Turchia e Unione Europea, un binomio disastroso

Filed in etnismo, geopolitica, turchia by del 01/09/2003
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Mentre scriviamo, una sorta di secondo fronte – per ora più diplomatico che militare – si sta aprendo lungo i confini settentrionali dell’Iraq. Quali saranno le prossime mosse della Turchia non è chiaro, ma le scelte di Ankara avranno una grande influenza sugli equilibri della regione. Uno scenario determinante per i futuri rapporti interni della Nato, per la tranquillità degli USA, spesso ammoniti sui rischi di una propagazione dei conflitti nel Vicino Oriente, e soprattutto per l’incolumità dei curdi. Ma anche, sebbene se ne parli poco, per l’Unione Europea.
I rapporti del nostro superstato con il governo turco si fondano in apparenza su due fraintendimenti: uno, clamoroso, che i turchi siano europei; l’altro, più sottile, che la Turchia sia un paese laico. Cominciamo da quest’ultimo.
Come ci ricordano i libri di storia, il Turco ha incarnato l’Antieuropeo per secoli dopo avere strappato agli arabi il ruolo di armata del Profeta; solo al crepuscolo dell’impero ottomano e con l’avvento di un regime ultralaico – quello di Kemal Atatürk – le terre cristiane hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Allo stato attuale, mentre sono ancora gli arabi a dirigere la lotta millenaria dell’Islam, la Turchia, unico paese di religione musulmana nella NATO, non solo è schierata con gli occidentali ma ha addirittura mostrato simpatia per Israele e preme per l’ingresso nella UE. Sembrerebbe tutto a posto, in termini di relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa, tutto cristallino: un paese democratico, proiettato verso la moderna concezione occidentale, non più religioso di una Germania o di una Spagna, pur con le dovute differenze teologiche. Nella realtà, invece, il suo tessuto sociale non ci sembra europeo e neppure filoeuropeo, bensì europeizzante. O meglio, europeizzante è soprattutto la struttura di potere cosiddetta “secolarista”, erede di Atatürk, rappresentata dai plutocrati e dalle forze armate. E con l’avvento del partito islamico AK non possiamo neppure affermare con certezza che sarà questo nocciolo duro a tracciare le linee di comportamento per il futuro.
Per intendersi sul concetto di “europeizzante” bisogna risalire non tanto alla rivoluzione kemalista quanto all’impero ottomano del XIX secolo. Come è noto Mustafà Kemal detto Atatürk, il padre della Turchia moderna, avviò negli anni Venti una campagna di laicizzazione dello stato e della società, non limitandosi ad allontanare i religiosi dai centri di potere, ma accanendosi sui simboli stessi dell’appartenenza al levante islamico: impose l’alfabeto latino al posto dell’arabo, proibì il fez (oggi sostituito dalla coppola), bandì l’ordine dei Sufi, tentò in definitiva di trasformare per decreto la propria popolazione in un’altra. Il seme del kemalismo era però già stato gettato dalle autorità ottomane un secolo prima. Accorgendosi che l’impero era sempre più debole di fronte all’Europa, che questa aveva capacità immensamente superiori di costruire armi e inventare nuove tecnologie, i sultani non videro altra soluzione che adottare gli usi del più forte; e riforgiarono le proprie strutture sul modello occidentale, dalle forze armate alle istituzioni pubbliche, dal sistema economico alla vita quotidiana. In questo senso alle sue radici la moderna Turchia fu (ed è) europeizzante: nata cioè da un rivolgimento che non la portò né a diventare europea né a essere filoeuropea, trattandosi al contrario di una scelta difensiva, un artificio per tener testa allo strapotere militare ed economico dell’occidente.
