Perché Israele non chiude la partita con i palestinesi? Analisi di un’estenuante tattica dilatoria

Filed in Autori, Daniel Pipes, israele by del 01/11/2018
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Immaginate che un bel giorno un presidente americano dica a un primo ministro israeliano; “L’estremismo palestinese danneggia la sicurezza americana. Abbiamo bisogno che tu vi ponga fine conseguendo la vittoria sui palestinesi. Fa’ ciò che serve entro i limiti legali, morali e pratici”. E il presidente continua: “Imponi la tua volontà su di loro, inducili a pensare di essere stati sconfitti in modo che rinuncino al loro sogno settantennale di eliminare Israele. Vinci la tua guerra”.
Come risponderà il primo ministro? Coglierà l’attimo e punirà l’incitamento e la violenza sponsorizzati dall’Autorità Palestinese? Informerà Hamas che ogni aggressione porrebbe temporanea fine a tutti i rifornimenti di acqua, cibo, medicine ed elettricità? O declinerà l’offerta?
La mia previsione al riguardo è la seguente: dopo intense consultazioni con i servizi di sicurezza israeliani e le accese riunioni di governo, il primo ministro risponderebbe al presidente dicendo “No grazie, preferiamo lasciare le cose come stanno”.
Sul serio? Non è quello che ci si aspetterebbe, visto come l’AP e Hamas cercano di eliminare lo Stato ebraico, vista la violenza persistente contro gli israeliani e visto come la propaganda palestinese danneggia la posizione internazionale di Israele. Eppure sarebbe così. E per quattro ragioni: una diffusa convinzione israeliana che la prosperità mini l’ideologia; il timore della determinazione palestinese; il senso di colpa ebraico; la riluttanza dei servizi di sicurezza. Ognuna di queste argomentazioni può essere facilmente confutata.

La prosperità non pone fine all’odio

Molti israeliani ritengono che se i palestinesi traessero sufficienti benefici economici, medici, legali e d’altro genere dal sionismo, cederebbero accettando la presenza ebraica. Fondata sull’assunto marxista secondo cui il denaro è più importante delle idee, questa visione sostiene che le scuole eccellenti, i nuovi modelli di automobili e i comodi appartamenti sono l’antidoto ai sogni nazionalisti e islamisti palestinesi. Come gli abitanti di Atlantide, i ricchi palestinesi saranno troppo occupati per odiare.
Questa idea ebbe origine oltre un secolo fa, raggiunse il culmine all’epoca degli accordi di Oslo del 1993 ed è strettamente legata all’ex ministro degli Esteri Shimon Peres, autore del libro Il nuovo Medio Oriente. Peres mirava a trasformare Israele, la Giordania e i palestinesi in una versione mediorientale del Benelux. Ancora più grandiosa, la sua visione sperava di emulare l’accordo franco-tedesco siglato dopo la seconda guerra mondiale, quando i legami economici servirono a porre fine a una inimicizia storica e a formare alleanze politiche positive.
Con questo spirito, i leader israeliani hanno lavorato a lungo per costruire le economie della Cisgiordania e di Gaza. Hanno esercitato pressioni sui governi stranieri per finanziare l’AP. Hanno aiutato Gaza garantendo l’approvvigionamento di acqua ed elettricità, promuovendo anche gli impianti di desalinizzazione. Hanno chiesto un sostegno internazionale alla creazione di un’isola artificiale al largo delle coste di Gaza con tanto di porto, aeroporto e strutture alberghiere. Hanno persino concesso a Gaza un giacimento di gas.

