Intervista al patriota corso Yves Stella

Filed in autonomismo, corsi, etnismo, francia by del 08/12/1989

Di incontrare l’indipendentista corso Yves Stella al convegno di Bozen EUROPA ‘93 (organizzato, in vista del mercato unico europeo del ‘93, da Radiotandem in collaborazione con alcune organizzazioni culturali sudtirolesi) non me l’aspettavo proprio.
Oltre al giornalista Giovanni Giacopuzzi, uno degli organizzatori, erano presenti il catalano Aureli Argemì (del CIEMEN), Antonio Egido (“Takolo”, responsabile per gli esteri di Herri Batasuna), l’avvocato Txema Montero (parlamentare europeo di HB), Eva Klotz e vari esponenti dei popoli minorizzati presenti in Europa, compreso un rappresentante degli inuit di Groenlandia.
In precedenza, ogni volta che riuscivo a sbarcare in Corsica, avevo tentato di intervistare il “vecchio” guerrigliero indipendentista. Sempre invano. Purtroppo, sfortunata coincidenza, era regolarmente ospite del governo parigino. In galera, ça va sans dire

yves stella intervista

Yves Stella, già esponente del movimento autonomista, dopo la rivolta di Aleria del 1975 prese parte attivamente alla costituzione del FLNC la cui prima azione risale al 1976. Partecipò agli attentati del Fronte contro i ripetitori televisivi di Bastia nel 1978 e per questo episodio scontò tre anni in una prigione francese di massima sicurezza. Uscì nel 1981. Esponente della Consulta dei Comitati Nazionalisti (fondata nel 1980, poi disciolta) e del Movimento Corso per l’Autodeterminazione, finiva nuovamente in carcere nel 1987. Ne era uscito l’anno successivo (dopo otto mesi). All’epoca di questa intervista faceva parte dell’Esecutivu Naziunale de A Cuncolta Nazionalista (per l’informazione) e dirigeva il settimanale nazionalista “U Ribombu”.

Lezione di storia

Mi dicevi che, tutto sommato, il mio pezzo sulla Corsica pubblicato da “Frigidaire” (n. 101, aprile 1989) non era poi tanto infame…
Abbiamo visto di peggio. Direi che forse hai enfatizzato troppo in chiave indipendentista la figura di Sanbuccio d’Alando. Sostenere che Sanbuccio lottava esplicitamente e con piena consapevolezza politica per l’indipendenza nazionale è sbagliato. Le rivolte comunali non interessavano in quel momento solo la Corsica ma una gran parte d’Europa.
A un certo punto i corsi si son trovati da soli davanti agli aragonesi di cui avevano incendiato i castelli e saccheggiato le proprietà. Divenne indispensabile trovare degli alleati e vi fu una oggettiva convergenza di interessi e ideali con i comunali di Genova. Ci fu una specie di “contratto”, di alleanza; oggi si direbbe di “solidarietà internazionalista”.
Comunali corsi e comunali genovesi erano animati dal medesimo spirito: lottare contro il feudalesimo. Poi, come è noto, l’oligarchia genovese (in particolare il Banco di San Giorgio) adottò una vera e propria politica coloniale nei confronti del popolo corso.

Sottolineavi come non sia corretto affermare che “la rivoluzione Paolina ha dato per prima il voto alle donne” (come avevo scritto sempre nell’articolo in questione). Com’era andata in realtà?
In realtà alle donne fu “concesso” di votare soltanto in qualità di capofamiglia, non in quanto soggetti che partecipavano all’Assemblea. Non era quindi ancora il principio “una testa, un voto” quello che entrava in vigore, ma quello “un fuoco, un voto”. Erano le vedove o le figlie divenute “capo di fuoco” che potevano votare. Quindi le donne potevano votare solo in certe condizioni; comunque un precedente democratico molto importante visto che stiamo parlando del XVIII secolo. 1)

Vedo che nella storia e nella cultura del popolo corso il senso della Terra – e della sua difesa – è ricorrente. È solo un fatto ancestrale o trova anche una precisa collocazione e giustificazione storica?
Il rapporto dei corsi con la loro terra scocca, almeno come lo conosciamo ora, circa seicento anni fa; proprio con Sanbuccio d’Alando e la sua riorganizzazione sociale sulla base delle “terre comuni”, della proprietà pubblica. Per i comunali del XIV secolo la terra è del popolo, di chi la lavora. Di chi ne ha bisogno per vivere, e non è lecito sfruttarla per accumulare capitale. Ogni anno, fino alla Rivoluzione francese, i Padri del Comune (il consiglio degli anziani), eletti dal popolo, spartivano le terre.
Ancora oggi in certi paesi la gente è proprietaria per esempio di un castagneto, non della terra dove è piantato.

