Elezioni Presidenziali 2020: analisi etnica del voto statunitense

Filed in etnismo, geopolitica, stati uniti by on 02/11/2020 0 Comments

elezioni presidenziali 2020 analisi etnica

 

Novembre è appena iniziato e, come ogni quattro anni, è scattato il sentitissimo conto alla rovescia per l’evento che più di tutti coinvolge, appassiona e paralizza allo stesso tempo gli Stati Uniti e il mondo intero: le Elezioni Presidenziali.
Da più di due secoli l’Election Day rappresenta la finalissima di una lunga partita giocata fin dai mesi precedenti nell’àmbito di un’estenuante campagna elettorale che spesso ha il suo epilogo in un duello all’ultimo respiro, il cui esito viene atteso in modo spasmodico in tutto il pianeta. La metafora sportiva può in parte risultare azzeccata in quanto i team dei candidati si presentano come due vere e proprie squadre organizzate al fine di mettere nelle migliori condizioni possibili il proprio rappresentante per condurlo alla vittoria, programmando e organizzando precise strategie e scovando i punti deboli per colpire, e se possibile affondare, l’avversario relegandolo alla sconfitta.
Tuttavia è altrettanto vero che la posta in gioco è decisamente più importante rispetto a un trofeo sportivo: si tratta della scelta del leader di quella che è ancora la maggior potenza mondiale, le cui azioni in politica estera influenzano gli equilibri globali. Quest’anno più che mai le elezioni di martedì 3 novembre avranno un peso importante e per questo è giusto analizzarne nel dettaglio gli aspetti più interessanti.
Il 2020 sicuramente non è un anno come tutti gli altri, la pandemia da Covid-19 ha sconvolto le nostre vite e gli Stati Uniti da mesi risultano il Paese più colpito, con i contagi che hanno superato quota 9 milioni e più di 228mila morti: un bilancio tragico che si è ripercosso sulla società americana aggravando situazioni già problematiche in alcune realtà territoriali. La modalità con cui è stata gestita l’emergenza sanitaria potrebbe in parte avere effetti sulla scelta di voto.
Un altro aspetto che ha pervaso la scena statunitense negli ultimi mesi è la questione sociale legata alla violenza della polizia nei confronti degli afroamericani e di un razzismo generalizzato che impregna tuttora la nazione: le ingenti manifestazioni di protesta, sostenute con forza anche da famose icone del cinema, della musica e soprattutto dello sport, scaturite in seguito all’assassinio a Minneapolis di George Floyd lo scorso 25 maggio, hanno sensibilizzato l’opinione pubblica e avranno un peso negli Stati con discrete percentuali di afroamericani.

Una società sempre più polarizzata

Fattori contingenti, seppur di grande rilevanza, come la pandemia e le proteste per le violenze razziali non comportano comunque radicali cambiamenti a livello elettorale: risulta evidente che da diversi anni la geografia del voto statunitense è piuttosto lineare e cristallizzata su posizioni precise, con insiemi regionali che votano stabilmente da anni per il Partito Democratico e altri per il Partito Repubblicano. Le motivazioni sono da ascrivere principalmente a caratteri geografico-territoriali e socio-demografici.
La tendenza più evidente degli ultimi decenni collegata a questa situazione è la sempre maggiore polarizzazione che si traduce schematicamente nella dicotomia tra città sviluppate, densamente popolate, dinamiche e cosmopolite che votano in massa per i democratici, e aree rurali e periferiche, statiche, conservatrici e tradizionaliste che sono maggiormente inclini ai repubblicani. Altri parametri da considerare sono il genere (le donne preferiscono i democratici), l’età (i giovani più progressisti, gli anziani più conservatori), l’istruzione (i più istruiti tendono a votare democratico) e il reddito. Questa schematizzazione non è solo una riduzione semplicista ma fotografa abbastanza bene pattern ormai consolidati e si riflette anche a livello di grandi macro-aree regionali, come spiegavo in modo dettagliato nel saggio di 4 anni fa volto a indagare la geografia dell’elettorato a stelle e strisce: le cose non sono cambiate in questo arco di tempo.
Il Northeast continua a essere una roccaforte dei democratici, il South, seppur meno “profondo” di qualche decennio fa, è ancora nelle mani del GOP, il West è chirurgicamente scisso tra Stati interni e montuosi favorevoli ai repubblicani e costieri filo-democratici. L’area di maggior interesse è ancora una volta il Midwest, il terreno più combattuto a causa dell’abbondanza di Swing States, sempre determinanti per il risultato finale.
Queste tendenze sono figlie dell’ultima grande trasformazione dei due partiti avvenuta nel corso degli anni Sessanta del Novecento che ha eletto definitivamente il Partito Democratico come progressista e testimonial delle battaglie per i diritti delle classi svantaggiate e delle minoranze, e il Partito Repubblicano invece incentrato su un’ideologia liberista volta alla tutela dell’iniziativa privata e al non intervento dello Stato in campo economico.
Le zone territoriali a predominanza “rossa” o “blu” si sono stabilizzate nelle forme e con i risultati attuali negli anni Novanta, tuttavia vi sono elementi emersi negli ultimi anni che stanno già modificando la distribuzione geografica del voto: non si tratta di un nuovo ri-allineamento, ma sicuramente di fenomeni che nel breve-medio termine contribuiranno a mutare il comportamento alle urne di alcuni Stati. Questi cambiamenti sono dovuti principalmente all’enorme peso che stanno assumendo le minoranze nel Paese e che, in seguito all’evoluzione demografica in divenire, porteranno i bianchi a essere superati dagli ispanici e gli USA a essere un Paese senza un gruppo etnico nettamente maggioritario. I luoghi interessati da questi fenomeni sono gli Stati con grandi agglomerati urbani dove proliferano latini, afroamericani e asiatici, e il South, principale teatro dell’immigrazione da sud. Il tradizionale orientamento politico di alcune di queste realtà potrebbe subire sostanziali modifiche: l’esempio più lampante è ovviamente il Texas – per anni solido baluardo repubblicano in quanto terra che incarna alla perfezione i valori tipici della tradizione del GOP e più in generale della cultura americana, come individualismo e ascesa personale – il quale parrebbe ora spostarsi su posizioni più liberal. L’elemento etnico, cui dedicheremo particolare attenzione, dovrebbe avvantaggiare nel lungo periodo i democratici.

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Atlanta, proteste per l’assassinio di George Floyd.

Trump vs Biden

Ma considerando tendenze di fondo, nuove spinte che potrebbero far cambiare il colore di qualche Stato e situazione socio-sanitaria attuale, a che punto siamo veramente della partita per queste elezioni? Proviamo a capirlo.
Nel secondo dopoguerra abbiamo sempre assistito alla vittoria del presidente in carica, a eccezione di due casi: il 1980 allorché il democratico Jimmy Carter fu sconfitto da Ronald Reagan, e il 1992 quando George H.W. Bush venne battuto da Bill Clinton. Nell’ultimo secolo e mezzo il presidente gode dunque di solito di un vantaggio determinato dalla conoscenza del suo operato da parte dei cittadini nei 4 anni alla Casa Bianca: in questo caso tuttavia sondaggi, media e sensazioni a livello popolare danno Donald Trump in svantaggio rispetto al suo diretto avversario, l’ex vicepresidente ai tempi di Obama, Joe Biden.
Ma attenzione perché, come quattro anni fa, il tycoon risulta tutt’altro che spacciato. Questa considerazione non è solo una banalizzazione per rendere più intrigante un cimento che per alcuni, forse frettolosamente, appare già dall’esito scontato con la vittoria di Biden, ma perché Trump ha già dimostrato più una volta di saper ribaltare i pronostici (nelle Primarie Repubblicane e alle Elezioni Presidenziali contro Hillary Clinton); e soprattutto la partita non è affatto chiusa in alcuni Stati in bilico, dove il magnate newyorchese ha vinto nel 2016. Proprio questi Stati potrebbero garantire la rielezione a Trump. D’altro canto è pur vero che il suddetto scenario non è il più probabile e per ottenere la vittoria Trump dovrebbe strappare a ogni costo quasi tutti gli Stati decisivi, mentre a Biden potrebbe bastare vincerne due o tre, nei posti giusti.
Come da tradizione gli Stati chiave sono ancora una volta quelli del Midwest della “Rust Belt”, 1) soprattutto quelli affacciati sui Grandi Laghi e la Pennsylvania, fortino di voti che gli diede la vittoria quattro anni fa; e, in linea con i cambiamenti etno-demografici di cui parlavamo prima, alcune realtà della “Sun Belt”. 2) Nel South infatti, insieme alla “storica” Florida sembrerebbero decisivi North Carolina e Georgia, se non addirittura Arizona e Texas. Come quattro anni fa era impensabile immaginare una vittoria di Trump senza la vittoria della Florida, quest’anno al Sunshine State bisogna per forza aggiungere anche la Pennsylvania e forse anche uno tra Georgia, Texas e Arizona.
I sondaggi sono tutti abbastanza concordi nel presentare una situazione spaccata tra Stati in pratica già assegnati ai due candidati e una manciata di altri – una decina in totale – nei quali si giocherà veramente la battaglia finale e che saranno ultradeterminanti per la vittoria. Ma andiamo a studiare la situazione nel dettaglio, analizzando la suddivisione del Paese nelle sue classiche 4 macroaree: Northeast, Midwest, West e South.

