Heiva 2018, la seconda serata

Filed in Polinesia in diretta, polinesiani by del 11/07/2018
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La seconda serata della Heiva I Tahiti 2018, vede passare sul palco di To’atā due gruppi di canto in categoria Tārava Raromata’i (le isole Sottovento dell’arcipelago della Società) Natiara e Tamari’i Manotahi, il gruppo Natihau in categoria Tārava Tahiti, due gruppi per la danza, Te Ao Uri No Te-Ara-Hiti in categoria Hura Ava Tau, amatori, e ‘Ori I Tahiti di Terau in categoria Hura Tau, professionisti.

1  NATIARA – categoria Tārava Raromata’i, canti delle isole Sottovento.
Te here tapu
L’amore proibito

Il gruppo è composto per la maggior parte dai membri della chiesa della Comunità di Cristo, chiamati anche Sanito. Dyana Tavaerai’i, già membro della giuria della Heiva, è l’autrice delle melodie.
Cantano dell’amore fra la principessa Tehuihui, discendente degli Hoara di Tiputa, e un uomo misterioso con il quale si incontrava nei pressi di un pozzo. Un giorno l’amato non dà più segni di vita e, dopo averlo cercato in lungo e in largo, scopre che è morto.
Si reca allora, tremante d’emozione, presso il marae (luogo di culto) Teruata’ata, con la speranza di riportare in vita il suo corpo e canta la sua disperazione. Per questo l’acqua di quel pozzo si chiamerà Va’ita’ihani, acqua dove si piange.

 

 

2  TE AO URI NO TE-ARA-HITI – Categoria Hura Ava Tau, amatori.
Matari’i, te mata o te’aru
Le Pleiadi, il risveglio della natura

Il gruppo comunica l’importanza di Matari’i, la costellazione delle Pleiadi: molto più che semplici stelle, esse influenzano la fertilità della terra.
La coreografia ci porta ai tempi dall’arrivo della flotta di piroghe dai tre vertici del triangolo Mā’ohi, all’ultima delle tre ‘ōro’a Matari’i, notti di cerimonie.
Quando si viveva secondo miti e leggende, quando ancora regnava la magia della parola, i guerrieri percorrevano il profondo blu per ritrovarsi ai piedi di Mou’a-A-’Oro, la montagna del dio ‘Oro, che si trova a Te Pari, la falesia, sull’isola di Tahiti dove li aspettava Pere, dea della terra e del mare, vestita della fiamma d’amore per il suo popolo.
Il loro sontuoso costume è composto da elementi che riflettono la montagna, dove la flotta arriva senza remare, lasciandosi portare dalla corrente. Al centro dell’acconciatura un pītātoa, conchiglia da noi chiamata l’occhio di Santa Lucia, che simboleggia Matari’i, girato nel verso dell’opercolo, a indicare con la sua spirale il rinnovamento della terra, ovvero il ciclo della vita.
Il costume pareu rappresenta il lavoro dei campi con il sacco per la copra, il tessuto rosso e i pitipiti’ō, semi di paina (Adenanthera pavonia) simboleggiano il sangue della vita, il rosso delle radici autoctone.
Il costume vegetale riflette il tau ‘auhune (tempo della raccolta) durante il quale si gode dell’abbondanza della terra. Libero sfogo alla fantasia dei ballerini, liberi di comporlo a loro piacimento, usando questi fiori: uccelli del paradiso arancione, tiare fara (fiore del Pandanus odoratissimus) rosso, tiare Tahiti (Gardenia tahitiensis), ‘ōpuhi (Amomum cevuga) e allamanda (Allamanda blanchetii).

