L’Uomo del Sudtirolo

Filed in autonomismo, etnismo, italia, sudtirolesi by del 08/07/1982

È Silvius Magnago, 68 anni, leader indiscusso della minoranza di lingua tedesca. Nell’intervista rilasciata a “Etnie”, i motivi della fuga italiana dall’Alto Adige. Un referendum democratico riassegnerebbe il Tirolo all’Austria

a cura di Roberto C. Sonaglia e Miro Merelli

Dottor Magnago, una sua valutazione dell’ultimo censimento linguistico in Sudtirolo.

Lo Statuto d’Autonomia prevede per la Provincia Autonoma di Bolzano che, in occasione del censimento che si tiene ogni dieci anni in Italia, si faccia da noi anche un censimento linguistico; ossia, noi dobbiamo rispondere a tutte le domande dei formulari — come i cittadini di Palermo o di Milano — ma ne abbiamo uno addizionale dove siamo tenuti a specificare se apparteniamo ai gruppi linguistici tedesco, italiano o ladino. Questa importantissima norma dello Statuto d’Autonomia è stata creata per la difesa delle minoranze linguistiche, nel nostro caso i ladini e i tedeschi. Il censimento è previsto per accertare la consistenza numerica di ciascun gruppo, in quanto sulla base di tale consistenza derivano certi diritti relativi all’assunzione nei pubblici impieghi, in provincia di Bolzano. Se, in altre parole, risulta che i cittadini di lingua tedesca sono due terzi, significa che per le future assunzioni i concorsi saranno riservati per due terzi a tale categoria di cittadini. Questa formula un po’ straordinaria — e non ancora ben compresa da tutti — vuole non solo essere una difesa per le minoranze che altrimenti sarebbero escluse dai pubblici impieghi, ma dovrebbe anche valere come riparazione dei torti commessi dal fascismo, quando si è quasi completamente distrutto il ceto statale e quando i cittadini di lingua tedesca che aspiravano a posti pubblici attraverso i concorsi nazionali, oltretutto, avevano la certezza di essere trasferiti nel resto del paese, con il rischio di venirne culturalmente assimilati. Non dobbiamo dimenticare che la popolazione tedesca oggi assomma a circa due terzi eppure occupa il pubblico impiego solo per il 10 o 12%, e tale è l’eredità del fascismo.
Quali le conseguenze dell’ultimo censimento? Mentre nei sondaggi del ’71 e ’61 tutti i gruppi linguistici — chi più chi meno — sono cresciuti, questa volta il g.l. italiano ha subìto una pausa nella crescita avvenuta dal ’21 in poi (anno del primo censimento dopo l’occupazione italiana); da allora è cresciuto, credo, del 500% in base ad un’immigrazione forzata. Ma per la prima volta ha subìto una diminuzione, mentre il g.l. tedesco è aumentato come sempre in base al rapporto nascite/morti, secondo uno sviluppo naturale. Il gruppo italiano, che vive soprattutto nelle città, ha un minore tasso di natalità; c’è stato così un riassestamento anche perché la dilatazione italiana, finora registrata, era fondata su presupposti artificiosi e su privilegi che ora lentamente scompaiono con l’attuazione dello Statuto. Fino a pochi anni fa, per esempio, si poteva accedere ai pubblici impieghi senza conoscere il tedesco, mentre noi da decenni dovevamo imparare l’italiano per accedervi. Ora il privilegio è caduto e viene richiesto il cosiddetto “patentino”, il quale comprova la conoscenza di ambedue le lingue da parte del cittadino: non accade più che alcuni possano usare la propria parlata materna mentre altri sono obbligati ad impararne una seconda…
Il gruppo italiano ha incontrato difficoltà per la perdita dei suoi privilegi, non si è adattato alla nuova situazione e qualcuno ha preferito andarsene, pensando: perché devo fare (che so) il postino in Alto Adige quando lo posso fare tranquillamente a Trento o a Verona senza conoscere la seconda lingua?
Quanto all’altro privilegio, quello degli alloggi sociali e delle case popolari che erano riservate per il 90% agli italiani, nelle città, anche qui la politica è cambiata. C’è stato, lo ripeto, qualche “shock”, ma si tratta pur sempre di un assestamento naturale che ripara all’artificiosità della precedente crescita italiana, fondata sui privilegi sopraddetti. Questa volta abbiamo registrato un aumento quantitativo del gruppo ladino e del gruppo tedesco (+ 3,4%), mentre il g.l.i. è diminuito del 3,9% circa: è un bene perché le cose non potevano più andare avanti cosi.
Ora è prevista anche una proporzionale etnica per gli impieghi statali, come riparazione di un torto commesso dal fascismo, e pure in questo settore le mutate condizioni hanno favorito l’emigrazione.
Naturalmente tutti diranno: i cattivi tedeschi tartassano gli italiani in maniera tale che questi preferiscono andarsene… Le dirò, invece, che non esiste alcuna comunità italiana che, per quanto riguarda l’occupazione, si trova cosi bene; la percentuale di disoccupazione del g.l.i. in Alto Adige è molto inferiore alla percentuale statale-nazionale. In tal senso, anzi, l’autonomia ha giovato a tutta la popolazione e anche al gruppo italiano, tanto è vero che oggi certi posti non vengono neppure occupati per mancanza di pretendenti.