Il Northeast: una roccaforte democratica

Il Northeast rappresenta indiscutibilmente un bottino sicuro di voti per il Partito Democratico: area sviluppata, dinamica ed etnicamente variegata, dagli anni Novanta è una certezza per il partito dell’asinello. La megalopoli atlantica “BosWash”, comprendente alcune tra le metropoli più importanti e progressiste del Paese, è un’area aperta e cosmopolita dove i voti di minoranze, professionisti del settore dell’alta tecnologia, intellettuali e lavoratori benestanti e istruiti, insieme agli studenti che popolano i numerosi college, rappresentano un rilevante serbatoio elettorale. I 6 Stati del New England votano per i democratici con, solo in parte, due leggerissime varianti: Maine e New Hampshire. Il Maine è lo Stato più settentrionale ed esteso del gruppo ed è l’unico, insieme al Nebraska, dove non vige il sistema maggioritario del winner takes all a differenza di tutti gli altri Stati della Federazione in cui il candidato che vince, anche se solamente di 1 punto percentuale, guadagna tutti i Grandi Elettori di quel territorio. In Maine è in vigore un modello semi-proporzionale secondo il quale, dei 4 Grandi Elettori totali, 2 vengono assegnati al vincitore dello Stato mentre i 2 rimanenti sono assegnati singolarmente al vincitore di ognuno dei 2 distretti congressuali. Il distretto più meridionale (una volta parte del Massachussets) è ovviamente in mano ai democratici, mentre nel secondo sono più forti i repubblicani, tanto che nel 2016 Trump qui riuscì a strappare a Clinton 1 dei 4 Grandi Elettori. La composizione etnica dello Stato, caratterizzato dalla stragrande presenza di bianchi anziani, potrebbe non essere favorevole a Biden che risulta indietro. Inoltre il Maine è un’area poco popolata, ricca di foreste e priva di grandi centri urbani, tutti fattori che sappiamo giocare in favore del GOP: sarebbe comunque una grossissima sorpresa vedere Trump vincere l’intero Stato, appare più credibile che possa riconfermarsi nel distretto più settentrionale guadagnando 1 Grande Elettore. Il New Hampshire tende a votare leggermente meno a sinistra rispetto ai territori limitrofi: la motivazione è dovuta a una folta presenza della componente libertaria maggiormente filo-repubblicana che accende la sfida. Se fino alla fine degli anni Ottanta era solito votare per i repubblicani, dagli anni Novanta si è spostato su posizioni più progressiste a causa del trasferimento di popolazione dal Massachussets che è andata ad insediarsi nell’area più meridionale portando una mentalità decisamente più liberal. Inoltre la nascita di un corridoio dell’industria high-tech, popolato da professionisti provenienti da zone differenti, ha definitivamente spostato l’orientamento politico su posizioni assimilabili ai democratici-moderati. Quattro anni fa vinse Hillary Clinton ma di un soffio (neanche 1 punto percentuale), martedì dovrebbe comunque farcela Biden.
Anche gli Stati del Mid-Atlantic non sono in discussione e quasi certamente la mappa si dipingerà di blu. Interessante è sempre però, in relazione al fenomeno della polarizzazione, la grande spaccatura all’interno dello Stato di New York che ricalca in piccolo l’andamento dell’intera nazione: New York City e le altre contee con città popolose come Buffalo, Rochester, Yonkers e Albany hanno percentuali spaventosamente alte per i democratici, mentre quelle più interne e lontane dalla Grande Mela votano in massa per il GOP. Naturalmente la popolazione in queste zone è notevolmente minore e ciò non basta per vincere i pesanti 29 elettori dello Stato.

Pennsylvania, Stato decisivo?

Il discorso sulla Pennsylvania merita un capitolo a parte a causa della sua particolare posizione geografica e per la fondamentale rilevanza che riveste in questa tornata elettorale: la vittoria potrebbe decidersi qui. La Pennsylvania è uno Stato ponte tra due macroregioni. Solitamente viene considerato parte del Northeast anche se ne rappresenta l’ultimo baluardo: la parte occidentale dominata dalla città di Pittsburgh per caratteristiche socio-economiche è maggiormente affine alle metropoli dei Grandi Laghi del Midwest, e più in generale il comportamento elettorale dello Stato, quasi sempre in bilico, è da inserire nel blocco del Midwest, ricco di Swing States, piuttosto che nel Northeast, vero e proprio feudo democratico.
La realtà della Pennsylvania è costituita e profondamente lacerata da due anime contrapposte che, ancora una volta, risultano un microcosmo del panorama nazionale. Le aree metropolitane delle due principali città, Filadelfia a est e Pittsburgh a ovest, situate ai due poli opposti dello Stato, sono saldamente nelle mani dei democratici e costituiscono oltre la metà della popolazione complessiva, mentre le vaste aree rurali situate nel mezzo votano per i repubblicani. A tal proposito, esemplificatrice è la nota definizione dell’analista elettorale di Bill Clinton, James Carville, spesso parafrasata in “Pennsylvania is Philadelfia in the east, Pittsburgh in the west and Alabama in the middle”.
Filadelfia fa parte della Megalopoli Atlantica e il suo comportamento elettorale risente dei fattori propri del Northeast in quanto il voto in massa per il Partito Democratico è dovuto principalmente alla presenza di minoranze etniche nell’area metropolitana e a professionisti del terziario avanzato, fattori che la rendono una delle metropoli più liberal dell’intero Paese.
Pittsburgh invece gravita nell’area dei Grandi Laghi, è in piena Rust Belt ed è famosa per essere la città delle acciaierie (“Steel City”). Il suo orientamento democratico dipende dagli operai dell’industria dell’acciaio e dal fatto di essere anche un importante polo universitario. Le aree rurali dell’interno sono fortini repubblicani e nel 2016 hanno votato per Trump con percentuali altissime, riuscendo in questo modo a controbilanciare i voti provenienti dalle aree urbane e a permettergli di vincere lo Stato, fondamentale per l’esito finale a lui favorevole.
Oggi appare uno Stato ancora più decisivo dal momento che Trump per essere rieletto deve provare a conquistarlo a tutti i costi. La situazione è complessa ma allo stesso tempo fluida: fatte presenti le tendenze di fondo prima descritte, è innegabile come negli ultimi decenni la Pennsylvania abbia espresso una netta preferenza per i democratici che hanno vinto dal 1992 fino al 2012. Tuttavia la riconquista da parte di Trump nel 2016 è stata, insieme alla vittoria degli altri Stati dei Grandi Laghi come Wisconsin e Michigan, il reale elemento che ha permesso la vittoria del tycoon: seppur risicata (poco più di 1 punto percentuale) è stata importante poiché ha ribaltato un trend negativo per i repubblicani che non ottenevano il successo dal 1988. I fattori che hanno favorito la loro crescita vanno ricercati nell’erosione dei sindacati che hanno indebolito il consenso per i democratici e la grandissima affluenza di bianchi adulti non laureati nelle aree isolate che Trump ha saputo mobilitare e convincere. I sondaggi danno Biden in vantaggio di quasi 5 punti; ma attenzione, perché la sensazione generale è che il margine sia molto più risicato e che Trump stia risalendo prepotentemente.
Nel 2020 vi è un altro elemento centrale da considerare: in tutti gli Stati, anche a causa della pandemia, sono enormemente aumentati il voto via posta e il voto anticipato (early voting): per entrambi esistono modalità differenti da Stato a Stato, e in Pennsylvania il discorso appare già piuttosto complicato e ha suscitato violente polemiche. Infatti è appurato che saranno conteggiati prima i voti espressi in persona (nettamente a maggioranza GOP), mentre solamente nei giorni successivi quelli per posta dove dominano i democratici. Pertanto è alquanto probabile che i primi polls testimonino un netto vantaggio repubblicano, che dovrebbe assottigliarsi e addirittura annullarsi con il conteggio dei voti via posta.
Considerando che lo Stato, con i suoi pesantissimi 20 Grandi Elettori, sembra a oggi il più determinante per la vittoria finale, la situazione non appare idilliaca: potrebbero volerci giorni per esaminare tutti i voti per posta, per i quali Trump ha già preannunciato possibili brogli. La cosa certa è che la Pennsylvania è di vitale importanza per entrambi i candidati: per una vittoria di Trump pare imprescindibile, ma anche Biden non deve sottovalutare la questione. Se da una parte è vero che l’ex vicepresidente in teoria ha chance anche senza vincere la Pennsylvania, la perdita dei suoi 20 Elettori potrebbe complicare e non di poco la situazione, risvegliando per i democratici gli spettri del 2016. Nell’ultimo dibattito presidenziale, infatti, le dichiarazioni di Biden sul petrolio e sulle energie rinnovabili, in particolare sulla pratica del fracking (la fratturazione idraulica), potrebbero spostare un po’ di voti a favore dei repubblicani e mettere a rischio la conquista dello Stato.