Far propria la visio mundi del nemico per necessità, senza amare né questo né quella, alla lunga non paga. Non stupiamoci se oggi circolano frasi rabbiose come la seguente: “Quando il nostro paese abbracciava l’Islam, era il leader del mondo musulmano; una volta adottato il secolarismo, è diventato il lebbroso d’Europa e non riceve altro che umiliazioni dall’Occidente”. Mettiamoci nei loro panni e non ci riuscirà difficile comprendere la frustrazione dei credenti. L’Islam turco ha in fondo anche più motivi di quello arabo per covare rancori, se è vero che la caduta dell’impero è dovuta non solo a un nemico esterno ma all’autoespoliazione dell’islamismo per l’occidentalizzazione; e oltre al danno, la beffa di avere irriso l’Islam quale causa della povertà e dell’inettitudine nei confronti degli europei…
La rabbia endemica della popolazione turca musulmana può sfuggire soltanto ai politi resoconti delle nostre strutture comunitarie, più preoccupate dei prodotti interni lordi e saltuariamente della (sistematica) violazione dei diritti umani. Ma un’occhiata alla cronaca politica degli ultimi decenni ci dice che “il partito islamico”, indipendentemente dalle sigle del momento, è sempre arrivato a un passo dal potere, e quando l’ha raggiunto ne è stato scalzato da interventi assai prossimi al golpismo. Votati dalla gente e poi resi incostituzionali, oppure bruciati dal Consiglio di Sicurezza maneggiato dai generali, i vari movimenti hanno sempre invocato, parallelamente alla fede, una peculiarità etnosociale per la Turchia in tutto e per tutto difforme dall’immagine moderna propalata al mondo dall’establishment kemalista. Il leader storico delle forze clericali, Necmettin Erbakan, già negli anni ’70 tuonava che la Turchia, storicamente, geograficamente, culturalmente, non apparteneva all’Europa ma all’Oriente, l’Oriente musulmano e fedele il cui sacro compito era ergersi a muraglia contro il minaccioso strapotere dell’Ovest.
Da notare che Erbakan, passato attraverso alcune sigle partitiche di scarsa fortuna, e non certo per colpa dell’elettorato, arrivò al governo nel ’96 con il Refah Partisi. Di nuovo si udirono le invocazioni di riscossa e la decisa collocazione della Turchia nel mondo asiatico. Di nuovo i kemalisti reagirono con pressioni a tutto campo affinché si chiudessero le resuscitate scuole coraniche e negli uffici pubblici ciascuno si vestisse da bravo europeo. Un seguace di Erbakan, l’ex sindaco di Istanbul Tayyip Erdogan, venne arrestato nel ’98 e condannato a dieci mesi per aver incitato all’odio religioso e per aver letto in pubblico il poema di un ideologo del panturchismo (questo del panturchismo è un aspetto fondamentale di cui riparleremo). Come primo cittadino Erdogan aveva proibito gli alcolici nei locali e si era espresso contro l’adesione alla UE e a favore dell’uscita dalla NATO.
Erbakan venne silurato dai militari appena un anno dopo l’elezione. Da quel momento in poi, secondo alcuni analisti turchi, è probabile che i politici clericali abbiano deciso di adottare una strategia di minor profilo per tranquillizzare gli avversari e continuare la loro opera senza la paura delle autoblindo. Molto interessante l’intervista rilasciata a un giornale di lingua inglese da una sociologa dell’Università di Istanbul. Per la docente l’autodecantata moderazione del partito AK, gli islamici attualmente a capo del governo di Ankara, sarebbe solo una pietosa finzione. Che metterebbe a rischio soprattutto i giovani, educati all’odio dalle scuole islamiche: “Cosa gli insegnano? Conosco personalmente alcuni casi. Per esempio una bambina di nove anni, di Istanbul. I suoi avevano i soldi per mandarla alla scuola islamica, ma lei non sapeva leggere. Ebbene, non sa ancora leggere. Ma una cosa la sa: che se ti metti lo smalto sulle unghie vai dritta all’inferno. Ciò è gravissimo. Costoro vogliono che i bambini siano educati sin da piccoli in questa direzione, alimentando un odio implacabile per tutto quanto è laico ed europeo. Dei piccoli talebani, per capirci.”
E non c’è da stupirsi, se si considera che l’Erdogan a capo dell’AK è lo stesso ex sindaco di Istanbul condannato per il suo incitamento all’odio religioso.