 

3 NATIHAU – Categoria Tārava Tahiti, canti di Tahiti.
Nō hea mai te i’oa Pūna’avia
L’origine del nome Pūna’avia

Nuovo gruppo fondato dal grande Pierrot dell’isola di Rapa, artista eclettico, nonché compositore e autore dei canti e del tema. I ragazzi del suo quartiere gli hanno chiesto aiuto per montare un gruppo e questo è il risultato. Con la sua energia spinge e sostiene gli animi, ma ha trasmesso il suo ruolo carismatico a un giovane e si limita a cantare, anche se la sua particolare voce spicca fra le altre.
Finalmente ci sarà chiaro significato di questo nome, così difficile da pronunciare per noi: Puna’auia.
Temuri, bel ragazzo tatuato dai capelli lunghi era un manahune, figlio del popolo, che viveva a Fautau’a. Un giorno mentre stava pescando nella spiaggia di Faa’a incontra la bella Pere I Tai, la figlia di Maheanu’u, il re della zona. La ragazza e le sue amiche lo guardano ridendo, il giovane offre loro le triglie appena pescate. Inutile dire che i due si innamorano al primo sguardo.
Il loro è un amore proibito, i manahune non potevano incrociarsi con la razza reale.
La ragazza è presa da mille dubbi, seguire la legge degli antenati o quella dell’amore?
I due progettano di andarsi a nascondere a Tautira per poter vivere tranquillamente il loro amore, ma il tahua (sacerdote), rappresentante della legge ancestrale li ha sentiti, segue il ragazzo, lo sorprende mentre si trova sdraiato sulla pancia con le mani sotto al mento invocando l’aiuto degli dèi e gli fracassa la testa per offrirlo al dio Perete’i sul marae (luogo di culto).
La ragazza lo aspetta invano all’appuntamento per partire, il giorno dopo e tutte le sere seguenti; agitata, gli manda a dire che rinuncia al suo amore e che lui potrà trovare una ragazza con cui essere felice, ma presto scopre l’amara verità: il suo amato è morto. Cade in un profondo sconforto, i suoi genitori la portano a Ra’iatea, dove incontra Tera’imarama con il quale ha una bambina.
Questo è solo l’antefatto.
Dopo essere rimasta parecchio tempo lontana, incontra le vecchie amiche che la credevano ancora vergine; presa dalla vergogna, salta in un buco seguita dal fratello Mata’iruapuna. I due arrivano nel mondo del (tenebre) dove resteranno a vivere. Dopo due lunghi anni viene offerta a Mata’iruapuna una grande conchiglia e sono obbligati a tornare nel mondo dei vivi. Per questo passaggio vengono portati in una grotta, presi dal vortice si ritrovano dal profondo dell’oceano alla superficie del mare. Emergono a nella località Manotahi, il re Pōhuetea li accoglie organizzando una festa in loro onore. Come ringraziamento Mata’iruapuna gli offre la grande conchiglia: ascoltandola si sentiva il rumore del mare. Pōhuetea esclama: Teie pū na ‘au ia, questa conchiglia è mia, e decide di cambiare il nome del suo distretto in Pūna’auia.
Cercare il significato del nome dove si abita, è importante.
La conchiglia ha fatto una brutta fine, è stata recuperata dai missionari che l’hanno gettata in mare, facendola ritornare nel suo mondo d’origine, il pō.

‘Ūtē paripari
Ua pua’ūa’a te tiare e
Nō tō rāua here ra e
Ua horo aune’e rāua e
I roto i te ao here ra e
Ua ‘amu a’e ra rāua e
I tō rāua here ra e
Te’ite’i pi’opi’o e
Punipuni i te here puni ra e

Il fiore del loro amore è fiorito,
Corrono di nascosto
Nel modo dell’amore
hanno consumato il loro amore
Andandosene in punta di piedi
Chinandosi per nascondere
Il loro amore

E ta’i perete’i mauriuri e
Ta’i nave fa’aara i te ‘ino e
Vinivini vanavana te tari’a e
Te tari’a o te ‘‘ino ra e
Ro’o hia atu ra te manahune e
Tārava ‘ōpu noa ra e
Te ani ra i te tauturu e
I te mau atua Mā’ohi e

È il suono emesso dai grilli
Che avverte meravigliosamente del male
Che fa vibrare le orecchie dal male
Che vide il giovane sdraiarsi sul ventre
Che domanda aiuto al dio Mā’ohi

‘Aue ua ti’a mai ra te rima o te ‘ino
Ua rave i tana ‘ōhipa tumu e ua
Tūpa’i e ua tūpa’i e ‘aue ua pohe roa
Ho’i o te tama e i te ravera’a a te ‘ino e

La mano del male si leva
Fa il suo lavoro abituale
Colpisce, colpisce
Il giovane venne ucciso dal male.