Il Midwest ancora decisivo

La macro area del Midwest è indubbiamente la più intricata, essendo un vasto spazio di transizione tra le coste atlantiche e il West comprendente un folto manipolo di Stati assai differenti tra loro: quelli industriali sui Grandi Laghi, quelli agricoli al confine con il South, e i Great Plains States che dalle Grandi Pianure, cuore degli USA, si prolungano fino ai margini delle montagne centro-occidentali. Questa elevata eterogeneità si traduce in un comportamento elettorale variegato tantoché, a differenza degli altri grandi insiemi territoriali, non si può sostenere che il Midwest voti in modo compatto e continuo per uno dei due partiti. La conseguenza è che la regione possiede il maggior numero di Battleground States che cambiano “proprietario” di elezione in elezione.
Delle due sub-regioni in cui è divisa la zona, più interessante è sicuramente l’East North Central, la porzione di Stati orbitante sui Grandi laghi, decisivi nel 2016. La tradizione di questi Stati li ha visti negli ultimi decenni schierarsi un po’ di più con i democratici. Ci troviamo nel pieno della famosa Rust Belt (“la cintura della ruggine”), realtà dal passato marcatamente industriale che a partire dagli anni Ottanta ha vissuto il declino del settore secondario tradottosi nel processo di deindustrializzazione, trasformandosi di conseguenza in area spopolata e depressa, con le grandi metropoli spesso degradate. La composizione socio-demografica della zona è dominata dalla presenza di bianchi di mezza età appartenenti alle classi medio basse, per lo più impiegati nell’industria e poco istruiti.
Il passato operaio e le battaglie sociali per i diritti dei lavoratori hanno quindi garantito una buona base al Partito Democratico, che si è andata a disgregare in parte negli ultimissimi anni in seguito al loro impoverimento e peggioramento generale delle condizioni di vita dovuto alla grave crisi economica globale del 2008, al logoramento dei rapporti con i sindacati e alla definitiva affermazione del settore terziario e quaternario come fulcro dell’economia statunitense e mondiale che ha portato a termine il processo di deindustrializzazione iniziato ormai 40 anni fa.
I cittadini di questi territori, dopo essere stati protagonisti del successo industriale nel XX secolo, hanno lentamente visto diminuire i loro redditi e sono scivolati tra le fasce più povere della popolazione.
Il Partito Democratico, a loro vicino, non è stato in grado di rappresentare un punto di riferimento e un sostegno valido su cui poter contare per un’agognata ripresa. Il culmine di questo scollamento ha trovato l’apice nelle elezioni di 4 anni fa quando la stragrande maggioranza della classe operaia della Rust Belt ha votato in massa per Trump, vedendo nella Clinton un candidato molto legato all’estabilishment del partito e alle lobby finanziarie piuttosto che agli interessi dei lavoratori. Nonostante l’eredità dei grandi sindacati che avevano sempre garantito la vittoria ai democratici, Trump riuscì a conquistare il voto dei bianchi con basso livello di istruzione e a vincere di pochissimo in Wisconsin (dove i repubblicani non vincevano dal lontano 1984) e in Michigan (dove il successo mancava dal 1988).
Lo stretto legame con il Partito Democratico si è in parte allentato, ma è pur vero che tendenze radicate per decenni è difficile che tramontino definitivamente. Inoltre le Elezioni Presidenziali del 2016 sono state indiscutibilmente un episodio a parte, un punto di rottura dove paradossalmente il candidato repubblicano era una figura sui generis, antisistema e per questo in parte inviso dai conservatori del GOP, mentre la sfidante Clinton si configurava appunto come l’emblema dell’estabilishment. Questa singolare anomalia ha sicuramente influito, ma non è detto che debba ripetersi a distanza di anni quando presumibilmente le forze e le abitudini politiche endogene della regione potrebbero riemergere.
Biden, memore del disastro di Hillary in questi Stati, vi ha investito molto in campagna elettorale evitando di sottovalutare il malcontento della classe operaia – alla quale si è mostrato vicino – il cui voto pro democratico l’ex first lady aveva invece dato per scontato, naufragando e perdendo clamorosamente le elezioni. Una figura come quella di Biden potrebbe tornare a far breccia tra le fila della working class, riportando il colore blu nel blocco dei Grandi Laghi: i sondaggi infatti lo danno in vantaggio.
Nel Wisconsin la città di Milwaukee è saldamente democratica a differenza delle contee che la circondano, in particolare quelle della cosiddetta WOW (Waukesha, Ozaukee, Washington) che è nelle mani del GOP, nonostante la popolarità di Trump non sia altissima. Più equilibrata la situazione nelle contee che circondano l’altra grande città e capitale statale, Madison, anch’essa democratica.
Discorso simile vale per il Michigan, emblema – con la sua città più importante, Detroit – dell’inesorabile declino e di una altrettanto lenta quanto difficile risalita dei grandi ex Stati industriali. Problemi finanziari, crisi economica, criminalità, uniti a degrado urbano, hanno spinto molti cittadini ad abbandonare lo Stato alla ricerca di mete più appetibili. Decine di contee del Michigan e del vicino Wisconsin che nel 2008 e nel 2012 avevano votato per Obama, nel 2016 hanno preferito Trump che vinse di 3 decimi nel primo e di 7 nel secondo. È ora probabile invece che entrambi ritornino ai democratici: Biden pare qui sulla strada giusta.
L’Illinois è indubbiamente la realtà più democratica della zona grazie alla presenza dell’enorme Chicago, dove la componente di afroamericani è elevata e, anche in questa tornata, rimarrà all’asinello. L’Indiana, al contrario, è nettamente il più repubblicano dell’area: Stato ancora fortemente agricolo, a eccezione delle aree al confine con l’Illinois che sono sobborghi di Chicago, si schiera sistematicamente con il GOP e Trump gode di una discreta popolarità.
Il Minnesota, vinto con grande stento dalla Clinton, risentirà sicuramente di quanto accaduto nei mesi scorsi nella sua città più importante, Minneapolis, teatro dell’omicidio di George Floyd e degli scontri per i diritti degli afroamericani in seguito. Queste circostanze avranno un peso rilevante al momento del voto favorendo probabilmente i democratici. Trump dal canto suo, avendo perso veramente di poco, ha deciso di investirvi in campagna elettorale, puntando molto sugli effetti che la crescita economica sta invece avendo in questo territorio e sul possibile rinnovo dei permessi di estrazione nelle aree protette, revocati durante l’amministrazione Obama.
Un altro fattore da considerare è una crescita del conservatorismo in generale, come abbiamo visto in buona parte di queste aree, e in particolare lo spostamento dei lavoratori dell’industria mineraria verso destra, in virtù dell’indebolimento dei sindacati. Tuttavia anche nel Minnesota Biden è avanti e dovrebbe vincere lo Stato, probabilmente sempre con un margine risicato.
Veniamo a Ohio e Iowa. Il primo viene considerato lo Swing State per eccellenza in quanto è spesso risultato decisivo per l’elezione del presidente: l’Ohio vota quasi sempre a favore del futuro vincitore, nessun candidato repubblicano ha vinto le elezioni senza passare da una vittoria qui. Come nella confinante Pennsylvania è estremizzata la biforcazione tra aree urbane e zone marginali di campagna: Cleveland, Colombus, Cincinnati e la zona del lago Erie è democratica; il resto dello Stato, repubblicano.
Gli operai dell’industria manifatturiera e dell’industria pesante che avevano sostenuto Obama non hanno fatto lo stesso con Hillary, e Trump ha vinto di 8 punti, scarto incredibilmente più ampio che in Texas. Infatti nell’ultimo periodo il Partito Repubblicano è forte e ha recuperato consensi molto più rispetto a Wisconsin, Michigan e Minnesota. Nella zona orientale lo spostamento verso il GOP dipende dalla crisi carbonifera che ha portato molti impiegati nel settore a contrastare le politiche ambientaliste dei democratici. Trump è dato in lieve vantaggio, Biden non risulta molto distante, ma il trend degli ultimi anni lascia ipotizzare una nuova vittoria rossa.
Anche l’Iowa, Stato agricolo che risente molto di influenze esterne (quelle progressiste a est dell’Illinois e quelle più conservatrici a ovest degli Stati delle Great Plains), è tradizionalmente considerato un Battleground State. Tuttavia anche qui nel 2016 Trump sconfisse la Clinton con un buon margine (10 punti) e per questo, nonostante sia ritenuto in bilico, è più facile ipotizzare una vittoria repubblicana come in Ohio visti gli ottimi successi recenti del GOP in entrambi gli Stati.
 Il Missouri, Stato più a sud del Midwest al confine con il South, è rurale e conservatore anche se è noto per essere un Beelwether State (“banderuola”) poiché è solito votare per il candidato poi vincitore, a parte tre sole eccezioni: tuttavia la recente tendenza sembra confermare il predominio repubblicano.
In favore del GOP voteranno sicuramente anche gli altri Stati delle Grandi Pianure: Kansas, Nebraska, North e South Dakota. C’è tuttavia una curiosità che potrebbe rivelarsi importante se non – in uno scenario complicato ma non impossibile – addirittura decisiva che riguarda proprio il Nebraska. Lo Stato, come il Maine, adotta un sistema semiproporzionale e assegna in blocco 2 Grandi Elettori al vincitore del voto popolare nello Stato e i 3 restanti ciascuno al candidato vittorioso in ognuno dei 3 distretti elettorali in cui è suddiviso per l’elezione della Camera. Tradizionalmente il Nebraska è una roccaforte repubblicana e Trump vincerà agevolmente così nel primo come nel terzo distretto: l’eccezione è rappresentata dal secondo. Si tratta del distretto intorno alla capitale Omaha, vinto dai repubblicani 6 volte su 7 negli ultimi 28 anni, ma che quest’anno viene considerato competitivo: il motivo risiede nell’essere formato da aree suburbane abitate da popolazione bianca (73%) più istruita rispetto alla media che preferisce i democratici. Questo distretto ha infatti in percentuale uno dei numeri più alti di laureati in tutto il Paese e un’età media di 35 anni. Nelle ultime tornate elettorali nazionali è stato vinto solamente da Obama nel 2008, ma martedì i democratici potrebbero battagliare fino all’ultimo. Nel 2016 Trump lo ha vinto di soli 2,4 punti e ha recentemente perso terreno nell’intera area metropolitana, eccetto nella fetta di elettorato costituita dalla classe operaia bianca.
Nello scenario in cui Trump riuscisse a rivincere nella maggior parte degli Swing States e Biden a non sfondare in Pennsylvania e Florida, i due candidati potrebbero essere molto vicini nel numero di Grandi Elettori finali e allora, in tale caso, anche il singolo voto del secondo distretto del Nebraska risulterebbe decisivo.