Quale Europa?

Tornando ai rapporti tra l’Unione Europea e la Turchia, dicevamo che le nostre autorità centrali tendono a rifilarci l’immagine di questo paese come se fosse uno dei tanti, laici ed europei, in attesa di entrare nella federazione.
Di laico, fino a qualche tempo fa, si poteva dire che ci fosse il governo. Ora non più. Quanto alla popolazione, la maggioranza sembra essersi espressa votando una classe politica clericale e con le stimmate dell’antieuropeismo. (Un antieuropeismo ufficialmente negato. Non dimentichiamo che l’UE, in base agli accordi di preadesione, ha versato ad Ankara 376 milioni di euro non rimborsabili dal ’96 al ’99, e che la Banca europea per gli investimenti concederà alla Turchia un totale di 6425 miliardi di euro nel periodo 2000-2007!) Oltre a ciò basterebbe leggersi l’elenco dei gruppi turchi appartenenti al terrorismo islamico – decine, spesso foraggiati dall’Iran – per renderci conto che una fusione tra le nostre comunità umane non sarebbe delle più indolori.
Sull’europeità, ben poco dobbiamo aggiungere alle parole degli islamisti turchi. La loro è un’etnia asiatica che secoli fa si è spinta fino alle rive del Mediterraneo e si estende, al di fuori della repubblica turca, fino ai confini della Cina, anzi oltre. Con ciò, tanto di cappello per la sua storia e la sua cultura. Ma che c’entra con l’Europa?
A qualcuno magari interessa che l’Unione rappresenti il ritorno all’età dell’oro dell’Europa “europea”, dopo la parentesi di frammentazione e sfacelo operata dai cosiddetti stati nazionali di stampo ottocentesco. Europa come insieme di genti e culture di fatto unite sin dai tempi dell’impero romano, con punte elevate nel periodo rinascimentale in cui esistevano una lingua franca, una concezione dell’arte, una filosofia. Persino i cognomi, latinizzati, rendevano difficile riconoscere la provenienza di scienziati, letterati o semplici mercanti. Insomma, un’Europa “umanamente” unita. Per altri, evidentemente, l’Unione Europea è un country club in cui basta dimostrare di essere solvibili per essere ammessi. A favore della prima idea si è espresso con estrema durezza Valéry Giscard d’Estaing, sostenendo che l’ingresso della Turchia rappresenterebbe “la fine dell’Unione” e che i propugnatori di tale apertura (una stoccata agli inglesi?) sono nemici dell’Europa: “La capitale della Turchia non si trova in Europa, il 95 per cento della sua popolazione vive fuori dell’Europa. Non è un paese europeo”.
Fin qui si tratta di considerazioni importantissime, ma se vogliamo un tantino filosofiche. Al cittadino europeo di sicuro interessano altrettanto gli aspetti pratici, la realpolitik del quotidiano. Che la Turchia onori le clausole finanziarie di preadesione, è possibile. Che da regime di polizia (“Dal 1980, più di 400 persone sarebbero state torturate a morte mentre erano agli arresti. Dal 1991 ad oggi le sparizioni e gli omicidi politici hanno provocato migliaia di vittime”: Amnesty International) si trasformi in cinque o sei anni in una società civile, è un mezzo miracolo. Che decida di trattare i curdi come fossero una minoranza etnica e non bestie da macellare, è fantascientifico. Ma se pure esistessero i miracoli e tutto ciò avvenisse, che utile ne ricaverebbe il cittadino europeo?
Non dimentichiamo neppure per un istante che i nuovi entrati nella UE possono muoversi nell’intero territorio, non come immigrati con più o meno tutele, con più o meno diritti riconosciuti, ma come cittadini a tutti gli effetti, come “padroni” in casa altrui. Ora, diventare di punto in bianco padroni a casa degli altri può essere una svolta per nulla negativa, a patto che questi “altri” siano consenzienti – tutti, non solo i potenti – e che questa alterità sia estremamente contenuta. Per quanti sforzi faccia il governo turco per darsi una parvenza di occidentalità (ma continuerà a farli?), le masse enormi che inevitabilmente si sposteranno nei paesi europei continueranno a essere asiatiche e musulmane, con un numero probabilmente elevato di componenti ostili alla nostra società. Una situazione esplosiva.
