dove certamente, se potessero disporne, se ne starebbero quieti e meditabondi dal mattino alla sera. Ma non ne dispongono, né perciò potremmo rimproverarli delle loro ragazzate o delle innocenti rapine, in cui qualche volta può scapparci pure il morto. Né importa che, se non di quelle tali strutture, possono disporre di potenti motociclette e prendere perfino l’aereo per assistere a una lontana partita di calcio. D’altro lato come si può parlare di un insufficiente numero degl’impiegati in organico, se lo stesso ministro denunzia l’assenteismo di quelli che sono stati assunti, certamente sufficienti, se facessero il loro dovere? In ogni caso tutto questo non potrebbe spiegare perché in alcuni uffici – com’è avvenuto in quello vicino alla stazione centrale di Palermo – in certi periodi dell’anno le lettere o i pacchi raccomandati o assicurati, contenenti valori, sono spariti regolarmente, con la presumibile connivenza di qualche impiegato. Né più spiegabile appare il fatto che a Torino in un deposito di via Santa Maria Mazzarello sono state trovate alcune tonnellate di posta rosicchiata dai topi o semidistrutta dalla pioggia; che a Milano negli scantinati di via Ferrante Aporti erano state denunziate altre tonnellate di lettere, cartoline e vaglia da tempo accumulate; che a Genova presso Rivarolo erano stati rinvenuti alcuni sacchi di corrispondenza abbandonati. Si potrebbero aggiungere altri episodi, ancora più delittuosi. Nel corso di un’ispezione alla cartiera C.M.P. (Carta materie plastiche) alcuni anni fa – giugno del 1974 – i carabinieri di Bergamo scoprirono un ammasso di circa cento quintali di corrispondenza varia. Gli operai della cartiera avevano infatti riferito di aver trovato tra la carta da macero corrispondenza e valuta straniera. Alcuni di essi avevano regalato ai loro amici libri prelevati dalla catasta di posta, che un autotreno trasportava una volta la settimana. Il proprietario Fiorenzo Novali potè esibire a sua giustificazione i documeati da cui risultava che il 4 febbraio su licitazione privata aveva acquistato al prezzo di L.14 al chilogrammo 4.000 quintali di corrispondenza messa a disposizione dalle Poste di Milano. Su quest’altro “incredibile” episodio – ma che cosa in Italia non è incredibile? – il Corriere della Sera aggiungeva: “Il comandante la compagnia dei carabinieri di Bergamo subito dopo la scoperta delle irregolarità ha inviato alla cartiera cinquanta militari, che hanno incominciato il vaglio dei mucchi di corrispondenza nel cortile dello stabilimento. Dei cento quintali di posta esistente finora ne hanno esaminato solo dieci, ma quanto è stato scoperto è indicativo. Sono stati trovati: cinquanta raccomandate inviate da uffici del Ministero della Difesa e della giustizia a questure, caserme dei carabinieri, comandi militari; undici libretti di pensioni di guerra e di reversibilità con i relativi certificati; vaglia postali ordinari per una cifra complessiva di circa un milione di lire; assegni spediti da una banca all’altra per alcune centinaia di migliaia di lire, oltre a duecento lettere ordinarie… Sembra che le poste di Milano abbiano stipulato analoghi contratti con due o tre cartiere della Lombardia, per cui domani verranno effettuati controlli anche presso questi stabilimenti”. Le raccomandate, che, inviate dai ministeri di Roma agli uffici periferici, potevano riguardare importanti pratiche in corso, i libretti di pensioni, le lettere ordinarie, i vaglia postali, tante volte attesi con ansia dai titolari o dai destinatari, tutto si vendeva a 15 lire il chilo. Questo non è disservizio. È un delitto perpetrato contro i cittadini italiani. Quale organizzazione sociale, quali commerci o industrie potrebbero sopravvivere con tali sistemi? Tuttavia quei criminali chiedevano che i loro stipendi fossero aumentati. Né pare che siano stati puniti o che contro di loro si sia preso un qualche provvedimento, anche soltanto disciplinare. Qualche anno dopo lo stesso Corriere della Sera pubblicava questa lettera, da cui si desume quanto i “ragazzi” delle Poste (anche questo è un termine che sottintende una specie di generica indulgenza o complicità; i ragazzi possono avere quaranta o cinquantanni) potessero incidere sull’economia italiana: “Sono l’amministratore di una ditta di 20 dipendenti e ho avviato trattative con Paesi africani e asiatici per una decina di operazioni. Dopo mesi finalmente siamo arrivati alla conclusione, ma da 20 giorni non ho ricevuto nessuna comunicazione dai probabili clienti. Silenzio assoluto! Tutto questo è molto grave per la nostra ditta, in quanto il nostro lavoro da due anni è volto solo all’estero, essendo l’edilizia italiana in crisi. Ho letto sul vostro giornale una notizia che mi ha semplicemente distrutto: ‘in via Aporti giacciono montagne di posta aerea e raccomandate, perché gli smistatori in sciopero lasciano di proposito fermi tali plichi importantissimi e mandano alla distribuzione solo stampe e lettere di poco conto ’. E lo stato davanti a un’operazione tanto grave sta a guardare? La distruzione economica dell’Italia è proprio in atto, perché penso che nella nostra situazione vi saranno infinite altre ditte. Siamo senza lavoro. Quanto potremo ancora resistere?”

COME COMBATTERE LA DELINQUENZA?

Risposte elusive

Prima delle ultime leggi sui beni acquistati dai mafiosi o sul delitto di mafia (ma bisogna vedere che cosa veramente si sarà capaci di fare), in generale si è cercato di non rispondere a questa domanda o si son date le solite risposte elusive, che contribuiscono a rendere più gravi le condizioni della sicurezza pubblica. Abbiamo citato l’ironico commento di Pasquale Villari ai discorsi di quelli che volevano combattere i mali presenti con il progresso dei “lumi”. Dopo quasi un secolo da quella lettera sulla camorra, la prima delle Lettere meridionali, un altro storico, che non era un Villari ma conosceva il suo mestiere, Matteo Gaudioso, in un discorso alla Camera – 21 giugno 1961 – sulla Mafia e le mafie, riferiva i risultati di un’inchiesta del pubblicista Felice Chilanti: “Noi siamo persuasi che la mafia sia la febbre e il sintomo più grave… della società siciliana. La polizia può fare ben poco: non si tratta… di un problema di polizia, ma di un problema di libertà, di democrazia, di riforme civili e moderne”. Il Gaudioso faceva sua la tesi del Chilanti. Ancor oggi si fanno di questi discorsi e tali son quelli, di cui si è detto, sulle cause più appariscenti della malattia: il latifondo, che non esiste o si è radicalmente trasformato, le strade, che ora ci sono, la miseria, che non c’è. Tuttavia, la criminalità è divenuta più pericolosa. Dalla relazione del Procuratore generale Tamburrino (11 gennaio 1983) risulta un aumento per tutti i tipi di delitti, dai sequestri (+ 18%) alla violenza carnale (+41,4%). Per tacere di altre attività delinquenziali, della fabbricazione e commercio della droga, del riciclaggio del denaro sporco, del terrorismo, è però risaputo che la maggior parte dei delitti non si denunzia o per paura, come accade con le estorsioni del racket, o perché si crede inutile denunziarli, come avviene per i furti, che, osserva 10 stesso magistrato, appaiono in continua diminuzione, mentre è vero il contrario. Né potremmo attenderci che siano denunziati, se per il 95 per cento i ladri (e i rapinatori, sequestratori, assassini) restano ignoti e quindi impuniti. Ma non si denunziano per altri motivi: per la complicità, in molti casi evidente e innegabile, di quelli che dovrebbero combattere il delitto, dai magistrati alle forze dell’ordine. Non occorre dire che sarebbe ingiusto non distinguere dai disonesti e vendibili quelli che non si vendono o anzi mettono ogni giorno in pericolo la loro vita. Abbiamo anche osservato che spesso complici del delinquente si debbono dire le leggi stesse, che scoraggiano la polizia, impedendole di intervenire o rimettendolo in libertà dopo anni di faticose ricerche. Con tutto ciò, come è stato possibile che il delitto sia divenuto un mestiere, esercitato alla luce del sole da criminali che tutti conoscono e che tuttavia continuano a esercitarlo indisturbati? A Napoli i camorristi sono arrivati a distribuire pubblicamente volantini stampati o ciclostilati, in cui si stabilivano i nuovi prezzi concorrenziali di un racket a buon mercato: 200.000 lire al mese per ogni negozio, 100.000 per i venditori ambulanti (Giornale d’Italia, 6 marzo 1982). A Treviso il petroliere Silvio Brunello, processato per un’ingegnosa truffa ai danni del fisco, ha spiegato ai giudici che colonnelli della Finanza, dirigenti delTUfficio delle imposte di fabbricazione, altri funzionari “erano stati tutti pagati. Sempre, quando ne arrivava uno a dirigere un ufficio, finiva subito nel nostro libro paga” (La Repubblica, 4 novembre 1982). Il Brunello non è stato smentito. Quanti processi del genere si potrebbero ricordare? Le mancate denunzie si spiegano anche, come si è detto, con la generale sfiducia in questo Stato, che determina il costante aumento numerico e qualitativo della criminalità. In queste condizioni continueremo a parlare di riforme, di libertà, di democrazia, come quel deputato, o dei lumi dell’istruzione e del progresso, invocati coatto la camorra da quelli cui il Villari rimproverava di non volerla combattere? Certamente, lo ripetiamo ancora, bisogna abolire le leggi approvate negli ultimi anni in favore dei criminali da una demagogia irresponsabile e da legislatori solo preoccupati della loro carriera. Ma è anche o soprattutto questione degli uomini, se chi deve combattere il crimine ne diviene l’istigatore. Tutto dò non significa che cì si debba arrendere. Il maggior numero è quello degli oppressi, non degli oppressori mafiosi o camorristi o dei loro alleati nei tribunali, nei ministeri, nella polizia, negli uffici periferia. E gli oppressi cominciano a ribellarsi. Bisogna mostrare il coraggio di non aver paura delle parole. Infatti si parla in un modo e si pensa in un altro, non tanto per viltà o per ipocrisia – che però c’entrano pure per la loro parte –- ma perché in queste cose si ubbidisce a una spede di moda: la moda della creduta opinione pubblica o delle umanitarie idee politiche prevalenti. Si è detto quanto la delinquenza abbia contribuito a scoraggiare in Sicilia (e in tutto il Mezzogiorno) gl’imprenditori siciliani o stranieri o del Nord. Ora siamo arrivati al punto di rottura. Nel gennaio del 1983 a Palermo un intero quartiere, quello di Brancaccio, sta per essere abbandonato dai pìccoli industriali che vi avevano fatto sorgere le loro industrie. L’hanno dichiarato. Non riescono più a sopportare le estorsioni, le bombe, gl’incendi. Venderanno tutto e se ne andranno. Le fabbriche si chiudono e la disoccupazione aumenta. Ma chi scappa ha ragione di scappare.