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Il West diviso: Stati interni ai repubblicani, costieri ai democratici

La macro regione del West è forse quella di più semplice lettura in quanto presenta una netta scissione tra gli Stati interni e montuosi strenuamente repubblicani, e quelli costieri decisamente democratici.
I tre Stati più settentrionali – Montana, Idaho e Wyoming – rappresentano l’emblema del mito della frontiera e del passato pionieristico legato allo spirito d’avventura e ai cowboy: hanno un’estensione notevole, sono scarsamente popolati e non ci sono grandi centri urbani. Per questi motivi votano per i repubblicani, portando però in dote pochi Grandi Elettori (solo 10 in totale). Le uniche isole democratiche sono le contee dove rilevante è la presenza di nativi americani e di campus universitari.
Gli altri due Mountain States a sud hanno un comportamento elettorale più complesso. Lo Utah è un’altra fortezza repubblicana dal momento che la Chiesa Mormone, vicinissima alla destra conservatrice, ha nella capitale Salt Lake City il suo quartier generale. Il clero mormone, avendo da sempre appoggiato candidati repubblicani moderati e legati all’estabilishment del partito, non ha mai visto di buon occhio Donald Trump, e perciò lo Stato non viene ancora assegnato come sicuro al tycoon: tuttavia non ci dovrebbero essere sorprese.
Il Colorado è uno degli Stati che ha visto il suo comportamento alle urne mutare più drasticamente nel recente passato: antico baluardo repubblicano per tutta la seconda metà del Novecento, ha iniziato a svoltare verso sinistra votando per i democratici nelle ultime tre elezioni. Il significativo cambiamento è dovuto all’evoluzione demografica caratterizzata da un vertiginoso aumento della componente ispanica. Le contee montuose settentrionali vicine al Wyoming votano per il GOP, e così le zone rurali, i sobborghi e la El Paso County con la città di Colorado Springs, fortemente influenzata dalla destra religiosa e dalla cultura militare (ospita la Air Force Accademy). I democratici hanno il netto predominio nelle grandi città – Denver e Boulder – e nelle zone montane con campus universitari. I democratici sono in vantaggio anche in questa tornata elettorale sfruttando in particolare l’alto livello di istruzione della popolazione locale: molti bianchi laureati che fino a pochi anni fa avevano votato per Bush, dovrebbero garantire ora invece a Biden una solida base su cui poggiare la vittoria dell’intero Stato.
I tre Stati desertici del Southwest – Nevada, Arizona e New Mexico – pur facenti parte geograficamente di questa regione, verranno analizzati insieme agli altri Stati del South per motivazioni di carattere geo-elettorale e demografico che potrebbero avere un peso nelle elezioni così come in altre realtà del sud.
Gli Stati costieri affacciati sul Pacifico garantiscono voti sicuri al Partito Democratico: si tratta infatti di una delle aree più liberal e progressiste degli Stati Uniti insieme al Northeast. Nel corso del Novecento avevano spesso votato per i Repubblicani come nel South in quanto condividevano il medesimo disprezzo per il governo centrale e l’intervento dello Stato. Tuttavia alcuni fattori hanno rovesciato la tendenza e permesso che l’intera zona divenisse un feudo democratico. Il processo di transizione da un’economia industriale a una post-industriale incentrata su servizi terziari e dell’high-tech ha visto in California la sua massima e migliore espressione nella Silicon Valley. Questi cambiamenti socio-economici hanno radicato in questi territori valori maggiormente legati a un tipo di mentalità più “aperta” e cosmopolita. Altro decisivo fattore è ancora una volta l’aumento delle minoranze etniche, soprattutto gli ispanici, che tendono a votare più per i democratici.
La California (lo Stato più popoloso dell’Unione con 39 e passa milioni di abitanti) assicurerà 55 Grandi Elettori a Biden, l’Oregon 7 e lo Stato di Washington, dove sono forti i democratici radicali con particolare interesse per le tematiche ambientali, 12. Anche dalle Hawaii arriveranno 4 Grandi Elettori per l’ex vicepresidente, mentre l’Alaska (3 Grandi Elettori), lo Stato più esteso della Federazione e storicamente filo-repubblicano, voterà per Trump anche se probabilmente il margine di distacco risulterà meno ampio rispetto al passato.