4 TAMARI’I MANOTAI – Categoria Tārava Raromata’i, canti delle isole Sottovento.
Te ‘ā’ai no Puna nui e o Puna iti
La storia di Puna nui e Puna iti

Il tema di questo gruppo è il seguito della storia di Puna, che era stato catturato e infornato. I suoi due gemelli Puna Nui e Puna Iti hanno un piano per impadronirsi del (conca) del re, sospesa sull’Ahu (altare) del marae di Atehuru, per vendicarsi della morte del loro fratello maggiore. Nessuno può accedere al marae senza l’autorizzazione del Tahu’a (sacerdote) o del re, è sorvegliato giorno e notte dalle guardie. I due fratelli, restati a lungo nella vallata di Matati’a, hanno messo a punto un piano per catturarlo senza essere visti. A notte fonda, quando sono tutti addormentati, guardiani compresi, si avvicinano al marae, montano uno sulle spalle dell’altro per raggiungere l’Ahu che era a una certa altezza, prendono il e se la danno a gambe levate. Al sorgere del giorno le guardie si accorgono con stupore che il è stato rubato e annunciano la cattiva notizia al re che, infuriato, raduna il popolo e domanda loro di trovare il colpevole.

 

5 ‘ORI I TAHITI – Categoria Hura Tau, professionisti.
Te Mā’ohi ē
I Mā’ohi

Questo è il gruppo favorito per quest’anno, ma non si può mai dire… Suo fondatore Terau, ra’atira (capo danza) l’energico Francky Tehiva dalla bella fidanzata italiana.
Il tema si sviluppa in un dialogo fra l’attuale generazione e quella dei padri, con domande relative alla propria storia, sulla rottura dei gesti ancestrali, sul ruolo del popolo Mā’ohi nell’odierna società. Si invita la conoscenza: haere mai i te fare nei (vieni, entra nella mia casa), haere mai e tāma’a (vieni, mangiamo insieme), riprendendo le frasi tipiche dell’ospitalità polinesiana – come nel film interpretato da Marlon Brando, Gli ammutinati del Bountyhaere mai na ta’u here, vieni amore mio.
Belli i costumi, e le toccanti le parole del testo ben rappresentate nella danza non hanno lasciato indifferenti gli spettatori.
Dito puntato anche sull’alimentazione: da quando, invece di coltivare i tuberi tradizionali come taro, igname e manioca si mangiano prodotti surgelati, diabete e obesità hanno preso il sopravvento. Per preparare i tuberi secondo la tradizione, dopo averli bolliti si schiacciano col penu (pestello di pietra) nel ‘ūmete (piatto di legno rettangolare dai bordi leggermente alzati). Il gruppo ha portato in scena dei manufatti in legno che sembravano più forme di formaggio, assolutamente ergonomici, ma questo è l’unico difetto che gli si può trovare.

Ia ‘oto fa’ahou te ‘ūmete i te ta’u o te penu e
Tae’e
Ua ho’i ato’a mai ia te Mā’ohi
Ua mā ato’a ia, ua mā ato’a ia te ta’ata

Quando i piatti in legno risuoneranno al ritmo del pestello
Atletico,
Ritornerai o Mā’ohi
I tuberi che danno la forza, la forza agli uomini

Ua mārae to ‘oe iho i te reo ē
Ua riro te maura’a o to o’e a’a e’i maura’a pāpū ‘ore

insieme alla lingua è stata cancellata la tua essenza
la presa delle tue radici è diventata instabile