Che fare?

Anzitutto estendere il potere delle Regioni e dei comuni, come si è detto a proposito dell’Anonima sarda, di non accogliere o espellere i confinati, i socialmente sospetti, gl’indesiderabili. Il confino si dovrebbe abolire. In atto non è che un focolaio d’infezione. Le ultime notizie sul fronte dell’unità morale degl’italiani son queste (gennaio 1983). I magistrati preposti alle assegnazioni dei confinati pare che mostrino una particolare predilezione per il Modenese e il Trentino. I comuni di questa regione individuati come zone ottimali sono 14 e tra essi Trento e Rovereto. Per quali motivi le città del famoso Concilio e del Rosmini sono state considerate come le più adatte alla colonizzazione mafiosa? Per Firenze si era pensato a una colonizzazione in grande stile dei camorristi napoletani. Sarebbe diventata una colonia dei cutoliani e degli anticutolo. Abbiamo visto che il pericolo è stato scongiurato per la decisa ribellione dei fiorentini e di tutta la Toscana. Più energica o pittoresca è stata la reazione del Trentino e del Modenese. A Castel Condino, in Val di Chiese, contro l’arrivo del napoletano Francesco Riccardo, anch’egli confinato, il sagrestano della parrocchiale ha suonato la campana a martello, come si usa in caso di pubblica calamità. I due unici alberghi del paese hanno chiuso “per ferie” e perfino gl’impiegati della Cassa rurale si sono rifiutati di riaprire gli sportelli. Di questo passo tutto è possibile. L’arrivo di un sardo, di un calabrese, di un siciliano, di un napoletano potrebbe provocare le cose più impensabili. In questo modo dalle Alpi al Capo Passero l’Italia è divenuta sempre più una. Alla conquista del Sud, dei criminali del Sud e dei loro alleati, era inevitabile che si cominciasse a reagire. La controffensiva è cominciata. Purtroppo ìn qualche caso si estende da questi delinquenti alla gran maggioranza degli onesti e laboriosi emigrati meridionali. Non avviene sempre, ma, quando avviene, l’esasperazione comune rende inevitabile l’indiscriminata diffidenza. In Mafia, storia e costume in Sicilia, Milano 1964, pp. 298-301, scrivevo: “Bisognerebbe ora domandarsi quali rimedi si possano suggerire per una condizione di cose che appare ogni giorno più intollerabile. Palermo è divenuta un focolaio internazionale di infezione. Il problema della mafia non è soltanto siciliano o italiano: …tra l’altro nel Mercato comune è prevedibile che nessun paese vorrà farsi inquinare da germi patogeni tanto pericolosi”. “Quando si ha da fare con delinquenti incorreggibili o con professionisti della delinquenza, uno o due anni di confino appaiono assurdi o ridicoli. Al confino, anche per evitare l’estendersi dell’infezione, …sembra più giusto e pratico sostituire campi di lavoro e per periodi non inferiori ai dieci o vent’anni”. “D’altro lato un fatto di costume non si può correggere se non operando direttamente sul costume. Oggi per molti il mafioso esprime… un ideale di vita: un uomo che si prende a modello… poiché lo spettacolo della delinquenza trionfante, riverita, temuta, si offre ostentatamente dinanzi a tutti, e grandi fortune si accumulano in pochi anni… Per agire sul costume è dunque necessario che ciò che si ammira, possa apparire disonorevole e vergognoso. Il mafioso si dovrebbe a questo fine mettere al bando… Non si deve consentire né a lui né ai suoi familiari nessun atto che importi l’acquisto o la vendita di un immobile… Bisognerebbe inoltre escluderlo, con i familiari, da appalti, aste, concorsi. Quest’ultima misura, l’esclusione dai concorsi, che costituiscono la via d’uscita per la seconda generazione, per i giudici, i prefetti, i questori di Milano o Firenze o Torino, deve considerarsi particolarmente efficace”… “Ugualmente la qualifica di mafioso, da pubblicarsi negli albi dei comuni, dovrebbe significare la perdita del diritti di voto e il ritiro della patente o del passaporto. Infine ogni contatto con il mafioso, che non si possa spiegare con l’attività professionale esercitata o con altri giustificati motivi, sarebbe da considerare passibile di un’ammonizione da parte delle autorità di pubblica sicurezza. Con questi e simili provvedimenti, che possono sembrare disumani, ma invece sarebbero umanissimi per chi guardi alla terribile realtà, alla vergogna che ne viene a tutti gl’italiani e al fiume di sangue che si continua a versare, si renderebbe disonorevole e pericoloso il sospetto stesso di una qualsiasi relazione con quei criminali. Il mafioso potrebbe diventare una specie di appestato, che ognuno cercherebbe di evitare”. “Bisognerebbe inoltre, se pur ancora se ne trovano che non siano meridionali, sostituire con funzionari o magistrati dell’Italia centro-settentrionale quelli attualmente in servizio in quelle regioni. E altre cose si potrebbero fare, che non si faranno. Il Machiavelli pensava che con la forza si possono distruggere perfino le religioni. In realtà alcune religioni sono state distrutte. Con la mafia non sarebbe dunque possibile quello che si può ottenere contro credenze antiche e radicate?”. “Sarebbe possibile, se si potesse veramente volere. Ma soprattutto bisognerebbe smetterla con la malattia infantile – di tipo messicano o portoricano – degl’intellettuali italiani. Costoro sinistreggiando, ma impinguandosi e imborghesendosi, sono stati il pericolo più temibile, in questo come in ogni altro campo, per un vero inserimento dell’Italia nell’Europa degli europei”. Queste cose scrivevo or son più di vent’anni. Ora però mi domanderei: chi potrebbe proporre tali leggi? Tutto ciò presuppone un governo. Potremmo parlarne In Italia? Ma anche mi chiederei se non sia ingiusto far ricadere sui figli le colpe dei padri o di questi su quelli. Quando una naturale o inevitabile solidarietà lega i membri della famiglia o del clan, non si possono far pagare agli uni le colpe degli altri. Più estesamente questo è il limite non superabile della severità preventiva, quel limite oltre il quale per evitare un’ingiustizia si cade in una nuova ingiustizia. II che significa che dobbiamo saper distinguere, essendo da caso a caso diverse le situazioni di fatto e diversi gli uomini con cui abbiamo da fare. Con queste riserve potrei ora ripetere quello che allora scrissi per protestare – facit indignatio versus – contro un delitto atroce, scoperto in quei giorni.