Il South: da “profondo” a decisivo

Il South è la macroregione più estesa dal punto di vista territoriale e comprende un elevato numero di Stati. È noto da sempre come avamposto solidamente repubblicano, dove questa tendenza di lungo corso vige ancora; tuttavia i cambiamenti demografici stanno trasformando alcune realtà territoriali, mutandone caratteriste sociali e culturali e, di conseguenza, influenzandone anche il comportamento elettorale.
Parliamo di un’area dove il reddito medio è inferiore alla media nazionale e si configura come povera, arretrata e marginale, ancorata a valori tradizionali e conservatori. Per tali motivi rimane il predominio del GOP, ma l’incremento delle minoranze etniche ha fatto sì che baluardi repubblicani diventassero Stati quanto meno in discussione, se non addirittura in bilico. Stiamo parlando di Arizona, Georgia e anche dell’ultraconservatore Texas, situazione che fino a qualche lustro fa sarebbe stata inimmaginabile. Rimane comunque più probabile che questi Stati non diventeranno democratici a partire dalle presenti elezioni, tuttavia l’orientamento di lungo corso sembra avvantaggiare per il futuro i blu, in quel generale processo che vedrà il South sempre meno “profondo”.
È invece certo che martedì risulteranno decisivi, insieme agli Swing States della Rust Belt, anche due appartenenti a un’altra “cintura”, la Sun Belt: North Carolina e Florida.
Partendo da nord ci imbattiamo nella Virginia che rappresenta il modello di quello che sta accadendo più in generale in tutto il South: è stato infatti il primo territorio ad avviare questa transizione verso sinistra. Marcatamente a favore dei repubblicani fino al 2004, si è poi schierata con Obama nel 2008 e nel 2012, e ha votato per la Clinton nel 2016. Le cause del cambio di rotta sono da rintracciare nel mutamento demografico che ne ha diversificato il tessuto sociale: fino a due decenni fa la maggioranza degli elettori era nata e cresciuta in questo territorio, prevalentemente agricolo e per questo incline al GOP. Negli ultimi anni si è registrato un ingente afflusso di immigrati che hanno affollato i sobborghi urbani riequilibrando le sorti elettorali dello Stato e favorendo le vittorie dei democratici. La popolazione è ancora in maggioranza composta da bianchi (soprattutto di discendenza tedesca), ma le comunità afroamericana e ispanica presentano numeri importanti e in continua crescita. Le contee nord-orientali sono sobborghi di Washington D.C. e votano per i democratici come l’area urbanizzata settentrionale. Le uniche contee del nord della Virginia a votare per i repubblicani sono quelle in cui la presenza di militari è superiore alle altre.
L’area meridionale dello Stato, dove il numero delle contee rurali aumenta, vota per il GOP. Biden ha un ampio vantaggio e la Virginia sarà presumibilmente blu per la quarta tornata elettorale consecutiva.
Il confinante West Virginia è un luogo alquanto particolare: territorio montuoso “cerniera” tra 3 macro aree (Northeast, Midwest e South), ha storicamente votato per i democratici, ma a partire dal 2000 si è orientato maggiormente sul GOP. La motivazione è da ricercare nella crisi del settore carbonifero, principale attività economica della regione, con gli operai del carbone che non appoggiano la linea democratica ambientalista volta alla regolamentazione ecologica che ha fatto chiudere diverse miniere in tutto lo Stato.
Gli Stati agricoli interni del centro-sud – Kentucky, Tennessee, Arkansas e Oklahoma – sono strenuamente repubblicani e porteranno a Trump un blocco granitico di 32 Grandi Elettori. Essi fanno parte della cosiddetta “Bible Belt”, 3) insieme a Louisiana, Mississippi e Alabama, territori dove la Chiesa Evangelica è profondamente radicata e influenza il comportamento elettorale in direzione conservatrice. Questi ultimi tre stati paludosi vanno a comporre il Deep South che, a differenza del resto della macroregione, è ancora veramente “profondo”: sopravvivono echi razzisti e sentimenti come la chiusura verso l’esterno e la paura dello straniero su tutto il territorio. Abitati principalmente da bianchi di fede protestante, sono l’area più statica e arretrata degli Stati Uniti con indici patrimoniali nettamente inferiori rispetto al resto del Paese e costituiscono una fortezza elettorale repubblicana con una somma di 23 Grandi Elettori.
Veniamo ora agli Stati in bilico, determinanti per il risultato finale di martedì. Fondamentale sarà, come detto, il North Carolina. Assimilabile alla Virginia per paesaggio culturale, sociale e demografico, come il suo vicino a nord è stato al centro di importanti cambiamenti negli ultimi anni che si ripercuotono anche sulle preferenze elettorali: è diventato uno Stato meno agricolo, più urbanizzato e decisamente più incentrato sui servizi terziari, ha attratto persone da tutte le parti degli Stati Uniti, in particolare professionisti laureati. È stato protagonista di mutamenti anche all’interno dei suoi confini: le due principali aree metropolitane di Charlotte e Raleigh hanno rappresentato negli ultimi anni un polo attrattivo con una cospicua migrazione interna dal nord. Attualmente la popolazione bianca è il 70%, seguita dagli afroamericani (22%) e dagli ispanici (10%). Questi elementi hanno comportato nelle ultime elezioni alternanza di vittorie di democratici e di repubblicani. Nel 2008 Obama, grazie alla fortissima mobilitazione dei neri, ha vinto, mentre nel 2012 e nel 2016 sono tornati a prevalere i repubblicani. In generale la “transizione democratica”, a differenza della Virginia, non si è completata: risulta ancora una realtà leggermente favorevole al GOP, ma ha assunto il ruolo di Battleground State a tutti gli effetti. Nel 2016 Trump ha vinto a fatica evidenziando più una tendenza democratica alla non partecipazione piuttosto che il ritorno in auge di una preferenza per gli antichi valori conservatori. Importante è anche la notevole quota di cittadini registrati come indipendenti, in passato spesso schieratisi in favore del GOP, che potrebbero spostare un buon numero di voti in favore dell’uno o dell’altro candidato. I dati del voto anticipato confermano segnali incoraggianti per Trump il quale, anche in virtù della storia elettorale recente del North Carolina, può essere ritenuto il favorito; ma ci troviamo di fronte a uno Stato indiscutibilmente Toss Up, cioè “dalla situazione incerta o in bilico”. Sarà importantissimo con i suoi 15 Grandi Elettori.
Il South Carolina, seppur anch’esso protagonista di una transizione da Stato agricolo produttore di riso e tabacco a terziario incentrato sui servizi, resta nella mani del GOP.
Parliamo ora dei tre Stati della Sun Belt che, a differenza del recente passato, sono ora competitivi: Georgia, Texas e Arizona. Tutti e tre solidi avamposti repubblicani, hanno subìto un trend elettorale che li ha visti abbandonare progressivamente quest’area: nel 2016 si sono spostati di almeno 4 punti verso i democratici. Nelle Elezioni di Mid-Term del 2018, i democratici hanno vinto in Arizona un seggio al Senato per la prima volta dal 1988, in Texas i repubblicani hanno vinto per un pelo la corsa al Senato. Questo spostamento al “centro” dello scacchiere politico si spiega con l’impressionante crescita demografica degli ispanici e, in misura minore, degli afroamericani in Georgia. Il secondo fattore è ancora una volta l’immigrazione interna: in generale nella Sun Belt la popolazione negli ultimissimi anni è aumentata di oltre 500.000 abitanti all’anno, e cittadini bianchi e istruiti si sono trasferiti da ogni angolo del Paese richiamati dall’espansione economica del settore tecnologico.
La speranza per i democratici è che questi tre Stati evolvano il loro comportamento elettorale in modo simile a Colorado e Virginia che dopo il 2000 si sono posizionati a sinistra, proprio grazie a un elettorato molto variegato e ben istruito. La Georgia è una delle realtà con la più elevata percentuale di afroamericani: è uno degli Stati più popolosi (10 milioni e mezzo di abitanti) e la sua espansione demografica non sembra arrestarsi. Recentemente abbiamo assistito a una migrazione notevole di afroamericani verso l’area metropolitana di Atlanta, provenienti dalle grandi metropoli della California e del Midwest, attratti dagli alloggi economici e dai sobborghi in rapida crescita. Oggi i bianchi costituiscono appena la metà della popolazione e, oltre agli afroamericani, sono aumentati di circa 10 volte anche i latinos, mentre gli asiatici si sono quintuplicati. Quasi un georgiano su tre è afroamericano.