A prahi mai i ni’a i teie repo
A tanu ia ‘ore to ‘oe rima ia vai piri e te tāpau o te moni

Installati sulla tua terra
Lavorala con le mani prima che la febbre del denaro la sigilli

E ‘a’ara ta to ‘oe fenua e puhi nei
A huti rā i to ‘oe aho
Te hou teie o to ‘oe fenua
Te tā’amu atu ia ‘oe i to ‘oe fenua

La tua terra emana la sua fragranza
Vai ispirati
È l’essenza della terra che ti inebria
E ti lega a essa

Hi’a significa cadere, è la parola usata quando crolla un albero cedendo sotto il suo peso. Huritumu significa rovesciare, se riferito all’albero, quando è totalmente estirpato e il sistema radicale ha perso contatto con la terra.
Questi termini indicano due situazioni diverse che portano allo stesso risultato: la pianta è a terra con le radici esposte, in parte in un caso, totalmente nell’altro.
Questi esempi illustrano la situazione attuale del popolo Mā’ohi, che ha perso contatto con la sua terra, tanto da porsi la domanda: chi sono?
Il tema del gruppo vuole essere un avvertimento ai genitori e alle nuove generazioni, i nonni sono oramai le ultime radici di questo popolo: una volta scomparsi, un intero strato culturale se ne andrà con loro. Cosa sarà della nuova generazione senza radici?
Bisogna ricordare che un popolo è riconosciuto quando esiste un legame fra questo e la sua terra, si fonda sulla hīroa, conoscenza, usando come mezzo il reo, la lingua che permette di apprendere, di conoscere, di ricordarsi. La lingua è il frutto di questo albero, che nutre l’anima Mā’ohi.
Iho, è l’essenza, l’anima; la patria unita al popolo: io sono la mia terra, la mia terra sono io, unione indissociabile. Quando l’albero perde il contatto con la terra, le radici si seccano e non portano più nutrimento. La generazione corrente è in questo stato, inizia a essere priva di vita. Cosa ne sarà del popolo Mā’ohi? Resterà sempre Mā’ohi?

Tei roto noa ā ‘oe i te pō
A ara, e taime tano teie
Ia ‘oreto ‘oe mata ia vai piri roa
Ia vai, ia vai piri roa

(Mā’ohi) sei nell’oscurità
Svegliati, sei ancora in tempo
Altrimenti i tuoi occhi resteranno chiusi per sempre
Chiusi, chiusi per sempre

‘Aita ‘oe i neva atu
Ua turi to tari’a

Non girare la testa
Porgi l’orecchio

Ia ‘e’eva te hui tārava i ni’a i re ra’i pō uri, e ra’i puapua ia
Ia mou te māramarama o te marama i mua i te ‘ana’ana o te rā, i ni’a i te ra’i āteatea
E ra’i māteata ia.
Ia fāfati te ‘are miti i ni’a i te a’au, e ia ‘uo’uo te miti,
Ua hinano ia te tai.
Ia tanuhia te huero, ho’e tumu rā’au te roa’a mai,
E to na māa, to na ohi, e ta na mau tiare, ia nāna’ihere ‘o ia.

Quando si guardano le stelle brillare nel nero della notte
Il cielo è: stellato.
Quando l’oscurità viene cancellata dal fulgore del sole nel cielo limpido,
Il cielo è: radioso.
Quando le onde si infrangono sulla barriera corallina,
Tessono una corona immacolata per l’isola.
Basta un seme per avere un albero,
Con i suoi frutti, i suoi getti, i suoi germogli, crea la foresta.

Si dice degli anziani che sono dei ruhiruhi, perché passano il tempo a sonnecchiare, ma sono loro che conoscono il passato, noi viviamo nell’epoca del sapere, ma l’ignoranza cresce, il sapere vacilla.