La pena di morte

In questo capitolo, si propone la ricetta per battere la mafia: la pena capitale. Ma le difficoltà che a nostro avviso incontra Titone su questo punto scottante non riguarda in particolare la questione morale della pena di morte – questione peraltro già affrontata e superata dalla civiltà europea – ma piuttosto la sua improponibilità proprio alla luce delle argomentazioni stesse del libro sull’inefficienza delle strutture giudiziarie. Per esempio, si mette in dubbio l’asserzione fondamentale di Beccaria secondo cui l’esperienza storica dimostra che “l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’ofendere la società”: se è vero che nel passato, nonostante la pena capitale, si sono commessi delitti orribili — teorizza Titone — non sappiamo quanti più ne sarebbero avvenuti senza di essa. Il fatto è che invece lo sappiamo: tutti gli studi statistici, e sono tanti, sulla sua deterrenza hanno dimostrato e continuano a dimostrare che la prospettiva del capestro non spaventa il delinquente più dell’ergastolo. Il problema è un altro. La galera a vita ha (statisticamente) lo stesso effetto della pena di morte, ma di certo non ce l’ha il buffetto che somministra il magistrato italiano medio, seguito da sconti, abbuoni, permessi e indulti, tanto che tutti i delinquenti dell’est europeo (e questa a Titone ancora mancava) si passano la voce per convenire nel bengodi peninsulare della criminalità. In altri termini, perché un giudice che non è capace di dare due anni a uno stupratore dovrebbe condannare qualcuno all’esecuzione? Perché un parlamento che non è capace di obbligarlo ad applicare la legge dovrebbe votare la pena di morte? Ma per Titone neppure una condanna all’ergastolo neutralizza il mafioso: “In realtà il delinquente teme la morte, non il carcere. A parte il fatto che oggi può uscirne, quando vuole, e che per lui sarebbe ridicolo considerarlo come un luogo di pena (se non per le violenze esercitate dai detenuti su altri detenuti), vi si trova nel suo regno, tra i compagni, i capi, i subalterni, vi organizza i suoi delitti, esige e ottiene di essere ubbidito dagli agenti di custodia. Dal carcere di Poggioreale, Cutolo, circondato come un re dalla sua corte, ha potuto dirigere la vasta e multiforme rete della camorra napoletana. Altri hanno fatto anche di peggio”. Pur senza sottolineare che alcuni anni dopo, nel 1992, con un adeguamento dell’art. 41-bis, sarà introdotto il carcere duro per i mafiosi – rendendo un po’ più difficile la gestione degli “affari” dalla cella – questo discorso ha un’incongruenza di fondo che mette a rischio non tanto la logica quanto l’incolumità dei cittadini. Se questa umanità multiforme che manda avanti la Giustizia… pm, gip, gup, mezza dozzina di gradi di giudizio, diciotto corpi di polizia, eccetera… non è in grado di neutralizzare un mafioso (ma bensì di tenere in carcere un innocente per anni o perseguitare un accusato con sfilze di processi), vogliamo metterle in mano il telecomando della sedia elettrica o il pistoncino della siringa letale?

– o m i s s i s –

 È POSSIBILE UNA STORIA DELLA MAFIA?

– o m i s s i s –

Nell’anno 1900

La mafia e i mafiosi di Antonino Cutrera, che abbiamo citato, si definisce dal suo autore uno “studio di sociologia criminale”. Avendo accettato le dottrine del positivismo allora di moda, e in particolare del Ferri, aveva creduto di conferire alla sua opera una dignità scientifica che non pensava potesse venirle dall’esperienza di delegato di pubblica sicurezza. Invece, ed è anche il caso dell’Alongi, la diretta conoscenza dei delinquenti, con i quali aveva avuto da fare, era più attendibile dei discorsi dei professori, allora – il Cutrera scriveva intorno al 1900 – più vicini alla realtà storica del tempo di quanto non lo sarebbe stato il sociologismo di certi odierni sociologi. Perché, egli si domanda, la mafia acquistò un così grande potere dopo il 1860? I motivi li vede nella non credibilità del nuovo regime e nell’introduzione dell’elezione dei deputati, che conferì ai capi mafia una funzione in certi collegi determinante. Per quanto riguarda il primo di essi osserva: “Si assistette ad uno spettacolo unico forse nella nostra storia: da ogni parte ricompense furono chieste dai pseudo patrioti, che sbucarono da tutti i lati, non che da patrioti, che spesso erano più avanzo delle patrie galere che delle patrie battaglie. Perciò fu una pioggia benefica di impieghi, cariche, dignità, sussidi, onorificenze, che si riversò su tutti e anche sulla mafia, la quale ottenne in questa maniera, ci si permetta l’espressione, il suo riconoscimento ufficiale” (il corsivo è dell’autore). Sul patriottismo di molti dei più spregevoli nostri patrioti, dai delinquenti comuni ai mafiosi, dagli spiantati in cerca d’impiego ai frati o preti, insofferenti di ogni disciplina, incapaci di credere e avidi di farsi avanti, abbiamo citato l’opinione del Bandi, del Bixio, del La Farina, ecc. Il Cutrera ce ne dà una nuova conferma: “La Sicilia, che sino al 1860 era stata governata con l’arbitrio e il dispotismo, aveva bisogno di un governo liberale, ma rigoroso, inflessibile nei suoi doveri e nei suoi atti, tutelatore estremo della giustizia, per mantenere l’impero della legge e per dimostrare a tutti, onesti e birbanti, facinorosi e mafiosi, che la legge si osservava e si faceva osservare e che era veramente uguale per tutti. In questa sola maniera sarebbe stato possibile soffocare la mafia. Invece, per nostra mala ventura, la Sicilia ha veduto le autorità tenere spesse volte condotta debole e cedevole a tutte le influenze e pressioni che venissero dall’alto, ha visto il governo scendere a transazione con i tristi e i mafiosi, per servirsi di essi a scopo elettorale. Quando questi alla loro volta compresero che costituivano una forza poderosa, da tutti richiesta, s’imposero per ottenere tutto quello che vollero. In tal modo quanto più s’indeboliva il potere delle autorità e scadeva il loro prestigio, tanto più diventava potente e baldanzosa la mafia. Qual meraviglia dunque se essa oggi spadroneggi su tutti, s’è riuscita ad inquinare la pubblica amministrazione e la giustizia?… La clientela, conseguenza necessaria dei partiti politici, è la causa suprema per la quale la mafia trovasi potente, onde occorre distruggere la clientèla per abbattere la mafia”. Malgrado il rispetto verbale per le istituzioni liberali, il Cutrera pensava che la Sicilia non era matura per esser governata secondo modelli che le erano estranei. In proposito citava il “bellissimo” libro Governo e governati in Italia del Tunello. Questo autore aveva osservato: “La clientela, naturale transizione dagl’infimi legami della camorra e della mafia a quelli nobilissimi del partito politico, è la forma spontanea nella quale riapparisce il periodo feudale… Dove la legge sola troncò i rami della feudalità e del governo assoluto e dove si riforma molto lentamente ìi costume, quivi, come il Franchetti nota della Sìcilia, rimane un grande intervallo di anarchia tra l’azione limitata dello Stato e quella prepotente degl’individui… E quivi però comuni, province e collegi elettorali si conquistano e si perdono troppo spesso per virtù d’associazioni d’interessi e violenze, che son segno della subordinazione brutale dei molti ai pochi, dei clienti ai patroni”. Per il Turiello, come per il Franchetti e il Cutrera, la mafia, e con essa la camorra, sarebbe l’eredità ancor viva del feudalesimo. Ma nulla di simile era avvenuto dove, come in gran parte dell’Europa centro-orientale, la feudalità era stata più rigida e opprimente e più a lungo, specie nel costume, la subordinazione delle classi inferiori era sopravvìssuta all’introduzione di istituzioni liberali o modernamente parlamentari. Per la camorra poi, nel passato limitata quasi soltanto alla città di Napoli, non sì può parlare né di feudalesimo né di dispotismo, poiché tale non fu mai il governo dei Borboni. Dobbiamo distinguere tra l’oppressione istituzionale o legale e la violenza, che opprime il più debole, senza distinzioni di classi, tanto negli oppressi quanto negli oppressori. In questo senso è vero che il sistema elettivo accrebbe il potere della mafia, ma, nello stesso tempo, aumentando il numero dei suoi complici o alleati a tutti i “livelli”, rese più esteso quell’interclassismo che da secoli era stato la negazione del feudalesimo. Nelle Lettere meridionali il Villari scrive: “Ma quale fu la mia meraviglia, quando, raccolti gli appunti per quel che riguardava in ispecie la provincia di Palermo, interrogando alcuni Siciliani che mi parevano autorevoli, vidi che si mettevano a ridere sgangheratamente. In tutto questo, essi dicevano, non c’è una sola parola di vero. Come! Noi oppressori dei contadini? Ma se siamo noi oppressi dai contadini! È la mafia che impedisce a noi d’andare a vedere i nostri fondi. Il tale altro da 10 anni non ha potuto vedere le sue terre, che sono amministrate e guardate da mafiosi, dalle cui mani non può levarle senza pericolo di vita”. Ma alla potenza della mafia e quindi ai correlativi aspetti interclassistici contribuì la trasformazione delle colture e soprattutto l’incremento dell’agrumicoltura nella piana di Palermo, già in atto dagl’inizi dello scorso secolo, ma soprattutto dopo il 1860. Lo ha notato anche il Cutrera. “È indubitato che lo sviluppo della mafia nella Conca d’oro si accentuò e prese il sopravvento su quella di tutte le altre contrade della Sicilia, quando… si sviluppò potentemente la coltura degli aranci e dei limoni, che, se da un lato formarono la ricchezza di tanti proprietari di terreni irrigabili, dall’altro fece sviluppare maggiormente il sentimento della mafia, per la mancanza assoluta di servizio di polizia in questi giardini” (giardini si chiamano gli agrumeti) “e perciò il bisogno di creare i guardiani privati, …che sono l’elemento necessario perché la mafia possa germogliare rigogliosamente”. Dopo di che il nostro autore aggiunge che “la proprietà di tutto questo territorio è frazionata tra migliaia di possidenti”, i quali lo danno in affitto ai “gabellotì”, il ceto agricolo benestante. Ma gli uni e gli altri, proprietari e gabelloti, “hanno bisogno dei guardiani per fare custodire il fondo dalle ruberie, che non mancherebbero di essere commesse, qualora i giardini dovessero restare incustoditi”. Ne deriva la necessità di migliaia di guardiani e delle “estese catene di amici e compari”, ossia di mafiosi. Ma dovevano esserlo. Se fossero rimasti isolati, i ladri, associati in bande o combriccole, li avrebbero eliminati. Il comparatico rende più saldo il legame che unisce gli “amici”. È un vincolo sacro. Si è compari dì San Giovanni, considerandosi il Santo precursore come il patrono e quasi il garante di una fedeltà che non può esser tradita e questo anche tra gente di diverso ceto. A Vita, come diremo in appendice, dal registro della parrocchia, citato dal Gioia, per il periodo che va dal 1612 al 1640 molti figli dei vassalli furono battezzati dal fratello e dal nipote di quel giureconsulto Sicomo che ne era stato il fondatore e il primo barone. Un contadino diventava così il compare dei feudatari. Nella piana di Palermo l’interclassismo comprendeva il guardiano al livello inferiore, il gabelloto a un livello medio e più su il proprietario, che poteva appartenere alla nobiltà titolata o al ceto dei professionisti più denarosi, essendo allora quello dei giardini uno degl’investimenti più redditizi e diffusi. Sotto questo aspetto la mafia difende possidenti e produttori (sebbene non faccia solo questo), che le autorità non possono difendere. Il che importa un altro aspetto del costume, il furto quasi consuetudinario dei prodotti agricoli e naturalmente non solo di arance e limoni. Alle radici del fenomeno resta dunque la Sicilia stessa. – o m i s s i s –