Un primo forte segnale di cambiamento politico è testimoniato del fatto che la candidata democratica Stacey Abrams abbia sfiorato la vittoria nelle elezioni governatoriali due anni fa. Il Partito Democratico è in forte ascesa nell’area attorno ad Atlanta e le speranze dei democratici si fondano sulla popolazione di colore e sul disagio delle zone suburbane. D’altro canto le contee rurali della Georgia meridionale votano ancora i repubblicani con percentuali altissime e Trump è leggermente in vantaggio. Secondo i sondaggi assisteremo a un vero e proprio scontro all’ultimo voto: qualora Biden riuscisse a imporsi sarebbe un colpaccio per i democratici.
Il Texas è per la prima volta dopo tantissimi anni in bilico, e questa è già di per sé un’importante notizia. L’immigrazione di ispanici è costante e ha modificato il pattern dello Stato conservatore per eccellenza. I latinos minacciano l’egemonia numerica della classe bianca tanto che in Texas sta accadendo quello che in grande si sta verificando negli USA: i bianchi di origine europea sono incalzati dagli ispanici che si avvicinano sempre più e, secondo le stime, li supereranno, arrivando ad avere un Paese senza un gruppo etnico realmente preponderante. Ma in Texas non sono giunti solamente immigrati ispanici: la mentalità imprenditoriale e la possibilità di realizzarsi (è un territorio stabile e in forte crescita economica) ha attirato anche giovani laureati provenienti dalle zone più povere del Paese.
Trump è ancora in vantaggio di poco ma la situazione appare incerta e, negli ultimissimi giorni, piuttosto tesa a livello ambientale. Chiaramente i repubblicani non possono permettersi di perdere il Lone Star State (38 Grandi Elettori) perché ciò significherebbe una vittoria sicura di Biden e farebbe vacillare nel profondo il Partito Repubblicano. Il Texas tuttavia in passato è stato una nazione indipendente e ha un’identità propria fortissima che gli permette di distinguersi dal resto degli Stati Uniti. È difficile immaginare che valori così radicati nella cultura e società texana, seppur mitigati, non portino i cittadini in massa alle urne per rivendicare sentimenti che secondo loro li rendono unici. La situazione più probabile è che i democratici si avvicinino ulteriormente (nel 2016 persero di 9 punti, nel 2012 erano stati sconfitti per 16) ma Trump riesca a vincere lo Stato, magari con uno scarto del 2-3%.
L’Arizona ha sempre votato repubblicano dal 1952 (a eccezione del 1996), ma anche in questo caso i soliti fenomeni migratori stanno modificando le tendenze di voto: le minoranze etniche, gli ispanici su tutti, hanno sempre più peso. Si tratta di una realtà in parte industriale che si è aperta ai servizi e alle nuove tecnologie spostando il baricentro economico sul terziario, con attenzione anche ai commerci e ai trasporti. Le novità riguardano soprattutto la grande cintura urbanizzata dell’area metropolitana di Phoenix, comprendente le città di Mesa e Scottsdale e altre aree urbanizzate di recente sviluppo intorno alle grandi città di Tucson e Flagstaff. Il Partito Democratico sta quindi recuperando terreno puntando sulla componente latino-americana. Inoltre in questo Stato è discretamente forte l’influenza della Chiesa Mormone che, pur essendo filo-repubblicana e decisamente conservatrice, non appoggia un repubblicano sui generis come Donald Trump. I democratici possono anche contare sul sostegno della famiglia di John McCain, candidato repubblicano alle Elezioni Presidenziali 2008 recentemente scomparso, che ha deciso di schierarsi apertamente con Joe Biden, a causa di una forte contrapposizione tra l’anziano senatore nell’ultima fase della sua vita e l’attuale Presidente. Biden è sorprendentemente dato in vantaggio e non è da escludere che possa realmente portare a casa la vittoria.
Il New Mexico, Stato con un’altissima percentuale di latinos e una buona presenza di nativi americani (9,4%), è invece nettamente a favore del partito dell’asinello.
Il Nevada è un altro Bellwether State in quanto ha votato per il futuro presidente in tutte le tornate elettorali del 1912, a parte nel 1976 e nel 2016. Quasi tutto il territorio (90%) è favorevole al GOP, tuttavia il problema per i repubblicani è che stiamo parlando di zone desertiche e scarsamente popolate: le contee del nord composte da bianchi ricchi sono di destra, mentre il sud è più cosmopolita e le minoranze giocano un ruolo decisivo. Nella zona meridionale si trova infatti la Contea di Clark, con le due città maggiori Las Vegas e Henderson dove risiedono oltre i due terzi degli abitanti dell’intero Stato. Questo fatto riequilibra la situazione rendendo il Nevada contendibile. L’unica contea, oltre a quella di Clark, che tende a esprimere la preferenza per i democratici è quella di Washoe, situata nel nord-ovest. Nonostante la scarsa affidabilità dei sondaggi in questo Stato, Biden è il favorito.
Il più meridionale degli Stati del South Atlantic è anche, insieme alla Pennsylvania, uno dei più cruciali: la Florida. Il suo equilibrio è dovuto a ragioni demografico-territoriali: è un luogo dalla fortissima componente ispanica che pervade tutti gli aspetti della vita culturale e sociale. Questi cittadini latino-americani, il 27% della popolazione totale, sono originari o discendenti soprattutto da cubani (esuli anticastristi) e venezuelani e tendono a votare più per i repubblicani, al contrario di quanto fa la componente ispanica nel resto degli Stati Uniti, proprio perché provengono o sono scappati da Paesi con governi o regimi di sinistra. È anche vero però che le nuove generazioni sono più propense ad abbandonare questa tendenza allineandosi maggiormente con il comportamento generale delle minoranze e votando per i democratici. I cubani sono comunque 1,5 milioni, una cifra non indifferente, mentre gli afroamericani (13% della popolazione) votano con percentuali elevatissime (oltre il 90%) per i democratici.
La Florida è il paradiso dei pensionati (il 21% della popolazione è sopra i 65) che si trasferiscono in grandi quantità nello Stato per il clima, per la qualità della vita e per la presenza di molte strutture all’altezza pensate esclusivamente per loro: si tratta di uomini bianchi che votano per i repubblicani. Tuttavia la cattiva gestione dell’epidemia di Coronavirus da parte di Trump potrebbe portare alcuni di questi cittadini a votare per Biden. Possiamo quindi notare la presenza di situazioni controverse dove le regole di base vengono ribaltate, e ciò fa regnare l’incertezza con una difficoltà manifesta nell’elaborare previsioni accurate. La situazione è eterogenea anche dal punto di vista territoriale: la zona nord-occidentale, denominata Florida Panhandle, 4) risente dell’influenza dell’Alabama e vota repubblicano, mentre l’area sud-orientale che gravita intorno alla contea di Miami-Dade è solidamente democratica.
Le aree urbanizzate molto popolose delle grandi città (Miami e Fort Lauderdale a sud-est, Orlando nel centro, Tampa nel centro-ovest e Jacksonville nel nord-est) presentano popolazioni miste con minoranze in continuo aumento (in particolare i latinos nel sud-est), hanno al loro interno campus universitari e sono di sinistra, mentre le aree interne scarsamente popolate e con una netta maggioranza bianca sono più conservatrici. Si tratta di aree ricche del centro e dell’ovest con nutrite comunità di WASP benestanti: la Florida è infatti uno Stato a pelle di leopardo dove le aree povere si alternano a quelle benestanti. La vittoria si decide per il voto di singole contee: se il sud-est è democratico e il nord-ovest filo-repubblicano, la partita si gioca principalmente nel corridoio centrale percorso dalla Interstate 4.
Lo Stato è ovviamente dato come Toss Up con i sondaggi che segnalano un sottilissimo vantaggio democratico. Tuttavia Trump sta accorciando il distacco ed è pronto al sorpasso. Egli gode infatti del supporto di buona parte del settore turistico, potentissimo nello Stato e preoccupato da eventuali restrizioni da parte di Biden: ha vinto 4 anni fa con oltre 1 punto di margine e risulta ancora oggi fortissimo nel Panhandle, nel North Central e sembra poter prevalere anche nel decisivo I-4 Corridor. Di nuovo, lo Stato si deciderà probabilmente per una manciata di voti ed è plausibile che riesca a spuntarla ancora una volta il tycoon. Certamente la Florida potrebbe risultare determinante ai fini della vittoria finale.

