È accettabile che gli scalatori frequentino uno Stato canaglia come il Pakistan?

Filed in beluci, etnismo, geopolitica, pakistan by on 16/11/2019 0 Comments

A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! Ecco perché gli elicotteri (militari o comunque gestiti dall’esercito pachistano) di soccorso non arrivavano, o arrivavano in ritardo, per salvare gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”.
Servivano ad altro, evidentemente. Come colpire, anche con gas letali, le popolazioni indocili (vedi le città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur, bombardate e ridotte in macerie), per scaricare in mare dissidenti e oppositori. Soprattutto beluci.
Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma, beninteso) la questione Belucistan,  conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino sull’Espresso del 3 novembre 2019: Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista.
Un passo indietro. Messo alla gogna per un pacato intervento sull’alpinismo come prosecuzione, allora ancora ipotetica, del colonialismo, ho lasciato perdere avendo altro (molto altro, vedi il Kurdistan) di cui occuparmi. Tuttavia rispolverando e riordinando le mie frammentarie informazioni sul Pakistan, ho ripescato cose che già sapevo, ma su cui non mi ero mai soffermato più di tanto.
Per esempio sui beluci che vivono una situazione analoga a quella dei curdi in Bakur, i territori sottoposti alla Turchia (ma non solo, non è che nel Rojhelat, territorio curdo soggetto al regime iraniano, se la passino tanto meglio, come del resto succede ai beluci “iraniani”). Tra l’altro ho ritrovato un mio vecchio articolo 1) dove appunto tali analogie, per quanto non approfondite quanto meritavano, si intravedevano tra le righe.
In sostanza, se inizialmente parlando di “colonialismo” mi riferivo più che altro all’aspetto culturale (diffusione del consumismo, spettacolarizzazione e mercificazione della Montagna, degrado ambientale, eccetera), ho dovuto prendere atto che forse eravamo di fronte a forme di colonialismo classiche: investimenti economici, controllo delle classi dirigenti (della comprador bourgeoisie), accordi militari… Sia quello occidentale nei confronti di Paesi del cosiddetto – molto cosiddetto – “terzo mondo”, sia quello “interno” operato da Stati come appunto il Pakistan o la Turchia nei confronti delle popolazioni minorizzate (“minoritarie” non rende l’idea).

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Ma “il prezzo della conquista” chi lo ha pagato veramente?

Non mancavano i precedenti. Anche leggendo il libro-intervista con Lacedelli di Giovanni Cenacchi sulla conquista del K2 nel 1954, si comprende al di là delle intenzioni degli autori quale fosse la reale posta in gioco.
Nonostante scelga di non approfondire più di tanto (pag. 115: “è questo un argomento su cui non è possibile trarre conclusioni certe”, sic!) sui rapporti tra il governo italiano e quello pachistano dell’epoca, l’autore non può ignorare che le imprese italiane (tra cui spiccava la nota, per qualcuno famigerata Impregilo), utilizzando sia finanziamenti governativi sia quelli della Banca mondiale, ebbero in appalto le “grandi opere”. 2) In particolare quelle da realizzare nel bacino dell’Indo (dighe, canali, infrastrutture) come la monumentale diga di Tarbela. Senza escludere altri benefit politici, economici, commerciali, forse anche militari, in cambio del permesso per la spedizione.
Ma – per restare in clima coloniale – si va completamente fuori del vaso con il tentativo di giustificare Lacedelli & C per le problematiche sorte con i portatori hunza: le definisce un “tema d’atmosfera [a cosa si riferisce, forse a quella rarefatta delle alte vette?] che può imbarazzare nel racconto del nostro alpinista ampezzano”. E fustiga (pag. 90) preventivamente gli eventuali buonisti radical-chic con parole che riporto per esteso e che si commentano da sole:

Una retorica etnologica e terzomondista che affligge ancora oggi molte relazioni d’alpinismo extraeuropeo dipinge a volte l’indigeno di montagna come un “buon selvaggio”, generoso e sorridente, povero di beni materiali ma ricco di una spiritualità da cui noi ricchi occidentali dovremmo imparare valori rimossi. Il ricordo che Lino Lacedelli, montanaro tra i montanari agli antipodi culturali delle sue Dolomiti, ci consegna a proposito di hunza e balti è tutt’altro che edificante e “politically correct”. Tra i coolies della lunga carovana del K2 non mancavano soggetti affidabili e ammirabili, certo. Ma la maggior parte pare fosse costituita da fannulloni, scioperati e scioperanti, bugiardi, pronti a darsi malati e a fuggire alla prima occasione, non senza aver rubacchiato dalle italiche tasche. Lacedelli ricorda che a volte “era necessario prenderne uno o due  da parte e usare la piccozza” (…). Fin qui note di colore. 3)

Di colore? O forse intendeva “di dolore”? Lacedelli & C, poveretti, saranno anche stati figli del loro tempo, ma tali frasi vengono scritte e pubblicate nel XXI secolo (il libro è del 2004). Capite ora perché insisto: gli alpinisti, così come i loro parenti stretti, i turisti, è meglio se ne restino a casa loro. Dovunque vanno fanno solo danni, morali e materiali.