Chiunque osservi, anche solo statisticamente, i meccanismi delle tensioni etniche non può non scorgere il principio quasi scientifico che regola i rapporti tra le comunità umane: ogni qual volta un numero non fisiologico di appartenenti al gruppo A viene trasferito nel territorio naturale del gruppo B, specialmente in seguito a decisioni prese dall’alto, il gruppo B ha una reazione di rigetto. Detta freddamente e senza la minima partecipazione politica o emotiva, l’organismo invaso reagisce con anticorpi. Possiamo prendercela finché vogliamo con gli anticorpi più violenti, considerarli umanamente spregevoli, chiamarli neonazisti o razzisti ma, antropologicamente parlando, si tratta della stessa reazione di un organismo vivente – e un’etnia è un organismo vivente – che combatte un corpo estraneo con una febbre da cavallo. Un’intelligente analisi sull’argomento è stata fatta dagli ultimi governi tedeschi, i quali hanno combattuto i gruppi neonazisti non con le manganellate – il che sarebbe stato per tutti noi tanto gratificante quanto inutile – ma rivedendo il proprio permissivismo in tema di immigrazione; limitando cioè i motivi di malcontento generale dei cittadini che invariabilmente finiscono per nutrire le minoranze di intolleranti. Ed è oltremodo inquietante dover ricordare che la causa di questo periodo nero per la Germania era precisamente l’immigrazione turca.
E non è tutto. Giscard d’Estaing ha vaticinato che “il giorno dopo avere aperto alla Turchia, ci ritroveremo con il Marocco alla porta”. Ebbene, non c’è nessun bisogno di paventare l’assedio da parte di milioni di musulmani arabi, bastano la Turchia e l’ideologia cosiddetta panturchista. Come nella testa dei gerarchi nazisti esisteva la Grande Germania, in quella dei turchi – tutti quanti: generali, islamisti, secolaristi – esiste l’aspirazione a una Grande Turchia, un immenso impero esteso dal Mediterraneo alla Cina. Naturalmente con capitale Ankara. Il popolo turanico in effetti non è ristretto ai 67 milioni di abitanti e ai quasi 800.000 chilometri quadrati della repubblica con la mezzaluna, ma si suddivide in stati come Kazakistan, Uzbekistan, Azerbaijan, Kirghizistan, Turkmenistan, più otto o nove repubbliche in Russia, più varie entità in Moldavia, Ucraina e Cina, più vaste comunità minoritarie sparse in altri stati. Decine di milioni di persone. Da aggiungersi ai vari miracoli da compiersi nella società turca: davvero questa rinuncerà al panturchismo, evitandoci un’Europa a maggioranza turanica estesa fino alla Cina? E quand’anche, chi a Bruxelles avrà il fegato di dire no alla Gaugazia o alla Bashkiria dopo avere accolto i loro “connazionali”? Ma sono solo domande retoriche: basta un unico esempio, l’Uzbekistan, dove i leader religiosi turchi infiammano quotidianamente al panturchismo, dove gli estremisti del locale Movimento Islamico hanno ricevuto un finanziamento di 100.000 dollari per commettere i loro attentati; e da chi? Da Necmettin Erbakan, quando era primo ministro del governo turco!
Abbiamo ritenuto necessario proporre questo panorama, magari troppo catastrofico, per un motivo fondamentale: in Italia più che nel resto d’Europa grava sull’argomento un silenzio assoluto. Di fatto sbagliando i nostri rapporti con il mondo islamico – e si può sbagliare anche ammettendolo acriticamente e incondizionatamente tra di noi – rischiamo di trovarci a vivere in una polveriera continentale, con i terroristi della jihad da una parte, e dall’altra gruppi sovrannazionali di difensori travestiti da templari, oltre a partiti che si scannano parteggiando per gli uni o per gli altri. E a seconda delle opinioni personali, le azioni che la Turchia sta per commettere in Iraq, situandola dentro o fuori dal consesso occidentale e dal futuro d’Europa, verranno salutate come una disgrazia o una manna dal cielo.