Ma questi tentativi sono falliti in modo spettacolare. La furia palestinese contro Israele rimane immutata. Inoltre, i gesti di buona volontà non sono stati accolti con gratitudine ma con rifiuto. Per esempio, dopo il ritiro unilaterale di tutti gli israeliani da Gaza nel 2005, le loro serre sono state consegnate ai palestinesi come gesto di buona volontà, solo per essere immediatamente saccheggiate e distrutte.
Forse i casi più eclatanti sono quelli dei palestinesi ricoverati negli ospedali israeliani che mostrano la loro gratitudine tentando di uccidere i loro benefattori. Nel 2005, una ventunenne di Gaza fu curata con successo dopo aver riportato ustioni in seguito all’esplosione di un serbatoio di benzina, per poi restituire il favore tentando di attaccare l’ospedale con un attentato suicida. Nel 2011, una madre di Gaza, il cui figlio aveva una malattia del sistema immunitario ed era stato salvato in un ospedale israeliano, disse davanti a una telecamera che voleva che il bambino da grande diventasse un attentatore suicida. Nel 2017, due sorelle entrate in Israele da Gaza affinché una delle due si sottoponesse a cure contro il cancro, tentarono di contrabbandare esplosivi per conto di Hamas.
Perché un simile fallimento? Il modello franco-tedesco comprendeva un fattore non presente nella scena israelo-palestinese: la disfatta dei nazisti. La conciliazione non avvenne con Hitler ancora al potere, ma dopo che lui e i suoi obiettivi erano stati polverizzati. Al contrario, la grande maggioranza dei palestinesi crede ancora di poter “vincere”, nel senso di eliminare lo Stato ebraico. Questi palestinesi vedono anche con sospetto gli sforzi volti a costruire la loro economia, come se Israele ottenesse così in modo subdolo l’egemonia.
Già nel 1923, il leader sionista Vladimir Jabotinsky previde questo fallimento, definendo infantile “pensare che gli arabi acconsentiranno volontariamente alla realizzazione del sionismo in cambio dei vantaggi culturali ed economici che potremo accordare loro”.
Più in generale, l’aver incrementato i finanziamenti ai palestinesi non ha creato consumismo e individualismo, ma rabbia. Come ci si potrebbe aspettare, aiutare un nemico a sviluppare la sua economia mentre la guerra è ancora in corso, significa fornirgli le risorse necessarie per continuare a combattere. Il denaro è stato utilizzato per incitare, indottrinare al “martirio”, acquistare armi e costruire tunnel per attacchi terroristici. Una decina di anni fa, Steve Stotsky dimostrò la stretta correlazione esistente tra i finanziamenti all’Autorità Palestinese e le aggressioni contro gli israeliani: ogni 1,25 milioni di euro in aiuti, come riportato dal grafico di Stotsky, si sono tradotti nell’uccisione di un israeliano.

israele non vuole vincere

Nonostante la perenne delusione, continua a sopravvivere la convinzione israeliana secondo cui la prosperità palestinese condurrà alla conciliazione. Ovviamente, la vittoria non desta alcun interesse in quegli israeliani tristemente interessati solo all’ultimo modello di automobile.
Le guerre hanno termine, come mostra l’esperienza storica, non arricchendo il nemico ma privandolo delle risorse, riducendo le sue capacità militari, demoralizzando i suoi sostenitori e incoraggiando le rivolte popolari. A tal fine, gli eserciti nel corso degli anni hanno tagliato le strade per i rifornimenti, costretto le città alla fame, stabilito blocchi e applicato embarghi. In questo spirito, se Israele avesse intrapreso una guerra economica trattenendo alla fonte il denaro dei contribuenti, negando l’accesso ai lavoratori e interrompendo le vendite di acqua, cibo, medicine ed elettricità, le sue azioni avrebbero portato alla vittoria.
Quanto all’argomento secondo cui la rovina economica palestinese produce maggiore violenza, ebbene, è una fandonia. Soltanto chi spera ancora di vincere continua con la violenza; chi invece ha perso si arrende, si lecca le ferite e comincia a ricostruire intorno al proprio fallimento. Si pensi al Sud degli USA nel 1865, al Giappone nel 1945 e agli Stati Uniti nel 1975.

La determinazione palestinese

Alcuni osservatori sostengono che la sumud (fermezza) palestinese sia troppo robusta per una vittoria israeliana. In una lettera dell’aprile 2017 indirizzata al sottoscritto, lo storico Martin Kramer spiegava così questa visione:

Nel 1948, metà della popolazione palestinese (700.000) fuggì. Ogni centimetro della Palestina fu perso nel 1967, quando altri 250.000 palestinesi fuggirono. Il loro movimento di “liberazione” fu successivamente scacciato da forze schiaccianti dalla Giordania e dal Libano. Secondo i palestinesi, gli israeliani uccisero il loro eroe e condottiero, Arafat. Tuttavia, nulla di tutto questo li ha persuasi del fatto che loro sconfitta fosse definitiva. In questa luce, non so come le misure relativamente modeste che Israele può prendere in tempo di pace potrebbero convincerli che hanno perso.