Si parva licet…

Con tali premesse, a questo punto anche la pura e semplice sostituzione di un ponte in legno con uno in acciaio assume valenze differenti da quelle di un intervento umanitario. Magari una forma di “pubblicità” che rinvia a futuri accordi commerciali, appalti e commesse. Per non parlare del fatto che tale ponte, oltre ai fuoristrada per raggiungere comodamente il villaggio turistico, consentirà il transito anche a blindati e affini. Non si mai, visto che non ci troviamo nella tradizionalmente neutrale Svizzera, ma nella Repubblica Islamica del Pakistan. Il Paese che avrebbe (condizionale d’obbligo) ospitato per anni a Abbottabad il latitante Osama Bin Laden (nonostante Islamabad ricevesse sostanziosi aiuti militari anche dagli USA). Il Paese che mantiene tuttora in carcere, sottoponendolo a torture, Shakil Afridi, l’incauto medico che nel 2011 avrebbe (sempre col condizionale) fornito alla CIA le informazioni (e il dna) che consentirono l’intervento dei Navy Seal per eliminarlo.
Per non parlare della difficile situazione sanitaria che non si risolve certo con qualche donazione e creando ulteriore dipendenza e subalternità. Per dirne una, quest’anno una epidemia di Hiv ha colpito centinaia di bambini (di famiglie povere, particolare non secondario) a Ratodero. Le accuse nei confronti di un pediatra che avrebbe riutilizzato le stesse siringhe (evento peraltro probabile) avevano lo scopo di minimizzare la gravità della situazione. Con centinaia di dentisti, barbieri e paramedici che operano direttamente in strada, senza rispettare, anche volendo, procedure e protocolli e utilizzando strumenti non sterilizzati. Del resto la possibilità di cure adeguate per gran parte della popolazione, soprattutto la più diseredata, sta diventando un lusso inaccessibile e ci si arrangia come si può.
Ma su questo la popolazione, i sindacati, le associazioni si stanno già, per quanto faticosamente, riorganizzando. Anche recentemente si sono avuti scontri tra manifestanti (medici, operatori sanitari, parenti di malati) e polizia, con numerosi feriti e arresti, davanti a cliniche e ospedali per protestare contro la nuova legge RDHA che promuove la privatizzazione della sanità pachistana.
Concludo. Nel secolo scorso si praticavano forme di boicottaggio nei confronti dell’apartheid di Pretoria e, ancora oggi, della pulizia etnica di Ankara contro i curdi (qualcuno rammenta la spinosa faccenda della Turban?). Allo stesso modo – almeno credo – si dovrebbe agire nei confronti di Islamabad che tra le altre cose perseguita e opprime i beluci (decine di migliaia le persone torturate e i desaparecidos, oltre alla sostituzione etnica in stile cinese, come in Tibet).
E ovviamente la prima forma di boicottaggio è quella del turismo. Sia alpinistico sia sciistico, escursionistico o magari balneare. Quindi, niente settimane bianche sulle vette pachistane più o meno inviolate. Pensateci, ma non limitatevi a questo.
Resta comunque improbabile che tali argomenti tolgano il sonno a quanti vivono di Montagna. O meglio, della sua rappresentazione spettacolare (vedi operatori turistici, documentaristi, “scrittori di montagna” e affini). Ormai ridotti a propagandisti sponsorizzati, direttamente o indirettamente, dell’ideologia della stessa. Un tanto al chilo.

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Il territorio dei beluci.

 

N O T E

1) Gli USA ridisegnano (a tavolino!) un nuovo Medioriente. Un tentativo di strumentalizzare le lotte per l’autodeterminazione di curdi e beluci?”, 21 gennaio 2007.
2) Attualmente denominata Salini-Impregilo, è stata oggetto di una denuncia all’OCSE da parte di Survival International per la realizzazione della Gibe III, la più grande diga africana. Devastante per l’ambiente e le popolazioni locali.
3) A parte un possibile riferimento polemico al libro di Ralph Bircher Gli Hunza, va segnalato l’abbinamento – con intenzioni offensive – di “scioperati e scioperanti” (neanche il diritto di sciopero per gli indigeni?) e l’utilizzo coloniale DOC del temine coolies. Come è noto i coolies vennero sfruttati, maltrattati e malpagati (oltre che in Asia, in Australia e negli Stati Uniti) fino al XX secolo per i lavori più faticosi e malsani.
Quanto alle piccozzate pare che all’epoca non scandalizzassero più di tanto. E forse ancora oggi non scandalizzano abbastanza. Meno, sicuramente, di quelle inferte nel 2014 da due polacchi alla capanna “Info Mont-Blanc”.

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