 

POST SCRIPTUM, novembre 2014

Ho scritto questo articolo in origine per “politicaestera.info”, un sito di geopolitica che dal marzo 2003, con l’esplosione della seconda Guerra del Golfo, stava godendo di un eccezionale successo di pubblico (22.000 accessi nelle prime 24 ore di vita). Pur prendendo spunto dalle frizioni (anche allora!) tra la coalizione e la Turchia, che non voleva lasciar passare gli americani sul proprio suolo, mi premeva soprattutto affrontare la spada di Damocle – purtroppo tuttora pendente – dell’adesione alla UE. Detto adesso sembra strano, ma al tempo la questione era dibattuta in tutta Europa tranne che in Italia. Ogni tanto i media accennavano all’iter accidentato dell’adesione, ma pochissime persone tra i giornalisti e i cittadini parevano reagire all’enormità della cosa: un grosso Paese asiatico e musulmano che entrava in casa nostra e prendeva la residenza… Altrove se ne parlava eccome, soprattutto in Francia, già piena di islamici generici, e in Germania, dove era proprio l’immigrazione turca a dare un assaggio del futuro.
Se da una parte era forte il desiderio di sollevare l’argomento, dall’altra si levava un robusto timore di svegliare il can che dorme. Il ragionamento (poi rivelatosi tristemente azzeccato) era: ma se i terzomondisti de’ noantri si accorgono che questi sono maomettani e asiatici, e che invece di importare i loro omologhi a gommonate (allora non c’era ancora il servizio Marenostrum Ferries) possiamo farli arrivare a milioni senza neppure bisogno del passaporto, non è che “Turchia in Europa, subito” diventa il loro slogan?
Fatto sta che, grazie alla momentanea potenza di “politicaestera.info”, la tesi comincia a fare breccia. Pochi giorni dopo (3 settembre 2003) il compianto Alberto Ronchey affronta la questione quasi di petto con un articolo in prima pagina del “Corriere della Sera” intitolato Fra l’Europa e l’Eurasia – L’impresa federale a geografia variabile:

Dopo quel malessere definito “europessimismo” qualche tempo fa, ora siamo dinanzi a manifestazioni di “eurotroppismo”. Candidature o inviti all’ingresso nell’Ue si moltiplicano, a volte ignorando i limiti oggettivi dell’impresa federale. Gli Stati dell’Unione, all’inizio 6 e ora 15, poi saranno 25 o 27. Ma più oltre, si vorrebbe dilatare la nozione stessa di Europa. Sì o no, anzitutto, alla Turchia di Erdogan? I giudizi discordano su motivazioni storiche, geografiche o diplomatiche. Dopo la Prima guerra mondiale, i turchi furono in qualche modo europeizzati o ammodernati con le riforme di Kemal, che depose il sultano Maometto VI e decretò l’adozione dell’alfabeto latino, del sistema metrico decimale, del calendario occidentale. Dopo la Seconda guerra, dinanzi all’incombere dell’Urss, i governi di Ankara furono strenui alleati degli euroamericani. Oggi, è imponente l’immigrazione dall’Anatolia in Germania. Ma quest’ultimo argomento “prova troppo”, considerando che milioni di nordafricani vivono in Francia. I turcheschi vennero dalla Mongolia e vivono propriamente in Asia, con l’eccezione dell’esiguo lembo di Tracia residuato dei possedimenti ottomani. Si può rispondere che l’arcipelago delle Hawaii, cinquantesimo Stato degli Usa dal 1959, non è America. Ma i turchi sono quasi 65 milioni, gli hawaiani risultano meno di 2 milioni. L’apertura dell’Ue verso Ankara sarebbe forse utile ai rapporti col mondo islamico moderato, anche se potrebbe coinvolgere gli europei nelle repressioni dei curdi. La disputa, che implica una concezione variabile della geografia, potrà continuare a lungo. E perché non accogliere nell’Ue anche Israele, come viene suggerito, con l’intento d’offrire uno scudo a quei sei milioni di ebrei per la gran parte di civiltà occidentale? Nella lunga diaspora, passando attraverso l’Europa e gli Stati Uniti, hanno assorbito la cultura e le tecniche dei “gentili”. Anche per questa ragione, la loro presenza nel Medio Oriente appare detestabile a tanti arabi. A sua volta, l’Europa è carica di responsabilità per la tragedia ebraica. Già gran tempo prima dello sterminio nazista, il sionismo reagì alle persecuzioni europee con il Congresso di Basilea, 1897. Oggi affiliare Israele nell’Ue, tuttavia, potrebbe dilatare il conflitto mediorientale anziché favorire la pacifica road map. Nel mondo arabo, con ogni probabilità, persino un semplice invito a Israele sarebbe considerato come un’intimidazione o una sfida neocoloniale. Si può davvero immaginare l’Unione Europea estesa fino all’esplosiva striscia di Gaza? Da ultimo, viene pure avanzata l’ipotesi d’una cooptazione della Russia nell’Ue, considerando i più rilevanti caratteri europei della sua cultura moderna e gli amichevoli rapporti dopo la dissoluzione dell’Urss. Ma la Federazione russa è un’entità bicontinentale. Oltre gli Urali, va dalla Siberia fino allo Stretto di Bering passando per la Transbajkalia e la repubblica dei mongoli buriati. Nell’area “europea”, comprende repubbliche di etnie come baschiri, cabardini, calmucchi, ceceni, ciuvasci, dagestani, mordvini, osseti, tartari, udmurti. Putin e i suoi apprezzano le intenzioni e le parole gentili, giacché si considerano europei, ma insistono per trattare questioni come l’ interazione in una “comune sfera economica” o l’agevolazione reciproca dei visti. Sanno bene, per conoscenza diretta di quel mondo esteso da Pietroburgo a Magadan, che non si può convertire l’Europa in Eurasia.

Con questo la barca è ormai avviata, e nelle vele comincia a soffiare vento da nord: la Lega dà voce al problema Turchia, pur essendo al governo con un fine stratega che promette al suo “amico Erdogan” di farlo entrare a tutti i costi. Molti di noi etnisti, pur non legati politicamente a quel partito, scrivono accorati appelli alla ragione sul settimanale “Il Federalismo”, diretto da Stefania Piazzo. E, come previsto, la reazione non tarda ad arrivare. Mentre gli etno-indipendentisti di sinistra di formazione europea (pochi) detestano la Turchia e parteggiano per il PKK curdo, gli ignorantissimi radical chic all’italiana (tanti), che adorano gli islamici, cominciano a perorare la causa dell’adesione.
Ci si mettono – soprattutto in quel periodo successivo al 2003 – politologi, geopolitici ed esperti d’ogni tipo. Le motivazioni sono assolutamente demenziali e ci aiutano a capire perché nelle bibliografie dei saggi internazionali non si trova mai il nome di un accademico italiano. In sostanza non c’è mai stato qualcuno – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – che abbia fornito un motivo che uno per giustificare l’ingresso della Turchia, che a quel punto stava diventando una questione di vita o di morte. Ricordo in un dibattito televisivo un docente di Relazioni Internazionali che parlava di “sfida” da affrontare e “occasione” da non perdere, mentre affiorava di tanto in tanto la teoria che rifiutare l’adesione significava spingere la Turchia nelle braccia dell’islamismo. Come osservavo su quel settimanale, “Ci accingiamo a distruggere l’Europa nella speranza che eventualmente un diciassettesimo del mondo islamico non abbracci l’integralismo. Come dire: sposiamo la vicina di casa per salvarla dal tunnel della droga”.
I fatti hanno poi dimostrato che l’islamismo radicale era già al potere e si muoveva già indipendentemente dalle nostre patetiche mani tese.

 

 

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