Se i palestinesi hanno sopportato un secolo di batoste, come afferma questa linea di pensiero, saranno in grado di assorbire tutto ciò che ora Israele gli riserva. Qualunque ne sia la fonte – la fede islamica, l’influenza ancor viva del gran mufti Amin al-Husseini, la rete di sostegno globale – questa straordinaria forza d’animo indica che la determinazione palestinese non si spezzerà.
Come replicare? Che Israele era sulla buona strada per la vittoria tra il 1948 e il 1993, ma poi i disastrosi accordi di Oslo lo fecero deragliare. La determinazione palestinese fu distrutta nel 1993, in seguito al crollo sovietico e alla sconfitta di Saddam Hussein, quando Arafat strinse la mano del primo ministro israeliano e riconobbe Israele.
Poi, anziché basarsi su questa vittoria, gli israeliani procedettero al ritiro unilaterale dal territorio (Gaza-Gerico nel 1994, Aree A e B della Cisgiordania nel 1995, Libano nel 2000 e Gaza nel 2005), fecendo credere ai palestinesi di aver vinto. Dopo queste ritirate, nel 2007 Gerusalemme abbandonò qualsiasi piano a lungo termine limitandosi ad affrontare i problemi più impellenti. Qual è, dunque, l’attuale obiettivo di Israele per Gaza? Non ne ha nessuno.
Pertanto, la storia israeliana si divide in 45 anni rivolti al conseguimento della vittoria e 25 di confusione. Ritornare all’obiettivo di vincere rimedierà a quegli errori.

Il senso di colpa ebraico

Essendo i più perseguitati della storia – vittime di persecuzioni religiose, razzismo, pogrom, Olocausto – gli ebrei hanno sviluppato un forte senso della morale. La prospettiva di costringere i palestinesi a sopportare l’amaro crogiolo della sconfitta è qualcosa che la maggior parte degli ebrei israeliani e dei loro sostenitori della diaspora sono restii a mettere in pratica. In maggioranza, gli ebrei preferirebbero usare la carota anziché il bastone, la ragione e non la coercizione.
Questo aiuta a spiegare perché, durante la guerra tra Hamas e Israele del 2014, l’azienda elettrica israeliana inviò dei tecnici per riparare i cavi elettrici che furono distrutti a Gaza da un razzo lanciato da Hamas, mettendo a rischio la vita dei propri dipendenti.
Nello stesso modo, quando la situazione economica di Gaza peggiorò all’inizio del 2018, ci si immaginava che gli ebrei israeliani, oggetto delle intenzioni omicide di Hamas, fossero indifferenti o persino compiaciuti dei problemi dei loro nemici. Ma non fu così. Come recitava un titolo del “Times of Israel”: Più Gaza è prossima alla carestia, più Israele, e non il mondo intero, sembra preoccupato. In parte ciò era dovuto a motivi pratici (Israele temeva il prezzo che avrebbe pagato per un collasso economico a Gaza), ma aveva anche una dimensione morale: i prosperi ebrei di Israele non potevano stare a guardare mentre i loro vicini, per quanto ostili, affondavano nella melma.
Un altro esempio, più tardi nel 2018, allorché Hamas mise a punto il lancio degli aquiloni incendiari e l’esercito israeliano non fermò l’attacco: Gadi Eizenkot, capo di stato maggiore dell’IDF (l’esercito israeliano) spiegò il motivo in un dibattito con il ministro dell’Istruzione, Naftali Bennett, nel corso di una riunione di gabinetto a porte chiuse.
Bennett: Perché non sparare a chi maneggia armi aeree [compresi palloncini e aquiloni incendiari] contro le nostre comunità? Non ci sono vincoli legali. Perché non sparargli invece di esplodere colpi di avvertimento? Stiamo parlando di terroristi sotto ogni punto di vista.
Eizenkot: Non penso che sparare a bambini e ragazzi che a volte fanno volare i palloncini e gli aquiloni sia la cosa giusta da fare.
Bennett: E quelli chiaramente identificati come adulti?
Eizenkot: Proponi da sganciare una bomba su persone che fanno volare palloncini e aquiloni?
Bennett: Sì.
Eizenkot: Questo è contrario alla mia posizione operativa e morale.
Tale “posizione morale” ovviamente ostacola la vittoria. Tuttavia, mentre le tendenze di voto e i dati dei sondaggi elettorali indicano che questa posizione rimane ferma come sempre tra gli ebrei della diaspora, soprattutto negli Stati Uniti, gli ebrei israeliani sono diventati più decisi. Quando le dolorose concessioni fatte ai palestinesi non hanno portato benefici ma violenza, molti ebrei israeliani hanno perso le speranze nell’approccio delicato ed erano pronti a imporre la loro volontà ai palestinesi attraverso misure drastiche. La posizione di Eizenkot li ha fatti infuriare. Un recente sondaggio ha rivelato che il 58 per cento degli ebrei israeliani concorda sul fatto che “sarà possibile raggiungere un accordo di pace con i palestinesi soltanto quando questi riconosceranno di aver perso la loro guerra contro Israele”.

