Il faut batailler beaucoup…”, il monito all’uomo moderno del guaritore senegalese Famara Basse

Filed in incontri e racconti, senegal, serer by on 03/05/2020 0 Comments

La notizia è di quelle destinate a rinnovare le annose polemiche tra scienza e medicina tradizionale: in Senegal, a Fimela nella regione del Sine-Saloum, si sono radunati il 16 febbraio 2020 i Saltigués rappresentanti di 73 villaggi, sotto la direzione di Famara Basse, fondatore, presidente di ADAF Yungar e guaritore, “destinatario dell’Anima degli antenati e dei Saltigués” della comunità serer.
L’urgenza di combattere il coronavirus ha animato la comunità serer che nei Saltigués – sommi sacerdoti, divinatori, maestri del culto e consiglieri di governo – ripone la massima fiducia. Da sempre la medicina tradizionale svolge un ruolo primario nella società africana, e ogni qualvolta la sicurezza dei villaggi viene messa a dura prova da pericoli esterni, primo fra tutti la malattia, l’intervento di queste potenti figure è determinante. Da decenni la malaria, le influenze e le febbri da paludismo vengono curate con le polveri di artemisia e Cassia senegalensis, e anche in questa occasione i guaritori, attraverso il loro massimo esponente Famara Basse, presentano alla comunità e al governo centrale senegalese il loro rimedio naturale, una mistura di polvere di artemisia e miele purissimo, da sciogliere in acqua bollente.
In realtà, dietro questa apparentemente semplice tisana si cela una filosofia molto complessa, che guarda alla cura dell’individuo nella sua forma fisica ma anche spirituale e magnetica, in costante interazione con il cosmo, mirata a ripristinarne il delicato equilibrio scongiurandone il pericolo da danni collaterali.
Famara Basse ha il dono del carisma, quello vero, tipico di colui che è saggio nella semplicità.

saltigues famara basse

Terry Bianchi con Famara Basse.

“Siediti vicino a me”, mi invita indicandomi il vecchio materasso ricoperto di teli variopinti, sacchetti di erbe e contenitori in latta e plastica di ogni misura. Il caldo è soffocante, l’aria pesante e immobile tipica dei mesi torridi nel Sahel. I suoi occhi, profondi e divertiti, mi imbarazzano: vorrei fare mille domande, e non ne trovo nemmeno una che possa sciogliere il mio riserbo. Non c’è bisogno di spiegare il motivo della mia visita: forse sono un libro aperto o forse il suo intuito illuminato è già andato oltre la mia improvvisa timidezza. Mentre mi offre un fresco bissap, all’ombra di un albero centenario, con un bastoncino prende a tracciare sulla terra arida dei piccoli tratti, insignificanti singolarmente, ma che prendono forma lentamente in un disegno cosmico: sono i pianeti, delineati alla perfezione, che Famara inizia a descrivermi come fonte magnetica di influenza e alleanza per ognuno di noi.
Tutto si divide in negativo e positivo: la Terra è positiva, Marte è negativo, Mercurio è neutro… Ugualmente i giorni della settimana: il giovedì è positivo, mentre il venerdì e il sabato sono negativi. L’universo è intriso di valori simbolici, i numeri si ripetono in una sequenza ossessiva e multipla: 33 anni di Gesù, 33 vertebre, 9 aperture e 9 fluidi nel corpo umano, 99 caratteri di Dio… Famara è un fiume in piena e il mio libretto degli appunti è intonso: come poter scrivere sulla carta il senso dell’universo? E ancora: ogni fluido del nostro corpo corrisponde a una stella o a un pianeta: le lacrime sono il sole, il naso è associato alla luna, il sudore alla terra.
Cerco di incamerare nella mente più dati possibili, ma il fascino di abbandonarsi alla bellezza della sapienza con l’umiltà della non conoscenza prende il sopravvento, e con la consapevolezza di non riuscire a ripetere nulla di ciò che ho udito, prendo felicemente coscienza della perfezione del creato.
Famara d’un tratto resta in silenzio; mi prende la mano e sul palmo inizia a scrivere dei numeri, formando quadrati dentro ad altri quadrati. Si alza pensieroso e si allontana, la sua figura alta e sottile tipica dell’etnia serer avvolta in un semplice boubou a quadri grigio chiaro, al collo una leggera stoffa bianca. Raccoglie alcune foglie da un cesto e me le consegna, dettandomi velocemente una ricetta per la depurazione del corpo. “Voi occidentali correte troppo, avete perso il legame con la terra e con la comunità, ognuno pensa per sé dimenticando che il suo benessere dipende anche dal benessere della società in cui vive. Con una pastiglia fate passare il sintomo, ma difficilmente andate in profondità della vera causa. La medicina tradizionale ci è stata tramandata oralmente dai nostri antenati, ed è la madre della medicina attuale. Un detto serer dice: “Il caprone emana più odore del proprio figlio…” Abbiamo in natura tutte le risorse per la nostra guarigione, ma molti preferiscono farci credere che i nostri diamanti abbiano il valore del piombo. Il futuro sarà difficile, il faut batailler beaucoup, il mondo dovrà lottare molto, stiamo diventando i peggiori giudici dei difetti altrui e i migliori avvocati delle nostre incapacità. Quando la cultura di un popolo scompare, il popolo diventa cieco e sordo, in balìa di qualsiasi pazzo, e se un pazzo guiderà un popolo cieco e sordo, allora quella sarà la più grande disgrazia. Ringrazio ogni giorno i miei amici e anche i miei nemici, perché senza entrambi non avrei capito i miei valori”.
Mi alzo confusa, il sacchetto di foglie stretto tra le mani. D’un tratto ho mille domande ancora sulle labbra, e mille risposte che vorrei ancora sentire. Famarà mi stringe la mano con una forza inconsueta e mi sorride con gli occhi: “Bonne chance mon amie”.
Sì, è così, dovremo lottare molto, ma con una consapevolezza diversa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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