Ua ti’a to ‘u metua no te fa’aara i te nūna’a
Ua vevo noa to na reo mai te tūoro i mua i te mou’a
Inaha, ua po’i na ‘umete iti piri mato o teie nna’a
Ua ri’ari’a to na vaha i mua i te poreho
Ua mata’u te ihotupu reo ‘ore i to na iho parau e
O vai te ha’amāna’o i teie nūna’a te huru mau o to na huru?
O vai te fa’ati’a fa’ahou mai?

I miei padri si sono alzati per risvegliare il popolo
Invano, le loro voci non erano che un eco riflessa dai fianchi della montagna
Le orecchie di questo popolo hanno un muro
Il disgusto di quella conchiglia
La paura di parlare la lingua
Chi ricorderà a questo popolo la sua vera natura?
Chi rialzerà questo popolo?

I ti’a to na ‘āvae i ni’a to na fenua
Ia ‘ore teie nūna’a ia tāmau
I te ta’ahi, i te ta’ahi ia na iho
Ia ‘ore te hiro’a o teie nūna’a
Ia ruhiruhi noa

Perché batta di nuovo questa terra che è sua,
Invece di calpestarla,
Affinché l’essenza di questo popolo cessi di rimanere
Nella sonnolenza.

Mā’ohi,e,
Tei roto ‘oe i te moemoe’ā,
Tei ni’a te mahana,
Tei roto noa ā ‘oe i te pō,
A ara, e taime tano teie,
Ia ‘ore to ‘oe mata ia vai piri roa.

Mā’ohi,
Continui a vivere in un sogno,
Svegliati, sei ancora in tempo,
Altrimenti i tuoi occhi
Resteranno definitivamente chiusi.

I Mā’ohi sono in sofferenza, malati ma non ancora morti, qualche radice ha ancora il contatto con la terra: quella dove costruisce la propria casa, quella che coltiva; è dalla terra che apprende il senso della vita e trova la via della guarigione. Guarire per i mā’ohi, si può riassumere in tre punti: la sua terra, il suo ‘umete, piatto di legno, e il suo penu, pestello di pietra. Le erbe curative generate dalla terra vengono pestate sul ‘umete per mezzo del penu, attrezzi di cucina che si trovano in ogni casa polinesiana.

I ta’i te ‘oto o te ‘ūmete,
E tāpa’o fa’a’ite e,
E rā’au te tūpa’ihia ra.
Te ora ato’a ia te ta’uhia ra,
Ia ora te ta’ata mā te maita’i o te fenua

Quando risuona il battere sul ‘umete,
É segno
Che un rimedio è preparato.
Per questo si invoca la vita,
Per guarire il malato per i benefici della terra.

Quando lo ‘umete risuona sotto i colpi del penu, è il suono della voce della terra che vuole guarire i suoi figli. Tendi le orecchie e ascolta, togli le tue scarpe e cammina sulla terra a piedi nudi: la conoscenza che cerchi aspetta solo che tu dica: haere mai i te fare nei, vieni, entra nella mia casa; haere mai e tāmāa, vieni, mangiamo insieme.

Ia ‘oto fa’ahou te ‘ūmete i te ta’u o te penu e
Ua ora te fenua
Ua mā ato’a ia, ua mā ato’a ia te ta’ata.

Quando i battiti del ‘umete risuoneranno al ritmo del penu,
La terra rinascerà,
I figli di questa terra saranno purificati.

L’attaccamento alla terra del popolo Mā’ohi viene sottolineato dalla tradizione di interrare la placenta, che diventa lo zoccolo, la base, il primo passo nell’esistenza umana.
Ai nostri giorni viene riservata appena una giornata per valorizzare le lingue mā’ohi. È proibito accendere il fuoco; l’ahimā’a, il forno polinesiano scavato nella terra, ha finito di bruciare; lo ‘uru (frutto dell’albero del pane) che si cuoce sulla fiamma viva scappa dal fuoco per diventare farina (prodotta da uno svizzero nell’isola di Tahiti). Per ritrovare la propria anima i mā’ohi devono essere pronti ad accogliere la propria lingua e la propria cultura.

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