Dal 2016 a oggi: tra sondaggi e 4 anni di governo Trump

Per comprendere al meglio la situazione politica statunitense attuale e quanto potrebbe accadere martedì notte, è bene fare un passo indietro laddove tutto è cominciato: 4 anni fa Trump, dato per sfavorito dai sondaggi e indicato con poche possibilità di vittoria, sorprese buona parte del mondo ottenendo una netta vittoria, non schiacciante ma lontana da ciò che molti avevano prospettato. Un’ondata rossa travolse la carta degli Stati Uniti andando a colorare anche territori inaspettati che negli ultimi decenni erano stati appannaggio dei democratici, come gli Stati del Midwest affacciati sui Grandi Laghi.
Ma come ci spieghiamo questo fatto in parte inatteso? Si è subito parlato di pesanti errori nei sondaggi, ma non è propriamente corretto, la realtà è un po’ diversa. È indiscutibile che ci furono degli errori ma, al contrario di quanto si pensa comunemente, non si tratta di sbagli clamorosi. I sondaggi non erano così errati. Nelle immediatezze dell’Election Day il magnate newyorchese si era prepotentemente riavvicinato alla Clinton nel voto popolare e aveva ridotto il margine in molti Stati chiave. La media degli ultimi sondaggi nazionali aveva fornito dati che stimavano il vantaggio di 3 punti percentuali nel voto popolare per Hillary, che ha poi vinto del 2%: una differenza che ci può stare, non un errore macroscopico.
Il vero inghippo si è verificato proprio nella Rust Belt, territorio rivelatosi decisivo nel 2016 e che lo sarà nuovamente nel 2020. Il problema è consistito nella sotto-rappresentazione di alcuni segmenti elettorali in questi Stati determinanti: non si è colto a pieno il malcontento della classe operaia bianca che non si è riconosciuta nella Clinton, la quale ha dato per lo scontato il loro storico voto per i democratici, sottovalutando questo scenario e non investendo con la dovuta attenzione in questa fascia sociale. Il risultato le è stato fatale. Pochi avevano ipotizzato il reale slittamento a destra della working class bianca nel Midwest: in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania i sondaggi attribuivano un leggero vantaggio all’ex first lady, ma l’opinione comune era quella che, nonostante il malumore generale, alla fine i 3 Stati sarebbero a fatica rimasti blu. Trump li ha invece vinti tutti di poco (neanche 80mila voti in totale).
Se nel 2012 Obama era riuscito nel Midwest a contenere i danni causati dalla crisi economica del 2008 e dal generale processo di deindustrializzazione tra gli elettori bianchi con basso titolo di studio (perdendo di 12 punti), nello stesso segmento la Clinton ha naufragato perdendo di ben 30 punti. Il vero errore nei sondaggi è stato quindi non tenere conto del livello di istruzione degli intervistati poiché non era considerato un fattore così rilevante per la scelta politica: in questa nuova tornata i sondaggisti, memori dell’errore, hanno inserito anche questo fondamentale aspetto.
I sondaggi, pur non essendo lo specchio della verità in quanto non capaci di prevedere il futuro ma soltanto di avanzare ipotesi probabilistiche, non sono un elemento inaffidabile: risultano una buona base da cui partire per fare valutazioni; non bisogna però affidarsi loro ciecamente perché possono sbagliare e le sorprese non sono impossibili.
A riguardo il dato reale è che Biden ha numeri più positivi di Hillary e il suo vantaggio sembra superiore: è quindi favorito e ha più possibilità di vittoria, ma non è affatto detto che alla fine diventerà lui il nuovo inquilino della Casa Bianca. Trump è in rimonta, una sua vittoria è difficile, ma non è spacciato. Essendo il presidente in carica conterà molto anche la valutazione da parte dei cittadini statunitensi sul suo operato, un giudizio contradditorio come la figura del tycoon stessa. È infatti vero che il Presidente ha ottenuto risultati favorevoli per gli americani in politica estera e gli USA sono protagonisti di una crescita economica importante, ma lo sviluppo dell’economia è anche dovuta al prosieguo dell’inerzia positiva generale iniziata nel periodo precedente alla sua installazione.
Sotto alcuni aspetti sono evidenti lacune riguardanti temi cari a un gran numero di cittadini che potrebbero avere effetti sui risultati elettorali: non si è assistito a un reale intervento del governo nella sanità, nel rilancio degli investimenti, ovviamente nella tutela dell’ambiente e in ultimo nella gestione della pandemia. Proprio questo aspetto potrebbe spostare numerosi voti: gli americani pensano che Trump abbia gestito in modo del tutto irresponsabile l’epidemia da Covid-19, riferendosi al suo stesso contagio e alla pandemia in generale. Ciò, secondo alcune analisi, potrebbe tradursi alle urne in un voltafaccia di molte persone anziane nei confronti del presidente: la stima è che i 2/3 di questa categoria, fortemente toccata dal virus, esprima la sua preferenza per Biden mentre nel 2016 aveva votato compatta per Trump.
Infine non dobbiamo dimenticare che il tycoon è stato dichiarato oggetto di impeachment da parte della Camera dei Rappresentanti per abuso di potere e ostruzione al Congresso, pur essendo stato assolto il 5 febbraio 2020: sicuramente non è un ottimo biglietto da visita.
La figura di Trump divide e crea una frattura ontologica e inconciliabile tra i suoi oppositori che lo odiano con tutte le loro forze e i suoi sostenitori che lo idolatrano alla follia. Nel complesso è inviso a molti statunitensi ed è probabile che non venga ricordato come uno dei migliori presidenti della storia. Anche la sua campagna elettorale ha rappresentato completamente la sua figura e il suo essere: decisamente incentrata sul Trump personaggio, ha spesso alzato i toni a differenza del più moderato avversario, dichiarandosi sicuro di una sua riconferma. Questa strategia ha funzionato 4 anni fa conquistando una grande fetta dell’elettorato e soprattutto ottenendo il risultato più importante: staremo a vedere se la storia si ripeterà nuovamente.

Tra tendenze radicate e possibili cambiamenti: quali scenari?

Abbiamo dunque analizzato la situazione della geografia elettorale statunitense nel complesso, riprendendo il discorso sulle tendenze di fondo ormai radicate da decenni nella società americana e dando uno sguardo alle recentissime novità che stanno già modificando alcune preferenze di voto e potrebbero imporsi in modo più permanente nel futuro prossimo. Quali sono quindi le prospettive di medio-lungo termine per la politica a stelle e strisce, le sorti del Partito Democratico e del Partito Repubblicano e, riferendosi invece alla stretta attualità, cosa potrà davvero accadere martedì 3 novembre? Partiamo da quest’ultimo punto.
Come più volte specificato, stando ai dati in nostro possesso derivanti dai sondaggi, Biden è ampiamente favorito nel voto popolare (oggi lunedì 2 novembre viene dato avanti di 8,5 punti) e certamente lo vincerà come la stessa Hillary Clinton nel 2016. Ma quello che più interessa tutti, l’Elezione del Presidente è realmente in bilico. Anche qui Biden è avvantaggiato e ha più chance di vittoria, godendo di molte più combinazioni possibili rispetto al rivale. Ma Trump è in rimonta e si è avvicinato notevolmente soprattutto nei Battleground States. Il tycoon, che nel 2016 ha vinto in tutti gli Stati oggi considerati in bilico, per essere rieletto deve giocare in difesa resistendo negli ex bastioni repubblicani (Texas, Georgia e Arizona), provare a conquistare nuovamente il North Carolina e vincere per forza in Florida e Pennsylvania o almeno in uno dei due: altrimenti la partita sarebbe davvero chiusa.
L’ipotesi più plausibile, usando tutte le cautele del caso, è che Biden riesca a tenere botta sui Grandi Laghi non dissipando il vantaggio attribuitogli dai sondaggi, e a riportare in blu Wisconsin e Michigan, vincendo anche il Minnesota. Sicuramente otterrà risultati migliori della Clinton tra la classe operaia bianca che potrebbe spostarsi nuovamente ritornando tra le fila democratiche, vedendo nell’ex vicepresidente una figura a loro certamente più vicina e affidabile di Hillary. Il loro voto risulterà ancora determinante.
Nel South non è impossibile ma difficile che i democratici riescano sorprendentemente a strappare il Texas, che dovrebbe restare ancora, per il momento, repubblicano, a meno di una vittoria a valanga di Biden. Più combattuta la sfida in Georgia dove sarà fondamentale l’affluenza degli afroamericani. L’Arizona potrebbe rappresentare la vera sorpresa per i democratici che ricevono segnali incoraggianti e potrebbero vincere i suoi 11 Grandi Elettori. Nel North Carolina sarà una battaglia all’ultimo voto e probabilmente ne uscirà vincitore chi verrà poi eletto presidente. In Iowa e in Ohio il peso delle contee rurali dovrebbe far pendere nuovamente la bilancia verso i repubblicani, rivalutando il ruolo di quello che, a differenza di qualche lustro fa, non è più lo Stato decisivo per eccellenza.

elezioni presidenziali 2020 analisi etnica

Le Contee della Pennsylvania.