“Tutto turismo”? No, grazie!

Si fa un gran parlare della vocazione turistica della Corsica. La formula attuale del “tutto turismo” esprime interessi reali del popolo corso, oppure si tratta di una imposizione, una forma di asservimento coloniale che la Francia (e la stessa Europa) impongono all’isola?
Bisogna intanto premettere che la Corsica possiede circa mille chilometri di costa, in massima parte belli e vuoti. Rappresentano un’estensione superiore a quella di tutto il sud della Francia. Finora si è costruito soltanto sul 20% e l’80% resta ancora vergine. Un fattore decisivo per la salvaguardia del nostro litorale è stata la mancata applicazione delle leggi sulla successione: essendo la terra ancora in gran parte indivisa, risulta difficile comprarla. In pratica non c’è un proprietario. Questo è avvenuto perché, date le condizioni economiche in cui versava l’isola, non potevano venire applicate e riscosse le tasse sulle successioni. La mancata divisione e frammentazione oggi rappresenta un freno alla speculazione. Per questo ora lo Stato francese vorrebbe “mettere ordine”, individuare i proprietari a cui pagare i diritti in modo da pianificare l’esproprio della proprietà collettiva e dare via libera alle speculazioni.
Su questo problema è intervenuto anche il parlamentare europeo corso Max Simeoni, che ha richiesto misure appropriate a tutela del patrimonio ambientale corso gravemente minacciato, tutela da applicare prima della scadenza del 1992, data che rischia di diventare il “colpo di frusta” decisivo. Nello stesso senso si sono pronunciati i numerosi organismi popolari sorti per contrastare i piani degli speculatori. Tra le altre, l’Associazione di difesa di San Ciprianu che si oppone radicalmente ai progetti di costruzioni pieds dans l’eau e l’Associu per a Difesa di A Testa Viava che si batte contro i progetti di Michel Rocard per la “liberazione della tassa fondiaria” e la conseguente resa di fronte alle ambizioni degli speculatori immobiliari.
Entrambe le organizzazioni si sono rifiutate di accodarsi al coro di condanna per la tunizata del Fronte di Liberazione Nazionale Corso che proprio a San Ciprianu ha colpito gli interessi di spellacani e spogliamondu (nel novembre del 1989).
Perché, come dicevano nel comunicato “non c’è peggior violenza di quella che distrugge la nostra terra”.

La ripresa dell’attività militare da parte del FLNC, che recentemente ha interrotto la tregua, sarebbe quindi da imputarsi anche a questa mancanza di garanzie per il patrimonio ambientale corso?
Naturalmente. È sotto gli occhi di chiunque che è soprattutto merito della resistenza, del movimento clandestino, se oggi le nostre coste non sono ridotte come quelle della Sardegna; non certo del governo francese.
Dalla Corsica, dalla “macchia” corsa sono sempre nati movimenti di resistenza; anche quello antinazista, denominato non a caso maquis. Anni fa suscitò scalpore l’azione contro quei mascalzoni del Club Méditeranée del Golfo di Santa Giulia…
In sostanza diciamo che se il governo non vuole fare le leggi in difesa del patrimonio ambientale della Corsica, sarà il popolo corso a “fare le leggi” e a difendere la terra. Per questo la tregua, in vigore dall’88, è stata interrotta con l’attentato dei “Lecci” vicino a Porto Vecchio. Come conseguenza ora tutto è fermo; i lavori sono sospesi. Anche le banche aspettano e stanno a vedere, per non rischiare i loro investimenti.

Banche italiane, si dice…
Soprattutto italiane: in queste operazioni sono considerate le più “affidabili”. Vedi, ormai c’è una precisa divisione del lavoro a livello europeo: all’interno del “blocco colonialista” il capitale finanziario italiano ha questo compito. Naturalmente in parte è di facciata: dietro ci sono anche banche svizzere, francesi. Per esempio il Credito Agricolo francese investe fondi nei campi da golf. Molto probabilmente dietro alcune di queste operazioni degli speculatori c’è anche la mafia che tenta di riciclare i proventi ottenuti con il traffico di armi e droga.

