E dopo un secolo, ancora Roma ne ciucia ‘l sangoe!

Filed in autonomismo, etnismo, italia, veneti by on 14/12/2019 0 Comments

Verso la fine degli anni settanta, la protesta dei veneti, libera e spontanea, sfociò in una serie di scritte blu su fondo bianco: “Roma ne ciucia ‘l sangoe!”, “Veneto a i Veneti” e altre; da lì a poco sarebbe legalmente nata la Liga Veneta a Padova, nello studio del notaio Todeschini.
Erano scritte e manifesti ruspanti, se vogliamo, ma che evidenziavano un profondo malessere della società veneta, un’avversione per uno Stato sempre più ostile e estraneo, la richiesta di riappropriazione della propria identità culturale, storica e linguistica, un fenomeno già presente in tante parti dell’Europa, dai Paesi Baschi all’Irlanda, dalla Catalogna alla Bretagna.
Soprattutto, dopo il successo elettorale delle politiche 1983, la reazione del mondo della politica, della cultura e anche dell’informazione fu una sola: sono razzisti, retrogradi, movimenti pericolosi  che vanno isolati e ghettizzati: una lettura semplicistica e non sempre in buonafede che si rifiutava di andare un po’ più a fondo, di cercare di capire quella “questione veneta” che è ancora attuale a distanza di mezzo secolo.
Roma ne ciucia ‘l sangoe! però è un’espressione popolare che non nasce negli anni settanta del secolo scorso, ma è indubbiamente radicata nel linguaggio della nostra gente dalla fine dell’ottocento, pochi anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia attraverso quel plebiscito-truffa che tutti dovrebbero conoscere.

Roma ne ciucia ‘l sangoe

Viene proposta da un personaggio che meriterebbe di essere assai più conosciuto, Illuminato Checchini, nato a Salzano (VE) il 22 aprile 1840 e morto a Padova nell’aprile 1906, “padre” del “Paron Stefano Massarioto” figura che godette verso la fine dell’ottocento di una popolarità straordinaria, soprattutto nella provincia di Treviso.
Attraverso le pagine del settimanale cattolico trevigiano “La voce del popolo” e in seguito sul lunario che porta il suo nome, il Paron Stefano Massarioto tramite la voce dei suoi contadini si lanciò contro il nuovo Stato risorgimentale, contro una élite composta in buona parte da foresti, con grande decisione, facendo anche leva sull’uso della lingua veneta che contribuiva a rafforzare e a rendere particolarmente efficaci i dialoghi dei protagonisti.
Ecco un esempio:

Femo un brindisi ai ladri d’Italia. I lo merita: i roba, i assassina, i manda a remengo arte, comersio e agricoltura…

Fondamentale per rileggere la figura del Massarioto è il volume di Livio Vanzetto Paron Stefano Massarioto. La crisi della società contadina nel Veneto di fine ottocento, dove viene così descritto dall’autore:

Effettivamente il Massarioto rappresentava quasi un mito per i contadini dell’epoca, una promessa di riscatto morale, di redenzione economica e sociale.

E ancor più interessante è quanto scrive nella prefazione Mario Isnenghi, docente di storia all’Università di Venezia, riferendosi alla visita che il Massarioto fa in parlamento, così raccontata ai suoi amici-discepoli:

Ma non son pì andà avanti perchè go sentio la nalgia parlamentare a far sussurro e ‘l campanel del Presidente sonar da novo e sighi e urli de un contro l’altro; e go dito fra mi –Basta, basta! Go un’idea che me basta de cossa che xe sta baraonda e come che semo governai: no ocore altro. E son vegnù fora indispetio, vergognandome de esser talgian.

Già, vergognandome de esser talgian: non credo serva la traduzione.
Ed è sempre Isnenghi che è costretto a sottolineare come “Ricorrenti sono le manifestazioni di misoneismo contro quelli che appaiono vere e proprie torme di impiegati, doppiamente ostili, in quanto socialmente parassitari e in quanto quasi sempre venuti da fuori”; e parla di “incomunicabilità tra i locali e gli impiegati pubblici foresti, prima linea papabile di uno Stato sentito come avverso e nocivo”. E più avanti: “Scuola e Comune sono i simboli stanziali di quello che, nell’immaginario reazionario del campion dei Massarioti, si configura poco meno che come un regime di occupazione”.
Già, “poco meno che come un regime di occupazione”… ed è importante che questa costatazione venga dal professor Mario Isnenghi che sicuramente non è un pericoloso indipendentista veneto, ma uno storico autorevole e un nazionalista di sinistra.
Ed è ancora Livio Vanzetto che, nella conferenza tenuta a Treviso il 15 dicembre 1998 sul tema L’antagonismo popolare. Radici storiche del leghismo nel Trevigiano, ricorda come in un dialogo tra tre dipendenti pubblici e un gruppo di contadini Paron Stefano Massarioto fa esclamare al contadino Tonio:

Cossa, cossa, che ne magnè el sangue a tradimento.

E dopo oltre un secolo, Roma ne ciucia ‘l sangoe continua a essere una denuncia, un grido di battaglia quanto mai attuale.

 
 
 
 
 

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