Ritiene possibile che tutta l’opinione pubblica ignori che è stato il Tirolo ad essere invaso dagli italiani? Come si oppone la SVP alla campagna diffamatoria dei mass-media romani?

È vero, purtroppo, che l’opinione pubblica è male informata. Anche perche i giornalisti che vengono in Alto Adige si fermano quelle tre o quattro ore, chiedono di qua e di là, poi scappano a scrivere articoli che non vanno certamente a fondo delle nostre questioni. Mi riferisco ai disinformati. Ma ci sono anche coloro che vengono qui con cattive intenzioni, e fanno parte di quella categoria di nazionalisti, sciovinisti e imperialisti che ha permesso allo stato italiano di portare i confini, a suo tempo, fino al Brennero, di andare oltre i confini linguistici…
Non dimentichiamo che, in base all’ultimo censimento fatto sotto l’Austria, prima dell’annessione i cittadini austriaci di lingua italiana nella provincia di Bolzano erano il 3%: l’appropriazione di questa zona etnicamente tedesca è stato quindi un atto imperialistico; i suoi abitanti non hanno mai gradito di far parte dello stato italiano essendo stati, prima del 1919, cittadini austriaci da almeno cinquecento anni; un’unita etno-linguistica, quella del Tirolo, che è stata spezzata con grossi traumi dal trattato di San Germano, senza alcun plebiscito di libera scelta.

Però, di tali realtà storiche non se ne sente parlare…

Non si dice neppure che all’atto dell’armistizio, il 4 novembre 1918, qui non c’era nessun soldato italiano! Questo la popolazione di lingua tedesca non l’ha mai dimenticalo. Ma, chi perde la guerra ha sempre torto, è una vecchia regola.
Noi abbiamo sicuramente commesso un errore, non usando sufficientemente i mass-media in Italia per dire come sono andate realmente le cose. Così, qualcuno in Italia pensa ancora che la nostra popolazione sia stata… liberata dal giogo austriaco. Qualcuno dice: “Ma cosa vogliono questi tedeschi in Alto Adige, qui siamo in Italia, qui si parla italiano, ecc.”; ciò significa ignorare completamente la storia, perché dovremmo essere noi a chiederci “cosa c’entrano questi italiani in Alto Adige!?”
È stata un’occupazione di forza, e sarebbe utilissimo che la stampa si decidesse a rivelare la verità — e a tale proposito voglio esprimere la mia soddisfazione per l’opera che “Etnie” sta svolgendo — ma ancora non sarebbe sufficiente: la storia, la vera storia bisogna impararla fin dalla scuola.

Lei usa sempre la parola “tedeschi” riferendosi ai sudtirolesi…

Noi facciamo parte della grande area culturale tedesca. Certo, non siamo bavaresi o berlinesi, ma apparteniamo al mondo germanico formato dalla Svizzera tedesca, dalla Germania di Bonn e dall’Austria.

Non sarà, in parte, una posizione analoga a quella di alcuni valdostani che si dichiarano francesi mentre i loro “omoetnici” d’oltre confine lottano contro la Francia? Mi riferisco ad una “appartenenza di comodo” in funzione antiromana…

Non posso esprimermi sulla Val d’Aosta in quanto non ne conosco bene la situazione. Ma, per quanto riguarda l’Alto Adige, esso è diventato italiano per la prima volta nel 1919: noi, dunque, siamo tirolesi e quindi di provenienza austriaca, e l’Austria fa parte dell’area culturale di lingua tedesca, non c’è dubbio.

Cosa ne pensa di “Neue Linke ”, il movimento politico tanto amato dalla stampa centralista?

NL è un gruppetto sorto in Alto Adige che io riterrei molto pericoloso se avesse un minimo di rilievo, ma non ne ha! Peccato che i giornali ne parlino come se l’Alto Adige e N.L. fossero la stessa cosa…
Si tratta di un movimento interetnico che tenta di cancellare le caratteristiche dei gruppi di questa provincia, di confonderle, di integrarle per farle sparire. Come dire: tedeschi e italiani non c’entrano, noi siamo tutti cittadini italiani senza distinzioni linguistiche.
Se la nostra popolazione dovesse accogliere le teorie — per fortuna non accolte — di N.L., si autodistruggerebbe. I giornali italiani ne hanno parlato a dismisura, di costoro, ma la loro forza è stata dimostrata dal censimento: la propaganda che mirava a boicottare la dichiarazione di appartenenza etnica ha avuto un seguito dello 0,7%!!!
Qui esistono una cultura tedesca, una cultura ladina e anche una cultura di italiani, benché immigrati negli ultimi sessant’anni, che rappresentano una ricchezza per l’Alto Adige; e questo l’ha riconosciuto anche lo stato italiano, almeno platonicamente, laddove l’articolo 4 dello Statuto sostiene che la tutela delle minoranze linguistiche costituisce un interesse nazionale. “Neue Linke” vorrebbe cancellare tale ricchezza, farne un miscuglio interetnico da cui verrebbe fuori qualcosa che non è più né carne né pesce. Sarebbe quindi un impoverimento della stessa cultura dei singoli gruppi.