La tregua armata

Quando e perché era entrata in vigore la tregua? Come Cuncolta Naziunalista, che giudizio date delle azioni del FLNC?
La tregua era stata dichiarata unilateralmente dal FLNC il 1° giugno 1988. È stato un preciso atto politico per far vedere al popolo corso che l’attuale situazione di crisi, di degrado è dovuta al colonialismo, non alla lotta armata come sostengono i francesi.
Una dimostrazione per quanti sostengono che con la “pace civile” le cose sarebbero andate molto meglio, la politica del governo sarebbe cambiata e tutte le altre bugie.
Come Cuncolta Naziunalista noi rifiutiamo di marginalizzare il Fronte, poiché lo consideriamo un’organizzazione di primaria importanza, garante della lotta del nostro popolo. Rifiutiamo ugualmente l’etichetta di “braccio politico” del FLNC, così come quella di “braccio militare” applicata al Fronte stesso. Il nostro è un riconoscimento politico da cui deriva una politica di solidarietà e complementarietà.
Proprio sul tipo di sostegno da dare alle azioni del FLNC alla fine dell’89 c’è stata una spaccatura tra i membri d’A Cuncolta che ha portato alla costituzione di una nuova organizzazione politica: l’Accolta Naziunale Corsa. I fondatori hanno dichiarato che non ci sarà un sostegno totale e incondizionato alle azioni del FLNC, ma un giudizio formulato di volta in volta.

Cosa rappresenta il FLNC nel panorama delle organizzazioni e dei movimenti politici corsi?
La nascita del FLNC si spiega con la crisi dei gruppi autonomisti. Quelli tradizionali, come l’Action Regionaliste Corse dei fratelli Simeoni, si fermano ad Aleria. 2) Qui lo scontro è tra la Nazione corsa e lo Stato francese.
L’ARC non seppe affrontare questa contraddizione nazionale e scelse la canna da pesca. Il FLNC scelse il fucile. Dopo Aleria l’ARC venne sciolta dal governo, ma ben presto la tendenza riformista e autonomista si ricostituì nell’Unione di u Populu Corsu.
Da parte sua il nascente FLNC sostituiva alle aspirazioni autonomiste quelle dell’indipendenza e dell’autodeterminazione. Oltre all’ARC in Corsica c’era anche qualche esponente dell’autonomismo di sinistra, a parole anticapitalista, ma in realtà esponente di quella piccola borghesia che si illudeva di poter risolvere ogni problema con l’andata al potere delle sinistre.
La nascita del FLNC è la risposta a entrambe le contraddizioni: quella nazionale e quella sociale. Per la rivoluzione in Corsica senza modelli. Ormai sia il capitalismo sia il socialismo reale hanno ampiamente dimostrato la loro inadeguatezza… la nostra è la strada di un “socialismo dell’autodeterminazione”, un socialismo che si fa e si configura nella lotta.

Qual è al momento attuale, nel 1989, la situazione dei prigionieri politici? Cos’è cambiato dopo la “politica degli ostaggi” applicata fino a non molto tempo fa dal governo francese?
Sono stati liberati tutti. So bene che con un altro presidente, diverso da Mitterand, molti di noi sarebbero rimasti in galera. Lo dico francamente, così come dico che il governo lo ha fatto per le lotte condotte dal popolo corso, non certo per filantropia.

Potresti fornire un breve riesame dei principali fatti del 1989, un anno che ha visto la ripresa delle “lotte di massa”: sciopero di quattro mesi, disordini sociali, eccetera?
All’inizio si trattava di un movimento corporativo del pubblico impiego che chiedeva un “premio di insularità”. Ha rischiato di trasformarsi in una prova di forza tra il PCF (i comunisti francesi) e i nazionalisti corsi. Per noi naturalmente liberazione sociale e liberazione nazionale sono inscindibili: la soluzione deve essere globale.
Poi i nazionalisti sono riusciti a “riprendere” il movimento, a “tenerlo”, ma senza entrarci direttamente. Per esempio evitando che si arrivasse allo scontro tra commercianti e funzione pubblica. Oggi, grazie anche agli avvenimenti dell’89, siamo presenti e ben radicati in molti più settori. Nel commercio, nell’artigianato, tra gli operai e tra gli insegnanti come sindacato…
Abbiamo il 25% perfino nei consigli d’istituto, tra i rappresentanti dei genitori degli studenti. Anche molti professionisti – come medici e avvocati – si sono organizzati in sindacati nazionali [il riferimento è, ovviamente, alla nazione corsa, non all’Esagono]. Ci risulta invece più difficile sfondare nel settore agricolo, che è prevalentemente assistito.
È quella che noi chiamiamo una “strategia d’urto”, l’“Onda Dura”. Consiste appunto nell’organizzare tutti i settori della società corsa.