Mafia ed emigrazione

Nell’emigrazione si debbono distinguere tre periodi. Il primo, che precede il 1885, non interessa la mafia. Allora i siciliani, e specialmente i trapanesi, si dirigevano verso la Tunisia: per esempio, nel 1879 per il 94 per cento. Vi formarono una fiorente colonia anche di proprietari coltivatori diretti in terre sterili o mal coltivate. Dopo il 1885 prevalse l’emigrazione transoceanica, specialmente verso gli Stati Uniti. Nel 1900 si ebbero 28.838 emigranti, che divennero 127.603 nel 1906 e 146.061 nel 1913. Dopo la prima guerra mondiale si ha una ripresa con 108.718 emigranti, che successivamente si ridussero a cifre modeste. Nel secondo dopoguerra, e particolarmente negli anni sessanta, s’inizia il terzo periodo. Si emigra in Lombardia, nel Piemonte, in Liguria, a Roma o nel Lazio e in misura minore ìn altre regioni centro-settentrìonali. In gran numero emigrarono pure in Paesi europei, soprattutto nella Germania federale e nella Svizzera. Poche migliaia si diressero verso i Paesi extraeuropei: nell’ordine Stati Uniti, Australia, Canada. Un anno, il 1971, dopo del quale le correnti migratorie diminuirono rapidamente o divennero più irregolari, potrebbe servirci come esempio di questo nuovo esodo, per il quale ancora una volta, com’era avvenuto negli ultimi decenni delI’Ottocento, molti piccoli centri si spopolarono e difficilmente si trovò la mano d’opera necessaria per l’agricoltura, la pesca, la pastorizia, cosicché si dovette ricorrere a emigrati tunisini o di altri paesi nordafricani. Quell’anno si ebbero (dati Istat) 40.155 emigrati per il “triangolo industriale”, 15.097 per le regioni centro-settentrionali, 6.205 per il Sud e la Sardegna, 26.360 per l’estero. A questo numero bisogna aggiungere quello degli emigrati per i quali, entro i limiti delle regioni italiane, non si è proceduto a cancellazioni o iscrizioni anagrafiche, gli studenti, trasferiti in università non siciliane – Roma, Milano, Bologna ecc. – i dipendenti statali, che non figurano tra gli emigrati e sono migliaia, e per l’estero i clandestini. Si è detto degli effetti sconvolgenti che ne derivarono per le società cittadine del Nord, specialmente per alcune di esse, tra le quali abbiamo particolarmente ricordato Torino. Il sindaco di questa città Diego Novelli ha dichiarato a Gaetano Scardocchia, che lo intervistava per il Corriere della Sera: “Sono stati presi contadini e pastori, scaraventati dalle campagne nei gironi infernali delle presse e delle verniciature. In questa città è cambiato tutto, costumi, mentalità, tradizioni. Chi non ha casa protesta, ma chi ce l’ha protesta anche lui”. Aveva ragione. Non pensava che gli unici contro cui non si protesta sono quelli di cui si sappia che non tollererebbero le proteste. II sindaco continuava: “La verità è che in questa città bisogna ristabilire un minimo di convivenza civile. Bisogna dire a ciascuno: il tuo vicino di casa è uno come te”. Questo spiegava perché Torino era diventata la capitale del terrorismo italiano. Ma quella era un’altra questione, come lo erano l’assenteismo o il sabotaggio alla Fiat, che aveva trovato i suoi campioni negli ex pastori sardi o nei contadini calabresi o siciliani, come del resto ai suoi tempi il sardo Gramsci era stato nella stessa Torino e per gli stessi operai il campione dell’eversione socialista o comunista. Per mostrare che cosa fosse divenuto il nuovo clima della città, il Novelli aggiungeva qualche particolare sulle sue visite ai nuovi quartieri torinesi. Tra l’altro aveva fatto questa scoperta: vi si erano stabilite settecento famiglie, di cui il municipio ignorava tutto, perfino come si chiamassero. Occupavano abusivamente case comunali e il settanta per cento non pagava neppure il canone d’affitto. Alcune addirittura vendevano l’appartamento: chi subentrava versava due o tre milioni. C’erano state fino a nove compravendite successive di uno stesso appartamento. Se il comune mandava un vigile, gli sbattevano la porta in faccia. I tempi dell’invasione selvaggia sono finiti. I siciliani, che però bisogna distinguere dai calabresi, sardi, napoletani, dall’ex triangolo hanno esteso le loro attività ad altre regioni meno triangolari. Per limitarci alla cronaca più recente, nel febbraio del 1983 è stato arrestato il catanese Vito Lo Giudice, capo o tra i capi della malavita della riviera adriadca. Era accusato di tentato omicidio, estorsioni, spaccio di stupefacenti, di vari attentati contro alcuni alberghi di Riccione, tra cui il Savioli Spiaggia. Il ricavato dalle estorsioni serviva a finanziare il traffico dell’eroina in Romagna. Nella notte tra il 14 e il 15 dello stesso mese di febbraio si conclusero le indagini della DEA e della polizia italiana con l’arresto di decine di mafiosi e di camorristi della Nuova famiglia, i rivali di Raffaele Cutolo, alleati per il commercio della droga e il riciclaggio degli utili. Tra gli arrestati il personaggio più importante era il padrino siciliano Giuseppe Bono, rientrato due mesi prima dagli Stati Uniti. I giornali hanno dato notizia di colossali conti bancari di mafiosi, proprietà immobiliari, pacchetti azionari di società d’importazione ed esportazione, supermarket, depositi in banche svizzere, immense tenute agricole, casinò, industrie negli Stati Uniti, nel Brasile, nel Venezuela. L’alleanza tra gli uomini di Cosa nostra e la nuova camorra era stata rinsaldata in occasione del matrimonio di Giuseppe Bono. Al ricevimento, offerto il 16 novembre 1980 in uno degli alberghi più lussuosi di New York con una spesa di circa due milioni di dollari, parteciparono oltre 500 invitati, venuti anche da Chicago, Palermo, Napoli, Miami, Milano. Contro l’enorme dilatazione degl’investimenti mafiosi in Italia nel marzo del 1983 ha avuto una prima applicazione l’articolo 14 della legge antimafia, entrata in vigore non venti anni fa, quando in Storia, mafia e costume avevo mostrato l’urgenza di quei sequestri, ma dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa. Questo articolo stabilisce che il tribunale può ordinare “con decreto motivato il sequestro dei beni della persona che sulla base di sufficienti indizi, come la notevole sperequazione tra il tenore di vita e l’entità dei redditi apparenti e dichiarati, si ha motivo di ritenere siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”. Quel primo sequestro è stato applicato a carico di Gaetano Fidanzati, noto mafioso palermitano. Gli è stata sequestrata la sua villa bunker di Assago, del valore di oltre mezzo miliardo. Feroci cani da guardia e congegni d’allarme, controllati da un servizio di telecamere a circuito chiuso, ne avevano fatto un sicuro rifugio. Altre di tali ville, come si è detto, erano state attrezzate, specialmente da calabresi, con celle e prigioni sotterranee per i sequestri di persona e forse anche per i nemici da eliminare e torturare. Ma, poiché la mafia è arrivata dappertutto – anche questo è un capitolo della nostra emigrazione –, bisognerebbe fare qualcosa di simile a quella nostra legge su un piano intemazionale, in maniera da colpire i mafiosi dovunque abbiano investito il loro denaro o aperto depositi nelle banche. Occorre una carta delle nazioni contro il crimine.