La riluttanza dei servizi di sicurezza

In Israele esistono due apparati di sicurezza israeliani: uno aggressivo che si dedica all’Iran e ad altri lontani nemici, e uno difensivo, una specie di polizia, che si occupa dei palestinesi. Il primo punta alla vittoria, il secondo a mantenere la calma. È Entebbe da una parte e Jenin dall’altra. È sottrarre l’archivio nucleare dell’Iran da una parte, e lasciare che chi lancia aquiloni incendiari faccia il suo mestiere dall’altra.
L’apparato di sicurezza di tipo difensivo conta enormemente poiché spesso ha l’ultima parola sulla politica palestinese, come dimostrato dall’episodio avvenuto sul Monte del Tempio nel luglio 2017. Dopo che jihadisti palestinesi avevano ucciso due poliziotti israeliani con armi nascoste sulla spianata sacra, il governo israeliano installò dei metal detector all’ingresso del Monte, una decisione apparentemente indiscutibile. Ma Fatah chiese la loro rimozione, e nonostante la popolazione e i politici israeliani desiderassero nella stragrande maggioranza mantenere i dispositivi, essi scomparvero rapidamente perché l’apparato di sicurezza – compresi la polizia, la polizia di frontiera, lo Shabak, il Mossad e l’IDF – aveva avvertito che la loro presenza avrebbe irritato i palestinesi e provocato violenze, caos e persino un crollo.
I servizi vogliono evitare accoltellamenti, attentati suicidi, raffiche di missili da Gaza, intifade; ma soprattutto temono il collasso dell’Autorità Palestinese o di Hamas, che richiederebbe il ritorno del controllo diretto israeliano su Cisgiordania e Gaza. Come afferma l’ex parlamentare Einat Wilf,

Se l’apparato di difesa ritiene che i finanziamenti a Gaza comprino la calma, si farà tutto il possibile per assicurare che i fondi continuino ad affluire, anche se ciò significa che la calma viene acquistata al costo di una guerra che andrà avanti per decenni.

Privilegiando la calma, i servizi di sicurezza respingono le misure severe e considerano la vittoria irraggiungibile.
Questa riluttanza spiega molte altre circostanze, peraltro sorprendenti, relative al governo israeliano, in particolare perché quest’ultimo:

  • Consente attività edilizie abusive.
  • Chiude un occhio sul furto di acqua ed elettricità.
  • Evita di prendere misure che potrebbero provocare l’ira della leadership palestinese, come bloccare gli introiti in nero, applicare la legge, diminuire le loro prerogative o punirli.
  • Si oppone alla decisione del governo statunitense di tagliare gli aiuti ai palestinesi.
  • Non ferma la distruzione dei tesori archeologici sul Monte del Tempio.
  • Rilascia gli assassini condannati e consegna le salme degli assassini rimasti uccisi.
  • Consente a Hezbollah di acquistare oltre 100.000 razzi e missili, e poi elabora piani per evacuare 250.000 israeliani.
  • Da decenni incoraggia i finanziamenti all’Agenzia ONU per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA).