Come vedi la questione delle nazioni senza stato in vista del mercato unico europeo del ‘93?
Rappresenta senz’altro una “rottura” degli stati-nazione, ma comporta anche un rafforzamento del capitalismo europeo. Considero di estrema importanza quello che contemporaneamente sta accadendo nell’Est. È per noi un esempio da tenere ben presente, e da seguire. Voglio dire che, così come in passato si è sempre parlato di autodeterminazione per i popoli oppressi del terzo mondo (diritto sacrosanto, beninteso) e non per quelli d’Europa (come i baschi, i corsi, gli irlandesi…), così ora ci entusiasmiamo per le lotte di Lettonia, Slovenia, Ucraina, eccetera. Mi sembra da ipocriti. Il diritto all’autodeterminazione vale anche per i Paisos Catalans, per Euskadi, per Breizh…
Vorrei inoltre sottolineare come il diritto all’autodeterminazione non si possa mai considerare “esaurito” una volta per tutte. All’Est come all’Ovest. È per sua natura un diritto inesauribile. Vedi per esempio il referendum svoltosi in Canada per il Quebec. Tra qualche anno si potrebbe benissimo rifare.

In questo quadro che rapporti avete con il Sinn Fein irlandese?
Adesso quelli del Sinn Fein mi sembrano un po’ più “formali”. In passato eravamo in ottimi rapporti con Ruadhri O’Bradaigh, grande repubblicano e valoroso combattente. Poi deve esserci stata una rottura e se ne è andato. Attualmente, mi pare, guida un gruppo minoritario, il Republican Sinn Fein… tu ne sai niente? 3)
Naturalmente il popolo corso è profondamente e pienamente solidale con le lotte della nostra sorella Irlanda, per il conseguimento dei suoi diritti storici all’unità e all’indipendenza.

Naturalmente, come ogni buon corso, sarai più legato alla montagna che al mare…
Per niente. Cazzate. Preferisco di gran lunga il mare. In montagna mi annoio, al contrario di mia moglie che è “montanara” di origine. Comunque molti nostri compagni sono dei patiti della montagna. Quell’alta via che anche tu hai percorso, da Vizzavona a Calvi attraversando le Gole del Tavignano, un mio amico l’ha percorsa in circa 70 ore.

 

N O T E

1) Una curiosità. Attualmente sul bianco della bandiera corsa spicca una testa di moro, di profilo, con una fascia bianca sulla fronte. Non è sempre stato così.
L’origine della bandiera è, presumibilmente, catalano-aragonese. La testa o le teste di moro si ritrovano anche nell’araldica sarda e da questa le riprese il “re di Corsica” Theodoc de Neuhoff. Semplificata rispetto alla bandiera della Sardegna, divenne emblema nazionale della Corsica indipendente nel 1736.
Originariamente la benda era posta sugli occhi del moro (schiavo o prigioniero di guerra); venne temporaneamente “sollevata”, con intenti allegorici e simbolici, in coincidenza con la breve ma intensa stagione di libertà e indipendenza della Rivoluzione Paolina. Secondo una tradizione orale, sarebbe stato merito proprio di Yves Stella far adottare nuovamente e definitivamente la bandiera con la benda sulla fronte, in quanto “un movimento di Liberazione non poteva certo adottare un simbolo di schiavitù”.
2) Il 21 agosto 1975 una trentina di militanti dell’ARC occupò la cantina vinicola di un pied noir (colono francese proveniente dall’Algeria), ad Aleria. Il giorno dopo intervenne la gendarmeria in assetto da guerra e nello scontro due gendarmi morirono.
3) Casualmente, molto casualmente, qualcosa ne sapevo, ma solo perché una volta a Dublino avevo sbagliato indirizzo ed ero capitato in una sede dei Republican S.F. Molto gentili, peraltro. Ma questa è un’altra storia…

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