New Orleans

I fatti di New Orleans furono un segnale d’allarme del pericolo rappresentato dalla delinquenza siciliana. Ce n’erano già state alcune minacciose manifestazioni. Ma allora se ne ebbe una conferma clamorosa. L’America apprese che si era diffuso un contagio, che portava un nome italiano, e che la Sicilia era divenuta, come scrive il Calamandrei nella citata prefazione allo studio di Ed Reid, “l’incubatrice centrale della delinquenza americana”. Si può osservare che, se da quegli anni lontani la mafia ha successivamente cambiato la sua immagine e le attività esercitate, passando dalle estorsioni perpetrate da straccioni analfabeti, quali erano gli emigrati della prima ondata, alla fabbricazione o distribuzione dell’alcool nel periodo del proibizionismo e poi alla droga o al controllo di importanti società azionarie, i suoi metodi, il costume, la vanitosa simbologia non sono mutati. A Nuova Orleans abbiamo già l’uccisione a tradimento di chi non si piega alla sua volontà, o di ufficiali della polizia che si ritengono pericolosi, la corruzione di giudici e giurie, un’imprevedibile potenza economica, la solidarietà tra gruppi operanti anche in città lontane, la viltà dinanzi ai più forti e decisi, la rivalità tra gli emergenti e quelli che vogliono prenderne il posto, la formazione del clan tra membri della stessa famiglia o tra parenti e la trasmissione ereditaria nella gerarchia criminale. Siamo nel 1890. Questo è il racconto di Ed Reid che, ripeto, si è servito di documenti ufficiali: “Il capo della polizia Hennessey si rompeva il cervello: appariva pressoché impossibile trovare la chiave per risolvere il problema di quei delitti in serie. Persone che avrebbero quasi certamente potuto essere degl’importanti testimoni, quando venivano interrogate, si mantenevano evasive”. Quei criminali potevano dunque contare sull’omertà dei connazionali. “Ed ecco, il 1° maggio 1890, New Orleans fu scossa dalla micidiale sparatoria dei Matranga e dei Provenzano. I fatti indicavano che si trattava dell’acme di un’aspra contesa tra Tony e Charles Matranga, membri della frazione della mafia nota con il nome degli Stoppaglieri, e i fratelli Provenzano di New Orleans… I Matranga e i Provenzano si disputavano tra loro certi lavori nel porto di New Orleans, dove c’erano acuti contrasti per lo scarico della frutta… In quella sera di maggio i Matranga tornavano a casa con altri lavoratori portuali in un carro coperto, dopo avere scaricato durante il giorno il piroscafo Foxball. All’incrocio tra le vie Esplanade e Claiborne una salva di fucileria fu scaricata contro il carro da gente appostata tra gli alberi. Tony Matranga gemette di dolore per una pallottola che gli aveva trapassato una gamba. Non c’era quasi alcun dubbio che dietro a quella sparatoria ci fossero i Provenzano e infatti cinque di essi furono arrestati e condannati. L’atteggiamento della polizia in occasione di quel processo fu per lo meno strano. Numerosi agenti testimoniarono in favore degl’imputati…, tanto che gli agenti furono accusati di aver protetto i Provenzano… La sera del mercoledì 15 ottobre Hennessey… si recò al suo ufficio al distretto centrale della polizia… e quindi… si diresse a casa sua… Ed ecco che poco dopo, quando stava per infilare la chiave nella serratura della porta di casa, …sei proiettili lo colpirono”. Cercò di difendersi estraendo la rivoltella. Ma fu finito dagli assalitori. La sparatoria era stata udita dal capitano William J. O’ Connor, di un vicino posto di polizia, che corse con Tarma spianata. Hennessey giaceva ferito sugli scalini del suo portone. Morì dieci ore dopo al Charity Ospitai. Prima di morire accusò gl’”italiani”. “Due consessi di giurati si occuparono della questione. Uno di essi trattò dell’esistenza della mafia nella dichiarazione che segue. La nostra inchiesta ha dimostrato l’esistenza dell’organizzazione segreta denominata Mafia. La prova ne vien data da varie fonti perfettamente attendibili e da una lunga serie di sanguinosi delitti, dei quali è stato pressoché impossibile scoprire gli autori o trovare testimoni… Sono noti ì nomi dei capi della mafia e di molti dei suoi membri. Tra essi ci sono individui nati in America da famiglie italiane, gente che usa la sua potenza per i fini più bassi e cadendo così in disgrazia per l’eternità”. Per un americano la dannazione eterna aveva un significato. Per quei criminali non c’erano che l’agguato, l’assassinio e la sete del denaro. Se possiamo chiamarli mafiosi, appartenevano a una specie sotto alcuni aspetti nuova: quella del gangster. Il documento riportato da Ed Reid sull’inchiesta della giuria di New Orleans precede di sessantanni l’inchiesta Kefauver. Passerà molto tempo. Robert Kennedy, relatore parlamentare dell’inchiesta Meclellan, descriverà non molto diversamente il ruolo del gangster in The Enemy Within (Il nemico in casa). Passano altri anni. Nel gennaio del 1983, sebbene l’amministrazione Reagan abbia intensificato la guerra al crimine organizzato, il Segretario della giustizia William French Smith e il direttore dell’Fbi William Webster dichiarano dinanzi alla Commissione di giustizia del Senato che i profitti del crimine organizzato erano talmente grandi, che gli Stati Uniti si dovevano ritenere battuti tanto per gli uomini quanto per le armi. La mafia e altre simili organizzazioni, che ne avevano seguito il modello, erano riuscite a imporsi nel mondo degli affari, dell’industria, dei sindacati, dello sport, dei tribunali, del governo. Ormai poche ditte o industrie non erano contaminate da imprese criminali. Lo Smith aggiungeva: “L’ammontare in dollari è così alto, che la corruzione minaccia le fondamenta della legge e la sua applicazione”. Sebbene negli ultimi due anni gli agenti federali abbiano sequestrato 400 milioni di dollari, non si è riusciti ad arrestare la potenza della mafia. In molte imprese essa riesce a imporsi con l’intimidazione o la corruzione. È terribile pensare che con l’assassinio e il tradimento questa gente abbia potuto trionfare di un popolo coraggioso, che aveva saputo combattere per la sua libertà, che aveva creato ogni giorno, e per tutto il mondo, le basi di una vita nuova e più umana, continuando, si può dire, fino ai nostri tempi la tradizione dei pionieri. Che avrebbero inferto un colpo mortale alla civiltà americana, se non si fosse combattuta con estrema decisione la civiltà degli assassini, lo dichiarò il sindaco di New Orleans, allorché si conobbe il verdetto della giuria nel processo che seguì l’uccisione di Hennessey: insufficienza di prove per tre degl’imputati e incolpevolezza per gli altri. Quel sindaco portava un nome glorioso, in quei giorni quasi un simbolo della civiltà minacciata. Si chiamava Shakespeare. Torniamo al racconto di Ed Reid. Poiché era chiaro che i giurati erano stati comprati e fino ad allora i siciliani si erano ammazzati tra di loro, mentre ora sfidavano la legge stessa e la città da lui rappresentata, le sue dichiarazioni interpretavano l’indignazione e la preoccupazione dei cittadini. “Impudente oltre ogni limite”, egli disse, “è stato il loro colpo alla prima vittima americana. Uno splendente bersaglio è stato scelto da essi per scrivere con la mano assassina il loro disprezzo per la civiltà del nuovo mondo. Ci impegniamo con tutto ciò che ci è sacro nella vita perché questo colpo sia il primo e l’ultimo. È chiaro che i ribaldi che hanno compiuto questo misfatto, sono solo gli strumenti di altri che stanno sopra di loro e sono più potenti di loro. È da troppi anni che si parla d’una associazione delittuosa dello stiletto, che