Eppure, in tutti i convegni etnici l’Alto Adige è rappresentato sempre da “Neue Linke” e mai dalla SVP…

Qui non le posso proprio dare tutti i torti. Vede, le minoranze, sempre occupate nella propria autodifesa, vivono nella paura di essere assimilate dallo stato nazionale in cui sono state incamerate. Questa paura fa parte della loro psicologia e le spinge a rinchiudersi nelle proprie mura, ad arricciarsi: ciò può spiegare in parte la nostra scarsa presenza all’esterno. Ma devo darle ragione quando lamenta che in occasione di congressi — e ce ne sono stati tanti — la SVP che rappresenta il 90% dei tedeschi e dei ladini non è presente, mentre sono presenti esponenti di partitini, piccole schegge che pretendono di parlare a nome della nostra popolazione. In futuro, dovremo davvero essere più attivi per non lasciare spazio a chi non rappresenta nessuno, o quasi nessuno.

Un’ultima domanda, alquanto delicata: lei ritiene, dottor Magnago, che la meta finale della SVP sia l’indipendenza dell’Alto Adige dal governo di Roma?

Sarebbe innaturale se il nostro popolo non avesse il desiderio di ritornare là dove è stato per molti secoli. E, se un domani fosse democraticamente interpellato, a larga maggioranza deciderebbe di tornare a far parte dell’Austria; primo, perché non fa parte né etnicamente né culturalmente dello stato italiano; secondo, perché in sessant’anni sotto l’Italia ne ha passate di tutti i colori: consideriamo cosa è successo con le opzioni, consideriamo la politica snazionalizzatrice e le violenze gravissime subite sotto il fascismo, consideriamo tutti gli errori commessi dalla giovane democrazia nel trattare le minoranze e le sue colpe nei nostri confronti… Per questo è vivo il desiderio di non dover lottare tutti i giorni per ogni diritto, di farla finita e di tornare dove siamo stati per cinque secoli!
L’altro aspetto è quello di fare una politica realistica. Un conto è il desiderio… Ma io la politica non la posso fare solo coi sentimenti. La verità è che oggi i confini si possono modificare solo con le guerre, e le guerre bisogna anche vincerle. E nessuno è intenzionato a fare una guerra, dopo le tristissime esperienze passate, e soprattutto io che ne ho patito le conseguenze. Realisticamente, dunque, dobbiamo superare questi confini, difficilmente modificabili, prendendo sempre più contatti culturali a tutti i livelli con il Tirolo a nord del Brennero; ossia, se il Tirolo è stato diviso politicamente da un trattato ingiusto come quello di San Germano noi siamo costretti a prenderne atto, ma non accetteremo mai che ci possa essere una spaccatura ideale, culturale e linguistica, con l’altra parte del nostro popolo. Dobbiamo quindi cercare di starcene il più possibile lontani da Roma, dal governo e dal suo centralismo, e combattere per una migliore autonomia.
Ecco, proprio la maggiore autonomia possibile, il maggior distacco dal centralismo romano potranno forse farci dimenticare questi confini e permetterci di salvaguardare almeno la nostra unità spirituale.

 

Presidente della Giunta provinciale da 22 anni

Silvius Magnago è nato a Merano il 5 febbraio 1914 e, dal 1915, vive a Bolzano. Si è laureato in legge a Bologna, nel 1940.

Arruolato nell’esercito tedesco, nel ’43 è luogotenente dei Cacciatori di Montagna sul fronte orientale, dove riporta gravissime ferite; per la sua invalidità di guerra, nel ’57 viene nominato presidente onorario della SKFV.

La sua attività politica inizia nel ’47, quale membro dell’allora non eletto Consiglio Comunale di Bolzano: è un periodo in cui la migrazione verso Bolzano assume grosse proporzioni, e Magnago si oppone pubblicamente all’immigrazione e all’attività dell’ufficio abitazioni.

Nel maggio del 1948, le prime elezioni comunali di Bolzano lo vedono prima consigliere, poi vicesindaco fino al ’52. Dal maggio 1957 è senza interruzione leader della SVP, e dal ’60 ad oggi è presidente della Giunta provinciale.

E stato membro della commissione dei Diciannove (7 sudtirolesi, 1 ladino e 11 italiani) incaricata nel ’61 dal governo di studiare la questione altoatesina.

 

 

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