Queste cautele hanno svariate cause.
Innanzitutto, i governi israeliani fondati su coalizioni con molti partner tendono, come afferma Jonathan Spyer, “a evitare di concentrarsi su questioni strategiche a lungo termine, preferendo fronteggiare le minacce più immediate”. Perché farsi carico di un problema quando si può rimandarne la soluzione?
In secondo luogo, i servizi di sicurezza israeliani sembrano orgogliosi di doversi occupare del presente e non delle astrazioni. Leah Rabin, moglie di Yitzhak Rabin, una volta descrisse così la mentalità del marito: “Era molto pragmatico, odiava occuparsi di un evento che sarebbe accaduto nel futuro. Pensava solo a cosa sarebbe successo nel presente, in un futuro molto prossimo”. Ovvero, come recita l’ imperituro ordine di un tenente alle sue truppe: “Proteggete l’area sino alla fine del vostro turno”.
In terzo luogo, così come la polizia ritiene che i criminali siano degli incorreggibili piantagrane, allo stesso modo i responsabili dei servizi di sicurezza israeliani vedono i palestinesi come nemici simili ad animali. Incapaci di immaginare i palestinesi dediti ad altro che attaccare gli israeliani, essi rifiutano l’obiettivo della vittoria, un po’ come dire: i leoni possono ottenere una vittoria duratura sulle iene? La mentalità della sicurezza spesso sembra di sinistra, ma non lo è assolutamente. Ecco perché i Commanders for Israel’s Security, un gruppo di circa 300 generali dell’IDF in congedo, che costituiscono l’80 per cento di questa categoria, propugna la soluzione dei due Stati, laddove oltre la metà degli ebrei israeliani è contraria.
In quarto luogo, gli esponenti della sicurezza ritengono in genere che le attuali circostanze siano accettabili e non vogliono modificarle. L’Autorità Palestinese sotto Mahmoud Abbas, nonostante tutte le sue carenze (e contrariamente all’èra di Arafat), è un partner. È vero, l’AP incita all’uccisione degli israeliani e delegittima lo Stato di Israele, ma meglio tali aggressioni che rischiare di punire Abbas, ridurre la sua autorità e fomentare una intifada. Questo atteggiamento porta a essere diffidenti nei confronti dei cambiamenti, scettici verso un approccio più ambizioso e riluttanti a iniziative che potrebbero provocare l’ira palestinese.
In quinto luogo, poiché i palestinesi non dispongono di un vera forza militare, sono visti più come criminali che come soldati; di conseguenza l’IDF da forza militare si è trasformato in una forza di polizia, con tanto di mentalità difensiva. Se i generali puntano alla vittoria, i capi della polizia mirano a tutelare la vita umana. Salvare vite umane si traduce nel considerare la stabilità come un obiettivo in sé. I generali non combattono con l’obiettivo di salvare la vita dei loro soldati, mentre è così che un capo della polizia vede uno scontro con i criminali.
In sesto luogo, il Movimento delle Quattro Madri tra il 1997 e il 2000 traumatizzò l’IDF riuscendo a scatenare una forte reazione emotiva contro l’occupazione del Libano meridionale, portando a un ignominioso ritiro. Questa enfasi sull’obiettivo di salvare le vite dei soldati anziché sul perseguimento di obiettivi strategici continua a essere una preoccupazione costante per la leadership dell’IDF.
In definitiva, la principale opposizione alla vittoria di Israele non arriva dalla sinistra ma dai servizi di sicurezza. Fortunatamente, tra i responsabili della difesa esistono dissidenti che ambiscono alla leadership politica e alla vittoria israeliana. Tra di loro, Gershon Hacohen e Yossi Kuperwasser.

Conclusioni

Tutti coloro che sperano in una soluzione del problema palestinese dovrebbero esortare il governo israeliano a torchiare l’Autorità Palestinese e Hamas. Ciò favorirebbe gli interessi dei palestinesi, liberandoli dalla loro ossessione per Israele così da potersi costruire il loro Stato, la loro economia, la loro società e cultura. Tutti trarrebbero vantaggio da una vittoria di Israele e da una sconfitta palestinese.
Quando un presidente degli Stati Uniti dà il via libera, il primo ministro israeliano deve agire di conseguenza.

 

israele non vuole vincere

La famosa Ahed Tamimi durante una delle sue provocazioni antisraeliane. L’attivista “palestinese” è in realtà di origine europea (la sua famiglia proviene dalla Bosnia).

 

(traduzione di Angelita La Spada, revisione di “Etnie”)

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