esiste tra i siciliani della nostra città”. Si direbbe che questo discorso sia stato fatto appena ieri. È passato quasi un secolo. Al coltello (per il quale i meridionali s’indicavano con il termine spregiativo di Dago) sarà sostituita la pistola o la lupara. Ma i metodi sono rimasti immutati. Era stato accertato che la mafia aveva raccolto 75.000 dollari a New Orleans e in altre città. Questa somma – enorme per quei tempi e per una mafia formata in gran parte da pezzenti, ben lontani dai ricchi traffici di anni più vicini a noi – confermando la verità delle dichiarazioni del sindaco sugli alti papaveri alla testa dei sicari, era stata impiegata per comprare gli avvocati e la giuria. Il processo si era infatti concluso come oggi si conclude in Italia e in America la maggior parte dei processi a carico di mafiosi. Ma a New Orleans non c’erano solo avvocati e giurati vendibili. C’era un popolo, che insorgeva contro la sopraffazione e sapeva insorgere con i fatti, non con le chiacchiere o i cortei che oggi si fanno in Italia. “Una società bene ordinata”, aveva aggiunto Shakespeare, “non può tollerare l’esistenza di un’organizzazione di assassini. Se un’organizzazione di questo genere esiste, essa deve perire, perché altrimenti è condannata a perire la comunità. I siciliani che vengono qui debbono diventare cittadini americani, soggetti alle leggi della nostra Nazione, o altrimenti non ci può essere posto per essi nel nostro continente”. “Nuovo olio fu buttato su questo fuoco dall’arrivo a New Orleans di due navi che vi sbarcarono 1800 immigrati siciliani. Già si stava per far dirottare le due navi, ma il sindaco e altri funzionari permisero lo sbarco dei siciliani, non senza un severo controllo, da cui risultò che tra essi vi erano numerosi criminali”. “Dopo il verdetto…, che di fatto rimetteva gl’italiani in libertà, vi erano tuttavia delle formalità da sbrigare, per cui gli accusati dovevano tornare in prigione… Il giorno dopo l’annunzio del verdetto un avvocato di New Orleans, W. S. Parkerson, tornando al suo studio vi trovò raccolti alcuni eminenti cittadini. Dissero che desideravano discutere i risultati del processo”. Non ammettevano che si potesse restare indifferenti dinanzi a quello che era avvenuto. Seguì un affollato comizio, nel quale lo stesso Parkerson portò al parossismo la folla ansiosa di farsi giustizia. “Le cose sono giunte a un punto talmente critico, che degli uomini che vivono in una comunità civile, vedendo le loro leggi inefficienti e violate, sono costretti a farsi giustizia da sé. Dove i tribunali mancano alla loro funzione, il popolo deve agire”. Voleva dire che il popolo riprendeva temporaneamente nelle sue mani i poteri delegati agli organi di governo, che non avevano fatto il loro dovere. I siciliani furono linciati. Il ministro degli Esteri, che era allora il marchese Di Rudinì, telegrafò al barone Fava, ambasciatore a Washington, di chiedere al segretario di stato Blaine che fosse data ufficialmente assicurazione da parte del governo federale che i responsabili dell’eccidio sarebbero stati processati e condannati e che si riconoscesse l’obbligo di un indennizzo alle famiglie delle vittime. Blaine rispose che non riconosceva ad alcun governo il diritto di dire agli Stati Uniti quello che dovevano fare e che il suo governo era assolutamente indifferente per ciò che in Italia si poteva pensare delle istituzioni federali. Di Rudinì colse l’occasione per uno di quei gesti di fierezza patriottica che in Italia si accolgono con tanto favore, e arrivò a minacciare la guerra. L’Italia aveva allora 22 navi di “prima classe” e gli Stati Uniti una e incompleta. Fortunatamente per noi la guerra non si fece. Non si può escludere che la nave americana avrebbe potuto fare quello che contro le nostre incursioni aeree su Malta si fece da un solo piccolo apparecchio inglese. Nessuno dei nostri patrioti pensò che l’Italia non aveva il diritto di spedire i suoi delinquenti, protetti dai tribunali e dai politici, a turbare la tranquillità di un paese straniero. Con il che non si vuole giustificare il linciaggio, sebbene quei criminali meritassero pienamente la pena di morte. Vogliamo solo mostrare che contro una delinquenza tanto pericolosa le leggi comuni, specie se applicate da tribunali corrotti, non servono a niente. New Orleans fu allora liberata dai mafiosi. A liberarla avevano provveduto i suoi cittadini. – o m i s s i s –

Prediche e cortei

La recrudescenza dei delitti mafiosi, la più estesa infiltrazione della mafia negli organi del potere politico, burocratico, giudiziario, la diffusione della droga hanno determinato dalla seconda metà del 1982 una spettacolosa campagna antimafia, fatta di prediche, cortei, particolarmente di ragazzetti delle scuole medie, compiti in classe e naturalmente insopportabili tavole rotonde di intellettuali. Che non dovessero servire a nulla, era prevedibile. I delitti di mafia sono aumentati, la droga si diffonde in misura più preoccupante (e forse dopo i sequestri ritorna sul mercato, come del resto è avvenuto con le sigarette di contrabbando vendute dalla Direzione dei Monopoli: chi ha mal visto che i sequestratori l’abbiano distrutta pubblicamente, come avviene negli Stati Uniti? Si può pensare che quelli che dovrebbero custodirne le enormi quantità sequestrate, per un valore di molte centinaia di miliardi, siano rimasti o possano restare in futuro sempre indifferenti dinanzi a una tale ricchezza?), e tutto ciò mentre funzionari e magistrati si vendono o si fanno istigatori del crimine tanto frequentemente, che ormai gl’incorrotti o incorruttibili – ce ne sono ancora e non pochi – cominciano a destare l’indefinito sospetto delle cose che non rientrano nelle regole comuni e accettate. Basta seguire la cronaca dei giornali. Per citare uno solo dei molti clamorosi casi recentemente scoperti – e non sono certo il maggior numero – il Consiglio superiore della magistratura ha inviato tre osservatori per indagare sulla Procura della repubblica di Catania, accusata di aver insabbiato un voluminoso rapporto della polizia e dei carabinieri sulle relazioni tra i mafiosi o delinquenti catanesi e la mafia palermitana. In queste condizioni parlare di leggi più severe non serve a niente. Non servono neppure le indagini sui conti in banca o sulle ricchezze acquistate con il delitto. Sarebbero certamente efficaci. Ma le leggi non bastano. Bisogna applicarle e, quando questa è la macchina dello stato, non si può sperare che se ne trovino gli esecutori che sarebbero necessari. L’opera degli onesti diventerebbe inutile di fronte all’alleanza dei disonesti, dei delinquenti e di quelli che dovrebbero colpirli. La “cura” di Mori riuscì tanto efficace, che ancor oggi i superstiti, da non confondersi con i nostalgici, la ricordano come gli anni in cui “si poteva dormire con le porte aperte”. Ma al governo c’era allora Mussolini, che a Mori aveva consentito di ricorrere a quei mezzi, e non era ancora divenuto l’insopportabile retore di una grandezza imperiale, in cui non credeva. Lo stesso Mori in Con la mafia ai ferri corti riporta i dati della provincia di Palermo. Ne riferiamo quelli del 1922 e del 1928, prima e dopo la cura. Nel 1922 ci furono 223 omicidi, 25 nel 1928, mentre per le rapine si passa da 246 a 14, per le estorsioni da 56 a 6, per i grandi abigeati da 51 a 6. Tutto ciò era stato possibile anche perché la mafia non disponeva più del potere polìtico. Non poteva far sentire il suo peso nell’elezione dei deputati, che venivano scelti dal regime, e neppure dei sindaci, sostituiti da podestà non elettivi.