Come spiegato all’inizio, molto della vittoria si giocherà in Pennsylvania e in Florida. In Pennsylvania il risultato è forse il più incerto anche a causa dell’incredibile aumento delle seguenti tipologie di voto: l’early voting e il voto postale. Queste due situazioni, in quanto relativamente recenti e notevolmente incrementate in questa tornata a causa della pandemia, sono difficili da interpretare non essendo i sondaggi così avvezzi a valutarle. In generale i voti via posta stanno registrando numeri senza precedenti, ma il meccanismo che li regola è anche molto differente da Stato a Stato: in 34 si può votare da casa su richiesta dell’elettore, in 7 è necessario fornire una motivazione valida. Inoltre i tempi di recapito sono differenti, e proprio in Pennsylvania è già stato accertato che ci saranno ritardi e lo spoglio proseguirà fino a diversi giorni successivi all’Election Night: questa situazione complica ulteriormente le cose in quanto diventa probabile, in caso di scontro all’ultimo respiro, che il vincitore non si conoscerà tra il 3 e 4 novembre. La vicenda potrebbe diventare esplosiva.
Alla data di domenica 1° novembre parla di oltre 2 milioni di voti espressi in Pennsylvania, e anche per il voto anticipato si stanno registrando numeri record in tutta la nazione. Probabilmente sarà possibile valutare solo dopo le elezioni, a bocce ferme, l’impatto dell’incremento di queste modalità un po’ lontane dalle nostra abitudini. Tornando alla contesa, Biden è ancora avanti in Pennsylvania ma il suo vantaggio reale sembra decisamente più risicato rispetto a quello espresso dai sondaggi. Se l’ex vicepresidente dovesse fragorosamente crollare a casa propria (è originario di Scranton) la situazione diventerebbe improvvisamente critica per i democratici e la beffa sarebbe alle porte. Infatti a questo punto diventerebbe ultradecisiva la Florida con i suoi pesantissimi 29 Grandi Elettori dove Biden è sempre avanti, ma di molto meno, e un sorpasso di Trump è probabile. In questo caso l’attuale presidente potrebbe ripetere l’impresa di 4 anni fa riuscendo a vincere di nuovo tutti gli Swing States. Stiamo chiaramente parlando dello scenario peggiore per i democratici, possibile ma di certo non l’ipotesi più probabile. Anche in Florida ha già votato circa il 60% degli elettori registrati e i sondaggi danno i due candidati vicinissimi con Trump in rimonta. Qui più che altrove ci sarà un duello all’ultimo voto. Trump ha la necessità vitale di riconfermarsi: uno sfondamento di Biden in Florida significherebbe che staremmo assistendo a un tracollo del tycoon. Il pronostico più prudente è quello di una leggerissima vittoria di Trump sul filo del rasoio.
Ritornando a considerazioni più generali, saranno fondamentali alcune categorie: giovani e minoranze su tutti. Sempre grazie al voto anticipato si può notare un’alta partecipazione giovanile in costante crescita. Le motivazioni sono da ricercare nel fermento per la difesa dei diritti razziali, tema a loro sensibile, e un’attività di campagna elettorale sempre più presente sui social media, principale “luogo” di incontro dei giovani d’oggi. Il loro voto è sicuramente più orientato verso i democratici.
Riguardo alle minoranze il refrain è sempre lo stesso: le comunità etniche minoritarie (alcune ancora per poco) tendono a votare più a sinistra. Biden va forte tra gli afroamericani, un po’ meno tra gli ispanici che nella loro maggioranza sono ostili a Trump, per quanto il presidente abbia saputo in questi 4 anni catturare una discreta fetta di questo elettorato. Tra le ragioni, una identità di gruppo meno radicata nel profondo come blocco compatto, a differenza degli afroamericani, a causa della forte eterogeneità degli immigrati latinos i quali provengono da aree differenti e portano con loro esperienze politiche, sociali e culturali completamente diverse. Inoltre, essi sembrano meno ancorati a pattern ideologici prefissati e più interessati all’aspetto contingente e concreto della società, valutando la proposta migliore nell’immediato senza eccessivi retaggi culturali. Ovviamente ci riferiamo a un’esigua parte dell’immensa comunità ispanica che popola gli Stati Uniti, in quanto si è calcolato che la netta maggioranza vota ancora per i democratici in misura superiore al 70%.
Per concludere, le tendenze riguardanti distribuzione di voto e comportamento elettorale nelle 4 macroaree degli USA non si sono modificate e sembra che di fondo rimarranno le stesse anche nei prossimi decenni. Ci troviamo di fronte a una realtà nazionale ormai polarizzata, dove l’emblema è la dicotomia città-campagna e la netta contrapposizione tra contee urbane e urbanizzate, e rurali e marginali. L’aspetto più rilevante, anche ai fini elettorali, è la “transizione demografica” di diversi Stati del South, una volta fortini repubblicani, a causa dell’incremento demografico delle minoranze che lascia pensare a un vantaggio democratico per il futuro a breve-medio termine.
Emblematico è il dato del voto popolare che, nonostante non sia dirimente per l’Elezione del Presidente, fornisce uno specchio reale del sentimento politico del Paese e dei cambiamenti che sta attraversando: i repubblicani non lo vincono dal 1988. È evidente che la loro base elettorale si sta restringendo sempre di più: a prescindere da come finiranno queste elezioni condizionate come quelle del 2016 dalla figura unica di Trump, distante dal repubblicano classico, i conservatori dovranno necessariamente adottare nuove strategie vincenti per attirare fasce della popolazione in questo momento a loro sfavorevoli.
Probabilmente queste elezioni saranno ricordate per la pandemia e le proteste razziali, ma la componente etnica è sempre più decisiva e lo sarà anche martedì con il voto della working class bianca nel Midwest, degli afroamericani nel South e degli ispanici in tutto il Paese, unita al voto di giovani, donne e anziani. Noi torneremo a studiare i risultati delle elezioni concentrandoci sempre sull’aspetto etnico. Nel frattempo, buona Election Night a tutti.

 

N O T E

Per mappe degli Stati e schemi geografici legati alle presidenziali, vedi questo articolo.
1) La Rust Belt (cintura o cerniera della ruggine) è l’espressione che indica la regione culturale degli Stati Uniti compresa tra i Monti Appalachi e i Grandi Laghi, caratterizzata da un passato marcatamente industriale che ha vissuto dagli anni Ottanta in poi una crisi senza precedenti tradottasi in declino economico, spopolamento e degrado urbano, fenomeni dovuti al problematico passaggio a un tipo di economia terziaria incentrata sui servizi e le nuove tecnologie. Comprende parti di Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, Michigan, Illinois, Wisconsin e l’area occidentale dello Stato di New York, lontanissima dalla Grande Mela.
2) La Sun Belt (cintura del sole) è una regione degli Stati Uniti meridionali che si estende dalla costa atlantica a quella pacifica, raggruppando buona parte degli Stati del South e del Southwest. La Sun Belt è protagonista di fenomeni migratori (interni dal Northeast e dal Midwest ed esterni soprattutto dal Messico). La popolazione ispanica infatti è ben rappresentata in questi territori e cresce più velocemente rispetto agli altri gruppi etnici. Vi fanno parte North Carolina, South Carolina, Florida, Georgia, Louisiana, Alabama, Arkansas, Mississippi, Texas, New Mexico, Arizona e le aree meridionali di California e Nevada.
3) La Bible Belt (cintura della Bibbia) è un’area culturale degli Stati Uniti così denominata per la presenza di un’elevatissima percentuale di persone che professano il cristianesimo protestante cristiano, per lo più appartenenti al movimento evangelico.
4) La Florida Panhandle (conosciuta anche come West Florida oppure Northwest Florida) è la sottile striscia di terra lunga 320 km che si trova tra l’Alabama a nord e a ovest, la Georgia a nord e il golfo del Messico a sud. È composta principalmente da contee rurali e conservatrici, sicché a livello elettorale si registra un comportamento decisamente stabile in favore del Partito Repubblicano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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