La storia continua

Ma anche non continua. È possibile parlare ancora di mafia? Dove tutto è diventato mafia, nulla più è mafia. Le proccupate dichiarazioni di Smith e Webster dinanzi alla Commissione di giustizia del Senato americano si riferiscono alla potenza economica dei mafiosi e ai loro enormi guadagni. In Italia questa corruzione è probabilmente più estesa e profonda. Non ho i dati comparativi – né credo si possano avere – su quello che al riguardo avviene nei due Paesi. Ma, se fosse vero il contrario, se la polizia, i giudici, i funzionari americani fossero più facilmente vendibili, questa corruzione non sarebbe così rovinosa come lo è quella che vediamo dilagare in Italia. Gli Stati Uniti esistono. Sono una realtà viva nell’anima degli americani, nella tradizione della loro storia o delle istituzioni di cui vanno orgogliosi. L’Italia è peggio di un’espressione geografica: è un’espressione retorica. Oltre tutto negli Stati si può ancora parlare di una tradizione mafiosa. I padrini vi sono possibili. Hanno ancor oggi il loro sustrato naturale nelle piccole Italie, che, pur in condizioni di vita tanto diverse da quelle del passato, non sono del tutto scomparse dai vecchi quartieri o si sono trasferite altrove, talvolta mantenendosi fedeli ai costumi paesani. Per altro abbiamo visto che la mafia esercita in America una funzione analoga a quella di tutela dell’ordine, per la quale dal 1820 i mafiosi combatterono in Sicilia i contadini ribelli e in ogni tempo la piccola delinquenza comune. Negli Stati Uniti hanno combattuto in più occasioni la delinquenza negra o anche il terrorismo (credo che abbiano realmente contribuito alla liberazione del generale Dozier), Se in America il gangster è divenuto qualche volta un padrino, in Italia si è avuto il fenomeno opposto. Oppure dovremmo parlare di industriali della droga o di affaristi, specie nel campo degli appalti, o di delinquenti organizzati – non però mafiosi – nelle estorsioni o nelle rapine o in altri delitti. Se qualcosa resta del vecchio mafioso, dobbiamo riferirci al disprezzo con cui chi riesce a corromperlo per i suoi illeciti affari guarda il giudice o il funzionario comprato. L’eredità mafiosa – la sola ormai possibile – sopravvive nell’orgogliosa e non nascosta superiorità di chi mette in pericolo la sua vita, sul parassita, che si avvale della poltrona per ricattarlo e fargli pagare i suoi favori.

APPENDICE

– o m i s s i s –

Civiltà del conversare: le osterie

A proposito della distinzione tra le civiltà chiuse della non comunicazione, com’è quella della Sicilia, e le civiltà aperte o del conversare, e del gran posto che in queste ultime hanno avuto le osterie e in un secondo tempo i caffè, può osservarsi che in Sicilia (ma non solo in Sicilia) l’oste o il bettoliere è stato in ogni tempo considerato nel numero delle persone “infami”, quasi come le prostitute e i lenoni. ommm—————- L’osteria invece, di cui si conosce il padrone, che, come accade o accadeva in Francia, non mancava di bere il suo bicchiere con i vecchi dienti abituali, era qualcosa tra il pubblico e il privato. Quando si sedeva al proprio tavolo, sempre quello, in quell’angolo, si sentivano come a casa propria e nello stesso tempo fuori dalle pareti domestiche: uomini tra gli uomini. Ma tutto ciò supponeva la possibilità di conversare con il primo venuto, con l’avventore capitato a caso, così come si conversava con gli amici che si ritrovavano alla stessa ora per la solita partita alle carte. In Sicilia non si conversa e neppure si beve. L’ubriachezza, considerata con simpatia e indulgenza perfino nella puritana Inghilterra del secolo scorso, o non esiste o si giudica severamente. Tra l’altro la mafia non può fidarsi di chi beve. Sobrietà, silenzio, omertà, asocialità sotto questo aspetto possono considerarsi come le varie facce della stessa realtà. – o m i s s i s –

Quando comincia l’avversione tra Nord e Sud

Uno dei primi accenni se ne deve vedete in una lettera di Vincenzo Cuoco al fratello Michele (Milano, 7 gennaio 1802) “Io ho dovuto vivere in un paese forestiero, in un paese… dove siamo malvisti perché stranieri, e dove ogni giorno ci sentiamo i complimenti di affamati, di miserabili, che stiamo qui ad assassinar la Cisalpina, e dove, se sembriamo miserabili, siamo sempre disprezzati e malvisti”. – o m i s s i s –

La mafia e i luoghi comuni classisti

In MAGISTRATURA DEMOCRATICA, Mafia e istituzioni, il primo capitolo, di RAIMONDO CERAMI, GIUSEPPE DI LELLO, GIUSEPPE GAMBINO, tratta della “mafia e delle realtà politico-sociale” della Sicilia. Come al solito, in questi scritti di dichiarata ispirazione di sinistra si ritrova l’errore di tutto riportare a un classismo o a divisioni di classi, che non esistono, e di attribuire quindi alla “borghesia” le colpe di quello che non va come dovrebbe andare. Per esempio, a p. 15 si legge: “Il blocco agrario… lungi dall’essere sconfitto si andava riconvertendo. Con l’autonomia regionale la borghesia otteneva preziosi strumenti di potere economico e finanziario che utilizzava sapientemente… Da agraria la borghesia mafiosa diventava urbana”. Ma un blocco agrario non è mai esistito. Che poi la mafia si sia dedicata ad attività urbane, è cosa risaputa. Più oltre gli stessi autori deplorano “il grande sacco della città, del territorio, degl’imprenditori edili, del credito facile agli amici”. Sul che si deve osservare che il sacco della città ha permesso a gran parte della popolazione di Palermo – circa i nove decimi – di trasferirsi nei nuovi quartieri residenziali dalle vecchie case o tuguri del centro storico, rimasto quasi qual era, privi di aria, di luce, di impianti igienici e infestati da topi in agguato dai tempi dei Borboni. In tali deplorazioni si risente l’eco della sciocca condanna intellettualistica di quello che si è chiamato il consumismo. In particolare, per ciò che si riferisce alla mafia, si deve ammettere che in qualche caso ha contribuito positivamente all’attuale sviluppo edilizio. Un’imprenditoria audace, decisa, senza scrupoli ha permesso la nascita di una nuova grande città, tutto sommato, in alcuni suoi rioni non così brutta come si è voluto far credere. Per altro tali imprenditori non debbono dirsi più criminali di quelli che nella prima fase dell’era industriale, specie in Inghilterra, facevano lavorare fino all’esaurimento, fino a quattordici ore al giorno, bambini di otto o sei anni, o dei mercanti americani di schiavi.

I giudici stabiliscono la legittimità della rapina

Parallela all’escalation della delinquenza se ne osserva un’altra: quella dell’arbitrio della magistratura in favore dei delinquenti e contro le loro vittime. Qualche tempo fa sono stati assolti gli autori di ripetuti furti nei supermercati. Ora si è fatto un passo avanti. Un giovane, responsabile di una rapina contro una povera donna, arrestato subito dopo per l’intervento di due negozianti e condannato, è stato assolto nella sua qualità di disoccupato dalla corte d’appello di Milano (gennaio 1979), “perché il fatto non costituisce reato”. Il che significa che ai disoccupati o sedicenti tali si riconosce il diritto di rubare o rapinare. Non si vede perché non si siano condannati i due negozianti (poi si deplora che la geme assista inerte alla violenza criminale) o perché non sia stato ancora proclamato il diritto del proletariato a uccidere i non proletari. – o m i s s i s –

Un’esemplare ottusità meridionalista: Guido Dorso

Nel 1925 l’avellinese Guido Dorso pubblicò uno dei libri più sciocchi che si siano scritti sui problemi del Mezzogiorno. S’intitola La rivoluzione meridionale, e gli procurò una fama immeritata. Nella letteratura meridionalistica si possono ricordare molte cose serie e sennate, ma più spesso accade che la misura della celebrità sia quella stessa delle sciocchezze scritte e proclamate. La tesi del Dorso è questa: la rivoluzione del Risorgimento è fallita (il solito tema della rivoluzione tradita o incompiuta di chi non capisce che tutte sono incompiute: esiste forse una storia compiuta o pervenuta alla sua meta?), per- ché mancava di una classe dirigente capace di sostituire quella che aveva governato il Paese prima dell’unificazione. La nuova élite potrà costituirsi dalla piccola borghesia intellettuale o umanistica del Sud, la sola capace di una “funzione critica” e di una lotta intransigente contro ogni cedimento o trasformismo. In che modo questo ceto, più di ogni altro educato all’elastica morale delle clientele, come può desumersi da una lunga esperienza, potesse assumersi il compito di un rinnovamento radicale del carattere degl’italiani, il Dorso si è ben guardato dallo spiegarlo. In compenso abbondano le solite rifritture: “La nostra terra… divenne dopo la conquista piemontese colonia di sfruttamento del capitale settentrionale in formazione, che non soltanto niente fece per aiutare il Mezzogiorno a risolvere la sua crisi secolare, ma fu invece interessato a impedire ogni suo progresso economico e sociale”.

Il vertice di Cancun

Vittimista non è solo il nostro Mezzogiorno. I paesi che si dicono sottosviluppati, per il fatto che non sono, né del resto in molti casi saranno capaci di uno sviluppo civile, si considerano le vittime dei paesi industrializzati. I termini della questione sono questi. Ogni cinque giorni la popolazione mondiale aumenta di un milione di nuovi nati. Tale aumento è dovuto per il 90 per cento ai Sud del mondo. Il Nord — un Nord ideale o socioeconomico, non geografico – con un quarto della popolazione della terra rappresenta l’80 % del com- mercio, il 70 % della ricchezza, il 90 % delle industrie, la quasi totalità della tecnologia e della ricerca scientifica. Tutto dò, questa ricchezza, che non è certo piovuta dal cielo, ma si deve al lavoro, alla disciplina, all’intelligenza creativa degli accusati, costituisce per essi un motivo di colpa. Per il Terzo mondo l’America – con l’Inghilterra, la Francia, il Canadà, l’Australia, la Germania, il Giappone – sarebbe colpevole, anche quando lo ha liberato dalla febbre gialla, dalla malaria, dalla lebbra o ha introdotto quelle tecniche che, trasformandone l’agricoltura, avrebbero potuto contribuire a combattere la fame di milioni di uomini, se l’incontrollato aumento delle nascite non avesse reso per tanta parte inutili i progressi realizzati. Per conto loro i nostri intellettuali, sempre pronti a mettere sotto accusa il capitalismo o gli Stati Uniti, non pensano che non è razzismo affermare che probabilmente un Einstein si deve ritenere più intelligente di certi gloriosi cannibali africani o che la media dell’intelligenza di alcuni popoli è superiore alle medie deeli altri o che infine questa superiorità coincide con i progressi della scienza, delle industrie, dei commerci. Né sospettano che da razzisti è invece il loro vittimistico moralismo. Questo è un aspetto, forse il più grave, della crisi del nostro tempo: la negazione di ogni civiltà cui si possa guardare come a una guida o a un modello. Il mondo moderno sorge dal Rina scimento italiano e più tardi dall’illuminismo inglese e francese. Nel Settecento si guardava all’Inghilterra e alla Francia. Da Londra o da Parigi, divenute le capitali della vita civile, s’importavano le mode, i costumi, le leggi, le istituzioni, le macchine, i libri, il progresso scientifico. Si pensava che non si sarebbe potuto diversamente evitare di esser tacciati di rozzezza o di barbarie. Oggi, mentre i cannibali si ritengono i veri rappresentanti dell’irttelligenza, l’Occidente deve continuare a subire il ricatto dei paesi arabi. Comunque i colloqui di Cancun hanno lasciato le cose come si trovavano. Era prevedibile. Se ne deve però registrare un aspetto positivo: la secca smentita di Reagan alle illusioni degl’ideologi del Terzo mondo, per i quali l’Onu, trasformato in un organo legiferante con il voto paritetico di tutti i suoi membri, avrebbe dovuto dare una soluzione globale dei diritti degli oppressi. Ne sarebbe derivato che gli stati africani e asiatici, compresi quelli in cui di fatto sussiste ancora la schiavitù o il cannibalismo è giudicato meritorio e onorevole, avrebbero avuto il diritto di imporre agli Stati Uniti e agli altri coimputati un annuo doveroso tributo, così da eguagliare i ricchi e i poveri. Ma i globalisti non hanno pensato che c’è qualcosa di più essenziale, che rifiuta questa eguaglianza: la forza o la capacità dei cervelli. – o m i s s i s –

Storia ultima

Le pagine precedenti, in parte scritte intorno al ’76, appaiono ormai quasi riferibili a un periodo preistorico rispetto a quello che è avvenuto negli ultimi anni con le attività delinquenziali, sempre più estese, di politici, burocrati, magistrati, alti ufficiali delle Forze dell’ordine, divenuti ora i complici, ora gl’istigatori del crimine. L’Italia sta diventando una vasta P2: un’associazione a delinquere, in cui gli accusati, difendendosi reciprocamente, rendono vane le denunzie e perfino le condanne più gravi, amnistiate o riformate in appello. Un altro aspetto di questa anarchia deve vedersi nella quasi costante presenza in quei crimini di rappresentanti meridionali dell’apparato statale: un siciliano è stato il comandante generale della Guardia di Finanza, complice delle grosse frodi perpetrate dai petrolieri. Meridionali, per citare un altro esempio, sono pure quei pezzi grossi accusati nell’ottobre del 1981 delle “cose da pazzi” che avvengono nella questura di Napoli: “refurtiva che sparisce, malviventi che scompaiono nel nulla, boss che si eclissano dalle camere di sicurezza”. Ma accadono cose anche più gravi. I corrotti debbono comprendersi tra gli assassini, se i boss possono ordinare il trasferimento da un carcere all’altro dei carcerati da essi condannati a morte e dei killer che debbono eseguire la condanna: alcuni, anche del Ministero, puntualmente obbediscono a questi ordini. – o m i s s i s –

Nord e Sud in Finocchiaro Aprile

Abbiamo detto del separatismo di Finocchiaro Aprile. Ricordo i suoi comizi dal 1943 al 1945, gli anni nei quali il movimento che in lui riconosceva il suo capo, ebbe le maggiori affermazioni. L’entusiasmo dei siciliani di ogni condizione sociale, dai contadini ai grossi notabili e agl’intellettuali, era quello con cui si può accogliere un liberatore. Dal giugno 1919 al maggio 1921 era stato sottosegretario dei ministero Nitti, cui abbiamo accennato per le sue teorie meridionalistiche. Ma andava più in là. Nel discorso sulle Ragioni della Sicilia, tenuto nel teatro Bellini di Palermo il 16 gennaio 1944, affermò tra l’altro: “Nulla mai fu fatto di serio per la Sicilia… Tutti i maggiori benefici furono sempre riservati al Nord, tutte le industrie furono fatte sorgere fuori dell’isola e quelle stesse che stentatamente, superando ostacoli d’ogni genere, si erano costituite tra noi, in breve dovettero perire, soffocate dalla sleale concorrenza privata continentale”. Come si vede, non dimenticava nessuno dei più vieti e insulsi luoghi comuni del vittimismo meridionalistico. Anche le industrie del Nord sarebbero un’altra prova di questa continuata sopraffazione. Non saprei dire fino a che punto credesse in queste sciocchezze. Tuttavia, dello stato d’animo dei siciliani si rese conto solo fino a un certo punto. Non capì che il vittimismo non era solo la rivendicazione di diritti conculcati, sì anche il rifiuto dellTtalia e quindi della retorica ufficiale: il simbolo di una Sicilia che non voleva essere defraudata della sua anima antica. Perciò molti rimasero delusi del suo repubblicanesimo. La Sicilia era monarchica. Nel re si vedeva l’antipolitica: non era il fascismo. Ugualmente nella sua proposta di espropriare il latifondo si vide un pericoloso demagogismo. – o m i s s i s –

Tags: , , , ,

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *